Vacanza a Miami - Capitolo 5 - Finale
di
Michael035
genere
incesti
Sono passati due giorni dal temporale, dalla vasca, da quella sera che ha ridisegnato in modo definitivo le regole non scritte di questa vacanza. Da allora, tra me e Marika, la tensione non è sparita — si è solo trasformata in qualcosa di molto più semplice da gestire. Non fingiamo più niente quando restiamo soli in camera la notte, non esiste più nessuna linea di demarcazione tracciata al centro del letto.
Sono steso sul mio lato del letto, con la luce dell'abat-jour bassa, il telefono sollevato sopra la faccia mentre scrollo distrattamente la chat con Brooke. Ci scriviamo quasi tutti i giorni — niente di serio, solo battute veloci, foto provocanti. Leggero, senza peso, esattamente come me l'aveva promesso al bar il primo giorno.
Brooke: stasera pool party al Beach Club, ci sarai?
Io: Passerò, ma se la serata non è un granché non resterò a lungo.
Brooke: Sarà fantastica, fidati😉
Sto ancora sorridendo allo schermo quando sento la porta del bagno aprirsi, seguita da una nuvola di vapore tiepido che sa di shampoo al cocco.
Marika esce avvolta in un accappatoio bianco dell'hotel, la cintura allacciata alla bell'e meglio, i capelli rossi umidi raccolti in un nodo morbido sulla nuca, un paio di ciocche più corte che le si appiccicano alle tempie. Non dice niente, almeno all'inizio. Attraversa la stanza a piedi nudi, con quella calma e sicurezza che ormai le riconosco a distanza — quella di chi sa esattamente dove sta andando e non ha nessuna fretta di arrivarci.
Blocco lo schermo e lo appoggio sul petto, più per riflesso che per reale intenzione di smettere di guardarlo.
Sale sul letto senza una parola, a quattro zampe, l'accappatoio che si allarga leggermente sul davanti a ogni movimento. Avanza lenta lungo il materasso finché non si ferma esattamente sopra di me, le ginocchia che mi stringono i fianchi, le mani appoggiate ai lati della mia testa, il viso a pochi centimetri dal mio. Una goccia d'acqua le scivola da una ciocca di capelli e le cade sulla clavicola.
«Che stai facendo?» le chiedo, anche se la risposta è piuttosto evidente.
«Niente,» dice lei, con quel tono finto-innocente che ormai conosco a memoria. Mi sfila il telefono di mano — gesto rapido, quasi distratto — e lo posa a faccia in giù sul comodino, fuori portata. «Chi era?»
«Brooke,» rispondo. Non c'è motivo di mentire, ormai non fingo più che sia un segreto.
«Mmh.» Non sembra particolarmente scossa dalla notizia, o almeno lo recita bene. Si abbassa ancora un poco, il profumo di cocco del bagnoschiuma che sovrasta per un attimo la sua solita vaniglia. «Vacci pure stasera, se vuoi. Ma prima…»
Lascia la frase a metà, apposta.
«Prima?» chiedo, anche se il sorriso che mi sta salendo sulla faccia dice già che ho capito perfettamente dove stiamo andando.
«Prima voglio sapere se hai voglia di scopare,» dice, diretta, senza girarci intorno, gli occhi scuri piantati nei miei. «Domanda semplice, Michael. Sì o no.»
Alzo un sopracciglio. «Da quando mi chiedi il permesso?»
«Non te lo sto chiedendo,» ribatte, un sorriso lento che le si allarga sulle labbra. «Ti sto solo dando la cortesia di un preavviso. Ma se preferisci continuare a scrivere alla tua amica del pool party, fai pure. Io stasera posso anche accontentarmi da sola.»
Fa per tirarsi indietro — un bluff evidente, calcolato al millimetro — e infatti non arriva nemmeno a spostare il peso che io le ho già afferrato i fianchi, tirandola giù contro di me.
«La risposta è sì,» dico, la voce già un tono più bassa del solito. «Mi sa che dovrò rimandare l'appuntamento con Brooke questa sera...»
«Lo sapevo,» mormora lei, lasciando scivolare l'accappatoio dalle spalle con un gesto lento, quasi annoiato — come se fosse la cosa più naturale del mondo. E ormai, tra noi due, lo è davvero.
Fuori, il resort continua la sua vita di sempre: musica lontana dal Beach Club, il rumore delle onde.
Marika si ferma sopra di me, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, e si siede sui talloni. Questa volta però non c'è la fretta delle ultime volte. Il suo atteggiamento è calmo e gentile.
«Ascolta bene, Michael,» sussurra, con la voce bassa. «Adesso ti insegno come si scopa una donna. Non voglio il classico martello pneumatico da ragazzini impazienti, chiaro?»
«Mh! Capito. Vediamo cosa dice la maestra, allora.»
Si china in avanti, i suoi capelli bagnati mi sfiorano il petto e l'addome, e afferra il mio cazzo che si sta indurendo. Senza preamboli, abbassa la testa e mi prende in bocca. Non è un pompino, è solo lubrificazione. La sua lingua calda avvolge l'asta, spalmando la saliva con cura, le sue labbra rifatte scivolano su e giù facendomi gemere involontariamente. Quando il mio membro è lucido e bagnato abbastanza, si rialza, mi guarda dritto negli occhi e si posiziona sopra di me.
Afferra il mio cazzo con una mano e lo guida alla sua entrata. Scende lentamente, millimetro per millimetro, permettendomi di sentire la sua figa che si adatta a me. Un sospiro profondo le esce dalle labbra quando sono completamente dentro di lei, e si ferma, restando impalata, godendosi la sensazione di pienezza.
«Non muoverti,» ordina, vedendo i miei fianchi tentare di spingere verso l'alto. «Sono io che comando.»
Inizia a muoversi. Non salta, non va veloce. Ruota il bacino con movimenti circolari lenti e profondi, strisciando contro il pube. Le sue mani poggiano sul mio petto per stabilizzarsi, e mi guarda intensamente mentre mi usa.
«Così,» mi istruisce, la voce rotta dal piacere. «Devi farmi sentire tutto il cazzo. Muovi il bacino quando io scendo... sì, così.»
Provo a seguire il suo ritmo, sincronizzandomi con lei. È un'agonia deliziosa, una lentezza che amplifica ogni sensazione. Il calore della sua fica è avvolgente, e il modo in cui si muove mi fa vedere stelle. Marika si abbassa allora verso di me, il suo viso sempre più vicino al mio. Il suo respiro è caldo contro la mia bocca, e un gemito profondo, vibrante, esce dalla sua gola e rimbomba contro le mie labbra.
«Non andare più veloce, sempre così.» sussurra, e poi le sue labbra sono sulle mie.
Non è un bacio frenetico. È un bacio profondo, lento, la sua lingua che si intreccia con disperazione con la mia. Per un istante, il mondo si ferma. Sento qualcosa che non dovrei provare, un nodo allo stomaco che va oltre il desiderio fisico, una connessione pericolosa che mi spaventa e mi eccita contemporaneamente. Le sue labbra sono morbide, saporite, e rispondo al bacio con la stessa fame, affondando le dita nei suoi capelli bagnati. Lei si solleva leggermente, prende in mano una delle sue tette e infila il suo capezzolo dritto nella mia bocca.
«Succhia, sì... così. Bravo!» ansima, ma quella dolcezza è troppo per la mia testa. La foga mi riprende all'improvviso, un'onda di desiderio selvaggio che cancella ogni insegnamento. Non riesco a controllarmi. Con un movimento brusco, afferro la sua vita, spingo con le gambe e ribalto la situazione. Marika si ritrova con le spalle sul materasso, io sopra di lei, il mio peso che la schiaccia contro il letto.
«Michael, che ca–» cerca di dire, ma la zittisco con la bocca.
Torno dentro di lei e la scopo con foga rinnovata, colpi duri e rapidi, il mio cazzo che le entra a fondo ogni volta, spingendo oltre i limiti che lei aveva imposto. Le mie labbra si posano sul suo collo, mordendo la pelle delicata, succhiando forte, lasciando segni rossi sulla sua pelle pallida. È un errore, lo so mentre lo faccio. Sto perdendo il controllo, sto distruggendo il ritmo lento che lei cercava.
Marika reagisce immediatamente. Le sue mani mi afferrano le spalle e mi spingono indietro con forza, interrompendo i miei colpi.
«Fermati!» esclama, il respiro corto. «Rallenta il ritmo, cazzo!»
Mi fermo, il cazzo ancora duro dentro di lei, pulsante. Mi guarda negli occhi, c'è un misto di frustrazione e desiderio nel suo sguardo.
«Se continui così arrivi subito,» mi dice, la voce ferma ma piena di passione. «E se tu vieni subito, io non raggiungo l'orgasmo. Non è questo che voglio.»
Le sue parole mi colpiscono come un secchio d'acqua fredda. La guardo: i miei muscoli tesi. Mi rendo conto che stavo per rovinare tutto. Respiro profondamente, cercando di calmare il battito accelerato. Marika porta una mano al mio viso, accarezzandomi la guancia, e il suo sguardo si addolcisce.
«Calmati,» sussurra. «Godiamocelo.»
«Sì, hai ragione. Mi sono lasciato andare, scusa.»
Ci guardiamo negli occhi per un lungo istante, il silenzio della stanza rotto solo dai nostri respiri che si allineano lentamente. C'è una comprensione profonda in quel momento, una promessa non detta. Poi lei si tira in avanti, le sue labbra cercano le mie, e ci baciamo di nuovo. Lecco le labbra, mordo il suo labbro inferiore, e sento il suo corpo rilassarsi sotto il mio, pronto a riprendere il ritmo, ma questa volta, insieme.
Riprendo a muovermi lentamente, seguendo il ritmo che Marika mi ha imposto questa sera. Il suo corpo si adatta sotto il mio peso, i suoi seni si schiacciano contro il mio petto muscoloso a ogni spinta. Un gemito profondo esce dalle sue labbra mentre la sento stringermi dentro con i suoi muscoli vaginali. I suoi capelli rossi bagnati si spandono sul cuscino come una fiamma liquida, e i suoi occhi nocciola mi fissano con un misto di desiderio e controllo.
«Michael,» sussurra, le sue mani che mi afferrano i glutei, «così... sì, continua così,» ansima. Io le metto una mano sul collo stringendo poco la presa.
«Scommetto che così ti piace di più, eh? Non pensavo di avere una sorella tanto sporca...»
«Stai zitto, scopami e non distrarti!» risponde.
Ma dopo pochi minuti, mi spinge via con decisione. Si gira e lei si posiziona a pecora, quel suo culo grande e tondo che si protende verso di me come un invito irrinunciabile. Le sue labbra gonfie si aprono mentre mi guarda tra le gambe, un sorriso malizioso sul viso.
«Adesso scopami più forte,» mi dice, e inizio a spingere più veloce, come farebbe qualsiasi uomo. Ma dopo poche spinte, si ferma. «No, no, no! Così no!»
Mi guarda dietro la spalla, frustrata.
«Michael, il novanta per cento degli uomini sbaglia. Pensi che 'più forte' significhi andare più veloce e basta? Ti ho già detto che non voglio il martelletto.» Si rialza mettendosi sulle ginocchia, il suo corpo snello che si illumina nella luce fioca della camera.
«Ascolta bene.»
Mi fa cenno di avvicinarmi.
«Quando dico 'più forte', intendo questo.» Mette una mano sul mio basso ventre, l'altra sulla mia schiena. «Non devi spingere solo col culo, devi usare tutto il bacino. È un movimento secco, deciso.» Fa il gesto con le mani, simulando una spinta pelvica breve ma potente. «Non è quanto veloce vai, ma quanto è profondo e secco ogni colpo.»
Riprovo, seguendo esattamente le sue istruzioni. Invece di spingere con le gambe, contraggo il bacino, sentendo il mio cazzo scivolare più profondamente dentro di lei con ogni movimento secco e controllato.
«Oh cazzo!» urla Marika, la sua voce che si spezza nel piacere. «Sì! Così! Michael, adesso sì che mi stai scopando come si deve... Ah! Sì, sììì!»
Continuo con quel ritmo, ogni spinta la fa gemere più forte. Le sue mani afferrano le lenzuola. Il 'ciaff-ciaff' dei corpi che si scontrano riempie la stanza, umido e rumoroso. Mi sento più potente che mai, il controllo totale su ogni suo respiro, ogni suo tremito.
«Michael! Michael! Sì! Sì!» urla, il suo corpo che trema sotto di me.
Poi, senza preavviso, si lascia cadere a pancia in giù, esausta. Il mio cazzo scivola fuori di lei, bagnato e pulsante. La guardo distesa sul letto, la schiena che sale e scende con ogni respiro affannoso.
Mi posiziono sopra di lei, sostenendomi con le braccia tese, e rientro dentro con un movimento fluido. Lei geme nel cuscino, il viso nascosto mentre ricomincio a scoparla da questa posizione, più profonda, più intima. Le mie braccia tremano per lo sforzo, ma non mi fermo. Voglio vederla venire, voglio sentirla esplodere sotto di me.
«Dioo... eccomi... sto... sto venendo... Sììì... AAH!» urla, il suo corpo che si contrae.
E poi succede. Un urlo straziato mentre lei squirta, un getto caldo che mi bacia le cosce e bagna il letto. Il suo corpo trema convulsamente, un orgasmo che sembra non finire mai.
Ma non mi fermo. Mentre lei è ancora presa dal suo orgasmo, mi tiro fuori e, senza dirle nulla, posiziono la punta del mio cazzo all'entrata del suo culo. Entro con una spinta decisa, aspettandomi un'entrata stretta.
«MICHAEL!» urla, il suo corpo che si irrigidisce. «Cazzo! Potevi avvertirmi almeno!»
«E dove sta l'effetto sorpresa, scusa? E poi, qui dentro ci sono già stati ospiti, è entrato piuttosto facilmente.»
Marika non si oppone. Anzi, dopo lo shock iniziale, spinge indietro, accogliendomi completamente. Ogni spinta la fa gemere più forte.
«Mi piace... ok?» ammette tra i gemiti.
«Non avevo dubbi,» rispondo ridendo.
Continuo con spinte sempre più profonde, le mie mani che afferrano i suoi fianchi mentre la prendo da dietro. Il suo corpo trema, un mix di dolore e piacere che la fa urlare ancora più forte.
Sento che sto per venire. Mi tiro fuori e mi posiziono sopra di lei. La mia mano afferra il cazzo per trattenere l'eiaculazione. Lei si gira e mi lascio andare. Schizzi caldi che le coprono il viso, le labbra, i capelli rossi. Lei apre la bocca, leccando quello che riesce.
Respiro pesantemente, guardandola distesa sul letto, il viso coperto della mia sborra. Mi sorride, un sorriso stanco ma soddisfatto.
«Porco bastardo» sussurra, ma c'è affetto nella sua voce. «Potevi avvertirmi per il culo, sei stato proprio uno schifoso bastardo.»
Le accarezzo il viso, spargendo la mia sborra sulla sua pelle liscia.
«Un bastardo che ti ha fatto urlare di piacere, però.»
Chiude gli occhi, un sorriso che le allarga le labbra.
«Sì,» ammette. «Sei stato bravo.»
Mi butto sfinito sul letto. Restiamo distesi così per un bel po', il respiro che fatica a tornare normale, le lenzuola completamente sfatte ai piedi del letto. Non riesco nemmeno a trovare la forza di alzare un braccio.
Restiamo a riprendere fiato, per un altro minuto buono. Poi la sento muoversi, tirarsi su un gomito, e quando mi giro a guardarla ha un'espressione diversa da quella di un secondo fa — più seria, pensierosa, come se stesse facendo un calcolo che non le piace per niente.
«Che c'è?» chiedo.
«Niente,» dice. Poi, subito, si corregge: «C'è una cosa. Stiamo giocando con il fuoco, Michael. E lo sappiamo entrambi, solo che abbiamo deciso di ignorarlo ultimamente.»
Mi tiro su anch'io, appoggiandomi su un gomito.
«Questo lo so!»
«Sicuro? Perché a me sembra che questa cosa ci stia prendendo sempre di più,» dice, e nella voce non c'è più traccia del tono giocoso di un minuto fa.
«Viviamo gomito a gomito con i nostri genitori a due piani di distanza e ci comportiamo come se fossimo invisibili. Non lo siamo. Prima o poi qualcuno se ne accorge. O peggio: prima o poi uno di noi due si affeziona sul serio, e quando la vacanza finisce e torniamo a Milano quello diventa un problema molto più grande di un letto condiviso.»
Ci penso un secondo prima di rispondere, perché per la prima volta da giorni non ho una battuta pronta.
«Quindi cosa vorresti fare? Fingere che le ultime due settimane non siano successe?»
«No,» dice subito, quasi sulla difensiva, e da come lo dice capisco che ci ha pensato più di quanto vorrebbe ammettere.
«Non voglio fingere niente. Voglio solo che ci diamo una regolata, essere più consapevoli. Voglio che quello che succede tra noi succeda perché lo vogliamo davvero in quel momento, non perché siamo chiusi in una stanza con un letto solo e niente di meglio da fare.»
«Ok, ok... d'accordo,» dico, e mi accorgo, con una certa sorpresa, che la cosa mi dispiace più di quanto mi aspettassi.
«Se succede ancora una volta prima di tornare a casa, va bene. Se non succede più fino ad allora, va bene lo stesso. Ma non deve diventare una routine.»
La guardo un secondo. C'è qualcosa nel modo in cui lo dice — voce ferma, ma occhi che non riescono a mantenere del tutto la stessa sicurezza — che mi fa capire che non è solo strategia di autoconservazione. È paura vera. La stessa, se sono onesto, che tiene sveglio anche me certe notti.
«Va bene,» dico, e per una volta lascio fuori il sarcasmo. «Hai perfettamente ragione.»
Le si stira un angolo della bocca, quasi contro la sua volontà. «Bene.»
«Dovevi vedere la tua faccia quando te l'ho messo nel culo però. Ahaha.»
Sbuffa, mi tira un cuscino in faccia — ma quando si gira per spegnere l'abat-jour dal suo lato. Restiamo al buio, ognuno sul proprio lato. Ma qualcosa nel nostro rapporto è cambiato in questa vacanza e qualcosa mi dice che, nonostante le promesse e le raccomandazioni, ogni tanto potrebbe esserci qualche sveltina. Per il momento però, è meglio far calmare un po' le acque.
...FINE
Sono steso sul mio lato del letto, con la luce dell'abat-jour bassa, il telefono sollevato sopra la faccia mentre scrollo distrattamente la chat con Brooke. Ci scriviamo quasi tutti i giorni — niente di serio, solo battute veloci, foto provocanti. Leggero, senza peso, esattamente come me l'aveva promesso al bar il primo giorno.
Brooke: stasera pool party al Beach Club, ci sarai?
Io: Passerò, ma se la serata non è un granché non resterò a lungo.
Brooke: Sarà fantastica, fidati😉
Sto ancora sorridendo allo schermo quando sento la porta del bagno aprirsi, seguita da una nuvola di vapore tiepido che sa di shampoo al cocco.
Marika esce avvolta in un accappatoio bianco dell'hotel, la cintura allacciata alla bell'e meglio, i capelli rossi umidi raccolti in un nodo morbido sulla nuca, un paio di ciocche più corte che le si appiccicano alle tempie. Non dice niente, almeno all'inizio. Attraversa la stanza a piedi nudi, con quella calma e sicurezza che ormai le riconosco a distanza — quella di chi sa esattamente dove sta andando e non ha nessuna fretta di arrivarci.
Blocco lo schermo e lo appoggio sul petto, più per riflesso che per reale intenzione di smettere di guardarlo.
Sale sul letto senza una parola, a quattro zampe, l'accappatoio che si allarga leggermente sul davanti a ogni movimento. Avanza lenta lungo il materasso finché non si ferma esattamente sopra di me, le ginocchia che mi stringono i fianchi, le mani appoggiate ai lati della mia testa, il viso a pochi centimetri dal mio. Una goccia d'acqua le scivola da una ciocca di capelli e le cade sulla clavicola.
«Che stai facendo?» le chiedo, anche se la risposta è piuttosto evidente.
«Niente,» dice lei, con quel tono finto-innocente che ormai conosco a memoria. Mi sfila il telefono di mano — gesto rapido, quasi distratto — e lo posa a faccia in giù sul comodino, fuori portata. «Chi era?»
«Brooke,» rispondo. Non c'è motivo di mentire, ormai non fingo più che sia un segreto.
«Mmh.» Non sembra particolarmente scossa dalla notizia, o almeno lo recita bene. Si abbassa ancora un poco, il profumo di cocco del bagnoschiuma che sovrasta per un attimo la sua solita vaniglia. «Vacci pure stasera, se vuoi. Ma prima…»
Lascia la frase a metà, apposta.
«Prima?» chiedo, anche se il sorriso che mi sta salendo sulla faccia dice già che ho capito perfettamente dove stiamo andando.
«Prima voglio sapere se hai voglia di scopare,» dice, diretta, senza girarci intorno, gli occhi scuri piantati nei miei. «Domanda semplice, Michael. Sì o no.»
Alzo un sopracciglio. «Da quando mi chiedi il permesso?»
«Non te lo sto chiedendo,» ribatte, un sorriso lento che le si allarga sulle labbra. «Ti sto solo dando la cortesia di un preavviso. Ma se preferisci continuare a scrivere alla tua amica del pool party, fai pure. Io stasera posso anche accontentarmi da sola.»
Fa per tirarsi indietro — un bluff evidente, calcolato al millimetro — e infatti non arriva nemmeno a spostare il peso che io le ho già afferrato i fianchi, tirandola giù contro di me.
«La risposta è sì,» dico, la voce già un tono più bassa del solito. «Mi sa che dovrò rimandare l'appuntamento con Brooke questa sera...»
«Lo sapevo,» mormora lei, lasciando scivolare l'accappatoio dalle spalle con un gesto lento, quasi annoiato — come se fosse la cosa più naturale del mondo. E ormai, tra noi due, lo è davvero.
Fuori, il resort continua la sua vita di sempre: musica lontana dal Beach Club, il rumore delle onde.
Marika si ferma sopra di me, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, e si siede sui talloni. Questa volta però non c'è la fretta delle ultime volte. Il suo atteggiamento è calmo e gentile.
«Ascolta bene, Michael,» sussurra, con la voce bassa. «Adesso ti insegno come si scopa una donna. Non voglio il classico martello pneumatico da ragazzini impazienti, chiaro?»
«Mh! Capito. Vediamo cosa dice la maestra, allora.»
Si china in avanti, i suoi capelli bagnati mi sfiorano il petto e l'addome, e afferra il mio cazzo che si sta indurendo. Senza preamboli, abbassa la testa e mi prende in bocca. Non è un pompino, è solo lubrificazione. La sua lingua calda avvolge l'asta, spalmando la saliva con cura, le sue labbra rifatte scivolano su e giù facendomi gemere involontariamente. Quando il mio membro è lucido e bagnato abbastanza, si rialza, mi guarda dritto negli occhi e si posiziona sopra di me.
Afferra il mio cazzo con una mano e lo guida alla sua entrata. Scende lentamente, millimetro per millimetro, permettendomi di sentire la sua figa che si adatta a me. Un sospiro profondo le esce dalle labbra quando sono completamente dentro di lei, e si ferma, restando impalata, godendosi la sensazione di pienezza.
«Non muoverti,» ordina, vedendo i miei fianchi tentare di spingere verso l'alto. «Sono io che comando.»
Inizia a muoversi. Non salta, non va veloce. Ruota il bacino con movimenti circolari lenti e profondi, strisciando contro il pube. Le sue mani poggiano sul mio petto per stabilizzarsi, e mi guarda intensamente mentre mi usa.
«Così,» mi istruisce, la voce rotta dal piacere. «Devi farmi sentire tutto il cazzo. Muovi il bacino quando io scendo... sì, così.»
Provo a seguire il suo ritmo, sincronizzandomi con lei. È un'agonia deliziosa, una lentezza che amplifica ogni sensazione. Il calore della sua fica è avvolgente, e il modo in cui si muove mi fa vedere stelle. Marika si abbassa allora verso di me, il suo viso sempre più vicino al mio. Il suo respiro è caldo contro la mia bocca, e un gemito profondo, vibrante, esce dalla sua gola e rimbomba contro le mie labbra.
«Non andare più veloce, sempre così.» sussurra, e poi le sue labbra sono sulle mie.
Non è un bacio frenetico. È un bacio profondo, lento, la sua lingua che si intreccia con disperazione con la mia. Per un istante, il mondo si ferma. Sento qualcosa che non dovrei provare, un nodo allo stomaco che va oltre il desiderio fisico, una connessione pericolosa che mi spaventa e mi eccita contemporaneamente. Le sue labbra sono morbide, saporite, e rispondo al bacio con la stessa fame, affondando le dita nei suoi capelli bagnati. Lei si solleva leggermente, prende in mano una delle sue tette e infila il suo capezzolo dritto nella mia bocca.
«Succhia, sì... così. Bravo!» ansima, ma quella dolcezza è troppo per la mia testa. La foga mi riprende all'improvviso, un'onda di desiderio selvaggio che cancella ogni insegnamento. Non riesco a controllarmi. Con un movimento brusco, afferro la sua vita, spingo con le gambe e ribalto la situazione. Marika si ritrova con le spalle sul materasso, io sopra di lei, il mio peso che la schiaccia contro il letto.
«Michael, che ca–» cerca di dire, ma la zittisco con la bocca.
Torno dentro di lei e la scopo con foga rinnovata, colpi duri e rapidi, il mio cazzo che le entra a fondo ogni volta, spingendo oltre i limiti che lei aveva imposto. Le mie labbra si posano sul suo collo, mordendo la pelle delicata, succhiando forte, lasciando segni rossi sulla sua pelle pallida. È un errore, lo so mentre lo faccio. Sto perdendo il controllo, sto distruggendo il ritmo lento che lei cercava.
Marika reagisce immediatamente. Le sue mani mi afferrano le spalle e mi spingono indietro con forza, interrompendo i miei colpi.
«Fermati!» esclama, il respiro corto. «Rallenta il ritmo, cazzo!»
Mi fermo, il cazzo ancora duro dentro di lei, pulsante. Mi guarda negli occhi, c'è un misto di frustrazione e desiderio nel suo sguardo.
«Se continui così arrivi subito,» mi dice, la voce ferma ma piena di passione. «E se tu vieni subito, io non raggiungo l'orgasmo. Non è questo che voglio.»
Le sue parole mi colpiscono come un secchio d'acqua fredda. La guardo: i miei muscoli tesi. Mi rendo conto che stavo per rovinare tutto. Respiro profondamente, cercando di calmare il battito accelerato. Marika porta una mano al mio viso, accarezzandomi la guancia, e il suo sguardo si addolcisce.
«Calmati,» sussurra. «Godiamocelo.»
«Sì, hai ragione. Mi sono lasciato andare, scusa.»
Ci guardiamo negli occhi per un lungo istante, il silenzio della stanza rotto solo dai nostri respiri che si allineano lentamente. C'è una comprensione profonda in quel momento, una promessa non detta. Poi lei si tira in avanti, le sue labbra cercano le mie, e ci baciamo di nuovo. Lecco le labbra, mordo il suo labbro inferiore, e sento il suo corpo rilassarsi sotto il mio, pronto a riprendere il ritmo, ma questa volta, insieme.
Riprendo a muovermi lentamente, seguendo il ritmo che Marika mi ha imposto questa sera. Il suo corpo si adatta sotto il mio peso, i suoi seni si schiacciano contro il mio petto muscoloso a ogni spinta. Un gemito profondo esce dalle sue labbra mentre la sento stringermi dentro con i suoi muscoli vaginali. I suoi capelli rossi bagnati si spandono sul cuscino come una fiamma liquida, e i suoi occhi nocciola mi fissano con un misto di desiderio e controllo.
«Michael,» sussurra, le sue mani che mi afferrano i glutei, «così... sì, continua così,» ansima. Io le metto una mano sul collo stringendo poco la presa.
«Scommetto che così ti piace di più, eh? Non pensavo di avere una sorella tanto sporca...»
«Stai zitto, scopami e non distrarti!» risponde.
Ma dopo pochi minuti, mi spinge via con decisione. Si gira e lei si posiziona a pecora, quel suo culo grande e tondo che si protende verso di me come un invito irrinunciabile. Le sue labbra gonfie si aprono mentre mi guarda tra le gambe, un sorriso malizioso sul viso.
«Adesso scopami più forte,» mi dice, e inizio a spingere più veloce, come farebbe qualsiasi uomo. Ma dopo poche spinte, si ferma. «No, no, no! Così no!»
Mi guarda dietro la spalla, frustrata.
«Michael, il novanta per cento degli uomini sbaglia. Pensi che 'più forte' significhi andare più veloce e basta? Ti ho già detto che non voglio il martelletto.» Si rialza mettendosi sulle ginocchia, il suo corpo snello che si illumina nella luce fioca della camera.
«Ascolta bene.»
Mi fa cenno di avvicinarmi.
«Quando dico 'più forte', intendo questo.» Mette una mano sul mio basso ventre, l'altra sulla mia schiena. «Non devi spingere solo col culo, devi usare tutto il bacino. È un movimento secco, deciso.» Fa il gesto con le mani, simulando una spinta pelvica breve ma potente. «Non è quanto veloce vai, ma quanto è profondo e secco ogni colpo.»
Riprovo, seguendo esattamente le sue istruzioni. Invece di spingere con le gambe, contraggo il bacino, sentendo il mio cazzo scivolare più profondamente dentro di lei con ogni movimento secco e controllato.
«Oh cazzo!» urla Marika, la sua voce che si spezza nel piacere. «Sì! Così! Michael, adesso sì che mi stai scopando come si deve... Ah! Sì, sììì!»
Continuo con quel ritmo, ogni spinta la fa gemere più forte. Le sue mani afferrano le lenzuola. Il 'ciaff-ciaff' dei corpi che si scontrano riempie la stanza, umido e rumoroso. Mi sento più potente che mai, il controllo totale su ogni suo respiro, ogni suo tremito.
«Michael! Michael! Sì! Sì!» urla, il suo corpo che trema sotto di me.
Poi, senza preavviso, si lascia cadere a pancia in giù, esausta. Il mio cazzo scivola fuori di lei, bagnato e pulsante. La guardo distesa sul letto, la schiena che sale e scende con ogni respiro affannoso.
Mi posiziono sopra di lei, sostenendomi con le braccia tese, e rientro dentro con un movimento fluido. Lei geme nel cuscino, il viso nascosto mentre ricomincio a scoparla da questa posizione, più profonda, più intima. Le mie braccia tremano per lo sforzo, ma non mi fermo. Voglio vederla venire, voglio sentirla esplodere sotto di me.
«Dioo... eccomi... sto... sto venendo... Sììì... AAH!» urla, il suo corpo che si contrae.
E poi succede. Un urlo straziato mentre lei squirta, un getto caldo che mi bacia le cosce e bagna il letto. Il suo corpo trema convulsamente, un orgasmo che sembra non finire mai.
Ma non mi fermo. Mentre lei è ancora presa dal suo orgasmo, mi tiro fuori e, senza dirle nulla, posiziono la punta del mio cazzo all'entrata del suo culo. Entro con una spinta decisa, aspettandomi un'entrata stretta.
«MICHAEL!» urla, il suo corpo che si irrigidisce. «Cazzo! Potevi avvertirmi almeno!»
«E dove sta l'effetto sorpresa, scusa? E poi, qui dentro ci sono già stati ospiti, è entrato piuttosto facilmente.»
Marika non si oppone. Anzi, dopo lo shock iniziale, spinge indietro, accogliendomi completamente. Ogni spinta la fa gemere più forte.
«Mi piace... ok?» ammette tra i gemiti.
«Non avevo dubbi,» rispondo ridendo.
Continuo con spinte sempre più profonde, le mie mani che afferrano i suoi fianchi mentre la prendo da dietro. Il suo corpo trema, un mix di dolore e piacere che la fa urlare ancora più forte.
Sento che sto per venire. Mi tiro fuori e mi posiziono sopra di lei. La mia mano afferra il cazzo per trattenere l'eiaculazione. Lei si gira e mi lascio andare. Schizzi caldi che le coprono il viso, le labbra, i capelli rossi. Lei apre la bocca, leccando quello che riesce.
Respiro pesantemente, guardandola distesa sul letto, il viso coperto della mia sborra. Mi sorride, un sorriso stanco ma soddisfatto.
«Porco bastardo» sussurra, ma c'è affetto nella sua voce. «Potevi avvertirmi per il culo, sei stato proprio uno schifoso bastardo.»
Le accarezzo il viso, spargendo la mia sborra sulla sua pelle liscia.
«Un bastardo che ti ha fatto urlare di piacere, però.»
Chiude gli occhi, un sorriso che le allarga le labbra.
«Sì,» ammette. «Sei stato bravo.»
Mi butto sfinito sul letto. Restiamo distesi così per un bel po', il respiro che fatica a tornare normale, le lenzuola completamente sfatte ai piedi del letto. Non riesco nemmeno a trovare la forza di alzare un braccio.
Restiamo a riprendere fiato, per un altro minuto buono. Poi la sento muoversi, tirarsi su un gomito, e quando mi giro a guardarla ha un'espressione diversa da quella di un secondo fa — più seria, pensierosa, come se stesse facendo un calcolo che non le piace per niente.
«Che c'è?» chiedo.
«Niente,» dice. Poi, subito, si corregge: «C'è una cosa. Stiamo giocando con il fuoco, Michael. E lo sappiamo entrambi, solo che abbiamo deciso di ignorarlo ultimamente.»
Mi tiro su anch'io, appoggiandomi su un gomito.
«Questo lo so!»
«Sicuro? Perché a me sembra che questa cosa ci stia prendendo sempre di più,» dice, e nella voce non c'è più traccia del tono giocoso di un minuto fa.
«Viviamo gomito a gomito con i nostri genitori a due piani di distanza e ci comportiamo come se fossimo invisibili. Non lo siamo. Prima o poi qualcuno se ne accorge. O peggio: prima o poi uno di noi due si affeziona sul serio, e quando la vacanza finisce e torniamo a Milano quello diventa un problema molto più grande di un letto condiviso.»
Ci penso un secondo prima di rispondere, perché per la prima volta da giorni non ho una battuta pronta.
«Quindi cosa vorresti fare? Fingere che le ultime due settimane non siano successe?»
«No,» dice subito, quasi sulla difensiva, e da come lo dice capisco che ci ha pensato più di quanto vorrebbe ammettere.
«Non voglio fingere niente. Voglio solo che ci diamo una regolata, essere più consapevoli. Voglio che quello che succede tra noi succeda perché lo vogliamo davvero in quel momento, non perché siamo chiusi in una stanza con un letto solo e niente di meglio da fare.»
«Ok, ok... d'accordo,» dico, e mi accorgo, con una certa sorpresa, che la cosa mi dispiace più di quanto mi aspettassi.
«Se succede ancora una volta prima di tornare a casa, va bene. Se non succede più fino ad allora, va bene lo stesso. Ma non deve diventare una routine.»
La guardo un secondo. C'è qualcosa nel modo in cui lo dice — voce ferma, ma occhi che non riescono a mantenere del tutto la stessa sicurezza — che mi fa capire che non è solo strategia di autoconservazione. È paura vera. La stessa, se sono onesto, che tiene sveglio anche me certe notti.
«Va bene,» dico, e per una volta lascio fuori il sarcasmo. «Hai perfettamente ragione.»
Le si stira un angolo della bocca, quasi contro la sua volontà. «Bene.»
«Dovevi vedere la tua faccia quando te l'ho messo nel culo però. Ahaha.»
Sbuffa, mi tira un cuscino in faccia — ma quando si gira per spegnere l'abat-jour dal suo lato. Restiamo al buio, ognuno sul proprio lato. Ma qualcosa nel nostro rapporto è cambiato in questa vacanza e qualcosa mi dice che, nonostante le promesse e le raccomandazioni, ogni tanto potrebbe esserci qualche sveltina. Per il momento però, è meglio far calmare un po' le acque.
...FINE
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