Le misure del desiderio

di
genere
gay

​I banchi dell'open space della nostra azienda editech erano vicini, un labirinto di schermi pc accesi e tastiere che picchiettavano all'unisono durante le ore di formazione per dipendenti. Per me, Enrico era solo un collega di corso come gli altri, finché non ha iniziato a inclinare il suo telefono verso di me. Sullo schermo passavano foto di ragazzi gay, immagini esplicite, calde. Io non dicevo nulla. Restavo zitto, immobile, con gli occhi incollati ai pixel e il fiato che si faceva via via più corto. Quel mio silenzio era benzina sul suo fuoco: stimolava la sua fantasia più di qualsiasi risposta a parole.
​Tra le piastrelle del bagno dell'ufficio è iniziata la mia iniziazione. Quando lui si alzava per una pausa, io aspettavo un minuto e lo seguivo. Senza che nessuno dei due si spogliasse, per evitare di farsi scoprire se qualcuno avesse aperto la porta all'improvviso, mi girava di spalle e mi bloccava contro il lavandino. Restando entrambi vestiti, Enrico mi si incollava da dietro e iniziava a sfregare con foga il suo cazzo contro il mio culo, premendo forte attraverso il tessuto dei pantaloni. Io subivo in silenzio, paralizzato dall'eccitazione, dal calore di quella pressione e dal rischio costante. Quella routine clandestina è andata avanti per giorni, un segreto elettrico consumato a vestiti sfilati solo a metà nella mente, ma mai nella realtà.
​Finché Enrico non ha deciso di osare: "Vieni a trovarmi nella casa in campagna dei miei questo fine settimana", mi ha sussurrato a fine turno.
​Sabato pomeriggio ho preso la moto. Il rombo del motore accompagnava i miei pensieri: non avevo mai avuto esperienze complete da passivo, ma l'idea di fare finalmente quel passo – di spogliarci davvero – mi facesse battere il cuore a mille. Quando sono arrivato sul vialetto sterrato, Enrico era già lì ad aspettarmi. Siamo entrati in casa, l'aria era fresca, isolata dal resto del mondo. Finalmente potevamo fare sul serio.
​Enrico, sicuro di sé e convinto di avere in mano la chiave del mio totale cedimento, si è sbottonato i pantaloni con un sorriso fiero. Stavolta si è tirato giù tutto, mostrandosi nudo per la prima volta. Ma la mia reazione non è stata quella che si aspettava. Tutt'altro.
​Davanti ai miei occhi, libero dai vestiti, si è materializzato qualcosa di enorme, sproporzionato. Un cazzo assurdo, un calibro impressionante da oltre ventidue centimetri, una colonna di carne venosa che sembrava quasi irreale. Se fino a un secondo prima ero mentalmente pronto a prendere per la prima volta un cazzo nel culo, la vista ravvicinata di quella roba ha spento ogni interruttore. La voglia è svanita all'istante, sostituita da un senso di minaccia fisica e di blocco puro.
​"Io quella roba non la voglio!", ho quasi urlato, facendo tre passi indietro verso la porta, sconvolto da quella scoperta.
​Lui è rimasto spiazzato. Era abituato a pensare che le sue dimensioni fossero il suo punto di forza, e invece l'effetto era stato esattamente il contrario: mi aveva spaventato. Vedendo che mi stavo allontanando, l'orgoglio di Enrico è crollato: "Ok, ok, calmati... allora fammi un pompino, o almeno una sega, dai..."
​Ma ormai l'incantesimo era rotto. Ho girato i tacchi, ho aperto la porta di scatto e sono uscito all'aria aperta. Sono saltato in groppa alla moto, ho girato la chiave e ho scalciato la marcia, lasciando Enrico e la sua colonna da soli dentro quella casa in campagna, mentre io scappavo via.
​Al corso aziendale ho iniziato a evitare i momenti di pausa. L'idea di incrociare Enrico mi dava quasi la nausea per l'imbarazzo. Avevo cercato di congelare tutto. O almeno così credevo, finché il passato non mi è venuto a cercare in un pomeriggio qualunque, nel parcheggio sotterraneo di un centro commerciale.
​Avevo appena parcheggiato la moto. Stavo per sfilarmi il casco quando un'ombra si è fermata proprio davanti a me. Era Marco, un altro collega del corso.
​"Guarda chi si rivede", ha esordito con un sorriso inteso. "Guardate che vi notavo, sai? Tu ed Enrico... quelle pause bagno insieme..."
​"Guarda che non ho fatto niente con Enrico!", ho sbottato subito, cercando di difendermi. Ma la frustrazione che mi portavo dentro ha preso il sopravvento, e la verità mi è uscita dalla bocca in un soffio: "Non abbiamo fatto niente solo perché lui ha un cazzo enorme! Mi ha fatto solo paura!"
​Marco è rimasto un attimo in silenzio. Poi si è avvicinato, guardandosi intorno nel parcheggio isolato. Si è abbassato la zip dei pantaloni e ha tirato fuori il suo cazzo. Era duro, teso, ma dalle dimensioni perfette: proporzionato, dritto, invitante. Un cazzo fatto per dare piacere e non per spaventare. "E con questo... ci riusciresti?", mi ha sussurrato.
​A quella vista, tutto il blocco che mi portavo dentro si è sciolto. Non era solo la questione delle dimensioni giuste, ma il fatto di aver trovato l'occasione perfetta per sbloccarmi. "Vieni dietro la macchina", gli ho detto.
​Ci siamo spostati nell'angolo più buio. Ci siamo baciati con decisione mentre ci spogliavamo a metà. Mi sono girato di spalle, appoggiando le mani sul cofano caldo dell'auto, offrendomi a lui. Marco ha appoggiato la cappella e ha spinto. Il suo cazzo è scivolato dentro, sodo, caldo, riempiendomi perfettamente senza fare male. Marco ha accelerato, portandoci al limite, finché con un gemito soffocato è venuto dentro di me, mentre io venivo a mia volta contro il cofano dell'auto.
​Con Marco è diventato un appuntamento fisso per un paio di settimane. Lo usavo come mia scuola personalizzata: il mezzo attraverso cui fare esperienza, abituare il mio corpo alla penetrazione e lasciarmi alle spalle la paura del dolore. Perché l'eccitazione e la fame che avevo provato per Enrico... quella era tutta un'altra cosa. Continuavo a pensare a lui.
​Dopo due settimane con Marco, ho capito che il blocco era del tutto svanito. Ero pronto.
​Un pomeriggio ho preso la moto e sono andato a cercare Enrico direttamente a casa sua. Quando ha aperto la porta ed è rimasto pietrificato sul pianerottolo, l'ho guardato dritto negli occhi: "Sono tornato. Stavolta sono pronto."
​Enrico mi ha tirato dentro, baciandomi con una foga affamata. Ci siamo spogliati di fretta fino alla sua camera da letto. Quando è rimasto nudo, quella colonna si è rivelata di nuovo, ma stavolta non ho indietreggiato. Mi sono inginocchiato tra le sue gambe; ho preso quel cazzo tra le mani e ho iniziato a succhiarglielo, mandando giù la cappella fino a dove riuscivo mentre le sue dita mi afferravano i capelli.
​Poi, Enrico mi ha fatto sdraiare a pancia in su, sollevandomi le gambe sulle spalle. Si è chinato tra le mie cosce e ha iniziato a leccarmi per bene. La sua lingua era calda, insistente; spingeva all'interno per rilassarmi e prepararmi. Quando ha capito che ero pronto, ha puntato la cappella enorme contro l'ingresso bagnato.
​Ha iniziato a premere, lentamente, con un'attenzione millimetrica. Sentire quella larghezza spropositata allargare il mio buchino è stata un'invasione totale che mi ha fatto inarcare la schiena, ma non era dolore: era la pienezza assoluta che avevo sempre desiderato. Centimetro dopo centimetro, il suo cazzo è scivolato dentro tutto.
​"Voglio stare a pancia in giù", gli ho chiesto.
​Mi ha fatto ruotare sul letto mentre era ancora incastrato dentro di me. Ho lanciato un gemito soffocato mentre sentivo quel cazzo spostarsi nelle mie viscere. Mi sono appoggiato sui gomiti, affondando il viso nel cuscino e offrendogli il culo sollevato.
​Da quella posizione, ogni sua spinta mi colpiva dritto al centro del piacere. Enrico si è chinato su di me, il suo petto sudato incollato alla mia schiena, afferrando i miei fianchi con una presa ferrea. Ha accelerato il ritmo, e io potevo sentire le sue palle sbattere contro di me a ogni colpo. Ero completamente alla sua mercé, teso e inarcato sotto quella potenza che finalmente non mi faceva più paura. Sapevo che ero in grado di accoglierlo e farlo mio. Con un'ultima serie di spinte profonde, Enrico è venuto dentro di me, allagandomi con un calore immenso, mentre io mi svuotavo sul materasso, finalmente libero.
scritto il
2026-07-29
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