Quello che non si dice - capitolo 4: il ritmo delle cose
di
fexalox
genere
tradimenti
Il temporale di quel giovedì durò due ore. Noi molto di più.
Quando la pioggia smise, la stanza degli ospiti era piena di quella luce lavata che viene dopo l'acqua, verde di riflessi dal giardino, e Chiara era addormentata contro la mia spalla con una gamba sopra le mie, il piede che pendeva dal bordo del letto di ferro. La guardai dormire per un tempo che non seppi misurare. Aveva il respiro lento, le labbra socchiuse, una piega sulla fronte che nel sonno si era sciolta. Sembrava più giovane. Sembrava, per la prima volta da quando avevo cominciato a guardarla, in pace.
Fu quella pace a spaventarmi più di tutto il resto. Perché capii che non era stato il sesso a portarcela. Era stato l'aver smesso di fingere. E una cosa che ti dà la pace non la lasci più.
Si svegliò verso le sei. Aprì gli occhi, mi guardò, e non ci fu imbarazzo, non ci fu quel momento in cui due persone che hanno appena tradito si chiedono cosa hanno fatto. Ci fu solo un sorriso lento, quasi assonnato, e la sua mano che mi cercava il petto.
«Devi andare» disse. Non lo voleva. Lo constatava.
«Lo so.»
«Andrea torna venerdì sera. Domani. La donna delle pulizie viene sabato mattina. Devo cambiare le lenzuola.» Lo disse con una praticità che avrebbe dovuto raffreddarmi e invece mi fece l'effetto opposto. Chiara pensava a tutto. Chiara teneva insieme i fili di due vite come teneva insieme la ciocca ribelle dietro l'orecchio, con quel gesto continuo di ricomposizione. «Vai, Luca. E porta via il libro. Se resta qui, Andrea si chiede perché non te l'ho dato l'altra sera.»
Presi il libro dallo studio, dall'altra parte del corridoio, dove era rimasto tutto il pomeriggio con la sua frase a pagina quaranta. *La bella estate.* Lo infilai nella tasca della giacca. Sulla soglia Chiara mi baciò, un bacio breve, già rientrato nel mondo delle cose possibili, e mi disse la frase che sarebbe diventata la nostra formula, quella che usavamo per dire tutto quello che non potevamo dire.
«Guida piano.»
Cominciò così il ritmo delle cose.
Non fu una decisione. Nessuno dei due disse mai "adesso questa è una relazione", nessuno mise in parole quello che stavamo facendo. Semplicemente, dopo quel giovedì, ci fu un altro giovedì. E poi un martedì. E poi un mercoledì mattina che Chiara mi scrisse alle nove, quando Andrea era già in cantiere, un messaggio di due parole: *Sei libero?* E io ero libero. Ero sempre libero, per lei. Cancellavo, spostavo, inventavo. Il traduttore che aveva sempre una consegna urgente diventò il traduttore che aveva sempre un buco improvviso nel pomeriggio.
Le settimane di luglio si consumarono in questo doppio tempo. C'era il tempo pubblico, fatto di cene a tre, di messaggi nel gruppo WhatsApp che avevamo tutti e tre insieme, di "ci vediamo sabato" detti davanti ad Andrea con la voce di sempre. E c'era il tempo segreto, fatto di pomeriggi nella stanza degli ospiti, di quella luce che cambiava colore con le ore, del suo corpo che imparavo a memoria come si impara una lingua che avresti voluto conoscere da sempre.
Perché era questo, Chiara. Una lingua. Ogni volta scoprivo una parola nuova. Il modo in cui inarcava la schiena quando le baciavo la nuca. Il punto esatto, all'interno del ginocchio, che la faceva ridere e gemere insieme. Il fatto che tenesse sempre gli occhi aperti, all'inizio, come per essere sicura che fossi io, che fosse reale, che non stesse sognando quello che aveva chiamato un sogno.
E i piedi. Ogni volta cominciavo dai piedi. Era diventato il nostro rito, il modo in cui il mondo di fuori si spegneva e cominciava il nostro. La facevo sedere sul bordo del letto e mi inginocchiavo, e lei mi guardava dall'alto con quell'espressione tra il divertito e il commosso, perché nessuno, mi aveva detto una volta, nessuno in dodici anni si era mai inginocchiato davanti a lei.
«Andrea non lo farebbe mai» aveva detto, e subito si era morsa il labbro, perché il nome del marito nella stanza degli ospiti era un intruso, una crepa nel sogno.
«Non parliamo di lui» avevo risposto.
«No. Non parliamo di lui.»
Ma lui c'era sempre. Era nelle lenzuola che Chiara cambiava. Era nel libro che avevo dovuto portare via. Era nel suo cognome, che era anche il cognome di lei. Era nella parola "fratello" che mi arrivava per messaggio due volte a settimana, con la naturalezza di chi non ha mai avuto un pensiero storto in vita sua.
Un mercoledì di metà luglio andai da lei nel primo pomeriggio. Il caldo era feroce, di quelli che schiacciano la costa e fanno tremare l'aria sopra l'asfalto. Chiara aveva chiuso le persiane e la casa era in penombra, fresca, silenziosa. Mi aspettava in cucina con i capelli raccolti e una vestaglia leggera di seta chiara, corta, che le arrivava a metà coscia. Sotto, lo capii subito, non aveva niente.
«Ho fatto la doccia» disse. «Faceva troppo caldo.»
Non era vero, o non era tutto. La verità era che si era preparata. Come si era preparata la frase di Pavese, come aveva scelto la stanza, come aveva pianificato ogni cosa dal primo momento. E scoprire che quella donna metodica, che teneva in equilibrio due mondi con mano ferma, si preparava per me con la cura di una ragazza al primo appuntamento, era una cosa che mi toglieva il fiato ogni volta.
La presi in cucina, prima ancora di salire. Non ci arrivammo alla stanza degli ospiti, quel pomeriggio. La spinsi contro il bordo del tavolo di legno, quello dove mangiavamo tutti e tre, e sciolsi il nodo della vestaglia di seta che scivolò via aprendosi sui suoi fianchi. Chiara mi cercò con le mani, con la bocca, con quella fame che non si era attenuata in tre settimane ma anzi si era fatta più precisa, più consapevole di cosa voleva.
La sollevai e la feci sedere sul tavolo. La sua pelle era ancora fresca dalla doccia, profumava di sapone e di qualcosa di più caldo sotto. La baciai lungo il collo, tra i seni, lungo il ventre, mi inginocchiai sul pavimento di maiolica come mi inginocchiavo sempre, e le presi un piede, il destro, quello con l'arco alto che avevo guardato di nascosto la prima sera sotto il tavolo del terrazzo. Lo portai alla bocca. Baciai la pianta, l'arco, le dita, e sentii il suo corpo rispondere a scatti, il respiro che si spezzava, le mani che cercavano un appiglio sul legno del tavolo.
«Luca» disse, e la mia voce nel suo nome era già una resa. «Non riesco più a stare senza. Lo capisci? Non è il sesso. È che con te esisto. Le altre ore, tutte le altre ore, faccio finta.»
Salii lungo le sue gambe con la bocca, lungo l'interno delle cosce, e lei si aprì per me sul tavolo della sua cucina, la schiena arcuata, una mano tra i miei capelli che mi teneva contro di sé. Fuori le cicale riempivano il pomeriggio di un suono unico, ininterrotto, e dentro c'era solo il suo respiro, e i suoi gemiti bassi che cercava di trattenere per abitudine anche se in casa non c'era nessun altro, anche se potevamo, per una volta, fare rumore.
Quando la presi, finalmente, fu lei a guidarmi dentro di sé, le gambe intorno ai miei fianchi, i talloni che premevano contro la mia schiena spingendomi più a fondo. Ci muovemmo lentamente all'inizio, guardandoci, poi con una foga che cresceva insieme al battito, il tavolo che scricchiolava sotto di noi, i piatti che avremmo usato la domenica seguente tutti e tre insieme appoggiati sulla credenza a pochi passi. Chiara venne per prima, stringendomi, la testa rovesciata all'indietro e il mio nome sulle labbra ridotto a un soffio, e io la seguii tenendola contro di me, la fronte contro la sua spalla, mentre il mondo si restringeva a quella cucina in penombra e al calore dei nostri due corpi.
Restammo abbracciati a lungo, io ancora dentro di lei, lei che mi accarezzava la nuca, i respiri che tornavano lentamente al loro ritmo. La maiolica sotto le mie ginocchia era fredda. Il suo piede, quello che avevo baciato, era appoggiato contro il mio fianco.
«Non doveva essere così» disse piano, contro il mio orecchio. Non c'era rimpianto nella voce. C'era stupore. «Non doveva diventare questo. Doveva essere un pomeriggio. Uno solo. Poi avremmo deciso cosa eravamo capaci di sopportare.»
«E cosa siamo capaci di sopportare?»
Chiara si scostò per guardarmi. Aveva gli occhi lucidi, ma non piangeva. «Non lo so ancora. So solo che non sono capace di smettere. Il che è diverso.»
Era la stessa frase, esattamente la stessa, che avrei sentito da un'altra donna in un'altra vita, in un'altra casa, davanti a un altro mare. Come se ci fosse una sola frase, al fondo di tutte queste storie. *Non se dovremmo. Se siamo capaci.*
Mi rivestii mentre lei rimetteva ordine. Piegò la vestaglia, passò uno straccio sul tavolo con un gesto rapido e preciso, mise a posto una sedia. Guardarla cancellare le tracce di noi, con quella competenza tranquilla, era l'unico momento in cui la relazione mi faceva davvero male. Perché in quel gesto vedevo tutta la sua doppia vita, la disciplina di chi ha imparato a non lasciare impronte, e mi chiedevo da quanto tempo, esattamente, Chiara avesse smesso di essere la donna che Andrea credeva di avere sposato.
Il telefono vibrò sul tavolo. Il suo. Lo guardò, e vidi il suo viso cambiare per un secondo, ricomporsi nella maschera del mondo pubblico.
«È lui» disse.
Rispose con la voce di sempre, quella voce che le avevo sentito la prima sera e che allora non avevo saputo leggere. «Ciao amore. Sì, sono a casa, faceva troppo caldo per uscire. Come va il cantiere?»
La ascoltai parlare con Andrea mentre mi allacciavo le scarpe, e fu surreale, e fu terribile, e fu anche, non riesco a mentirmi, eccitante in un modo che mi disprezzavo per provare. Chiara parlava con suo marito nella stessa cucina dove dieci minuti prima aveva gridato il mio nome, con la stessa naturalezza, e io ero lì, seduto, ancora con addosso il suo profumo, testimone e complice e colpevole.
Poi la sentii dire: «Aspetta, te lo passo, è qui. È venuto a riportarmi il libro di Pavese e gli ho offerto un caffè.»
Mi porse il telefono. I suoi occhi mi dicevano *stai calmo, è tutto normale, l'ho già gestito*. Presi il telefono.
«Andrea.»
«Fratello! Che bello, non sapevo fossi da noi. Senti, meno male che ci sei. Ti volevo chiamare stasera comunque.» La sua voce era piena di quell'entusiasmo che gli conoscevo, l'entusiasmo di un uomo felice che non ha motivo di non esserlo. «Ho preso la tua idea. Quella di Capri. Ho bloccato tutto per il weekend del venti. Hotel, barca, il ristorante di cui ti parlavo. Porto Chiara via due giorni, come mi hai detto tu.»
Guardai Chiara. Lei non poteva sentire le parole di Andrea, ma vide il mio viso, e qualcosa nel mio viso la fece irrigidire.
«Bravo» dissi. «Fai bene. Vi farà bene.»
«Sì, ma aspetta, non è finita. Chiara ci teneva che venissi anche tu. Dice che sei giù di corda da quando c'è stata la storia con Serena, che stai troppo solo, che ti chiudi. E ha ragione. Quindi ho preso una camera anche per te. Tre giorni a Capri, noi tre, come ai vecchi tempi. Ci sto io, ci sei tu, c'è lei. Che dici? Non accetto no.»
Il pavimento di maiolica, quello su cui mi ero inginocchiato mezz'ora prima, sembrò inclinarsi sotto di me.
Guardai Chiara. E in quel momento capii due cose insieme, con la stessa lucidità con cui avevo capito ogni cosa in quelle settimane, sempre troppo tardi per fingere.
La prima era che Chiara non aveva "gestito" niente. Non era stata una mossa difensiva, un modo per coprire il mio essere lì quel pomeriggio. Era stata Chiara a mettere l'idea in testa ad Andrea. Era stata lei a suggerire che venissi anche io. Come aveva chiesto il mio numero al marito. Come aveva costruito ogni ponte con le mani di lui.
La seconda era che non sapevo più, e forse non l'avevo mai saputo, chi stesse conducendo il gioco. Se io stessi cadendo verso Chiara, o se Chiara mi stesse muovendo, un pezzo alla volta, verso un posto che solo lei vedeva.
«Allora?» disse Andrea nell'orecchio. «Vieni a Capri con noi?»
Chiara mi guardava. Non annuiva, non scuoteva la testa. Aspettava, con quella calma terribile, di sentire cosa avrei risposto all'uomo che era mio fratello da vent'anni e che mi stava invitando a passare tre giorni nella stessa isola, nello stesso hotel, con la donna che amavo e che era sua moglie.
«Certo» dissi. «Vengo a Capri.»
Riagganciai. Posai il telefono sul tavolo, quello stesso tavolo.
«Perché» dissi. Non era una domanda gentile.
Chiara non abbassò lo sguardo. Non lo abbassava mai.
«Perché non ce la faccio più a vederti solo di nascosto, come una cosa sporca» disse. «Voglio vederti alla luce. Voglio guardarti mentre parli con lui, mentre ridi, mentre sei te stesso. Voglio tre giorni in cui esisti nel mio mondo e non solo in questa stanza.» Fece una pausa. «Lo so che è pericoloso. Lo so che è una follia. Ma tu non sai cosa vuol dire, Luca, avere la persona che ti fa sentire viva e poterla toccare solo due ore a settimana, con le persiane chiuse, cancellando le impronte dal tavolo.»
«Andrea si accorgerà.»
«Andrea non si accorge di me da sei anni. Perché dovrebbe accorgersi adesso?»
Lo disse senza cattiveria, ed era questo il peggio. Lo disse come una diagnosi. E in quella frase c'era tutta la disperazione dei dodici anni di tranquillità, e tutta la spregiudicatezza di una donna che aveva deciso di riprendersi la vita, e non le importava più chi restava schiacciato sotto quella decisione. Nemmeno io. Forse soprattutto io.
Uscii. Il gelsomino, nel caldo del tardo pomeriggio, era così denso che mi diede la nausea. Salii in macchina e restai fermo, con le mani sul volante, a guardare la casa di pietra bianca dove il mio migliore amico avrebbe dormito tra due giorni, ignaro, felice, generoso, e dove sua moglie stava rifacendo il letto della stanza degli ospiti.
Tre giorni a Capri. Noi tre. Come ai vecchi tempi.
Solo che i vecchi tempi non esistevano più. E l'unico che ancora ci credeva era l'unico che non aveva fatto niente per meritarsi quello che stavamo per fargli.
Accesi il motore.
«Guida piano» avrebbe detto Chiara.
Guidai malissimo, tutto il tragitto, con il libro di Pavese sul sedile accanto e la sensazione precisa di stare andando, di mia volontà, con tre giorni di anticipo, verso il punto esatto in cui tutto sarebbe andato in pezzi.
*continua*
Quando la pioggia smise, la stanza degli ospiti era piena di quella luce lavata che viene dopo l'acqua, verde di riflessi dal giardino, e Chiara era addormentata contro la mia spalla con una gamba sopra le mie, il piede che pendeva dal bordo del letto di ferro. La guardai dormire per un tempo che non seppi misurare. Aveva il respiro lento, le labbra socchiuse, una piega sulla fronte che nel sonno si era sciolta. Sembrava più giovane. Sembrava, per la prima volta da quando avevo cominciato a guardarla, in pace.
Fu quella pace a spaventarmi più di tutto il resto. Perché capii che non era stato il sesso a portarcela. Era stato l'aver smesso di fingere. E una cosa che ti dà la pace non la lasci più.
Si svegliò verso le sei. Aprì gli occhi, mi guardò, e non ci fu imbarazzo, non ci fu quel momento in cui due persone che hanno appena tradito si chiedono cosa hanno fatto. Ci fu solo un sorriso lento, quasi assonnato, e la sua mano che mi cercava il petto.
«Devi andare» disse. Non lo voleva. Lo constatava.
«Lo so.»
«Andrea torna venerdì sera. Domani. La donna delle pulizie viene sabato mattina. Devo cambiare le lenzuola.» Lo disse con una praticità che avrebbe dovuto raffreddarmi e invece mi fece l'effetto opposto. Chiara pensava a tutto. Chiara teneva insieme i fili di due vite come teneva insieme la ciocca ribelle dietro l'orecchio, con quel gesto continuo di ricomposizione. «Vai, Luca. E porta via il libro. Se resta qui, Andrea si chiede perché non te l'ho dato l'altra sera.»
Presi il libro dallo studio, dall'altra parte del corridoio, dove era rimasto tutto il pomeriggio con la sua frase a pagina quaranta. *La bella estate.* Lo infilai nella tasca della giacca. Sulla soglia Chiara mi baciò, un bacio breve, già rientrato nel mondo delle cose possibili, e mi disse la frase che sarebbe diventata la nostra formula, quella che usavamo per dire tutto quello che non potevamo dire.
«Guida piano.»
Cominciò così il ritmo delle cose.
Non fu una decisione. Nessuno dei due disse mai "adesso questa è una relazione", nessuno mise in parole quello che stavamo facendo. Semplicemente, dopo quel giovedì, ci fu un altro giovedì. E poi un martedì. E poi un mercoledì mattina che Chiara mi scrisse alle nove, quando Andrea era già in cantiere, un messaggio di due parole: *Sei libero?* E io ero libero. Ero sempre libero, per lei. Cancellavo, spostavo, inventavo. Il traduttore che aveva sempre una consegna urgente diventò il traduttore che aveva sempre un buco improvviso nel pomeriggio.
Le settimane di luglio si consumarono in questo doppio tempo. C'era il tempo pubblico, fatto di cene a tre, di messaggi nel gruppo WhatsApp che avevamo tutti e tre insieme, di "ci vediamo sabato" detti davanti ad Andrea con la voce di sempre. E c'era il tempo segreto, fatto di pomeriggi nella stanza degli ospiti, di quella luce che cambiava colore con le ore, del suo corpo che imparavo a memoria come si impara una lingua che avresti voluto conoscere da sempre.
Perché era questo, Chiara. Una lingua. Ogni volta scoprivo una parola nuova. Il modo in cui inarcava la schiena quando le baciavo la nuca. Il punto esatto, all'interno del ginocchio, che la faceva ridere e gemere insieme. Il fatto che tenesse sempre gli occhi aperti, all'inizio, come per essere sicura che fossi io, che fosse reale, che non stesse sognando quello che aveva chiamato un sogno.
E i piedi. Ogni volta cominciavo dai piedi. Era diventato il nostro rito, il modo in cui il mondo di fuori si spegneva e cominciava il nostro. La facevo sedere sul bordo del letto e mi inginocchiavo, e lei mi guardava dall'alto con quell'espressione tra il divertito e il commosso, perché nessuno, mi aveva detto una volta, nessuno in dodici anni si era mai inginocchiato davanti a lei.
«Andrea non lo farebbe mai» aveva detto, e subito si era morsa il labbro, perché il nome del marito nella stanza degli ospiti era un intruso, una crepa nel sogno.
«Non parliamo di lui» avevo risposto.
«No. Non parliamo di lui.»
Ma lui c'era sempre. Era nelle lenzuola che Chiara cambiava. Era nel libro che avevo dovuto portare via. Era nel suo cognome, che era anche il cognome di lei. Era nella parola "fratello" che mi arrivava per messaggio due volte a settimana, con la naturalezza di chi non ha mai avuto un pensiero storto in vita sua.
Un mercoledì di metà luglio andai da lei nel primo pomeriggio. Il caldo era feroce, di quelli che schiacciano la costa e fanno tremare l'aria sopra l'asfalto. Chiara aveva chiuso le persiane e la casa era in penombra, fresca, silenziosa. Mi aspettava in cucina con i capelli raccolti e una vestaglia leggera di seta chiara, corta, che le arrivava a metà coscia. Sotto, lo capii subito, non aveva niente.
«Ho fatto la doccia» disse. «Faceva troppo caldo.»
Non era vero, o non era tutto. La verità era che si era preparata. Come si era preparata la frase di Pavese, come aveva scelto la stanza, come aveva pianificato ogni cosa dal primo momento. E scoprire che quella donna metodica, che teneva in equilibrio due mondi con mano ferma, si preparava per me con la cura di una ragazza al primo appuntamento, era una cosa che mi toglieva il fiato ogni volta.
La presi in cucina, prima ancora di salire. Non ci arrivammo alla stanza degli ospiti, quel pomeriggio. La spinsi contro il bordo del tavolo di legno, quello dove mangiavamo tutti e tre, e sciolsi il nodo della vestaglia di seta che scivolò via aprendosi sui suoi fianchi. Chiara mi cercò con le mani, con la bocca, con quella fame che non si era attenuata in tre settimane ma anzi si era fatta più precisa, più consapevole di cosa voleva.
La sollevai e la feci sedere sul tavolo. La sua pelle era ancora fresca dalla doccia, profumava di sapone e di qualcosa di più caldo sotto. La baciai lungo il collo, tra i seni, lungo il ventre, mi inginocchiai sul pavimento di maiolica come mi inginocchiavo sempre, e le presi un piede, il destro, quello con l'arco alto che avevo guardato di nascosto la prima sera sotto il tavolo del terrazzo. Lo portai alla bocca. Baciai la pianta, l'arco, le dita, e sentii il suo corpo rispondere a scatti, il respiro che si spezzava, le mani che cercavano un appiglio sul legno del tavolo.
«Luca» disse, e la mia voce nel suo nome era già una resa. «Non riesco più a stare senza. Lo capisci? Non è il sesso. È che con te esisto. Le altre ore, tutte le altre ore, faccio finta.»
Salii lungo le sue gambe con la bocca, lungo l'interno delle cosce, e lei si aprì per me sul tavolo della sua cucina, la schiena arcuata, una mano tra i miei capelli che mi teneva contro di sé. Fuori le cicale riempivano il pomeriggio di un suono unico, ininterrotto, e dentro c'era solo il suo respiro, e i suoi gemiti bassi che cercava di trattenere per abitudine anche se in casa non c'era nessun altro, anche se potevamo, per una volta, fare rumore.
Quando la presi, finalmente, fu lei a guidarmi dentro di sé, le gambe intorno ai miei fianchi, i talloni che premevano contro la mia schiena spingendomi più a fondo. Ci muovemmo lentamente all'inizio, guardandoci, poi con una foga che cresceva insieme al battito, il tavolo che scricchiolava sotto di noi, i piatti che avremmo usato la domenica seguente tutti e tre insieme appoggiati sulla credenza a pochi passi. Chiara venne per prima, stringendomi, la testa rovesciata all'indietro e il mio nome sulle labbra ridotto a un soffio, e io la seguii tenendola contro di me, la fronte contro la sua spalla, mentre il mondo si restringeva a quella cucina in penombra e al calore dei nostri due corpi.
Restammo abbracciati a lungo, io ancora dentro di lei, lei che mi accarezzava la nuca, i respiri che tornavano lentamente al loro ritmo. La maiolica sotto le mie ginocchia era fredda. Il suo piede, quello che avevo baciato, era appoggiato contro il mio fianco.
«Non doveva essere così» disse piano, contro il mio orecchio. Non c'era rimpianto nella voce. C'era stupore. «Non doveva diventare questo. Doveva essere un pomeriggio. Uno solo. Poi avremmo deciso cosa eravamo capaci di sopportare.»
«E cosa siamo capaci di sopportare?»
Chiara si scostò per guardarmi. Aveva gli occhi lucidi, ma non piangeva. «Non lo so ancora. So solo che non sono capace di smettere. Il che è diverso.»
Era la stessa frase, esattamente la stessa, che avrei sentito da un'altra donna in un'altra vita, in un'altra casa, davanti a un altro mare. Come se ci fosse una sola frase, al fondo di tutte queste storie. *Non se dovremmo. Se siamo capaci.*
Mi rivestii mentre lei rimetteva ordine. Piegò la vestaglia, passò uno straccio sul tavolo con un gesto rapido e preciso, mise a posto una sedia. Guardarla cancellare le tracce di noi, con quella competenza tranquilla, era l'unico momento in cui la relazione mi faceva davvero male. Perché in quel gesto vedevo tutta la sua doppia vita, la disciplina di chi ha imparato a non lasciare impronte, e mi chiedevo da quanto tempo, esattamente, Chiara avesse smesso di essere la donna che Andrea credeva di avere sposato.
Il telefono vibrò sul tavolo. Il suo. Lo guardò, e vidi il suo viso cambiare per un secondo, ricomporsi nella maschera del mondo pubblico.
«È lui» disse.
Rispose con la voce di sempre, quella voce che le avevo sentito la prima sera e che allora non avevo saputo leggere. «Ciao amore. Sì, sono a casa, faceva troppo caldo per uscire. Come va il cantiere?»
La ascoltai parlare con Andrea mentre mi allacciavo le scarpe, e fu surreale, e fu terribile, e fu anche, non riesco a mentirmi, eccitante in un modo che mi disprezzavo per provare. Chiara parlava con suo marito nella stessa cucina dove dieci minuti prima aveva gridato il mio nome, con la stessa naturalezza, e io ero lì, seduto, ancora con addosso il suo profumo, testimone e complice e colpevole.
Poi la sentii dire: «Aspetta, te lo passo, è qui. È venuto a riportarmi il libro di Pavese e gli ho offerto un caffè.»
Mi porse il telefono. I suoi occhi mi dicevano *stai calmo, è tutto normale, l'ho già gestito*. Presi il telefono.
«Andrea.»
«Fratello! Che bello, non sapevo fossi da noi. Senti, meno male che ci sei. Ti volevo chiamare stasera comunque.» La sua voce era piena di quell'entusiasmo che gli conoscevo, l'entusiasmo di un uomo felice che non ha motivo di non esserlo. «Ho preso la tua idea. Quella di Capri. Ho bloccato tutto per il weekend del venti. Hotel, barca, il ristorante di cui ti parlavo. Porto Chiara via due giorni, come mi hai detto tu.»
Guardai Chiara. Lei non poteva sentire le parole di Andrea, ma vide il mio viso, e qualcosa nel mio viso la fece irrigidire.
«Bravo» dissi. «Fai bene. Vi farà bene.»
«Sì, ma aspetta, non è finita. Chiara ci teneva che venissi anche tu. Dice che sei giù di corda da quando c'è stata la storia con Serena, che stai troppo solo, che ti chiudi. E ha ragione. Quindi ho preso una camera anche per te. Tre giorni a Capri, noi tre, come ai vecchi tempi. Ci sto io, ci sei tu, c'è lei. Che dici? Non accetto no.»
Il pavimento di maiolica, quello su cui mi ero inginocchiato mezz'ora prima, sembrò inclinarsi sotto di me.
Guardai Chiara. E in quel momento capii due cose insieme, con la stessa lucidità con cui avevo capito ogni cosa in quelle settimane, sempre troppo tardi per fingere.
La prima era che Chiara non aveva "gestito" niente. Non era stata una mossa difensiva, un modo per coprire il mio essere lì quel pomeriggio. Era stata Chiara a mettere l'idea in testa ad Andrea. Era stata lei a suggerire che venissi anche io. Come aveva chiesto il mio numero al marito. Come aveva costruito ogni ponte con le mani di lui.
La seconda era che non sapevo più, e forse non l'avevo mai saputo, chi stesse conducendo il gioco. Se io stessi cadendo verso Chiara, o se Chiara mi stesse muovendo, un pezzo alla volta, verso un posto che solo lei vedeva.
«Allora?» disse Andrea nell'orecchio. «Vieni a Capri con noi?»
Chiara mi guardava. Non annuiva, non scuoteva la testa. Aspettava, con quella calma terribile, di sentire cosa avrei risposto all'uomo che era mio fratello da vent'anni e che mi stava invitando a passare tre giorni nella stessa isola, nello stesso hotel, con la donna che amavo e che era sua moglie.
«Certo» dissi. «Vengo a Capri.»
Riagganciai. Posai il telefono sul tavolo, quello stesso tavolo.
«Perché» dissi. Non era una domanda gentile.
Chiara non abbassò lo sguardo. Non lo abbassava mai.
«Perché non ce la faccio più a vederti solo di nascosto, come una cosa sporca» disse. «Voglio vederti alla luce. Voglio guardarti mentre parli con lui, mentre ridi, mentre sei te stesso. Voglio tre giorni in cui esisti nel mio mondo e non solo in questa stanza.» Fece una pausa. «Lo so che è pericoloso. Lo so che è una follia. Ma tu non sai cosa vuol dire, Luca, avere la persona che ti fa sentire viva e poterla toccare solo due ore a settimana, con le persiane chiuse, cancellando le impronte dal tavolo.»
«Andrea si accorgerà.»
«Andrea non si accorge di me da sei anni. Perché dovrebbe accorgersi adesso?»
Lo disse senza cattiveria, ed era questo il peggio. Lo disse come una diagnosi. E in quella frase c'era tutta la disperazione dei dodici anni di tranquillità, e tutta la spregiudicatezza di una donna che aveva deciso di riprendersi la vita, e non le importava più chi restava schiacciato sotto quella decisione. Nemmeno io. Forse soprattutto io.
Uscii. Il gelsomino, nel caldo del tardo pomeriggio, era così denso che mi diede la nausea. Salii in macchina e restai fermo, con le mani sul volante, a guardare la casa di pietra bianca dove il mio migliore amico avrebbe dormito tra due giorni, ignaro, felice, generoso, e dove sua moglie stava rifacendo il letto della stanza degli ospiti.
Tre giorni a Capri. Noi tre. Come ai vecchi tempi.
Solo che i vecchi tempi non esistevano più. E l'unico che ancora ci credeva era l'unico che non aveva fatto niente per meritarsi quello che stavamo per fargli.
Accesi il motore.
«Guida piano» avrebbe detto Chiara.
Guidai malissimo, tutto il tragitto, con il libro di Pavese sul sedile accanto e la sensazione precisa di stare andando, di mia volontà, con tre giorni di anticipo, verso il punto esatto in cui tutto sarebbe andato in pezzi.
*continua*
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