Vacanza a Miami - Capitolo 2
di
Michael035
genere
incesti
Il quarto giorno, il sole di Miami è un'entità fisica, una morsa di calore tropicale che ti schiaccia contro la sabbia. Alle undici del mattino ci sono trentotto gradi percepiti, un'afa che rende impossibile resistere fuori dall'acqua per più di dieci minuti senza sentire la pelle friggere.
I nostri, in un raro momento di pietà per le loro coronarie, hanno deciso di saltare la spiaggia per rintanarsi nella sala relax della Spa dell'Acqualina. Massaggio di coppia, pietre calde, oli essenziali, roba da ricchi. Il che significa che per tutta la mattinata io e Marika siamo soli.
Siamo appena tornati ai lettini dopo l'ennesimo tuffo rapido in oceano, una necessità fisiologica per abbassare la temperatura corporea. Mi lascio cadere sulla sdraio imbottita, all'ombra di uno degli iconici ombrelloni rossi del resort, e allungo le gambe. Mi infilo i Ray-Ban neri. L'invenzione migliore della storia dell'umanità. Lo scudo perfetto. Dietro queste lenti scure posso fare l'unica cosa che mi ha monopolizzato il cervello nelle ultime settantadue ore: fissarla.
Marika è stesa sul lettino di fianco al mio, ma non ha nessuna intenzione di stare all'ombra. Si è spostata un po' più avanti, si è messa a pancia in giù, completamente esposta alla luce accecante, il viso girato verso l'oceano e nascosto dalle braccia incrociate.
La vista è, senza mezzi termini, devastante.
Per evitare i segni dell'abbronzatura ha sganciato il laccetto del top, lasciando che le coppe scivolino ai lati del petto, scoprendo gran parte della schiena e la curva laterale del seno schiacciato contro l'asciugamano. Ma non è quello a mandarmi fuori di testa. È il resto. Il pezzo di sotto è uno slip brasiliano nero, sottilissimo, che fa un lavoro patetico nel coprirla e finisce per esaltare in modo osceno il suo punto forte. Quel fondoschiena è perfetto. Rotondo, pieno, una curva che sfida la gravità e ogni mio tentativo di restare lucido.
Il suo corpo è ancora bagnato per il tuffo. Faccio scivolare lo sguardo, protetto dalle lenti scure, lungo la linea della sua colonna, osservando le gocce d'acqua salata che brillano sotto il sole prima di evaporare, lasciando sulla pelle dorata una patina lucida. Sul retro delle cosce e sulla curva dei glutei restano appiccicati dei granelli di sabbia bianca, un dettaglio grezzo e intimo che mi fa stringere la mascella. Pelle calda, respiro lento, l'umidità dell'oceano che si mescola al profumo di cocco e vaniglia.
Sento il sangue scendere in fretta. Sposto il peso sul lettino, piegando una gamba per nascondere quello che si sta formando contro il tessuto umido del costume. Sto impazzendo. Quattro giorni di questa tortura silenziosa mi stanno consumando i nervi.
«Se continui a cuocerti così, stasera ti si stacca la pelle quando provi a infilarti una maglietta,» dico, la voce più roca del normale.
Lei non si volta. Scaccia solo una mosca immaginaria con la mano. «Sto benissimo, Michael. Fatti gli affari tuoi e lasciami abbronzare in pace.»
Sto per risponderle a tono, quando un'ombra copre di colpo la luce del sole, proprio sopra il suo lettino.
Alzo lo sguardo. Un bagnino del resort — fisico da surfista, pelle color cuoio, capelli lunghi castani, pantaloncini rossi d'ordinanza — si è fermato ai piedi della sdraio. Ha in mano una radio ricetrasmittente e la osserva con un misto di dovere professionale ed evidente apprezzamento maschile. E chi può biasimarlo.
«Excuse me, miss,» esordisce, con un accento strascicato da Florida del sud.
Marika si irrigidisce, si allaccia il top con un movimento fulmineo prima di sollevarsi sui gomiti e voltarsi. «Sì? C'è un problema?» chiede in un inglese perfetto.
«Nessun problema, volevo solo assicurarmi che stesse bene. L'indice UV oggi è molto elevato. Anche con una bella base scura come la sua, esporsi così a lungo senza copertura in questa fascia oraria è rischioso. Le consiglio ombra o protezione totale.»
Resto in silenzio sotto il mio ombrellone, braccia incrociate dietro la testa, godendomi la scena da dietro gli occhiali.
Lei gli restituisce un sorriso di circostanza.
«La ringrazio per la premura. Sono abituata al sole, farò attenzione.»
«Ottimo,» fa lui, indugiando un secondo di troppo sulle sue gambe prima di allontanarsi verso la torretta.
Appena è fuori portata, mi scappa una risata bassa.
«Visto? Te l'aveva detto pure il tuo fratello preferito, e tu preferisci dare retta a Baywatch.»
Marika si gira, fulminandomi, anche se il rosso sulle guance tradisce quanto caldo si sia già presa.
«Non è mio parente, quindi le sue parole valgono statisticamente più delle tue,» ribatte, slacciandosi di nuovo il laccetto e ributtandosi a pancia in giù.
«E comunque io non mi scotto mai. So quello che faccio.»
«Se lo dici tu,» sussurro, tornando a guardare quel perizoma nero tempestato di sabbia. Lasciala fare, penso. Se l'americano ha ragione, tra qualche ora quella pelle perfetta va a fuoco, e il suo orgoglio con lei.
Venti minuti dopo la situazione sotto l'ombrellone è insostenibile. La lascio a friggere nel suo orgoglio e vado al chiosco bar per una spedizione punitiva a base di rum. Ordino due Mojito — ghiaccio, menta, qualcosa che mi anestetizzi il cervello da quando siamo scesi in spiaggia. Quando torno, noto che Marika è andata a fare un altro bagno. Il tempo di fare gli ultimi passi e la vedo uscire dall'acqua come una visione, strizzarsi i capelli di lato, strizzare il pezzo sopra del costume, facendo ballare quel seno così equilibrato che calza a pennello con il suo fisico e lasciarsi cadere di nuovo sul lettino. Stavolta a pancia in su.
Mi fermo a un metro, all'ombra, due drink in mano. Non faccio rumore, lei non si accorge di me. Occhi chiusi dietro le lenti scure, braccia rilassate lungo i fianchi.
Smetto di respirare per la seconda volta in un'ora.
Il top adesso è completamente inzuppato, le si incolla alla pelle come una seconda membrana. Il tessuto bagnato è diventato quasi trasparente, rivela l'ombra scura dei capezzoli inturgiditi dallo sbalzo termico. Ma è la forma del seno a inchiodarmi sul posto — pieno, sodo, proporzionato — con quel solco profondo tra le due curve dove una goccia d'acqua salata scivola giù dalla clavicola e sparisce.
Il pensiero che mi attraversa è sporco, crudo, impossibile da scacciare. Fisso quello spazio stretto e immagino di infilarci in mezzo il cazzo, la sua pelle calda e bagnata che stringe mentre spingo su e giù, lei che mi guarda mentre le sporco la pelle abbronzata. Sento una fitta all'inguine così forte che stringo i bicchieri per non perdere il controllo. Questa vacanza mi ucciderà.
Faccio un respiro e avanzo, posizionandomi esattamente sopra di lei, intercettando il sole. L'ombra la copre a metà. Non si muove, il ventre piatto si alza e si abbassa regolare, la pelle bollente e leggermente arrossata implora pietà.
Sollevo il Mojito, inclinandolo proprio sopra il suo ombelico. La condensa scivola, si accumula, e poi la gravità fa il resto.
Plip.
Una goccia gelata le cade al centro dello stomaco, seguita un secondo dopo da un'altra, più giù, sul bordo del perizoma.
Marika sussulta come se le avessero sparato. Gridolino acuto, addominali che si ritraggono di scatto, si tira su a sedere così in fretta che gli occhiali le scivolano dal naso.
«Ma che cazzo fai?!» sbotta, passandosi freneticamente una mano sullo stomaco.
Scoppio a ridere, di gusto, e mi siedo sulla mia sdraio porgendole il drink.
«Te l'aveva detto o no il bagnino di rinfrescarti? Stavi per prendere fuoco. Ho solo velocizzato il processo. Ringraziami.»
Mi strappa il Mojito dalla mano con una forza che quasi me lo rovescia addosso, se lo porta al petto, fulminandomi da dietro le lenti.
«Sei un idiota patentato, Michael, patetico e infantile.» sibila, prendendo un sorso lungo. Il rosso sulle guance adesso non è più solo sole.
«Un giorno di questi ti affogo nell'oceano mentre dormi sul lettino gonfiabile, giuro su Dio.»
«Sei adorabile quando minacci omicidi di primo grado,» ribatto, prendendo un sorso del mio.
«E comunque non stavi dormendo. Stavi assecondando la tua vocazione da lucertola. Guardati, sei rossa come un peperone sulle spalle.»
Si abbassa gli occhiali sulla punta del naso, due occhi neri carichi di un fastidio che si potrebbe tagliare col coltello. Ma non si copre, non si aggiusta il costume che con lo scatto si è spostato pericolosamente.
«Non. Sono. Rossa,» scandisce, posando il bicchiere. Ma nel farlo fa una smorfia impercettibile, come se il solo movimento della schiena le desse fastidio.
Il bagnino aveva ragione, e lei se ne sta accorgendo solo adesso.
Mi rimetto i Ray-Ban, nascondendo lo sguardo. «Come vuoi tu, sorellina. Ne riparliamo stasera, quando ti farai la doccia.»
Torniamo verso il resort senza dire molto altro, il sole ormai basso che allunga le ombre sulla sabbia. Sulla soglia della suite le dico che scendo a bermi qualcosa al bar, tanto per lasciarle dieci minuti di doccia senza sentirsi addosso i miei occhi per una volta. Lei annuisce senza guardarmi, sparisce dentro. Io giro sui tacchi e scendo verso l'AARIA, il bar dell'Acqualina, in cerca di qualcosa che mi tenga occupata la testa per un po'.
Il locale, a quest'ora, è ancora mezzo vuoto — qualche coppia più adulta a bersi uno spritz guardando il tramonto, un cameriere che pulisce bicchieri dietro al bancone di legno scuro. Mi siedo su uno sgabello e ordino un Old Fashioned. Sto ancora rigirando il ghiaccio nel bicchiere quando una voce, inglese dall'accento decisamente americano, mi arriva da destra.
«Fammi indovinare. Giornata pesante?»
Mi giro. La ragazza seduta due sgabelli più in là si è appena spinta gli occhiali da sole — montatura sottile, lenti scure — tra i capelli castano scuro, mossi, lunghezza media, e mi guarda con un sorriso ampio, luminoso, di quelli che ti arrivano dritti in faccia prima ancora che tu decida se ricambiarlo. Zigomi alti, definiti, labbra piene che si stringono appena agli angoli mentre aspetta la mia risposta. Il vestitino corto lascia intuire un fisico snello, vita stretta, una silhouette lunga e slanciata, e quando si gira leggermente sullo sgabello noto — impossibile non farlo — un fondoschiena che si merita lo sguardo che gli sto dando, e un seno non esagerato ma innegabilmente rifatto, il tipo di perfezione che raramente è solo opera della natura. Avrà si e no ventidue, ventitré anni, capisco dal modo in cui parla del suo lavoro come se fosse ancora una novità.
«Si vede così tanto?» le chiedo... appoggiando i gomiti al bancone.
«Hai la faccia di uno che ha bisogno di quel bicchiere più della media,» ride lei, denti bianchissimi. «Brooke, comunque. Georgia, vengo a Miami da un paio d'anni per le vacanze ormai.»
«Michael. Italia, ma vivo da vittima di questo caldo assurdo da quattro giorni... visto che ci siamo, posso offrirti qualcosa?»
«Oh, volentieri. Un Tommy's Margarita»
Procedo subito, chiamo il barista e glielo faccio preparare.
«solo quattro? Amatoriale,» Continua scherzando, spostandosi di uno sgabello, così che adesso è seduta accanto a me invece che a due posti di distanza. Il profumo che la precede è agrumato, fresco.
«Io col caldo ci sono cresciuta. É solo questione di abitudine.»
«Illuminami, allora,» dico, girandomi meglio verso di lei.
«Piscina la mattina presto, ombra dalle undici alle quattro, drink freddi tutto il resto del tempo,» elenca, contando sulle dita con aria seria, come se spiegasse una formula chimica.
«Tu che hai fatto di sbagliato oggi?»
«Sole diretto dalle undici alle tre. Praticamente il contrario del tuo consiglio,» ammetto. «E ho passato la giornata a litigare con mia sorella.»
Mi lancia un altro sorriso. «Classico» Risponde.
«Quindi sei qui con la tua famiglia?»
Prendo un sorso del mio Old Fashioned. Lei fa lo stesso con il suo.
«Già... sono stato "obbligato," per così dire» dico. Lei si sposta, un gomito sul bancone, la testa inclinata di lato, studiandomi con un'attenzione che non si sforza minimamente di nascondere.
«Tu invece sei qui da sola?» Domando.
«No, sono insieme a una mia amica. Veniamo sempre qui.» risponde.
Continuiamo a bere e chiacchierare per una buona mezz'ora — lei mi racconta di un lavoro nel marketing che detesta, io le racconto una versione ripulita delle mie giornate qui, tralasciando ovviamente la parte in cui passo le notti a un metro da una tentazione che dovrei ignorare. A un certo punto la sua mano si posa sul mio avambraccio, un secondo, mentre ride a qualcosa che ho detto — un gesto leggero, calcolato, il tipo di contatto che una ragazza fa quando vuole essere sicura che tu te ne accorga.
«Domani sono di nuovo in piscina, se ti va di continuare la lezione di sopravvivenza al caldo,» dice alla fine, scendendo dallo sgabello e recuperando la borsa. Si rimette gli occhiali sul naso, ma prima mi lascia un ultimo sguardo, lento, che parte dalla mia faccia e non si ferma lì.
«Magari ci farò un salto» rispondo, guardandola allontanarsi verso l'uscita — e la vista, devo ammetterlo, non è affatto peggiore di quella lasciata di sopra.
Rimango lì ancora un po'. Il barista, un uomo sulla cinquantina con accento messicano, si avvicina per pulire i bicchieri vicino a me, un sorriso beffardo incollato in faccia.
«Bella ragazza, eh?» dice, facendomi l'occhiolino.
«Non male,» ammetto, cercando di non sembrare troppo interessato.
«Bella, sì,» continua, asciugando un bicchiere con aria da chi sa qualcosa che io non so.
«Viene qui ogni estate. Lei e le sue amiche, sempre a cercare ragazzi per... come si dice... "vacanze avventurose."» Fa le virgolette con le mani.
«Lei specialmente. Ha tipo il radar per i turisti belli con un bel fisico. Non le interessa il serio, capito? Solo due settimane di divertimento e poi adiós.»
Ridacchio, scuotendo la testa. «Grazie per l'intel.»
«No, no, non è un avvertimento,» ride lui, appoggandosi al bancone.
«È consiglio. Se lei non ti fa roteare la testa, magari il divertimento semplice e senza complicazioni potrebbe aiutarti a sopravvivere una vacanza difficile, no? A volte è quello che serve.»
Annuisco lentamente, girando il bicchiere vuoto tra le mani. Ha detto una cosa giusta, un'avventura leggera senza pretese, potrebbe effettivamente aiutarmi a non impazzire completamente per la ragazza lassù in camera. La praticità della cosa è quasi geniale nella sua semplicità.
«Saggio,» dico, alzandomi.
«Esperienza.. ,» aggiunge il barista con un ultimo sorriso.
Risalgo, con ancora addosso quel sorriso che non riesco a togliermi ma con la consapevolezza precisa che quello che il barista mi ha appena raccontato è esattamente quello che mi serve sentire in questo momento: una porta di fuga, temporanea e senza conseguenze, da una situazione che sta diventando troppo complicata per restare in piedi.
Quando chiudo l'acqua della doccia, il vapore in bagno è denso, ma non basta a sciogliere la tensione che mi porto addosso da tutto il giorno. Mi asciugo alla meno peggio e infilo solo un paio di boxer neri aderenti. Non ho voglia di cercare dei pantaloni. Siamo chiusi in stanza, e dopo oggi le formalità sono ufficialmente sospese.
Apro la porta e l'aria condizionata mi investe.
Marika è in piedi vicino al letto. Solo i pantaloncini grigi cortissimi della prima sera, un asciugamano premuto contro il petto con un braccio, mentre con l'altro cerca disperatamente di spalmarsi una crema tra le scapole. Il centro della schiena è un punto cieco, e lei si contorce inutilmente per raggiungerlo.
La pelle non è ustionata, ma l'arrossamento è evidente su spalle e colonna. Aveva ragione il bagnino, ovviamente, ma mi taglierei la lingua piuttosto che dirglielo adesso.
Mi appoggio allo stipite, braccia incrociate. «Ti serve una mappa o pensi di trovare il centro della tua schiena prima di mezzanotte?»
Si ferma, frustrata. Sbuffa, lascia ricadere il braccio. Il flacone di doposole le scivola quasi di mano.
«Smettila di fare lo spiritoso,» sibila, senza guardarmi. Poi, con un tono che le costa tutto l'orgoglio del mondo: «Non ci arrivo. Mi brucia da impazzire. Mi dai una mano? E prima che tu dica qualcosa: no, non è colpa mia.»
«Certo. Mettiti giù.»
Non se lo fa ripetere. Butta l'asciugamano sul letto— viso affondato nei cuscini per non mostrare nulla — e si stende a pancia in giù. La schiena nuda si offre al mio sguardo, l'arrossamento che si ferma poco sopra la linea dei pantaloncini.
Mi avvicino, prendo il flacone dal comodino. Il materasso sprofonda quando salgo sul letto, in ginocchio accanto ai suoi fianchi.
«La crema è fredda,» avverte, voce attutita dal cuscino.
«Tranquilla. Rilassati.»
Ne verso una quantità generosa sul palmo. Aloe e menta, un profumo pungente che per un attimo sovrasta il suo profumo. Sfrego le mani e le appoggio esattamente in mezzo alle scapole.
La reazione è immediata. Marika emette un respiro sibilante, mezzo gemito strozzato in gola. La pelle è rovente sotto le mie dita, il contrasto con la crema ghiacciata le manda un brivido lungo tutta la schiena. Sotto i polpastrelli sento l'epidermide reagire, una pelle d'oca istantanea che le risale su braccia e fianchi.
È fottutamente sexy. Una reazione cruda, incontrollabile, che la rende vulnerabile sotto le mie mani.
Comincio a massaggiare con movimenti lenti, circolari. Il rossore assorbe l'aloe avidamente. Spingo i pollici sui muscoli tesi delle spalle, scendo lungo la colonna. Più la tocco, più la mia lucidità va in pezzi. Il calore del suo corpo sembra trasferirsi al mio, e inevitabile come la gravità, la mia eccitazione si fa strada. Un'erezione dura prende vita sotto i boxer. Provo a ignorarla, concentrarmi sul movimento delle mani, ma è impossibile. Sono in ginocchio, seminudo, piegato sopra la ragazza che mi manderebbe fuori di testa qualunque uomo.
Il buonsenso smette di funzionare. La mano destra segue la curva della schiena, oltrepassa la zona arrossata, scende. Più giù. Supera la linea di confine che la scottatura aveva tracciato da sola. I polpastrelli sfiorano la pelle intatta della zona lombare, scivolano verso il basso. Arrivo all'elastico dei pantaloncini grigi. Ne sfioro il bordo, un millimetro, sento il tessuto cedere sotto la pressione.
È un tocco di troppo.
Marika si irrigidisce di colpo. Si punta sui gomiti, si gira su un fianco, portandosi l'asciugamano a coprire il seno.
Il suo sguardo scivola giù, si ferma esattamente all'altezza del mio bacino.
Non c'è verso di nascondere niente: l'erezione contro il tessuto nero è evidente, tesa, imbarazzante quanto vuoi ma innegabile. Per un paio di secondi nessuno dei due dice niente. Mi aspetto la scenata isterica di rito, o magari — chissà — un lampo di soddisfazione che si affretterebbe a nascondere.
Quello che ottengo è più complicato.
Le guance, già arrossate dal sole, si accendono di un altro colore. Ma non distoglie lo sguardo. Ci mette un paio di secondi di troppo prima di tornare a guardarmi in faccia, e quando lo fa, nella sua espressione la rabbia si mischia a qualcosa che non riesce a controllare bene quanto vorrebbe.
«Sei un maiale,» sibila. Ma la voce le trema un po' più del previsto.
«Cosa posso farci? Ti sto massaggiando la schiena mentre sei mezza nuda e indossi dei pantaloncini che coprono a malapena le tue chiappe,» ribatto, senza fare nessun gesto per coprirmi. Non stasera.
«E comunque, se magari ti coprissi le tette invece di tenerle su con un asciugamano che scivola ogni due minuti, forse mi aiuteresti a prevenire lo spettacolo. Sono pur sempre un uomo!»
Il suo sguardo scatta in basso — si accorge solo ora che l'asciugamano le è scivolato di qualche centimetro — e lo stringe di scatto al petto, rabbiosa.
«Non ti azzardare a girare la frittata, Michael. Il problema qui sei tu e quello che hai in testa.»
Con una rapidità che mi coglie alla sprovvista, si punta sui gomiti, tirandosi su per sedersi sul bordo del letto. Afferra l'asciugamano e se lo stringe contro il petto, il respiro affannato.
Io rimango in ginocchio sul materasso per un secondo, poi, sentendomi improvvisamente fuori posto, scendo dal letto con un movimento secco. Pianto i piedi nudi sul pavimento freddo, posizionandomi esattamente di fronte a lei, a pochi centimetri dalle sue ginocchia.
È a questo punto che il suo sguardo scivola in basso.
Dalla sua posizione seduta sul bordo del letto alto, la sua visuale è perfettamente allineata al mio bacino. E non posso nascondere niente. L'erezione contro il tessuto nero dei boxer è evidente, tesa, pulsante. Un dettaglio osceno nel mezzo di una stanza d'albergo silenziosa.
Per due secondi lunghissimi nessuno dei due dice niente. Sento solo il ronzio dell'aria condizionata.
«Comunque non cambia il fatto che tu sia un maiale.» ripete. Ma la voce è priva di vera cattiveria; è roca, quasi tremante.
«Ti avevo chiesto di mettermi una crema, non di allungare le mani,» continua, stringendo la presa sull'asciugamano, come se fosse l'unica cosa a tenerla ancorata alla realtà.
«Sono sceso leggermente più giù e di certo non ti ho toccato quel culone che ti ritrovi!,» ribatto, la frustrazione di quattro giorni che inizia a filtrare in ogni parola.
«Sai qual è il vero problema qui? Che ti dà fastidio l'effetto che ti faccio. Ti manda fuori di testa il fatto di non potermi comandare, e allora fai la stronza.»
«Non sai di cosa cazzo stai parlando,» sussurra, ma non c'è forza nella sua smentita. Il suo sguardo, come attirato da una calamita, cade di nuovo per una frazione di secondo sui miei boxer, tradendola.
Faccio un respiro profondo. L'adrenalina mi spinge a fare l'unica cosa che può sbloccare questo stallo. Senza distogliere gli occhi dai suoi, aggancio i pollici all'elastico dei boxer. Con un movimento lento, deliberato e per niente rabbioso, li spingo verso il basso, lasciandoli cadere sul pavimento.
Il mio cazzo salta fuori e faccio un mezzo passo in avanti, annullando definitivamente la distanza tra noi.
Non è di dimensioni esagerate, 17 cm, ma è la circonferenza a renderlo molto invitante.
Ora sono nudo, in piedi in mezzo alle sue gambe leggermente divaricate, a un palmo dal suo viso. Il mio cazzo punta dritto verso il suo viso e aspetta solamente di essere accolto da quelle sue labbra carnose.
Marika si blocca. Le sue labbra si dischiudono leggermente. Il suo sguardo è inchiodato davanti a sé, a quell'evidenza fisica che ora non ha più filtri. Sento il calore del suo respiro irregolare sfiorarmi la pelle.
«Allora? Vuoi dirmi che non ti eccita?» mormoro, la voce ridotta a un sussurro roco, sfidandola dall'alto.
«Guardami negli occhi e dimmi che ti faccio schifo. Dimmelo, cosi io mi rivesto e chiudiamo questa faccenda per sempre.»
Il petto le si alza e si abbassa velocemente sotto la spugna bianca. I suoi occhi scuri saettano verso i miei. È una guerra silenziosa tra il suo orgoglio di granito e un desiderio che le sta palesemente divorando i nervi.
Poi, la resa.
Non mi risponde a parole. Le sue mani, che fino a un secondo prima stringevano l'asciugamano come uno scudo, si allentano. La spugna bianca scivola giù, cadendole in grembo, lasciandole il seno nudo, perfetto, illuminato dalla luce fioca della stanza.
Solleva le mani e, con una lentezza che mi fa impazzire, appoggia i palmi caldi sui miei fianchi. Il contatto diretto pelle contro pelle è una scossa elettrica. Le sue dita scivolano decise verso il basso, circondandomi, sfiorando la base della mia erezione con una sicurezza che spazza via qualsiasi traccia di esitazione.
Chiudo gli occhi di scatto, rilasciando un respiro tremante mentre la sua presa si fa ferma.
«Pensi di aver vinto, Michael?» sussurra Marika, la voce ora carica di una sensualità oscura, autoritaria, mentre il suo viso si avvicina pericolosamente al mio inguine.
«Va bene, questa volta hai ragione tu. Mettiamo in chiaro una cosa... scordati che ti conceda più di questo.»
Si sporge in avanti. La sua mano fredda e affusolata avvolge la base del mio cazzo. Iniziò a muoverla, su e giù, lentamente. Una sega metodica, calcolatrice. Io rimasi pietrificato, le mani ai fianchi, a guardare la sua mano scorrere sulla mia pelle, contrastando con il mio respiro affannoso.
Ci guardavamo dritto negli occhi. Non c'era più spazio per l'ambiguità. Era una sfida. Lei si fermò un attimo, portò la mano alla bocca e sputò nel palmo, bagnandolo abbondantemente. Poi tornò su di me. Il suono dello scorrimento divenne più umido, più viscido, "slush-slush" un suono pornografico che riempì la stanza.
Poi, senza preavviso, si chinò.
Sentii il calore del suo respiro sulla punta prima ancora di sentire la sua lingua. Leccò l'intera asta, dalla base fino alla punta, con un movimento lento e piatto, come se volesse assaggiare ogni centimetro. La mia testa si gettò indietro, un gemito strozzato uscì dalla mia gola.
La punta della sua lingua iniziò a girare intorno alla cappella, tortuosa e insistente, sfidando l'orifizio, raccogliendo il sapore salato che vi usciva. Poi, finalmente, le sue labbra si chiusero intorno alla mia cappella. Era calda, stretta, incredibilmente umida. Le labbra scivolarono verso il basso, ingoiando i primi centimetri del mio cazzo con una lentezza torturante.
«Merda...» sibilai tra i denti.
Marika fece cenno con la mano libera. «Sdraiati.»
Obbedii. Mi stesi sul letto, la schiena contro le lenzuola fresche. Lei si spostò, posizionandosi di fianco a me, il suo corpo snello aderente al mio fianco, i suoi capelli rossi sparsi sulla mia coscia. Riprese il cazzo in bocca, questa volta con più decisione.
Il pompino era lento, bavoso e intenzionale. Lei non cercava di farmi venire in fretta, voleva godermi. Sentivo la sua saliva colare lungo l'asta, bagnandomi le palle. Le sue labbra creavano un vuoto perfetto, succhiando ritmicamente mentre la sua mano lavorava la base in sincrono. Ogni tanto si fermava, tirando fuori il cazzo con un pop udibile, e mi guardava con quegli occhi nocciola pieni di lussuria, prima di riavvolgerlo tra le labbra.
La sensazione era opprimente. Il calore, la bava, il suono schiacciante della sua bocca che mi pompava. I suoi denti sfioravano leggermente la pelle sensibile, aggiungendo una punta di dolore al piacere.
Si staccò di nuovo all'improvviso. Un filamento spesso e lucido di bava rimase attaccato dalla sua bocca alla mia cappella, vibrando per un secondo prima di spezzarsi. Era l'immagine più erotica che avessi mai visto.
«Che porca... scusa ma te lo meriti»
«Da che pulpito...» rispose, e poi mi ingoiò di nuovo, questa volta prendendo quasi tutto in gola.
«Ah!! Cristo Marika»
Il mio corpo si tese come un arco. Le gambe tremarono. Sentii l'orgasmo montare dalle profondità delle mie palle, incontrollabile. «Marika, sto per...»
Lei non si fermò. Anzi, premette la lingua ancora più forte, succhiando con più intensità.
L'esplosione mi divise in due. Venni in getti caldi e violenti, direttamente nella sua bocca calda. Il mio corpo si contraeva a ogni schizzo, riempiendo le sue guance. Marika mantenne il ritmo, succhiando ogni goccia mentre io gemevo come un animale, le mani affondate nei suoi capelli rossi.
«Sii! Succhia stronza... succhia... ti faceva schifo eh»
Quando finii, crollai sul materasso, il petto che andava su e giù furiosamente. Lei si sollevò lentamente, le labbra rosse e gonfie. Con un movimento deliberato, senza chiudere gli occhi, sputò tutto il mio sperma sul mio addome, una pozza bianca e calda sulla pelle sudata.
Non lo aveva ingoiato. Aveva dettato lei le regole fino all'ultimo fottuto secondo, rifiutandosi di concedermi la resa totale. Si tirò indietro, pulendosi l'angolo della bocca con il dorso della mano. Un sorriso trionfante, tagliente e leggermente acido le increspò le labbra lucide.
«Sei patetico, Michael,» mormorò, la voce ancora un po' velata, accompagnata da una risatina carica di scherno. «Quanto sei durato? Cinque minuti a farla grande?»
Mi lasciai cadere all'indietro sui gomiti, affondando nel materasso morbido, con il fiato ancora corto ma il cervello che già riprendeva a girare alla solita velocità. Le rivolsi un sorriso sfrontato.
«Cinque minuti, certo. Aggiungici le ultime novantasei ore in cui hai fatto di tutto per girarmi davanti mezza nuda, e direi che sono stato un fottuto eroe. Chiunque altro sarebbe venuto nel momento esatto in cui ha tirato giù i boxer.»
Lei sbuffò, alzandosi in piedi e recuperando il suo asciugamano dal materasso con una lentezza calcolata, pregna di finta noncuranza. «Ma fammi il piacere. Sei solo il classico ragazzino pieno di sé, con troppa autostima e le palle da svuotare.»
La osservai mentre si riavvolgeva la spugna bianca attorno al corpo, rimettendo su i suoi muri di cemento armato.
«Sarà,» ribattei, passandomi una mano tra i capelli umidi di sudore. «Ma da come ti sei mossa, mi sa che tu sei abituata a svuotarne parecchie. Complimenti, sorellina. Tecnica impeccabile.»
Marika si bloccò sulla soglia del bagno, fulminandomi con uno sguardo che avrebbe potuto incenerirmi sul posto. Ma vidi chiaramente il rossore espandersi di nuovo sul suo petto e sulle sue guance, e questa volta il sole non c'entrava nulla. Non seppe cosa rispondere. Si chiuse la porta alle spalle con un colpo secco, facendo scattare la serratura.
Rimasi solo nella vastità della suite, con il rumore dell'aria condizionata e l'odore inequivocabile di sesso e vaniglia sospeso nell'aria fredda.
Mi lasciai scivolare del tutto sul piumone, fissando il soffitto bianco con un sorriso sghembo stampato in faccia. Lei era convinta di aver vinto la battaglia, di aver ripristinato le distanze riducendomi a un semplice capriccio fisiologico liquidato in fretta. Credeva di avermi rimesso al mio posto.
Ma si sbagliava di grosso. Il confine che aveva disegnato la prima notte ormai non esisteva più, e mancavano ancora dieci interi giorni alla fine della vacanza.
CONTINUA... . .
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I nostri, in un raro momento di pietà per le loro coronarie, hanno deciso di saltare la spiaggia per rintanarsi nella sala relax della Spa dell'Acqualina. Massaggio di coppia, pietre calde, oli essenziali, roba da ricchi. Il che significa che per tutta la mattinata io e Marika siamo soli.
Siamo appena tornati ai lettini dopo l'ennesimo tuffo rapido in oceano, una necessità fisiologica per abbassare la temperatura corporea. Mi lascio cadere sulla sdraio imbottita, all'ombra di uno degli iconici ombrelloni rossi del resort, e allungo le gambe. Mi infilo i Ray-Ban neri. L'invenzione migliore della storia dell'umanità. Lo scudo perfetto. Dietro queste lenti scure posso fare l'unica cosa che mi ha monopolizzato il cervello nelle ultime settantadue ore: fissarla.
Marika è stesa sul lettino di fianco al mio, ma non ha nessuna intenzione di stare all'ombra. Si è spostata un po' più avanti, si è messa a pancia in giù, completamente esposta alla luce accecante, il viso girato verso l'oceano e nascosto dalle braccia incrociate.
La vista è, senza mezzi termini, devastante.
Per evitare i segni dell'abbronzatura ha sganciato il laccetto del top, lasciando che le coppe scivolino ai lati del petto, scoprendo gran parte della schiena e la curva laterale del seno schiacciato contro l'asciugamano. Ma non è quello a mandarmi fuori di testa. È il resto. Il pezzo di sotto è uno slip brasiliano nero, sottilissimo, che fa un lavoro patetico nel coprirla e finisce per esaltare in modo osceno il suo punto forte. Quel fondoschiena è perfetto. Rotondo, pieno, una curva che sfida la gravità e ogni mio tentativo di restare lucido.
Il suo corpo è ancora bagnato per il tuffo. Faccio scivolare lo sguardo, protetto dalle lenti scure, lungo la linea della sua colonna, osservando le gocce d'acqua salata che brillano sotto il sole prima di evaporare, lasciando sulla pelle dorata una patina lucida. Sul retro delle cosce e sulla curva dei glutei restano appiccicati dei granelli di sabbia bianca, un dettaglio grezzo e intimo che mi fa stringere la mascella. Pelle calda, respiro lento, l'umidità dell'oceano che si mescola al profumo di cocco e vaniglia.
Sento il sangue scendere in fretta. Sposto il peso sul lettino, piegando una gamba per nascondere quello che si sta formando contro il tessuto umido del costume. Sto impazzendo. Quattro giorni di questa tortura silenziosa mi stanno consumando i nervi.
«Se continui a cuocerti così, stasera ti si stacca la pelle quando provi a infilarti una maglietta,» dico, la voce più roca del normale.
Lei non si volta. Scaccia solo una mosca immaginaria con la mano. «Sto benissimo, Michael. Fatti gli affari tuoi e lasciami abbronzare in pace.»
Sto per risponderle a tono, quando un'ombra copre di colpo la luce del sole, proprio sopra il suo lettino.
Alzo lo sguardo. Un bagnino del resort — fisico da surfista, pelle color cuoio, capelli lunghi castani, pantaloncini rossi d'ordinanza — si è fermato ai piedi della sdraio. Ha in mano una radio ricetrasmittente e la osserva con un misto di dovere professionale ed evidente apprezzamento maschile. E chi può biasimarlo.
«Excuse me, miss,» esordisce, con un accento strascicato da Florida del sud.
Marika si irrigidisce, si allaccia il top con un movimento fulmineo prima di sollevarsi sui gomiti e voltarsi. «Sì? C'è un problema?» chiede in un inglese perfetto.
«Nessun problema, volevo solo assicurarmi che stesse bene. L'indice UV oggi è molto elevato. Anche con una bella base scura come la sua, esporsi così a lungo senza copertura in questa fascia oraria è rischioso. Le consiglio ombra o protezione totale.»
Resto in silenzio sotto il mio ombrellone, braccia incrociate dietro la testa, godendomi la scena da dietro gli occhiali.
Lei gli restituisce un sorriso di circostanza.
«La ringrazio per la premura. Sono abituata al sole, farò attenzione.»
«Ottimo,» fa lui, indugiando un secondo di troppo sulle sue gambe prima di allontanarsi verso la torretta.
Appena è fuori portata, mi scappa una risata bassa.
«Visto? Te l'aveva detto pure il tuo fratello preferito, e tu preferisci dare retta a Baywatch.»
Marika si gira, fulminandomi, anche se il rosso sulle guance tradisce quanto caldo si sia già presa.
«Non è mio parente, quindi le sue parole valgono statisticamente più delle tue,» ribatte, slacciandosi di nuovo il laccetto e ributtandosi a pancia in giù.
«E comunque io non mi scotto mai. So quello che faccio.»
«Se lo dici tu,» sussurro, tornando a guardare quel perizoma nero tempestato di sabbia. Lasciala fare, penso. Se l'americano ha ragione, tra qualche ora quella pelle perfetta va a fuoco, e il suo orgoglio con lei.
Venti minuti dopo la situazione sotto l'ombrellone è insostenibile. La lascio a friggere nel suo orgoglio e vado al chiosco bar per una spedizione punitiva a base di rum. Ordino due Mojito — ghiaccio, menta, qualcosa che mi anestetizzi il cervello da quando siamo scesi in spiaggia. Quando torno, noto che Marika è andata a fare un altro bagno. Il tempo di fare gli ultimi passi e la vedo uscire dall'acqua come una visione, strizzarsi i capelli di lato, strizzare il pezzo sopra del costume, facendo ballare quel seno così equilibrato che calza a pennello con il suo fisico e lasciarsi cadere di nuovo sul lettino. Stavolta a pancia in su.
Mi fermo a un metro, all'ombra, due drink in mano. Non faccio rumore, lei non si accorge di me. Occhi chiusi dietro le lenti scure, braccia rilassate lungo i fianchi.
Smetto di respirare per la seconda volta in un'ora.
Il top adesso è completamente inzuppato, le si incolla alla pelle come una seconda membrana. Il tessuto bagnato è diventato quasi trasparente, rivela l'ombra scura dei capezzoli inturgiditi dallo sbalzo termico. Ma è la forma del seno a inchiodarmi sul posto — pieno, sodo, proporzionato — con quel solco profondo tra le due curve dove una goccia d'acqua salata scivola giù dalla clavicola e sparisce.
Il pensiero che mi attraversa è sporco, crudo, impossibile da scacciare. Fisso quello spazio stretto e immagino di infilarci in mezzo il cazzo, la sua pelle calda e bagnata che stringe mentre spingo su e giù, lei che mi guarda mentre le sporco la pelle abbronzata. Sento una fitta all'inguine così forte che stringo i bicchieri per non perdere il controllo. Questa vacanza mi ucciderà.
Faccio un respiro e avanzo, posizionandomi esattamente sopra di lei, intercettando il sole. L'ombra la copre a metà. Non si muove, il ventre piatto si alza e si abbassa regolare, la pelle bollente e leggermente arrossata implora pietà.
Sollevo il Mojito, inclinandolo proprio sopra il suo ombelico. La condensa scivola, si accumula, e poi la gravità fa il resto.
Plip.
Una goccia gelata le cade al centro dello stomaco, seguita un secondo dopo da un'altra, più giù, sul bordo del perizoma.
Marika sussulta come se le avessero sparato. Gridolino acuto, addominali che si ritraggono di scatto, si tira su a sedere così in fretta che gli occhiali le scivolano dal naso.
«Ma che cazzo fai?!» sbotta, passandosi freneticamente una mano sullo stomaco.
Scoppio a ridere, di gusto, e mi siedo sulla mia sdraio porgendole il drink.
«Te l'aveva detto o no il bagnino di rinfrescarti? Stavi per prendere fuoco. Ho solo velocizzato il processo. Ringraziami.»
Mi strappa il Mojito dalla mano con una forza che quasi me lo rovescia addosso, se lo porta al petto, fulminandomi da dietro le lenti.
«Sei un idiota patentato, Michael, patetico e infantile.» sibila, prendendo un sorso lungo. Il rosso sulle guance adesso non è più solo sole.
«Un giorno di questi ti affogo nell'oceano mentre dormi sul lettino gonfiabile, giuro su Dio.»
«Sei adorabile quando minacci omicidi di primo grado,» ribatto, prendendo un sorso del mio.
«E comunque non stavi dormendo. Stavi assecondando la tua vocazione da lucertola. Guardati, sei rossa come un peperone sulle spalle.»
Si abbassa gli occhiali sulla punta del naso, due occhi neri carichi di un fastidio che si potrebbe tagliare col coltello. Ma non si copre, non si aggiusta il costume che con lo scatto si è spostato pericolosamente.
«Non. Sono. Rossa,» scandisce, posando il bicchiere. Ma nel farlo fa una smorfia impercettibile, come se il solo movimento della schiena le desse fastidio.
Il bagnino aveva ragione, e lei se ne sta accorgendo solo adesso.
Mi rimetto i Ray-Ban, nascondendo lo sguardo. «Come vuoi tu, sorellina. Ne riparliamo stasera, quando ti farai la doccia.»
Torniamo verso il resort senza dire molto altro, il sole ormai basso che allunga le ombre sulla sabbia. Sulla soglia della suite le dico che scendo a bermi qualcosa al bar, tanto per lasciarle dieci minuti di doccia senza sentirsi addosso i miei occhi per una volta. Lei annuisce senza guardarmi, sparisce dentro. Io giro sui tacchi e scendo verso l'AARIA, il bar dell'Acqualina, in cerca di qualcosa che mi tenga occupata la testa per un po'.
Il locale, a quest'ora, è ancora mezzo vuoto — qualche coppia più adulta a bersi uno spritz guardando il tramonto, un cameriere che pulisce bicchieri dietro al bancone di legno scuro. Mi siedo su uno sgabello e ordino un Old Fashioned. Sto ancora rigirando il ghiaccio nel bicchiere quando una voce, inglese dall'accento decisamente americano, mi arriva da destra.
«Fammi indovinare. Giornata pesante?»
Mi giro. La ragazza seduta due sgabelli più in là si è appena spinta gli occhiali da sole — montatura sottile, lenti scure — tra i capelli castano scuro, mossi, lunghezza media, e mi guarda con un sorriso ampio, luminoso, di quelli che ti arrivano dritti in faccia prima ancora che tu decida se ricambiarlo. Zigomi alti, definiti, labbra piene che si stringono appena agli angoli mentre aspetta la mia risposta. Il vestitino corto lascia intuire un fisico snello, vita stretta, una silhouette lunga e slanciata, e quando si gira leggermente sullo sgabello noto — impossibile non farlo — un fondoschiena che si merita lo sguardo che gli sto dando, e un seno non esagerato ma innegabilmente rifatto, il tipo di perfezione che raramente è solo opera della natura. Avrà si e no ventidue, ventitré anni, capisco dal modo in cui parla del suo lavoro come se fosse ancora una novità.
«Si vede così tanto?» le chiedo... appoggiando i gomiti al bancone.
«Hai la faccia di uno che ha bisogno di quel bicchiere più della media,» ride lei, denti bianchissimi. «Brooke, comunque. Georgia, vengo a Miami da un paio d'anni per le vacanze ormai.»
«Michael. Italia, ma vivo da vittima di questo caldo assurdo da quattro giorni... visto che ci siamo, posso offrirti qualcosa?»
«Oh, volentieri. Un Tommy's Margarita»
Procedo subito, chiamo il barista e glielo faccio preparare.
«solo quattro? Amatoriale,» Continua scherzando, spostandosi di uno sgabello, così che adesso è seduta accanto a me invece che a due posti di distanza. Il profumo che la precede è agrumato, fresco.
«Io col caldo ci sono cresciuta. É solo questione di abitudine.»
«Illuminami, allora,» dico, girandomi meglio verso di lei.
«Piscina la mattina presto, ombra dalle undici alle quattro, drink freddi tutto il resto del tempo,» elenca, contando sulle dita con aria seria, come se spiegasse una formula chimica.
«Tu che hai fatto di sbagliato oggi?»
«Sole diretto dalle undici alle tre. Praticamente il contrario del tuo consiglio,» ammetto. «E ho passato la giornata a litigare con mia sorella.»
Mi lancia un altro sorriso. «Classico» Risponde.
«Quindi sei qui con la tua famiglia?»
Prendo un sorso del mio Old Fashioned. Lei fa lo stesso con il suo.
«Già... sono stato "obbligato," per così dire» dico. Lei si sposta, un gomito sul bancone, la testa inclinata di lato, studiandomi con un'attenzione che non si sforza minimamente di nascondere.
«Tu invece sei qui da sola?» Domando.
«No, sono insieme a una mia amica. Veniamo sempre qui.» risponde.
Continuiamo a bere e chiacchierare per una buona mezz'ora — lei mi racconta di un lavoro nel marketing che detesta, io le racconto una versione ripulita delle mie giornate qui, tralasciando ovviamente la parte in cui passo le notti a un metro da una tentazione che dovrei ignorare. A un certo punto la sua mano si posa sul mio avambraccio, un secondo, mentre ride a qualcosa che ho detto — un gesto leggero, calcolato, il tipo di contatto che una ragazza fa quando vuole essere sicura che tu te ne accorga.
«Domani sono di nuovo in piscina, se ti va di continuare la lezione di sopravvivenza al caldo,» dice alla fine, scendendo dallo sgabello e recuperando la borsa. Si rimette gli occhiali sul naso, ma prima mi lascia un ultimo sguardo, lento, che parte dalla mia faccia e non si ferma lì.
«Magari ci farò un salto» rispondo, guardandola allontanarsi verso l'uscita — e la vista, devo ammetterlo, non è affatto peggiore di quella lasciata di sopra.
Rimango lì ancora un po'. Il barista, un uomo sulla cinquantina con accento messicano, si avvicina per pulire i bicchieri vicino a me, un sorriso beffardo incollato in faccia.
«Bella ragazza, eh?» dice, facendomi l'occhiolino.
«Non male,» ammetto, cercando di non sembrare troppo interessato.
«Bella, sì,» continua, asciugando un bicchiere con aria da chi sa qualcosa che io non so.
«Viene qui ogni estate. Lei e le sue amiche, sempre a cercare ragazzi per... come si dice... "vacanze avventurose."» Fa le virgolette con le mani.
«Lei specialmente. Ha tipo il radar per i turisti belli con un bel fisico. Non le interessa il serio, capito? Solo due settimane di divertimento e poi adiós.»
Ridacchio, scuotendo la testa. «Grazie per l'intel.»
«No, no, non è un avvertimento,» ride lui, appoggandosi al bancone.
«È consiglio. Se lei non ti fa roteare la testa, magari il divertimento semplice e senza complicazioni potrebbe aiutarti a sopravvivere una vacanza difficile, no? A volte è quello che serve.»
Annuisco lentamente, girando il bicchiere vuoto tra le mani. Ha detto una cosa giusta, un'avventura leggera senza pretese, potrebbe effettivamente aiutarmi a non impazzire completamente per la ragazza lassù in camera. La praticità della cosa è quasi geniale nella sua semplicità.
«Saggio,» dico, alzandomi.
«Esperienza.. ,» aggiunge il barista con un ultimo sorriso.
Risalgo, con ancora addosso quel sorriso che non riesco a togliermi ma con la consapevolezza precisa che quello che il barista mi ha appena raccontato è esattamente quello che mi serve sentire in questo momento: una porta di fuga, temporanea e senza conseguenze, da una situazione che sta diventando troppo complicata per restare in piedi.
Quando chiudo l'acqua della doccia, il vapore in bagno è denso, ma non basta a sciogliere la tensione che mi porto addosso da tutto il giorno. Mi asciugo alla meno peggio e infilo solo un paio di boxer neri aderenti. Non ho voglia di cercare dei pantaloni. Siamo chiusi in stanza, e dopo oggi le formalità sono ufficialmente sospese.
Apro la porta e l'aria condizionata mi investe.
Marika è in piedi vicino al letto. Solo i pantaloncini grigi cortissimi della prima sera, un asciugamano premuto contro il petto con un braccio, mentre con l'altro cerca disperatamente di spalmarsi una crema tra le scapole. Il centro della schiena è un punto cieco, e lei si contorce inutilmente per raggiungerlo.
La pelle non è ustionata, ma l'arrossamento è evidente su spalle e colonna. Aveva ragione il bagnino, ovviamente, ma mi taglierei la lingua piuttosto che dirglielo adesso.
Mi appoggio allo stipite, braccia incrociate. «Ti serve una mappa o pensi di trovare il centro della tua schiena prima di mezzanotte?»
Si ferma, frustrata. Sbuffa, lascia ricadere il braccio. Il flacone di doposole le scivola quasi di mano.
«Smettila di fare lo spiritoso,» sibila, senza guardarmi. Poi, con un tono che le costa tutto l'orgoglio del mondo: «Non ci arrivo. Mi brucia da impazzire. Mi dai una mano? E prima che tu dica qualcosa: no, non è colpa mia.»
«Certo. Mettiti giù.»
Non se lo fa ripetere. Butta l'asciugamano sul letto— viso affondato nei cuscini per non mostrare nulla — e si stende a pancia in giù. La schiena nuda si offre al mio sguardo, l'arrossamento che si ferma poco sopra la linea dei pantaloncini.
Mi avvicino, prendo il flacone dal comodino. Il materasso sprofonda quando salgo sul letto, in ginocchio accanto ai suoi fianchi.
«La crema è fredda,» avverte, voce attutita dal cuscino.
«Tranquilla. Rilassati.»
Ne verso una quantità generosa sul palmo. Aloe e menta, un profumo pungente che per un attimo sovrasta il suo profumo. Sfrego le mani e le appoggio esattamente in mezzo alle scapole.
La reazione è immediata. Marika emette un respiro sibilante, mezzo gemito strozzato in gola. La pelle è rovente sotto le mie dita, il contrasto con la crema ghiacciata le manda un brivido lungo tutta la schiena. Sotto i polpastrelli sento l'epidermide reagire, una pelle d'oca istantanea che le risale su braccia e fianchi.
È fottutamente sexy. Una reazione cruda, incontrollabile, che la rende vulnerabile sotto le mie mani.
Comincio a massaggiare con movimenti lenti, circolari. Il rossore assorbe l'aloe avidamente. Spingo i pollici sui muscoli tesi delle spalle, scendo lungo la colonna. Più la tocco, più la mia lucidità va in pezzi. Il calore del suo corpo sembra trasferirsi al mio, e inevitabile come la gravità, la mia eccitazione si fa strada. Un'erezione dura prende vita sotto i boxer. Provo a ignorarla, concentrarmi sul movimento delle mani, ma è impossibile. Sono in ginocchio, seminudo, piegato sopra la ragazza che mi manderebbe fuori di testa qualunque uomo.
Il buonsenso smette di funzionare. La mano destra segue la curva della schiena, oltrepassa la zona arrossata, scende. Più giù. Supera la linea di confine che la scottatura aveva tracciato da sola. I polpastrelli sfiorano la pelle intatta della zona lombare, scivolano verso il basso. Arrivo all'elastico dei pantaloncini grigi. Ne sfioro il bordo, un millimetro, sento il tessuto cedere sotto la pressione.
È un tocco di troppo.
Marika si irrigidisce di colpo. Si punta sui gomiti, si gira su un fianco, portandosi l'asciugamano a coprire il seno.
Il suo sguardo scivola giù, si ferma esattamente all'altezza del mio bacino.
Non c'è verso di nascondere niente: l'erezione contro il tessuto nero è evidente, tesa, imbarazzante quanto vuoi ma innegabile. Per un paio di secondi nessuno dei due dice niente. Mi aspetto la scenata isterica di rito, o magari — chissà — un lampo di soddisfazione che si affretterebbe a nascondere.
Quello che ottengo è più complicato.
Le guance, già arrossate dal sole, si accendono di un altro colore. Ma non distoglie lo sguardo. Ci mette un paio di secondi di troppo prima di tornare a guardarmi in faccia, e quando lo fa, nella sua espressione la rabbia si mischia a qualcosa che non riesce a controllare bene quanto vorrebbe.
«Sei un maiale,» sibila. Ma la voce le trema un po' più del previsto.
«Cosa posso farci? Ti sto massaggiando la schiena mentre sei mezza nuda e indossi dei pantaloncini che coprono a malapena le tue chiappe,» ribatto, senza fare nessun gesto per coprirmi. Non stasera.
«E comunque, se magari ti coprissi le tette invece di tenerle su con un asciugamano che scivola ogni due minuti, forse mi aiuteresti a prevenire lo spettacolo. Sono pur sempre un uomo!»
Il suo sguardo scatta in basso — si accorge solo ora che l'asciugamano le è scivolato di qualche centimetro — e lo stringe di scatto al petto, rabbiosa.
«Non ti azzardare a girare la frittata, Michael. Il problema qui sei tu e quello che hai in testa.»
Con una rapidità che mi coglie alla sprovvista, si punta sui gomiti, tirandosi su per sedersi sul bordo del letto. Afferra l'asciugamano e se lo stringe contro il petto, il respiro affannato.
Io rimango in ginocchio sul materasso per un secondo, poi, sentendomi improvvisamente fuori posto, scendo dal letto con un movimento secco. Pianto i piedi nudi sul pavimento freddo, posizionandomi esattamente di fronte a lei, a pochi centimetri dalle sue ginocchia.
È a questo punto che il suo sguardo scivola in basso.
Dalla sua posizione seduta sul bordo del letto alto, la sua visuale è perfettamente allineata al mio bacino. E non posso nascondere niente. L'erezione contro il tessuto nero dei boxer è evidente, tesa, pulsante. Un dettaglio osceno nel mezzo di una stanza d'albergo silenziosa.
Per due secondi lunghissimi nessuno dei due dice niente. Sento solo il ronzio dell'aria condizionata.
«Comunque non cambia il fatto che tu sia un maiale.» ripete. Ma la voce è priva di vera cattiveria; è roca, quasi tremante.
«Ti avevo chiesto di mettermi una crema, non di allungare le mani,» continua, stringendo la presa sull'asciugamano, come se fosse l'unica cosa a tenerla ancorata alla realtà.
«Sono sceso leggermente più giù e di certo non ti ho toccato quel culone che ti ritrovi!,» ribatto, la frustrazione di quattro giorni che inizia a filtrare in ogni parola.
«Sai qual è il vero problema qui? Che ti dà fastidio l'effetto che ti faccio. Ti manda fuori di testa il fatto di non potermi comandare, e allora fai la stronza.»
«Non sai di cosa cazzo stai parlando,» sussurra, ma non c'è forza nella sua smentita. Il suo sguardo, come attirato da una calamita, cade di nuovo per una frazione di secondo sui miei boxer, tradendola.
Faccio un respiro profondo. L'adrenalina mi spinge a fare l'unica cosa che può sbloccare questo stallo. Senza distogliere gli occhi dai suoi, aggancio i pollici all'elastico dei boxer. Con un movimento lento, deliberato e per niente rabbioso, li spingo verso il basso, lasciandoli cadere sul pavimento.
Il mio cazzo salta fuori e faccio un mezzo passo in avanti, annullando definitivamente la distanza tra noi.
Non è di dimensioni esagerate, 17 cm, ma è la circonferenza a renderlo molto invitante.
Ora sono nudo, in piedi in mezzo alle sue gambe leggermente divaricate, a un palmo dal suo viso. Il mio cazzo punta dritto verso il suo viso e aspetta solamente di essere accolto da quelle sue labbra carnose.
Marika si blocca. Le sue labbra si dischiudono leggermente. Il suo sguardo è inchiodato davanti a sé, a quell'evidenza fisica che ora non ha più filtri. Sento il calore del suo respiro irregolare sfiorarmi la pelle.
«Allora? Vuoi dirmi che non ti eccita?» mormoro, la voce ridotta a un sussurro roco, sfidandola dall'alto.
«Guardami negli occhi e dimmi che ti faccio schifo. Dimmelo, cosi io mi rivesto e chiudiamo questa faccenda per sempre.»
Il petto le si alza e si abbassa velocemente sotto la spugna bianca. I suoi occhi scuri saettano verso i miei. È una guerra silenziosa tra il suo orgoglio di granito e un desiderio che le sta palesemente divorando i nervi.
Poi, la resa.
Non mi risponde a parole. Le sue mani, che fino a un secondo prima stringevano l'asciugamano come uno scudo, si allentano. La spugna bianca scivola giù, cadendole in grembo, lasciandole il seno nudo, perfetto, illuminato dalla luce fioca della stanza.
Solleva le mani e, con una lentezza che mi fa impazzire, appoggia i palmi caldi sui miei fianchi. Il contatto diretto pelle contro pelle è una scossa elettrica. Le sue dita scivolano decise verso il basso, circondandomi, sfiorando la base della mia erezione con una sicurezza che spazza via qualsiasi traccia di esitazione.
Chiudo gli occhi di scatto, rilasciando un respiro tremante mentre la sua presa si fa ferma.
«Pensi di aver vinto, Michael?» sussurra Marika, la voce ora carica di una sensualità oscura, autoritaria, mentre il suo viso si avvicina pericolosamente al mio inguine.
«Va bene, questa volta hai ragione tu. Mettiamo in chiaro una cosa... scordati che ti conceda più di questo.»
Si sporge in avanti. La sua mano fredda e affusolata avvolge la base del mio cazzo. Iniziò a muoverla, su e giù, lentamente. Una sega metodica, calcolatrice. Io rimasi pietrificato, le mani ai fianchi, a guardare la sua mano scorrere sulla mia pelle, contrastando con il mio respiro affannoso.
Ci guardavamo dritto negli occhi. Non c'era più spazio per l'ambiguità. Era una sfida. Lei si fermò un attimo, portò la mano alla bocca e sputò nel palmo, bagnandolo abbondantemente. Poi tornò su di me. Il suono dello scorrimento divenne più umido, più viscido, "slush-slush" un suono pornografico che riempì la stanza.
Poi, senza preavviso, si chinò.
Sentii il calore del suo respiro sulla punta prima ancora di sentire la sua lingua. Leccò l'intera asta, dalla base fino alla punta, con un movimento lento e piatto, come se volesse assaggiare ogni centimetro. La mia testa si gettò indietro, un gemito strozzato uscì dalla mia gola.
La punta della sua lingua iniziò a girare intorno alla cappella, tortuosa e insistente, sfidando l'orifizio, raccogliendo il sapore salato che vi usciva. Poi, finalmente, le sue labbra si chiusero intorno alla mia cappella. Era calda, stretta, incredibilmente umida. Le labbra scivolarono verso il basso, ingoiando i primi centimetri del mio cazzo con una lentezza torturante.
«Merda...» sibilai tra i denti.
Marika fece cenno con la mano libera. «Sdraiati.»
Obbedii. Mi stesi sul letto, la schiena contro le lenzuola fresche. Lei si spostò, posizionandosi di fianco a me, il suo corpo snello aderente al mio fianco, i suoi capelli rossi sparsi sulla mia coscia. Riprese il cazzo in bocca, questa volta con più decisione.
Il pompino era lento, bavoso e intenzionale. Lei non cercava di farmi venire in fretta, voleva godermi. Sentivo la sua saliva colare lungo l'asta, bagnandomi le palle. Le sue labbra creavano un vuoto perfetto, succhiando ritmicamente mentre la sua mano lavorava la base in sincrono. Ogni tanto si fermava, tirando fuori il cazzo con un pop udibile, e mi guardava con quegli occhi nocciola pieni di lussuria, prima di riavvolgerlo tra le labbra.
La sensazione era opprimente. Il calore, la bava, il suono schiacciante della sua bocca che mi pompava. I suoi denti sfioravano leggermente la pelle sensibile, aggiungendo una punta di dolore al piacere.
Si staccò di nuovo all'improvviso. Un filamento spesso e lucido di bava rimase attaccato dalla sua bocca alla mia cappella, vibrando per un secondo prima di spezzarsi. Era l'immagine più erotica che avessi mai visto.
«Che porca... scusa ma te lo meriti»
«Da che pulpito...» rispose, e poi mi ingoiò di nuovo, questa volta prendendo quasi tutto in gola.
«Ah!! Cristo Marika»
Il mio corpo si tese come un arco. Le gambe tremarono. Sentii l'orgasmo montare dalle profondità delle mie palle, incontrollabile. «Marika, sto per...»
Lei non si fermò. Anzi, premette la lingua ancora più forte, succhiando con più intensità.
L'esplosione mi divise in due. Venni in getti caldi e violenti, direttamente nella sua bocca calda. Il mio corpo si contraeva a ogni schizzo, riempiendo le sue guance. Marika mantenne il ritmo, succhiando ogni goccia mentre io gemevo come un animale, le mani affondate nei suoi capelli rossi.
«Sii! Succhia stronza... succhia... ti faceva schifo eh»
Quando finii, crollai sul materasso, il petto che andava su e giù furiosamente. Lei si sollevò lentamente, le labbra rosse e gonfie. Con un movimento deliberato, senza chiudere gli occhi, sputò tutto il mio sperma sul mio addome, una pozza bianca e calda sulla pelle sudata.
Non lo aveva ingoiato. Aveva dettato lei le regole fino all'ultimo fottuto secondo, rifiutandosi di concedermi la resa totale. Si tirò indietro, pulendosi l'angolo della bocca con il dorso della mano. Un sorriso trionfante, tagliente e leggermente acido le increspò le labbra lucide.
«Sei patetico, Michael,» mormorò, la voce ancora un po' velata, accompagnata da una risatina carica di scherno. «Quanto sei durato? Cinque minuti a farla grande?»
Mi lasciai cadere all'indietro sui gomiti, affondando nel materasso morbido, con il fiato ancora corto ma il cervello che già riprendeva a girare alla solita velocità. Le rivolsi un sorriso sfrontato.
«Cinque minuti, certo. Aggiungici le ultime novantasei ore in cui hai fatto di tutto per girarmi davanti mezza nuda, e direi che sono stato un fottuto eroe. Chiunque altro sarebbe venuto nel momento esatto in cui ha tirato giù i boxer.»
Lei sbuffò, alzandosi in piedi e recuperando il suo asciugamano dal materasso con una lentezza calcolata, pregna di finta noncuranza. «Ma fammi il piacere. Sei solo il classico ragazzino pieno di sé, con troppa autostima e le palle da svuotare.»
La osservai mentre si riavvolgeva la spugna bianca attorno al corpo, rimettendo su i suoi muri di cemento armato.
«Sarà,» ribattei, passandomi una mano tra i capelli umidi di sudore. «Ma da come ti sei mossa, mi sa che tu sei abituata a svuotarne parecchie. Complimenti, sorellina. Tecnica impeccabile.»
Marika si bloccò sulla soglia del bagno, fulminandomi con uno sguardo che avrebbe potuto incenerirmi sul posto. Ma vidi chiaramente il rossore espandersi di nuovo sul suo petto e sulle sue guance, e questa volta il sole non c'entrava nulla. Non seppe cosa rispondere. Si chiuse la porta alle spalle con un colpo secco, facendo scattare la serratura.
Rimasi solo nella vastità della suite, con il rumore dell'aria condizionata e l'odore inequivocabile di sesso e vaniglia sospeso nell'aria fredda.
Mi lasciai scivolare del tutto sul piumone, fissando il soffitto bianco con un sorriso sghembo stampato in faccia. Lei era convinta di aver vinto la battaglia, di aver ripristinato le distanze riducendomi a un semplice capriccio fisiologico liquidato in fretta. Credeva di avermi rimesso al mio posto.
Ma si sbagliava di grosso. Il confine che aveva disegnato la prima notte ormai non esisteva più, e mancavano ancora dieci interi giorni alla fine della vacanza.
CONTINUA... . .
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