La prigione perfetta

di
genere
gay

Tutto è crollato in un pomeriggio d’estate che doveva rimanere segreto. Io e mio cugino Mino avevamo trovato il momento perfetto, o almeno così credevamo. Eravamo chiusi in camera, l'adrenalina a mille, a consumare qualcosa che cresceva tra noi da tempo. Prima era toccato a lui: lo avevo preso da dietro, spingendo fino in fondo nel suo culo finché non gli ero venuto dentro. Poi, con il fiato corto e l'eccitazione ancora altissima, avevo voluto ricambiare, offrendogli il mio buchino per fargli provare la stessa identica pienezza.
​Mino ci stava dando dentro, eravamo nel pieno della scopata, quando la porta si è spalancata. Nostra zia. È rimasta sulla soglia con la bocca aperta, gli occhi sbarrati su di noi, prima di cacciare un urlo e correre a spifferare tutto al resto della famiglia.
​Il terremoto che è seguito ha rischiato di distruggerci. I nostri genitori sono impazziti: urla, pianti, minacce di psicologi e quella vergogna soffocante che ballava nei pranzi di famiglia. La punizione è stata drastica: fare di tutto per separarci. Da quel giorno, i nostri genitori hanno stretto un patto silenzioso: sorveglianza speciale. Non dovevamo mai, per nessuna ragione, essere lasciati da soli nella stessa stanza. Ma quel controllo esasperato non faceva altro che ricordarci, ogni singolo secondo, il calore di quella scopata interrotta.
​La svolta è arrivata grazie a zio Paolo. Aveva una casa al mare e pochi soldi, e il suo bagno aveva urgente bisogno di un restauro. Io me la cavavo con la muratura e Mino con la parte idraulica: gli servivamo entrambi. Lo zio deve aver parlato a lungo con i nostri genitori, rassicurandoli sul fatto che ci avrebbe tenuti d'occhio, pur di farsi fare il lavoro gratis. Ma non avevano fatto i conti con il viaggio.
​Ho preso il treno per Ombrea da solo. Dopo diverse fermate, le porte del vagone si sono aperte ed è salito Mino. Ha camminato lungo il corridoio e, quando è entrato nel mio scompartimento, ci siamo trovati finalmente da soli in quella cabina vecchio stile. L’eccitazione nell'aria era così densa che si poteva tagliare col coltello.
​"Tra poco c'è una serie di gallerie lunghe," mi ha sussurrato Mino con voce roca. "Appena il treno entra in galleria, tieniti pronto."
​E così è stato. Appena il finestrino è stato inghiottito dal buio pesto della montagna, Mino è scattato in piedi. Ha preso dalla sua borsa una fascetta da elettricista, di quelle lunghe e robuste, l'ha passata intorno alla maniglia della porta scorrevole di vetro e all'appiglio fisso del corridoio, stringendola con un colpo secco. Porta bloccata.
​Io ero già pronto sul sedile di velluto, con i pantaloni giù e il culo scoperto per fargli finire quello che aveva iniziato in camera. Sfruttando la bagnatura naturale e la fretta, il suo cazzo è scivolato dentro, bollente, andando subito a fondo. Ha iniziato a spingere su e giù con un ritmo regolare e profondo, mentre il treno rimbombava nel vuoto della montagna. I nostri respiri erano affanni pesanti, strozzati in gola per la paura e il piacere. Lo avevo desiderato quel cazzo, per mesi interi, e ora era mio.
​Mino ha dato gli ultimi colpi disperati e con un gemito soffocato è venuto dentro di me, liberando un fiotto caldissimo nelle mie viscere. Avrebbe voluto che ricambiassi, voleva il mio cazzo, ma non c'era il tempo: la galleria stava finendo. Si è sfilato, ha tagliato la fascetta con un tronchesino e mi ha sussurrato all'orecchio: "Tranquillo... qualcosa ci saremmo inventati nella casa. Non finisce qui".
​L'indomani abbiamo iniziato i lavori. Il bagno era un disastro: ci sarebbero voluti almeno 3 o 4 giorni, una tempistica che ci siamo presi con molta calma sia per fare le cose per bene, sia per far durare il lavoro il più a lungo possibile. Ma dopo pranzo è arrivata la prima sorpresa. Zio Paolo si preparava per la sua sacra pennichella, ma l'accordo con i nostri genitori era ferreo: solo uno di noi poteva lavorare al pianterreno, mentre l’altro veniva chiuso in camera al piano superiore insieme allo zio che dormiva.
​Quello a essere chiuso sopra, a guardare il soffitto mentre lo zio russava sul letto accanto, sono stato io. Ma Mino non si è scomposto e si è organizzato. Ha studiato la casa dall'esterno e ha notato che la camera dello zio aveva una finestra raggiungibile sul retro tramite una scala da cantiere. Trovata la scala, il piano era pronto.
​Il giorno successivo, non appena lo zio si è addormentato profondamente, ho aperto silenziosamente la finestra e sono sceso per la scala. Avremmo avuto almeno 45 minuti di tempo per non rischiare, prima che lo zio si svegliasse dalla siesta. E così abbiamo fatto ogni singolo giorno, fino alla fine dei lavori.
​Quei 45 minuti erano un concentrato di furia e adrenalina. Il patto era spietato: nello stesso identico giorno, nello spazio di quel pranzo, io scopavo lui e subito dopo lui scopava me.
​Non appena i miei piedi toccavano terra nel bagno in ristrutturazione, Mino si voltava sul momento, si tirava giù i pantaloni da lavoro e si appoggiava con le mani al muro di mattoni grezzi. Liberavo il mio cazzo, già duro per la discesa, e andavo dritto al punto. Lo spingevo dentro di lui con un colpo secco e profondo. Mino cacciava un ansimo contro i mattoni e io iniziavo a pompare come un pazzo, con colpi rapidi e violenti. Il contrasto tra la pelle calda e la polvere di calce nell'aria era pazzesco. Spingevo fino in fondo, accelerando il ritmo fino a quando non sentivo il calore salire, venendo dentro di lui con un fiotto bollente.
​Ma la ruota doveva girare subito. Con il fiato corto, ci scambiavamo di posto. Stavolta ero io ad appoggiarmi a quel muro ruvido, piegandomi in avanti con il culo sollevato, ancora sporco del sesso di un attimo prima. Mino non perdeva un istante: il suo cazzo era di nuovo gonfio e pronto. Mi prendeva da dietro con una foga raddoppiata, sfruttando lo sperma e l'eccitazione per scivolare dentro di me fino alla radice.
​L'impatto mi faceva quasi perdere l'equilibrio, costringendomi ad aggrapparmi ai tubi dell'acqua ancora scoperti. Mino iniziava a martellare da dietro con una violenza felice, facendo andare il suo cazzo su e giù dentro di me, profondo e spietato, colpendo la mia prostata a ogni spinta. Sentivo il suo petto sudato incollato alla mia schiena e i suoi ansimi caldi sul mio collo mentre il tempo sul quadrante correva. Quando anche lui arrivava al limite, mi stringeva i fianchi così forte da lasciarmi i segni delle dita, venendo dentro di me con una scarica densa che mi faceva vibrare.
​Rimanevamo un minuto immobili, intrappolati in quel mix di sudore, calce e sperma che ci colava tra le gambe. Poi ci ricomponevamo alla velocità della luce: io risalivo la scala per rinfilarmi nella camera dello zio che ancora russava, e Mino tornava a far finta di sistemare i tubi. Abbiamo fatto così ogni singolo giorno, trasformando la punizione dei nostri genitori nel nostro paradiso segreto.
L'ultimo giorno di lavori, l'eccitazione era a livelli pericolosi. C'era quel retrogusto di "ultima occasione" che ci rendeva famelici. Eravamo nel bagno al pianterreno, io ero piegato in avanti e Mino era dentro di me, al culmine del secondo round. Ci stavamo dando dentro con un ritmo serrato, bagnati di sudore, quando all'improvviso abbiamo sentito un rumore dal piano di sopra: il letto dello zio che cigolava. Lo zio si stava svegliando con un anticipo pazzesco sulla tabella di marcia.
​La terra ci è crollata sotto i piedi quando abbiamo avvertito i suoi passi pesanti iniziare a scendere le scale di legno. Qualsiasi persona normale si sarebbe gelata, ma l'adrenalina ci ha reso folli. Invece di fermarsi, Mino mi ha stretto i fianchi ancora più forte, dandomi tre colpi disperati, profondi e bagnati, mentre i passi dello zio si avvicinavano inesorabilmente alla porta del bagno. Quell'imminenza del disastro ha fatto crollare ogni freno: siamo venuti insieme in un sussurro soffocato, un'esplosione di calore denso che ci ha squassato i corpi, con il cuore che batteva così forte nel petto da fare quasi male.
​Ma non c'era un solo secondo da perdere. Io ero stato previdente: prima di scendere dalla scala, come facevo sempre, avevo sistemato accuratamente le coperte nel mio letto per simulare la mia sagoma, in modo che se lo zio si fosse girato nel sonno avrebbe pensato che fossi ancora lì a dormire. E la mossa è stata provvidenziale. Lo zio, scendendo le scale, aveva visto il letto coperto e aveva pensato bene di lasciarmi riposare, andando dritto verso il bagno per controllare Mino.
​Mentre sentivo la mano dello zio sulla maniglia esterna del bagno, mi sono tirato su i pantaloni alla velocità della luce e sono scivolato fuori sul retro, nascondendomi dietro l'intelaiatura esterna del muro un secondo prima che la porta si aprisse.
​"Allora, Mino, a che punto siamo con questi tubi?" ha domandato lo zio entrando.
Mino, con il fiato ancora corto, i muscoli tesi e il cazzo che pulsava prepotentemente nei jeans bagnati di sperma, ha ripulito il viso dal sudore con il braccio e ha risposto con una naturalezza disarmante: "Quasi finito, zio, mancano gli ultimi ritocchi".
​Nel frattempo, io ho fatto il giro della casa come una lince. Sono risalito agilmente per la scala esterna, sono rientrato dalla finestra della camera al primo piano, ho disfatto le coperte che mi facevano da controfigura e sono sceso con calma dalle scale interne, strofinandomi gli occhi e sbadigliando, facendo finta di essermi appena svegliato dal sonno più profondo del mondo.
​Quando sono entrato in bagno, lo zio mi ha guardato e ha detto: "Ah, ti sei svegliato finalmente! Tuo cugino qui ha quasi finito tutto il lavoro da solo". Io e Mino ci siamo scambiati un solo, fulmineo sguardo complice nello specchio del nuovo bagno. Ci eravamo salvati anche stavolta, ingannando l'intera famiglia sotto il loro stesso naso. Ma quell'ultimo round, consumato a un passo dal baratro con il cuore in gola, ci aveva legato per sempre. La loro sorveglianza non era una prigione: era diventata il gioco erotico più eccitante della nostra vita.
scritto il
2026-06-28
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