Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 3

di
genere
fantascienza

A metà strada lungo i binari morti della segheria, l'occhio mi cade su un pezzo di metallo scrostato che spunta dai calcinacci di un gabbiotto crollato. Mi chino e lo sollevo. Un piede di porco. Sessanta centimetri di acciaio massiccio, spesso due dita. Lo prendo, lo guardo per qualche secondo, poi me lo appoggio comodamente sulla spalla.

Quando la linea degli alberi si apre, i capannoni di lamiera arrugginita si ergono davanti a me. Individuo subito la sua traccia: un'impronta scivolata nel fango che punta dritta verso la fessura del portone principale. È entrata lì. È in trappola.
Avanzo sulla rampa d'accesso in cemento, senza la minima intenzione di nascondere i miei passi. Voglio che sappia che sono arrivato. Voglio che lo senta nello stomaco.
Mi fermo davanti a una ringhiera di ferro imbullonata vicino all'entrata e stringo la presa sul piede di porco.
Un secondo dopo, lascio cadere il braccio e colpisco il montante della ringhiera con tutta la forza che ho.
SDENG. SDENG. SDENG.
Tre colpi netti. Il metallo urla, un frastuono assordante che disintegra la quiete della pioggia. E prima ancora che l'eco smetta di vibrare contro le lamiere, alzo la voce, caricandola di un'ironia teatrale e velenosa.
«Maialino, Maialino... fammi entrare!»
Accenno un sorriso freddo e mi infilo di traverso nello spiraglio del portone.
L'interno puzza di muffa, legno marcio e polvere umida. L'aria è ferma. Inizio a passeggiare tra i vecchi macchinari fermi da anni, il piede di porco che dondola pigramente dalla mia mano.

«Sai, c'è una cosa che ammiro nelle persone in questo fottuto mondo,» risuona la mia voce nell'enorme spazio vuoto, calma, pacata. «L'iniziativa. Svegliarsi all'alba, darsela a gambe... hai fegato. Ma la cosa che disprezzo, quella che mi fa incazzare sul serio, è la stupidità. E tu hai fatto una cazzata monumentale.»
Svolto l'angolo di una gigantesca imballatrice centrale. Eccola.

È rannicchiata in uno spazio stretto tra il muro e il nastro trasportatore. L'adrenalina della fuga le ha fatto passare il freddo, non sta più tremando per l'assideramento, ma è evidente che le gambe non la reggono. È svuotata dalla fame, il viso pallido e scavato, ma non ha l'aria di una che si è arresa.
Ha la Beretta puntata dritta contro di me.

«Fermati li,» mi avverte. La voce è debole, ma tagliente. Niente balbuzie. Niente panico incontrollabile. Solo la determinazione cruda di un animale messo all'angolo.
Faccio un passo avanti, ignorando del tutto la canna nera della pistola. La mia espressione si indurisce, perdendo ogni traccia di quel sarcasmo divertito.

«Ti sei presa una cosa che mi appartiene,» le dico, abbassando la voce a un ringhio autoritario. Non ho voglia di giocare. «Tieniti le scorte. Tieniti le munizioni. Ma quel coltello è mio. E tu adesso me lo ridai.»
Meave abbassa lo sguardo per una frazione di secondo verso la sua cintura, dove ha incastrato l'arma di Tessa. Il suo cervello macina l'informazione a una velocità impressionante. Capisce subito che non me ne frega un cazzo del cibo. Capisce l'intensità che mi ha indurito gli occhi.

E in quel preciso istante, vedo accendersi nelle sue iridi verdi una scintilla di pura, disperata perfidia. Ha capito di avere in mano il mio punto debole.
Con un'esplosione di energia che non mi sarei mai aspettato da un corpo così debilitato, Meave afferra un pesante ingranaggio arrugginito da terra e me lo scaglia addosso. D'istinto alzo il braccio per pararmi il viso, e lei sfrutta quel singolo secondo di distrazione. Si tuffa di lato, scivolando sotto il telaio del nastro trasportatore come un'anguilla, per poi scattare verso una porta di carico posteriore mezza sfasciata.

«Brutta stronza!» ringhio, aggirando il macchinario a passi pesanti.
La inseguo. Sfonda la porta con una spallata ed esce all'esterno, nel piazzale fangoso sul retro della segheria. La raggiungo un attimo dopo, ma mi fermo di colpo.
Il baccano che ho fatto prima sulla ringhiera non è servito solo a spaventare lei. Ha attirato ospiti. Tra le cataste di tronchi marci e le pozze di fango ci sono almeno una decina di erranti. Si stanno già trascinando verso il rumore, gorgogliando affamati.
Meave è a cinque metri da loro. È in trappola un'altra volta, ma invece di sparare, si gira verso di me. Ha il fiatone, é affannata, ma sul viso ha dipinto un sorriso folle.
Con un gesto secco, sfila il coltello di Tessa dalla cintura.

«Lo vuoi?» mi urla contro, la voce carica di sfida.

«Vattelo a prendere!»

E prima che io possa anche solo fare un passo, alza il braccio e lancia l'arma. La lama di acciaio vola in un arco perfetto, superando la prima linea di cadaveri ambulanti, per poi atterrare e conficcarsi in profondità nel fango nero, proprio al centro di un groviglio di corpi in decomposizione, gambe lerce e viscere trascinate.
Le mie narici si dilatano. Avrei voluto strangolarla con le mie mani.
Senza nemmeno voltarsi a guardare il risultato del suo lancio, Meave scatta, sgusciando agilmente tra due erranti lenti e ricominciando a correre a perdifiato verso l'intrico del bosco, convinta di avermi appena dato scacco matto. Convinta di avermi costretto a scegliere tra la sua vita e il ricordo di mia moglie. Lasciandomi esattamente dove voleva lei: a dover scegliere tra la mia preda e l'unica cosa che mi tiene ancorato alla mia umanità.

Sento il sangue pulsarmi nelle tempie con una violenza tale da farmi fischiare le orecchie. L’arroganza è un lusso che posso tollerare. La stupidità, pure. Ma questo no.
Faccio scattare il selettore di fuoco del mio fucile d’assalto. Non alzo l'arma alla spalla. La tengo all'altezza del fianco, la canna puntata verso il basso, a un metro davanti alla sua traiettoria di fuga.

«Maledetta stronza, mi hai costretto a farlo,» sibilo a denti stretti.
Premo il grilletto.
Il boato del calibro 5.56 lacera l'aria umida della segheria. Il proiettile ad alta velocità si schianta a terra a un palmo dal suo scarpone, disintegrando una lastra di cemento sepolta sotto il fango. È come l'esplosione di una piccola granata a frammentazione. Una pioggia di schegge di pietra e detriti le falcia la caviglia e il polpaccio sinistro.
Meave urla. Un grido acuto, spezzato, mentre la gamba le cede di schianto e lei rovina a faccia in avanti nel fango sporco di segatura, rotolando su se stessa.
Abbasso la canna del fucile. Sputo a terra, senza degnarla di uno sguardo, e mi incammino verso il branco di erranti che si sta ammassando intorno al mio coltello. Sono lenti, stupidi, guidati solo dal rumore.
Il primo mi allunga le mani addosso: gli piazzo uno stivale sul ginocchio, spaccandogli l'articolazione, e gli fracasso la mascella con un colpo orizzontale del calcio del fucile. Crolla come un sacco vuoto. Il secondo prova ad azzannarmi il braccio. Lo afferro per la gola putrefatta, lo spingo via e lo stendo con una pedata al petto.
Raggiungo il punto esatto. Afferro il manico in osso e strappo il coltello di Tessa dal terreno. Lo pulisco accuratamente sulla manica del giubbotto, assicurandomi che la lama sia intatta, e lo rimetto nella fondina.
Mentre mi rialzo, noto un dettaglio. L'errante a cui ho appena fracassato la faccia indossa un vecchio collare di corda di canapa ispessita, probabilmente un cappio artigianale con cui si era impiccato anni fa prima di trasformarsi.
Estraggo il coltellino tattico dallo stivale, recido la corda logora e me la avvolgo intorno al pugno. Puzza di marcio e di umidità, ma è robusta e abbastanza lunga.

Mi volto. Meave è a terra, a una decina di metri da me. Si stringe il polpaccio sanguinante, cercando disperatamente di strisciare via verso il bosco, ma il dolore è troppo forte. Le schegge di cemento le hanno lacerato i pantaloni e la pelle, niente arterie recise o ossa rotte, ma fa un male cane.
Prova ad alzarsi e a continuare a scappare, ma non riesce a fare più di due passi senza ricadere.
La raggiungo con calma, tanto è lenta e non va più da nessuna parte. Non mi abbasso nemmeno. La afferro per il bavero del giubbotto e la tiro su di peso, ignorando le sue urla di dolore.

«Lasciami! figlio di puttana, mollami!» strilla, dimenandosi come una gatta selvatica. Cerca di graffiarmi la faccia, mi sputa addosso, ma non ha forza.
La trascino di peso verso il tronco massiccio di una vecchia quercia scortecciata, poco distante dal piazzale della segheria. La sbatto contro l'albero con una spallata che le mozza il fiato, le prendo i polsi, li lego dietro la sua schiena. Poi, con la corda restante la lego al tronco dell'albero. Faccio due nodi, tirando la canapa ruvida finché non le sega la pelle.

Faccio un paio di passi indietro, sistemandomi la cinghia del fucile sulla spalla, e la guardo dall'alto in basso.
Ha il fiatone, la faccia sporca di fango e sangue, la gamba sinistra che trema per le scosse di dolore. Mi fissa con un odio così puro che se potesse incenerirmi lo farebbe all'istante.

«Allora!» comincio, con un tono falsamente calmo, quasi malinconico, passandomi una mano guantata sulla faccia.
«Sono offeso. Sono sinceramente e profondamente offeso, Meave. Ieri sera ti ho tenuta al caldo. Ti ho fatta dormire. Ti ho persino offerto il mio fottuto spezzatino. E tu stamattina come mi ringrazi? Mi derubi e butti l'unica cosa che mi è rimasta al mondo in mezzo a una pozza di merda.»
Scuoto la testa, fingendo delusione.
«È maleducazione. È una tremenda mancanza di rispetto. Io voglio delle scuse.»

«Fottiti, psicopatico del cazzo!» mi sputa lei in faccia, digrignando i denti.
«Spero che tu marcisca all'inferno!»
Faccio un sospiro pesante, teatrale.

«Vedi? È proprio questo l'atteggiamento che ti ha portata in questa situazione di merda.»
Estraggo la sua Beretta 92FS dalla mia cintura. Disinserisco la sicura con il pollice in un clic metallico e secco.

Il suo sguardo cade sull'arma, e per un attimo vedo l'ombra del dubbio attraversarle gli occhi.

«Che cazzo fai?»
Senza smettere di fissarla, alzo la pistola verso il cielo grigio.
BANG!
BANG!
BANG!
Tre colpi in rapida successione. Il rumore rimbomba tra le lamiere della segheria e si espande nel bosco come un'onda d'urto, frantumando il silenzio. Poi, l'eco muore.
Per cinque lunghissimi secondi, non si sente volare una mosca.
Poi, dalla boscaglia, da dietro i capannoni, dal fondo dei binari, si alza un coro sordo. Il gorgoglio raschiato, affamato e inconfondibile dei morti che hanno appena ricevuto un invito a pranzo.

Meave sbianca. Il colore le defluisce completamente dal viso, lasciando solo gli occhi verdi spalancati nel terrore. Inizia a tirare la corda dietro l'albero, ma i nodi tengono.
Io mi appoggio con una spalla al tronco della quercia, esattamente di fronte a lei. Infilo la Beretta di nuovo nella cintura e incrocio le braccia.

«La situazione adesso è questa» riprendo, con il tono di uno che discute del tempo. «Io posso difendermi. Tu un po' meno... ma se mi chiedi scusa... possiamo trovare un accordo.»
Meave smette di tirare. Mi guarda, il petto che le si alza e si abbassa freneticamente. Ma il suo maledetto orgoglio è ancora lì, sepolto sotto la paura.

«Stronzate,» sibila, scuotendo la testa. «Stai bluffando. Stanotte non mi hai lasciata crepare di freddo. Non mi lascerai morire così.»

Le sorrido. Un sorriso vuoto, spietato.

«Stanotte il tuo calore mi serviva per dormire, ragazzina. Adesso mi stai solo facendo perdere tempo.»

Il rumore di rami spezzati e foglie calpestate si fa più vicino. Dalla nebbia emergono le prime sagome. Sono quattro. Vestiti ridotti a stracci sporchi di terra, la pelle grigiastra, le mascelle slogate che scattano a vuoto. Hanno puntato l'odore del sangue sulla sua gamba.
Meave tira la corda più forte, scorticandosi i polsi.

«Taglia questa cazzo di corda! Muoviti!»

Non muovo un muscolo.
I morti sono a dieci metri. Poi a otto.

«Trevis! Brutto figlio di puttana, liberami!» urla, la voce che si incrina in un falsetto isterico.

A sei metri, uno degli erranti — un uomo enorme con mezza faccia scarnificata — si stacca dal gruppo e punta dritto verso di me, ignorando lei.
Senza scompormi, sfilo il coltellino dalla caviglia. Faccio un passo laterale, schivo la sua presa letargica e gli pianto la lama dritta nell'orecchio, fino al manico. Lo sfilo con uno strappo umido e lascio cadere il corpo nel fango.
Poi, torno ad appoggiarmi all'albero.
Gli altri tre erranti puntano dritti su Meave. Sono a quattro metri.

«Trevis!» urla lei. Le lacrime iniziano a mischiarsi alla pioggia sul suo viso. «Falli fuori! Spara!»
A due metri. Sento l'odore acre e dolciastro della loro putrefazione investirci in pieno.
Resto immobile, le braccia incrociate.

«Sto aspettando,» sussurro placidamente.
Un metro e mezzo. Il primo errante, una vecchia con i capelli ridotti a ciocche incrostate, allunga le mani scheletriche verso il viso di Meave. Le dita marce le sfiorano il giubbotto. Le fauci nere e sbavanti della creatura le si aprono a un palmo dal naso. Il fetore della morte le riempie i polmoni.
In quel fottuto istante, Meave capisce. Capisce che non sto giocando. Capisce che la lascerò sbranare viva guardandola dritta negli occhi, senza versare mezza lacrima.
Il suo orgoglio si spezza con un suono fisico, udibile.

«SCUSA!» urla, la voce rotta da un pianto isterico, strizzando gli occhi per non vedere i denti del morto che si stanno chiudendo sul suo collo.
«SCUSA! CAZZO, SCUSA! MI DISPIACE! AIUTAMI, TI PREGO!»

Faccio un passo avanti.
Afferro quella che prima era una donna di mezza età per i capelli sporchi da dietro, lo strattone all'indietro sbilanciandolo e gli fracasso la nuca con il tacco dello stivale. Con un movimento fluido e spietato, sferro un calcio laterale che frantuma il ginocchio del secondo morto, per poi piantargli il coltello nella tempia prima che tocchi terra. L'ultimo cerca di mordermi, ma gli blocco il mento con il palmo sinistro, lo spingo contro il tronco dell'albero e gli conficco la lama dritta nel cranio, proprio a cinque centimetri dall'orecchio di Meave.
Il cadavere si affloscia, scivolando lungo la corteccia, macchiando il legno di sangue scuro.
Poi, il silenzio. Rutto dalla pioggia e dai singhiozzi disperati e rauchi di Meave, che trema convulsamente contro i legacci.
Estraggo lentamente il coltello dal cranio del morto. Lo pulisco.
Guardo la ragazza terrorizzata, legata e ferita, e un mezzo sorriso gelido mi piega le labbra.

«Visto?» le sussurro. «Non era poi così difficile.»

Tagliare la corda dal tronco della quercia è facile. Trascinarla di peso all'interno del capannone più asciutto della segheria, con lei che ansima e incespica a ogni passo, lo è decisamente meno.
Non la porto in braccio. Non le faccio da stampella. La tengo per il bavero del giubbotto, costringendola a usare la gamba buona e a saltellare nel fango fino all'ingresso sventrato della struttura principale.
Appena dentro, la spingo senza troppi complimenti contro un vecchio banco da lavoro di legno massiccio, incrostato di segatura marcia e grasso di motore essiccato. Meave sbatte con la schiena sul piano, emette un gemito sordo e si accascia, stringendosi il polpaccio sinistro con entrambe le mani. Il tessuto dei pantaloni è lacerato, scuro di sangue, impregnato dell'acqua sporca della tempesta.
«Tira su la gamba e mettila distesa,» le ordino, sfilandomi lo zaino dalle spalle e lasciandolo cadere a terra con un tonfo.
Meave mi fulmina con uno sguardo carico di un odio così denso che potresti tagliarlo col fottuto coltello di Tessa.

«Non toccarmi, bastardo.»

Accenno un sospiro teatrale.

«Come vuoi. Allora siediti lì e guarda il tuo polpaccio infettarsi. Fra tre giorni la cancrena ti farà marcire la carne fino all'osso. Quando il dolore diventerà insopportabile, dovrai tagliarti la gamba con una sega da falegname. A crudo. Da sola»
Incrocio le braccia, aspettando. Il mio sguardo è vuoto, inamovibile.

La logica è una bestia crudele, e lei lo sa. Stringendo i denti fino a farsi sbiancare le nocche, solleva la gamba ferita sul banco.
Infilo la mano nella tasca laterale del suo zainetto e tiro fuori un accendino di plastica verde. Dalla mia cintura, invece, estraggo un paio di pinze a becco sottile del mio multiuso tattico.
Mi avvicino a lei, appoggiando un fianco al banco da lavoro. Lo spazio tra noi è inesistente. Sento il calore febbricitante che irradia dal suo corpo bagnato, l'odore di fango e terrore che le si appiccica addosso. Accendo la fiamma e ci passo sopra le punte d'acciaio della pinza. Il metallo inizia a scurirsi.

«Cè una cosa che proprio non tollero di questa epoca,» comincio, abbassando il tono in un sussurro calmo, quasi intimo, mentre fisso la fiamma.
«La totale, assoluta mancanza di educazione... nom che prima ce n'era tanta, sia chiaro, ma al giorno d'oggi è proprio inesistente.»
Sposto lo sguardo dalla pinza ai suoi occhi verdi. Sono dilatati, vigili, pronti a difendersi.
«L'ospitalità, per esempio, era un valore sacro. Ti offro calore. Ti do il mio cibo. Ti tengo lontana dalle fauci di quegli scarti umani che camminano. E tu come ricambi? Mi derubi. Mi punti un'arma addosso. E poi i miei oggetti in mezzo ai puzzolenti.»
Spengo l'accendino con uno scatto secco.
«Questa è una gravissima mancanza di rispetto, Meave. Una roba che ai vecchi tempi ti sarebbe costata solo qualche dente, ma oggi... oggi le regole sono diverse.»
Mi chino in avanti, premendo il mio avambraccio sinistro sopra il suo ginocchio con tutto il peso del mio corpo, inchiodandole la gamba al tavolo. Lei sussulta, cercando istintivamente di ritrarsi, ma è bloccata.
«Voglio che ti sia ben chiara una cosa,» sussurro a due centimetri dal suo viso.
«Goditi questo trattamento VIP. Perché ti assicuro che la prossima volta che provi a fottermi, non sarò così gentile. La prossima volta mi siederò a guardare mentre ti sventrano.»

«Spero tu muoia, figlio di puttana,» sibila, mi sputa addosso le parole con un veleno disperato.

«In tanti lo desiderano... peccato che siano morti prima loro.» rispondo con un sorriso gelido.

Afferro i lembi del pantalone strappato e li allargo brutalmente. La ferita è brutta. Due grossi frammenti di cemento si sono conficcati in profondità nel muscolo.
Senza nessun fottuto avviso o "pronta?", affondo le pinze sterilizzate nella carne.
Meave caccia un urlo strozzato. Inarca la schiena, le sue mani scattano verso di me, piantandomi le unghie sporche nel giubbotto tattico, cercando di spingermi via. Ma il mio avambraccio sul suo ginocchio è una pressa idraulica.

«Ferma,» ordino, freddo come il ghiaccio.
Stringo la presa sul primo frammento di pietra e lo tiro via con un colpo secco. Un fiotto di sangue scuro sgorga dal foro, scivolando sul legno del banco. Lei ansima, un urlo acuto, piangendo di rabbia e dolore, ma i suoi occhi non lasciano i miei. C'è una strana, malata intimità in questo scambio. Condividiamo la stessa aria viziata, il suo dolore e il mio controllo assoluto.

«Sei... sei un fottuto mostro...» balbetta, la fronte madida di sudore freddo.

«E questo è il secondo frammento,» dico, ignorando i suoi insulti. Affondo di nuovo. Altro urlo, altre unghie conficcate nella mia giacca. Estraggo un pezzo di cemento grande quanto una moneta e lo lascio cadere per terra. Tic.
Prendo la mia borraccia, svito il tappo e verso un getto d'acqua pulita direttamente nella carne viva per lavare via la polvere residua, poi ci avvolgo stretta una benda pulita tirata fuori dal mio kit. Tiro il nodo con forza. Lei sussulta per l'ennesima volta, per poi abbandonare la testa all'indietro, sfinita.
Mi stacco da lei. Pulisco le pinze sui miei pantaloni e le rimetto a posto.

«Tutto questo teatrino mi porta a farti una domanda spontanea,» dico, incrociando di nuovo le braccia e studiando la sua figura pietosa e tremante sul banco.
«Perché cazzo sei qua fuori, da sola?»
Lei gira il viso di lato, fissando una montagna di segatura in un angolo. Si stringe nelle spalle.
«Non è un segreto che tu là fuori sia carne morta,» continuo, calcando la mano senza pietà, passeggiando lentamente davanti a lei.
«Non sai muoverti. Non sai coprire le tracce. Alzi la voce, usi armi da fuoco quando potresti usare una semolice matita, e la tua resistenza fisica è ridicola. Con le tue doti di sopravvivenza, al massimo duri due settimane. O peggio... potresti essere anche masticata per non essere più ricagata.»

La battuta è cruda, volgare, mirata al centro del suo orgoglio. Meave serra la mascella. I suoi occhi saettano verso di me, ancora lucidi ma infuocati.

«Non sai un cazzo di me.»

«So leggere una mappa,» ribatto all'istante, avvicinandomi di nuovo. Piazzo entrambe le mani sul banco ai lati delle sue gambe, intrappolandola visivamente.
«E so leggere le persone. E c'è un dettaglio geografico che mi sfugge, ragazzina. Quando hai cercato di fregarmi, hai puntato dritto a nord-ovest. Ma la safe-zone... Asheville... è a sud-est. Stai camminando nella direzione fottutamente sbagliata. Se c'è un rifugio caldo, protetto e pieno di viveri là fuori, perché gli stai voltando le spalle a costo di farti sbranare in questi boschi di merda?»

L'aria nel capannone si congela.
Il respiro di Meave rallenta. L'odio nei suoi occhi si sgretola improvvisamente, lasciando il posto a qualcosa di infinitamente più oscuro. Rassegnazione. Un abisso di vuoto assoluto.
Emette una risata amara. Un suono raschiato, secco, che le muore in gola come cenere.

«Asheville?» sussurra, alzando lo sguardo su di me con un'espressione che mi fa accapponare la pelle. Mi guarda come se stessi fissando il vuoto, come se io fossi l'idiota più grande mai nato su questa terra maledetta.
«Tu... tu stai andando ad Asheville?»
Non rispondo. Mantenendo lo sguardo fermo.
«Io vengo da lì vicino, Trevis,» dice, e la sua voce trema per qualcosa che non è più il freddo.
«Non c'è niente ad Asheville. Non c'è la safe-zone. Non ci sono i militari. Non ci sono provviste.»
Si passa il dorso della mano sporca sulle labbra secche, chiudendo gli occhi per un secondo infinito. Quando li riapre, sono pozze nere.
«Non c'è più niente. Neanche il mio gruppo c'è più. È tutto finito.»

Le parole di Meave ristagnano nell'aria gelida del capannone, pesanti come piombo. Non c'è più niente. È tutto finito.
Incasso l'informazione senza battere ciglio, mantenendo il viso scolpito in un'espressione di marmo. Dentro di me, gli ingranaggi girano veloci. Asheville era la meta. Era il fottuto miraggio di cemento armato e recinzioni elettrificate che mi aveva tenuto in movimento nelle ultime tre settimane. Se quello che dice è vero, sto camminando verso un enorme cimitero.

Mi stacco dal banco da lavoro. In silenzio, chiudo il kit di pronto soccorso, recupero la mia borraccia e infilo tutto nello zaino tattico. Chiudo la cerniera con uno strappo secco, mi carico lo zaino in spalla e recupero il fucile d'assalto, passandomi la cinghia sul petto.
Faccio per voltarmi verso l'uscita.

«Che cazzo fai?» chiede lei, la voce che si incrina in una nota di puro panico.

«Tolgo il disturbo,» rispondo, senza nemmeno voltarmi a guardarla. Sistemandomi il colletto del giubbotto, faccio il primo passo verso l'oscurità del piazzale.

«Cosa? Mi lasci qui? Da sola?!» urla, cercando di mettersi a sedere dritta sul banco da lavoro, ma una fitta di dolore le mozza il respiro e la fa ricadere all'indietro. «Sei un pezzo di merda!»

Mi fermo. Ruoto lentamente la testa da sopra la spalla, piantando i miei occhi nei suoi.

«Sei incredibile sai, Meave, la tua logica è affascinante, ma fa acqua da tutte le parti. Ieri sera ti ho accolta. Stamattina sei sgattaiolata via nel buio, mi hai rubato roba e sei scappata nel bosco. Ora, io sono un uomo pratico. Se sei scappata da sola, in mezzo agli erranti, significa che ti senti perfettamente in grado di sopravvivere in solitaria. E chi sono io per giudicare le tue scelte?»
Faccio mezzo giro su me stesso, affrontandola a viso aperto, allargando le braccia.
«È inutile viaggiare con chi, alla prima occasione buona, cerca di fotterti. A te piace stare da sola. Ci dta, è una tua scelta.»

«Trevis...» mormora. La rabbia feroce di prima è svanita, evaporata sotto il peso schiacciante della realtà. Guarda la sua gamba fasciata, poi fissa l'ombra del capannone. La prima vera crepa nella sua armatura di arroganza si apre davanti ai miei occhi. La paura le divora il respiro. «Trevis, ti prego. No.»
Deglutisce a fatica.
«Non scapperò. Te lo giuro... ti prometto che non lo farò più. Hai ragione tu, la fuori non andrò lontano... e con questa gamba non posso farcela da sola. Ti prego.»

Rimango in silenzio per un lungo, lunghissimo momento, lasciandola cuocere nel suo stesso terrore. Poi, con un sospiro rassegnato, lascio cadere lo zaino a terra.
Due ore dopo, il buio inghiotte la segheria. La pioggia fuori ha ripreso a martellare sulle lamiere del tetto, un rumore bianco che maschera i gemiti lontani dei morti.
Ho trovato un vecchio barile di latta industriale e ci ho acceso un fuoco dentro, usando pezzi di bancali spaccati a calci. Le fiamme crepitano, proiettando ombre inquietanti e ballerine sui macchinari arrugginiti. Il calore, per quanto debole, è un lusso indescrivibile.
Siamo seduti ai lati opposti del barile. Le ho passato una scatoletta di fagioli e un pezzo di carne essiccata. Mangia in silenzio, masticando lentamente, gli occhi fissi sulle braci.

«Se Asheville è caduta,» rompo il silenzio, giocherellando con un legnetto tra le fiamme, «ci deve essere stato un motivo. Un'orda? Un'infezione interna? Umani?»
Meave smette di masticare. Stringe la scatoletta vuota tra le mani sporche.

«Non voglio parlarne,» risponde, con un filo di voce.

«Curioso,» insisto, mantenendo un tono piatto.
«Sei in fuga, ferita, lontana dalla tua presunta casa, con un trauma che puzza di marcio a chilometri di distanza. Eppure non parli. Il tuo gruppo era roba grossa?»

«Ho detto che non voglio parlarne, Trevis,» ribatte lei, alzando gli occhi lucidi.
«Non forzarmi. Per favore.»
La guardo attraverso il fumo sottile che sale dal barile. C'è un dolore denso nel suo sguardo, qualcosa di crudo e irrisolto che minaccia di farla crollare da un momento all'altro.

«Come ti pare,» le concedo, buttando il legnetto nel fuoco. «Cerco solo di capire chi ho di fronte. Sei una ragazzina testarda.»

«Non sono una ragazzina,» scatta lei, in un improvviso moto d'orgoglio difensivo. «Ho ventisette anni. Ne ho viste abbastanza in questi anni da far impallidire chiunque. Non trattarmi come una bambina sprovveduta.»
Annuisco impercettibilmente. Ventisette anni. Ne dimostrava a malapena venti, consumata dalla fame e dalla sporcizia.

«Va bene, donna vissuta. Allora sai come funziona. Io dormo due ore, tu fai la guardia. Poi ci diamo il cambio. Se vedi ombre o senti rumori strani, mi svegli. Non fare l'eroina.»
Mi avvolgo in una vecchia coperta termica, appoggiando la schiena contro la ruota di gomma di un carrello elevatore. Chiudo gli occhi.

Il sonno di un sopravvissuto non è mai profondo. È uno stato di veglia mascherata, in cui il cervello continua a scansionare i rumori di fondo.
Mi sveglio esattamente quando decide il mio orologio biologico.
Non apro gli occhi di scatto. Non muovo un muscolo. Resto immobile, rallentando il respiro, e sollevo appena le palpebre per valutare l'ambiente circostante.
Il fuoco nel barile si è abbassato a un letto di braci rosse.
E Meave non sta guardando fuori.
È seduta a gambe incrociate, la schiena curva verso la debole luce. Tra le mani ha il mio diario.
Il sangue mi si gela nelle vene.
La osservo voltare lentamente una pagina. Lo sta leggendo. I suoi occhi scorrono le righe scritte con inchiostro nero, soffermandosi su un punto preciso. So esattamente a quale pagina si trova. Quella con l'angolo macchiato da una lacrima secca, sbavata sulla carta. La pagina in cui ho descritto gli ultimi minuti di Tessa. La pagina in cui ho smesso di essere l'uomo che ero e sono diventato questa cosa qui.

Il passaggio da immobile a letale dura meno di un secondo.
Scatto in piedi. Il movimento è così rapido, così violento che Meave sussulta, lasciando cadere il diario sulle ginocchia. Non le do il tempo di fiatare. Imbraccio il fucile d'assalto, disinserisco la sicura con un clic metallico che risuona come una condanna a morte, e le punto la canna dritta in mezzo agli occhi.
La faccia di Meave sbianca. Alza le mani tremanti all'altezza delle spalle, terrorizzata.

«Tu devi imparare a farti i fottutissimi cazzi tuoi, Meave,» ringhio. La mia voce è un sibilo basso, gutturale, intriso di una rabbia gelida e assassina che non le avevo mai mostrato finora.
«O non andremo d'accordo. Chiaro?»

«Trevis... i-io...» balbetta, schiacciandosi contro la parete del banco da lavoro. Il tono arrogante è sparito, sostituito dal terrore puro di chi si è appena accorto di aver stuzzicato un predatore mentre dormiva.
«Io non stavo facendo niente di male... era caduto dallo zaino quando lo hai buttato a terra, volevo solo...»

«Chiudi la bocca. Dallo zaino non è caduto proprio niente.» la zittisco, premendo il calcio del fucile contro la mia spalla, facendo un passo avanti. Il dito preme leggermente sul grilletto. La sto puntando, e se si azzarda a fare una mossa sbagliata, le farò saltare il cranio senza pensarci due volte.
«Non vuoi far sapere un cazzo di te. Ti nascondi dietro i tuoi silenzi da vittima. Ma vuoi sapere tutto degli altri, eh? Frugare nella mia merda ti fa sentire in controllo?»

«No! No, te lo giuro!» supplica lei. La voce le si spezza. «Scusa... non lo farò più. Per favore, abbassa quell'arma.»
Mi fissa negli occhi, e vede che la morte è lì, a un passo, pronta a portarsela via. Trema come una foglia.
Continuo a mirare alla sua testa per cinque interminabili secondi, lasciando che il terrore le entri fino al midollo, per farle capire che certe linee, con me, non si attraversano mai.

«Chiudilo,» ordino alla fine.
Meave abbassa lentamente le mani, prende il diario dalle ginocchia con estrema cautela e lo chiude.
«Mettilo dove l'hai preso. Senza fare movimenti bruschi.»
Obbedisce, allungando il braccio e infilandolo sotto la tasca laterale del mio zaino.
Quando si ritrae, abbasso lentamente la canna del fucile, ma non inserisco la sicura.
«Tocca a te dormire,» sentenzio, senza staccare gli occhi dai suoi. Faccio un passo indietro e mi siedo su una cassa di legno vicino al fuoco.
«Buonanotte.»
Meave si rannicchia nel suo angolo, tirandosi la giacca fin sopra al naso, senza osare dire un'altra parola. La tensione nel capannone è così densa da togliere il respiro, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro.

La prima luce dell’alba non porta nessun calore, solo una nebbia grigia e fitta che si infila tra le lamiere sventrate del capannone. Il fuoco nel barile si è spento, lasciando un odore acre di fumo e ferro freddo.
​Mi alzo senza fare rumore. I miei muscoli sono rigidi, ma la mente è lucida, sintonizzata sulla frequenza di sempre: sopravvivere. Controllo i caricatori, sistemo la cinghia del fucile e mi assicuro che il coltello di Tessa sia ben saldo nella fondina sulla coscia. Non guardo Meave, ma so esattamente cosa sta facendo. È sveglia da ore, rannicchiata nell'angolo dietro il banco da lavoro, immobile come un animale che aspetta di capire se il predatore ha ancora fame.
​Quando afferro il mio zaino, lei si muove. Tenta di mettersi in piedi, ma appena carica il peso sulla gamba sinistra emette un gemito strozzato. Il polpaccio, fasciato alla carlona con la mia benda pulita, deve bruciarle come se fosse sotto spirito.
​Si appoggia al legno marcio del tavolo, la faccia pallida, lo sguardo basso. Non c’è traccia dell'arroganza di ieri. La spavalderia è morta insieme agli erranti nel piazzale.

​«Trevis...» la sua voce è un sussurro roco, ripulito da ogni traccia di sfida.
«Puoi... puoi darmi una mano? Da sola non riesco»
​La guardo per tre lunghissimi secondi. Rimango fermo, con le mani appoggiate sul fucile.

Vederla così, debole e vulnerabile, fa scattare qualcosa dentro di me. Ma non è compassione. È una fottuta sirena d'allarme che suona nel mio cervello. Questo mondo mi ha già fregato una volta quando ho abbassato la guardia. Ho aperto il cuore, ho provato a proteggere qualcuno, e quel qualcuno è finito sotto terra. Legarsi a un peso morto, a una persona che ha già cercato di fottermi per due volte in ventiquattr'ore, è il modo più rapido per farsi ammazzare.

​«Hai due gambe, Meave,» rispondo, la voce piatta, priva di qualsiasi inflessione emotiva.
«Usane una e mezza. Io non faccio il babysitter, e non faccio il portantino. Muoviti.»
​Lei incassa il colpo, stringendo i denti fino a far sbiancare la mascella. Capisce il gelo che mette distanza tra noi, e capisce anche il perché.

​«Mi dispiace per ieri sera,» dice d'un tratto, alzando gli occhi verdi nei miei. C’è una supplica genuina in quel volto da ventisettenne consumato dalla fame.

«Per il diario... Non volevo violare i tuoi spazi.»

​Ascolto le sue scuse e sento una smorfia fredda, quasi divertita, dipingersi sul mio viso. È l'ironia lucida e spietata che uso come scudo quando qualcuno cerca di scavare troppo a fondo nella mia merda.

​«Cazzo! Ma allora hai un cuore,» dico, facendo un passo verso di lei, inclinando la testa con un sorriso sardonico che non promette nulla di buono.
«Senti un po', Meave. Pensi davvero che aver letto due righe scritte su un pezzo di carta ti dia il pass per entrare nella mia testa? Pensi che ora siamo amichetti che si confidano i segreti davanti al fuoco? Pensi che conoscere il nome di Tessa ti renda speciale o ti garantisca uno sconto sulla tua fottuta incompetenza?»
​Mi chino verso di lei, stringendo gli occhi.
«No, tesoro. Tu per me sei solo un investimento a breve termine che sta rischiando di andare in perdita prima del previsto. Quello che c'è scritto in quel diario non sono affari tuoi. Tu non sei niente per me. Quindi rimettiti in riga, stringi i denti e cammina, perché la mia pazienza per le stronzate si è esaurita ieri mattina.»

​Lei distoglie lo sguardo, ferita dal mio cinismo, ma non ribatte. Trova la forza di fare leva sulla gamba buona, si aggrappa allo zaino e, zoppicando vistosamente, si avvia verso l'uscita.
​Il viaggio riprende nel silenzio più assoluto.
​Camminiamo da due ore lungo la vecchia statale dissestata, inghiottita dalla vegetazione morta e dal fango. La nebbia non si alza, avvolgendo gli alberi scheletrici in un'atmosfera spettrale. Meave è dieci passi dietro di me. Sento il ritmo irregolare del suo passo: uno pulito, uno strascicato. Uno pulito, uno strascicato. Sta soffrendo l'inferno, ma non dice una parola. Ha capito la lezione.
​Il silenzio tra noi è una barriera. È la tensione di due sconosciuti costretti a dividere lo stesso destino senza potersi fidare l'uno dell'altro.
​Poi, all'improvviso, il ritmo del suo passo si ferma.
​Mi volto di scatto, la mano che va automaticamente sul calcio del fucile, pensando a un pericolo. Ma Meave è solo ferma in mezzo alla strada, le braccia sulle ginocchia, la testa bassa. Il suo petto si muove a scatti veloci. Non sta piangendo per il dolore alla gamba.

«Li ho lasciati morire.»

Le parole cadono nella nebbia senza eco, senza rimbalzo. Come si butta qualcosa in un pozzo e non si sente mai il fondo.
Mi avvicino lentamente. Mi fermo a tre passi da lei, le mani libere. La lascio trovare l'inizio.

«Eravamo rimasti in quattro,» comincia. La voce è piatta, anestetizzata, il tipo di voce che viene fuori quando hai raccontato una cosa talmente tante volte dentro la tua testa che le parole hanno perso la forma e sono diventate solo suoni.
«Un ragazzo, Thomas, è andato quasi subito. Sbranato davanti a noi senza che potessimo fare niente. Siamo rimasti io, Caleb e Sarah in un garage di un magazzino sul lato est della città. Due entrate. Gli erranti riempivano entrambe.»

Si ferma. Riprende.

«Caleb teneva la seconda entrata. Stava usando tutto quello che trovava per sbarrare, tavoli, scaffali, una pressa idraulica arrugginita che pesava un quintale. Ogni volta che abbatteva uno di loro il rumore ne attirava altri. Era una morte lenta ma matematicamente certa. Lo sapevamo tutti.»

La nebbia si muove piano intorno a noi, indifferente.
«Sarah aveva la caviglia a pezzi. Era inciampata in una rampa di cemento durante la fuga e i tendini avevano ceduto di netto. Riusciva a stare in piedi appoggiandosi a qualcosa, ma correre era fuori discussione. L'unica via di fuga era una porta sul retro, ma era bloccata da una catena ed un lucchetto.»

Alza la testa. Gli occhi verdi mi fissano, e dentro c'è qualcosa di scavato, qualcosa che ha smesso di avere la forma del dolore normale e ne ha presa una più strana e più permanente.
«In alto, vicino al soffitto, c'era una finestrella. Una di quelle strette, di aerazione, con la grata arrugginita che ho dovuto forzare. Sarah e io eravamo le più minute del gruppo. Lei non ci poteva passare con quella caviglia, non sarebbe riuscita a issarsi. Io sì.»
Smette di parlare per qualche secondo.
Il vento sposta la nebbia di un centimetro, poi la riporta dov'era.
«Sono salita. Sono strisciata fuori, sono caduta dall'altra parte, mi sono fatta del male a un fianco ma niente di grave. La porta era lì, a pochi passi. Mi avvicinai cercando di rompere il lucchetto o la catena che bloccava la porta.»
La sua mascella si contrae. Una volta sola, come un riflesso involontario.
«Dall'altra parte del muro sentivo Caleb. Sentivo il rumore degli scaffali che cedevano, le sue imprecazioni, i colpi. E sentivo Sarah che mi chiamava, la voce bassa per non fare rumore, come se in quel casino avesse ancora senso abbassare la voce. Mi diceva di sbrigarmi. Mi diceva che ce la facevano ancora, ma non per molto.»

Abbassa lo sguardo sulle proprie mani. Le guarda come se appartenessero a qualcun altro.
«E poi ho visto gli erranti. Il rumore li aveva attirati anche dalla mia parte.»
La voce non cambia tono. È questo il dettaglio che fa più male, che sia così piatta.
«Stavano girando l'angolo del magazzino. Quattro, forse di più. Lenti, scoordinati dal freddo, ancora lontani abbastanza. Avevo il tempo. Non tanto, ma abbastanza. Se avessi continuato a scardinare quel lucchetto ce l'avrei fatta.»
Si ferma.

Il silenzio che segue è diverso da tutti gli altri silenzi di questa mattina. È il silenzio di qualcosa che sta per essere detto per la prima volta ad alta voce, qualcosa che fino a questo momento aveva vissuto solo nell'oscurità di una testa senza finestre.
«Mi sono bloccata, avevo paura.»
Le tre parole cadono nell'aria gelida e ci rimangono.
«Ho visto gli erranti e mi si sono bloccate le gambe. Non è che ho valutato, non è che ho fatto un calcolo e ho deciso che era troppo pericoloso. Mi sono semplicemente bloccata. Come se qualcuno avesse tagliato il filo tra il cervello e il corpo. Ero lì, in piedi, con la catena tra le mani, e non riuscivo a fare niente.»

La sua voce non trema. Ed è esattamente questo che la rende insopportabile da ascoltare.
«Sentivo Caleb dall'altra parte del muro. La sua voce era cambiata, stava urlando. Stava urlando il mio nome. Sarah urlava che non ce la facevano più, che dovevo aprire quella porta adesso, adesso, adesso.»

Chiude gli occhi.
«Poi c'è stato un urlo seguito dal pianto di Sarah... E poi nom ce l'ho fatta... sono scappata.»
Rimane in silenzio per qualche secondo con gli occhi chiusi, come se stesse aspettando che quel suono finisse anche dentro la sua testa. Ma è chiaro che non finisce. È chiaro che non ha mai smesso.

«Ho girato i tacchi e sono corsa via.»

Riapre gli occhi. Mi guarda.
«Gli erranti erano ancora lontani. Ho avuto tutto il tempo di sparire nel bosco senza che mi toccassero. Ho corso finché non ho più sentito le gambe, e quando mi sono fermata l'unico suono era il mio respiro e il vento tra gli alberi.» Una pausa breve, chirurgica. «Niente urla. Niente voci. Niente.»
Il silenzio si installa tra noi con tutto il suo peso.

Un brivido di fredda comprensione mi attraversa la schiena. Ecco perché è scappata. Ecco perché ha cercato di derubarmi ed è fuggita nel cuore della notte. Non era solo avidità o spirito di indipendenza. Era il rimorso. Era la paranoia di una ragazza che ha scoperto di essere disposta a tutto pur di respirare un giorno in più, e che proietta sugli altri la sua stessa spietata natura. Pensava che l'avrei tradita, perché lei per prima aveva tradito le persone che amava.

​«È per questo che sono scappata anche da te,» continua, la voce che si abbassa fino a diventare un sussurro rauco. «Perché quando ho visto che mi aiutavi, che mi davi da mangiare... ho avuto paura. Ho pensato che nessuno fa niente per niente in questo mondo. E ho pensato che se fossimo finiti in trappola, mi avresti usata come esca. Esattamente come io ho fatto con loro... o che sarei stata io a farlo di nuovo.»

​Rimango immobile in mezzo alla carreggiata sfasciata. La nebbia ci circonda, isolandoci dal resto del mondo morto.
La sua confessione è cruda, sporca, reale. È la dimostrazione perfetta di cosa fa questo mondo alla morale delle persone. Le trasforma in topi.
​Faccio un passo avanti, avvicinandomi a lei. La mia maschera alla Negan si incrina appena, lasciando spazio a una lucidità ancora più raggelante. Non la compatisco. Non le dico che ha fatto bene.

​«Ti aspettavi che mi scandalizzassi, Meave?» le chiedo, la mia voce che taglia l'aria umida. «Pensi che mi importi qualcosa del fatto che sei una fottuta pantegana che abbandona la nave che affonda? No. Questo mondo è un tritacarne, e i santi sono finiti sotto terra nei primi tre mesi.»
​Le pianto gli occhi nel cervello.
«Non ti giudico per averli lasciati morire. Tutti abbiamo fatto cose di cui ci pentiamo, io per primo. E ti assicuro che ne ho fatte tante, ma sono vivo. Tu sei viva, oggi, perché hai avuto le palle di fare quella scelta di merda. Ma ricordati una cosa, ragazzina. Caleb e Sarah sono morti, e tu adesso sei con me. Io non sono il tuo vecchio gruppo. Io non mi farò distrarre dalle tue urla se finiamo nei guai, non ti darò una seconda possibilità se provi a usare me come botola di salvataggio.»
​Mi volto di spalle, riprendendo a camminare con lo stesso passo costante e implacabile.
​«Mettiti in marcia,» le ordino senza guardarmi indietro. «E vedi di muoverti. Abbiamo ancora un sacco di strada da fare, e l'odore del tuo rimorso comincia a darmi la nausea.»

CONTINUA... . .

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scritto il
2026-06-23
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