Vacanza a Miami - Capitolo 1
di
Michael035
genere
incesti
Il ronzio dell'aria condizionata è l'unica cosa che mi ricorda che siamo a diecimila metri d'altezza. Per il resto, questa prima classe sembra il salotto di un club esclusivo più che la cabina di un aereo: poltrone a guscio in pelle chiara, divisori mobili, bicchieri di cristallo che tintinnano a ogni minima turbolenza.
I nostri genitori occupano la fila davanti alla nostra. Li vedo dallo spiraglio tra i sedili — le teste vicine, lui che le indica qualcosa sullo schermo, lei che ride piano e gli appoggia una mano sulla spalla. Quasi teneri, in tutto quell'entusiasmo. Sinceramente odio le vacanze in famiglia, ma finché pagano loro... Marika, mia sorella la pensa esattamente come me. Preferiamo decisamente vacanze con amici per divertirci a modo nostro. Hanno speso una fortuna senza pensarci due volte, convinti che bastino lusso e oceano per rendere tutto memorabile.
Sposto lo sguardo a destra. Marika è seduta a un bracciolo di distanza — il minimo indispensabile — con gli occhi incollati al catalogo dei film, come se lì dentro ci fosse la salvezza. Concentratissima a ignorarmi. Peccato che la conosca troppo bene per crederci.
Sarà anche brutto dirlo... ma mi eccita ogni volta che la guardo.
I capelli, di un rosso vero, acceso, le scendono lisci sulle spalle e vanno a morire sulla seta color panna della blusa. Non è la classica ragazza da copertina, tutta ossa e spigoli, di quelle che si incontrano all'università. Marika ha belle curve, un corpo nella media. Il tessuto morbido segue un seno non esagerato ma perfetto, rotondo, che si gonfia un po' di più ogni volta che respira a fondo — e lo fa apposta, respirare a fondo, lo so benissimo. Le labbra, piene, leggermente rifatte, si stringono in quella linea annoiata che le viene sempre così naturale, come se fosse nata già con quell'espressione lì. E poi c'è il resto. Ho ancora negli occhi l'immagine di lei che camminava lungo il corridoio durante l'imbarco, i pantaloni neri sartoriali che le disegnavano addosso la curva del suo culo. Il suo fondoschiena dovrebbe stare in un museo, con tanto di teca e cordone di sicurezza. Non ha alcun senso logico, ed è impossibile non guardarlo — io compreso, ovviamente. La parte più divertente è che lei lo sa benissimo, e se ne approfitta.
E io, seduto qui, non ho fatto altro che pensare a tutto quello che vorrei farle — e non c'è niente di fraterno in nessuno di quei pensieri. Potrei iniziare con qualcosa di innocente: un complimento buttato lì apposta per farla arrossire davanti a tutti, magari proprio adesso, con i nostri a una fila di distanza. Oppure con qualcosa di più sottile — un braccio che sfiora il suo un secondo più del necessario, uno sguardo che si sofferma proprio mentre lei finge di dover ancora scegliere un film. Continuo a fare la lista, in silenzio. Quanto ci vorrebbe a farle perdere quella faccia da "sono superiore a te" È un gioco che ho già iniziato da solo, nella mia testa, e mi sto divertendo da matti.
Nostro padre si volta di scatto, sporgendosi oltre il poggiatesta.
«Tutto bene lì dietro, ragazzi? Le poltrone sono comode?»
Sorrido, la perfetta immagine del figlio modello.
«Uno spettacolo, papà. Marika mi stava giusto dicendo quanto non veda l'ora di arrivare.»
Mio padre le rivolge un sorriso affettuoso.
«Vedrai, tesoro. L'hotel vi piacerà da impazzire. Riposatevi, ci mancano ancora un bel po' di ore.»
«Certo Pà, sicuramente» risponde lei, la voce dolce, quasi zuccherosa.
«È davvero tutto perfetto.»
Mio padre si gira di nuovo, soddisfatto, rimettendosi le cuffie.
Non appena la sua testa scompare dietro il sedile, il sorriso di Marika svanisce all'istante. Resta con gli occhi fissi sullo schermo, ma si sporge impercettibilmente verso di me.
«Smettila di parlare per me,» sibila, il tono basso, coperto dal rumore dei motori. Il viso impassibile, come se stessimo commentando il meteo.
Prendo il mio gin tonic dal bracciolo, faccio tintinnare il ghiaccio con finta noncuranza, bevo un sorso e mi inclino verso di lei.
«Stavo solo rassicurando papà. Sai com'è, ci tiene alla nostra armonia familiare.»
«Tu non sai nemmeno cosa sia, l'armonia,» ribatte lei, gli occhi incollati al monitor.
«E cerca di fissarmi di meno. Mi stai dando sui nervi da quando siamo decollati.»
Non è vero. O forse sì, ma non nel modo in cui pensa lei.
«Non ti stavo fissando,» mento, il tono calmo, divertito. «Stavo solo guardando fuori dal finestrino e tu ci sei davanti, quindi inevitabilmente guardo anche te. Rilassati, Marika. Hai ventisei anni... ti verranno le rughe prima del previsto.»
Le nocche le sbiancano leggermente sul bracciolo. Odia quando tiro in ballo l'età. Essendo più grande di me di quattro anni, si aggrappa sempre a una presunta superiorità che io mi diverto sistematicamente a smontare — è quasi un rituale, a questo punto, e non ho nessuna intenzione di smettere.
Volta il viso verso di me. Espressione neutra, ma gli occhi scuri le bruciano. È una reazione che mi manda fuori di testa: detesta il mio modo di fare sfacciato, ma non riesce a sottrarsi al gioco. È lusingata, anche se preferirebbe morire piuttosto che ammetterlo. E io lo so, e lei sa che io lo so — proprio per questo, tra noi due, l'aria si taglia con un coltello.
«Fratellino,» sussurra, accavallando le gambe in un fruscio di tessuto. Il gesto mi manda in tilt per mezzo secondo. Il profumo che usa — una fragranza elegante e matura: Rosa, Patchouli e incenso — mi arriva dritto alle narici.
«Mancano cinque ore all'atterraggio. Poi andremo in hotel. Fammi il favore di lasciarmi in pace fino ad allora. Non ho voglia di fare da babysitter a un ventiduenne con manie di protagonismo.»
Sorrido, questa volta un sorriso vero, lento. Più fa la dura, più l'idea di vederla cedere diventa interessante — ed è già molto interessante, di suo.
«Nessuno ti chiede di farmi da babysitter, Sorellona.» Mi appoggio comodo allo schienale, distendendo le gambe.
«Dico solo che siamo a Miami. Sotto lo stesso tetto per quindici giorni. Chiuderti in stanza a fare l'asociale sarebbe uno spreco enorme.»
Uno spreco di quelle curve, uno spreco di quella bocca, uno spreco di tutto quel fuoco che finge di non avere. Ma questo non glielo dico. Non ancora perlomeno.
Lei scuote leggermente la testa, con un sorriso rassegnato che per un attimo incrina la sua facciata di distacco.
Si stende anche lei, si mette il cuscino da viaggio, la benda per gli occhi e si mette a dormire. È l'unico modo per non sentire le mie cazzate.
Guardo fuori dal finestrino, le nuvole bianche che si stendono sotto di noi come un tappeto infinito.
C'è qualcosa di delizioso nel modo in cui è convinta di avere tutto sotto controllo.
Lascio scivolare il bicchiere vuoto sul tavolino. La vacanza non è nemmeno iniziata, e io sto già facendo mentalmente la lista di tutto quello che voglio provare a fare in quindici giorni. Sento già che sarà tutt'altro che noioso.
Miami ti toglie il fiato, letteralmente, appena scendi dall'aereo. Le porte scorrevoli dell'aeroporto si aprono e l'aria condizionata sparisce di colpo, sostituita da un muro di calore tropicale, denso, umido, che sa di salsedine, asfalto rovente e crema solare. È il tipo di afa che ti si appiccica addosso in meno di un secondo e ti fa sentire i vestiti come un peso insopportabile.
Nel tragitto in SUV fino a Sunny Isles Beach non parla quasi nessuno. I nostri continuano a scambiarsi sguardi complici, tipo due adolescenti alla prima cotta, mentre io e lei restiamo sintonizzati sulla solita frequenza di totale indifferenza reciproca.
Quando l'auto svolta su Collins Avenue e supera i cancelli dell'Acqualina Resort & Residences, capisco subito perché lo chiamano uno dei resort più belli degli Stati Uniti. È pensato per sembrare una villa mediterranea affacciata sull'oceano: fontane in stile barocco, archi scolpiti, un ingresso a piazzetta europea dove sfila una fila di Rolls-Royce parcheggiate come sculture. Il cruscotto segna trentasei gradi, con un'umidità che sfiora il novanta percento. Scendiamo e il sole di mezzogiorno picchia durissimo, accecante, si riflette su ogni cofano lucido nel vialetto.
Guardo Marika mentre i fattorini scaricano i bagagli. Il caldo l'ha colta di sorpresa: si è legata i capelli rossi in una coda alta, un po' disordinata, per liberarsi il collo, lasciando fuori qualche ciuffo ribelle che le incornicia il viso arrossato. La blusa di seta panna, la stessa dell'aereo, adesso le si incolla alla schiena, disegnando la vita sottile che si allarga in quel bacino che mi ha tenuto compagnia per tutto il volo. Si sventola con un dépliant del resort, spazientita, ma pure così — accaldata, spettinata, palesemente scocciata — resta una bomba di sensualità.
Nella testa, intanto, continuo ad aggiungere voci alla lista di prima: potrei offrirmi di sistemarle i capelli, tanto per toccarle il collo con una scusa plausibile. Potrei "inciampare" e ritrovarmi la mano sul suo fianco un secondo più del dovuto. Piccolezze, giochetti stupidi — ma è lì che sta il bello: nel costruire, mattone dopo mattone, la scusa perfetta per il momento giusto.
«Andiamo dentro prima di scioglierci, vi prego», sentenzia lei, e parte a passo svelto verso l'ingresso.
La hall è esattamente quello che ti aspetteresti da un posto così: pavimenti di marmo, stucco veneziano alle pareti, colonne dall'aria di marmo rosso, un soffitto altissimo da cui pendono lampadari enormi, e qui e là qualche quadro che sembra sul serio un Warhol originale — probabilmente lo è. Tutto giocato sui toni del rosso, dell'oro, del melanzana scuro. Nell'aria un profumo costoso, tè bianco e vaniglia. Mio padre si avvicina al bancone della reception — legno scuro, ottone, tutto molto "se devi chiedere il prezzo non fa per te" — sfoderando il sorriso migliore e la Amex Centurion.
Mio padre guidava un'azienda di software bancari fondata da nostro nonno. Aveva ereditato un impero già enorme e lo aveva trasformato in un punto di riferimento per gli istituti finanziari di mezzo mondo. Per lui la Centurion non era uno status symbol, ma semplicemente una carta come tutte le altre.
«Buongiorno, prenotazione a nome Roberto Caetani. Dovrebbero esserci tre camere: una matrimoniale e due singole», dice alla ragazza dietro il bancone.
Una donna Asiatica, Coreana credo, sulla trentina, divisa sartoriale perfetta, targhetta dorata — Hana, Front Desk Manager — interviene con un sorriso da pubblicità.
«Oh, il signor Caetani. Vi aspettavamo. Un attimo solo che controllo.»
Gli occhi le scorrono veloci sullo schermo. Cinque secondi. Dieci. Il sorriso da copertina inizia a incrinarsi, impercettibile. Le dita sulla tastiera si fanno più nervose.
«C'è un problema?» chiede nostra madre, spingendosi gli occhiali da sole sulla testa.
«Ecco... signor Caetani, mi sto confrontando con la direzione per capire come sia potuto accadere», dice Hana, la voce che scende di un'ottava — il classico tono da "gestiamo il disastro senza far scoppiare il caos".
«C'è stato un errore di overbooking nel sistema centrale, colpa della richiesta altissima di stagione. La vostra matrimoniale è confermata. Le due singole dei ragazzi, invece, non ci sono più.»
Marika si blocca. Smette pure di sventolarsi.
«Come sarebbe non ci sono più?» domanda con un Inglese veloce. Nella voce, zero tracce di cortesia.
«Siamo sold out per le prossime due settimane, signorina. Tutta Sunny Isles lo è, purtroppo», spiega la manager, mortificata sul serio.
«L'unica soluzione che siamo riusciti a trovare in modo rapido è una delle nostre suite vista oceano, con letto king e terrazza enorme. Ma... c'è un solo letto.»
«Un letto solo?» La voce di Marika sale di un'ottava, gli occhi scuri spalancati. Si volta di scatto verso sua madre, poi verso mio padre. «No. Assolutamente no. Fuori discussione. Trovate un'altra soluzione, chiamate un altro hotel, fate qualcosa.»
«Ragazzi, calma», interviene nostro padre, massaggiandosi le tempie. Il volo lo ha steso e l'ultima cosa che vuole è litigare per le stanze in un paese straniero.
«Mi scusi, non si può aggiungere un letto? Un divano letto?»
«Purtroppo la configurazione di quella suite non lo permette, per motivi di sicurezza. Per farci perdonare del disagio, che sappiamo è inammissibile, vi offriamo la suite allo stesso prezzo delle camere, quindi non c'è bisogno di pagare un supplemento. In più l'accesso illimitato alla Acqualina Spa e pacchetto All Inclusive per i ragazzi.»
Cioè, in pratica: avrò mia sorella in camera con me e lusso a palla, pagato dal resort. Improvvisamente ho cominciato ad amare questa vacanza.
I nostri genitori si guardano, poi noi due.
«Ma dai ragazzi, dateci un taglio. Siete adulti e vaccinati, mica avete dodici anni. È una stanza gigante, il letto è tipo le dimensioni di un transatlantico. Non vorrete mica rovinare la vacanza per una sciocchezza del genere? Vi sta offrendo la Suite, mica una topaglia»
«Ma mamma!» Marika protesta, le guance che si accendono di un rosso ben più intenso di quello lasciato dal caldo. Pura disperazione, senza filtri.
Io resto zitto, godendomi lo spettacolo.
Faccio un passo avanti, mani in tasca, sfoderando il sorriso da bravo ragazzo che risolve tutto.
«Dai, Marika, ascoltali», dico, tono calmo, quasi rassicurante.
«Hanno ragione loro. Siamo due adulti, no? Sarà come essere coinquilini all'università. Dividiamo gli spazi, ci diamo due regole base, e vedrai che sopravvivi alla mia presenza.»
Si volta verso di me. Se gli sguardi potessero uccidere, sarei già cenere su uno di quei marmi lucidi. Gli occhi scuri mi scannerizzano, cercano un segno di malizia dietro la mia faccia da finto innocente. Glielo concedo: per mezzo secondo lascio che il sorriso si faccia un filo più tagliente, solo per lei, le spalle che si stringono in un cenno di sfida. Anche le sue labbra — quelle rifatte, piene — si stringono appena, ed è un dettaglio che, lo ammetto, mi distrae più di quanto dovrebbe.
Capisce di essere con le spalle al muro: i nostri non hanno voglia di assecondare i suoi capricci, e il resort non ha altre stanze da offrire.
Hana, cogliendo il momento di resa, fa scivolare sul bancone due tessere dorate.
«La vostra suite è al quattordicesimo piano, lato oceano. I bagagli arrivano tra poco.»
Mio padre tira un sospiro di sollievo e mi dà una pacca sulla spalla.
«Bravo, sapevo di poter contare sulla tua maturità. Godetevi la suite, ci vediamo dopo per cena da Il Mulino.»
Prendo le due tessere. Ne allungo una a Marika, sfiorandole apposta le dita con le mie. Pelle calda, un brivido leggero che le attraversa il polso al contatto. Lei mi strappa la chiave dalla mano senza dire una parola, gira i tacchi e parte verso gli ascensori con il passo di chi va al patibolo. I fianchi ondeggiano decisi sotto i pantaloni scuri e io la seguo con lo sguardo, senza vergogna, già pregustando ogni singolo minuto di quella vacanza.
«Allora, coinquilina», sussurro raggiungendola davanti alle porte dell'ascensore.
«Che lato del letto prendi?»
Non mi guarda nemmeno, occhi fissi sui numeri dei piani che scorrono. Ma la voce è un sussurro tagliente come una lametta.
«Non rivolgermi la parola finché non siamo su, Michael. Questa vacanza è già un'incubo.»
Apro la porta della suite e per un secondo restiamo lì, sulla soglia, senza dire niente.
Devo ammettere che il resort si è fatto perdonare. Bianco, grigio antracite, dettagli neri lucidi, tende dorate pesanti che incorniciano una vetrata enorme con vista oceano. Ma io vedo solo una cosa, in mezzo a tutto quel lusso: il letto. Enorme, bianco, perfettamente rifatto. Un letto solo. Per due persone.
«Wow» le scappa, rompendo il silenzio. Fa un paio di passi, lascia scivolare il trolley sul pavimento.
«Già, direi che come risarcimento non è male» rispondo, chiudendo la porta alle nostre spalle. Il clic della serratura rimbomba nella stanza — e in quel momento capisco che siamo davvero soli, chiusi qui dentro, per i prossimi per il resto della vacanza.
Marika sparisce quasi subito verso il bagno. Intravedo l'arredamento: marmo venato, vasca idromassaggio incassata, un box doccia di vetro fumé che sembra più grande della mia camera a Milano.
«Vado a farmi una doccia, ne ho un bisogno disperato» dice, voltandosi un attimo. Ha ancora una linea di sudore sulla schiena, e il modo in cui quella seta le si appiccica addosso mi costringe a distogliere lo sguardo e respirare.
«Non toccare la mia roba. E deciditi da che parte dormire — io prendo la sinistra.»
«Sissignora» rispondo, mezzo sorriso, tono da sempre finto tranquillo.
Apre la valigia di scatto. Tira fuori l'abito per la cena, poi fruga ancora e prende quello che le serve per dopo la doccia — lo appoggia sul suo lato del letto con un gesto che vuole sembrare casuale e invece è una bandiera piantata sul territorio. Poi prende l'accappatoio ed entra in bagno, tirandosi dietro la porta. Un attimo dopo sento l'acqua che parte.
Resto da solo. Mi spoglio, restando solo con i box, mi siedo sul mio lato del letto e fisso il muro per un paio di secondi, prima che gli occhi mi cadano, ovviamente, sulla sua parte.
Lì, sopra il piumone, c'è l'intimo che ha scelto per stasera. Pizzo nero, ridotto all'osso. Il reggiseno ha un taglio geometrico, moderno; lo slip è poco più di un filo. Accanto, un tubino verde smeraldo leggero, di quelli che sai già, prima ancora di vederlo addosso, che le disegneranno ogni curva.
Mi copro la faccia con le mani, gomiti sulle ginocchia. «Cazzo. Cazzo cazzo cazzo.» Penso
La testa parte da sola, non ci posso fare niente. La immagino sotto il getto caldo adesso, in questo preciso momento, l'acqua che le scende lungo la schiena, i capelli rossi incollati alla pelle. La immagino uscire, ancora bagnata, e infilarsi quel pizzo nero — cucito apposta, quelle curve mi fanno impazzire. Non è solo bella. È il tipo di ragazza che si porta dietro la tensione sessuale anche solo attraversando una stanza, pure quando mi tratta come lo stronzo che, diciamocelo, un po' lo sono davvero.
Poi arriva la botta allo stomaco. Il senso di colpa, puntuale come sempre.
Guardo il soffitto. I nostri genitori sono a tre piani sotto di noi, felici come non li vedevo da anni. E io che faccio? Sono chiuso in una stanza a fissare le mutandine di mia sorella, con il sangue che mi martella nelle tempie per poi convogliare dritto li in fondo.
È sbagliato. Lo so che è sbagliato. Non c'è una assolutamente niente di logico e giusto in quello che penso, ma non posso farci niente. Se qui dentro succede qualcosa, se sbaglio un passo e lei si spaventa, o peggio, se cediamo tutti e due, rischiamo di far saltare in aria la vita dei nostri genitori. Non ce lo perdonerebbero mai. Non riuscirei nemmeno a guardarlo più in faccia.
Piantala, Michael. Rimettiti in riga. Me lo ripeto stringendo i denti, come se ripeterlo servisse davvero a qualcosa.
Poi l'acqua si ferma di colpo. Il silenzio che segue fa più rumore della doccia stessa. Sento il fruscio dell'accappatoio, i suoi passi leggeri sul marmo. Tra un attimo quella porta si aprirà e lei è sarà qui, a un metro da me, in questa bolla di lusso e aria condizionata che improvvisamente sembra piccolissima.
Mi alzo di scatto, come se il letto scottasse, e vado verso la vetrata, dando le spalle alla stanza, fissando l'oceano che inizia a colorarsi di arancione. Calmati, mi dico. Ma il profumo del bagnoschiuma che arriva da sotto la porta mi fa capire che stanotte tenere il controllo sarà la cosa più difficile.
La porta del bagno si apre e la fragranza fresca del bagnoschiuma invade la stanza con un un'odore fresco di bouquet fiorito e fruttato. Marika esce avvolta in un accappatoio bianco, i capelli raccolti in un turbante improvvisato, collo e spalle ancora lucidi. Mi passa accanto senza guardarmi, ma il suo profumo mi arriva addosso.
«Tocca a te» dice, voce un po' roca, senza incrociare il mio sguardo. Va dritta verso il suo lato del letto e comincia a prepararsi.
Entro in bagno e chiudo la porta. L'aria è ancora satura di lei — vapore, gocce sulle piastrelle, l'alone sullo specchio. Mi spoglio in fretta e mi infilo sotto il getto, lasciando che l'acqua calda mi colpisca le spalle.
Non serve a molto. La tensione di tutto il pomeriggio — la lista dei desideri che mi porto dietro da sempre, l'intimo sul letto, la sua pelle bagnata — non se ne va, anzi. Chiudo gli occhi e mi prendo qualche minuto per me stesso, da solo, perché è l'unico modo che conosco per tornare fuori da quella porta e comportarmi da persona normale invece che da un ventiduenne fuori controllo. Non è nemmeno piacere, in senso stretto. È più una valvola di sfogo.
Immaginai di averla lì, contro la parete di vetro, mentre le mie mani le accarezzavano i fianchi. – La mia mano trovò il cazzo, già duro. Iniziai a masturbarmi lentamente, i movimenti cauti all'inizio, poi più decisi–
Pensai alle sue labbra. Quelle labbra perfette, rifatte, che avrei voluto sentire su di me. Immaginai lei inginocchiata davanti a me, gli occhi nocciola che mi guardano dal basso mentre la sua bocca si apriva. Sentii il calore della sua bocca spingermi verso il limite.– La mia velocità aumentò, i colpi più secchi.– Immaginai la lingua che mi leccava la punta, le labbra che si chiudevano attorno alla mia cappella, i suoi capelli rossi tra le mie dita mentre la spingevo più a fondo.
Il mio respiro si fece affannoso. L'immagine diventò più vivida: lei che mi guarda mentre mi succhia, le sue guance cave, la saliva che cola lungo il mento. La mano si mosse più veloce, quasi disperata. Volevo sentire la sua bocca, volevo vedere quelle labbra avvolgere il mio cazzo fino alle mie palle. Volevo sentirla gemere mentre le scopavo la gola.
L'orgasmo arrivò all'improvviso, violento. Mi appoggiai alla parete della doccia, le gambe che tremavano mentre sborravo sulla mia mano e sul pavimento. Rimasi immobile per un po', l'acqua che portava via i residui del mio sperma, ma non la vergogna né il desiderio che ancora bruciava dentro di me.
È un pensiero sporco, proibito, una violazione totale del nostro precario equilibrio, ma è l'unica cosa a cui riesco a pensare. Il respiro mi si mozza in gola. Ho bisogno di liberarmi, di scaricare questo accumulo di frustrazione e desiderio che mi brucia nelle vene. Non è piacere, è una necessità fisiologica per poter stare nella stessa stanza con lei senza impazzire.
Rimango lì ancora per qualche minuto, sotto l'acqua fredda, cercando di riportare il battito cardiaco alla normalità. Mi asciugo, mi guardo allo specchio. Sono lo stesso di prima, ma dentro qualcosa si è rotto e riassemblato. Ho il controllo. Per stasera...
Mi vesto con una cura quasi ridicola. Camicia celeste stirata alla perfezione, pantaloni beige sartoriali, cintura di cuoio scuro. Mi guardo allo specchio: sembro il classico bravo ragazzo di famiglia per bene. Nessuno direbbe mai cosa ho appena fatto dentro la doccia.
Quando esco, Marika è già pronta, ed è un pugno allo stomaco. Tubino verde smeraldo che le disegna i fianchi esattamente come avevo immaginato, capelli rossi sciolti, trucco leggero. Si sta mettendo gli orecchini, mani ferme, e finalmente alza gli occhi su di me.
Per un secondo ci guardiamo nel riflesso della vetrata, oceano sullo sfondo. Tensione muta, un filo teso tra noi due. Chissà cosa nota — la mia calma sospetta, forse, o quella scarica elettrica che ancora mi scorre sotto pelle.
«Sei pronto?» chiede, tono neutro, ma con un lampo di curiosità negli occhi.
«Certo» rispondo, prendendo la tessera dal tavolino. Le offro il braccio, gesto volutamente da gentiluomo, e la cosa la spiazza per un attimo. «Andiamo a cena, sorellina? I nostri ci staranno aspettando.»
Mi guarda un secondo, poi mi prende il braccio con un sorriso tirato.
«Andiamo. Ma stasera cerca di comportarti bene, Michael. Voglio una serata tranquilla.»
«Tranquilla» ripeto, mentre usciamo e ci incamminiamo verso l'ascensore. «Sarà la serata più tranquilla di sempre.»
Il ristorante dell'Acqualina, è tutto esattamente come te lo aspetteresti: luci soffuse, candele sui tavoli all'aperto, il suono delle onde a pochi metri di distanza, camerieri che scivolano silenziosi riempiendo i calici di un Cabernet che costa probabilmente quanto un'utilitaria.
Mio padre è nel suo elemento. Con una bottiglia di vino buono davanti e un pubblico disposto ad ascoltarlo, dà il meglio di sé. Isabella, nostra madre, lo guarda con un'adorazione quasi imbarazzante, mentre lui taglia la bistecca e comincia a pontificare sul futuro.
«È un momento cruciale», dice, agitando il calice.
«L'azienda va alla grande, specialmente ora con tutte queste innovazioni dell'IA. Stiamo per fare il salto definitivo. Stiamo per chiudere un accordo di crittografia con tre tra i più grandi gruppi bancari d'Europa. Roba enorme.» Mi punta contro l'indice, bonario.
«E qui entri in gioco tu. Finisci l'università e ti voglio in consiglio d'amministrazione. È ora che inizi a prendere confidenza col tuo futuro, ragazzo.»
«Ci sto lavorando, pà», rispondo, sorriso accomodante, un sorso di vino per nascondere che del consiglio d'amministrazione, in questo momento, non me ne frega assolutamente niente.
La verità è che passo più tempo a guardare Marika che ad ascoltare mio padre, senza dare troppo nell'occhio. E scopro, con una certa soddisfazione, che stasera è più facile del previsto: da quando ci siamo seduti ride alle battute di mamma con una naturalezza che due ore fa, in camera, sembrava impensabile. Ogni tanto mi lancia una frecciata leggera, tipo una sfida buttata lì per gioco, e io gliela rimando indietro. Agli occhi dei nostri sembriamo semplicemente due che si stanno sciogliendo, complice il vino e il fuso orario. Nessuno dei due immagina cosa sia successo davvero prima di scendere a cena.
Allungo una mano verso il cestino del pane e mi accorgo che lo sguardo di Marika si è fermato un secondo di troppo sul mio braccio. Sparisce subito, tipo un riflesso su cui non ha avuto nessun controllo, ma io l'ho vista.
Poco dopo si sistema il vestito con un gesto rapido, disinvolto, tirandosi il tessuto sul petto proprio mentre finge benissimo di non guardarmi affatto — dritta davanti a me, come se non ci fossi. Potrebbe farlo con più discrezione, se davvero volesse. Non lo fa.
«Quanti esami ti mancano, tesoro?» dice a un certo punto nostra madre, con l'aria interessata che hanno solo le madri.
«Quattro e la tesi. Sono un po' comolicati quindi voglio farli con calma», rispondo, cercando di sembrare più modesto di quanto in realtà sia.
«Sei sempre stato uno dei migliori, vedrai che andranno bene.» aggiunge nostro padre.
Marika sbuffa e alza gli occhi al cielo — sbuffo perfetto, se non fosse che arriva un secondo dopo avermi guardato e aver ascoltato papà. L'ho vista anche stavolta.
«Com'è la suite? Scommetto che Marika ha già invaso qualsiasi spazio nell'armadio con i suoi duecento vestiti che non le basteranno per due settimane», ride mio padre, versandosi un altro dito di vino.
«Scherzo, tesoro. Non prendertela» Continua.
«Per simpatia Michael ha preso sicuramente da te, pà. Siete orribili entrambi.» risponde Marika in modo ironico.
«Comunque sì, la suite è veramente bella e confortevole. È un risarcimento accettabile, anche se è inammissibile che una struttura del genere faccia questi errori» Conclude Marika.
Prende il bicchiere d'acqua, beve un sorso lento, e per la prima volta da quando ci siamo seduti non distoglie lo sguardo per prima. Non è ostilità, quella che le leggo in faccia. È qualcos'altro, e nessuno dei due ha ancora deciso come chiamarlo ad alta voce.
«Se non vi dispiace», dice poi, rivolta ai nostri, «appena finito il dolce salirei in camera. Il viaggio mi ha steso.»
«Certo, tesoro, andate pure», risponde subito mamma. «Siete stati anche troppo bravi ad assecondare due vecchi stasera.»
Più tardi, quando le porte dell'ascensore ci riportano al quattordicesimo piano, il silenzio tra noi è diverso da quello con cui eravamo scesi. Meno teso, ma carico lo stesso — come se avessimo giocato tutta la cena a un gioco silenzioso di cui nessuno dei due vuole essere il primo a dire le regole ad alta voce.
Entriamo nella suite e l'aria condizionata ci colpisce come uno schiaffo. La stanza è immersa in una penombra lussuosa, s'illumina all'istanta appena inserita la tessera.
Marika non perde tempo. Prende il beauty-case e sparisce in bagno per struccarsi.
Io mi tolgo la camicia, la sistemo con cura nell'armadio, stando attento a non creare delle pieghe, e mi metto dei pantaloncini di cotone leggero. Mi butto sul lato destro del materasso, prendo il telefono e apro Instagram. Scrollo il feed in modo meccanico, metto un paio di like strategici a delle foto in bikini di due ragazze del mio corso, schermo bene in vista. Voglio proiettare indifferenza totale.
La porta del bagno si apre. Il pollice mi si blocca sullo schermo.
Marika esce, e ogni mio buon proposito va a farsi benedire all'istante.
Ha scelto quello che nella sua testa doveva essere un outfit "casto" per la notte, ma il risultato è un disastro per la mia sanità mentale. Canottiera bianca, cotone sottile, aderente. Niente reggiseno sotto. L'aria fredda della stanza ha fatto il suo lavoro, e i capezzoli le spingono contro il tessuto chiaro in modo inequivocabile. Sotto, pantaloncini grigi così corti da sembrare quasi un'opinione più che un capo d'abbigliamento, che lasciano scoperte due fette di chiappa che la rendono ancora più provocante.
Cerca di tirarsi giù l'orlo mentre cammina verso il letto, visibilmente a disagio. C'è poco da tirare.
Torno a fissare il telefono, fingendo di essere rapito dall'ennesima foto da spiaggia di una diciannovenne a caso, ma con la coda dell'occhio seguo ogni suo movimento.
Il materasso sprofonda dolcemente alla mia sinistra. Marika si infila sotto le lenzuola candide, tirandosele su fino al petto, costruendo una barricata di cotone egiziano tra noi due.
«Mettiamo in chiaro una cosa», dice, la voce stanca ma dura, mentre spegne l'abat-jour dal suo lato.
«Dimmi», rispondo, tono volutamente pigro, senza staccare gli occhi dallo schermo.
«Questa è la linea», traccia con l'indice una riga immaginaria esattamente al centro del piumone.
«Tu stai di là, io sto di qua. Se nel sonno ti azzardi a sconfinare con una mano, un piede, qualsiasi cosa, giuro che ti tiro giù dal letto a calci. Sono cotta, non so neanche se riuscirò a dormire. Voglio solo chiudere gli occhi e svegliarmi domani facendo finta che tu non esista. Chiaro?»
Blocco lo schermo e lo appoggio sul comodino. La stanza piomba nella semioscurità, rotta solo dalla luce debole dei lampioni che filtra dalle tende dorate.
Mi giro a guardarla. È distesa sulla schiena, il respiro un filo più veloce del normale, gli occhi al soffitto. Nonostante le sue regole marziali, sento il calore della sua pelle arrivare fin qui.
«Tranquilla, sorellina. Il tuo spazio vitale è sacro», mormoro, lasciando scivolare un filo di sarcasmo nella voce.
Sbuffa. Si gira di scatto su un fianco, dandomi le spalle. Il movimento fa scivolare giù il lenzuolo, scoprendo la spalla nuda e la linea della colonna sotto la canottiera bianca.
Faccio un respiro profondo e mi alzo per andare in bagno per lavarmi i denti e la faccia. Quando torno a letto mi giro anch'io dalla parte opposta, dandole la schiena. È una manovra necessaria, quasi un obbligo biologico. Nonostante la doccia gelata di prima, la vista di lei in quella canottiera e il ricordo di come si è sistemata il vestito a cena mi hanno procurato un'erezione dolorosa, pesante, impossibile da nascondere sotto pantaloncini così leggeri.
Chiudo gli occhi, stringo i denti. Ho un bisogno disperato di toccarla. Sento il profumo fruttato che arriva dai suoi capelli sparsi sul cuscino accanto al mio, sento il fruscio del lenzuolo ogni volta che si muove impercettibilmente. La linea che ha tracciato è un'illusione ridicola. Siamo nello stesso letto, respiriamo la stessa aria, e mancano quattordici giorni alla fine di questa vacanza.
Affondo la faccia nel cuscino, consapevole che stanotte non chiuderò occhio.
CONTINUA... . .
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I nostri genitori occupano la fila davanti alla nostra. Li vedo dallo spiraglio tra i sedili — le teste vicine, lui che le indica qualcosa sullo schermo, lei che ride piano e gli appoggia una mano sulla spalla. Quasi teneri, in tutto quell'entusiasmo. Sinceramente odio le vacanze in famiglia, ma finché pagano loro... Marika, mia sorella la pensa esattamente come me. Preferiamo decisamente vacanze con amici per divertirci a modo nostro. Hanno speso una fortuna senza pensarci due volte, convinti che bastino lusso e oceano per rendere tutto memorabile.
Sposto lo sguardo a destra. Marika è seduta a un bracciolo di distanza — il minimo indispensabile — con gli occhi incollati al catalogo dei film, come se lì dentro ci fosse la salvezza. Concentratissima a ignorarmi. Peccato che la conosca troppo bene per crederci.
Sarà anche brutto dirlo... ma mi eccita ogni volta che la guardo.
I capelli, di un rosso vero, acceso, le scendono lisci sulle spalle e vanno a morire sulla seta color panna della blusa. Non è la classica ragazza da copertina, tutta ossa e spigoli, di quelle che si incontrano all'università. Marika ha belle curve, un corpo nella media. Il tessuto morbido segue un seno non esagerato ma perfetto, rotondo, che si gonfia un po' di più ogni volta che respira a fondo — e lo fa apposta, respirare a fondo, lo so benissimo. Le labbra, piene, leggermente rifatte, si stringono in quella linea annoiata che le viene sempre così naturale, come se fosse nata già con quell'espressione lì. E poi c'è il resto. Ho ancora negli occhi l'immagine di lei che camminava lungo il corridoio durante l'imbarco, i pantaloni neri sartoriali che le disegnavano addosso la curva del suo culo. Il suo fondoschiena dovrebbe stare in un museo, con tanto di teca e cordone di sicurezza. Non ha alcun senso logico, ed è impossibile non guardarlo — io compreso, ovviamente. La parte più divertente è che lei lo sa benissimo, e se ne approfitta.
E io, seduto qui, non ho fatto altro che pensare a tutto quello che vorrei farle — e non c'è niente di fraterno in nessuno di quei pensieri. Potrei iniziare con qualcosa di innocente: un complimento buttato lì apposta per farla arrossire davanti a tutti, magari proprio adesso, con i nostri a una fila di distanza. Oppure con qualcosa di più sottile — un braccio che sfiora il suo un secondo più del necessario, uno sguardo che si sofferma proprio mentre lei finge di dover ancora scegliere un film. Continuo a fare la lista, in silenzio. Quanto ci vorrebbe a farle perdere quella faccia da "sono superiore a te" È un gioco che ho già iniziato da solo, nella mia testa, e mi sto divertendo da matti.
Nostro padre si volta di scatto, sporgendosi oltre il poggiatesta.
«Tutto bene lì dietro, ragazzi? Le poltrone sono comode?»
Sorrido, la perfetta immagine del figlio modello.
«Uno spettacolo, papà. Marika mi stava giusto dicendo quanto non veda l'ora di arrivare.»
Mio padre le rivolge un sorriso affettuoso.
«Vedrai, tesoro. L'hotel vi piacerà da impazzire. Riposatevi, ci mancano ancora un bel po' di ore.»
«Certo Pà, sicuramente» risponde lei, la voce dolce, quasi zuccherosa.
«È davvero tutto perfetto.»
Mio padre si gira di nuovo, soddisfatto, rimettendosi le cuffie.
Non appena la sua testa scompare dietro il sedile, il sorriso di Marika svanisce all'istante. Resta con gli occhi fissi sullo schermo, ma si sporge impercettibilmente verso di me.
«Smettila di parlare per me,» sibila, il tono basso, coperto dal rumore dei motori. Il viso impassibile, come se stessimo commentando il meteo.
Prendo il mio gin tonic dal bracciolo, faccio tintinnare il ghiaccio con finta noncuranza, bevo un sorso e mi inclino verso di lei.
«Stavo solo rassicurando papà. Sai com'è, ci tiene alla nostra armonia familiare.»
«Tu non sai nemmeno cosa sia, l'armonia,» ribatte lei, gli occhi incollati al monitor.
«E cerca di fissarmi di meno. Mi stai dando sui nervi da quando siamo decollati.»
Non è vero. O forse sì, ma non nel modo in cui pensa lei.
«Non ti stavo fissando,» mento, il tono calmo, divertito. «Stavo solo guardando fuori dal finestrino e tu ci sei davanti, quindi inevitabilmente guardo anche te. Rilassati, Marika. Hai ventisei anni... ti verranno le rughe prima del previsto.»
Le nocche le sbiancano leggermente sul bracciolo. Odia quando tiro in ballo l'età. Essendo più grande di me di quattro anni, si aggrappa sempre a una presunta superiorità che io mi diverto sistematicamente a smontare — è quasi un rituale, a questo punto, e non ho nessuna intenzione di smettere.
Volta il viso verso di me. Espressione neutra, ma gli occhi scuri le bruciano. È una reazione che mi manda fuori di testa: detesta il mio modo di fare sfacciato, ma non riesce a sottrarsi al gioco. È lusingata, anche se preferirebbe morire piuttosto che ammetterlo. E io lo so, e lei sa che io lo so — proprio per questo, tra noi due, l'aria si taglia con un coltello.
«Fratellino,» sussurra, accavallando le gambe in un fruscio di tessuto. Il gesto mi manda in tilt per mezzo secondo. Il profumo che usa — una fragranza elegante e matura: Rosa, Patchouli e incenso — mi arriva dritto alle narici.
«Mancano cinque ore all'atterraggio. Poi andremo in hotel. Fammi il favore di lasciarmi in pace fino ad allora. Non ho voglia di fare da babysitter a un ventiduenne con manie di protagonismo.»
Sorrido, questa volta un sorriso vero, lento. Più fa la dura, più l'idea di vederla cedere diventa interessante — ed è già molto interessante, di suo.
«Nessuno ti chiede di farmi da babysitter, Sorellona.» Mi appoggio comodo allo schienale, distendendo le gambe.
«Dico solo che siamo a Miami. Sotto lo stesso tetto per quindici giorni. Chiuderti in stanza a fare l'asociale sarebbe uno spreco enorme.»
Uno spreco di quelle curve, uno spreco di quella bocca, uno spreco di tutto quel fuoco che finge di non avere. Ma questo non glielo dico. Non ancora perlomeno.
Lei scuote leggermente la testa, con un sorriso rassegnato che per un attimo incrina la sua facciata di distacco.
Si stende anche lei, si mette il cuscino da viaggio, la benda per gli occhi e si mette a dormire. È l'unico modo per non sentire le mie cazzate.
Guardo fuori dal finestrino, le nuvole bianche che si stendono sotto di noi come un tappeto infinito.
C'è qualcosa di delizioso nel modo in cui è convinta di avere tutto sotto controllo.
Lascio scivolare il bicchiere vuoto sul tavolino. La vacanza non è nemmeno iniziata, e io sto già facendo mentalmente la lista di tutto quello che voglio provare a fare in quindici giorni. Sento già che sarà tutt'altro che noioso.
Miami ti toglie il fiato, letteralmente, appena scendi dall'aereo. Le porte scorrevoli dell'aeroporto si aprono e l'aria condizionata sparisce di colpo, sostituita da un muro di calore tropicale, denso, umido, che sa di salsedine, asfalto rovente e crema solare. È il tipo di afa che ti si appiccica addosso in meno di un secondo e ti fa sentire i vestiti come un peso insopportabile.
Nel tragitto in SUV fino a Sunny Isles Beach non parla quasi nessuno. I nostri continuano a scambiarsi sguardi complici, tipo due adolescenti alla prima cotta, mentre io e lei restiamo sintonizzati sulla solita frequenza di totale indifferenza reciproca.
Quando l'auto svolta su Collins Avenue e supera i cancelli dell'Acqualina Resort & Residences, capisco subito perché lo chiamano uno dei resort più belli degli Stati Uniti. È pensato per sembrare una villa mediterranea affacciata sull'oceano: fontane in stile barocco, archi scolpiti, un ingresso a piazzetta europea dove sfila una fila di Rolls-Royce parcheggiate come sculture. Il cruscotto segna trentasei gradi, con un'umidità che sfiora il novanta percento. Scendiamo e il sole di mezzogiorno picchia durissimo, accecante, si riflette su ogni cofano lucido nel vialetto.
Guardo Marika mentre i fattorini scaricano i bagagli. Il caldo l'ha colta di sorpresa: si è legata i capelli rossi in una coda alta, un po' disordinata, per liberarsi il collo, lasciando fuori qualche ciuffo ribelle che le incornicia il viso arrossato. La blusa di seta panna, la stessa dell'aereo, adesso le si incolla alla schiena, disegnando la vita sottile che si allarga in quel bacino che mi ha tenuto compagnia per tutto il volo. Si sventola con un dépliant del resort, spazientita, ma pure così — accaldata, spettinata, palesemente scocciata — resta una bomba di sensualità.
Nella testa, intanto, continuo ad aggiungere voci alla lista di prima: potrei offrirmi di sistemarle i capelli, tanto per toccarle il collo con una scusa plausibile. Potrei "inciampare" e ritrovarmi la mano sul suo fianco un secondo più del dovuto. Piccolezze, giochetti stupidi — ma è lì che sta il bello: nel costruire, mattone dopo mattone, la scusa perfetta per il momento giusto.
«Andiamo dentro prima di scioglierci, vi prego», sentenzia lei, e parte a passo svelto verso l'ingresso.
La hall è esattamente quello che ti aspetteresti da un posto così: pavimenti di marmo, stucco veneziano alle pareti, colonne dall'aria di marmo rosso, un soffitto altissimo da cui pendono lampadari enormi, e qui e là qualche quadro che sembra sul serio un Warhol originale — probabilmente lo è. Tutto giocato sui toni del rosso, dell'oro, del melanzana scuro. Nell'aria un profumo costoso, tè bianco e vaniglia. Mio padre si avvicina al bancone della reception — legno scuro, ottone, tutto molto "se devi chiedere il prezzo non fa per te" — sfoderando il sorriso migliore e la Amex Centurion.
Mio padre guidava un'azienda di software bancari fondata da nostro nonno. Aveva ereditato un impero già enorme e lo aveva trasformato in un punto di riferimento per gli istituti finanziari di mezzo mondo. Per lui la Centurion non era uno status symbol, ma semplicemente una carta come tutte le altre.
«Buongiorno, prenotazione a nome Roberto Caetani. Dovrebbero esserci tre camere: una matrimoniale e due singole», dice alla ragazza dietro il bancone.
Una donna Asiatica, Coreana credo, sulla trentina, divisa sartoriale perfetta, targhetta dorata — Hana, Front Desk Manager — interviene con un sorriso da pubblicità.
«Oh, il signor Caetani. Vi aspettavamo. Un attimo solo che controllo.»
Gli occhi le scorrono veloci sullo schermo. Cinque secondi. Dieci. Il sorriso da copertina inizia a incrinarsi, impercettibile. Le dita sulla tastiera si fanno più nervose.
«C'è un problema?» chiede nostra madre, spingendosi gli occhiali da sole sulla testa.
«Ecco... signor Caetani, mi sto confrontando con la direzione per capire come sia potuto accadere», dice Hana, la voce che scende di un'ottava — il classico tono da "gestiamo il disastro senza far scoppiare il caos".
«C'è stato un errore di overbooking nel sistema centrale, colpa della richiesta altissima di stagione. La vostra matrimoniale è confermata. Le due singole dei ragazzi, invece, non ci sono più.»
Marika si blocca. Smette pure di sventolarsi.
«Come sarebbe non ci sono più?» domanda con un Inglese veloce. Nella voce, zero tracce di cortesia.
«Siamo sold out per le prossime due settimane, signorina. Tutta Sunny Isles lo è, purtroppo», spiega la manager, mortificata sul serio.
«L'unica soluzione che siamo riusciti a trovare in modo rapido è una delle nostre suite vista oceano, con letto king e terrazza enorme. Ma... c'è un solo letto.»
«Un letto solo?» La voce di Marika sale di un'ottava, gli occhi scuri spalancati. Si volta di scatto verso sua madre, poi verso mio padre. «No. Assolutamente no. Fuori discussione. Trovate un'altra soluzione, chiamate un altro hotel, fate qualcosa.»
«Ragazzi, calma», interviene nostro padre, massaggiandosi le tempie. Il volo lo ha steso e l'ultima cosa che vuole è litigare per le stanze in un paese straniero.
«Mi scusi, non si può aggiungere un letto? Un divano letto?»
«Purtroppo la configurazione di quella suite non lo permette, per motivi di sicurezza. Per farci perdonare del disagio, che sappiamo è inammissibile, vi offriamo la suite allo stesso prezzo delle camere, quindi non c'è bisogno di pagare un supplemento. In più l'accesso illimitato alla Acqualina Spa e pacchetto All Inclusive per i ragazzi.»
Cioè, in pratica: avrò mia sorella in camera con me e lusso a palla, pagato dal resort. Improvvisamente ho cominciato ad amare questa vacanza.
I nostri genitori si guardano, poi noi due.
«Ma dai ragazzi, dateci un taglio. Siete adulti e vaccinati, mica avete dodici anni. È una stanza gigante, il letto è tipo le dimensioni di un transatlantico. Non vorrete mica rovinare la vacanza per una sciocchezza del genere? Vi sta offrendo la Suite, mica una topaglia»
«Ma mamma!» Marika protesta, le guance che si accendono di un rosso ben più intenso di quello lasciato dal caldo. Pura disperazione, senza filtri.
Io resto zitto, godendomi lo spettacolo.
Faccio un passo avanti, mani in tasca, sfoderando il sorriso da bravo ragazzo che risolve tutto.
«Dai, Marika, ascoltali», dico, tono calmo, quasi rassicurante.
«Hanno ragione loro. Siamo due adulti, no? Sarà come essere coinquilini all'università. Dividiamo gli spazi, ci diamo due regole base, e vedrai che sopravvivi alla mia presenza.»
Si volta verso di me. Se gli sguardi potessero uccidere, sarei già cenere su uno di quei marmi lucidi. Gli occhi scuri mi scannerizzano, cercano un segno di malizia dietro la mia faccia da finto innocente. Glielo concedo: per mezzo secondo lascio che il sorriso si faccia un filo più tagliente, solo per lei, le spalle che si stringono in un cenno di sfida. Anche le sue labbra — quelle rifatte, piene — si stringono appena, ed è un dettaglio che, lo ammetto, mi distrae più di quanto dovrebbe.
Capisce di essere con le spalle al muro: i nostri non hanno voglia di assecondare i suoi capricci, e il resort non ha altre stanze da offrire.
Hana, cogliendo il momento di resa, fa scivolare sul bancone due tessere dorate.
«La vostra suite è al quattordicesimo piano, lato oceano. I bagagli arrivano tra poco.»
Mio padre tira un sospiro di sollievo e mi dà una pacca sulla spalla.
«Bravo, sapevo di poter contare sulla tua maturità. Godetevi la suite, ci vediamo dopo per cena da Il Mulino.»
Prendo le due tessere. Ne allungo una a Marika, sfiorandole apposta le dita con le mie. Pelle calda, un brivido leggero che le attraversa il polso al contatto. Lei mi strappa la chiave dalla mano senza dire una parola, gira i tacchi e parte verso gli ascensori con il passo di chi va al patibolo. I fianchi ondeggiano decisi sotto i pantaloni scuri e io la seguo con lo sguardo, senza vergogna, già pregustando ogni singolo minuto di quella vacanza.
«Allora, coinquilina», sussurro raggiungendola davanti alle porte dell'ascensore.
«Che lato del letto prendi?»
Non mi guarda nemmeno, occhi fissi sui numeri dei piani che scorrono. Ma la voce è un sussurro tagliente come una lametta.
«Non rivolgermi la parola finché non siamo su, Michael. Questa vacanza è già un'incubo.»
Apro la porta della suite e per un secondo restiamo lì, sulla soglia, senza dire niente.
Devo ammettere che il resort si è fatto perdonare. Bianco, grigio antracite, dettagli neri lucidi, tende dorate pesanti che incorniciano una vetrata enorme con vista oceano. Ma io vedo solo una cosa, in mezzo a tutto quel lusso: il letto. Enorme, bianco, perfettamente rifatto. Un letto solo. Per due persone.
«Wow» le scappa, rompendo il silenzio. Fa un paio di passi, lascia scivolare il trolley sul pavimento.
«Già, direi che come risarcimento non è male» rispondo, chiudendo la porta alle nostre spalle. Il clic della serratura rimbomba nella stanza — e in quel momento capisco che siamo davvero soli, chiusi qui dentro, per i prossimi per il resto della vacanza.
Marika sparisce quasi subito verso il bagno. Intravedo l'arredamento: marmo venato, vasca idromassaggio incassata, un box doccia di vetro fumé che sembra più grande della mia camera a Milano.
«Vado a farmi una doccia, ne ho un bisogno disperato» dice, voltandosi un attimo. Ha ancora una linea di sudore sulla schiena, e il modo in cui quella seta le si appiccica addosso mi costringe a distogliere lo sguardo e respirare.
«Non toccare la mia roba. E deciditi da che parte dormire — io prendo la sinistra.»
«Sissignora» rispondo, mezzo sorriso, tono da sempre finto tranquillo.
Apre la valigia di scatto. Tira fuori l'abito per la cena, poi fruga ancora e prende quello che le serve per dopo la doccia — lo appoggia sul suo lato del letto con un gesto che vuole sembrare casuale e invece è una bandiera piantata sul territorio. Poi prende l'accappatoio ed entra in bagno, tirandosi dietro la porta. Un attimo dopo sento l'acqua che parte.
Resto da solo. Mi spoglio, restando solo con i box, mi siedo sul mio lato del letto e fisso il muro per un paio di secondi, prima che gli occhi mi cadano, ovviamente, sulla sua parte.
Lì, sopra il piumone, c'è l'intimo che ha scelto per stasera. Pizzo nero, ridotto all'osso. Il reggiseno ha un taglio geometrico, moderno; lo slip è poco più di un filo. Accanto, un tubino verde smeraldo leggero, di quelli che sai già, prima ancora di vederlo addosso, che le disegneranno ogni curva.
Mi copro la faccia con le mani, gomiti sulle ginocchia. «Cazzo. Cazzo cazzo cazzo.» Penso
La testa parte da sola, non ci posso fare niente. La immagino sotto il getto caldo adesso, in questo preciso momento, l'acqua che le scende lungo la schiena, i capelli rossi incollati alla pelle. La immagino uscire, ancora bagnata, e infilarsi quel pizzo nero — cucito apposta, quelle curve mi fanno impazzire. Non è solo bella. È il tipo di ragazza che si porta dietro la tensione sessuale anche solo attraversando una stanza, pure quando mi tratta come lo stronzo che, diciamocelo, un po' lo sono davvero.
Poi arriva la botta allo stomaco. Il senso di colpa, puntuale come sempre.
Guardo il soffitto. I nostri genitori sono a tre piani sotto di noi, felici come non li vedevo da anni. E io che faccio? Sono chiuso in una stanza a fissare le mutandine di mia sorella, con il sangue che mi martella nelle tempie per poi convogliare dritto li in fondo.
È sbagliato. Lo so che è sbagliato. Non c'è una assolutamente niente di logico e giusto in quello che penso, ma non posso farci niente. Se qui dentro succede qualcosa, se sbaglio un passo e lei si spaventa, o peggio, se cediamo tutti e due, rischiamo di far saltare in aria la vita dei nostri genitori. Non ce lo perdonerebbero mai. Non riuscirei nemmeno a guardarlo più in faccia.
Piantala, Michael. Rimettiti in riga. Me lo ripeto stringendo i denti, come se ripeterlo servisse davvero a qualcosa.
Poi l'acqua si ferma di colpo. Il silenzio che segue fa più rumore della doccia stessa. Sento il fruscio dell'accappatoio, i suoi passi leggeri sul marmo. Tra un attimo quella porta si aprirà e lei è sarà qui, a un metro da me, in questa bolla di lusso e aria condizionata che improvvisamente sembra piccolissima.
Mi alzo di scatto, come se il letto scottasse, e vado verso la vetrata, dando le spalle alla stanza, fissando l'oceano che inizia a colorarsi di arancione. Calmati, mi dico. Ma il profumo del bagnoschiuma che arriva da sotto la porta mi fa capire che stanotte tenere il controllo sarà la cosa più difficile.
La porta del bagno si apre e la fragranza fresca del bagnoschiuma invade la stanza con un un'odore fresco di bouquet fiorito e fruttato. Marika esce avvolta in un accappatoio bianco, i capelli raccolti in un turbante improvvisato, collo e spalle ancora lucidi. Mi passa accanto senza guardarmi, ma il suo profumo mi arriva addosso.
«Tocca a te» dice, voce un po' roca, senza incrociare il mio sguardo. Va dritta verso il suo lato del letto e comincia a prepararsi.
Entro in bagno e chiudo la porta. L'aria è ancora satura di lei — vapore, gocce sulle piastrelle, l'alone sullo specchio. Mi spoglio in fretta e mi infilo sotto il getto, lasciando che l'acqua calda mi colpisca le spalle.
Non serve a molto. La tensione di tutto il pomeriggio — la lista dei desideri che mi porto dietro da sempre, l'intimo sul letto, la sua pelle bagnata — non se ne va, anzi. Chiudo gli occhi e mi prendo qualche minuto per me stesso, da solo, perché è l'unico modo che conosco per tornare fuori da quella porta e comportarmi da persona normale invece che da un ventiduenne fuori controllo. Non è nemmeno piacere, in senso stretto. È più una valvola di sfogo.
Immaginai di averla lì, contro la parete di vetro, mentre le mie mani le accarezzavano i fianchi. – La mia mano trovò il cazzo, già duro. Iniziai a masturbarmi lentamente, i movimenti cauti all'inizio, poi più decisi–
Pensai alle sue labbra. Quelle labbra perfette, rifatte, che avrei voluto sentire su di me. Immaginai lei inginocchiata davanti a me, gli occhi nocciola che mi guardano dal basso mentre la sua bocca si apriva. Sentii il calore della sua bocca spingermi verso il limite.– La mia velocità aumentò, i colpi più secchi.– Immaginai la lingua che mi leccava la punta, le labbra che si chiudevano attorno alla mia cappella, i suoi capelli rossi tra le mie dita mentre la spingevo più a fondo.
Il mio respiro si fece affannoso. L'immagine diventò più vivida: lei che mi guarda mentre mi succhia, le sue guance cave, la saliva che cola lungo il mento. La mano si mosse più veloce, quasi disperata. Volevo sentire la sua bocca, volevo vedere quelle labbra avvolgere il mio cazzo fino alle mie palle. Volevo sentirla gemere mentre le scopavo la gola.
L'orgasmo arrivò all'improvviso, violento. Mi appoggiai alla parete della doccia, le gambe che tremavano mentre sborravo sulla mia mano e sul pavimento. Rimasi immobile per un po', l'acqua che portava via i residui del mio sperma, ma non la vergogna né il desiderio che ancora bruciava dentro di me.
È un pensiero sporco, proibito, una violazione totale del nostro precario equilibrio, ma è l'unica cosa a cui riesco a pensare. Il respiro mi si mozza in gola. Ho bisogno di liberarmi, di scaricare questo accumulo di frustrazione e desiderio che mi brucia nelle vene. Non è piacere, è una necessità fisiologica per poter stare nella stessa stanza con lei senza impazzire.
Rimango lì ancora per qualche minuto, sotto l'acqua fredda, cercando di riportare il battito cardiaco alla normalità. Mi asciugo, mi guardo allo specchio. Sono lo stesso di prima, ma dentro qualcosa si è rotto e riassemblato. Ho il controllo. Per stasera...
Mi vesto con una cura quasi ridicola. Camicia celeste stirata alla perfezione, pantaloni beige sartoriali, cintura di cuoio scuro. Mi guardo allo specchio: sembro il classico bravo ragazzo di famiglia per bene. Nessuno direbbe mai cosa ho appena fatto dentro la doccia.
Quando esco, Marika è già pronta, ed è un pugno allo stomaco. Tubino verde smeraldo che le disegna i fianchi esattamente come avevo immaginato, capelli rossi sciolti, trucco leggero. Si sta mettendo gli orecchini, mani ferme, e finalmente alza gli occhi su di me.
Per un secondo ci guardiamo nel riflesso della vetrata, oceano sullo sfondo. Tensione muta, un filo teso tra noi due. Chissà cosa nota — la mia calma sospetta, forse, o quella scarica elettrica che ancora mi scorre sotto pelle.
«Sei pronto?» chiede, tono neutro, ma con un lampo di curiosità negli occhi.
«Certo» rispondo, prendendo la tessera dal tavolino. Le offro il braccio, gesto volutamente da gentiluomo, e la cosa la spiazza per un attimo. «Andiamo a cena, sorellina? I nostri ci staranno aspettando.»
Mi guarda un secondo, poi mi prende il braccio con un sorriso tirato.
«Andiamo. Ma stasera cerca di comportarti bene, Michael. Voglio una serata tranquilla.»
«Tranquilla» ripeto, mentre usciamo e ci incamminiamo verso l'ascensore. «Sarà la serata più tranquilla di sempre.»
Il ristorante dell'Acqualina, è tutto esattamente come te lo aspetteresti: luci soffuse, candele sui tavoli all'aperto, il suono delle onde a pochi metri di distanza, camerieri che scivolano silenziosi riempiendo i calici di un Cabernet che costa probabilmente quanto un'utilitaria.
Mio padre è nel suo elemento. Con una bottiglia di vino buono davanti e un pubblico disposto ad ascoltarlo, dà il meglio di sé. Isabella, nostra madre, lo guarda con un'adorazione quasi imbarazzante, mentre lui taglia la bistecca e comincia a pontificare sul futuro.
«È un momento cruciale», dice, agitando il calice.
«L'azienda va alla grande, specialmente ora con tutte queste innovazioni dell'IA. Stiamo per fare il salto definitivo. Stiamo per chiudere un accordo di crittografia con tre tra i più grandi gruppi bancari d'Europa. Roba enorme.» Mi punta contro l'indice, bonario.
«E qui entri in gioco tu. Finisci l'università e ti voglio in consiglio d'amministrazione. È ora che inizi a prendere confidenza col tuo futuro, ragazzo.»
«Ci sto lavorando, pà», rispondo, sorriso accomodante, un sorso di vino per nascondere che del consiglio d'amministrazione, in questo momento, non me ne frega assolutamente niente.
La verità è che passo più tempo a guardare Marika che ad ascoltare mio padre, senza dare troppo nell'occhio. E scopro, con una certa soddisfazione, che stasera è più facile del previsto: da quando ci siamo seduti ride alle battute di mamma con una naturalezza che due ore fa, in camera, sembrava impensabile. Ogni tanto mi lancia una frecciata leggera, tipo una sfida buttata lì per gioco, e io gliela rimando indietro. Agli occhi dei nostri sembriamo semplicemente due che si stanno sciogliendo, complice il vino e il fuso orario. Nessuno dei due immagina cosa sia successo davvero prima di scendere a cena.
Allungo una mano verso il cestino del pane e mi accorgo che lo sguardo di Marika si è fermato un secondo di troppo sul mio braccio. Sparisce subito, tipo un riflesso su cui non ha avuto nessun controllo, ma io l'ho vista.
Poco dopo si sistema il vestito con un gesto rapido, disinvolto, tirandosi il tessuto sul petto proprio mentre finge benissimo di non guardarmi affatto — dritta davanti a me, come se non ci fossi. Potrebbe farlo con più discrezione, se davvero volesse. Non lo fa.
«Quanti esami ti mancano, tesoro?» dice a un certo punto nostra madre, con l'aria interessata che hanno solo le madri.
«Quattro e la tesi. Sono un po' comolicati quindi voglio farli con calma», rispondo, cercando di sembrare più modesto di quanto in realtà sia.
«Sei sempre stato uno dei migliori, vedrai che andranno bene.» aggiunge nostro padre.
Marika sbuffa e alza gli occhi al cielo — sbuffo perfetto, se non fosse che arriva un secondo dopo avermi guardato e aver ascoltato papà. L'ho vista anche stavolta.
«Com'è la suite? Scommetto che Marika ha già invaso qualsiasi spazio nell'armadio con i suoi duecento vestiti che non le basteranno per due settimane», ride mio padre, versandosi un altro dito di vino.
«Scherzo, tesoro. Non prendertela» Continua.
«Per simpatia Michael ha preso sicuramente da te, pà. Siete orribili entrambi.» risponde Marika in modo ironico.
«Comunque sì, la suite è veramente bella e confortevole. È un risarcimento accettabile, anche se è inammissibile che una struttura del genere faccia questi errori» Conclude Marika.
Prende il bicchiere d'acqua, beve un sorso lento, e per la prima volta da quando ci siamo seduti non distoglie lo sguardo per prima. Non è ostilità, quella che le leggo in faccia. È qualcos'altro, e nessuno dei due ha ancora deciso come chiamarlo ad alta voce.
«Se non vi dispiace», dice poi, rivolta ai nostri, «appena finito il dolce salirei in camera. Il viaggio mi ha steso.»
«Certo, tesoro, andate pure», risponde subito mamma. «Siete stati anche troppo bravi ad assecondare due vecchi stasera.»
Più tardi, quando le porte dell'ascensore ci riportano al quattordicesimo piano, il silenzio tra noi è diverso da quello con cui eravamo scesi. Meno teso, ma carico lo stesso — come se avessimo giocato tutta la cena a un gioco silenzioso di cui nessuno dei due vuole essere il primo a dire le regole ad alta voce.
Entriamo nella suite e l'aria condizionata ci colpisce come uno schiaffo. La stanza è immersa in una penombra lussuosa, s'illumina all'istanta appena inserita la tessera.
Marika non perde tempo. Prende il beauty-case e sparisce in bagno per struccarsi.
Io mi tolgo la camicia, la sistemo con cura nell'armadio, stando attento a non creare delle pieghe, e mi metto dei pantaloncini di cotone leggero. Mi butto sul lato destro del materasso, prendo il telefono e apro Instagram. Scrollo il feed in modo meccanico, metto un paio di like strategici a delle foto in bikini di due ragazze del mio corso, schermo bene in vista. Voglio proiettare indifferenza totale.
La porta del bagno si apre. Il pollice mi si blocca sullo schermo.
Marika esce, e ogni mio buon proposito va a farsi benedire all'istante.
Ha scelto quello che nella sua testa doveva essere un outfit "casto" per la notte, ma il risultato è un disastro per la mia sanità mentale. Canottiera bianca, cotone sottile, aderente. Niente reggiseno sotto. L'aria fredda della stanza ha fatto il suo lavoro, e i capezzoli le spingono contro il tessuto chiaro in modo inequivocabile. Sotto, pantaloncini grigi così corti da sembrare quasi un'opinione più che un capo d'abbigliamento, che lasciano scoperte due fette di chiappa che la rendono ancora più provocante.
Cerca di tirarsi giù l'orlo mentre cammina verso il letto, visibilmente a disagio. C'è poco da tirare.
Torno a fissare il telefono, fingendo di essere rapito dall'ennesima foto da spiaggia di una diciannovenne a caso, ma con la coda dell'occhio seguo ogni suo movimento.
Il materasso sprofonda dolcemente alla mia sinistra. Marika si infila sotto le lenzuola candide, tirandosele su fino al petto, costruendo una barricata di cotone egiziano tra noi due.
«Mettiamo in chiaro una cosa», dice, la voce stanca ma dura, mentre spegne l'abat-jour dal suo lato.
«Dimmi», rispondo, tono volutamente pigro, senza staccare gli occhi dallo schermo.
«Questa è la linea», traccia con l'indice una riga immaginaria esattamente al centro del piumone.
«Tu stai di là, io sto di qua. Se nel sonno ti azzardi a sconfinare con una mano, un piede, qualsiasi cosa, giuro che ti tiro giù dal letto a calci. Sono cotta, non so neanche se riuscirò a dormire. Voglio solo chiudere gli occhi e svegliarmi domani facendo finta che tu non esista. Chiaro?»
Blocco lo schermo e lo appoggio sul comodino. La stanza piomba nella semioscurità, rotta solo dalla luce debole dei lampioni che filtra dalle tende dorate.
Mi giro a guardarla. È distesa sulla schiena, il respiro un filo più veloce del normale, gli occhi al soffitto. Nonostante le sue regole marziali, sento il calore della sua pelle arrivare fin qui.
«Tranquilla, sorellina. Il tuo spazio vitale è sacro», mormoro, lasciando scivolare un filo di sarcasmo nella voce.
Sbuffa. Si gira di scatto su un fianco, dandomi le spalle. Il movimento fa scivolare giù il lenzuolo, scoprendo la spalla nuda e la linea della colonna sotto la canottiera bianca.
Faccio un respiro profondo e mi alzo per andare in bagno per lavarmi i denti e la faccia. Quando torno a letto mi giro anch'io dalla parte opposta, dandole la schiena. È una manovra necessaria, quasi un obbligo biologico. Nonostante la doccia gelata di prima, la vista di lei in quella canottiera e il ricordo di come si è sistemata il vestito a cena mi hanno procurato un'erezione dolorosa, pesante, impossibile da nascondere sotto pantaloncini così leggeri.
Chiudo gli occhi, stringo i denti. Ho un bisogno disperato di toccarla. Sento il profumo fruttato che arriva dai suoi capelli sparsi sul cuscino accanto al mio, sento il fruscio del lenzuolo ogni volta che si muove impercettibilmente. La linea che ha tracciato è un'illusione ridicola. Siamo nello stesso letto, respiriamo la stessa aria, e mancano quattordici giorni alla fine di questa vacanza.
Affondo la faccia nel cuscino, consapevole che stanotte non chiuderò occhio.
CONTINUA... . .
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