Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 5

di
genere
fantascienza

Il cielo sopra la cresta degli Appalachi sta sanguinando. È quel fenomeno che prima del crollo chiamavano Enrosadira: i raggi del sole morente colpiscono le nuvole basse e la roccia, accendendo l'orizzonte di un rosa violaceo, quasi elettrico. È una bellezza oscena, spietata, che stride con il mondo marcio in cui stiamo marcendo anche noi. La natura se ne frega se siamo vivi o morti. Continua a dare spettacolo.
Sono seduto su una cassa di legno rovesciata, appena fuori dal portone del fienile. Sulle ginocchia ho steso un panno in microfibra unto, su cui riposano i pezzi smontati del mio fucile. L'odore pungente del solvente per armi copre per un attimo la puzza di fumo umido che arriva dalle baracche. Passo lo scovolino di ottone all'interno della canna, con un movimento ritmico, meccanico. È l'unica forma di meditazione che mi è rimasta.
Il rumore di passi leggeri sulle foglie secche mi fa fermare la mano.
Non alzo la testa di scatto. Sposto solo gli occhi, tenendo l'otturatore del fucile stretto nel palmo destro.
È la donna del ruscello. Si è fermata a tre metri da me, proprio sul limite dove l'ombra del fienile incontra la luce del tramonto. Non ha più la tanica dell'acqua. Tra le mani, avvolte in mezze maniche di lana logora, tiene una scodella di metallo coperta da un pezzo di tela. Il vapore leggero che si alza dalla stoffa porta con sé l'odore inconfondibile della carne arrostita e del grasso sciolto. Le mie lepri.

«Non ho un'arma,» dice, la voce bassa, leggendo la tensione nelle mie spalle.
Ripongo l'otturatore sul panno e mi pulisco le dita.

«É un errore da principianti. Non cammini mai disarmata, signora. Che c'è?»
Lei fa un passo avanti, superando la linea d'ombra, e mi porge la scodella.

«La sua parte. E quella per la ragazza,» risponde, tenendo gli occhi fissi sui miei.
«Sienna ha cucinato la carne che hai portato. L'ha mescolata con le ghiande e un po' di cipolla selvatica. Ha detto che senza di te, stasera non avremmo messo niente sotto i denti. Questa è la vostra porzione.»
Prendo la scodella. Il calore del metallo contro le mie mani intorpidite dal freddo è quasi doloroso. Sotto la tela c'è uno stufato denso. Il mio stomaco si contrae in una morsa violenta, ma mantengo l'espressione di pietra.

«Grazie,» mormoro, posando la scodella accanto al panno con i pezzi del fucile.

La donna non se ne va. Si stringe nelle spalle, incrociando le braccia sul petto magro.
«Volevo scusarmi per stamattina, giù al fiume. Per come mi sono comportata.» La sua voce è un sussurro raschiato, svuotato di ogni orgoglio.
«Quando hai una bambina... smetti di guardare le persone per quello che sono. Le guardi solo chiedendoti quanto ci metteranno a portarti via quello che ami. Qui non ci fidiamo di nessuno. Nessuno si fida di nessuno.»

«Fidarsi degli estranei è il modo più rapido per finire in una fossa comune. Hai fatto bene,» le rispondo, iniziando a riassemblare il fucile. Inserisco l'otturatore nel castello superiore con uno scatto metallico che la fa sussultare impercettibilmente.
«Non hai niente di cui scusarti.»
Silenzio. Sento il suo sguardo addosso, esitante.

«Sienna, la signora anziana, mi ha detto che la tua ragazza ha la febbre alta,» aggiunge, facendo un piccolo passo verso il portone del fienile.
«Io prima che gli ospedali si riempissero di morti e le strade venissero bloccate, ero un'infermiera al pronto soccorso di Asheville. Posso dare un'occhiata alla sua ferita. Se vuoi.»
Mi blocco. L'incastro dei pezzi d'acciaio resta a metà. Alzo gli occhi su di lei, studiando le rughe d'espressione agli angoli della bocca, le occhiaie livide, le mani rovinate. Non sta mentendo. Non c'è alcun vantaggio per lei in questo momento.

«È una ferita d'arma da fuoco,» chiarisco subito, crudo. «Infetta.»
Lei annuisce.
«E non è la mia ragazza» chiarisco

«L'acqua e lo zenzero abbassano la temperatura, ma non fermano la setticemia. Fammi entrare.»

L'interno del fienile è immerso in una penombra pesante. L'odore dolciastro dell'infezione ha ormai saturato l'aria. Meave è esattamente come l'ho lasciata, avvolta nella coperta militare, il viso lucido di sudore. Respira a scatti, le labbra dischiuse e secche.
L'infermiera si inginocchia accanto a lei. Non c'è più traccia della madre spaventata del fiume; i suoi movimenti sono precisi, clinici, dettati da anni di memoria muscolare. Scosta la coperta e osserva il polpaccio. Non ha bisogno di toccarlo molto. La pelle viola e tesa, il gonfiore innaturale che sta risalendo verso il ginocchio e le striature scure lungo le vene parlano da soli.
Meave socchiude gli occhi, gemendo appena quando la donna preme leggermente i polpastrelli attorno ai bordi dei fori.

«Trevis...?» sussurra Meave, la voce impastata, cercando la mia figura nel buio.

«Sono qui,» dico, appoggiandomi al palo centrale, le braccia incrociate al petto.
«Lei è un'infermiera.»
La donna ritira le mani. Si pulisce le dita su uno straccio che tiene in tasca e si volta verso di me. L'espressione sul suo viso è una sentenza capitale.

«Ha i linfonodi inguinali reattivi. L'infezione è nel sangue. Il muscolo sta andando in necrosi.» La sua voce è un sussurro affilato, per non farsi sentire da Meave, che ha chiuso di nuovo gli occhi.
«Puoi lavarla col betadine finché vuoi. Non cambierà nulla. Le serve un antibiotico a largo spettro. Amoxicillina, Ciprofloxacina... va bene anche della penicillina veterinaria, se è ancora sigillata. Ma le serve in vena, o dosi massicce per via orale.»

«La vecchia ha detto che non avete medicine qui,» ribatto, sentendo un peso di piombo scivolarmi nello stomaco.

«Non ne abbiamo, è vero. Abbiamo esaurito gli antibiotici nove mesi fa per un'epidemia di dissenteria.» La donna si alza in piedi, avvicinandosi a me per mantenere la voce bassa.
«Ma c'è un posto. Prima di arrivare a Balsam, con mio marito cercavamo rifugio verso nord. A Waynesville. Sulla South Main Street, nel quartiere di Hazelwood, c'era una grande clinica veterinaria. L'edificio era crollato a metà per un incendio, e la zona era piena di erranti, quindi i predoni non si sono avvicinati per frugare. I magazzini farmaceutici sul retro potrebbero essere intatti.»
Il mio cervello tattico si accende all'istante, calcolando distanze e rischi.

«Waynesville. Sei miglia a nord-est seguendo la statale 23.»
L'infermiera annuisce.

«A passo svelto, senza carichi pesanti, ci vogliono poco più di due ore per arrivarci. Due per tornare. Se parti subito, o alle prime luci dell'alba, puoi farcela.» Guarda Meave, rannicchiata sulla paglia.
«Se aspetti fino a domani sera, l'infezione le prenderà gli organi interni. A quel punto potrai solo metterle un cuscino sulla faccia. Per qualsiasi cosa mi trovi nella terza casa a destra.»
Non aggiunge altro. Si avvolge lo scialle intorno alle spalle, mi fa un breve cenno col capo e si dirige verso l'uscita, scivolando attraverso lo spiraglio del portone come un fantasma.
Rimango da solo, nel silenzio interrotto solo dal fischio del vento e dal respiro irregolare di Meave. Mi avvicino alla scodella di carne, ne prendo una manciata e gliela porto, costringendola a masticare qualche boccone per non svenire del tutto. Poi mastico la mia parte, senza nemmeno sentirne il sapore.
Sto fissando la mappa consunta che ho srotolato sul pavimento, illuminata dal cerchio pallido della torcia tattica.
Sei miglia all'andata, sei al ritorno. Quattro ore di marcia. Aggiungi il tempo per perlustrare la clinica, forzare gli accessi e cercare in mezzo alle macerie. Significa che, se esco stasera, tornerò a mattina inoltrata.
Non è il viaggio a spaventarmi. Sono uscito vivo da situazioni peggiori. È il pensiero di doverla lasciare qui. Da sola. In balia di una comunità di disperati affamati e di un corpo che sta cercando di ucciderla dall'interno.
Chiudo la mappa. Non c'è nessuna cazzo di scelta, in realtà.
Non aspetto l'alba. Non posso permettermelo.
Ogni minuto che passo a fissare la mappa alla luce tremolante della torcia è un minuto in cui l'infezione guadagna terreno nelle vene di Meave. Chiudo la mappa, la infilo in una tasca laterale dei pantaloni e inizio a prepararmi.
I miei movimenti sono rapidi, privi di esitazione. È la memoria muscolare dei miei anni di servizio e di un lustro passato a sopravvivere alla fine del mondo. Inserisco un caricatore pieno nel mio fucile d'assalto, controllo la camera di scoppio e chiudo l'otturatore. Metto due caricatori di riserva nel gilet tattico. Sfilo la pistola dai pantaloni di Meave, verifico il colpo in canna e la metto dietro la schiena, incastrata tra i pantaloni. Infine, passo il pollice sul filo del mio coltello. Magari avessi ancora il mio vecchio coltello da combattimento con la lama in nero opaco, non riflette la luce e per i combattimenti è perfetto, ma ormai è andato. Mi farò bastare quello di Tessa.
Mi alzo e mi avvicino a Meave. Dorme, o forse è solo svenuta. Il suo respiro è superficiale e veloce.
Non la sveglio. Dirle che sto andando al buio in mezzo al nulla servirebbe solo a farle sprecare energie per preoccuparsi o per fare la sarcastica. Mi limito a tirarle la coperta di lana fin sotto il mento.
Esco dal fienile, richiudendo il pesante portone scorrevole alle mie spalle. L'aria gelida della notte mi colpisce la faccia come uno schiaffo. Attraverso il perimetro silenzioso di Balsam, muovendomi come un'ombra tra le baracche dormienti, fino a raggiungere la capanna della donna del ruscello. L'ex infermiera.
Batto due colpi leggeri sulla porta di legno. Pochi secondi dopo, lo spioncino si oscura e la porta si socchiude, rivelando il suo viso scavato e gli occhi stanchi, illuminati a malapena dal riverbero di una candela interna.

«Parto adesso,» le sussurro, la voce ridotta a un soffio ruvido.
«Vai da lei tra un paio d'ore. Cambiale lo straccio sulla fronte, dalle da bere se si sveglia. Fai in modo che continui a respirare finché non torno.»
La donna abbassa lo sguardo sul mio fucile, poi lo rialza sui miei occhi.

«Di notte i boschi sono pieni di erranti. E se non torni?»

«Tornerò,» rispondo, con una gelida e assoluta certezza. «Se si sveglia prima, dille di non muoversi.»
Mi volto e mi lascio alle spalle il perimetro di lamiere, inghiottito dall'oscurità dei monti Appalachi.

La Route 23 è un cimitero che serpeggia tra gole profonde e foreste di pini neri. La luna è coperta da un tappeto di nuvole basse, e la visibilità ridotta a una manciata di metri. Avanzo usando la visione periferica, i passi leggeri, il peso del corpo distribuito sull'avampiede per non spezzare rami o far scricchiolare la ghiaia.
Sei miglia. Una marcia forzata nel silenzio assoluto, interrotto solo dal fruscio del vento gelido tra gli alberi e, di tanto in tanto, da un gemito lontano, gutturale, che sale dal fondovalle. Ignoro i morti. I morti sono prevedibili, lenti, stupidi. Non sono loro a preoccuparmi. Elimino solo quelli che mi trovo davanti o che reputo troppo vicini.
Impiego poco meno di due ore per raggiungere i confini di Waynesville. Il quartiere di Hazelwood è un ammasso di scheletri di cemento e mattoni inghiottiti dalla vegetazione. Seguo la South Main Street, scivolando lungo le pareti degli edifici diroccati, usando le ombre come copertura.
La clinica veterinaria è una struttura bassa, col tetto parzialmente collassato per un vecchio incendio. La facciata principale è un disastro di vetri infranti e intonaco annerito.
Mi appiattisco dietro la carcassa di un furgone del corriere rovesciato sul marciapiede opposto, alzando il fucile per inquadrare l'ingresso attraverso il mirino olografico.
Mi aspettavo il buio. Mi aspettavo il vuoto.
Invece, noto subito due cose che fanno scattare l'allarme rosso nel mio cervello.
La prima è il debole fascio di luce di una torcia tattica che danza all'interno delle rovine, illuminando a intermittenza l'interno.
La seconda è il suono metallico e ritmico di un motore che si sta raffreddando. Un tic-tic inconfondibile.
Sposto la visuale verso il vicolo laterale della clinica. Nascosto in parte da un cassonetto ribaltato, c'è un SUV grigio scuro, modificato con griglie metalliche sui finestrini e piastre saldate sulle portiere.
Appoggiato al cofano anteriore, c'è un uomo.

Il mio respiro rallenta, scendendo a un ritmo controllato. Entro nel ciclo OODA — Osserva, Orienta, Decidi, Agisci. La mente militare prende il sopravvento, spazzando via il freddo, la stanchezza e ogni traccia di emozione.

Osserva:
Il tizio sul cofano indossa un giubbotto in pelle imbottito. Sta fumando una sigaretta artigianale, la brace illumina a intervalli irregolari una barba folta e un berretto da baseball. Ha un fucile a pompa appoggiato al paraurti, a portata di mano ma non in posizione di tiro. È rilassato. Troppo rilassato. Pensa di essere il predatore.
All'interno dell'edificio, sento il rumore di scaffali ribaltati e imprecazioni sommesse. Sono in due. Stanno frugando il retro, probabilmente il dispensario dei farmaci. In totale, tre bersagli.

Orienta:
Non sono semplici sopravvissuti in cerca di cibo. Il veicolo rinforzato e la sicurezza con cui si muovono dice che sono sciacalli. Gente organizzata, abituata a prendere quello che vuole con la forza.
Il problema è semplice, la matematica spietata. Loro stanno cercando la stessa cosa che cerco io. I farmaci, in questo mondo, valgono più dell'oro. Se li lascio fare, caricheranno tutto sul SUV e Meave morirà in quel fienile tra spasmi atroci. Non posso condividere. Non posso negoziare. In un'epoca senza leggi, la diplomazia si fa con il piombo e polvere da sparo e il primo che spara è l'unico che racconta la storia.
Sento un'ondata di fredda rassegnazione. Non provo piacere nell'uccidere, ma non provo nemmeno rimorso. O muoiono loro stasera, o muore lei, o muoio io. E io non ho ancora intenzione di morire, né di far morire Meave.

Decidi:
Se apro il fuoco dalla mia posizione con il fucile d'assalto, abbatterò il guardiano in un secondo, ma il rumore allarmerebbe i due all'interno. La struttura è crollata in più punti; se si trincerano nel dispensario, mi costringeranno a un assedio ravvicinato in spazi stretti, o peggio, daranno fuoco a quello che resta dell'edificio pur di non lasciarlo a me.
Devo eliminare il sentinella in silenzio. Poi, mi occuperò degli altri due.

Agisci:
Lascio scivolare il fucile lungo il fianco, agganciato alla cinghia tattica. Porto la mano destra alla fondina cosciale, ma non estraggo la pistola. Un colpo, anche se ben piazzato, fa rumore. Le mie dita si chiudono sull'impugnatura zigrinata del coltello da combattimento. Lo sfilo dal fodero in kydex senza produrre alcun suono.
Esco dalla mia copertura, sfruttando il cono d'ombra creato dall'insegna caduta di un negozio adiacente. Mi muovo con una lentezza calcolata, un passo dopo l'altro sull'asfalto spaccato, tenendo gli occhi incollati alla brace della sigaretta del guardiano. Il rumore del vento che ulula tra i palazzi sventrati copre i miei passi.
Dieci metri.
Il guardiano aspira un'ultima boccata profonda, getta il mozzicone a terra e lo schiaccia con la suola dello scarpone. Si stiracchia, voltando leggermente la testa verso l'ingresso della clinica.
«Sbrigatevi, cazzo!» sibila verso l'interno, irritato dal freddo.
«Non voglio passare tutta la notte in questo buco del cazzo.»
Cinque metri.
Il mio corpo si abbassa, il baricentro vicino a terra. L'adrenalina mi pompa nelle vene, rendendo i miei sensi ipereccitati. Sento l'odore del tabacco scadente, del sudore stantio del bersaglio e del carburante del SUV.
Tre metri.
L'uomo si gira di nuovo verso la strada. Per una frazione di secondo, i suoi occhi incrociano la mia sagoma scura che emerge dalle tenebre. La sua bocca si apre, l'istinto di sopravvivenza che cerca di far scattare un urlo d'allarme, ma il suo corpo è in ritardo rispetto alla mia reazione.
In un lampo fluido e inarrestabile, accorcio l'ultima distanza. La mia mano sinistra scatta in avanti, serrandosi come una morsa d'acciaio sulla sua bocca e spingendogli la testa all'indietro. Contemporaneamente, il coltello nella mia mano destra affonda nella sua gola da parte a parte
Un taglio perfetto. La sua gola è recisa di netto.
Il corpo dell'uomo subisce un violento spasmo, poi si spegne all'istante, crollando come un sacco vuoto. Accompagno la sua caduta a terra, sostenendone il peso per evitare che il tonfo sull'asfalto allerti i compagni.
Pulisco la lama sui suoi vestiti prima di rimetterla al suo posto.

Trascino il corpo del guardiano dietro il camion dove ero nascosto io, muovendomi in silenzio. Il sangue mi ha sporcato i guanti, ma me ne frego. Agisco in puro automatismo.
Lo spoglio rapidamente. Gli sfilo la giacca di pelle imbottita, ancora calda del suo calore corporeo e impregnata dell'odore acre di fumo da due soldi e sudore stantio. Me la infilo sopra il mio equipaggiamento. Poi gli prendo il berretto da baseball e me lo calco in testa, abbassando la visiera fin quasi sul naso.
Perquisisco il cadavere: trovo un coltello da caccia dozzinale e una pistola semiautomatica calibro 9. Infilo il coltello nella mia cintura e controllo il caricatore della pistola. Pieno. Tolgo la sicura e me la tengo in mano.
Mi avvicino al SUV. Il mio fucile d'assalto è troppo ingombrante per un lavoro sporco in uno spazio ristretto come l'abitacolo di un veicolo. Mi accovaccio e lo faccio scivolare sotto il telaio della macchina, nascosto nell'ombra delle ruote posteriori. Metto il fucile dell'uomo nei sedili posteriori.
Apro con cautela lo sportello del guidatore, scivolo sul sedile in pelle fredda e lo richiudo accostandolo, senza farlo scattare.
E poi, aspetto.

Quindici lunghi minuti. In questo mondo, un quarto d'ora fermo al buio equivalgono a un'eternità. Il mio respiro è lento, controllato, inalato dal naso ed espiro dalla bocca. Le mani riposano sul volante. Non uso il coltello rubato. Le dita della mia mano destra scivolano sull'impugnatura logora del pugnale che porto sempre sul fianco sinistro. Il coltello di Tessa. Sentire la trama di quel manico sotto i polpastrelli è l'unico vero ancoraggio che ho con la mia sanità mentale.
Finalmente, rumore di passi che scricchiolano sui calcinacci e sui vetri rotti. Voci basse, affaticate.

«Dai Arón, metti gli zaini dietro e andiamocene via,» dice uno dei due, emergendo dalle tenebre dell'edificio sventrato.
Guardo lo specchietto retrovisore. Una sagoma si dirige verso il bagagliaio, l'altra punta dritto verso la portiera del passeggero.
Lo sportello si apre. L'uomo si lascia cadere pesantemente sul sedile accanto al mio, portandosi dentro l'odore di polvere chimica e farmaci stantii. È grosso, respira a fatica. Getta un'occhiata distratta verso di me, vedendo solo la giacca di pelle del suo amico e la visiera calata.
«Cazzo, ma ti sembra il posto per dor–»
Le parole gli muoiono in gola. Quando si volta per richiudere lo sportello agisco di scatto. La mia mano sinistra va dritta verso il suo collo, la lama si conficca quasi per intero nel suo collo, recidendo la giugulare.
L'uomo si porta entrambe le mani al collo. I suoi occhi si spalancano in un'espressione di terrore puro, il respiro bloccato nei polmoni. Cade dallo sportello rotolandosi a terra. Morirà nel giro di qualche istante.
Non ho tempo da perdere. Lo lascio lì, spingo la portiera ed esco fuori dall'abitacolo con la pistola calibro 9 già in puntamento.
Il secondo uomo ha appena sollevato il portellone posteriore e sta infilando due grossi zaini neri nel bagagliaio. Quando capisce cosa sta succedendo è già tardi, quando una cosa non te l'aspetti, o sei addestrato, oppure sei finito. Si gira di scatto dopo aver sentito il tonfo del suo compagno e del mio sportello.
Sparo due colpi rapidi, in sequenza.
Bam. Bam.
I proiettili frantumano il finestrino laterale posteriore, trasformando il vetro temperato in una pioggia di diamanti. I colpi lo centrano in pieno, perforandogli la spalla destra e stracciandogli il muscolo del braccio. Non ho mirato, ho sparato a occhio. Dovevo neutralizzarlo nel minor tempo possibile, non abbatterlo all'istante, ci sarebbe voluto più tempo e forse avrebbe avuto il tempo di reagire. Anche se, in questo modo il botto degli spari rimbomba lungo tutta la Main Street come un richiamo per i morti.

L'uomo urla, un suono straziante, e crolla sull'asfalto spaccato, tenendosi il braccio che pompa sangue a fiotti.
Mi muovo rapido aggirando il SUV. Il tizio a terra sta ansimando, il viso contorto dal dolore. Con la mano sinistra, quella buona, cerca disperatamente di sfilare un revolver dalla fondina che porta sul fianco.
Arrivo su di lui, pianto lo scarpone militare dritto sul suo polso e ci scarico sopra tutto il mio peso. Sento le ossa scricchiolare sotto la suola in Kevlar. Caccia un altro urlo stridulo. Gli do un calcio nello stomaco che gli mozza il fiato e allontano la sua arma con la punta del piede.
Punto la canna fumante della calibro 9 dritta in mezzo ai suoi occhi.
Lui mi guarda. Il suo respiro è un lamento irregolare. Il terrore gli ha fatto perdere ogni parvenza di aggressività. Inizia a strisciare all'indietro, per quel che glielo permette il mio stivale.

«Aspetta... ti prego, aspetta,» supplica, sputando saliva e sangue.
«Prendi tutto. Gli zaini sono pieni di antibiotici, garze... prendi la macchina. Ma non sparare.»
Il mio dito resta premuto sul grilletto, a una frazione di millimetro dallo sgancio.
Lui vede che non abbasso l'arma e cerca disperatamente la via dell'empatia, l'ultima carta di ogni bastardo che sta per morire.
«Ho una bambina,» dice, la voce rotta da un singhiozzo umido.
«Ha sei anni. È malata, è al nostro campo. Se non torno con quella roba... lei non passa la settimana. Ti prego, uomo. E comunque... i miei sanno che siamo qui. Verranno a cercarci. Possiamo dividerci la roba...»
Sento un muscolo contrarsi sotto la mia mandibola.
Una bambina.
Per un microsecondo, l'immagine della piccola di Balsam che costruisce la sua torre di sassi in riva al ruscello mi attraversa la mente. Un brivido mi tocca lo stomaco. La compassione è un veleno potente. Ti fa esitare. Ti fa pensare che forse c'è un'altra via.
Ma non ho nessuna cazzo di certezza che questa storia sia vera. In dieci anni ho sentito bastardi giurare sulle madri malate, sulle mogli incinte, sui figli morenti, solo per guadagnare il secondo necessario a piantarti una lama nella milza. E anche se fosse vero... la sua bambina non è un mio problema. Meave sì. E se lascio questo stronzo vivo, lui tornerà dal suo gruppo. Seguiranno le mie tracce. Arriveranno a Balsam e raderanno al suolo tutto, compresa la clinica in cui sto tenendo nascosta l'unica persona per cui ho rischiato il collo.
Schiaccio l'empatia sotto una colata di cemento armato. Guardo l'uomo con occhi vuoti, privi di qualsiasi umanità.
«Una volta qualcuno disse: il dado è tratto. Due dei vostri sono morti, se anche tu non torni sicuramente verranno a cercarvi, scopriranno cosa è successo e verranno a cercare me, dopodiché moriranno anche loro. se ti lascio vivo, nvece, tu verrai a cercarmi insieme a loro, mi troverete e tu, invece di morire stanotte, morirai tra qualche giorno... insiene ai tuoi compagni.»

«Nono, ti giuro che non verremo a cercarti... te lo giuro, non uccidermi»

«Siete ancora caldi,» dico. La mia voce è piatta, un sussurro abrasivo che taglia la fredda aria notturna. «Gli erranti stanno arrivando. Li sento già. Quando i tuoi amici arriveranno, troveranno solo qualche arto che non è stato ancora masticato.»
Lui spalanca gli occhi, capendo che è finita. Apre la bocca per lanciare un'ultima supplica, o forse una maledizione. «fi–»
Bam. Bam. Bam.
Sparo tre colpi nel suo petto. La testa sbatte contro l'asfalto e il suo corpo si rilassa, svuotato di ogni tensione.
Non ho un secondo da perdere. Il coro gutturale e trascinato che sale dalla parte bassa della strada mi avverte che il rumore degli spari ha funzionato da fischietto per cani. Decine, forse dozzine di erranti si stanno riversando fuori dai vicoli e dai palazzi abbandonati, attratti dal frastuono e dall'odore pungente del sangue fresco.
Vado verso lo sportello del passeggero. Non so se il tizio è già morto, ma non si muove. Sparo anche a lui, tanto ormai ho già fatto rumore. Non in testa però, sempre sul corpo. Verranno mangiati, si trasformeranno e vagheranno allontanandosi da soli.
Lo afferro e lo trascino sull'asfalto. Faccio lo stesso con il cadavere del guardiano che avevo nascosto dietro il furgone.
Con un enorme sforzo fisico, li sposto tutti e tre proprio in mezzo all'incrocio principale della Main Street. Un mucchio di carne fresca e sanguinante, esposta in bella vista. È una tattica macabra, ma funziona: quando l'orda arriverà, si avventerà su di loro come piranha. Saranno così occupati a sbranare questi tre sciacalli che non si accorgeranno di me mentre mi allontano nella direzione opposta.
Recupero il mio fucile d'assalto da sotto la macchina e me lo metto a tracolla. Mi avvicino al bagagliaio del SUV,
getto un'ultima occhiata ai corpi nell'incrocio, sotto la luce pallida della luna velata, ascoltando i primi lamenti degli erranti che svoltano l'angolo. Non provo niente.

Non c’è tempo per il lusso della prudenza. Il rumore dell'orda si fa più vicino, un suono di ossa che strusciano sull'asfalto e sospiri umidi di gole marce. Mi fiondo sul posto di guida del SUV, lasciando gli zaini sul sedile accanto.
Prima di accendere il motore, apro gli zaini. È un caos di flaconi, siringhe e scatole di cartone schiacciate. Trovo quello che cerco: Ciprofloxacina. Un antibiotico a largo spettro, il gold standard per infezioni di questo tipo. C'è anche dell'amoxicillina, qualche analgesico oppioide e persino della morfina in fiale, roba che in questo mondo vale più di una cassaforte piena di diamanti. La maggior parte ha la data di scadenza superata da anni, ma in condizioni di emergenza, la chimica non si degrada così in fretta come dicono le etichette.
Manca la linea.
Senza un set per infusione, non servono a niente. La somministrazione orale è troppo lenta per la velocità con cui l'infezione sta colpendo Meave. Digrigno i denti e mi dirigo dentro la clinica, correndo tra i tavoli operatori rovesciati. La mia torcia taglia l'oscurità come una lama. Eccola. Una scatola di kit endovena integra, sigillata ai piedi di uno scaffale. La afferro e corro fuori.
Metto in moto. Il motore ruggisce, un suono alieno in questo silenzio di tomba. Ingrano la marcia e parto piano, per non lasciare la sgomma, mentre le prime sagome grigie degli erranti appaiono nel fascio dei fari. Non li guardo. Premo l'acceleratore, sentendo le gomme che artigliano il fango della statale 23.
Il ritorno verso Balsam procede liscio, l'adrenalina svanisce ad ogni miglio percorso.
Quando entro nel fienile, Meave è un fantasma rannicchiato nella paglia. La febbre le ha dato una tregua apparente, la pelle non scotta come prima, ma è un inganno: l'infezione è una bestia che ha solo fatto un respiro prima di ripartire all'attacco.
La donna del fiume, Jessica, è lì con lei. Si è tolta lo scialle e ha le maniche rimboccate. Mi vede entrare, mi vede sporco di fango e sangue, e non fa domande. Si limita a tendere la mano.

«Sei già di ritorno? Ce l'hai?» chiede, la voce tesa.
Le rovescio gli zaini ai piedi.

«Antibiotici, morfina, kit endovena. Tutto.»
Lei si mette subito al lavoro. Mentre prepara la flebo, la mia mente registra ogni suo gesto. Vedo Meave contrarsi quando l'ago le entra nella vena della mano, un gemito di dolore che le esce dalle labbra. È un dolore che non si può nascondere.

«È un antidolorifico potente,» sussurra Jessica, iniettando la dose con una precisione che mi fa quasi invidia.
«Le toglierà il dolore per qualche ora. Ma la gamba... è brutta. Molto brutta. Se l'antibiotico non fa effetto entro ventiquattro ore, la necrosi sarà sistemica. Non avrò scelta, dovrò amputare.»
Mi siedo sulla paglia, a pochi centimetri da Meave. Le mie mani, quelle mani che dieci minuti fa hanno tolto la vita a tre uomini, ora sembrano inutili, pesanti. Jessica mi guarda, capisce che non sono d'aiuto in questo momento. Fa un cenno impercettibile, raccoglie le sue cose e si avvia verso il portone.
«Mi chiamo Jessica,» dice prima di uscire. «Se ha bisogno di altro, sono nella terza capanna a destra. Non farla dormire troppo, controlla la temperatura.»
Il portone si richiude. Siamo soli.
Il silenzio del fienile è diverso ora. Meno aggressivo, ma più carico di una fragilità che mi mozza il fiato.
Meave apre gli occhi. La morfina ha fatto effetto, le pupille sono spente, un velo di vetro sopra il verde dei suoi occhi. Guarda il vuoto, poi sposta la testa lentamente, faticando a mettere a fuoco la mia figura.

«Sei tornato,» mormora. La sua voce è un sussurro sottile, privo di difesa.

«Certo che sono tornato.»

«Ho freddo, Trevis. Un freddo... che mi arriva fin dentro le ossa.»

Mi sfilo il giubbotto tattico, lo lascio cadere di lato e mi tolgo gli scarponi. Mi siedo accanto a lei, poi mi sdraio, creando uno spazio tra la paglia e il mio corpo. Con estrema lentezza, la tiro a me. Non c'è erotismo, non c'è tensione, c'è solo una necessità primordiale di calore. Lei si appoggia al mio petto, il viso appoggiato sulla mia spalla.

La stringo forte. Sento il battito del suo cuore, irregolare, stanco, che combatte contro la tossina che le scorre nelle vene.

Le sue palpebre si fanno pesanti quasi subito. Il respiro rallenta, si allunga, scivola verso quel ritmo profondo che precede il sonno vero.

Apro la bocca per dirle di lasciarsi andare. È il riflesso automatico di chi vuole solo che la sofferenza dell'altro finisca, anche solo per qualche ora. Ma la voce di Jessica mi torna addosso, netta: non farla dormire troppo, controlla la temperatura.

Deglutisco. Le stringo un poco la spalla, abbastanza da farla riemergere.

«Ehi,» sussurro. «Non ancora.»

Meave riapre gli occhi a fatica, il velo della morfina che le appesantisce ogni gesto. «Sono stanca, Trevis. Tanto stanca.»

«Lo so. Ma non puoi dormire adesso. Resta sveglia ancora un po'. Dopo ti lascio andare, promesso.»

Fa una smorfia, un tentativo di protesta che le muore in gola. «Sei un carceriere di merda.»

«Il migliore che tu abbia mai avuto.»

Un piccolo sorriso le attraversa le labbra screpolate. Il primo da giorni.

Per tenerla ancorata, comincio a parlare. Non di erranti, non di Balsam, non della gamba che potrebbe non farcela. Le faccio domande stupide, inutili, cose che in questo mondo non contano niente e che proprio per questo funzionano

«Qual era il tuo colore preferito. Prima.»

Aggrotta la fronte, come se la domanda fosse scritta in una lingua che ha dimenticato. «Che cazzo di domanda è.»

«Una per tenerti sveglia. Rispondi.»

«Giallo,» dice dopo un momento, la voce impastata.
«Il giallo dei girasoli. Ne avevamo un campo dietro casa, in Ohio. Mia madre li odiava, diceva che attiravano le api.» Una pausa, un respiro tremante. «Adesso il giallo mi ricorda solo il vomito quando sento la puzza degli erranti..»

«Bell'immagine. Complimenti.»

«Vaffanculo, l'hai chiesto tu.»

Continuo a farle domande, una dopo l'altra, tenendola a galla con la sola forza della mia voce bassa nel buio. Se suonava qualcosa. Se aveva fratelli. Se le mancava di più il caffè o la doccia calda. Lei risponde a scatti, la lingua impastata dalla morfina, ma risponde, e ogni risposta è un filo che la tiene di qua, lontana dal sonno che Jessica ha detto di non concederle ancora.

Il tempo scivola così, in un dialogo frammentato e stupido e prezioso, finché non mi accorgo che le sue parole si sono fatte più rade, il silenzio tra una domanda e l'altra troppo lungo per i miei gusti.

Mi giro leggermente verso di lei per richiamarla. Il movimento ci porta più vicini di quanto intendessi. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio, illuminato appena da un filo di luce grigia che filtra dal tetto.

Il tempo, dentro quel fienile, si ferma di nuovo.

Sento il suo respiro sulla bocca, caldo, irregolare, mischiato al mio. I suoi occhi verdi, opachi di morfina, mi cercano con una lucidità che la droga non dovrebbe permetterle. Non c'è più febbre in quello sguardo. C'è solo lei, quello che ne resta, che mi guarda come se stesse per dirmi una cosa rimandata da giorni.

Il corpo si muove prima del cervello. Mi accorgo di essermi avvicinato di un altro centimetro. Sento l'odore della sua pelle, del sangue secco, e sotto tutto questo, qualcosa di caldo e vivo che mi fa dimenticare per un secondo dove ci troviamo.

E poi la vedo. Non lei. Lei.

Un lampo involontario, crudele: Tessa che mi guarda allo stesso modo, in un'altra vita, prima che tutto andasse in pezzi. Il petto mi si stringe, un artiglio che risale dalla bocca dello stomaco alla gola.

Mi ritraggo. Non di molto. Un centimetro, forse due. Ma abbastanza perché lei se ne accorga.

«Trevis.»

La sua voce non ha rimprovero. Ha solo la stanchezza paziente di chi ha già visto un uomo scappare da se stesso troppe volte per stupirsene ancora.

«Non posso,» dico. La voce mi esce più ruvida di quanto vorrei. «Non è giusto. Per lei.»

Meave non distoglie lo sguardo. Nemmeno per un istante.

«Non ti sto chiedendo di dimenticarla.» Le parole escono lente, pesate, nonostante la lingua impastata. «Non lo farei mai. E comunque non ci riusciresti, e non voglio che tu ci provi.»

Il respiro le trema, ma non è più solo febbre.

«Ma guarda dove siamo, Trevis. Il mondo ci ha già portato via tutto quello che poteva portarci via. Case, famiglie, futuro. Se lasciamo che ci porti via anche questo — il fatto che riusciamo ancora a sentire qualcosa — allora i morti hanno già vinto. Non serve nemmeno che ci mordano. Basta smettere di provare sentimenti, e siamo già uguali a loro.»

Una lacrima le scivola all'angolo dell'occhio. La voce resta ferma.

«Non ti sto chiedendo di scegliere me al posto suo. Ti sto chiedendo di non chiuderti per paura. Quello che sto provando adesso, qualunque cosa sia, è una delle poche cose rimaste in questo schifo di mondo che vale ancora la pena sentire. E credo che tu lo sappia. Solo che hai troppa paura di ammetterlo.»

Rimango immobile, il suo fiato caldo ancora contro le labbra, il cuore che martella in un modo che non sentivo da dieci mesi.

Non rispondo a parole. Non ne ho più.

Colmo io stesso l'ultimo centimetro.

Le bacio con una delicatezza che non mi credevo più capace di avere, lenta, quasi timorosa, come se il fienile intero potesse frantumarsi al minimo gesto sbagliato. Lei risponde piano, le dita gelide che si stringono nel tessuto della mia maglietta, aggrappandosi a me come si aggrappa a qualcosa chi teme che l'istante finisca troppo presto.

Quando ci separiamo, restiamo a un soffio l'uno dall'altra, le fronti che si toccano, i respiri mescolati nel buio freddo.

«Restare sveglia adesso mi sembra più facile,» sussurra lei, un accenno di sorriso stanco sulle labbra.

Non rispondo. Le stringo la mano tra le dita, intreccio le nostre falangi gelide, e resto a guardarla nel buio, contando ogni suo respiro come si contano le monete di un tesoro che non pensavo di potermi più permettere.

Fuori, il vento continua a mordere le lamiere di Balsam. Ma qui dentro, per la prima volta da quando Tessa se n'è andata, il silenzio non fa più così male.

CONTINUA... . .

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scritto il
2026-07-02
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