Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 6

di
genere
fantascienza

Il silenzio di Balsam poco prima dell'alba ha una consistenza diversa da qualsiasi altro silenzio io abbia mai imparato a leggere. Non è pace. È l'attesa sospesa di un mondo che non sa ancora se il giorno porterà cibo o sangue.

La luce grigia filtra attraverso le fessure del legno rovinato, proiettando raggi pallidi sul pavimento di terra battuta. L'aria nel fienile sa ancora di disinfettante, ma qualcosa è cambiato nelle ultime ore. Il respiro di Meave non è più quello disperato di ieri notte. La Ciprofloxacina sta combattendo la sua guerra silenziosa nelle sue vene, abbassando la febbre a un livello finalmente umano.

Resto seduto su una cassa di legno, l'arma appoggiata sulle ginocchia, gli occhi fissi sul suo profilo addormentato. Per la prima volta da giorni, il suo viso non è contratto dal dolore. Dorme con la bocca socchiusa, una ciocca di capelli scuri incollata alla fronte ancora umida di sudore, ma è un sudore diverso adesso. Non è più quello acre e disperato della febbre alta. È solo il corpo che si ripulisce da dentro.

Non ho chiuso occhio. Non lo faccio mai quando il perimetro non è sicuro, e stanotte meno che mai. Da qualche parte, in una clinica abbandonata a sei miglia da qui, tre uomini che ieri respiravano ancora adesso stanno diventando cibo per gli erranti che ho lasciato indietro. Non me ne pento. Ma il conto arriva sempre, in un modo o nell'altro, e io lo so.

Il rumore di passi pesanti e disordinati che calpestano la ghiaia gelata all'esterno mi fa scattare in piedi prima ancora che il cervello finisca di elaborare il segnale. Non è il passo leggero di Jessica. È qualcuno di grosso, e ha fretta. Mi sposto nell'ombra del pilastro centrale, sollevando la canna dell'arma con un movimento quasi naturale ormai.

Il pesante portone scorrevole geme sui cardini arrugginiti e viene spinto di lato con violenza.

Sulla soglia c'è Earl. Il capo ufficioso di questo ammasso di baracche chiamato Balsam. Indossa lo stesso giaccone di flanella rattoppato di ieri, ma stanotte qualcosa in lui è diverso. Le mani che stringono il calcio della doppietta tremano con un ritmo visibile, incontrollabile. Non è il freddo dell'alba a scuoterlo così. È terrore puro, quello che ti sale dalle viscere e ti toglie il controllo dei muscoli fini.

«Fuori,» ringhia, la voce impastata di panico e rabbia mal calibrata.
«Tu e la puttanella. Prendete le vostre cose e andatevene immediatamente.»

Non esco dall'ombra. Abbasso leggermente la canna del fucile, ma la tengo comunque in punteria, il dito indice fermo lungo il ponticello.

«Abbassa quel pezzo di antiquariato prima di spararti a un piede, Earl,» dico, la voce piatta, quasi annoiata. «Che diavolo succede?»

«Ho visto il fuoristrada grigio che hai nascosto dietro la vecchia segheria,» sputa lui, stringendo ancora di più la presa sul legno consumato dell'arma.
«Sangue sui sedili. Sangue sulle maniglie. Non sono uno stupido, straniero. So leggere i segni di qualcuno che non c'è più. Hai ammazzato qualcuno stanotte per prendere quelle medicine, e ora hai portato la loro cazzo di ombra fino alla nostra porta!»

Alle mie spalle sento il fruscio della coperta militare. Mi volto a metà, senza abbassare del tutto la guardia. Meave è sveglia. Pallida come un lenzuolo steso al gelo, aggrappata al palo di sostegno per issarsi a sedere. Le sue iridi verdi, ancora annebbiate dai residui della morfina, si spostano da me a Earl, poi tornano su di me e restano lì, fisse.

Ha sentito tutto.

«Trevis...» sussurra, la voce spezzata, raschiata dalla gola secca. «Cosa hai fatto?»

Resto immobile un istante di troppo. Avrei preferito che non lo scoprisse così, di scatto, urlato da un vecchio terrorizzato invece che detto da me con le parole giuste, qualunque esse siano. Ma la realtà non concede il lusso della messa in scena. Io sono quello che si sporca le mani nella merda da sempre. Questa volta l'ho fatto perché lei possa continuare a respirare un altro giorno. In questo mondo non c'è spazio per raccontarsela diversamente.

La guardo dritta negli occhi, senza un briciolo di esitazione.

«Quello che andava fatto,» rispondo. «C'erano tre sciacalli alla clinica. Volevano i farmaci per sé. Adesso non li vogliono più, non vogliono più niente.»

Meave incassa il colpo con tutto il corpo. Sbatte le palpebre, il respiro che le si incastra a metà del petto. La vedo mettere a fuoco, un dettaglio alla volta, il sangue rappreso sulle mie nocche, l'odore acre di polvere da sparo che ancora mi impregna la giacca. Non sono i segni di una difesa astratta. Sono la prova diretta che ho giustiziato tre esseri umani perché lei aveva bisogno di una linea endovenosa.

È un peso enorme da scaricare sulle spalle di qualcuno all'improvviso, e glielo leggo in faccia in tempo reale: il disgusto arriva per primo, poi la paura, e infine — lenta, quasi vergognosa — una gratitudine che non vorrebbe provare. China la testa, le nocche che sbiancano intorno alla coperta stretta a pugno. Non aggiunge altro. Ma la vedo guardarsi le proprie mani per un secondo, come se stesse cercando lì una risposta che non trova.

Earl fa un passo avanti, la canna della doppietta che oscilla verso di me con un movimento incerto.
«Noi abbiamo famiglie qui!» urla, la vena sul collo che pulsa visibilmente sotto la pelle sottile.
«Abbiamo bambini, capisci? Se quei tre avevano un gruppo alle spalle, li cercheranno. Seguiranno le tracce fin qui! Non permetterò che Balsam bruci per i tuoi maledetti peccati. Prendi quel SUV e portati via i tuoi problemi. Adesso.»

Faccio un respiro lento, misurato. Metto la sicura al mio fucile d'assalto con un clic metallico secco e lo lascio scivolare lungo il fianco, appeso alla cinghia tattica. Esco finalmente dall'ombra e cammino dritto verso la canna dell'arma di Earl, senza fretta, senza esitazione.

Lui indietreggia di un passo, inciampando quasi sui propri stivali. Fanno tutti quanti i duri, gli uomini come lui, finché non si trovano davanti a qualcuno che ha smesso di temere la morte un decennio fa.

«Ascoltami bene,» dico, la voce che scende a un registro basso, gelido come la brina che ricopre le travi del tetto sopra di noi.
«Meave non può muoversi. L'antibiotico ha appena iniziato a fare effetto sull'infezione. Se la carico su quel fuoristrada adesso, con le buche e il freddo, l'infezione le raggiunge il cuore prima ancora di percorrere dieci miglia. Quindi io da qui non mi muovo e neanche lei. Hai capito? Perché non lo ripeterò una seconda volta, vecchio. Se hai dimenticato l'apparecchio sul comò, peggio per te.»

«Ti ammazzo, giuro su Dio che ti ammazzo qui dentro!» balbetta lui, il dito che sfiora il grilletto con un tremito che tradisce più paura che determinazione.

«No. Non lo farai.» Mi fermo a mezzo metro da lui. Abbasso lo sguardo sulla sua arma, poi lo rialzo sulle sue iridi spaventate, cerchiate di un rosso che parla di notti insonni ben prima di questa.
«Sento la puzza di merda fin da qui. Non hai le palle per farlo. Non hai le palle per fare un cazzo.
Eravate senza cibo. Senza farmaci. Morti di paura. Così terrorizzati che non riuscivate nemmeno ad allontanarvi da quelle baracche di merda per andare a prendervi un coniglio. E adesso vorresti fare il duro con me?»

Indico con il pollice la strada sterrata oltre il portone.
«Hai detto che seguiranno le tracce, giusto? Hai ragione, e per una volta hai ragionato bene. Le gomme del SUV hanno scavato solchi profondi nel fango della Route 23, e quei solchi portano dritti al vostro cancello di lamiera arrugginita. Anche se io e lei sparissimo in questo preciso istante, le tracce resterebbero comunque qui, scolpite nella terra come una firma. Se il gruppo di quei tre bastardi è organizzato come temo che sia, arriveranno. E quando vedranno queste baracche di legno marcio, non chiederanno gentilmente se siamo passati di qua. Vi massacreranno tutti, prenderanno le vostre donne e quel poco cibo che avete, e daranno fuoco al resto per il gusto di farlo.»

Il colore abbandona il viso di Earl in un istante, lasciandolo cereo come la cera fusa di una candela. Le sue labbra tremano, formando parole che non escono. La rabbia lascia il posto a una consapevolezza gelida, paralizzante: ha appena capito che il suo villaggio era già condannato prima ancora che io mettessi piede fuori dal fienile stanotte.

«Quindi ecco il patto,» continuo, la voce che si affila, si fa calcolatrice, quasi commerciale.
«Tu hai un perimetro fatto di lamiere arrugginite e contadini che non saprebbero colpire un errante a cinque metri di distanza. Io ho anni di addestramento e so esattamente come si organizza una difesa che tenga. In più...»

Mi giro, raggiungo lo zaino abbandonato in un angolo e lo apro con uno strappo secco della cerniera.

Ne estraggo un fucile a pompa calibro 12 a canna corta e un pesante revolver .357 Magnum, ancora con l'odore metallico della polvere da sparo di ieri notte impregnato nel metallo. Li lascio cadere ai piedi di Earl. Il tonfo secco solleva una nuvoletta sottile di polvere dal pavimento.

«Le armi degli uomini che ho ucciso,» dico, senza abbellire la frase, senza addolcirla. «Più le munizioni che avevano addosso. Sono vostre, per la vostra gente.»

Earl guarda le armi a terra come si guarda un serpente morto: con orrore e sollievo insieme. Poi alza lo sguardo su di me. La doppietta nelle sue mani cede lentamente, la canna che scende fino a puntare il pavimento di terra battuta. È la resa della disperazione, il momento esatto in cui un uomo capisce che ogni sua opzione lo porta comunque a dover fidarsi del mostro che ha davanti.

«Io resto qui finché lei non si regge in piedi da sola,» concludo, senza lasciare spazio a repliche o negoziazioni ulteriori. «In cambio, difenderò questo posto se qualcuno si farà vivo. Se arrivano, li accogliamo come si deve. Se non arrivano, appena Meave riesce a camminare, ci smezziamo i farmaci, prendo quella macchina che vi da tanto fastidio e ce ne andiamo per sempre. È l'unica possibilità concreta che hai di tenere in vita la tua gente.»

Il silenzio che cala nel fienile ha il peso specifico di una lapide. Si sente solo il vento che fischia tra le fessure delle assi, e da qualche parte fuori, lontanissimo, il verso gutturale di un cane che i sopravvissuti di Balsam tengono ancora, chissà come, chissà per quanto.

Earl deglutisce a fatica, il pomo d'Adamo che sale e scende lungo la gola magra. Si china lentamente, raccoglie il fucile a pompa da terra con mani ancora tremanti, se lo appoggia in spalla, e fa un cenno d'assenso talmente stanco da sembrare quasi un inchino. Troppo sconfitto per aggiungere altro. Si gira e se ne va, trascinando gli stivali nella ghiaia gelata, la schiena curva sotto un peso che non è solo quello dell'arma.

Rimango a fissare il portone spalancato per qualche secondo, lasciando che il freddo dell'alba mi lavi la faccia. Solo quando sono certo che i suoi passi si sono allontanati abbastanza, permetto alle mie spalle di abbassarsi di un centimetro. Un solo, minuscolo centimetro. Nessuno lo vede tranne me.

Poi mi volto verso Meave.

Mi sta ancora fissando, avvolta stretta nella sua coperta come in un bozzolo insufficiente. C'è una luce nuova nei suoi occhi, un misto di repulsione e di qualcosa che assomiglia pericolosamente all'ammirazione, e che non riesco del tutto a decifrare.

«Riposati,» dico, la voce tornata asciutta, raccogliendo lo zaino da terra.

Chiudo l'anta di legno con una spinta della spalla, isolandoci di nuovo dal resto del mondo. Comincio a riempire i caricatori vuoti, spingendo i proiettili uno a uno contro la resistenza della molla d'acciaio.
Click. Click. Click.
Un suono ripetitivo, quasi ipnotico, che mi aiuta a non pensare a nient'altro per qualche istante.

Sento lo sguardo di Meave incollato alla mia nuca. Non ha smesso di studiarmi da quando Earl ha abbassato l'arma.

«Fai quasi più paura tu di quelli là fuori,» dice infine, rompendo il silenzio. La voce è ancora sottile, graffiata, ma carica di una lucidità nuova che la febbre non le concedeva fino a ieri.

Non mi fermo dal mio lavoro meccanico.
«Gli erranti non hanno mira, Meave. E non sono aperti alle trattative. Sono un problema più che una minaccia. Earl, invece, poteva ancora scegliere. Ecco la differenza.»

La sento sospirare, un suono tremulo mentre si sistema la coperta sulle spalle magre. Mi volto a guardarla. È pallida, i capelli scuri incollati alla fronte, ma l'intelligenza nelle sue iridi verdi è tornata affilata come una lama appena rifatta.

«Non parlavo degli erranti,» dice piano.
«Parlavo di te.» Si inumidisce le labbra spaccate prima di continuare. «L'hai distrutto in meno di due minuti. Quell'uomo è entrato qui dentro con un'arma spianata, pronto a cacciarci a calci in culo o a spararti in fronte, e tu... se la stava letteralmente facendo addosso davanti a te. E non hai nemmeno alzato la voce una sola volta.»

«I cani che abbaiano sono quelli che non mordono» rispondo, infilando un caricatore pieno in una tasca del gilet tattico.
«Se vuoi far capire a un uomo che sei pronto a ucciderlo, devi dirglielo con la stessa identica calma con cui gli chiederesti un fiammifero per la sigaretta. Le urla alzano l'adrenalina, e l'adrenalina fa fare cazzate irreparabili. La calma, invece, ghiaccia il sangue nelle vene. È l'unica frequenza che il cervello di un uomo terrorizzato riesce ancora a registrare prima di arrendersi del tutto.»

Meave scuote la testa, un movimento minimo contro il legno del palo.
«Hai ucciso tre persone stanotte,» dice. Non è un'accusa gridata. È una constatazione cruda, pronunciata con il tono di chi sta ancora cercando di dare un peso reale, misurabile, a quelle parole.

«Tre sciacalli armati che mi avrebbero svuotato un caricatore nella schiena alla prima occasione utile,» la correggo, la voce bassa, quasi raschiante.

«Erano comunque persone.» Abbassa lo sguardo sulle proprie mani, su quelle vene dove poco prima Jessica le ha infilato l'ago della flebo.
«Uomini che respiravano ieri sera, e che stanotte hanno smesso di farlo perché tu avevi bisogno di quello zaino per me.» Alza di nuovo gli occhi, e in essi c'è qualcosa di più complicato del semplice rimprovero. «E per comprarti la permanenza qui con Earl, hai appena scommesso la vita della sua gente contro la nostra, minacciandoli di farli massacrare se non ti obbediscono. Non riesco a capirti, Trevis. Onestamente, non ci riesco.»

Mi appoggio alla trave centrale, incrociando le braccia sul petto. «Cosa c'è esattamente da capire?»

Lei alza gli occhi, piantandoli nei miei senza cedere di un millimetro.
«Io lo so che non sei un mostro qualunque. I mostri non rischiano il culo per una sconosciuta che ha appena cercato di derubarti nel sonno. I mostri non ti tengono stretta per ore intere solo per impedirti di tremare di freddo.» Fa una pausa, il respiro che le trema leggermente.
«Ma quando parli con chi c'è là fuori, a volte ti trasformi in qualcosa di peggio di una bestia. Diventi puro ghiaccio. Nessuna esitazione visibile, nessun rimorso che traspaia. Mi chiedo davvero come cazzo tu riesca a spegnere l'interruttore della tua umanità così in fretta, come se fosse un gesto qualunque.»

La fisso per un lungo istante, studiando la piega della sua bocca, la tensione nelle sue spalle sotto la coperta. La sua è ancora l'ingenuità di chi ha visto la fine del mondo con i propri occhi, ma non ne ha ancora digerito fino in fondo le regole non scritte. Un sorriso storto, amaro, mi deforma un angolo della bocca — quell'ironia macabra che mi tiene in vita da otto anni, uno scudo di cinismo praticamente a prova di proiettile.

«L'interruttore è rotto da un pezzo, ragazzina,» dico, staccandomi dal palo.
«Il mondo di prima premiava i buoni, i giusti, quelli disposti al compromesso ragionevole. Quel mondo è affogato nel proprio sangue anni fa. Il mondo di oggi, invece, macella i buoni per primi e ci fa il brodo con le loro ossa.»

Faccio due passi verso di lei, fermandomi a un metro dalla sua stuoia di paglia. La voce scende ancora di mezzo tono, si trasforma in un sussurro ruvido che non lascia spazio a repliche facili.

«Se voglio tenerti in vita, se voglio assicurarmi che l'infezione non ti divori mentre sei indifesa su questa paglia, non posso permettermi il lusso di comportarmi da essere umano con il resto di questo pianeta morente. Se devo diventare il demonio per un vecchio spaventato, lo divento senza pensarci due volte. Se devo usare i cadaveri di tre stronzi come merce di scambio per negoziare la nostra sopravvivenza, lo faccio, e dormo comunque la notte. La moralità è un hobby riservato a chi ha la pancia piena e un tetto sicuro sopra la testa. Noi due non abbiamo né l'uno né l'altro.»

Meave resta in silenzio più a lungo del previsto. Il respiro le si solleva irregolare sotto la coperta ruvida. Non distoglie lo sguardo, non indietreggia di un centimetro, ma qualcosa nei suoi occhi mi dice che il messaggio è arrivato fino in fondo, dove fa più male.

Poi, piano, con una voce che ha perso improvvisamente ogni traccia di accusa: «Anche io mi sono raccontata una storia molto simile.»

Mi fermo.

«Quel giorno,» continua, la voce che si fa più bassa, quasi persa nel rumore del vento fuori. «Con Caleb e Sarah. Mi sono detta che stavo facendo l'unica cosa logica possibile, che aspettare ancora avrebbe significato morire in tre invece che in due. Mi sono raccontata che la sopravvivenza non lascia spazio ai sentimentalismi, esattamente come stai facendo tu adesso con Earl.» Deglutisce a fatica. «La differenza è che io sono scappata pensando a salvare solo me stessa. Tu hai ucciso tre uomini pensando a salvare me. Non so quale delle due cose sia più spaventosa da ammettere ad alta voce.»

Il silenzio che segue è diverso da tutti quelli di stamattina. È più denso, più intimo, carico di qualcosa che nessuno dei due sembra disposto a nominare per primo.

«Non ti sto giudicando, Trevis,» aggiunge infine, piano. «Sto solo cercando di capire se un giorno anche il mio interruttore si romperà del tutto come il tuo. E se, quando succederà, mi resterà ancora qualcuno accanto capace di dirmi che va bene comunque.»

Non rispondo subito. Le parole mi si fermano in gola, pesanti come sassi, perché non ho una risposta pronta che non suoni patetica o bugiarda.

Alla fine scelgo la via che conosco meglio. Quella più sicura.

«Quindi ora vai là fuori per proteggere persone che, in fondo, ti disprezzano già,» dice lei, un filo di sarcasmo stanco che smorza la tensione appena creata, offrendomi una via di fuga che accetto senza vergogna.

«Esatto,» rispondo, raccogliendo il fucile e mettendomelo in spalla. «Sono un filantropo profondamente incompreso.»

Meave abbozza un sorriso debole, piegando leggermente la testa contro il legno scheggiato. «Cerca di non terrorizzare nessun bambino mentre sei fuori a giocare al soldato, Trevis.»

«Non prometto niente. Se mi annoio troppo, potrei anche rubare le caramelle a qualcuno.»

Mi giro verso il portone, spingendo l'anta di legno quel tanto che basta per passarci. Il vento gelido entra di prepotenza, sferzandomi la faccia con la stessa freddezza con cui ho appena parlato a un uomo terrorizzato.

«Riposati, Meave,» dico, senza voltarmi indietro, perché se lo faccio adesso non sono più sicuro di cosa le direi. «Ne hai bisogno. Forse avremo ospiti.»

Il sole è tramontato da un pezzo, inghiottito dalle fauci nere degli Appalachi. Ho passato le ultime otto ore a sistemare il perimetro, spostare sacchi di terra gelata e piazzare trappole sonore lungo il perimetro sud di Balsam. I muscoli della schiena bruciano, le nocche sono spaccate dal freddo, ma il campo adesso ha un perimetro più sicuro, niente di eccezionale, ma meglio di prima.

Quando torno al fienile, trovo Jessica già dentro.

La luce tremolante di una lanterna a olio proietta la sua ombra lunga sulle pareti di legno marcio. Sta controllando la flebo di Meave, le dita che sfiorano la pelle intorno al foro d'entrata con quella delicatezza clinica che solo chi ha fatto questo mestiere per anni riesce a mantenere anche quando le proprie mani tremano di fame.

Mi appoggio allo stipite, sfilandomi i guanti incrostati di fango. Jessica si volta al rumore dei miei passi.

È una bella donna, anche se il mondo ha fatto di tutto per impedirglielo. I vestiti sono logori, rattoppati agli angoli, ma i capelli castani sono puliti, raccolti in una coda semplice che le lascia scoperto il collo. Le mani, alla luce della fiamma, sono segnate dal lavoro e dal freddo, ma le unghie sono tagliate corte e curate con un'attenzione quasi caparbia. Un dettaglio minuscolo, e per questo ancora più eloquente.

«L'infezione ha smesso di avanzare,» dice, riponendo le bende nella borsa di tela. «La febbre è sotto controllo. Se continua così, tra qualche giorno può provare a mettere peso sulla gamba.»

Sento qualcosa allentarsi nel petto, un nodo che non sapevo di tenere così stretto.

«Bene,» dico soltanto. Con Jessica non servono più parole di quelle strettamente necessarie.

Lei arriccia il naso, un mezzo sorriso stanco che le increspa gli angoli della bocca.
«Nella mia baracca ho un serbatoio a caduta collegato a una stufa a legna. L'acqua è calda, o quasi. E voi due puzzate di sangue vecchio, sudore e terra umida fino a qui.» Fa un cenno verso la porta. «Venite. Una doccia serve più a voi che a me.»

Un lusso che avevo quasi dimenticato esistesse.
Dieci minuti dopo ci incamminiamo verso il suo rifugio, una struttura piccola, ordinata con una cura che sembra quasi un atto di resistenza contro tutto il resto.

Meave entra per prima. Quando mi faccio avanti per aiutarla a reggersi sulla soglia, scuote la testa. Vuole cavarsela da sola, e non insisto: conosco già abbastanza bene quella luce ostinata nei suoi occhi da sapere quando è inutile discutere.

Jessica le passa un asciugamano pulito e le raccomanda di usare lo sgabello sotto il getto per non scivolare. Meave annuisce e scompare dietro la porta di legno scheggiato. Pochi secondi dopo, il rumore dell'acqua sulle doghe di plastica riempie lo spazio, un suono così ordinario che per un istante mi sembra di aver sognato tutto quello che è successo nelle ultime settimane.

L'aria dentro la baracca si fa presto pesante, densa di vapore e sapone neutro. Ho bisogno di spazio, di aria che non sappia di me stesso.

«Vado a prendere una boccata d'aria,» mormoro a Jessica, spingendo la porta ed uscendo.


Mi siedo sui gradini sconnessi del portichetto. L'aria gelida della notte mi raffredda il sudore che mi si è incollato addosso.

Infilo due dita nel taschino interno del gilet ed estraggo un pacchetto di cartone stropicciato. Dentro, un'unica sigaretta superstite, mezza storta, il tabacco secco alle estremità. Un tesoro prezioso che mi porto dietro da mesi, in attesa del momento in cui avrei avuto davvero bisogno di bruciare qualcosa che non fosse polvere da sparo.

Me la porto alle labbra, accendo lo Zippo ammaccato, aspiro a fondo. La brace disegna un punto arancione nel buio. Il fumo mi riempie i polmoni con un sapore aspro e dimenticato, e per un secondo, un solo miracoloso secondo, chiudo gli occhi e non penso a niente.

La porta cigola alle mie spalle. Il passo di Jessica è leggero sulle tavole consumate. Si siede sul gradino accanto al mio, uno scialle pesante stretto intorno alle spalle, lasciando tra noi uno spazio ancora ragionevole. Ancora innocente.

«La tua bambina,» dico, buttando fuori una nuvola di fumo che il vento disperde subito. «Quella che giocava con i sassi al ruscello. Dov'è stanotte?»

«Dorme. È al sicuro nella baracca da Earl, mio padre.»

Mi blocco a metà del secondo tiro.

«Tuo padre?» Giro lentamente la testa verso di lei. Ho passato la mattina a terrorizzare quell'uomo fino a fargli tremare le mani sul calcio del fucile, e ora sua figlia mi offre una doccia calda come se niente fosse.

«Earl,» conferma lei. Non c'è rancore nella voce, solo una specie di rassegnazione antica.
«È un vecchio spaventato, Trevis. Ha il terrore di perdere l'unica nipote che gli è rimasta, e la paura fa scegliere alle persone in modo stupido. Ma tu hai fatto quello che dovevi, per la tua gente.» Una pausa, gli occhi fissi sul buio davanti a noi. «Io lo capisco meglio di quanto pensi. In questo mondo o sei il lupo o sei la carne che il lupo mangia. Mio padre non è mai stato un lupo. Ha solo avuto la fortuna, per tutta la vita, di non doverlo diventare. Fino a otto anni fa Quando le cose si fanno brutte ci spostiamo, é cosi che andiamo avanti.»

Resto in silenzio, lasciando che il fumo mi bruci in gola più del necessario. Soppesa il mondo con la mia stessa bilancia, e questo mi disarma più di quanto vorrei ammettere.

«Mio marito è morto qui,» dice lei dopo un momento, come se rispondesse a una domanda che nessuno le ha fatto ad alta voce. La voce non trema, ma rallenta, si fa più attenta a ogni parola, come chi cammina su un pavimento che sa già scricchiolare. «Due anni fa. Siamo arrivati a Balsam che il collasso durava già da tempo — tre anni, ormai, da quando abbiamo trovato questo buco. Pensavamo fosse un punto d'arrivo. Un posto dove ricominciare a contare i giorni invece che sopravvivere a uno alla volta.»

Non dico niente. So che in certe confessioni le pause valgono più delle domande.

«Si era ammalato ancora prima del collasso. Un linfoma. Lo stavamo curando, avevamo un piano, degli appuntamenti scritti su un calendario appeso in cucina.» Un sorriso amarissimo le tira un angolo della bocca.
«Poi quel calendario è diventato carta straccia insieme al resto del mondo. Le scorte sono sparite, gli ospedali sono diventati mattatoi o rifugi o tombe, a seconda del giorno. Io avevo studiato abbastanza da sapere esattamente cosa gli serviva per vivere, ma non per farlo sopravvivere. Una volta finite tutte le scorte.» Si stringe lo scialle un po' più forte. «È morto in un letto, qui a Balsam, divorato da una malattia che dieci anni fa si curava con una flebo e un po' di pazienza. Non un morso. Non un errante. Solo il tempo, e la mancanza di tutto il resto.»

«Mi dispiace,» dico, e per una volta non è una frase buttata lì per riempire un silenzio scomodo.

«Anche a me.» Jessica guarda le proprie mani, poi le richiude a pugno come per scaldarle.
«La cosa peggiore non è stata guardarlo morire. È stata continuare a fare il mio lavoro il giorno dopo. Curare qualcun altro con le stesse mani che non erano bastate per lui. Ma qualcuno doveva farlo, e io ero l'unica rimasta a saperlo fare.»

Il silenzio che segue non è pesante come temevo. È solo silenzio, il tipo di silenzio che due persone possono permettersi quando hanno smesso di fingere di non aver perso niente.

Poi Jessica si volta verso di me. I suoi occhi scuri, alla luce debole che arriva dalla finestra della baracca, si posano sulla sigaretta che tengo tra le dita.

«Da quanto non ne fumi una intera?» chiede, e nella voce c'è qualcosa di più leggero, quasi un tentativo di tirarci entrambi fuori dal pozzo che abbiamo appena scavato insieme.

«Da prima che nascesse tua figlia, quasi.»

Un piccolo sorriso vero, il primo della serata. «Posso fare un tiro?»

Esito un istante. Dividere l'ultima sigaretta buona che possiedo è un gesto più intimo di quanto dovrebbe essere, in un mondo dove ogni cosa ha un prezzo scritto in carne o in sangue. Ma gliela passo comunque.

Le nostre dita si sfiorano un secondo più del necessario. Le sue sono calde, nonostante il freddo. Jessica si porta la sigaretta alle labbra, aspira piano, trattiene il fumo un momento più lungo di quanto serva, poi lo lascia uscire lentamente, socchiudendo gli occhi.

Quando mi restituisce il mozzicone, non ritira subito la mano.

«Sai,» dice, la voce più bassa, quasi confidenziale, «l'altro giorno, davanti al fienile, mi hai detto che lei non è la tua ragazza.»

Le parole restano sospese tra noi, semplici, quasi innocue. Ma qualcosa nel modo in cui le pronuncia — piano, senza fretta, come se le stesse posando sul gradino invece che dirle — mi fa capire che non è una domanda casuale.

«Non lo è,» rispondo. È la verità. Eppure la sento uscire dalla bocca con un peso che non dovrebbe avere.

Jessica non aggiunge altro subito. Si limita a spostare il peso di un centimetro, forse due, quel tanto che basta perché il calore della sua gamba arrivi a sfiorare la mia. Non è un gesto plateale. È piccolo, quasi plausibilmente innocente — il tipo di cosa che potrebbe non significare nulla, se non fosse per come trattiene il fiato una frazione di secondo dopo averlo fatto.

Jessica resta in silenzio ancora qualche istante. Poi sorride appena, quasi a se stessa.

«Avevo capito male, allora... però è strano.»

«Cosa?»

«Il modo in cui vi guardate. Sembra che ci sia qualcosa... ma forse sono io che mi faccio idee.»

«Ti ho visto lavorare prima. Tu non sembri uno che resta molto a lungo nello stesso posto, eppure ti dai da fare come se fosse casa tua.»

«Perché lo dici?»

«Hai sempre quell'aria di uno che sta già pensando alla prossima partenza... peccato»

«Peccato? Per cosa?»

Jessica esita un istante, poi alza appena una spalla.

«Perché... ci farebbe comodo qualcuno come te.»

Lo scialle le scivola appena da una spalla. Lo sistema senza fretta, e nel farlo il dorso della sua mano sfiora il mio braccio. Non si scusa. Non ripete il gesto. Lo lascia semplicemente accadere.

Il corpo reagisce prima che io glielo ordini. È passato troppo tempo, troppi mesi a dormire con una mano sul grilletto e l'altra su niente. Il calore di Jessica accanto a me è reale, semplice, senza il peso di un passato condiviso.

Mi ritraggo. Non di molto. Un paio di centimetri, il minimo indispensabile per spezzare quella corrente che si era chiusa tra me e Jessica.

Lei se ne accorge. Non insiste, non chiede spiegazioni. Ha visto abbastanza uomini in questi anni da saper leggere un rifiuto anche quando è silenzioso.

Il rumore dell'acqua dentro la baracca si interrompe di colpo.

Un istante dopo la porta di legno scheggiato si apre di uno spiraglio. Meave si affaccia, un asciugamano stretto contro il petto, i capelli bagnati incollati al collo, il peso scaricato tutto sulla gamba buona. L'imbarazzo di dover chiedere aiuto le si legge in faccia più chiaramente di qualsiasi parola.

«Trevis.» La voce è tesa, quasi infastidita dalla propria debolezza.
«Mi serve una mano. Il pavimento è bagnato e questa gamba di merda non mi regge. Se provo a uscire da sola finisco per terra.»

Mi alzo così in fretta che quasi inciampo sul gradino. Jessica resta seduta, lo scialle stretto intorno alle spalle, gli occhi che mi seguono mentre schiaccio il mozzicone contro il legno e mi infilo dentro senza voltarmi indietro.

Non so dire, mentre supero la soglia, se il sollievo che sento sia per Meave o per me stesso.

Meave è appoggiata allo stipite della porta interna, il peso quasi tutto sulla gamba buona, un braccio piegato a stringere l'asciugamano al petto, l'altro puntato contro il legno umido per non scivolare. I capelli bagnati le gocciolano sulle spalle, tracciando rivoli scuri lungo la pelle.

«Scusa il disturbo,» dice, e nella voce c'è più rabbia verso se stessa che verso di me. «Ho provato a fare da sola. Il pavimento è una lastra di ghiaccio coperta d'acqua.»

«Non scusarti. In fondo è colpa mia»

Mi avvicino, le passo un braccio dietro la schiena. Il calore residuo della doccia sulla sua pelle è diverso da quello di ieri notte, quando toccarla significava combattere contro qualcosa che la stava divorando da dentro. Adesso è solo calore normale. Un corpo vivo che si regge a fatica, niente di più.

La sistemo su una sedia che Jessica ha lasciato accanto al letto. Sul materasso ci sono due pile di vestiti puliti, piegati con cura — l'abitudine di chi ha imparato a trattare ogni indumento come una risorsa da non sprecare.

Meave allunga una mano verso la pila più piccola. Un maglione pulito, un paio di pantaloni di una tuta pesante. Li tocca come se temesse che potessero sgretolarsi tra le dita.

«Sono puliti, non mi sembra vero,» dice, quasi incredula.

Poi, più piano, quasi vergognandosi della domanda: «Pensi che... potrei tenerli? Dopo, intendo. Quando ripartiamo.»

Mi fermo un istante. È una richiesta piccola, quasi infantile per gli standard di questo mondo, eppure capisco esattamente cosa significhi per lei. Non è la stoffa. È la sensazione di indossare qualcosa che non porta addosso il fantasma di un'infezione o l'odore di una fuga nel fango.

«Chiediglielo tu,» rispondo. «Ma se devo scommettere, direi che non le dispiacerà affatto aiutare qualcuno.»

Annuisce, gli occhi bassi sul tessuto. Per un secondo il suo viso ha un'espressione che non le ho mai visto: qualcosa di vicino alla gratitudine pura, senza sarcasmo a fare da scudo.

Quando usciamo, Jessica ci aspetta sulla soglia, le braccia conserte, lo scialle ancora stretto sulle spalle. Ha l'espressione di chi ha già archiviato la serata, ricomposta, quasi professionale. Solo i suoi occhi, quando si posano su di me, trattengono ancora una traccia di quello che è successo sui gradini.

«State bene?» chiede, ma lo sguardo è tutto per Meave, per la gamba, per la camicia troppo larga che le scivola da una spalla.

«Meglio,» rispondo. «Grazie per l'acqua calda. E per i vestiti. Domani lavo la mia roba al fiume e vi restituisco tutto.»

«Teneteli pure,» dice Jessica, liquidando la questione con un gesto della mano prima ancora che io possa insistere.
«Ne ho altri. E quella camicia, ad essere onesta, mi ricordava troppe cose per continuare a vederla appesa in un armadio.»

Meave la ringrazia con un cenno del capo, cauta, ancora studiandola con quella diffidenza che non l'ha mai abbandonata del tutto.

Ci incamminiamo verso il fienile. Jessica ci accompagna fino al cancello del suo piccolo recinto, poi si ferma, una mano appoggiata al palo di legno.

«Trevis.» La voce è calma, quasi distratta, come se stesse per dire qualcosa di poco conto. «Lava la divisa il prima possibile. Il sangue si fissa nelle fibre se aspetti troppo o se usi acqua tiepida.»

«Lo so,» rispondo, un po' spiazzato dal cambio di argomento.

Jessica sorride. Un sorriso piccolo, quasi gentile.

«Comunque pensaci, hai ancora qualche giorno per decidere... buonanotte a tutti e due.»

Rimango immobile un istante di troppo, la frase che mi rimbomba in testa più di quanto vorrei ammettere.

Accanto a me, sento Meave irrigidirsi. Non dice niente per i primi venti passi verso il fienile, ma sento il suo sguardo che mi studia di lato, un'attenzione nuova, calcolatrice, che non c'era prima che Jessica aprisse bocca.

«Cosa intendeva,» chiede infine. La voce è piatta, controllata in un modo che suona più pericoloso di qualsiasi accusa gridata a squarciagola.

«Niente.»

«Trevis.» Il mio nome, detto così, è già un avvertimento. «Ho imparato a leggerti molto presto. So quando stai mentendo per omissione.»

Non rispondo subito. Il vento gelido tra le baracche di Balsam sembra improvvisamente più rumoroso del necessario.

«Non è successo niente,» dico infine. Tecnicamente è vero. Il che non lo rende meno una bugia.

Meave non ribatte. Ma il silenzio che tiene per il resto della camminata è di un tipo diverso da quelli a cui mi sono abituato in queste settimane. Non è stanchezza. È un conto che sta facendo dentro la sua testa, e che non ha ancora deciso se condividere con me.

Il fienile è freddo come sempre, ma stanotte è senza l'odore di infezione e sudore febbrile che ci ha accompagnato per giorni.

Meave si lascia scivolare sulla paglia con un sospiro misto a dolore, la gamba fasciata con garza pulita che sporge rigida davanti a lei. Sistemo il fucile contro la parete, controllo per l'ennesima volta le trappole sonore attraverso la fessura del portone, poi mi siedo accanto a lei. La paglia frusta sotto il mio peso.

Meave mi guarda di sottecchi mentre mi tolgo gli stivali. Il suo sguardo si sofferma un secondo di troppo, come se stesse cercando qualcosa sulla mia pelle. Un segno. Una prova.

«L'odore del sapone è sembra essere diventato un lusso ormai» dice infine. Piatta.

«Jessica l'ha prestato anche a me. Sarebbe stato scortese rifiutare.»

«Certo.» Una sillaba sola, tagliente come una lametta.

Mi sdraio accanto a lei, lasciando lo spazio di rito — quello che negli ultimi giorni si è ridotto sempre di più senza che nessuno dei due lo ammettesse ad alta voce. Tiro su la coperta militare, ormai carica dell'odore di entrambi mescolato insieme.

«Meave.»

«Cosa.»

«Qualunque cosa tu stia pensando, fermati.»

Si volta a guardarmi. Nella penombra i suoi occhi verdi sembrano quasi neri. «Non ti ho chiesto niente.»

«Non c'è bisogno che lo chiedi. Ti si legge in faccia come un cartello stradale.»

Un lampo di rabbia le attraversa lo sguardo, veloce, poi si spegne, lasciando il posto a qualcosa di più stanco. «E se anche fosse. Non sono affari miei quello che fai con quella donna. Non sono affari miei quello che fai con nessuno.»

«Hai ragione. Non lo sono.»

Le parole mi escono più dure di quanto intendessi. Le vedo colpirla, un piccolo cedimento agli angoli della bocca, prima che richiuda la maschera con uno scatto quasi meccanico.

«Esatto,» dice. «Quindi dormiamo.»

Ma non si gira. Resta lì, a un palmo dal mio viso, mentre una smorfia le attraversa i tratti per un istante prima che il buio lo nasconda subito.

I suoi occhi si fanno pesanti. La stanchezza dei giorni scorsi, la febbre appena passata, la doccia calda: tutto insieme la sta trascinando verso il sonno con una forza che nemmeno il suo orgoglio riesce del tutto a contrastare. Le palpebre si abbassano, si rialzano a fatica, si abbassano di nuovo.

Mi avvicino. Quel poco che basta perché il suo respiro mi sfiori le labbra.

È un gesto che conosco già. L'abbiamo già fatto ieri notte, quando la febbre e la morfina le avevano tolto ogni difesa e io avevo colmato l'ultimo centimetro con una delicatezza che non mi credevo più capace di avere.

Stanotte è diverso. Stanotte siamo entrambi lucidi. Puliti. Senza febbre a fare da alibi per nessuno dei due.

Vedo i suoi occhi socchiudersi del tutto, pesanti di sonno. Per un istante, un solo, fragile istante, mi illudo che si lascerà andare di nuovo, che l'ultimo centimetro si colmerà da solo come ieri notte.

Poi sento la sua mano posarsi piatta sul mio petto.

Non mi spinge via. È solo... ferma.

«No.»

Lo sussurra con gli occhi ancora socchiusi, la voce impastata dal sonno che avanza, eppure lucidissima in quell'unica sillaba, come se una parte di lei restasse sempre di guardia anche quando tutto il resto crolla.

Mi fermo di colpo, il respiro sospeso a mezz'aria.

Meave apre gli occhi del tutto. Adesso mi guarda con una chiarezza che la stanchezza non riesce a offuscare.

«Ieri notte c'era la febbre,» dice piano. «C'era la morfina, il freddo, la paura di morire in un fienile senza aver più sentito il calore di un'altra persona addosso. Stanotte non c'è niente di tutto questo.» Una pausa, il respiro che le trema appena. «Stanotte sei solo pulito, e forse ancora acceso per quello che è quasi successo su quei gradini. E io sono quella più a portata di mano.»

Le parole mi colpiscono come un pugno allo stomaco, perché in parte — una parte vergognosa e innegabile — sono vere.

«Non è così,» dico. Ma la voce mi esce meno convinta di quanto vorrei.

«Forse no.» Non stacca gli occhi dai miei. «Ma non lo sapremo mai con certezza. E io non voglio essere il ripiego di una serata storta, Trevis.»

Fa una pausa più lunga. Quando riprende, la voce si è fatta più bassa, quasi irriconoscibile.

«Stai facendo tutto tu, forse hai ancora le allucinazioni,» dico, con un sorriso che mi disegna il viso.

«Ieri ti ho baciato perché avevo bisogno di sentire che ero ancora viva. Ancora umana. Ancora qualcosa che valesse la pena toccare con gentilezza, e non solo per estrarre un ago o disinfettare una ferita.» Deglutisce. «Ma questo non mi rende facile da avere. Se mi vuoi davvero, dovrai guadagnartelo in un giorno in cui non ho la febbre a quaranta gradi.»

Rimango in silenzio, la sua mano ancora ferma sul mio petto, il cuore che le batte contro le dita a un ritmo che non riesco a controllare.

«Sposta la mano,» dico infine. «E dormiamo.»

Un piccolo sorriso, stanco ma vero, le attraversa le labbra. «Buonanotte, Trevis.»

Ritira la mano lentamente, si volta su un fianco, dandomi la schiena. Ma prima di chiudere gli occhi, la sento parlare ancora, la voce bassa, quasi impercettibile nel buio.

«E comunque. Ho sentito quello che diceva. Lei, intendo.»

«E cosa ha detto?»

«Tu lo sai meglio di me» dice, chiudendo la conversazione.

Resto a fissare le travi buie del soffitto, ascoltando il suo respiro che rallenta lentamente verso il sonno, mentre fuori il vento continua a mordere le lamiere di Balsam. Indifferente, come sempre, a tutto quello che due persone stanno cercando di ricostruire, un centimetro alla volta, in mezzo alle macerie di un mondo che ha smesso da tempo di fare sconti a chiunque.

CONTINUA... . .

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scritto il
2026-07-08
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