Maledetta tentazione - Spin-Off - Parte 3
di
Michael035
genere
tradimenti
Era passata esattamente una settimana da quella mattina nel suo salotto. Sette giorni in cui avevamo vissuto in una bolla di sapone. Avevamo fatto finta che il resto del mondo non esistesse: io non ero il centrocampista del Kaiserslautern fermo per infortunio, lei non era la mia ossessione. Eravamo solo Michael e Asia, chiusi in un appartamento di Prati, a ordinare cibo a domicilio, guardare serie tv che non seguivamo davvero e fare l'amore con un'urgenza che sembrava voler prosciugare il tempo.
Ma le bolle di sapone, per le leggi elementari della fisica, prima o poi esplodono. E la spilla che aveva bucato la nostra aveva la forma di un rettangolo di vetro retroilluminato da sei pollici.
Eravamo seduti a un tavolino minuscolo di un locale a Trastevere, uno di quei posti con le luci calde basse, i mattoni a vista e la musica indie sparata a un volume appena troppo alto per permettere una conversazione normale. L'aria aveva l'odore di gin, lime pestato e fumo che entrava dalla porta aperta.
Io fissavo lo schermo del telefono, appoggiato sul tavolo di ferro battuto.
Chloe: So che è un periodo difficile. Ma mi manchi. Possiamo almeno sentirci domani? Non voglio che ci allontaniamo così.
Non avevo ancora risposto. Non sapevo cosa cazzo risponderle. Temporeggiare mi era sempre sembrata la strategia migliore quando non sapevo come uscire da un casino — ma mi stavo rendendo conto che non stavo guadagnando tempo. Stavo solo allungando l'agonia. Di tutti e tre.
«Le stai scrivendo o stai aspettando l'ispirazione?»
La voce di Asia tagliò il rumore di fondo come un coltello seghettato. Alzai lo sguardo.
Era seduta di fronte a me, i gomiti piantati sul tavolo, il viso appoggiato sui pugni chiusi. Aveva un'espressione che conoscevo a memoria — quella di chi ha già deciso che la serata andrà male, ma sta ancora aspettando la conferma. Era al suo terzo drink in meno di un'ora. Io stavo ancora sorseggiando un'acqua tonica.
«Non le sto scrivendo.»
«No, stai solo fissando il suo nome sullo schermo come se stessi aspettando un segno divino.» Si riaddrizzò sulla sedia, incrociando le braccia. «Quando glielo dici, Michael?»
«Asia—»
«No, dammi una risposta concreta. Non "ci penso", non "devo trovare il momento". Quando.»
Capovolsi il telefono sul tavolo. «Non posso lasciarla con un messaggio, cazzo. Stiamo insieme da anni. Devo parlarle di persona, quando torno in Germania.»
«Quando torni in Germania,» ripeté lei, scandendo ogni parola come se fosse avvelenata. «Così poi sparisci di nuovo...»
«Non sparirò, Asia. Non sarei venuto a cercarti di nuovo se avessi voluto chiudere.»
Asia allungò la mano verso il bicchiere vuoto, lo fece roteare finché i cubetti di ghiaccio non sbatterono contro il vetro, poi lo appoggiò di nuovo senza bere. Un gesto meccanico, il tipo che fai quando le mani hanno bisogno di fare qualcosa che la testa non riesce ancora a gestire.
«Vabbè, come dici tu.» disse, sottovoce. Poi alzò la testa, e negli occhi azzurri c'era qualcosa di diverso dalla rabbia. C'era il calcolo freddo di chi sta sommando dei numeri e non gli torna il totale.
«Michael. Ho passato un periodo del cazzo. Riesci a capire che non ho nessuna voglia di aspettare mentre tu decidi se le cose con me ti bastano per buttare giù la tua bella vita ordinata?»
«Non è una questione di se mi bastano—»
«Allora di cos'è?»
Il cameriere passò vicino al nostro tavolo. Asia alzò il braccio.
«Un altro Margarita. Col sale, grazie.»
«Asia, vacci piano. Hai già bevuto a stomaco vuoto.»
Si voltò verso di me con una lentezza esagerata, teatrale, come se stesse scegliendo con cura dove piantare il coltello.
«E tu hai le palle vuote, eppure non te lo faccio notare,» rispose, senza alzare nemmeno lo sguardo dal bicchiere. La coppia seduta al tavolo accanto — due ragazzi che fino a quel momento stavano ridacchiando — si bloccarono, incuriosi dal tono. Sentii il calore salirmi al collo.
«Abbassa la voce,» le dissi, piegandomi in avanti sopra il tavolino, invadendo il suo spazio nel tentativo di costringerla a modulare il tono.
«E smettila di fare la bambina. Ti ho detto che risolverò la cosa. Ma non puoi pretendere che io chiuda una storia del genere con uno schiocco di dita mentre sono a mille chilometri di distanza.»
«Ma puoi infilarti tra le mie gambe a mille chilometri di distanza, quello sì!» sibilò lei, sporgendosi a sua volta verso di me. L'odore della tequila mista a lime le impregnava il respiro.
«Quello è facilissimo. Ma prendere una decisione? Prenderti la responsabilità di aver distrutto la tua vitina perfetta in Germania? No, per quello serve coraggio.»
La frase mi arrivò in pieno petto. Non per la tequila. Per tutto il resto.
«Asia—»
«Zitto,» mi interruppe, alzando una mano. «Non fare quella faccia. Non voglio la tua faccia dispiaciuta. Voglio sapere se hai intenzione di chiudere quella storia o se sono di nuovo la ruota di scorta.»
Il cameriere arrivò, posò il Margarita sul tavolo. Asia lo prese immediatamente, bevendo un sorso troppo lungo.
«Basta così,» dissi, voce bassa, tono piatto. «Beviamo, paghiamo e ce ne andiamo. Non è il posto per questa conversazione.»
Asia appoggiò il bicchiere con un colpo secco. Un po' di liquido le bagnò le dita.
«Per te non è mai il posto, non è mai il momento, non è mai un cazzo di niente per te,» disse. Poi, piano, con una precisione chirurgica che mi fece capire che l'alcol non stava annebbiando niente, stava solo abbassando i filtri: «Fammi dire una cosa, Michael. Ho aspettato una settimana intera senza dirti queste cose. Mi sono svegliata ogni mattina con te accanto e mi sono detta: oggi no, oggi lascialo respirare. Oggi non rompergli i coglioni con Chloe. Oggi goditelo.» La voce le si spezzò di un millimetro, appena.
«E invece eccoci qua. Che tu fissi il suo nome sullo schermo nel locale dove ti ho portato io, e io bevo per non pensare che forse sono la solita imbecille che ci ricade.»
«Non sei un'imbecille.»
«No. Sono peggio. Perché so esattamente cosa sei e ci sto dentro lo stesso.» una pausa.
«Sai qual è il problema di fondo? Che tu non hai nessun vero motivo per farlo adesso. Nessuno ti vede. Nessuno sa che sei qui. Potresti stare con me altri tre anni e Chloe non lo saprebbe mai, e tu lo sai. E la parte che mi fa impazzire» — la voce le salì di un tono, abbastanza da far voltare i tavoli vicini — «è che per una volta vorrei che fossimo entrabi onesti con noi stessi. Io lo sto facendo, tu no.»
«Abbassa la voce, Asia.»
«No!» Quasi urlò. Il locale si azzerò di colpo, tutti gli sguardi su di noi. «No, non abbasso la voce! Sai cos'altro non faccio? Continuare a darti fiducia.»
«Basta così,» dissi, la voce dura, il tono piatto di chi non ammette repliche. «Bevi quello, e ce ne andiamo. La serata finisce qui.»
Asia appoggiò il bicchiere con forza sul tavolo. Un po' di liquido giallo le fuoriuscì sui bordi, bagnandole le dita.
«La serata finisce quando lo decido io.»
«Non discuto con te ora. Sei ubriaca.»
Fu la frase sbagliata. Lo capii nell'istante esatto in cui mi uscì di bocca. Se c'era un modo per far esplodere Asia, era trattarla con condiscendenza, sminuire la sua rabbia liquidandola come l'effetto dell'alcol.
I suoi occhi si spalancarono, iniettati di una furia cieca. La mascella le si contrasse così forte che vidi il muscolo tendersi sotto la pelle pallida.
«Io sono ubriaca?» disse, la voce che tremava per l'adrenalina. Si voltò di scatto verso il bancone, intercettando lo sguardo del cameriere che si stava allontanando.
«Ehi! Portami uno shot di tequila. Liscio. Subito.»
Allungai la mano e le afferrai il polso sul tavolo, stringendolo appena. Feci cenno di no con la testa al cameriere, che si era bloccato a metà strada, visibilmente in imbarazzo.
«Lascia stare,» dissi al ragazzo con tono fermo. «Non le portare niente. Stiamo andando via..»
Asia strattonò il braccio con violenza, liberandosi dalla mia presa, e scattò in piedi. La sedia di ferro strisciò contro il pavimento di pietra producendo un rumore stridulo, insopportabile, che fece voltare metà del locale.
«Chi cazzo pensi di essere, mia madre?» mi urlò contro, dall'alto. Il petto le si alzava e abbassava freneticamente, i capelli le erano finiti in parte sul viso.
«Bevo quello che cazzo mi va! E se tu vuoi passare la serata a fissare il telefono sperando di capire come tenerti due vite contemporaneamente, fallo pure. Ma non lo fai controllando me!»
Tutti ci stavano fissando. Il chiacchiericcio dei tavoli vicini si era azzerato. Sentivo gli sguardi della gente incollarcisi addosso, il giudizio pronto, la curiosità morbosa di chi sta assistendo a un incidente stradale.
Mio padre mi aveva insegnato che in pubblico non si perde mai il controllo. Mai.
Chiusi gli occhi per un secondo, serrando la mascella. Infilai la mano in tasca e tirai fuori il portafoglio. Ignorai Asia, che stava ancora lì in piedi a respirare forte. Alzai la mano verso il barista dietro il bancone e gli feci un cenno circolare con l'indice.
«Chiudi il conto,» gli dissi a voce alta, ignorando il dolore sordo che ricominciava a pulsarmi nella coscia destra.
Non le rivolsi nemmeno uno sguardo mentre mi alzavo in piedi, facendo leva sulla gamba sana. Appoggiai la carta sul POS e pagai.
Quando mi voltai, pronto a dirle di muoversi e di uscire da lì, trovai solo la sua sedia vuota.
Asia aveva fatto lo slalom tra i tavoli verso l'uscita a passo spedito. La vidi spingere la porta a vetri del locale e sparire nella notte dei vicoli di Trastevere, lasciandomi lì, in piedi come un idiota, con un telefono muto in tasca e una gamba che non mi avrebbe mai permesso di raggiungerla prima che girasse l'angolo.
Uscii dal locale col bicipite femorale in fiamme. Ogni passo sui sampietrini sconnessi di Trastevere era una stilettata che mi arrivava dritto al cervello, ma continuai a camminare, stringendo i denti, mentre la folla del sabato sera mi rimbalzava intorno.
La vidi cinquanta metri più avanti, sul ciglio della strada, sotto la luce giallastra di un lampione. Era ferma sul marciapiede, il braccio teso a intercettare i taxi che passavano carichi, mentre con l'altra mano portava alla bocca una sigaretta. Aspirava con una furia cieca, i fari delle macchine che le illuminavano il viso a intermittenza. Buttò il mozzicone ancora acceso per terra, lo calpestò con la scarpa e, prima ancora di espirare l'ultimo fumo, stava già armeggiando con l'accendino per accenderne un'altra. Le mani le tremavano in modo vistoso.
«Asia!» le urlai contro, raggiungendola a fatica. «Asia, cazzo, fermati.»
«Sparisci, non voglio vederti» sibilò senza nemmeno girarsi, gli occhi fissi sulla corsia preferenziale. Fece un tiro profondo dalla seconda sigaretta, la brace che brillò di un rosso vivo. «Prendo un taxi e me ne vado a casa. Fottiti tu, il tuo telefono e la tua biondina Inglese.»
«La macchina è li. Sali.»
«Non ho nessuna intenzione di—»
Con un movimento fulmineo le strappai la sigaretta direttamente dalle labbra e la lanciai in mezzo alla strada, tra le ruote di un autobus che passava.
«Mi lasci in pace, porca puttana!» mi gridò in faccia, gli occhi sgranati, un mix di alcol e rabbia pura che le incendiava lo sguardo.
«Sali in macchina, Asia. Adesso.»
Ci fronteggiammo sul marciapiede. Sentivo la gente intorno che rallentava, curiosa. Asia lo sentì anche lei. Abbassò gli occhi, poi si girò e si incamminò a grandi passi verso la macchina senza aggiungere altro.
Il viaggio verso Prati fu un inferno di silenzio. Asia si incollò al finestrino opposto al mio, fissando le luci della città che scorrevano. Sentivo il suo respiro corto, spezzato, pesante per la quantità di alcol che aveva in corpo. Io fissavo la strada, le mani strette sul volante, una rabbia sorda che mi montava dentro per come aveva trasformato una serata normale in quel ridicolo spettacolo pubblico.
Quando parcheggiai davanti casa sua, Asia aprì la portiera prima ancora che la macchina fosse completamente ferma. Scese a grandi passi, barcollando leggermente sui tacchi. Spensi il motore ed uscii, zoppicando dietro di lei. Entrò nel portone senza tenermi la porta, che mi sbatté quasi in faccia. Salimmo con l'ascensore vecchio stile, racchiusi in quella gabbia di ferro dove l'odore del suo profumo mischiato alla tequila era soffocante. Nessuno dei due fiatò.
Arrivati sul pianerottolo del terzo piano, Asia aprì la porta dell'appartamento e entrò. La seguii dentro. La tensione accumulata passò il livello di guardia nel momento esatto in cui la porta si richiuse alle nostre spalle.
«Adesso te ne vai,» disse lei, la voce roca, dandomi le spalle mentre buttava le chiavi sul piano dell'ingresso. «Non dovevi nemmeno salire. Torna a casa tua. torna in Germania, vai dove cazzo ti pare. Ma fuori da casa mia.»
«Io non vado da nessuna parte finché non abbiamo finito di parlare, Asia.»
«Abbiamo finito una settimana fa su quel cazzo di tappeto, Michael! Tu volevi solo questo. Vieni qui, mi sfasci la testa, mi scopi e poi passi la serata a mandare messaggini a quella puttana di Clhoe. Mi fai schifo.»
«Sto cercando di gestire una situazione di merda, lo vuoi capire?!» sbottai, alzando la voce. Il salotto rimandò l'eco delle mie parole contro le pareti alte.
«Gestire? Tu stai solo parando il culo!»
Asia attraversò il salotto, raggiunse l'isola della cucina e afferrò la bottiglia di vino rimasta a metà dal giorno prima. Si versò un bicchiere senza cercare un calice pulito.
«Basta con l'alcol, Asia, cazzo—»
«Non dirmi cosa devo fare... esci da quella cazzo di porta» rispose, mandando giù metà bicchiere in un sorso solo. Poi si girò verso di me, appoggiandosi al bancone con le braccia incrociate. «Sai qual è il problema? Che non cambi mai. Non cambi mai e io sono abbastanza stupida da crederci ogni volta. Ti ho aspettato una settimana senza dirti niente. Mi sono morsa la lingua. Oggi non ce l'ho fatta più.»
«Avresti dovuto morderti la lingua ancora un po', invece di fare quella scena in pubblico.»
«Scena? Che scena?» La voce le salì di un tono. «Ti ho chiesto quando glielo dici. Questa sarebbe la scena? Ma vattene affanculo, stronzo egoista del cazzo.»
«E io non sopporto essere messo alle strette ogni volta che sto con te! Chloe non è un problema che si risolve in una settimana, se tu non lo vuoi capire sono cazzi tuoi!»
«Sto cercando di fare la cosa giusta senza fare del male a nessuno!»
«Hai già fatto del male a tutti e tre, coglione! Stai solo scegliendo a chi farlo per ultimo!»
Mi feci sotto, la rabbia che mi annebbiava il ragionamento. «Fai la persona matura per cinque minuti. Sai cosa non sopporto? Questa cosa che hai di trattarmi come se fossi l'unico colpevole. Come se tu non avessi fatto niente.»
Asia si irrigidì. «Io ho sbagliato, ma l'ho ammesso. Ti ho chiesto scusa e tu poi... hai fatto peggio. »
«Ma come cazzo la racconti a te stessa la storia, Asia? Perché dalla mia parte sembra leggermente diversa.»
«La racconto nella versione corretta. C'è differenza tra quello che ho fatto quando avevo diciassette anni e quello che hai fatto tu da uomo adulto con una compagna in casa! Ti ho illuso, si, mi dispiace. Però la mia è stata una scelta! Ho scelto un altro ed ero single per tua informazione.»
«Ah, ma se lo fai tu a diciassette anni sei una ragazzina stupida, se lo faccio io sono un mostro. Ho capito.»
«Vaffanculo, Michael!» La voce le si spezzò. Si girò verso la porta d'ingresso, afferrandola con entrambe le mani per aprirla. «...Esci da casa mia adesso.»
«Non mi muovo finché—»
«Ho detto esci!» Spalancò la porta di scatto con tutta la forza che aveva.
Ma era troppo instabile, troppo scoordinata per via dell'alcol. La porta le rimbalzò violentemente verso l'interno, colpendola di piatto sul fianco e sulla spalla. Le caviglie le cedettero di colpo sul parquet, e andò a sbattere pesantemente contro lo stipite, scivolando di lato verso il basso, le gambe che non la reggevano più.
«Asia!»
Andai verso di lei. Vederla ridotta così, instabile, incapace persino di stare in piedi, mi fece salire il sangue agli occhi. La rabbia per la serata, per la sua gelosia, per il modo in cui non riuscivo a fare niente di giusto si trasformò in qualcosa di più sporco.
«Ma ti vedi? Cazzo, ti vedi come stai messa?» le ringhiai contro, facendomi sotto, sovrastandola con tutta la mia stazza. «Fai schifo, Asia. Sei completamente andata. Sei ubriaca fradicia, urli in mezzo alla strada come una psicopatica, non riesci nemmeno a stare in piedi. Se hai intenzione di cacciare chiunque dalla tua vita, almeno comincia a prendere la pillola... perché questa volta è andata bene, in futuro chissà.
STIAFF.
Fu un colpo gigantesco, Il palmo della sua mano si schiantò contro la mia guancia sinistra con una forza disumana, amplificata dalla disperazione. La mia testa girò di scatto di lato. La pelle della faccia iniziò a bruciarmi immediatamente.
Riportai lentamente lo sguardo su di lei. La mascella serrata al punto da farmi male, i pugni lungo i fianchi così stretti che le unghie mi perforavano i palmi.
Lei era ancora appoggiata allo stipite, la mano che le tremava in aria dopo il colpo. Gli occhi azzurri erano pieni di lacrime, il mascara e l'eyeliner completamente sciolti, righe scure sulle guance pallide. Aveva le labbra gonfie, tremanti. Ma non era la rabbia quello che le leggevo in faccia adesso.
Era qualcosa che veniva da molto più in fondo.
«Sei proprio uno stronzo bastardo,» disse, la voce ridotta a un filo. Come se stesse assaporando la parola per capire quanto facesse male.
«Pensi che avrei voluto incastrarti? Pensi questo?.» Scosse la testa, lentamente, mentre le prime lacrime vere le cadevano sul viso senza che lei facesse niente per fermarle.
«Non ho detto questo» risposi.
«Si, invece, lo hai detto. Hai detto esattamente questo.» chiuse gli occhi, cercando di bloccare le lacrime.
«Io sono stata male e la cosa strana è che non ce l'avevo con te, ce l'avevo con me. Perché tutto è iniziato da me e quello che è venuto dopo è solo la conseguenza dei nostri errori. Io ho sbagliato prima, tu dopo e adesso stiamo sbagliando entrambi. Non ti farei mai una cosa del genere, come puoi anche solo pensarlo?»
Rimasi immobile, la guancia che bruciava.
«Io ti amo, Michael. Non da una settimana, non da tre anni. Da quando ero una ragazzina stupida che non sapeva cosa scegliere e ha fatto una scelta sbagliata. E ogni singolo giorno da allora me lo sono portato addosso. Ogni singolo giorno.» Fece un respiro tremante. «Quindi no. Non volevo incastrarti. L'unica cosa che voglio è che tu scelga di restare senza che ci sia un motivo per farlo.»
Si piegò leggermente in avanti, coprendosi il viso con le mani, le spalle scosse da tremiti silenziosi.
E io rimasi lì, con la sua mano stampata sulla guancia e quelle parole che mi rimbalzavano dentro il petto come schegge, rendendomi conto con una chiarezza che faceva male fisicamente di essere la persona più meschina che conoscessi.
La guardai. Guardai quella ragazza che amavo alla follia, ferita a morte dalle parole che le avevo vomitato addosso solo per difendere il mio orgoglio.
Feci un passo verso di lei, le mani che mi tremavano, tese nel vuoto, senza avere il coraggio di toccarla.
«Asia... mi dispiace. Cazzo, Asia, io non volevo... ne riparliamo domani, dai. Dobbiamo calmarci entrambi, ora non ha alcun senso parlare..»
Quando rialzò gli occhi su di me, la vulnerabilità era scomparsa.
C'era solo un disgusto totale, freddo, definitivo.
«Non azzardarti a chiedermi scusa,» sibilò, la voce roca e tagliente. Si staccò dallo stipite della porta, raddrizzando la schiena. Non barcollava più. L'adrenalina e lo schifo avevano bruciato anche l'alcol.
«Fai proprio schifo, Michael. Non sei niente. Sei un buco nero che risucchia tutto quello che ti sta intorno solo per sentirti vivo, e io sono stata un'idiota a farti entrare di nuovo.»
«Ascoltami un secondo, ero incazzato, ho detto una stronzata—»
«VAI VIAA!!!» urlò, e la sua voce rimbombò nel salotto con una forza che mi fece indietreggiare. Mi piantò le mani contro il petto, gli occhi azzurri ridotti a due fessure cariche d'odio.
«Fuori da casa mia! Prendi le tue cazzo di cose e sparisci! Sei solo un enorme pezzo di merda. Torna dalla tua fidanzata, torna alla tua vita, ma qui dentro non ci metti più piede. Mai più!»
Non c'era spazio per ribattere. Non c'era spazio per niente.
Feci un passo indietro, poi un altro. Afferrai il mio giaccone buttato sul divano e il telefono dal marmo dell'isola. Le mie mani tremavano così tanto che feci fatica a infilarlo in tasca.
Quando tornai verso l'ingresso, lei era ancora lì, ferma sulla soglia, che mi guardava come si guarda un estraneo che ti ha appena derubato.
Uscii sul pianerottolo. Asia non aspettò nemmeno che raggiungessi l'ascensore. Mi sbatté la porta in faccia. Il suono della mandata che scattava due volte fu una ghigliottina che calava dritta sul mio stomaco.
Quando chiusi la porta della mia camera alle mie spalle, il silenzio mi piombò addosso con il peso di un blocco di cemento.
Lasciai cadere il giaccone a terra. Feci due passi verso il letto, mi sdraiai guardando il soffitto, non mi spogliai neanche.
Mi presi la testa tra le mani. Il respiro iniziò a farsi corto, spezzato.
" L'unica cosa che voglio è che tu scelga di restare senza che ci sia un motivo per farlo "
Le sue parole mi rimbombavano nel cranio. L'immagine del suo viso sporco di trucco, i suoi occhi devastati. Mi aveva detto che mi amava. Mi aveva dato in mano tutto quello che aveva, e io l'avevo presa, l'avevo calpestata e le avevo sputato in faccia che voleva incastrarmi.
Il primo singhiozzo mi graffiò la gola.
Provai a inghiottirlo, serrando i denti, ma era come cercare di fermare una diga a mani nude. Il petto mi si contrasse in uno spasmo doloroso, e crollai.
Iniziai a piangere. Un pianto brutto, lento, soffocato. Uno di quei pianti che ti tolgono il fiato e ti fanno bruciare gli occhi.
Piangevo per lei, per il male che le avevo fatto. Piangevo per me, per aver distrutto l'unica persona che amavo davvero. Mi allungai verso il comodino e afferrai il telefono. Le 3:32 di notte.
Aprii WhatsApp. Fissai il nome di Asia. Sapevo che non avrei dovuto scriverle. Sapevo che ogni manuale non scritto della decenza umana prevedeva che la lasciassi in pace, che le dessi respiro, che sparissi come mi aveva chiesto. Ma l'ansia che mi divorava lo stomaco era intollerabile. Il pensiero che lei in quel momento mi odiasse così tanto, che potesse svegliarsi la mattina dopo e decidere di cancellarmi per sempre, mi faceva mancare l'aria.
Le dita si muovevano veloci sulla tastiera, tremanti.
"Sono un pezzo di merda. Avevi ragione su tutto. Mi faccio schifo da solo per quello che ti ho detto, non lo pensavo, ho detto una cazzata. Ti prego, Asia. Non finiamola in questo modo."
Premetti invio.
Il messaggio partì. Una spunta grigia.
Poi, una seconda spunta grigia. Il messaggio era stato consegnato.
Trattenni il fiato, gli occhi incollati a quello schermo luminoso nel buio della stanza.
Passarono dieci minuti. Quindici.
Alle 3:47 le due spunte diventarono blu.
Visualizzato.
Era sveglia. Stava guardando il telefono in quel preciso istante.
Mi alzai in piedi a fatica, zoppicando per la stanza, il telefono stretto nel palmo della mano, gli occhi fissi sotto il suo nome.
Aspettavo la scritta Sta scrivendo...
Aspettavo un insulto. Un "Vaffanculo". Qualsiasi cosa.
Passò un minuto. Poi due. Poi cinque.
Lo schermo si spense.
Nessuna risposta. Il gelo più assoluto. Quel silenzio era peggio di qualsiasi schiaffo, peggio di qualsiasi insulto potesse scrivermi.
Non chiusi occhio. Fissai il soffitto fino a quando i contorni della finestra non iniziarono a farsi chiari, fino a quando il grigio dell'alba non riempì la stanza.
Alle dieci del mattino, la testa mi scoppiava e avevo gli occhi gonfi e arrossati.
Mi guardai allo specchio del bagno. Ero un cadavere. Avevo la barba sfatta, i segni delle lacrime ancora sulla faccia stravolta.
Mi sciacquai il viso con l'acqua gelata.
La logica, il buonsenso e il rispetto avrebbero imposto di aspettare. Far passare tre giorni, forse una settimana. Lasciare che l'alcol smaltisse, che la rabbia sedimentasse, che la ferita smettesse di sanguinare.
Ma io non avevo buonsenso. E non avevo tempo. Se lasciavo che quel silenzio mettesse radici, non me l'avrebbe più perdonato. Non di nuovo.
Mi infilai un paio di jeans e una felpa scura. Presi le chiavi e il portafoglio.
Ignorai la fitta lancinante al bicipite femorale e scesi in strada. Presi il primo taxi libero che passava su Via Nazionale. Non mi andava di guidare, avevo la gamba a pezzi.
«Prati. Via Monte Zebio,» dissi al tassista, la voce raschiata, quasi irriconoscibile.
Durante il tragitto, il telefono rimase muto. Ogni volta che lo schermo si accendeva per una notifica, il cuore mi balzava in gola, ma era solo roba inutile.
Quando il taxi mi lasciò davanti al suo palazzo, l'aria del mattino romano mi sembrò pesantissima. Guardai in alto, verso il terzo piano. Le tapparelle della sua grande vetrata erano abbassate a metà.
Attraversai il marciapiede, zoppicando in modo vistoso. Spinsi il grande portone di legno, che un condomino distratto aveva lasciato socchiuso. Iniziai a salire le scale. Non presi l'ascensore. Volevo sentire ogni gradino, volevo che il dolore fisico alla gamba coprisse quello che mi stava mangiando vivo dentro.
Arrivai al terzo piano con il fiatone, la fronte imperlata di sudore freddo.
Mi fermai davanti alla sua porta. Lì dove, poche ore prima, avevo distrutto tutto.
Feci un respiro profondo, che mi tremò nei polmoni.
Alzai la mano e premetti il dito sul pulsante dorato del campanello.
Attesi. Il rumore del mio battito cardiaco mi rimbombava nelle orecchie così forte da farmi girare la testa.
Sapevo che avrebbe potuto non aprire. Sapevo che avrebbe potuto chiamare la polizia, o riempirmi di insulti davanti a tutto il condominio. Ma sarei rimasto lì davanti fino a quando non avesse girato quella chiave. Se doveva essere la fine, glielo avrei lasciato dire guardandomi negli occhi, non lasciandomi a morire dietro una doppia spunta blu.
Rimasi immobile, il fiato sospeso, il dito ancora a pochi millimetri dal pulsante d'ottone del campanello. Oltre il legno massiccio, sentii un fruscio impercettibile. Il parquet del suo ingresso che scricchiolava sotto un peso leggero. Un respiro trattenuto.
Poi, il silenzio. Ma sapevo che era lì. Ne sentivo la presenza attraverso la porta come si sente l'elettricità nell'aria un istante prima che cada un fulmine.
«Asia,» dissi. La mia voce uscì roca, raschiata dalla notte in bianco e dai cerchi alla testa. Appoggiai il palmo della mano contro il legno freddo. «Lo so che sei lì dietro. Ti prego, aprimi.»
Nessuna risposta.
«Non me ne vado, Asia. Puoi chiamare i carabinieri, puoi lasciarmi qui fuori tutto il giorno, ma io non mi muovo da questo pianerottolo finché non mi guardi in faccia.»
Passarono dieci secondi. Sentivo il sangue pulsarmi nelle orecchie.
Poi, lo scatto metallico della serratura. Una, due mandate. La porta si aprì di uno spiraglio, esitante, prima di spalancarsi del tutto.
Era l'ombra della ragazza incandescente che avevo lasciato la sera prima. La sbronza era evaporata completamente, lasciando il posto a quel pallore cinereo e doloroso dei postumi che ti prosciuga i lineamenti. Si era lavata la faccia: non c'erano più le tracce nere del trucco squagliato sulle guance, ma i suoi occhi azzurri erano gonfi, circondati da un alone rosso e infiammato che testimoniava ore di pianto ininterrotto. I capelli erano raccolti in una pinza messa male, con intere ciocche ribelli che le ricadevano disordinate sul collo e sul viso. Indossava una maglietta grigia.
Era uno straccio. Ed era la cosa più bella che avessi mai visto, perché era vera. E si ricordava perfettamente ogni singola, schifosa parola che ci eravamo vomitati addosso.
Mi guardò tenendosi a debita distanza, le braccia incrociate sul petto in una postura di difesa totale. I suoi occhi erano due lastre di ghiaccio.
«Che cazzo vuoi?» La sua voce era atona, priva di quell'energia rabbiosa della sera prima. Era la voce di chi ha finito le batterie.
«Voglio parlarti. Ascoltami.»
«Le ho lette le tue scuse alle tre di notte. Complimenti per la tempistica. Adesso puoi girarti e tornare da dove sei venuto.» Fece per richiudere la porta, ma io infilai il piede buono nello stipite, bloccandola.
«Asia, ti prego.»
Feci un passo in avanti, forzando l'ingresso, e me la chiusi alle spalle. Eravamo di nuovo in quel salotto a un metro di distanza. Sentivo l'odore della sua pelle.
«Non so neanche io che cazzo ho detto, ero incazzato,» le dissi, guardandola dritta in quegli occhi stanchi.
«Un viscido pezzo di merda. Ti ho detto quelle cose perché mi sentivo alle strette, perché odiavo il fatto che tu avessi ragione su tutta la linea. Avevo torto. Ho fatto uno schifo. E non mi perdonerò mai per averti ferita in quel modo.»
Lei strinse le braccia ancora più forte intorno al corpo, guardandomi con un disprezzo che mi tagliò la carne.
«Pensi che basti? Pensi che vieni qui con la faccia da cane bastonato e io mi dimentico che mi hai trattato come una troia disperata? Quando si è incazzati spesso si dice quello che si pensa davvero.»
«No. Non penso che basti.»
La guardai. Guardai le sue labbra secche, il suo collo teso, quel muro di dolore che le avevo costruito addosso. Il senso di colpa mi stava divorando, unito a un bisogno fisico, animale, di sentirla mia, di cancellare le mie stesse tracce dalla sua pelle.
Il mio cervello andò in corto circuito. Non pensai più.
Azzerai la distanza tra noi in un secondo, ignorando la fitta alla gamba. Le presi il viso tra le mani, la tirai contro il mio petto e schiacciai la mia bocca sulla sua. Fu un bacio prepotente, ruvido, disperato. Cercavo l'ossigeno che mi era mancato per tutta la notte. Ma durò una frazione di secondo.
Asia si irrigidì come se l'avessi bruciata. Mi piantò le mani sul petto e mi spinse via con una forza inaudita, liberandosi dalla mia presa.
Un istante dopo, il mondo mi esplose di nuovo sulla guancia.
STIAFF.
Un altro colpo secco, spietato. Il secondo in meno di dodici ore, esattamente nello stesso punto, sul lato sinistro della faccia. La pelle mi andò a fuoco, la testa scattò di lato. Il rumore rimbombò nel silenzio dell'ingresso.
«Non azzardarti!» mi urlò contro, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, gli occhi di nuovo accesi di quella furia disperata.
«Non azzardarti a usare il sesso per zittirmi, Michael! Non puoi trattarmi cosi ogni volta.»
Riportai il viso verso di lei. La guancia mi pulsava, un dolore rovente che mi si propagava fino ai denti, ma non abbassai lo sguardo. Non feci un passo indietro.
«Me lo merito,» dissi, la voce ferma, un sussurro denso e irremovibile. «Dammene un altro. Spaccami la faccia, se ti fa stare meglio. Mi merito tutto.»
Allungai di nuovo le mani verso di lei. Lei provò a respingermi, a colpirmi il petto coi pugni, ma io la bloccai, afferrandole i polsi. Poi, scivolai con le mani sul suo collo, intrecciando le dita tra i suoi capelli spettinati, e le presi il viso con una presa solida, obbligandola a guardarmi negli occhi.
«Ma io non sono venuto qui per zittirti,» le dissi, a un millimetro dalla sua bocca.
«Sono venuto qui per dirti che è finita. Ho chiuso, Asia. Ho chiuso con le stronzate, con l'attesa, con la Germania.»
Lei smise di dimenarsi, il respiro che le si mozzò in gola. I suoi occhi azzurri scrutarono i miei, cercando disperatamente una crepa, una bugia. Non ne trovò.
«Chiuderò con Chloe, te lo giuro. Ti chiedo solo di non mettermi fretta» Il suo sguardo si fece più tranquillo.
«Voglio stare con te, io amo te, non amo Chloe. Le voglio bene ed è per questo che sto cercando di chiudere nella maniera più leggera possibile. Ma non posso farlo con un messaggio o una chiamata... finiamola di litigare, ti prego »
Le parole rimasero sospese nell'aria, pesanti come piombo.
Vidi la rabbia sciogliersi nei suoi occhi. Le sue labbra tremarono. Il muro di cemento che aveva alzato si sbriciolò in un istante, lasciando scoperta solo la fame disperata che entrambi cercavamo di nascondere.
«Giuralo,» sussurrò, la voce rotta.
«Lo giuro.»
Fu lei, questa volta, ad azzerare la distanza.
Si aggrappò alla mia felpa con i pugni chiusi e mi tirò a sé. Le nostre bocche si scontrarono con una violenza che sapeva di sangue, di lacrime e di sollievo. Non c'era niente di dolce in quel bacio. Era una collisione. Le mie mani scesero lungo la sua schiena, stringendola a me fino a toglierle il fiato, mentre le sue dita mi afferravano i capelli, tirandoli con urgenza.
Le presi il retro delle cosce e le strinsi tra le mie mani. Lei mi allacciò le gambe intorno alla vita, ignorando il mio gemito sordo quando il bicipite femorale fu attraversato da una fitta atroce. Non me ne fregava un cazzo del dolore, del calcio, del mondo fuori da quell'appartamento.
La spinsi contro il muro del corridoio, senza smettere di baciarla, divorando la sua bocca mentre lei mi mordeva il labbro inferiore. Le sue labbra erano salate. Mi staccai appena per riprendere fiato, ma lei mi cercò di nuovo, famelica, le mani che scivolavano frenetiche sotto la mia felpa, graffiandomi la pelle della schiena.
Mi mossi verso la camera da letto, sbattendo contro lo stipite della porta senza nemmeno accorgermene. La lasciai cadere sul materasso sfatto e le fui addosso un secondo dopo.
Non c'erano preliminari, non c'era la lentezza studiata dei giorni precedenti. C'era solo l'urgenza brutale di chi è stato a un passo dal perdersi per sempre e ha bisogno di marchiare il territorio per assicurarsi di essere ancora vivo.
Le sfilai la maglietta grigia in un unico gesto fluido, lanciandola da qualche parte nella stanza. Lei lottò con la cerniera dei miei jeans, i respiri pesanti che riempivano il silenzio della camera. Quando lei salì sopra di me e infilò il mio cazzo dentro di sé , la sentii inarcare la schiena, un gemito strozzato che le morì in gola mentre le mie labbra le scendevano sul suo collo, lasciandole segni rossi sulla pelle chiara.
Facemmo l'amore come se stessimo cercando di cancellare la notte precedente a spallate. Era un sesso sporco di rabbia residua, di possesso, di pura necessità. Ogni spinta era una scusa, ogni suo graffio sulle mie spalle era un non lasciarmi. Ci muovevamo alla cieca, guidati solo dall'istinto di fonderci per non lasciare spazio a nessun altro dubbio.
«Sei un bastardo!» ha gridato. L'ho afferrata per i polsi, e la rabbia, quella tossica, elettrica rabbia che ci aveva sempre consumato, ha mutato forma in un millisecondo. Non c'era più spazio per la logica, solo per il fuoco.
L'ho baciata. Non era un bacio tenero, era un morso, una collisione. Lei ha risposto con la stessa violenza, le sue mani che tiravano via la mia felpa.
«Ti odio»
«Anche io, mi fai perdere il controllo ogni volta»
La rabbia si è trasformata istantaneamente in passione bruta. Asia non mi ha lasciato respirare. Si è immediatamente posizionata sopra di me, cavalcandomi con una forza che mi ha tolto il fiato. I suoi capelli neri mi frustavano il viso mentre si chinava a baciarmi, ancora e ancora, le sue labbra che cercavano la mia come se volesse succhiarmi l'anima. Le sue tette piccole, perfette, premevano contro il mio petto nudo, i suoi capezzoli duri che graffiavano la pelle. La sentivo bagnata, calda, pronta a ingoiarmi.
Poi, senza preavviso, si è alzata, spostandosi in avanti.
«Leccami,» ha ordinato, e prima che potessi rispondere, si è seduta sulla mia faccia. La sua figa, calda e profumata di sesso e rabbia, mi ha premuto contro la bocca. Non ho avuto altra scelta che obbedire. Ho leccato le sue labbra, succhiando il clitoride, affondando la lingua dentro di lei mentre lei si muoveva sui miei fianchi, macinando i fianchi contro la mia bocca. Lei mi prendeva il cazzo con una mano, iniziando a segarmi con un ritmo serrato, la presa forte e decisa.
Il mio cazzo era duro come una roccia, pulsante nella sua mano. Lei si è piegata in avanti, formando un 69 perfetto, e ho sentito la sua lingua calda scorrere lungo la mia asta prima di ingoiarmi il cazzo.
«Sì, Amore» ho detto a denti stretti, la voce ovattata dalle sue cosce. Lei lo ha preso tutto in gola, succhiandomi con avidità, mentre io continuavo a leccarle la figa, bevendo i suoi succhi. L'atmosfera era densa, il suono dei nostri respiri e delle nostre lingue bagnate che riempiva la stanza.
Asia era troppo eccitata per trattenersi. Il suo corpo ha iniziato a tremare, le cosce a stringermi la testa violentemente. "Oh Dio... Michael!" ha urlato, e il suo orgasmo l'ha scossa come un terremoto. È venuta forte, inondandomi il viso di liquidi caldi e densi, schizzando sulla mia bocca e sul mento. Nel massimo del piacere, ha morso il mio cazzo, i denti che si sono conficcati nell'asta, un dolore tagliente che si è fuso con l'estasi, facendomi gemere e archeggiare la schiena.
«Merda, Asia!» ho gridato, ma il dolore mi ha solo eccitato di più. Si è mossa, staccandosi da me con un respiro affannoso. Ci siamo spostati sul fianco, io dietro di lei. Le mie braccia l'hanno avvolta, la pelle bagnata di sudore e del suo orgasmo. Le ho sollevato una gamba, aprendola, e ho guidato il mio cazzo verso la sua entrata ancora dilatata e tremante.
«Non ti sei stancata no?» ho sibilato all'orecchio, penetrandola con un colpo secco e profondo.
«Mai... scopami forza» Lei ha emesso un gemito profondo, spingendo il culo indietro per accogliermi completamente. La scopavo in quella posizione, le mie spinte che andavano a fondo, ogni colpo
«Aaah, siiii! Dio sii... spingi, spingi» un'affermazione di possesso. Lei ha girato la testa, cercando il mio sguardo, i suoi occhi azzurri pieni di lacrime e desiderio. «Baciami,» ha supplicato, cercando le mie labbra con la sua in un angolo difficile, ma necessario.
L'ho baciata, un bacio disperato e salato. Poi, sentendo il mio orgasmo avvicinarsi come un treno in corsa, l'ho guardata dritta negli occhi e le ho fatto un cenno d'intesa. Lei ha capito.
«Sì,» ha detto, la voce rotta. «Sì, Michael. Tutto.»
Ho spinto un'ultima volta, con violenza, e sono venuto. Il cazzo è esploso dentro di lei, getti caldi e potenti che l'hanno riempita, mentre lei si contraeva attorno a me, moltiplicando il piacere. Abbiamo tremato insieme, uniti in quel momento di pura liberazione.
Quando tutto finì, crollai di lato, il petto madido di sudore che si alzava e si abbassava velocemente, la gamba destra formicolante per lo sforzo.
La stanza era in penombra. Il silenzio era tornato a riempire lo spazio, ma questa volta non era un muro di ghiaccio. Era una tregua.
Asia si rannicchiò contro il mio fianco. Mi passò un braccio sul petto, nascondendo il viso nel mio collo. Potevo sentire il battito del suo cuore contro le mie costole, frenetico, che lentamente iniziava a calmarsi.
Le baciai la fronte, stringendola a me, intrecciando le mie dita con le sue.
Non avevo ancora sistemato tutto. Le macerie della mia vita in Germania erano ancora lì, fumanti, ad aspettarmi. Ma per la prima volta in tre anni, mentre respiravo il profumo dei suoi capelli disordinati, ebbi la certezza che la mia vita era con Asia e con nessu'altra.
CONTINUA... . .
Ma le bolle di sapone, per le leggi elementari della fisica, prima o poi esplodono. E la spilla che aveva bucato la nostra aveva la forma di un rettangolo di vetro retroilluminato da sei pollici.
Eravamo seduti a un tavolino minuscolo di un locale a Trastevere, uno di quei posti con le luci calde basse, i mattoni a vista e la musica indie sparata a un volume appena troppo alto per permettere una conversazione normale. L'aria aveva l'odore di gin, lime pestato e fumo che entrava dalla porta aperta.
Io fissavo lo schermo del telefono, appoggiato sul tavolo di ferro battuto.
Chloe: So che è un periodo difficile. Ma mi manchi. Possiamo almeno sentirci domani? Non voglio che ci allontaniamo così.
Non avevo ancora risposto. Non sapevo cosa cazzo risponderle. Temporeggiare mi era sempre sembrata la strategia migliore quando non sapevo come uscire da un casino — ma mi stavo rendendo conto che non stavo guadagnando tempo. Stavo solo allungando l'agonia. Di tutti e tre.
«Le stai scrivendo o stai aspettando l'ispirazione?»
La voce di Asia tagliò il rumore di fondo come un coltello seghettato. Alzai lo sguardo.
Era seduta di fronte a me, i gomiti piantati sul tavolo, il viso appoggiato sui pugni chiusi. Aveva un'espressione che conoscevo a memoria — quella di chi ha già deciso che la serata andrà male, ma sta ancora aspettando la conferma. Era al suo terzo drink in meno di un'ora. Io stavo ancora sorseggiando un'acqua tonica.
«Non le sto scrivendo.»
«No, stai solo fissando il suo nome sullo schermo come se stessi aspettando un segno divino.» Si riaddrizzò sulla sedia, incrociando le braccia. «Quando glielo dici, Michael?»
«Asia—»
«No, dammi una risposta concreta. Non "ci penso", non "devo trovare il momento". Quando.»
Capovolsi il telefono sul tavolo. «Non posso lasciarla con un messaggio, cazzo. Stiamo insieme da anni. Devo parlarle di persona, quando torno in Germania.»
«Quando torni in Germania,» ripeté lei, scandendo ogni parola come se fosse avvelenata. «Così poi sparisci di nuovo...»
«Non sparirò, Asia. Non sarei venuto a cercarti di nuovo se avessi voluto chiudere.»
Asia allungò la mano verso il bicchiere vuoto, lo fece roteare finché i cubetti di ghiaccio non sbatterono contro il vetro, poi lo appoggiò di nuovo senza bere. Un gesto meccanico, il tipo che fai quando le mani hanno bisogno di fare qualcosa che la testa non riesce ancora a gestire.
«Vabbè, come dici tu.» disse, sottovoce. Poi alzò la testa, e negli occhi azzurri c'era qualcosa di diverso dalla rabbia. C'era il calcolo freddo di chi sta sommando dei numeri e non gli torna il totale.
«Michael. Ho passato un periodo del cazzo. Riesci a capire che non ho nessuna voglia di aspettare mentre tu decidi se le cose con me ti bastano per buttare giù la tua bella vita ordinata?»
«Non è una questione di se mi bastano—»
«Allora di cos'è?»
Il cameriere passò vicino al nostro tavolo. Asia alzò il braccio.
«Un altro Margarita. Col sale, grazie.»
«Asia, vacci piano. Hai già bevuto a stomaco vuoto.»
Si voltò verso di me con una lentezza esagerata, teatrale, come se stesse scegliendo con cura dove piantare il coltello.
«E tu hai le palle vuote, eppure non te lo faccio notare,» rispose, senza alzare nemmeno lo sguardo dal bicchiere. La coppia seduta al tavolo accanto — due ragazzi che fino a quel momento stavano ridacchiando — si bloccarono, incuriosi dal tono. Sentii il calore salirmi al collo.
«Abbassa la voce,» le dissi, piegandomi in avanti sopra il tavolino, invadendo il suo spazio nel tentativo di costringerla a modulare il tono.
«E smettila di fare la bambina. Ti ho detto che risolverò la cosa. Ma non puoi pretendere che io chiuda una storia del genere con uno schiocco di dita mentre sono a mille chilometri di distanza.»
«Ma puoi infilarti tra le mie gambe a mille chilometri di distanza, quello sì!» sibilò lei, sporgendosi a sua volta verso di me. L'odore della tequila mista a lime le impregnava il respiro.
«Quello è facilissimo. Ma prendere una decisione? Prenderti la responsabilità di aver distrutto la tua vitina perfetta in Germania? No, per quello serve coraggio.»
La frase mi arrivò in pieno petto. Non per la tequila. Per tutto il resto.
«Asia—»
«Zitto,» mi interruppe, alzando una mano. «Non fare quella faccia. Non voglio la tua faccia dispiaciuta. Voglio sapere se hai intenzione di chiudere quella storia o se sono di nuovo la ruota di scorta.»
Il cameriere arrivò, posò il Margarita sul tavolo. Asia lo prese immediatamente, bevendo un sorso troppo lungo.
«Basta così,» dissi, voce bassa, tono piatto. «Beviamo, paghiamo e ce ne andiamo. Non è il posto per questa conversazione.»
Asia appoggiò il bicchiere con un colpo secco. Un po' di liquido le bagnò le dita.
«Per te non è mai il posto, non è mai il momento, non è mai un cazzo di niente per te,» disse. Poi, piano, con una precisione chirurgica che mi fece capire che l'alcol non stava annebbiando niente, stava solo abbassando i filtri: «Fammi dire una cosa, Michael. Ho aspettato una settimana intera senza dirti queste cose. Mi sono svegliata ogni mattina con te accanto e mi sono detta: oggi no, oggi lascialo respirare. Oggi non rompergli i coglioni con Chloe. Oggi goditelo.» La voce le si spezzò di un millimetro, appena.
«E invece eccoci qua. Che tu fissi il suo nome sullo schermo nel locale dove ti ho portato io, e io bevo per non pensare che forse sono la solita imbecille che ci ricade.»
«Non sei un'imbecille.»
«No. Sono peggio. Perché so esattamente cosa sei e ci sto dentro lo stesso.» una pausa.
«Sai qual è il problema di fondo? Che tu non hai nessun vero motivo per farlo adesso. Nessuno ti vede. Nessuno sa che sei qui. Potresti stare con me altri tre anni e Chloe non lo saprebbe mai, e tu lo sai. E la parte che mi fa impazzire» — la voce le salì di un tono, abbastanza da far voltare i tavoli vicini — «è che per una volta vorrei che fossimo entrabi onesti con noi stessi. Io lo sto facendo, tu no.»
«Abbassa la voce, Asia.»
«No!» Quasi urlò. Il locale si azzerò di colpo, tutti gli sguardi su di noi. «No, non abbasso la voce! Sai cos'altro non faccio? Continuare a darti fiducia.»
«Basta così,» dissi, la voce dura, il tono piatto di chi non ammette repliche. «Bevi quello, e ce ne andiamo. La serata finisce qui.»
Asia appoggiò il bicchiere con forza sul tavolo. Un po' di liquido giallo le fuoriuscì sui bordi, bagnandole le dita.
«La serata finisce quando lo decido io.»
«Non discuto con te ora. Sei ubriaca.»
Fu la frase sbagliata. Lo capii nell'istante esatto in cui mi uscì di bocca. Se c'era un modo per far esplodere Asia, era trattarla con condiscendenza, sminuire la sua rabbia liquidandola come l'effetto dell'alcol.
I suoi occhi si spalancarono, iniettati di una furia cieca. La mascella le si contrasse così forte che vidi il muscolo tendersi sotto la pelle pallida.
«Io sono ubriaca?» disse, la voce che tremava per l'adrenalina. Si voltò di scatto verso il bancone, intercettando lo sguardo del cameriere che si stava allontanando.
«Ehi! Portami uno shot di tequila. Liscio. Subito.»
Allungai la mano e le afferrai il polso sul tavolo, stringendolo appena. Feci cenno di no con la testa al cameriere, che si era bloccato a metà strada, visibilmente in imbarazzo.
«Lascia stare,» dissi al ragazzo con tono fermo. «Non le portare niente. Stiamo andando via..»
Asia strattonò il braccio con violenza, liberandosi dalla mia presa, e scattò in piedi. La sedia di ferro strisciò contro il pavimento di pietra producendo un rumore stridulo, insopportabile, che fece voltare metà del locale.
«Chi cazzo pensi di essere, mia madre?» mi urlò contro, dall'alto. Il petto le si alzava e abbassava freneticamente, i capelli le erano finiti in parte sul viso.
«Bevo quello che cazzo mi va! E se tu vuoi passare la serata a fissare il telefono sperando di capire come tenerti due vite contemporaneamente, fallo pure. Ma non lo fai controllando me!»
Tutti ci stavano fissando. Il chiacchiericcio dei tavoli vicini si era azzerato. Sentivo gli sguardi della gente incollarcisi addosso, il giudizio pronto, la curiosità morbosa di chi sta assistendo a un incidente stradale.
Mio padre mi aveva insegnato che in pubblico non si perde mai il controllo. Mai.
Chiusi gli occhi per un secondo, serrando la mascella. Infilai la mano in tasca e tirai fuori il portafoglio. Ignorai Asia, che stava ancora lì in piedi a respirare forte. Alzai la mano verso il barista dietro il bancone e gli feci un cenno circolare con l'indice.
«Chiudi il conto,» gli dissi a voce alta, ignorando il dolore sordo che ricominciava a pulsarmi nella coscia destra.
Non le rivolsi nemmeno uno sguardo mentre mi alzavo in piedi, facendo leva sulla gamba sana. Appoggiai la carta sul POS e pagai.
Quando mi voltai, pronto a dirle di muoversi e di uscire da lì, trovai solo la sua sedia vuota.
Asia aveva fatto lo slalom tra i tavoli verso l'uscita a passo spedito. La vidi spingere la porta a vetri del locale e sparire nella notte dei vicoli di Trastevere, lasciandomi lì, in piedi come un idiota, con un telefono muto in tasca e una gamba che non mi avrebbe mai permesso di raggiungerla prima che girasse l'angolo.
Uscii dal locale col bicipite femorale in fiamme. Ogni passo sui sampietrini sconnessi di Trastevere era una stilettata che mi arrivava dritto al cervello, ma continuai a camminare, stringendo i denti, mentre la folla del sabato sera mi rimbalzava intorno.
La vidi cinquanta metri più avanti, sul ciglio della strada, sotto la luce giallastra di un lampione. Era ferma sul marciapiede, il braccio teso a intercettare i taxi che passavano carichi, mentre con l'altra mano portava alla bocca una sigaretta. Aspirava con una furia cieca, i fari delle macchine che le illuminavano il viso a intermittenza. Buttò il mozzicone ancora acceso per terra, lo calpestò con la scarpa e, prima ancora di espirare l'ultimo fumo, stava già armeggiando con l'accendino per accenderne un'altra. Le mani le tremavano in modo vistoso.
«Asia!» le urlai contro, raggiungendola a fatica. «Asia, cazzo, fermati.»
«Sparisci, non voglio vederti» sibilò senza nemmeno girarsi, gli occhi fissi sulla corsia preferenziale. Fece un tiro profondo dalla seconda sigaretta, la brace che brillò di un rosso vivo. «Prendo un taxi e me ne vado a casa. Fottiti tu, il tuo telefono e la tua biondina Inglese.»
«La macchina è li. Sali.»
«Non ho nessuna intenzione di—»
Con un movimento fulmineo le strappai la sigaretta direttamente dalle labbra e la lanciai in mezzo alla strada, tra le ruote di un autobus che passava.
«Mi lasci in pace, porca puttana!» mi gridò in faccia, gli occhi sgranati, un mix di alcol e rabbia pura che le incendiava lo sguardo.
«Sali in macchina, Asia. Adesso.»
Ci fronteggiammo sul marciapiede. Sentivo la gente intorno che rallentava, curiosa. Asia lo sentì anche lei. Abbassò gli occhi, poi si girò e si incamminò a grandi passi verso la macchina senza aggiungere altro.
Il viaggio verso Prati fu un inferno di silenzio. Asia si incollò al finestrino opposto al mio, fissando le luci della città che scorrevano. Sentivo il suo respiro corto, spezzato, pesante per la quantità di alcol che aveva in corpo. Io fissavo la strada, le mani strette sul volante, una rabbia sorda che mi montava dentro per come aveva trasformato una serata normale in quel ridicolo spettacolo pubblico.
Quando parcheggiai davanti casa sua, Asia aprì la portiera prima ancora che la macchina fosse completamente ferma. Scese a grandi passi, barcollando leggermente sui tacchi. Spensi il motore ed uscii, zoppicando dietro di lei. Entrò nel portone senza tenermi la porta, che mi sbatté quasi in faccia. Salimmo con l'ascensore vecchio stile, racchiusi in quella gabbia di ferro dove l'odore del suo profumo mischiato alla tequila era soffocante. Nessuno dei due fiatò.
Arrivati sul pianerottolo del terzo piano, Asia aprì la porta dell'appartamento e entrò. La seguii dentro. La tensione accumulata passò il livello di guardia nel momento esatto in cui la porta si richiuse alle nostre spalle.
«Adesso te ne vai,» disse lei, la voce roca, dandomi le spalle mentre buttava le chiavi sul piano dell'ingresso. «Non dovevi nemmeno salire. Torna a casa tua. torna in Germania, vai dove cazzo ti pare. Ma fuori da casa mia.»
«Io non vado da nessuna parte finché non abbiamo finito di parlare, Asia.»
«Abbiamo finito una settimana fa su quel cazzo di tappeto, Michael! Tu volevi solo questo. Vieni qui, mi sfasci la testa, mi scopi e poi passi la serata a mandare messaggini a quella puttana di Clhoe. Mi fai schifo.»
«Sto cercando di gestire una situazione di merda, lo vuoi capire?!» sbottai, alzando la voce. Il salotto rimandò l'eco delle mie parole contro le pareti alte.
«Gestire? Tu stai solo parando il culo!»
Asia attraversò il salotto, raggiunse l'isola della cucina e afferrò la bottiglia di vino rimasta a metà dal giorno prima. Si versò un bicchiere senza cercare un calice pulito.
«Basta con l'alcol, Asia, cazzo—»
«Non dirmi cosa devo fare... esci da quella cazzo di porta» rispose, mandando giù metà bicchiere in un sorso solo. Poi si girò verso di me, appoggiandosi al bancone con le braccia incrociate. «Sai qual è il problema? Che non cambi mai. Non cambi mai e io sono abbastanza stupida da crederci ogni volta. Ti ho aspettato una settimana senza dirti niente. Mi sono morsa la lingua. Oggi non ce l'ho fatta più.»
«Avresti dovuto morderti la lingua ancora un po', invece di fare quella scena in pubblico.»
«Scena? Che scena?» La voce le salì di un tono. «Ti ho chiesto quando glielo dici. Questa sarebbe la scena? Ma vattene affanculo, stronzo egoista del cazzo.»
«E io non sopporto essere messo alle strette ogni volta che sto con te! Chloe non è un problema che si risolve in una settimana, se tu non lo vuoi capire sono cazzi tuoi!»
«Sto cercando di fare la cosa giusta senza fare del male a nessuno!»
«Hai già fatto del male a tutti e tre, coglione! Stai solo scegliendo a chi farlo per ultimo!»
Mi feci sotto, la rabbia che mi annebbiava il ragionamento. «Fai la persona matura per cinque minuti. Sai cosa non sopporto? Questa cosa che hai di trattarmi come se fossi l'unico colpevole. Come se tu non avessi fatto niente.»
Asia si irrigidì. «Io ho sbagliato, ma l'ho ammesso. Ti ho chiesto scusa e tu poi... hai fatto peggio. »
«Ma come cazzo la racconti a te stessa la storia, Asia? Perché dalla mia parte sembra leggermente diversa.»
«La racconto nella versione corretta. C'è differenza tra quello che ho fatto quando avevo diciassette anni e quello che hai fatto tu da uomo adulto con una compagna in casa! Ti ho illuso, si, mi dispiace. Però la mia è stata una scelta! Ho scelto un altro ed ero single per tua informazione.»
«Ah, ma se lo fai tu a diciassette anni sei una ragazzina stupida, se lo faccio io sono un mostro. Ho capito.»
«Vaffanculo, Michael!» La voce le si spezzò. Si girò verso la porta d'ingresso, afferrandola con entrambe le mani per aprirla. «...Esci da casa mia adesso.»
«Non mi muovo finché—»
«Ho detto esci!» Spalancò la porta di scatto con tutta la forza che aveva.
Ma era troppo instabile, troppo scoordinata per via dell'alcol. La porta le rimbalzò violentemente verso l'interno, colpendola di piatto sul fianco e sulla spalla. Le caviglie le cedettero di colpo sul parquet, e andò a sbattere pesantemente contro lo stipite, scivolando di lato verso il basso, le gambe che non la reggevano più.
«Asia!»
Andai verso di lei. Vederla ridotta così, instabile, incapace persino di stare in piedi, mi fece salire il sangue agli occhi. La rabbia per la serata, per la sua gelosia, per il modo in cui non riuscivo a fare niente di giusto si trasformò in qualcosa di più sporco.
«Ma ti vedi? Cazzo, ti vedi come stai messa?» le ringhiai contro, facendomi sotto, sovrastandola con tutta la mia stazza. «Fai schifo, Asia. Sei completamente andata. Sei ubriaca fradicia, urli in mezzo alla strada come una psicopatica, non riesci nemmeno a stare in piedi. Se hai intenzione di cacciare chiunque dalla tua vita, almeno comincia a prendere la pillola... perché questa volta è andata bene, in futuro chissà.
STIAFF.
Fu un colpo gigantesco, Il palmo della sua mano si schiantò contro la mia guancia sinistra con una forza disumana, amplificata dalla disperazione. La mia testa girò di scatto di lato. La pelle della faccia iniziò a bruciarmi immediatamente.
Riportai lentamente lo sguardo su di lei. La mascella serrata al punto da farmi male, i pugni lungo i fianchi così stretti che le unghie mi perforavano i palmi.
Lei era ancora appoggiata allo stipite, la mano che le tremava in aria dopo il colpo. Gli occhi azzurri erano pieni di lacrime, il mascara e l'eyeliner completamente sciolti, righe scure sulle guance pallide. Aveva le labbra gonfie, tremanti. Ma non era la rabbia quello che le leggevo in faccia adesso.
Era qualcosa che veniva da molto più in fondo.
«Sei proprio uno stronzo bastardo,» disse, la voce ridotta a un filo. Come se stesse assaporando la parola per capire quanto facesse male.
«Pensi che avrei voluto incastrarti? Pensi questo?.» Scosse la testa, lentamente, mentre le prime lacrime vere le cadevano sul viso senza che lei facesse niente per fermarle.
«Non ho detto questo» risposi.
«Si, invece, lo hai detto. Hai detto esattamente questo.» chiuse gli occhi, cercando di bloccare le lacrime.
«Io sono stata male e la cosa strana è che non ce l'avevo con te, ce l'avevo con me. Perché tutto è iniziato da me e quello che è venuto dopo è solo la conseguenza dei nostri errori. Io ho sbagliato prima, tu dopo e adesso stiamo sbagliando entrambi. Non ti farei mai una cosa del genere, come puoi anche solo pensarlo?»
Rimasi immobile, la guancia che bruciava.
«Io ti amo, Michael. Non da una settimana, non da tre anni. Da quando ero una ragazzina stupida che non sapeva cosa scegliere e ha fatto una scelta sbagliata. E ogni singolo giorno da allora me lo sono portato addosso. Ogni singolo giorno.» Fece un respiro tremante. «Quindi no. Non volevo incastrarti. L'unica cosa che voglio è che tu scelga di restare senza che ci sia un motivo per farlo.»
Si piegò leggermente in avanti, coprendosi il viso con le mani, le spalle scosse da tremiti silenziosi.
E io rimasi lì, con la sua mano stampata sulla guancia e quelle parole che mi rimbalzavano dentro il petto come schegge, rendendomi conto con una chiarezza che faceva male fisicamente di essere la persona più meschina che conoscessi.
La guardai. Guardai quella ragazza che amavo alla follia, ferita a morte dalle parole che le avevo vomitato addosso solo per difendere il mio orgoglio.
Feci un passo verso di lei, le mani che mi tremavano, tese nel vuoto, senza avere il coraggio di toccarla.
«Asia... mi dispiace. Cazzo, Asia, io non volevo... ne riparliamo domani, dai. Dobbiamo calmarci entrambi, ora non ha alcun senso parlare..»
Quando rialzò gli occhi su di me, la vulnerabilità era scomparsa.
C'era solo un disgusto totale, freddo, definitivo.
«Non azzardarti a chiedermi scusa,» sibilò, la voce roca e tagliente. Si staccò dallo stipite della porta, raddrizzando la schiena. Non barcollava più. L'adrenalina e lo schifo avevano bruciato anche l'alcol.
«Fai proprio schifo, Michael. Non sei niente. Sei un buco nero che risucchia tutto quello che ti sta intorno solo per sentirti vivo, e io sono stata un'idiota a farti entrare di nuovo.»
«Ascoltami un secondo, ero incazzato, ho detto una stronzata—»
«VAI VIAA!!!» urlò, e la sua voce rimbombò nel salotto con una forza che mi fece indietreggiare. Mi piantò le mani contro il petto, gli occhi azzurri ridotti a due fessure cariche d'odio.
«Fuori da casa mia! Prendi le tue cazzo di cose e sparisci! Sei solo un enorme pezzo di merda. Torna dalla tua fidanzata, torna alla tua vita, ma qui dentro non ci metti più piede. Mai più!»
Non c'era spazio per ribattere. Non c'era spazio per niente.
Feci un passo indietro, poi un altro. Afferrai il mio giaccone buttato sul divano e il telefono dal marmo dell'isola. Le mie mani tremavano così tanto che feci fatica a infilarlo in tasca.
Quando tornai verso l'ingresso, lei era ancora lì, ferma sulla soglia, che mi guardava come si guarda un estraneo che ti ha appena derubato.
Uscii sul pianerottolo. Asia non aspettò nemmeno che raggiungessi l'ascensore. Mi sbatté la porta in faccia. Il suono della mandata che scattava due volte fu una ghigliottina che calava dritta sul mio stomaco.
Quando chiusi la porta della mia camera alle mie spalle, il silenzio mi piombò addosso con il peso di un blocco di cemento.
Lasciai cadere il giaccone a terra. Feci due passi verso il letto, mi sdraiai guardando il soffitto, non mi spogliai neanche.
Mi presi la testa tra le mani. Il respiro iniziò a farsi corto, spezzato.
" L'unica cosa che voglio è che tu scelga di restare senza che ci sia un motivo per farlo "
Le sue parole mi rimbombavano nel cranio. L'immagine del suo viso sporco di trucco, i suoi occhi devastati. Mi aveva detto che mi amava. Mi aveva dato in mano tutto quello che aveva, e io l'avevo presa, l'avevo calpestata e le avevo sputato in faccia che voleva incastrarmi.
Il primo singhiozzo mi graffiò la gola.
Provai a inghiottirlo, serrando i denti, ma era come cercare di fermare una diga a mani nude. Il petto mi si contrasse in uno spasmo doloroso, e crollai.
Iniziai a piangere. Un pianto brutto, lento, soffocato. Uno di quei pianti che ti tolgono il fiato e ti fanno bruciare gli occhi.
Piangevo per lei, per il male che le avevo fatto. Piangevo per me, per aver distrutto l'unica persona che amavo davvero. Mi allungai verso il comodino e afferrai il telefono. Le 3:32 di notte.
Aprii WhatsApp. Fissai il nome di Asia. Sapevo che non avrei dovuto scriverle. Sapevo che ogni manuale non scritto della decenza umana prevedeva che la lasciassi in pace, che le dessi respiro, che sparissi come mi aveva chiesto. Ma l'ansia che mi divorava lo stomaco era intollerabile. Il pensiero che lei in quel momento mi odiasse così tanto, che potesse svegliarsi la mattina dopo e decidere di cancellarmi per sempre, mi faceva mancare l'aria.
Le dita si muovevano veloci sulla tastiera, tremanti.
"Sono un pezzo di merda. Avevi ragione su tutto. Mi faccio schifo da solo per quello che ti ho detto, non lo pensavo, ho detto una cazzata. Ti prego, Asia. Non finiamola in questo modo."
Premetti invio.
Il messaggio partì. Una spunta grigia.
Poi, una seconda spunta grigia. Il messaggio era stato consegnato.
Trattenni il fiato, gli occhi incollati a quello schermo luminoso nel buio della stanza.
Passarono dieci minuti. Quindici.
Alle 3:47 le due spunte diventarono blu.
Visualizzato.
Era sveglia. Stava guardando il telefono in quel preciso istante.
Mi alzai in piedi a fatica, zoppicando per la stanza, il telefono stretto nel palmo della mano, gli occhi fissi sotto il suo nome.
Aspettavo la scritta Sta scrivendo...
Aspettavo un insulto. Un "Vaffanculo". Qualsiasi cosa.
Passò un minuto. Poi due. Poi cinque.
Lo schermo si spense.
Nessuna risposta. Il gelo più assoluto. Quel silenzio era peggio di qualsiasi schiaffo, peggio di qualsiasi insulto potesse scrivermi.
Non chiusi occhio. Fissai il soffitto fino a quando i contorni della finestra non iniziarono a farsi chiari, fino a quando il grigio dell'alba non riempì la stanza.
Alle dieci del mattino, la testa mi scoppiava e avevo gli occhi gonfi e arrossati.
Mi guardai allo specchio del bagno. Ero un cadavere. Avevo la barba sfatta, i segni delle lacrime ancora sulla faccia stravolta.
Mi sciacquai il viso con l'acqua gelata.
La logica, il buonsenso e il rispetto avrebbero imposto di aspettare. Far passare tre giorni, forse una settimana. Lasciare che l'alcol smaltisse, che la rabbia sedimentasse, che la ferita smettesse di sanguinare.
Ma io non avevo buonsenso. E non avevo tempo. Se lasciavo che quel silenzio mettesse radici, non me l'avrebbe più perdonato. Non di nuovo.
Mi infilai un paio di jeans e una felpa scura. Presi le chiavi e il portafoglio.
Ignorai la fitta lancinante al bicipite femorale e scesi in strada. Presi il primo taxi libero che passava su Via Nazionale. Non mi andava di guidare, avevo la gamba a pezzi.
«Prati. Via Monte Zebio,» dissi al tassista, la voce raschiata, quasi irriconoscibile.
Durante il tragitto, il telefono rimase muto. Ogni volta che lo schermo si accendeva per una notifica, il cuore mi balzava in gola, ma era solo roba inutile.
Quando il taxi mi lasciò davanti al suo palazzo, l'aria del mattino romano mi sembrò pesantissima. Guardai in alto, verso il terzo piano. Le tapparelle della sua grande vetrata erano abbassate a metà.
Attraversai il marciapiede, zoppicando in modo vistoso. Spinsi il grande portone di legno, che un condomino distratto aveva lasciato socchiuso. Iniziai a salire le scale. Non presi l'ascensore. Volevo sentire ogni gradino, volevo che il dolore fisico alla gamba coprisse quello che mi stava mangiando vivo dentro.
Arrivai al terzo piano con il fiatone, la fronte imperlata di sudore freddo.
Mi fermai davanti alla sua porta. Lì dove, poche ore prima, avevo distrutto tutto.
Feci un respiro profondo, che mi tremò nei polmoni.
Alzai la mano e premetti il dito sul pulsante dorato del campanello.
Attesi. Il rumore del mio battito cardiaco mi rimbombava nelle orecchie così forte da farmi girare la testa.
Sapevo che avrebbe potuto non aprire. Sapevo che avrebbe potuto chiamare la polizia, o riempirmi di insulti davanti a tutto il condominio. Ma sarei rimasto lì davanti fino a quando non avesse girato quella chiave. Se doveva essere la fine, glielo avrei lasciato dire guardandomi negli occhi, non lasciandomi a morire dietro una doppia spunta blu.
Rimasi immobile, il fiato sospeso, il dito ancora a pochi millimetri dal pulsante d'ottone del campanello. Oltre il legno massiccio, sentii un fruscio impercettibile. Il parquet del suo ingresso che scricchiolava sotto un peso leggero. Un respiro trattenuto.
Poi, il silenzio. Ma sapevo che era lì. Ne sentivo la presenza attraverso la porta come si sente l'elettricità nell'aria un istante prima che cada un fulmine.
«Asia,» dissi. La mia voce uscì roca, raschiata dalla notte in bianco e dai cerchi alla testa. Appoggiai il palmo della mano contro il legno freddo. «Lo so che sei lì dietro. Ti prego, aprimi.»
Nessuna risposta.
«Non me ne vado, Asia. Puoi chiamare i carabinieri, puoi lasciarmi qui fuori tutto il giorno, ma io non mi muovo da questo pianerottolo finché non mi guardi in faccia.»
Passarono dieci secondi. Sentivo il sangue pulsarmi nelle orecchie.
Poi, lo scatto metallico della serratura. Una, due mandate. La porta si aprì di uno spiraglio, esitante, prima di spalancarsi del tutto.
Era l'ombra della ragazza incandescente che avevo lasciato la sera prima. La sbronza era evaporata completamente, lasciando il posto a quel pallore cinereo e doloroso dei postumi che ti prosciuga i lineamenti. Si era lavata la faccia: non c'erano più le tracce nere del trucco squagliato sulle guance, ma i suoi occhi azzurri erano gonfi, circondati da un alone rosso e infiammato che testimoniava ore di pianto ininterrotto. I capelli erano raccolti in una pinza messa male, con intere ciocche ribelli che le ricadevano disordinate sul collo e sul viso. Indossava una maglietta grigia.
Era uno straccio. Ed era la cosa più bella che avessi mai visto, perché era vera. E si ricordava perfettamente ogni singola, schifosa parola che ci eravamo vomitati addosso.
Mi guardò tenendosi a debita distanza, le braccia incrociate sul petto in una postura di difesa totale. I suoi occhi erano due lastre di ghiaccio.
«Che cazzo vuoi?» La sua voce era atona, priva di quell'energia rabbiosa della sera prima. Era la voce di chi ha finito le batterie.
«Voglio parlarti. Ascoltami.»
«Le ho lette le tue scuse alle tre di notte. Complimenti per la tempistica. Adesso puoi girarti e tornare da dove sei venuto.» Fece per richiudere la porta, ma io infilai il piede buono nello stipite, bloccandola.
«Asia, ti prego.»
Feci un passo in avanti, forzando l'ingresso, e me la chiusi alle spalle. Eravamo di nuovo in quel salotto a un metro di distanza. Sentivo l'odore della sua pelle.
«Non so neanche io che cazzo ho detto, ero incazzato,» le dissi, guardandola dritta in quegli occhi stanchi.
«Un viscido pezzo di merda. Ti ho detto quelle cose perché mi sentivo alle strette, perché odiavo il fatto che tu avessi ragione su tutta la linea. Avevo torto. Ho fatto uno schifo. E non mi perdonerò mai per averti ferita in quel modo.»
Lei strinse le braccia ancora più forte intorno al corpo, guardandomi con un disprezzo che mi tagliò la carne.
«Pensi che basti? Pensi che vieni qui con la faccia da cane bastonato e io mi dimentico che mi hai trattato come una troia disperata? Quando si è incazzati spesso si dice quello che si pensa davvero.»
«No. Non penso che basti.»
La guardai. Guardai le sue labbra secche, il suo collo teso, quel muro di dolore che le avevo costruito addosso. Il senso di colpa mi stava divorando, unito a un bisogno fisico, animale, di sentirla mia, di cancellare le mie stesse tracce dalla sua pelle.
Il mio cervello andò in corto circuito. Non pensai più.
Azzerai la distanza tra noi in un secondo, ignorando la fitta alla gamba. Le presi il viso tra le mani, la tirai contro il mio petto e schiacciai la mia bocca sulla sua. Fu un bacio prepotente, ruvido, disperato. Cercavo l'ossigeno che mi era mancato per tutta la notte. Ma durò una frazione di secondo.
Asia si irrigidì come se l'avessi bruciata. Mi piantò le mani sul petto e mi spinse via con una forza inaudita, liberandosi dalla mia presa.
Un istante dopo, il mondo mi esplose di nuovo sulla guancia.
STIAFF.
Un altro colpo secco, spietato. Il secondo in meno di dodici ore, esattamente nello stesso punto, sul lato sinistro della faccia. La pelle mi andò a fuoco, la testa scattò di lato. Il rumore rimbombò nel silenzio dell'ingresso.
«Non azzardarti!» mi urlò contro, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, gli occhi di nuovo accesi di quella furia disperata.
«Non azzardarti a usare il sesso per zittirmi, Michael! Non puoi trattarmi cosi ogni volta.»
Riportai il viso verso di lei. La guancia mi pulsava, un dolore rovente che mi si propagava fino ai denti, ma non abbassai lo sguardo. Non feci un passo indietro.
«Me lo merito,» dissi, la voce ferma, un sussurro denso e irremovibile. «Dammene un altro. Spaccami la faccia, se ti fa stare meglio. Mi merito tutto.»
Allungai di nuovo le mani verso di lei. Lei provò a respingermi, a colpirmi il petto coi pugni, ma io la bloccai, afferrandole i polsi. Poi, scivolai con le mani sul suo collo, intrecciando le dita tra i suoi capelli spettinati, e le presi il viso con una presa solida, obbligandola a guardarmi negli occhi.
«Ma io non sono venuto qui per zittirti,» le dissi, a un millimetro dalla sua bocca.
«Sono venuto qui per dirti che è finita. Ho chiuso, Asia. Ho chiuso con le stronzate, con l'attesa, con la Germania.»
Lei smise di dimenarsi, il respiro che le si mozzò in gola. I suoi occhi azzurri scrutarono i miei, cercando disperatamente una crepa, una bugia. Non ne trovò.
«Chiuderò con Chloe, te lo giuro. Ti chiedo solo di non mettermi fretta» Il suo sguardo si fece più tranquillo.
«Voglio stare con te, io amo te, non amo Chloe. Le voglio bene ed è per questo che sto cercando di chiudere nella maniera più leggera possibile. Ma non posso farlo con un messaggio o una chiamata... finiamola di litigare, ti prego »
Le parole rimasero sospese nell'aria, pesanti come piombo.
Vidi la rabbia sciogliersi nei suoi occhi. Le sue labbra tremarono. Il muro di cemento che aveva alzato si sbriciolò in un istante, lasciando scoperta solo la fame disperata che entrambi cercavamo di nascondere.
«Giuralo,» sussurrò, la voce rotta.
«Lo giuro.»
Fu lei, questa volta, ad azzerare la distanza.
Si aggrappò alla mia felpa con i pugni chiusi e mi tirò a sé. Le nostre bocche si scontrarono con una violenza che sapeva di sangue, di lacrime e di sollievo. Non c'era niente di dolce in quel bacio. Era una collisione. Le mie mani scesero lungo la sua schiena, stringendola a me fino a toglierle il fiato, mentre le sue dita mi afferravano i capelli, tirandoli con urgenza.
Le presi il retro delle cosce e le strinsi tra le mie mani. Lei mi allacciò le gambe intorno alla vita, ignorando il mio gemito sordo quando il bicipite femorale fu attraversato da una fitta atroce. Non me ne fregava un cazzo del dolore, del calcio, del mondo fuori da quell'appartamento.
La spinsi contro il muro del corridoio, senza smettere di baciarla, divorando la sua bocca mentre lei mi mordeva il labbro inferiore. Le sue labbra erano salate. Mi staccai appena per riprendere fiato, ma lei mi cercò di nuovo, famelica, le mani che scivolavano frenetiche sotto la mia felpa, graffiandomi la pelle della schiena.
Mi mossi verso la camera da letto, sbattendo contro lo stipite della porta senza nemmeno accorgermene. La lasciai cadere sul materasso sfatto e le fui addosso un secondo dopo.
Non c'erano preliminari, non c'era la lentezza studiata dei giorni precedenti. C'era solo l'urgenza brutale di chi è stato a un passo dal perdersi per sempre e ha bisogno di marchiare il territorio per assicurarsi di essere ancora vivo.
Le sfilai la maglietta grigia in un unico gesto fluido, lanciandola da qualche parte nella stanza. Lei lottò con la cerniera dei miei jeans, i respiri pesanti che riempivano il silenzio della camera. Quando lei salì sopra di me e infilò il mio cazzo dentro di sé , la sentii inarcare la schiena, un gemito strozzato che le morì in gola mentre le mie labbra le scendevano sul suo collo, lasciandole segni rossi sulla pelle chiara.
Facemmo l'amore come se stessimo cercando di cancellare la notte precedente a spallate. Era un sesso sporco di rabbia residua, di possesso, di pura necessità. Ogni spinta era una scusa, ogni suo graffio sulle mie spalle era un non lasciarmi. Ci muovevamo alla cieca, guidati solo dall'istinto di fonderci per non lasciare spazio a nessun altro dubbio.
«Sei un bastardo!» ha gridato. L'ho afferrata per i polsi, e la rabbia, quella tossica, elettrica rabbia che ci aveva sempre consumato, ha mutato forma in un millisecondo. Non c'era più spazio per la logica, solo per il fuoco.
L'ho baciata. Non era un bacio tenero, era un morso, una collisione. Lei ha risposto con la stessa violenza, le sue mani che tiravano via la mia felpa.
«Ti odio»
«Anche io, mi fai perdere il controllo ogni volta»
La rabbia si è trasformata istantaneamente in passione bruta. Asia non mi ha lasciato respirare. Si è immediatamente posizionata sopra di me, cavalcandomi con una forza che mi ha tolto il fiato. I suoi capelli neri mi frustavano il viso mentre si chinava a baciarmi, ancora e ancora, le sue labbra che cercavano la mia come se volesse succhiarmi l'anima. Le sue tette piccole, perfette, premevano contro il mio petto nudo, i suoi capezzoli duri che graffiavano la pelle. La sentivo bagnata, calda, pronta a ingoiarmi.
Poi, senza preavviso, si è alzata, spostandosi in avanti.
«Leccami,» ha ordinato, e prima che potessi rispondere, si è seduta sulla mia faccia. La sua figa, calda e profumata di sesso e rabbia, mi ha premuto contro la bocca. Non ho avuto altra scelta che obbedire. Ho leccato le sue labbra, succhiando il clitoride, affondando la lingua dentro di lei mentre lei si muoveva sui miei fianchi, macinando i fianchi contro la mia bocca. Lei mi prendeva il cazzo con una mano, iniziando a segarmi con un ritmo serrato, la presa forte e decisa.
Il mio cazzo era duro come una roccia, pulsante nella sua mano. Lei si è piegata in avanti, formando un 69 perfetto, e ho sentito la sua lingua calda scorrere lungo la mia asta prima di ingoiarmi il cazzo.
«Sì, Amore» ho detto a denti stretti, la voce ovattata dalle sue cosce. Lei lo ha preso tutto in gola, succhiandomi con avidità, mentre io continuavo a leccarle la figa, bevendo i suoi succhi. L'atmosfera era densa, il suono dei nostri respiri e delle nostre lingue bagnate che riempiva la stanza.
Asia era troppo eccitata per trattenersi. Il suo corpo ha iniziato a tremare, le cosce a stringermi la testa violentemente. "Oh Dio... Michael!" ha urlato, e il suo orgasmo l'ha scossa come un terremoto. È venuta forte, inondandomi il viso di liquidi caldi e densi, schizzando sulla mia bocca e sul mento. Nel massimo del piacere, ha morso il mio cazzo, i denti che si sono conficcati nell'asta, un dolore tagliente che si è fuso con l'estasi, facendomi gemere e archeggiare la schiena.
«Merda, Asia!» ho gridato, ma il dolore mi ha solo eccitato di più. Si è mossa, staccandosi da me con un respiro affannoso. Ci siamo spostati sul fianco, io dietro di lei. Le mie braccia l'hanno avvolta, la pelle bagnata di sudore e del suo orgasmo. Le ho sollevato una gamba, aprendola, e ho guidato il mio cazzo verso la sua entrata ancora dilatata e tremante.
«Non ti sei stancata no?» ho sibilato all'orecchio, penetrandola con un colpo secco e profondo.
«Mai... scopami forza» Lei ha emesso un gemito profondo, spingendo il culo indietro per accogliermi completamente. La scopavo in quella posizione, le mie spinte che andavano a fondo, ogni colpo
«Aaah, siiii! Dio sii... spingi, spingi» un'affermazione di possesso. Lei ha girato la testa, cercando il mio sguardo, i suoi occhi azzurri pieni di lacrime e desiderio. «Baciami,» ha supplicato, cercando le mie labbra con la sua in un angolo difficile, ma necessario.
L'ho baciata, un bacio disperato e salato. Poi, sentendo il mio orgasmo avvicinarsi come un treno in corsa, l'ho guardata dritta negli occhi e le ho fatto un cenno d'intesa. Lei ha capito.
«Sì,» ha detto, la voce rotta. «Sì, Michael. Tutto.»
Ho spinto un'ultima volta, con violenza, e sono venuto. Il cazzo è esploso dentro di lei, getti caldi e potenti che l'hanno riempita, mentre lei si contraeva attorno a me, moltiplicando il piacere. Abbiamo tremato insieme, uniti in quel momento di pura liberazione.
Quando tutto finì, crollai di lato, il petto madido di sudore che si alzava e si abbassava velocemente, la gamba destra formicolante per lo sforzo.
La stanza era in penombra. Il silenzio era tornato a riempire lo spazio, ma questa volta non era un muro di ghiaccio. Era una tregua.
Asia si rannicchiò contro il mio fianco. Mi passò un braccio sul petto, nascondendo il viso nel mio collo. Potevo sentire il battito del suo cuore contro le mie costole, frenetico, che lentamente iniziava a calmarsi.
Le baciai la fronte, stringendola a me, intrecciando le mie dita con le sue.
Non avevo ancora sistemato tutto. Le macerie della mia vita in Germania erano ancora lì, fumanti, ad aspettarmi. Ma per la prima volta in tre anni, mentre respiravo il profumo dei suoi capelli disordinati, ebbi la certezza che la mia vita era con Asia e con nessu'altra.
CONTINUA... . .
0
voti
voti
valutazione
0
0
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 3
Commenti dei lettori al racconto erotico