Maledetta tentazione - Spin-Off - Parte 2

di
genere
tradimenti

Mi svegliai, vedi la polvere danzare nei raggi di sole che filtrano dalle tapparelle abbassate, e ogni strascico di foga della notte precedente sembra svanire, lasciandoti addosso solo la realtà nuda e cruda.

Mi passai una mano sul viso, fissando il soffitto di camera mia. Il profumo di Asia — quel misto di fumo freddo, vaniglia e strada — me lo sentivo ancora incastrato tra le fibre del giaccone buttato sulla sedia.

Tre anni fa, mi sarei alzato, avrei fatto finta di niente e avrei aspettato che fosse lei a cedere, a cercarmi. Avrei usato il bacio del Piazzale Socrate come un trofeo, una leva per farla impazzire.

C'era un problema, però. Sapevo esattamente cosa stavo per fare, e sapevo anche che era la stessa identica mossa che avevo già visto fare — da entrambe le parti. Anni prima, era stata Asia a presentarsi così, all'improvviso, decisa. E io ci avevo creduto. E tre anni fa, ero stato io a farlo a lei — solo che la mia versione di quella scena era finita in un modo decisamente peggiore.

Mandare quel messaggio significava aprire di nuovo lo stesso copione. La domanda era: chi avrebbe recitato quale parte, stavolta.

Presi il telefono dal comodino. Le dieci e un quarto.

Aprii la chat. Fissai la sua foto profilo, quel riflesso sfuggente nello specchio.

«Non voglio che passi un altro giorno. Voglio vederti. Dimmi dove sei. Vengo io.»

Inviai prima di poterci ripensare.

Il doppio segno di spunta divenne blu quasi subito. Stava fissando lo schermo.

Passarono due minuti. Tre. Il mio stomaco fece una contrazione dolorosa. Poi, comparve la scritta Sta scrivendo...

«Via Monte Zebio. Citofono 8.» Una pausa, poi un secondo messaggio. «Ma se è un altro dei tuoi giochi giuro che non la passerai liscia, Michael.»

Sorrisi al telefono come un idiota. Non era un sì pulito. Era un sì con l'avvocato difensore già pronto. Ma era un sì.

L'appartamento era al terzo piano di un palazzo umbertino nel cuore di Prati. Quando la porta scattò dopo aver suonato, salii le scale appoggiando pesantemente il peso sulla gamba sana, la coscia che tirava come una corda di violino pronta a spezzarsi.

Mi aspettava sulla soglia.

Indossava un paio di leggings neri e un maglione di cashmere panna, di due taglie più grande, che le scivolava su una spalla. Era scalza. Niente trucco, i capelli raccolti in una pinza con qualche ciocca ribelle che le ricadeva sul collo. Era la cosa più bella che avessi visto da anni.

Non sorrise. Fece solo un mezzo passo indietro per farmi entrare, chiudendosi la porta alle spalle con un clic metallico che rimbombò nel silenzio.

L'ingresso si apriva su un open space che mi lasciò spiazzato. Sapevo che era la vecchia casa di sua nonna, mi aspettavo mobili pesanti di ciliegio, centrini e odore di polvere. Invece era tutto moderno, essenziale, quasi nordico. Il pavimento era un parquet di rovere chiaro, le pareti di un grigio polvere elegantissimo. C'era una grande isola in resina scura in cucina e, oltre, un salotto dominato da un divano angolare di velluto blu notte. C'erano dei tocchi antichi — uno specchio con la cornice dorata scrostata appoggiato a terra, una vecchia poltrona di velluto restaurata — ma il resto era fottutamente lei. Era lo specchio di una donna che aveva smantellato il vecchio per ricostruirsi da zero. Da sola.

«L'hai fatta tu?» chiesi, restando fermo all'ingresso.

«Ho buttato giù quasi tutti i muri.» Si appoggiò allo stipite della cucina, le braccia incrociate. «Ho tenuto solo le cose che valeva la pena salvare. Il resto, macerie.»

«È bellissima.»

«Non girarci attorno...»

«a cosa?»

«Stai facendo finta di essere interessato alla mia casa, invece di dirmi il motivo per il quale sei qui.» Si staccò dallo stipite, ma non si avvicinò. Tenne la distanza, come uno schermo invisibile tracciato sul parquet. «Quindi guardami. Dimmi perché sei qui.»

Sostenni il suo sguardo. «Sono qui perché ieri notte mi hai detto di non farmi illusioni. E ho passato la notte a pensare che è una frase strana, detta da te a me.»

Qualcosa le si irrigidì nelle spalle. «Cosa vorrebbe dire?»

«Vuol dire che conosco questa scena, Asia. L'ho già vista. Solo che la prima volta i ruoli erano scambiati — io ero quello che ci credeva, e tu quella che diceva le cose giuste. E tre anni fa—» mi fermai. Non era una cosa che avevo il diritto di dire io. Non così.

«Dilla,» disse lei, piano. La voce non tremava, ma qualcosa nel suo viso si era spostato. «Tre anni fa, ero io quella che ci credeva. E tu quello che diceva le cose giuste.» concluse lei.

Il silenzio che seguì pesava come l'aria umida fuori dalle finestre.

«Sì,» dissi.

«Quindi cosa vorresti? Ricominciare?— giocare a chi crede e chi recita.» Le sue braccia si stretterono di un grado attorno al petto. «No perché io sono fottutamente stanca di giocare»

Feci un passo verso di lei. Mi fermai a un metro. «Non sono venuto per recitare niente, Asia.»

«Lo dicono tutti quelli che recitano.»

«Lo so.» Non aggiunsi altro per un momento. «Non posso dimostrartelo con le parole. Le parole, tra noi, sono sempre state l'arma più affilata che avevamo. Forse è per questo che ogni volta hanno fatto più male delle bugie vere e proprie.»

Lei mi guardò, e per un istante la sua espressione si incrinò — non rabbia, qualcosa più sottile. Sorpresa, forse, di sentirmi dire una cosa vera senza nemmeno provare a renderla bella.

«Allora cosa hai, se non le parole?» chiese, la voce più bassa.

«Niente. Solo il fatto che sono qui, e che mi farà malissimo la gamba se resto in piedi ancora per molto.»

Per un secondo, pensai di aver rovinato tutto con una battuta fuori luogo. Poi vidi l'angolo della sua bocca tremare — non un sorriso, ma il tentativo soffocato di uno.

«Sei un coglione,» disse.

«Lo so.»

«Vieni. Siediti..»

Mi lasciai cadere sui cuscini del divano blu, allungando la gamba tesa davanti a me con un sospiro pesante. Mi sfilai il giaccone.

«Ti fa ancora così male?»

«Abbastanza.»

Scosse la testa, ma negli occhi le balenò qualcosa — non più solo distanza. Andò verso la cucina aperta. Sentii il rumore del freezer, poi lei che armeggiava con qualcosa avvolto in un asciugamano.

Tornò e si sedette accanto a me. Non di fronte. Accanto. A meno di un palmo.

«Dove?»

Le indicai il punto sulla coscia. Le sue mani esitarono un decimo di secondo — esitazione che notai, perché la conoscevo a memoria — poi abbassò l'impacco sulla mia gamba. Il freddo penetrò attraverso il tessuto, ma l'unica cosa che sentivo davvero era il calore delle sue dita a pochi centimetri dalla mia pelle.

Rimanemmo in silenzio. Il ronzio del frigorifero in sottofondo. La tensione nell'aria era così densa che sembrava di poterla toccare — non più la tensione distruttiva dei vecchi tempi, ma qualcosa di nuovo: due persone che riconoscevano il loro incastro perfetto e stavano cercando, goffamente, di non chiamarlo per nome troppo in fretta.

Sentii la sua mano che reggeva l'impacco irrigidirsi.

«Smettila di guardarmi così,» disse, gli occhi fissi sul mio ginocchio.

«Come ti sto guardando?»

«Lo sai, Michael. Lo sai benissimo come.»

«Sto solo calcoquanti minuti di ghiaccio mancano prima che tu debba toglierlo,» risposi. Poi, più piano: «E comunque, per pa cronaca. Si vorrei anche toglierti i vestiti di dosso e portarti a letto, ma non lo farò. Se lo facessi saremmo sempre allo stesso punto di tre anni fa. Anche se mi costerà una fatica immensa..»

Asia alzò lo sguardo. La luce fredda dal finestrone le illuminò gli occhi — quell'azzurro chiarissimo, quasi di ghiaccio, che mi aveva fottuto fin dal primo giorno.

«Mi hai sempre guardata così,» disse, la voce sottile. «Proprio prima di portarla da un'altra parte. Quindi non so se dovrei sentirmi sollevata o ancora più nervosa.»

Il colpo arrivò dritto. Meritato, ma dritto.

«Entrambe le cose,» dissi. «Probabilmente è la risposta giusta per un bel po', con me.»

Lei non rise, ma qualcosa nelle sue spalle si abbassò di qualche millimetro.

«Posso dirti una cosa vera?» chiesi.

«Hai già esaurito la quota di cose vere per oggi.»

«Una in più, allora.» Feci un respiro. «Quello che mi è mancato di più, in tre anni con Chloe, non era il sesso, Asia. Era questo. Essere seduto da qualche parte con te e sentirmi... in pace. Anche quando ero una merda — e lo ero, lo sono stato, probabilmente lo sono ancora. Con Clhoe non sono mai stato io, sono stato una copia abbastanza buona di me stesso da convincere quasi tutti. Quasi.»

Il silenzio che seguì non era più teso. Era pieno.

Lentamente, sollevai la mano. Non mi fermò.

Portai le dita al suo viso. Con il pollice, sfiorai la linea della sua mascella, salendo piano verso lo zigomo. Sentii il suo respiro spezzarsi. Le palpebre di Asia sfarfallarono, socchiudendosi per una frazione di secondo di pura resa, prima di riaprirsi.

La sua mano che teneva il ghiaccio abbandonò la presa, scivolando inerte sul tessuto del divano.

«Non farlo... non di nuovo....» Era un avvertimento fragile.

«Lo so,» dissi. «Lo so cosa stiamo rischiando. Lo sappiamo entrambi. Possiamo fermarci qui, se vuoi. Davvero.»

Lei non rispose con le parole. Chiuse la distanza lei stessa — un movimento piccolo, quasi impercettibile, ma fu suo, non mio.

Poggiai le labbra sulle sue con una lentezza esasperante. Un contatto morbido, esitante. La sentii irrigidirsi per un secondo — combattuta — poi, con un piccolo sospiro che le morì in gola, si lasciò andare.

Non usai la lingua. Non cercai di approfondire. Volevo solo assaggiarla, sentire la pressione della sua bocca. Le baciai l'angolo delle labbra, poi il labbro inferiore, trattenendolo delicatamente.

La mano di Asia si alzò e si aggrappò alla manica del mio maglione.

Il mio corpo chiedeva di proseguire, urlando. Ma mi staccai. Due centimetri. Le nostre fronti si toccarono.

«Perché ti sei fermato?» Voce rotta, sussurrata.

«Perché se andiamo avanti adesso, finiamo a letto. E tu domani penserai che sono venuto solo per questo. Che è di nuovo come tre anni fa — prendo quello che voglio e poi—»

«E non è così?» Lo disse senza accusa. Era una domanda vera, e fece più male di qualsiasi accusa.

«No.» Le feci scivolare la mano dai capelli al collo. «Stavolta non bruciamo tutto in un giorno. Anche se ci costa.»

Lei guardò la mia bocca, poi i miei occhi. La presa sulla manica si allentò — non si ritrasse, semplicemente smise di trattenermi. Chinò la testa, appoggiando la fronte contro il mio petto, sopra il cuore che mi batteva a mille.

Qualche ora dopo uscii per una mia visita di controllo e poi tornai da Asia.

Il ritorno dalla clinica fu una doccia fredda. Il medico era stato chiaro: lesione di secondo grado, sì, ma i tessuti erano più infiammati del previsto. Niente corsa, niente sforzi, cautela estrema. Altre due settimane di stop, almeno.

Per un atleta, sentire la parola stop due volte nella stessa settimana è come sentirsi togliere l'ossigeno due volte. Ma mentre tornavo verso l'appartamento di Asia, zoppicando, mi accorsi di una cosa assurda: la prima cosa che pensai non fu la Bundesliga. Fu che avrei avuto due settimane in più a Roma. Due settimane in più qui.

Mi vergognai un po', di quel pensiero. Ma non lo cancellai.

Quando arrivai, Asia mi aprì senza dire una parola, ma nel suo sguardo c'era una traccia di preoccupazione che non le era riuscito di nascondere completamente.

«Più serio del previsto?»

«Altre due settimane di riposo forzato. Sarò un peso morto per un bel po'.»

«Ti servirà a imparare a stare fermo.» Si voltò verso la cucina. «Ho ordinato sushi. Spero ti piaccia ancora, o hai cambiato anche i gusti, insieme al resto?»

C'era un piccolo aculeo in quella frase — insieme al resto — ma scelsi di non raccoglierlo. Non subito.

«Mi piace ancora.» Mi sedetti sullo sgabello dell'isola. «Anche se la mia nutrizionista in Germania mi farebbe il processo se sapesse che sto per mangiare uramaki con tempura.»

«La nutrizionista in Germania.» Aprì un contenitore senza guardarmi. «E Chloe lo sa che sei a Roma a mangiare sushi con la tua ex, o quella è un'altra cosa che non sa?»

Posai le bacchette che avevo appena preso.
«Tu non sei proprio la mia "Ex"»

«Chloe sa che sono a Roma per curarmi.»

«Vorresti negare quello che abbiamo passato tre anni fa? Non saremmo stati insieme ufficialmente, ma i sentimenti c'erano... e ci sono ancora. Se lo neghi sei il solito pezzo di merda» rispose, alzando leggermente il tono.

«Quando farai l'uomo e le dirai il resto?»

«Il resto—» Mi fermai. «Il resto non lo so ancora come dirglielo. Non perché voglia nasconderlo. Perché non so nemmeno io cosa sia, ancora, per poterlo dire a parole.»

Asia smise di armeggiare con il contenitore. Rimase un momento, di spalle, le mani ferme sul marmo.

«Non sono la tua amante segreta, Michael,» disse, senza voltarsi. La voce era piatta, controllata — troppo controllata. «Non un'altra volta. Se questa storia esiste, esiste alla luce. Oppure non esiste.»

«Lo so.»

«No, non lo sai invece.»

Mi alzai dallo sgabello — con cautela, la gamba che protestava — e mi misi dietro di lei, senza toccarla. «Lo so davvero, Asia. E fa più paura di qualsiasi altra cosa di questa storia. Perché la luce significa che dovrò guardare in faccia un sacco di gente e dire la verità su quello che ho fatto. A Chloe. Ai suoi genitori, che mi hanno trattato come un figlio. A me stesso, probabilmente, che è la parte peggiore.» Feci una pausa. «Ma sì. Alla luce. Lo prometto—» mi fermai di nuovo, sentendo il peso della parola.

Lei si voltò, finalmente. «Non usare quella parola con me.»

«Quale parola?»

«Prometto. C'é mai stata una volta che hai mantenuto la parola? No. Allora non usarla.»

Quasi risi — non per la battuta, ma per il sollievo improvviso di sentire che, nonostante tutto, riusciva ancora a essere lei stessa anche nel mezzo di una cosa pesante.

«Okay,» dissi. «Niente promesse.»

Annuì, lentamente. La tensione nelle sue spalle non sparì del tutto, ma si spostò — da difesa a qualcosa più simile ad attesa.

Cenammo lì, all'isola della cucina, e per un po' la conversazione si fece più leggera. Non perché avessimo risolto qualcosa, ma perché entrambi sapevamo che non potevamo restare sul filo del rasoio per ore. Parlammo di Roma, di come era cambiata, di un suo vecchio professore di liceo che ora gestiva un bar a Trastevere. Ridemmo, una volta — una risata vera, sfrontata, che le fece piegare la testa all'indietro e che mi sorprese per quanto mi fece bene ai polmoni.

Poi, il ronzio.

Il mio telefono, appoggiato sul marmo lucido, iniziò a vibrare. Una vibrazione lunga, insistente, che fece tremare le bacchette di plastica sul tavolo. Lo schermo si illuminò a giorno: Chloe.

Vidi la mano di Asia fermarsi a mezz'aria. Il sorriso le morì sulle labbra, inghiottito da un'ombra nerissima. I suoi occhi caddero sullo schermo, fissando quel nome.
Allungai la mano, l'istinto pronto a premere il tasto laterale per zittire la suoneria, ma lei interpretò il gesto a modo suo.
«Ma certo... rispondi,» sibilò, con una voce così carica di veleno che mi bloccai.

«Asia, stavo solo zittendo—»

«Sei sempre uguale... tranquillo, fai pure, rispondi!» Sbatté le bacchette sul marmo con una violenza che mi fece sussultare. Si lasciò scivolare giù dallo sgabello, allontanandosi dal bancone come se il mio telefono fosse radioattivo.
«Fai come l'ultima volta. Avanti. L'ultima volta che l'ho visto fare eravamo a Villa Borghese, ricordi? Eravamo seduti su quella panchina, mi stavi accarezzando il collo, è comparso il suo nome e tu hai risposto. E mi hai fatto segno con la mano di stare zitta per non farti scoprire.»

«Non stavo pee rispondere, lo capisci?...»

«Non è cambiato un cazzo, Michael!» urlò, e la rabbia le esplose negli occhi azzurri, una rabbia tossica, viscerale, accumulata sotto la pelle per mille giorni e mille notti. «Sono sempre la ruota di scorta! Quella che deve stare zitta e nascosta mentre tu gestisci la tua vera vita! Non azzardarti a zittirlo per farmi il favore. Io non sono la tua cazzo di amante.»

Il telefono smise di squillare, lasciando una notifica di chiamata persa. Il silenzio nella stanza divenne opprimente.
La guardai. Era il ritratto del risentimento. Sapevo che non ce l'aveva solo con me, ce l'aveva con se stessa per avermi fatto entrare in casa sua e aver permesso a quella dinamica malata di riprendere il controllo.
Afferrai il telefono. Lo sbloccai. Sotto il suo sguardo furioso, aprii la chat di Chloe e digitai rapidamente:
Ora non posso parlare, ti richiamo io appena posso. Ah, l'infortunio è un più serio del previsto, il medico ha aggiunto altre 2 settimane.

Premetti invio. Poi posai il telefono sul marmo, a faccia in su.

«Ecco,» dissi, cercando di mantenere la calma. «Fatto. Le ho scritto.»

Asia fece due passi verso l'isola, gli occhi incollati allo schermo. Lesse il messaggio. E invece di calmarsi, la sua espressione si contrasse in una smorfia di puro disgusto.
«Ora non puoi parlare... Il medico ha aggiunto due settimane,» lesse ad alta voce, scandendo le parole come se stesse sputando acido. «Perfetto. Pulito. Clinico. Nessuna menzione di dove sei. Nessuna menzione di noi. Hai lasciato la fottuta porta aperta per tornare in Germania a fare il ragazzo devoto appena ti sarai stufato di giocare qui a Roma!»

«È la mia ragazza, Asia! Cosa pretendi, che le scriva che sto mangiando sushi a casa tua senza prima aver capito che cazzo stiamo facendo io e te?»

«Pretendo che tu non mi tratti come uno sfogo!» urlò lei. La sua voce si spezzò. «Vuoi fare la cosa giusta? Torna in Germania!. Ma io non faccio la ruota di scorta, Michael! Mi fai schifo. E faccio schifo io che ci casco sempre.»

Si voltò di scatto e si incamminò a grandi passi verso il corridoio buio, verso la camera da letto.

«Asia, dove cazzo vai?»

«Vaffanculo!»

Scesi dallo sgabello dimenticandomi di calcolare l'appoggio. Appena il piede infortunato toccò il parquet, il bicipite femorale mi lanciò una stilettata di dolore così acuta che mi piegai in due. Vidi le stelle, ma non mi fermai.
Zoppicai, trascinandomi lungo il corridoio. Non presi neanche la stampella. La porta finestra che dava sul terrazzino era spalancata. L'aria fredda della sera mi schiaffeggiò il viso.
Asia era fuori, appoggiata alla ringhiera con le spalle scosse dal respiro affannoso. Stava per accendersi una sigaretta, le mani le tremavano per il nervoso.
Varcai la soglia, appoggiandomi allo stipite per non crollare.

«Asia, rientra. Fa freddo.»

«Vattene,» sibilò senza voltarsi. Accese la sigaretta e sputò fuori una nuvola di fumo. «Prendi la tua roba e torna a casa tua. Subito.»

«Non vado da nessuna parte.»

Feci due passi sul pavimento di cotto del terrazzo. Mi fermai a un palmo dalla sua schiena. Potevo vedere i brividi che le percorrevano la pelle, la tensione rigida del collo. Allungai una mano per toccarle la spalla.

«Non mi toccare!»

Si voltò di scatto, furiosa. E mi spinse.
Non fu una spinta leggera. Fu uno spintone carico di tutta l'esasperazione e la rabbia repressa. Le sue mani piantarono i palmi dritti sul mio petto con una forza che non mi aspettavo.
Se fossi stato bene, avrei assorbito il colpo spostandomi leggermente all'indietro. Ma con la gamba fuori uso, il mio baricentro era inesistente. Il dolore esplose dietro la coscia quando cercai di piantare il piede per non cadere. Il muscolo cedette completamente.
Persi l'equilibrio. Inciampai all'indietro, sbracciando nel vuoto, e sbattei pesantemente con la schiena e la spalla contro il muro di mattoni del balcone. L'impatto mi tolse il fiato per un secondo. Scivolai verso il basso, finendo per atterrare malamente sul pavimento del terrazzo con un gemito strozzato, tenendomi la gamba infiammata con entrambe le mani.
Il silenzio piombò sul balcone, rotto solo dal mio respiro spezzato.
La rabbia di Asia svanì nell'istante in cui mi vide cadere. La sigaretta le scivolò dalle dita, finendo a terra.

«Oddio... Scusa...» La sua voce era un sussurro terrorizzato. Si buttò in ginocchio sul pavimento freddo, accanto a me, le mani che fluttuavano sopra il mio petto senza sapere dove toccare. «Cazzo, scusa... scusa, non volevo... io non...»
«Sto bene,» rantolai a denti stretti, chiudendo gli occhi finché la fitta lancinante non cominciò ad attenuarsi.
«Non stai bene un cazzo, ti ho fatto male, sono una stupida...» Aveva il respiro corto, il panico negli occhi. Fece per passarmi un braccio dietro la schiena per aiutarmi ad alzarmi, le dita che tremavano contro la mia maglietta.
A quel tocco, aprii gli occhi. L'adrenalina della caduta si mescolò a qualcosa di molto più scuro. Con una mossa fulminea, nonostante il dolore alla gamba, le afferrai entrambi i polsi.
Asia sussultò, bloccandosi. Eravamo a terra, sul balcone freddo di casa sua, io con le spalle al muro e lei piegata sopra di me. I nostri visi a pochi centimetri di distanza.

«Lasciami,» sussurrò, ma non provò nemmeno a liberarsi dalla mia presa.

«Perché ti incazzi così tanto per una chiamata, Asia?» le chiesi, la voce bassa, ruvida, ridotta a un graffio. «Perché mi hai spinto? Stavi bene da tre anni, no?»

«Perché mi hai rovinato la vita un'altra volta!» mi urlò lei, la voce disperata, le lacrime di frustrazione che le riempivano gli occhi senza cadere. Sbatté i pugni — tenuti fermi dalle mie mani — contro il mio petto. «Perché ti voglio! Certo che ti voglio, brutto stronzo! Ti voglio e non me ne sono mai fatta una fottuta ragione! Ma non mi basta avere le briciole in segreto!»

Lasciai i suoi polsi, spostando rapidamente le mani per afferrarle il viso. Affondai le dita nei suoi capelli e la tirai giù verso di me.
Asia non oppose resistenza. Si scontrò contro il mio petto con un singhiozzo spezzato, e io la baciai.
Un bacio che sapeva di lacrime. Uno scontro di denti e lingue, senza grazia, senza cautela, pieno di tutta la rabbia e la tossicità che ci univa come una colla malata. Le sue braccia mi scivolarono attorno al collo, aggrappandosi a me come se volesse stritolarmi, mentre io la stringevo forte contro di me, sul pavimento gelido, desiderando che quel disastro non finisse mai più.

───

Dopo cena, la stanchezza accumulata iniziò a pesare. Ci spostammo sul divano blu. Asia prese una coperta di pile grigia da una cesta nell'angolo e ci avvolse entrambi.

Eravamo stesi, le gambe intrecciate. La mia gamba infortunata era allungata; lei si era sistemata accanto a me, la testa appoggiata al mio petto.

«Mi dispiace,» sussurrai, accarezzandole i capelli. «Per il casino che ho portato qui. Per tutto quello che è successo prima.»

Asia non rispose subito. Sentivo il suo respiro farsi più lento.

«Sai qual è la parte più strana?» disse alla fine, la voce impastata di sonno. «Che in fondo ci vogliamo entrambi. Stiamo bene quando siamo vicini, parliamo. Siamo stati sempre bravi in questo.» Fece una pausa. «Ed è proprio questo che mi fa più paura di qualsiasi litigio. Perché l'ultima volta che siamo stati apparentemente bene, è finita con una doccia, una panchina e tre anni di silenzio. Per entrambi, in direzioni diverse.»

Non risposi subito. Aveva ragione, e lo sapevo.

«Forse,» dissi piano, «la differenza stavolta è che lo stiamo dicendo. Prima ce lo facevamo, e basta. Stavolta stiamo guardando in faccia la realtà dei fatti.»

Lei alzò la testa quel tanto che bastava per guardarmi. «Pensi che basti? Guardare la realtà dei fatti?»

«Non lo so,» dissi onestamente. «Ma è più di quello che abbiamo fatto tutte le altre volte.»

Restò un momento a fissarmi, poi riappoggiò la testa sul mio petto, proprio dove il battito doveva sembrarle un tamburo.

Asia si addormentò prima di me. Il suo corpo si abbandonò, perdendo la rigidità che aveva mantenuto per tutta la sera. Scivolò un po' più giù, e il peso si spostò esattamente sul punto della lesione.

Un'ondata di dolore acuta mi risalì lungo la gamba fino all'anca. Trattenni il fiato, serrando la mascella. Le stelle mi danzarono davanti agli occhi. Non mi mossi.

Guardai il suo viso nel crepuscolo della stanza. Le ciglia lunghe, scure, le ombre morbide della luna che filtrava dalla finestra.

Continuai ad accarezzarle la nuca, mentre il dolore pulsava sotto di lei.

Ti voglio anch'io, pensai. Ti voglio anche se finiamo sempre per farci male, anche se finiamo per urlarci tutto addosso e due minuti dopo siamo su un letto a fare l'amore.

Sapevo che non sarebbe stato semplice. Sapevo che il copione che ci eravamo scritti a vicenda — lei prima, io dopo, in una staffetta di illusioni che ci eravamo passati come un testimone avvelenato — non si sarebbe disintegrato in una notte, né in una settimana. Sarebbe tornato. Più di una volta, probabilmente.

La luce del mattino entrava dritta dalle grandi finestre di via Monte Zebio, tagliando il salotto con una lama fredda e biancastra. Aprii gli occhi a fatica, la mente confusa dal sonno pesante di chi ha passato le ultime settimane a rincorrere i propri fantasmi. Il plaid di pile grigio ci stringeva ancora entrambi, ma la prima cosa che registrai fu un calore sordo e pulsante che mi saliva dalla coscia destra fino all'anca.
Asia si mosse. Sentii il suo peso spostarsi, e la fitta che seguì mi strappò un respiro spezzato tra i denti. Il bicipite femorale era un blocco di marmo infiammato.
Lei sbatté le palpebre, i capelli scuri arruffati sul mio petto e gli occhi azzurri ancora velati dal sonno. Ci mise tre secondi a capire dove si trovava. Poi si accorse della mia smorfia, guardò in basso e vide che le sue gambe erano ancora incastrate sopra la mia coscia fasciata.
Si tirò su di scatto, liberandomi, e il pile scivolò a terra.

«Ma sei scemo?» mi sputò addosso, la voce impastata e ruvida del mattino. Era incazzata nera, la respirazione già accelerata. «Sei proprio un idiota, Michael. Da quanto tempo stavo messa così? Perché cazzo non mi hai svegliata?»
«Da tutta la notte» risposi, la voce roca. Provai a mettermi seduto, stringendo i denti mentre il muscolo si tendeva. «Sembravi tranquilla. Non volevo romperti le palle.»

«Non volevi romperti le palle?» Si alzò in piedi sul parquet, passandosi le mani tra i capelli per liberarsi la faccia. «Ti sei fatto un danno di secondo grado e mi lasci dormire sopra la tua gamba per fare il martire? Mi potevi dare una spinta, mi potevi chiamare! Sei rimasto il solito egocentrico che deve soffrire in silenzio per far sentire in colpa gli altri.»

«Asia, rilassati,» dissi, accennando un sorriso stanco mentre mi massaggiavo il bordo della fasciatura. «Non ti sto dando nessuna colpa. Sto bene.»

«Non stai bene proprio per niente, cammini come un vecchio di ottant'anni.» Mi lanciò un'occhiata furiosa, ma c'era una punta di frustrazione pura nei suoi occhi, il segno che vederemi soffrire le dava fastidio davvero. Si girò e andò verso il bagno senza aggiungere altro.
Rimasi solo sul divano per qualche minuto, aspettando che il sangue ricominciasse a circolare nella gamba. Poi mi alzai, appoggiandomi allo schienale. Mi trascinai lungo il corridoio, il pavimento di rovere freddo sotto i piedi nudi. Avevo addosso solo la maglietta a maniche corte e i pantaloni della tuta del giorno prima.
Entrai in bagno. Era una stanza enorme, rivestita di grandi lastre di gres scuro, opaco, con un enorme specchio retroilluminato a led e un lavandino doppio incassato in un mobile sospeso di legno massiccio. Un ambiente pulito, minimale, fottutamente moderno.
Asia era davanti allo specchio, si stava sciacquando il viso con l'acqua fredda. Io mi appoggiai allo stipite della porta, guardando la mia faccia riflessa. Avevo le occhiaie e una barba di tre quattro giorni che mi rendeva l'aria ancora più trasandata e dura.

«Hai una lametta da barba?» chiesi. «O qualcosa per darmi una sistemata? Sembro un latitante.»

Lei si asciugò il viso con un asciugamano bianco, guardandomi attraverso il riflesso.

«Nel secondo cassetto a destra. C'è un rasoio usa e getta e una schiuma. Fai piano, non vorrei dover raccoglierti di nuovo»

Aprii il cassetto, presi l'occorrente e mi avvicinai al lavandino. Aprii l'acqua calda. Il vapore iniziò a salire lentamente, appannando i bordi dello specchio. Provai a fare perno sulla gamba sana per stare dritto, ma la posizione era instabile. Appena sollevai il braccio per spruzzarmi la schiuma sulla mano, persi l'equilibrio e dovetti aggrapparmi con forza al bordo del mobile, imprecando a bassa voce.
Asia, che stava per uscire, si bloccò sulla porta. Si voltò a guardarmi, le braccia conserte, le labbra strette. Senza un filo di trucco, la pelle nuda e ancora segnata dal sonno, era di una bellezza disarmante, quasi crudele. Era vera.

«Dai qua,» disse, un sospiro spazientito che le uscì dalle labbra.

«Faccio da solo, Asia. Devo solo trovare la posizione.»

«Ho detto dai qua, muoviti.» Accorciò le distanze e mi strappò la bomboletta di schiuma dalle mani. Mi indicò con il mento il mobile sospeso del lavandino, che era largo.

«Siediti lì sopra. Almeno non oscilli e non mi sfasci il bagno.»
Non ribattei. Ero troppo stanco per fare l'orgoglioso. Mi sollevai sul bordo del mobile, lasciando la gamba destra tesa e la sinistra a penzoloni. Ero più in alto di lei.
Asia fece un passo in avanti, infilandosi esattamente nello spazio tra le mie gambe. Indossava ancora quel maglione di cashmere panna troppo grande che le lasciava scoperta la clavicola e il collo. Il suo profumo di pelle pulita si mischiò immediatamente con l'odore forte, pungente, dell'eucalipto della schiuma che stava agitando tra le mani.
Si spruzzò una noce di schiuma bianca sul palmo.

«Alza il mento,» ordinò, lo sguardo fisso sulla mia gola.
Obbedii, poggiando la nuca contro la superficie fredda dello specchio.
Asia avvicinò le mani al mio viso. Le sue dita erano calde, in contrasto netto con il freddo della schiuma che iniziò a stendere sulle mie guance, massaggiandomi la pelle ispida.

«Non dovresti stare così vicina,» sussurrai. La mia voce rimbombò nel petto, bassa, già incrinata.
Le sue mani si fermarono per una frazione di secondo. I suoi occhi azzurri si alzarono, agganciandosi ai miei.

«Sei tu che ti sei seduto qui.»

«Sai benissimo cosa succede se resti lì in mezzo.»

«Allora dimostrami che sai controllarti, Michael,» sussurrò di rimando, ma c'era una vibrazione nella sua voce che la tradiva. «Per una volta.»

Prese il rasoio, lo passò sotto l'acqua calda e lo avvicinò alla mia tempia.
Il primo tratto fu pulito. Il rumore della lama che tagliava il pelo risuonò nitido. Asia tese la pelle della mia guancia con il pollice della mano sinistra, premendo vicino al mio zigomo. Il tocco di quel pollice era una tortura dolcissima.
Eravamo così vicini che riuscivo a vedere le piccole venature dorate intorno alle sue pupille dilatate. Il suo respiro, irregolare, mi batteva dritto sul collo. Ogni volta che scendeva con il rasoio, ripuliva la lama sotto l'acqua corrente. L'aria nel bagno si stava saturando di vapore, ma il vero calore proveniva dai nostri corpi che cercavano disperatamente di non sfiorarsi.
Mentre mi radeva il collo, dovette fare un passo ancora più avanti. Il suo bacino sfiorò l'interno della mia coscia sinistra. Fu un contatto leggero, attraverso il tessuto dei suoi leggings, ma bastò a far saltare i circuiti.
Il mio cuore diede un colpo sordo. La mia mano destra scattò in avanti da sola, afferrandola per il fianco, stringendo il maglione.
Asia sussultò. La lama si bloccò a un millimetro dalla mia giugulare.

«Perché tremi?» le chiesi, il pollice che le accarezzava il fianco attraverso la lana.

«Non sto tremando,» mentì, il fiato corto, gli occhi sgranati nei miei.

«Sì invece.»
Fece scendere la lama un'ultima volta, un gesto rapido, nervoso. Poi aprì il rubinetto al massimo, buttò il rasoio nel lavandino e prese un piccolo asciugamano. Tamponò la mia pelle con forza, quasi volesse punirmi per averla smascherata, eliminando la schiuma bianca dalle guance e dal mento.
Ma quando finì, non si ritrasse. Le sue mani rimasero appoggiate sulle mie spalle. La guardai: non aveva difese. Era scompigliata, cruda, bellissima. I miei capelli ricadevano in disordine sulla fronte, la schiuma non era stata rimossa del tutto dal mio collo, ma non ce ne fregava un cazzo.

«Non guardarmi cosi... non funzionerà,» ansimò lei, la voce rotta, gli occhi inchiodati alle mie labbra.

«E ti sei appena accorta che hai mentito,» risposi.
Non ci fu un secondo di più per pensare. Al diavolo il controllo.
Le mie mani scattarono dai suoi fianchi e l'afferrarono, tirandola contro di me con una decisione brutale. Asia non oppose la minima resistenza. L'asciugamano le cadde di mano. Con un gemito strozzato, si lanciò contro di me, le braccia che mi volarono al collo, le dita che affondarono nei miei capelli spettinati.
La baciai con una fame disperata, una violenza trattenuta per mille giorni. Asia schiuse la bocca all'istante, accogliendo la mia lingua con un calore che mi mandò in cortocircuito il cervello. Sapeva di menta, di caffè appena bevuto, di disperazione pura. Le sue labbra si sporcarono dei residui della mia schiuma da barba, scivolando contro le mie in una frenesia animale.

«Ti amo...» gemette contro la mia bocca.
Quelle due parole uscirono con una voce così tremante, così sottile e spezzata, che per un istante il mondo intorno a noi si azzerò. Non era il grido di chi si lancia nel vuoto, era la resa assoluta di chi aveva provato a combattere una guerra e l’aveva persa. Mi arrivò dritto al petto come una scarica elettrica, azzannandomi lo stomaco.

« Lo so... anch'io... ti amo »
La stringevo per i fianchi, le mani che scivolarono sotto il tessuto del maglione oversize, trovando finalmente la pelle nuda della sua schiena. Era bollente, quasi febbrile. Le accarezzai la spina dorsale, premendola contro di me così forte da farle mancare il respiro. Lei si inarcò, schiacciandosi ancora di più contro il mio petto, mentre le sue unghie mi graffiavano la nuca, bagnata di sudore e vapore.
Non c'era più niente di dolce, niente di controllato. Quel «Ti amo» aveva fatto saltare l'ultimo briciolo di logica. Era un bisogno fisico, animale, di fondersi e cancellare tre anni di assenza in un solo colpo.

«Ci faremo male, Michael. Tanto male,» ansimò Asia, staccandosi di un millimetro. Il respiro affannato, il petto nudo esposto mentre le sfilavo il maglione sopra la testa, facendolo cadere chissà dove sul pavimento. Aveva i capelli completamente arruffati, gli occhi azzurri spalancati e carichi di una fame liquida.

«Allora facciamoci male, di nuovo» ringhiai.
Non la misi sul mobile. Non c’era spazio, era stretto, incastrato tra i rubinetti e lo specchio. Diedi retta all'istinto. Aggrappai le mani alle sue natiche e scivolai giù dal bordo del lavandino, piantando i piedi a terra. Il bicipite femorale mi lanciò una fitta lancinante, cieca, che mi tolse il fiato, ma la ignorai. Usai tutta la forza che avevo nella gamba buona per spingerla indietro.
I passi di Asia saltarono, i suoi piedi nudi scivolarono sul gres finché la sua schiena non sbatté contro la superficie solida e liscia della porta del bagno. Il colpo produsse un rumore sordo che tremò nelle pareti.
La fermai lì, col mio corpo contro il suo.
Asia emise un sussurro soffocato, ma un secondo dopo mi, strinse in una morsa per non scivolare. Le mie mani corsero selvagge lungo i suoi fianchi, infilandosi sotto l'elastico dei leggings per spingerli giù, impigliandosi nella stoffa con una fretta disperata. Lei mi afferrò i capelli, tirandomi la testa indietro per riportare la mia bocca sulla sua, divorandomi letteralmente il respiro.
I nostri visi erano un disastro: lei completamente struccata, con le labbra gonfie e rosse, io con i residui di schiuma da barba che ora si stavano impastando tra le nostre bocche, sul suo mento, sul mio collo. Asia mi baciò la gola, mordendomi la pelle proprio dove la lama era passata poco prima, lasciandomi un bruciore che era pura adrenalina.
Il dolore alla mia gamba era completamente scomparso, sepolto vivo sotto la furia di quel momento. C'era solo il legno freddo della porta contro le nostre pelli bollenti, il rumore dei nostri respiri spezzati, e la certezza assoluta che quel «Ti amo» ci aveva appena condannati.

Il muscolo della mia gamba cedette con un tremito involontario. Fu una frazione di secondo, un cedimento strutturale che mi fece perdere un po' di peso sulla porta. Trattenni un gemito a denti stretti, cercando di mascherarlo baciandole il collo, ma Asia se ne accorse. Il suo istinto fu più veloce della foga.
Si staccò di colpo, ansimando, con le mani piantate sul mio petto. Aveva le labbra gonfie, gli occhi lucidi e il respiro che le fischiava nei polmoni. Guardò giù, verso la mia gamba fasciata, poi rialzò lo sguardo su di me.

«Andiamo di là, prima di cadere entrambi a terra,» sussurrò, la voce roca, passandosi il dorso della mano sulla bocca per asciugare la saliva e i residui della schiuma.

«Sto bene. Non ti fermare—»

«Zitto,» mi interruppe, ma non c'era rabbia. C'era un’urgenza feroce, una determinazione che non le avevo mai visto.
«Non riesci nemmeno a stare in piedi. Se continuiamo qui, ti farai solo più male.»
Mi prese per mano. Le sue dita si intrecciarono alle mie con una forza che non ammetteva repliche e mi tirò via dalla porta del bagno, guidandomi lungo il corridoio.

Zoppicai dietro di lei, ipnotizzato dalla curva nuda della sua schiena, dai brividi che le percorrevano la spina dorsale a contatto con l'aria fredda della casa.
Non andammo in camera da letto. Il letto sapeva troppo di sonno, di routine, di cose normali. E noi non eravamo niente di tutto questo in quel momento.
Mi portò al centro del salotto, proprio davanti all'enorme vetrata che affacciava sui tetti di Roma. La luce del mattino era cruda, spietata, illuminava ogni cosa senza filtri.
Mi spinse delicatamente sul divano, ma seduto con lei che si sarebbe messa sopra non avrei resistito.

«No Asia, aspetta. Devo stare con la gamba stesa.» le dissi, Asia si bloccò per un istante.

Sul pavimento, davanti l'enorme divano angolare, c'era un tappeto berbero spesso, morbido, bianco e nero.

«Mettiti giù,» ordinò, indicando il tappeto.
«Appoggiati al divano.»
Non feci domande. Mi lasciai scivolare sul tappeto, piegando la gamba sinistra e stendendo quella destra, infortunata, dritta sul pavimento.
La schiena trovò il supporto morbido della base del divano. Ero a terra, vulnerabile, fisicamente impossibilitato a dominare la situazione. Per un atleta, per uno come me abituato a dettare i ritmi, era una sensazione strana. Ma mentre guardavo Asia in piedi sopra di me, illuminata da quella luce fredda, capii che non avrei voluto essere in nessun altro posto.
Lei si infilò i pollici sotto l'elastico dei leggings. Con un movimento lento, quasi sfrontato, li spinse giù lungo le cosce, facendoli cadere sul parquet, seguiti dall'intimo. Rimase nuda davanti a me. Perfetta, imperfetta, reale. Potevo vedere un piccolo neo sotto la clavicola, la contrazione nervosa dei muscoli del ventre.
Si inginocchiò di fronte a me. Le sue mani, calde e decise, andarono ai laccetti dei miei pantaloni della tuta. Mi aiutò a sfilarli, facendo un'attenzione maniacale a non sfiorare la fasciatura sulla coscia destra, e poi si sbarazzò dei miei boxer.
Eravamo nudi, sul pavimento del suo salotto, circondati dal silenzio della mattina.
Asia non mi diede il tempo di pensare. Si spostò in avanti, scavalcando la mia gamba buona, e si sedette a cavalcioni su di me. Il contatto della sua pelle bollente contro il mio bacino mi strappò un verso gutturale. La afferrai istintivamente per i fianchi, le mie dita che affondavano nella sua carne, mentre lei si sollevava leggermente sulle ginocchia.

«Mi sei mancata...» mormorai, la testa abbandonata all'indietro contro il divano.
Lei mi prese il viso tra le mani, costringendomi a guardarla negli occhi. Erano un mare in tempesta, scuri, dilatati.
«Guardami, Michael,» sussurrò, la voce che tremava ancora di quell'emozione cruda.
«Non te ne andare questa volta... scegli. Scegli con vji vuoi stare davvero.»
«Sono qui, no? Non basta?» risposi, il petto che si alzava e abbassava a un ritmo folle. «Per te, per te e per nessun altra»
Lentamente, tenendo lo sguardo incollato al mio, si abbassò.

Entrai n lei con un attrito umido, perfetto, che ci fece sussultare entrambi. Asia buttò la testa all'indietro, emettendo un gemito lungo, vibrante, che mi risuonò dritto nelle ossa. I suoi capelli scuri ricaddero come una cascata, sfiorandomi il petto. Il calore con cui mi avvolse era assoluto, opprimente, meraviglioso.
Non potevo spingere. La mia gamba era immobilizzata, tesa sul tappeto, un promemoria costante dei miei limiti fisici. Ero letteralmente in balia di lei. E lei lo sapeva.
Asia iniziò a muoversi. All'inizio fu un ritmo lento, esplorativo, una tortura calcolata. Sollevava il bacino e poi si lasciava ricadere su di me, dettando ogni singolo centimetro, ogni singola frizione.

«Dimmi se ti faccio male, non fare l'idiota» disse

«Vai tranquilla, continua cosi... cazzo, siii»
Le mie mani scivolarono dai suoi fianchi fino ad afferrarle le cosce morbide, cercando di darle un appoggio, di accompagnare il suo movimento, ma la verità era che stava facendo tutto da sola.

«Aaah siii... dimmi che vuoi me... siiii» ansimò lei, chinandosi in avanti, le mani piantate sulle mie spalle. Il suo seno mi sfiorava il torace a ogni discesa.

«Ti voglio, Asia... porca puttana, siii, continua... mmh,» le risposi ringjiando a denti stretti, sollevando la testa per morderle il labbro inferiore, tirandolo con i denti. Lei gemette nella mia bocca, e il ritmo cambiò.
Divenne frenetico, disperato. Asia cominciò a cavalcarmi con una forza cieca. Il suono dei nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro divenne l'unico rumore nella stanza, netto, bagnato, ritmico. Vedevo i muscoli del suo addome contrarsi a ogni spinta, i suoi occhi socchiusi persi nel piacere. Era bellissima, fiera, padrona assoluta di me e di quel momento.
Le mie mani vagavano su di lei, possessive. Le accarezzavo la schiena sudata, le stringevo i glutei per spingerla più a fondo contro di me, le tracciavo la linea della spina dorsale fino alla nuca, aggrovigliando le dita nei suoi capelli.

«Così...» gemetti, la testa contro il divano.
«Asia, cazzo, non ti fermare.»

«Non vado... da nessuna parte... mmh,» rispose lei tra un respiro spezzato e l'altro.
La sua velocità aumentò ancora. La sua pelle era coperta da un velo sottile di sudore che brillava nella luce fredda della finestra. Sentivo la gamba che iniziava a farmi male per via del ritmo frenetico, le sue mani che cercavano un appiglio su di me. La tensione nel mio bacino stava raggiungendo un punto di rottura, una pressione insostenibile.
Quel «Ti amo» sussurrato in bagno mi rimbombava nel cranio, mescolandosi al rumore del nostro sesso, al calore bruciante che ci univa.

«AAH! Ti prego, siiii, ssiii... oddioo» urlò, il suo corpo che si irrigidì all'improvviso. Si fermò al culmine della spinta, schiacciandosi contro il mio bacino, le cosce che tremavano violentemente contro i miei fianchi. La sentii stringersi intorno a me, spasmo dopo spasmo, un'onda di calore che mi investì. Asia si Chinò su di me, baciandomi e continuando a muoversi sopra di me.
L'impatto del suo orgasmo fu la spinta finale. Non riuscii più a trattenermi. Con un verso strozzato, mi inarcai per quanto me lo permettesse la posizione, premendo a fondo dentro di lei, svuotandomi completamente.
Il mio battito cardiaco era un tamburo di guerra nelle orecchie. Per diversi secondi l'aria intorno a noi sembrò svanire.
Asia crollò in avanti, esausta. Il suo petto nudo e madido di sudore si incollò al mio. Seppellì il viso nell'incavo del mio collo, il suo respiro caldo e veloce mi solleticava la pelle, proprio sopra la vena che pulsava all'impazzata. Le sue braccia rimasero debolmente allacciate alle mie spalle.
Io sollevai le braccia e la strinsi a me, avvolgendola completamente, proteggendola da quella luce fredda del mattino. Baciai i suoi capelli scompigliati. Il profumo pungente dell'eucalipto si era mescolato in modo inconfondibile all'odore acre e dolciastro del nostro sesso, al sale del sudore.
Nessuno dei due parlò. Non c'era bisogno di rovinare la perfezione di quella resa. C'era solo la certezza spaventosa che quella ragazza mi aveva appena ridotto in polvere e ricomposto, pezzo per pezzo, in meno di un'ora.

Asia era ancora schiacciata contro il mio petto, il suo bacino premuto contro il mio. Sentii il momento esatto in cui i suoi muscoli interni si contrassero, non per il piacere, ma per la consapevolezza fredda di quello che era appena successo.
Si irrigidì. Lentamente, sollevò la testa dal mio collo.
I suoi occhi azzurri si spalancarono, fissandosi nei miei. Erano lucidi, enormi, carichi di panico e fottutamente reali. Il suo respiro si bloccò in gola.

«Michael...» sussurrò. La sua voce era un filo d'aria che tremava.

«Lo so,» risposi, e la mia voce era altrettanto bassa, priva di fiato.
Restammo immobili, incastrati l'uno dentro l'altra, mentre il sudore ci si raffreddava sulla pelle. Asia mi guardava come se mi vedesse per la prima volta, o forse come se avesse appena visto un fantasma.

«Dovevi avvisarmi, mi sarei tolta,» disse. Non era una domanda. Era la constatazione di un disastro. «Mi sei venuto dentro... perché?»
La sua voce salì di un tono, incrinata da una nota di disperazione che mi graffiò lo stomaco.
«Perché cazzo non lo hai fatto, Michael? Tu pensi sempre. Tu calcoli tutto. Perché stavolta no?»

«Non lo so, Asia. Non ci ho pensato.» Le afferrai i fianchi, stringendoli per non farla muovere, per non farla scappare via da quel momento.

«Cazzo! E adesso?» Domandò.
«Dovevamo stare più attenti, perché devi rovinare tutto ogni volta... È anche colpa mia, certo, ma tu dovevi solo avvisare, cazzo.» disse, e una lacrima solitaria le scivolò lungo la guancia, trasparente nella luce cruda del mattino. «Cosa stiamo facendo?»

«Quello che dovevamo fare tre anni fa,» risposi, guardandola dritto nelle pupille dilatate.
Asia inghiottì il respiro, la bocca ancora mezza aperta. Cercò nei miei occhi una traccia di rimpianto, di paura, di scuse pronte. Ma non trovò niente di tutto questo. E fu in quel secondo esatto che la temperatura nel salotto cambiò di nuovo.
Il panico, lentamente, iniziò a mutare forma.
Vidi la sua mascella rilassarsi, i suoi occhi scattare dai miei ai dettagli del mio viso spettinato, per poi scendere verso il punto in cui eravamo uniti. La paura sul suo viso lasciò il posto a un'ombra diversa. Più scura.
Nessuno dei due ebbe il coraggio di dare un nome a quello che stavamo pensando, perché verbalizzarlo sarebbe stato troppo definitivo, un biglietto di sola andata per l'inferno. Ma l'aria si riempì di quella consapevolezza.
Ci stavamo sperando. Entrambi.

«Se succede...» sussurrò lei, quasi parlando a se stessa, le dita che tornarono ad affondare debolmente nei miei capelli.
«Se succede, succede, Asia,» la interruppi, la voce ridotta a un ringhio sordo. «Non è mica la fine del mondo, niente è certo... e comunque puoi sempre prendere la pillola se non vuoi rischiare niente. Ormai quel che è fatto, è fatto.»
Un piccolo, quasi impercettibile sorriso amaro le piegò l'angolo delle labbra, mentre gli occhi le si riempivano di nuovo di calore.

«Sei proprio uno scemo bastardo»

«Siamo due scemi.»

«Sì,» sussurrò.

E finalmente si arrese. Non corse in bagno, non cercò un asciugamano, non fece nulla di quello che una situazione del genere avrebbe richiesto per rimediare all'errore. Si limitò ad abbandonare lentamente la fronte contro la mia spalla, espirando tutto il fiato che aveva nei polmoni, come se quel peso enorme l'avesse svuotata di ogni energia.

Allungai il braccio verso il pavimento e afferrai un lembo del plaid grigio, tirandolo su per coprirle la schiena nuda e bagnata di sudore.
Restammo così, incastrati sul tappeto berbero nella luce del mattino di Roma. Il bicipite femorale continuava a pulsarmi in sottofondo, un dolore sordo e reale, ma non mi importava più. Guardavo il soffitto, ascoltando il ritmo del suo respiro che tornava piano piano regolare contro il mio collo, consapevole che da quel momento in poi niente sarebbe più potuto tornare al suo posto. E la realtà è che nessuno voleva davvero che ci tornasse.

CONTINUA... . .

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Per chi volesse scambiare due chiacchiere
scritto il
2026-06-21
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