I Piedi Nudi di Zia Renata Capitolo 3: La Notte dell’Equinozio
di
fexalox
genere
incesti
Passarono altre tre settimane. La routine milanese mi sembrava sempre più finta: traduzioni, corse, cene solitarie. Ogni notte, prima di addormentarmi, rivedevo il piede di Renata premuto contro la mia guancia mentre venivo dentro di lei. Il telefono diventò un’ossessione. Ogni chiamata di mia madre mi faceva sobbalzare il cuore.
E arrivò, puntuale.
«Marco, Renata ha ancora delle scatole di documenti della casa da sistemare. Dice che è confusa con le tasse. Puoi passare da lei ad Ascoli sabato? Solo un paio d’ore, così le dai una mano. Sei bravo con queste cose.»
Sabato mattina ero davanti al suo portone ad Ascoli Piceno. Salii le scale con il cuore che batteva forte. Renata aprì la porta in un semplice abito di cotone leggero color crema, senza maniche, che le arrivava a metà coscia. Piedi nudi sul parquet chiaro. I capelli un po’ più lunghi, un leggero rossetto. Profumava di casa e di desiderio trattenuto.
«Entra. Mia sorella pensa ancora di comandare il mondo» disse con un mezzo sorriso, chiudendo la porta alle mie spalle.
L’appartamento era elegante, luminoso, con grandi finestre sui tetti della città vecchia. Sul tavolo del salotto c’erano davvero alcune scatole, ma capimmo entrambi che erano solo una scusa. L’aria era già carica.
Parlammo per un po’, seduti sul divano. Lei mi raccontava di notti insonni, di come il ricordo di Montelparo e dell’albergo sulle colline la svegliasse bagnata. Io confessavo che nessuna donna mi faceva più effetto. Le sue parole erano raffinate, quasi letterarie – citò persino una frase di Bataille sul confine tra piacere e tabù – ma la mano che mi accarezzava il ginocchio tremava.
Poi si alzò, andò verso la finestra e, con naturalezza, si massaggiò un piede contro il polpaccio dell’altra gamba.
«Mi fanno ancora male» mormorò. «Da quel giorno al notaio… da quella stanza…»
Mi inginocchiai davanti a lei senza dire una parola. Le presi il piede destro tra le mani, caldo e morbido sul parquet. Premetti i pollici sull’arco con decisione, risalendo lentamente. Renata chiuse gli occhi e sospirò, un suono basso che mi fece indurire all’istante. Baciai la pianta, la lingua che seguiva ogni curva, succhiai le dita una a una mentre lei si appoggiava al davanzale, le gambe che si aprivano leggermente.
«Marco… qui è più pericoloso» sussurrò, ma non mi fermò. Anzi, l’altra gamba si alzò, il piede che mi sfiorava il petto, scendendo fino a premere contro il rigonfiamento dei pantaloni.
La presi in braccio e la portai in camera da letto. La luce del pomeriggio filtrava dalle tende leggere. La adagiai sul letto e lei mi fermò con un gesto.
«Aspetta.» Prese un foulard di seta nero dal cassetto. «Voglio bendarti. Come tu hai fatto con me nella fantasia che mi sono toccata per settimane.»
Mi bendò con gesti lenti, sicuri. Il mondo divenne buio. Sentii solo il fruscio del suo abito che cadeva, poi il suo corpo nudo che si stendeva su di me. Le sue labbra sul mio collo, i seni morbidi contro il petto, le mani che mi spogliavano. Il suo piede mi accarezzò la coscia, risalì fino al cazzo duro, strofinandolo con l’arco plantare in un movimento lento e perverso.
«Senti quanto sei duro per tua zia?» mormorò contro il mio orecchio, voce colta che si incrinava in qualcosa di più animale.
Mi guidò dentro di sé. Calda, bagnata, strettissima. Si abbassò piano, centimetro dopo centimetro, gemendo mentre mi prendeva tutto. Cominciò a cavalcare con ritmo sapiente: prima ondeggiando i fianchi come se danzasse un endecasillabo proibito, poi sempre più veloce, i seni che mi sfioravano il viso, i piedi premuti sulle mie gambe per fare leva. Senza vista, ogni sensazione era amplificata: il rumore umido dei nostri sessi che si univano, il suo odore, i suoi gemiti che diventavano sempre più sporchi.
«Scopami, Marco… sì, così… sei dentro la figa di tua zia… più forte!»
La girai a quattro zampe, tolsi la benda per vederla. Le afferrai i fianchi e la presi da dietro con affondi profondi, una mano che le accarezzava il clitoride, l’altra che le teneva un piede contro la mia coscia. Renata spingeva indietro, inarcando la schiena, gemendo senza più controllo. La girai di nuovo sul fianco, una gamba sollevata, il suo piede vicino al mio viso mentre la penetravo con ritmo implacabile.
Venne per prima, contratta intorno a me in spasmi violenti, urlando il mio nome con voce rotta. La seguii subito dopo, esplodendo dentro di lei con fiotti potenti, tenendola stretta mentre tremavamo insieme.
Restammo abbracciati nel dopo, sudati e ansimanti. Lei mi accarezzava il petto, io baciavo la pianta del suo piede ancora posato sul mio stomaco.
«Non è più solo sesso, vero?» disse piano, con quella voce bassa e raffinata che mi faceva impazzire. «È diventato qualcosa di più pericoloso. Di più bello.»
«Lo so.»
Si sollevò su un gomito, gli occhi seri ma lucidi di piacere.
«Tua madre ci spingerà ancora insieme. E noi lasceremo che accada. Ogni volta di più. Fino a quando non riusciremo più a fermarci.» Mi baciò la fronte, poi le labbra, con tenerezza feroce. «E io non voglio fermarmi, Marco. Non con te.»
Il sole stava calando quando mi riaccompagnò alla porta. Si era rimessa l’abito, i capelli in ordine. Prima di uscire mi sfiorò la mano.
«Di’ a tua madre che è andato tutto bene.»
Sorrise, complice. Esattamente quello che avrebbe detto una zia.
Ma mentre scendevo le scale, sentivo ancora il sapore della sua pelle sulla lingua e il calore del suo piede contro la mia guancia. Sapevo che il prossimo “favore” chiesto da mia madre sarebbe stato accolto con impazienza da entrambi.
continua
E arrivò, puntuale.
«Marco, Renata ha ancora delle scatole di documenti della casa da sistemare. Dice che è confusa con le tasse. Puoi passare da lei ad Ascoli sabato? Solo un paio d’ore, così le dai una mano. Sei bravo con queste cose.»
Sabato mattina ero davanti al suo portone ad Ascoli Piceno. Salii le scale con il cuore che batteva forte. Renata aprì la porta in un semplice abito di cotone leggero color crema, senza maniche, che le arrivava a metà coscia. Piedi nudi sul parquet chiaro. I capelli un po’ più lunghi, un leggero rossetto. Profumava di casa e di desiderio trattenuto.
«Entra. Mia sorella pensa ancora di comandare il mondo» disse con un mezzo sorriso, chiudendo la porta alle mie spalle.
L’appartamento era elegante, luminoso, con grandi finestre sui tetti della città vecchia. Sul tavolo del salotto c’erano davvero alcune scatole, ma capimmo entrambi che erano solo una scusa. L’aria era già carica.
Parlammo per un po’, seduti sul divano. Lei mi raccontava di notti insonni, di come il ricordo di Montelparo e dell’albergo sulle colline la svegliasse bagnata. Io confessavo che nessuna donna mi faceva più effetto. Le sue parole erano raffinate, quasi letterarie – citò persino una frase di Bataille sul confine tra piacere e tabù – ma la mano che mi accarezzava il ginocchio tremava.
Poi si alzò, andò verso la finestra e, con naturalezza, si massaggiò un piede contro il polpaccio dell’altra gamba.
«Mi fanno ancora male» mormorò. «Da quel giorno al notaio… da quella stanza…»
Mi inginocchiai davanti a lei senza dire una parola. Le presi il piede destro tra le mani, caldo e morbido sul parquet. Premetti i pollici sull’arco con decisione, risalendo lentamente. Renata chiuse gli occhi e sospirò, un suono basso che mi fece indurire all’istante. Baciai la pianta, la lingua che seguiva ogni curva, succhiai le dita una a una mentre lei si appoggiava al davanzale, le gambe che si aprivano leggermente.
«Marco… qui è più pericoloso» sussurrò, ma non mi fermò. Anzi, l’altra gamba si alzò, il piede che mi sfiorava il petto, scendendo fino a premere contro il rigonfiamento dei pantaloni.
La presi in braccio e la portai in camera da letto. La luce del pomeriggio filtrava dalle tende leggere. La adagiai sul letto e lei mi fermò con un gesto.
«Aspetta.» Prese un foulard di seta nero dal cassetto. «Voglio bendarti. Come tu hai fatto con me nella fantasia che mi sono toccata per settimane.»
Mi bendò con gesti lenti, sicuri. Il mondo divenne buio. Sentii solo il fruscio del suo abito che cadeva, poi il suo corpo nudo che si stendeva su di me. Le sue labbra sul mio collo, i seni morbidi contro il petto, le mani che mi spogliavano. Il suo piede mi accarezzò la coscia, risalì fino al cazzo duro, strofinandolo con l’arco plantare in un movimento lento e perverso.
«Senti quanto sei duro per tua zia?» mormorò contro il mio orecchio, voce colta che si incrinava in qualcosa di più animale.
Mi guidò dentro di sé. Calda, bagnata, strettissima. Si abbassò piano, centimetro dopo centimetro, gemendo mentre mi prendeva tutto. Cominciò a cavalcare con ritmo sapiente: prima ondeggiando i fianchi come se danzasse un endecasillabo proibito, poi sempre più veloce, i seni che mi sfioravano il viso, i piedi premuti sulle mie gambe per fare leva. Senza vista, ogni sensazione era amplificata: il rumore umido dei nostri sessi che si univano, il suo odore, i suoi gemiti che diventavano sempre più sporchi.
«Scopami, Marco… sì, così… sei dentro la figa di tua zia… più forte!»
La girai a quattro zampe, tolsi la benda per vederla. Le afferrai i fianchi e la presi da dietro con affondi profondi, una mano che le accarezzava il clitoride, l’altra che le teneva un piede contro la mia coscia. Renata spingeva indietro, inarcando la schiena, gemendo senza più controllo. La girai di nuovo sul fianco, una gamba sollevata, il suo piede vicino al mio viso mentre la penetravo con ritmo implacabile.
Venne per prima, contratta intorno a me in spasmi violenti, urlando il mio nome con voce rotta. La seguii subito dopo, esplodendo dentro di lei con fiotti potenti, tenendola stretta mentre tremavamo insieme.
Restammo abbracciati nel dopo, sudati e ansimanti. Lei mi accarezzava il petto, io baciavo la pianta del suo piede ancora posato sul mio stomaco.
«Non è più solo sesso, vero?» disse piano, con quella voce bassa e raffinata che mi faceva impazzire. «È diventato qualcosa di più pericoloso. Di più bello.»
«Lo so.»
Si sollevò su un gomito, gli occhi seri ma lucidi di piacere.
«Tua madre ci spingerà ancora insieme. E noi lasceremo che accada. Ogni volta di più. Fino a quando non riusciremo più a fermarci.» Mi baciò la fronte, poi le labbra, con tenerezza feroce. «E io non voglio fermarmi, Marco. Non con te.»
Il sole stava calando quando mi riaccompagnò alla porta. Si era rimessa l’abito, i capelli in ordine. Prima di uscire mi sfiorò la mano.
«Di’ a tua madre che è andato tutto bene.»
Sorrise, complice. Esattamente quello che avrebbe detto una zia.
Ma mentre scendevo le scale, sentivo ancora il sapore della sua pelle sulla lingua e il calore del suo piede contro la mia guancia. Sapevo che il prossimo “favore” chiesto da mia madre sarebbe stato accolto con impazienza da entrambi.
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