Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 8
di
Michael035
genere
fantascienza
Cammino a passo svelto lungo il sentiero che costeggia il perimetro nord di Balsam, i polmoni che bruciano per il freddo e per una rabbia che non trovo il modo di lasciare andare. Le parole di Meave mi girano ancora in testa, non tanto per quello che ha detto, ma per come l'ha detto — quella voce dolce e sicura di chi pensa di avere il diritto di infilare le dita in una ferita che non le appartiene.
Il rumore dell'acqua mi arriva prima ancora di vedere il fiume. Scendo il pendio, gli stivali che affondano nella terra umida, finché la gola rocciosa non si apre davanti a me, avvolta in un velo di nebbia bassa.
Jessica è già lì, accovacciata sulle pietre lisce a bordo fiume, le maniche della camicia arrotolate sopra i gomiti nonostante il freddo. Ha già alcuni indumenti strizzati posati su un telo steso sull'erba brinata.
Alza lo sguardo al rumore dei miei passi. Stavolta non torna subito al bucato. Mi osserva un secondo di troppo, il tipo di sguardo che passa in rassegna tutto quello che non dico ad alta voce.
«Sei mattiniero,» dice.
Mi fermo a un paio di passi da lei.
«Non sono l'unico, a quanto pare.»
Jessica sorride dolcemente, senza insistere. Torna a strizzare il capo che ha in mano, i movimenti calmi, metodici.
«Mi aiuteresti, per favore? Prendi un lenzuolo e datti da fare, ti passerà il nervoso più in fretta che a fissare il fiume.»
«È così evidente?» dico.
«Giusto un po',» risponde.
Non so cosa mi sorprenda di più: che non abbia insistito su cosa mi prende, o che quella mancanza di insistenza sia esattamente la cosa che mi fa venire voglia di parlare.
Mi accovaccio di fronte a lei, afferro un lembo del lenzuolo fradicio che ci resta da strizzare. Torciamo insieme, in direzioni opposte, l'acqua che cola tra le pietre.
«Ho fatto un sogno,» dico, la voce che esce più bassa di quanto vorrei.
«Non è la prima volta. Ma stamattina è stato... più vivido. Peggio del solito.»
Jessica non alza gli occhi dal tessuto che sta strizzando. Non vuole che io senta il suo sguardo addosso mentre parlo, immagino. Mi lascia lo spazio per continuare o per fermarmi.
«C'era Tessa... era la mia ragazza, prima che...» continuo. Il nome mi esce più leggero del previsto, forse perché lei non l'ha mai sentito pronunciare da me prima di stamattina, forse perché con Jessica sembra pesare meno.
«Eravamo ancora nel vecchio mondo. Prima che tutto crollasse. E c'era una radio, alla fine del sogno. Trasmetteva l'annuncio dell'operazione che ha scatenato il virus. L'ho rivissuto come se fosse la prima volta.»
«Ti sei svegliato urlando il suo nome.» Non è una domanda. Jessica lo dice piano, come si constata un fatto senza volerci girare intorno.
«Sì.»
«E Meave l'ha sentito.»
Stringo la presa sul lenzuolo.
«Meave lo conosceva già, e poi ha deciso di spiegarmi cosa significa. Ha letto il mio diario settimane fa. Sa cosa mi ha chiesto Tessa quella notte.» La rabbia mi torna a galla anche solo a ripeterlo.
«E stamattina ha pensato bene di usarlo per farmi una specie di diagnosi. Come se il mio lutto fosse un rompicapo da risolvere ad alta voce, e lei l'unica abbastanza intelligente da trovare la soluzione.»
Jessica stende il lenzuolo sul telo insieme agli altri panni. Solo allora si volta a guardarmi.
«Ti ha ferito.»
«Mi ha fatto incazzare.»
«Non è la stessa cosa, Trevis.» Il tono non è di rimprovero. È solo un'osservazione, fatta con la stessa calma clinica con cui valuta una ferita infetta.
«Chi si limita ad arrabbiarsi per qualcosa che non conta se ne dimentica nel giro d un'ora. Tu sei ancora furioso dopo un miglio di gelo. Quello non è fastidio. È una ferita che qualcuno ha toccato senza permesso.»
Non rispondo. Ha ragione, e non ho nessuna voglia di ammetterlo ad alta voce.
«Meave non è cattiva,» dico dopo un momento, quasi sulla difensiva, anche se non capisco bene di chi stia cercando di prendere le parti.
«È solo pesante, a volte. Vuole entrarti dentro la testa come se fosse un diritto che si è guadagnata solo perché ti ha visto sanguinare.»
«Forse pensa che sanguinare insieme a qualcuno sia l'unico modo che conosce per avvicinarsi.» Jessica si stringe nelle spalle, senza vera cattiveria nel tono.
«Non la sto giustificando. Dico solo che, in questo mondo, nessuno di noi ha più tempo per imparare le buone maniere prima di allungare le mani su quello che vuole.»
La frase resta a mezz'aria tra noi più a lungo di quanto forse Jessica intendesse.
Finiamo di raccogliere il bucato in silenzio. Lei piega gli ultimi capi con quella cura meticolosa che metterebbe in imbarazzo qualsiasi domestica del vecchio mondo e li dispone nel cesto di vimini scheggiato che ha portato con sé. Io resto accovacciato sul telo, a osservarla lavorare, la mente finalmente un po' più leggera di quando sono arrivato.
Quando l'ultimo indumento è nel cesto, Jessica non si alza subito. Resta sui talloni, le braccia posate sulle ginocchia, e mi guarda con un'attenzione diversa da quella di poco prima.
«Posso dirti una cosa,» chiede, «senza che tu la scambi per compassione?»
«Dipende dalla cosa.»
Un angolo della sua bocca si piega, quasi un sorriso. «Da quando è morto mio marito, ho imparato a distinguere due tipi di persone. Quelle che hanno bisogno di essere salvate, e quelle che hanno solo bisogno di sentirsi vive per cinque minuti prima di tornare a fare quello che devono fare.» Si sposta un poco più vicino, il ginocchio che sfiora il mio sul telo umido. «Tu sei la seconda categoria. E io, stamattina, sono esattamente nella stessa categoria.»
La sento cambiare registro prima ancora che cambi il tono della voce. C'è qualcosa nel modo in cui inclina la testa, negli occhi che non si staccano più dai miei con la stessa calma professionale di un minuto fa.
«Jessica—»
«Ho seppellito mio marito con le mie mani in un pezzo di terra dietro la baracca di mio padre,» dice, la voce che scende, si fa più piena, più lenta.
«Da allora ho passato ogni giorno a razionare tutto quello che ho. Il cibo, la legna, la pazienza con la gente di questo posto. Il resto, Trevis, non lo razioni più da tempo. E stamattina, dopo averti visto scendere quel pendio con la faccia di un uomo che sta per andare in pezzi, mi sono ricordata di quanto mi manchi qualcosa che non abbia niente a che fare con la sopravvivenza.»
Si avvicina ancora, il volto a pochi centimetri dal mio, il fiato caldo che si mescola al vapore che sale dall'acqua dietro di lei.
«Non ti sto chiedendo niente,» sussurra, la voce ridotta a qualcosa di roco, quasi più invito che parola.
«Non ti sto chiedendo niente che dovrai spiegare a qualcun altro dopo. Ti sto solo chiedendo cinque minuti in cui nessuna delle due cose che ci portiamo dietro conti più niente.»
Il mio corpo risponde prima che la testa trovi una sola buona ragione per fermarlo.
«Se questo—»
«Zitto.» Lo dice con un mezzo sorriso, il pollice che mi sfiora il labbro inferiore. «Parli troppo per essere un uomo che passa le giornate a spaccare crani senza dire una parola.»
Colma lei stessa l'ultimo centimetro.
Il bacio non ha niente della fragilità che ho imparato ad aspettarmi da certe notti nel fienile. È fermo, adulto, la bocca di una donna che sa esattamente cosa sta cercando e non ha intenzione di chiedere scusa per questo. Le sue labbra si schiudono contro le mie, calde nonostante il gelo del mattino, e quando la mano le scivola dietro la mia nuca per tirarmi più vicino, ogni residuo di esitazione si sfalda in un secondo.
La stendo piano sul telo, le pietre e l'erba brinata sotto di noi, il fiume che continua a scorrere indifferente a pochi passi di distanza. Jessica non ha fretta, ma nemmeno un briciolo di incertezza nei movimenti. Le sue dita trovano i bottoni della mia camicia e ne aprono solo quelli necessari, quanto basta per far scivolare i palmi sulla pelle nuda del mio petto. Non ci spogliamo — nella nebbia di novembre sarebbe una follia, e nessuno dei due ha intenzione di morire di freddo per un momento di orgoglio — ma quello che serve trova comunque la strada per liberarsi: un bottone, un laccio, un lembo di stoffa spostato quel poco che basta.
La mia mano sinistra si abbandona tra i suoi capelli. Le ciocche setose scivolano tra le mie dita, callose e screpolate dal manico del fucile. Le raccolgo, tirandole leggermente indietro, esponendo il suo collo. Lei emette un suono gutturale, un gemito strozzato che risuona nel silenzio ovattato del mattino. I suoi capelli le ricadono poi sul viso, incollandosi alle labbra bagnate e alla guancia arrossata. Ogni volta che cerco di baciarla, mi trovo le sue ciocche in bocca, il sapore dei suoi capelli mescolato al sapore della sua pelle.
Mi allineo con lei. Non c'è tempo per preliminari delicati, non qui. Il bisogno è una pressione fisica nel mio basso ventre, un dolore che richiede sollievo immediato. Spingo con i fianchi e entro in lei in un colpo solo, secco e profondo. Jessica si irrigidisce per una frazione di secondo, le unghie che mi affondano nelle spalle attraverso la giacca militare rattoppata, poi si rilassa, accogliendomi.
Il ritmo che impongo è brutale. Sono un pugile che colpisce un sacco, un soldato che carica una posizione nemica. Ogni spinta è profonda, cercando di raggiungere il centro di lei, di cancellare tutto il resto. Il suono della nostra pelle che si scontra, umido e rumoroso, sembra incredibilmente alto nel silenzio del lago. Temo che ogni colpo possa attirare gli erranti dalle foreste vicine, ma il pensiero svanisce appena Jessica rompe il bacio per respirare.
«Tu ne avevi più bisogno di me» sibila lei, la voce roca, il respiro corto. I suoi capelli le coprono metà viso, ma vedo la bocca aperta, ansimante.
«Continua...»
«Può darsi» rispondo io, la voce incrinata, quasi non riconoscibile. È una verità spogliata di ogni orgoglio.
«Ah! Sì, Trevis... scopami più forte» ordina lei, ansimando e arcuando la schiena per incontrare i miei colpi.
Aumento l'intensità. Il mio corpo si muove su un binario unico, inesorabile. Sento i muscoli delle cosce bruciare, lo sforzo fisico che si mescola al piacere. È un sesso di liberazione, uno sfogo violento di repressione, di paura. Siamo solo due corpi che cercano conforto in un altro corpo.
Lei continua a baciarmi, piccoli baci disordinati sul mio mento, sulle mie labbra, sul mio collo. Le sue labbra si posano sulla mia mascella, sentendo la barba ruvida che ho cercato di mantenere curata.
«Dio, Trevis... Ah! Ah!» mormora contro la mia pelle. «Sono fradicia, sìì!»
La mia mano le afferra i fianchi. La controllo, la uso per spingerla contro di me con ogni colpo. Il suo respiro è un sibilo continuo ora, una serie di "Ah! Ah! Ah!" che si sincronizzano con le mie spinte. I suoi capelli sono un caos di onde sul lenzuolo, alcuni attaccati alla fronte sudata, altri sparsi come ali spezzate.
Sento il culmine avvicinarsi come un treno merci. È una pressione alla base della colonna vertebrale, un calore che si espande dal basso ventre. Il mio respiro si fa affannoso, irregolare.
«Sto per venire,» borbotto, incapace di formare frasi complete.
Lei mi stringe più forte, se possibile, i suoi occhi che mi fissano intensamente.
«Esci! Esci!» dice lei, spingendomi con le mani.
All'ultimo istante, quando il piacere sta per esplodere, mi tiro fuori. La mia mano afferra il mio cazzo duro e pulsante, e con un gemito profondo che sembra strapparmi l'anima, eiaculo. Il getto è caldo e potente, si riversa contro la sua vagina, coprendo le sue labbra gonfie e il monte di Venere. Lo sperma schizza contro la pelle calda di Jessica.
Crollo su di lei, sostenendomi sugli avambracci. Il mio cuore batte furiosamente contro le costole, un tamburo di guerra in ritirata. Respiro pesantemente, l'aria fredda che mi brucia i polmoni mentre cerco di recuperare. Jessica mi accarezza i capelli, le dita che mi passano tra le ciocche nere ribelli alla nuca. Il suo respiro si calma lentamente, il petto che si muove nervosamente a ogni respiro.
«Guardami,» mormora, quando sono ancora sopra di lei, il peso del mio corpo che preme contro il suo sul telo umido.
«Questo non significa niente, è stato solo un momento di svago che serviva a entrambi. Non devi spiegare niente a nessuno...»
Le obbedisco. E per la durata di quei minuti, con il fiato di Jessica caldo contro il mio collo e il fiume che scorre accanto a noi senza fermarsi per nessuno, il resto del mondo — Meave, il diario, la radio del sogno, Balsam e tutti i suoi morti che camminano — smette semplicemente di esistere.
Quando, molto più tardi, mi tiro su per riallacciarmi la camicia e i pantaloni, il cielo sopra Balsam si è schiarito di qualche tonalità di grigio. Jessica resta seduta sul telo, le ginocchia strette al petto, un'espressione soddisfatta e insieme stranamente malinconica, come chi ha appena preso in prestito qualcosa che sapeva già di dover restituire prima di sera.
«Non aspettarti che questo cambi qualcosa tra noi,» dice, ma senza freddezza, quasi con sollievo.
«Non sto cercando un uomo che resti, Trevis. Volevo solo ricordarmi come ci si sente a scegliere qualcosa per me, per una volta.»
«Lo capisco... è difficile legarsi a qualcuno dopo una perdita importante.»
Jessica mi guarda con un'ombra di ironia stanca, raccogliendo il cesto di vimini.
«Forse per te... » dice, con il tono che si fa quasi gentile.
Non rispondo. Raccogliamo insieme quello che resta sul telo, in silenzio, e quando risalgo il pendio verso il fienile con la tanica d'acqua in una mano, l'unico pensiero che riesco a tenere a bada con fatica è che tra poche decine di metri, dietro un portone di legno, ci sono due occhi verdi che meritano di sapere esattamente cosa ho appena fatto — e che io, quasi certamente, non troverò mai il coraggio di dirglielo.
◇
Quattro giorni dopo, il silenzio nel fienile è ancora abbastanza denso da poterlo tagliare con un coltello.
Le cose a Balsam, però, si sono mosse. La febbre di Meave è svanita del tutto, lasciandole solo una leggera zoppia che lei si ostina a ignorare, camminando a testa alta tra le baracche. Il gruppo di Earl ha iniziato a fidarsi di noi — o forse ha solo capito che due fucili in più fanno comodo quando l'inverno bussa alle porte. Ci lasciano mangiare con loro nella cucina comune. Meave siede da un lato del tavolo, io dall'altro. Non ci parliamo. I nostri sguardi si incrociano solo per frazioni di secondo, carichi di tutto quello che non ci siamo detti dopo quella mattina: le mie urla per Tessa, il suo passo di troppo nella mia testa, e quel momento sul telo umido con Jessica di cui lei, ne sono certo, sente l'odore addosso a me ogni volta che le passo vicino.
Ma il cibo non basta mai. Con l'arrivo del primo vero gelo, le trappole intorno al campo sono rimaste vuote per tre giorni di fila.
Oggi è il mio turno di caccia. Ed esattamente come prima di tutto questo casino, preferisco andare da solo. Un compagno nel bosco è solo rumore in più, un bersaglio più grande, un rallentamento. Soprattutto dopo Tessa, non ho mai permesso a nessuno di camminare dietro di me per andare in esplorazione e caccia.
Prendo il SUV che ho rubato agli sciacalli della clinica farmaceutica, mi spingo oltre il solito perimetro. Supero i crinali familiari e mi addentro verso le propaggini di Sylva. La vegetazione qui è fitta, soffocata da rampicanti neri e pini selvatici che nascondono la vecchia strada statale.
Con me c'è solo il rumore degli pneumatici sull'asfalto rovinato, una vibrazione sorda che mi risale lungo le gambe e si perde nel freddo dell'abitacolo. Il riscaldamento è rotto, o forse ha solo esaurito il liquido chissà da quanto, ma non m'importa. Avevo bisogno di allontanarmi da Balsam, dal fienile, da Meave e da quell'aria stagnante di tensione che ci respiriamo addosso da giorni.
Sylva non è un posto che raggiungi a piedi per sgranchirti le gambe. Ho guidato quasi un'ora schivando carcasse di auto arrugginite e tronchi caduti, le mani strette sul volante incrostato di sporco, godendomi il rumore meccanico del motore che copriva finalmente i miei pensieri.
Parcheggio dietro una stazione di servizio bruciata, ben nascosto dalla strada principale. Spengo il motore e il silenzio cala di colpo, pesante come una lastra di piombo.
L'aria fuori è tagliente, grigia e più gelida del solito... tra un po' inizierà anche a nevicare. Il cielo sembra un livido infetto, carico di una pioggia ghiacciata pronta a cadere da un momento all'altro. Imbraccio il fucile d'assalto, controllo la sicura e mi incammino. Non sono qui per i cervi, trovarne uno con questo clima significa passare ore all'interno di foreste inesplorate. Sono qui per scroccare alla morte quello che si è dimenticata di portarsi via.
Mezzo miglio più a nord, seminascosto dalla vegetazione che ha sfondato l'asfalto, un cartello inclinato su un palo arrugginito: Sylva Quick-Mart. Il genere di posto dove la gente si fermava a comprare birra scadente e gratta-e-vinci prima che il mondo andasse a puttane.
Mi avvicino tenendomi basso. La facciata è un disastro di vetri esplosi e infissi divelti. I rampicanti secchi pendono dall'ingresso come vene morte. L'interno è un pozzo d'ombra, un odore acido di carta marcita, umidità stagnante e di cibo andato a male.
Scavalco lo stipite sfondato. Gli stivali scricchiolano contro frammenti di vetro e intonaco sbriciolato. Ogni passo è calcolato, millimetrico. La canna del fucile segue lo sguardo, scansionando gli angoli ciechi tra le corsie di metallo arrugginito. Scaffali vuoti, scatole sfondate, frigoriferi con le porte spalancate come bocche senza denti.
L'atmosfera è morta. Eppure l'istinto continua a pizzicarmi la base del collo.
Cric.
Un rumore infimo. Plastica calpestata, in fondo alla terza corsia.
Il corpo reagisce prima ancora che il cervello finisca di formulare il pensiero. Abbasso il baricentro, perno sul piede destro, e mi giro puntando l'arma dritta verso la fine dello scaffale. Trattengo il respiro. L'adrenalina mi inonda il sangue, fredda e lucida.
«Fermo.»
La voce che arriva dall'ombra non è quella di un razziatore adulto, né il ringhio gorgogliante di un errante. È sottile. Acerba. Ma tagliente come il filo di un rasoio appena affilato.
Da dietro un espositore inclinato, emerge una figura.
Una ragazzina. Non avrà più di quattordici anni.
Il mio cervello da ex operatore registra e seziona ogni dettaglio in meno di un secondo. Un piumino celeste e bianco, due taglie troppo grande, la stoffa un tempo sgargiante ora macchiata di grasso nero, sangue secco e sporcizia stratificata. Sotto un cappellino con visiera logoro spuntano riccioli castani, incrostati di polvere. La faccia è magra, i lineamenti induriti da una fame cronica. Sullo zigomo destro, una cicatrice netta e bianca — il ricordo di una lama che l'ha mancata per un soffio.
Ma non è l'aspetto da sopravvissuta a raggelarmi. È l'arma che impugna.
Una Beretta 9 millimetri, un blocco di metallo pesante che contrasta con la fragilità apparente dei suoi polsi. La tiene puntata esattamente al centro del mio petto.
Non mi muovo. Leggo la sua postura. Piedi ben distanziati per assorbire il rinculo, braccia tese ma non rigide. Il dito indice non è serrato sul grilletto in preda al panico. È disteso lungo il fusto della canna. Disciplina perfetta — ma non quella che ti insegna un istruttore in un poligono. Quella che ti scolpisce addosso la sopravvivenza stessa, ripetuta abbastanza volte da diventare riflesso puro.
E sono i suoi occhi a dirmi il resto.
Grandi, scuri, lucidi di paura. Qualsiasi ragazzina tremerebbe, piangerebbe, implorerebbe. Lei no. Sotto quella paura, radicata nel fondo delle pupille, c'è qualcosa di più antico. Non cattiveria — non ancora. È la freddezza di chi ha smesso da tempo di distinguere tra difendersi e colpire per primo.
La paragono a Meave, per un istante assurdo. Meave ha ventisette anni, l'orgoglio e la lingua tagliente di chi ha visto l'inferno da adulta, con la memoria intatta di cosa c'era prima. Questa ragazzina no. Lei l'inferno non ha mai dovuto imparare a riconoscerlo. Ci è nata dentro, o quasi. Non porta il peso di un mondo perduto, perché per lei quel mondo non è mai esistito abbastanza a lungo da lasciare un vuoto. C'è solo questo, ed è l'unica cosa che conosce — motivo per cui la maneggia con una naturalezza che a un adulto costerebbe anni di addestramento e altrettanti di incubi per arrivarci.
«Metti giù il fucile,» ordina. La voce trema appena, tradendo l'età, ma le braccia restano d'acciaio.
«O ti sparo. Giuro su Dio che lo faccio.»
«Ok. Calma.»
La voce mi esce bassa, monocorde. Nessuna minaccia, nessun movimento brusco. So riconoscere quando qualcuno è a un battito di ciglia dal premere il grilletto, e lei ci sta camminando sopra, su quel filo.
«Non voglio farti del male,» dico, mantenendo il contatto visivo.
«Sono entrato pe4 cercare cibo. Niente di più.»
Stringe le labbra, gli occhi ridotti a due fessure di sospetto.
«Come tutti. Non cambio idea... mettilo giù.»
Non sta bluffando. E il modo peggiore per morire, in questo mondo, è prendersi un proiettile da una ragazzina terrorizzata che ha semplicemente stimato male le distanze.
Faccio un respiro lento. Stacco la mano sinistra dall'astina del fucile, palmo aperto e visibile. Con la destra abbasso la canna verso il pavimento.
Piego le ginocchia, con lentezza calcolata, e appoggio il fucile a terra, a un metro da me. Mi rialzo, mani lontane dal corpo, all'altezza del petto.
«Fatto,» dico.
«Vedi? Nessuno spara a nessuno.»
Lancia un'occhiata rapida al fucile, poi torna a fissarmi. Non abbassa la pistola.
«Sei da solo?» Domanda.
«Mi chiamo Trevis. Sì, sono da solo» La guardo dritto negli occhi.
«Hai una buona postura, ragazzina. Ma se tieni le braccia così tese per altri tre minuti, i muscoli iniziano a tremare e sbagli il colpo. Rilassa le spalle.» faccio una breve pausa «Tu, come ti chiami?»
Sussulta, impercettibilmente. L'osservazione l'ha spiazzata più di qualsiasi minaccia.
«Io sono Clementine.» Il nome esce come una sfida. «E comunque è difficile sbagliare da questa distanza.»
La canna della Beretta resta immobile, un occhio nero che non sbatte mai le palpebre.
«Lo zaino,» ordina, la voce un po' più roca. «Toglilo. Piano. Spingilo verso di me.»
È uno zaino tattico da assalto, carico di munizioni, filtri per l'acqua, scatolame. Pesa quasi venti chili — troppo per le sue braccia sottili. Ma non sono nella posizione di discutere con una quattordicenne armata.
Sgancio la cinghia pettorale con un clic secco. Lascio cadere lo zaino, gli do un calcio leggero, lo faccio scivolare fino a un metro dai suoi piedi.
Clementine abbassa un ginocchio a terra, la destra sempre allineata al mio petto, la sinistra che tasta la cerniera. Sento il rumore metallico della lampo che si apre.
Non cerca cibo. La mano si tuffa dritta nella tasca laterale con la croce rossa sbiadita e tira fuori il kit medico: garza sterile, nastro telato, disinfettante.
Non è una razziatrice in cerca di bottino. È un animale ferito che cerca di rattopparsi da sola, nel buio, prima che qualcuno se ne accorga.
«Potevi chiedermele,» dico. «Te le avrei date senza dovermi puntare una pistola contro.»
Si tira in piedi, stringendo la garza al petto con la sinistra.
«E come faccio a saperlo? Magari qui dentro avevi anche un'altra arma nascosta. Non sono stupida.»
«Non ho detto che lo sei.» La tensione inizia a corrodermi i nervi, non per lei, ma per il tempo che perdiamo.
«Non farei mai del male a una bambina. Puoi calare quella pistola.»
Le si stringono le labbra. La parola "bambina" le dà fastidio quasi quanto l'idea di essere disarmata. Forse di più.
«Fai una cosa,» continuo, il tono più morbido ma fermo. «Ero un militare. So trattare una ferita sporca molto meglio di te con una mano sola. Fammi guardare.»
Fa un mezzo passo indietro, tirando con sé anche lo zaino, l'istinto di conservazione che lotta contro un dolore che sta chiaramente nascondendo dietro i denti stretti.
«Per dimostrarti che non sono quel tipo di persona,» aggiungo,
«ho un coltello alla cintura e uno nella cavigliera destra. Li tiro fuori, li appoggio a terra, li spingo via.»
Non aspetto il suo permesso. Sfilo la lama dalla cintura, l'appoggio a terra. Mi chino, faccio lo stesso col coltellino da stivale. Spingo tutto verso i frigoriferi rotti con un calcio.
«Adesso sono solo completamente disarmato. Contenta?»
Osserva i coltelli scivolare via. Poi guarda me. Vedo l'ingranaggio dietro i suoi occhi lavorare — calcola la distanza, il mio peso, le mie intenzioni, e le confronta col dolore che le sta divorando il braccio. Alla fine, la canna si abbassa di qualche grado. Non la rinfodera — non è così ingenua — ma la lascia riposare lungo il fianco, il dito fuori dalla guardia.
Si volta di lato e va a sedersi con le spalle contro la parete, nell'angolo più buio del negozio, dove nessuno può arrivarle alle spalle.
Anche questo è un dettaglio che non mi sfugge. Nessuno gliel'ha insegnato. L'ha imparato da sola.
Mi avvicino a passi lenti, raccolgo il kit medico da terra, mi accovaccio a un metro da lei.
Clem si sfila il piumino con movimenti rigidi, trattenendo il respiro. Quando lo lascia cadere, l'odore di polvere del negozio viene coperto da qualcosa di pungente. Sangue vecchio.
Sotto il giubbotto, una felpa grigia. L'intera metà esterna dell'avambraccio destro è intrisa di una macchia scura, umida ai bordi.
«Tira su la manica.»
Lo fa, mordendosi il labbro per non fare rumore. Il tessuto si stacca dalla pelle con uno strappo viscido. Sotto, una fasciatura di fortuna — brandelli di una vecchia maglietta stretti alla bell'e meglio, ormai un unico blocco rosso scuro e incrostato.
«Fa vedere.» Il tono è più delicato. La benda è incollata alla carne dal sangue coagulato. Se la strappo a secco, le porto via anche il primo strato di pelle.
Slaccio la borraccia dalla cintura. «Farà un po' male.»
Verso un filo d'acqua direttamente sul tessuto incrostato. Clementine sussulta, i muscoli del braccio si contraggono di colpo, ma non emette un suono. Gli occhi neri mi fissano, lucidi di dolore, il suo respiro aumenta di ritmo.
Con due dita sollevo i lembi della stoffa, srotolandola con cura millimetrica. Quando rimuovo l'ultimo strato, la ferita si rivela alla luce grigia del minimarket.
Un taglio profondo, asimmetrico. Un solco irregolare che ha squarciato il muscolo dell'avambraccio esterno. Mentre pulisco i bordi con la garza umida, sento qualcosa grattare contro il tessuto.
Avvicino il viso. Annidati nella carne viva, tra il tessuto arrossato e gonfio, due piccoli frammenti trasparenti.
Vetro. Schegge spesse, conficcate in profondità.
Mi blocco un secondo. La mente torna a tre minuti fa, quando questa ragazzina, con un muscolo lacerato e vetro incastrato nella carne a ogni movimento, ha sollevato una Beretta da quasi un chilo e l'ha tenuta perfettamente ferma, braccio teso, senza un tremore.
Alzo lo sguardo dalla ferita ai suoi occhi. La durezza di prima ha ceduto qualche centimetro, sostituita da una stanchezza sfiancante. Ma il mento resta alto.
Chi diavolo sei, penso, sentendo un rispetto gelido montarmi nello stomaco. Non ho visto questa resistenza al dolore nemmeno nel mio vecchio plotone.
«Hai del vetro nel braccio, Clem.» Uso il suo nome per la prima volta, cercando la pinzetta nel kit.
«Com'è successo?»
Tiene lo sguardo fisso sul soffitto sgretolato e pieno di muffa, la mascella serrata.
«Correvo. Un gruppo di quei mostri mi ha sentita mentre entravo in un altro negozio due giorni fa. Erano in troppi per affrontarli e così sono scappata. C'erano due macchine scontrate, i vetri sparsi dappertutto sull'asfalto. Sono inciampata mentre scappavo e ci sono finita sopra con tutto il braccio.»
«Non contro una finestra, allora.»
«No.» La voce le trema appena. La prima crepa vera. «Pensavo di averle tolte tutte, le schegge. Ho provato a farlo da sola con la luce della torcia, la notte stessa.» Si interrompe. Deglutisce.
«Ma fa più male di quanto pensassi.»
«Almeno non è infetta... finisco io.»
Non risponde. Ma qualcosa nei suoi occhi cede per un istante — non del tutto, solo una fessura minuscola — e per la prima volta da quando è uscita da dietro quello scaffale, sembra esattamente quello che è. Non un soldato in miniatura. Non un animale bastonato. Una ragazzina di quattordici anni, sola in un minimarket abbandonato, che ha passato due notti a scavarsi il vetro dalla carne al buio perché non aveva nessun altro a cui chiedere aiuto.
Le nocche della mano sinistra, quella che stringe ancora la Beretta in grembo, sono bianche. Ma le dita tremano. Non solo per il dolore.
«Non urlo,» dice, la voce che si indurisce di nuovo, come se si accorgesse di essersi scoperta troppo.
«Fai quello che devi fare e basta.»
«Lo so che non urli.» Prendo la pinzetta, la passo velocemente sull'ultimo goccio di alcol rimasto nella fiala. «Ma se ti scappa, Clem, non è un problema. Nessuno qui dentro ti giudica per questo. Nemmeno io.»
Mi guarda un istante di troppo, come se non si aspettasse quella frase da un uomo a cui ha appena puntato un'arma contro il petto.
Poi distoglie lo sguardo, di nuovo verso il soffitto, e stringe i denti.
«Fallo e basta,» dice.
Affondo la pinzetta nella ferita rimuovendo le ultime schegge di vetro.
Poso la pinzetta e prendo ago e filo. L'ago ricurvo entra nella carne. Tiro il filo di nylon, chiudendo i lembi del muscolo spaccato, e per ogni punto che do, Clementine smette di respirare per un secondo, le labbra serrate fino a sbiancare. Non emette un gemito. Stringe gli occhi, il pugno sinistro. Guarda il muro sbrecciato di fronte a lei come se fosse l'unica cosa reale al mondo in questo momento. Dei piccoli irli di dolore le muoiono in gola e poi, come se non riuscisse più a trattenersi, una lacrima le riga il viso.
Quando stringo l'ultimo nodo e taglio il filo con il coltello, la sua pelle è coperta da un velo di sudore freddo. Prendo la garza sterile, la imbevo con l'ultimo fondo di disinfettante e le fascio l'avambraccio con movimenti stretti e precisi.
«Finito,» mormoro, fissando il nastro telato.
«Tra qualche giorno tirerà da matti, ma se lo tieni pulito non fa infezione.»
Clementine abbassa lo sguardo sul braccio. Muove le dita della mano destra, una per una. Fanno male — lo vedo da come le tremano i tendini del polso — ma funzionano.
«Grazie,» dice. È una parola rigida, sputata fuori quasi a malincuore, come se non fosse abituata a usarla.
«Resta seduta qui,» le ordino, raccogliendo il kit e ributtandolo nello zaino.
«Vado a vedere se c'è rimasto qualcosa in questo buco. Non ti frego. Tu promettimi solo di non spararmi quando torno dalla corsia.»
Non risponde, ma non alza l'arma. Per ora, è il massimo di fiducia che posso ottenere.
Mi allontano, addentrandomi nel ventre scuro del minimarket. Gli scaffali dell'area clienti sono stati ripuliti metodicamente anni fa — solo espositori rovesciati e confezioni vuote mangiate dai topi. Mi dirigo verso le doppie porte a spinta sul retro, quelle che portavano al magazzino.
Appena ne varco la soglia, un muro invisibile mi colpisce in pieno viso. L'odore è così denso e acido che mi blocca il respiro in gola. Mi porto istintivamente l'avambraccio sul naso, gli occhi che iniziano a lacrimare. Puzza di morte stagnante, proveniente da una fila di frigoriferi industriali spenti — roba che un tempo conteneva carne e latticini. Senza corrente, sigillati, sono diventati bare di putrefazione liquefatta. L'odore si è infiltrato nell'intonaco, impregnando ogni centimetro d'aria di questa stanza maledetta, facendomi salire la bile in gola.
Respiro a fatica con la bocca mezza chiusa e mi muovo veloce. Oltre i frigoriferi, in un angolo ingombro di scatoloni sfondati, noto qualcosa. Una cassa di legno, mezza coperta da un telone di plastica opaca.
Con un calcio sposto il telone. Sotto, impolverata ma intatta, c'è una scatola di cartone con il logo di una marca di zuppe e fagioli. La apro. Sono lattine impilate, sporche di terra. Scadute. Ma in questo mondo i numeri su un'etichetta non significano un cazzo. Finché la lattina non è gonfia e il contenuto non sa di muffa o di gas, è commestibile.
Prendo l'intera scatola e la porto fuori trattenendo il respiro.
Quando riemergo nella corsia, Clementine è esattamente dove l'ho lasciata. Ha ripreso colore in faccia. Le lancio una delle scatolette. Lei la prende al volo con la sinistra, la studia un secondo, poi mi guarda mentre apro la mia con il coltellino.
Ci sediamo a un paio di metri di distanza, sul pavimento impolverato, e mangiamo in silenzio. O meglio, io mangio. Lei divora. Ingoia i fagioli freddi con una foga quasi animale, raschiando il fondo della latta con le dita pur di non sprecare una goccia del sugo. Ha una fame che scava da dentro, il tipo di fame che ti fa dimenticare chi sei.
«Non hai nessuno a guardarti le spalle, vero?» le chiedo all'improvviso, posando la latta vuota.
Clementine si blocca. Lecca via una macchia di salsa dal pollice, lo sguardo che torna quello duro di prima. «Sono sola.»
«Da dove vieni?»
«Savannah.»
Aggrotto la fronte. Savannah, Georgia. Centinaia di miglia a sud. Un viaggio del genere, per una ragazzina, attraversando interstatali bloccate e boschi pieni di razziatori, è roba da far tremare chiunque.
«Non sei arrivata fin qui da sola,» constato, abbassando la voce. «Chi c'era con te?»
Clem fissa il metallo vuoto della scatoletta per un lungo momento. La maschera dura si incrina, ma solo per un decimo di secondo, prima di rinsaldarsi.
«Kate e James,» dice. Il tono è piatto, come se stesse leggendo un rapporto.
«Eravamo insieme da un po'. Poi, tre settimane fa, sono andati a cercare del cibo e un percorso alternativo perchè il pomte che dovevamo attraversare è crollato. Mi hanno detto di aspettarli, nascosta in una vecchia casa.» Alza gli occhi su di me.
«Ho aspettato quattro giorni. Non sono mai tornati.»
Nessuna lacrima. Nessun tremore nella voce. Sa come funziona questo mondo: se non torni prima entro un paio di giorni, sei morto.
«E dove stavate andando?» chiedo.
«Perché spingersi fin quassù tra le montagne? Partendo dalla Georgia, la costa sarebbe stata la strada più diretta.»
«Non l'abbiamo scelta noi, la strada.» Una vecchia rabbia le indurisce la voce.
«La costa era un macello. Posti di blocco militari abbandonati, gente che sparava a chiunque si avvicinasse senza nemmeno fermarsi a guardare chi fossi. James diceva che tagliare per l'interno, anche se voleva dire allungare il viaggio di molto, ci avrebbe tenuti vivi più a lungo.» Fa una pausa.
«Stavamo andando a New Bern.»
«New Bern?»
«Una comunità, grande,» continua lei, tagliente.
«Dicevano. Vicino alla costa, dove si incontrano due fiumi. James l'aveva sentito su una radio presa da un posto di blocco, mesi fa. Diceva che prendevano chiunque fosse utile.» Stringe le labbra.
«Mi sarei fermata ovunque, prima di arrivare fin qui. Ma non è rimasto niente lungo la strada. Solo disperati che vagano senza meta, o gente che cerca di derubarti, spararti, o peggio. New Bern è la mia speranza.»
New Bern. Il nome mi risuona vagamente familiare — una cittadina sulla costa, alla confluenza di due fiumi, che ho sentito nominare anche come una delle prime sedi del governo della Carolina. Se qualcuno è riuscito a barricarsi in un posto con l'acqua a fare da barriera naturale su più lati, potrebbe davvero aver costruito qualcosa di solido. Di certo è una prospettiva migliore del cratere biologico che probabilmente è diventata Asheville.
Faccio due conti nella testa. Da Savannah a New Bern, seguendo la costa, non sarebbe dovuto essere un viaggio così lungo. Ma niente, in questo mondo, niente va mai come dovrebbe andare. Le hanno sbarrato la strada lungo il mare, deviazione dopo deviazione, finché non si è ritrovata qui, a centinaia di miglia nella direzione sbagliata, incastrata tra le montagne invece che sulla costa che cercava.
Guardo Clementine. I vestiti lerci, la ferita cucita da cinque minuti, gli occhi da veterana in un corpo da ragazzina. Non posso lasciarla in questo posto. Non so nemmeno perché mi importi — non sono un buon samaritano — ma l'idea di vederla uscire da quella porta di vetro sfondata per farsi ammazzare nel bosco mi fa prudere le mani.
«Senti,» dico, appoggiando gli avambracci sulle ginocchia. «Vieni con me.»
Clementine non risponde subito. Resta immobile un momento troppo lungo, gli occhi fissi sulla scatoletta vuota che tiene in grembo, come se la proposta le fosse arrivata in una lingua che deve prima tradurre.
La mano sinistra scivola, lenta, verso l'impugnatura della Beretta. Non la solleva. La sfiora soltanto, un gesto quasi automatico, il modo in cui qualcun altro cercherebbe un amuleto in tasca.
«E dove?» domanda. La voce è meno ferma di quanto vorrebbe farla suonare.
«Hai un'idea migliore?»
«So che quello che sto per dirti non ti farà cambiare idea di colpo,» continuo, più piano.
«Ma c'è un accampamento a qualche miglio da qui. Si chiama Balsam. Non è granché — gente affamata e spaventata che ci sopporta a malapena. Ma ha delle mura, un tetto, e per ora nessuno mi ha ancora sparato nel sonno. C'è anche un'altra persona con me. Una donna.»
Clementine alza gli occhi su di me, sospettosa. «Che tipo di donna?»
È la prima domanda vera che mi fa. Non una difesa. Un piccolo spiraglio.
«Si chiama Meave. Ha la tua stessa faccia, quando la guardi bene — quella di chi ha smesso di fidarsi molto prima di incontrarmi.» Faccio una pausa. «Non ti farà niente. Ha una gamba che fa più pena del tuo braccio, in questo momento.»
Distoglie lo sguardo, verso il buio in fondo alla corsia. La vedo lottare con qualcosa che non è più tattica. È stanchezza vera, quella che si accumula per mesi e che alla fine chiede solo di potersi fidare di qualcuno, anche solo per una notte.
«I gruppi grandi si ammazzano sempre tra loro,» dice, ma la voce ha perso il filo tagliente di prima. Suona quasi come una domanda, come se sperasse che io la smentissi.
«Non è un gruppo grande. E non ti sto offrendo una famiglia, Clem. Non sono bravo in quello.» Mi sporgo un poco di più.
«Ti sto offrendo qualche notte senza dover dormire con un occhio aperto. Il tempo che ti serve per far chiudere quel braccio e rimetterti in forze. Poi te ne vai, se è quello che vuoi.»
Fa una pausa più lunga delle altre. Quando parla di nuovo, la voce le si è ristretta, quasi infantile.
«E se poi non voglio più andarmene?»
La domanda mi coglie alla sprovvista. Non è la Clementine che mi ha puntato una pistola contro un'ora fa. È solo una ragazzina di quattordici anni a cui, forse per la prima volta dopo mesi, qualcuno ha chiesto se le andrebbe di restare da qualche parte, invece di continuare a scappare e basta.
«Allora resti,» dico semplicemente. «Finché vuoi tu.»
«Non hai una meta, tu?»
«Il mio piano originale era Asheville, ma sappiamo entrambi che le grandi città sono fosse comuni. New Bern...» Mastico il nome, valutandolo nella mente.
«Bern è una incognita. Ma è l'unico obbiettivo che ha senso puntare adesso. Se vieni a Balsam e ti rimetti in sesto, quando sarà il momento di partire, potremo viaggiare insieme. Due fucili sono meglio di uno. Se non ti fiderai di me, potrai andartene per la tua strada. Nessuno ti tratterrà.»
La guardo soppesare l'offerta. La stanchezza combatte contro la diffidenza. Guarda la sua benda nuova, poi guarda me. Annuisce appena, un movimento minimo, come se anche solo quel gesto le costasse uno sforzo enorme. Poi, quasi a compensare, la voce le torna dura di scatto.
«Andiamo, Clem.» Le dico. Lei si tira in piedi appoggiandosi al muro, barcollando solo per una frazione di secondo prima di raddrizzare la schiena con un orgoglio feroce che sembra tenerla su più delle sue stesse gambe. Fa scivolare la pistola nei pantaloni, senza fretta, ma senza più quella rigidità di prima.
Recupero il mio zaino e i miei coltelli da terra.
Il viaggio di ritorno verso Balsam è scandito dal rumore sordo degli pneumatici che macinano asfalto crepato e rami secchi. L'abitacolo è gelido, l'aria sa di polvere vecchia e di pino marcio che entra dalle guarnizioni consumate dei finestrini.
Ci rimettiamo in marcia, lancio un'occhiata verso il sedile del passeggero. Clementine è rannicchiata contro la portiera, affondata nel piumino celeste. Tiene la mano sinistra appoggiata sopra la fasciatura fresca, un gesto di protezione quasi inconscio. I suoi occhi scansionano la linea degli alberi fuori dal finestrino con la metodicità di una sentinella. Non si rilassa un istante.
Il silenzio tra noi è pesante, carico della diffidenza tipica di due estranei che potrebbero ancora uccidersi a vicenda al primo movimento sbagliato.
«Non tieni la pistola come una che l'ha trovata per strada ieri,» dico, rompendo il silenzio senza alzare la voce, lo sguardo fisso sulla strada.
«Sai quel che fai con un arma in mano. E non hai la faccia di chi ha imparato a sparare al poligono con il padre la domenica mattina.»
Clementine non gira la testa. Continua a guardare fuori, ma vedo il suo riflesso nel vetro sporco. Si irrigidisce appena.
«Non l'ho imparato al poligono,» risponde, la voce piatta.
«Lo immaginavo.» Faccio girare il volante per schivare la carcassa putrefatta di un errante mutilato.
«Tuo padre era un militare? Un poliziotto?»
La butto lì in modo casuale, lasciandole tutto lo spazio per ignorarmi o mandarmi al diavolo se ho appena toccato un nervo scoperto.
Clem abbassa lo sguardo sulle ginocchia. Per un attimo penso che non risponderà. Poi, con una voce che sembra sforzarsi di restare piatta più di quanto non lo sia davvero, parla.
«Non ho un padre. Non più. E nemmeno una madre. Sono morti dopo poco che questo è iniziato. Avevo sei anni.»
Le parole mi colpiscono con la freddezza di una secchiata d'acqua ghiacciata. Sei anni. A quell'età i bambini dovrebbero piangere perché si sbucciano un ginocchio, non ritrovarsi soli in un mondo che decide improvvisamente di divorarli vivi. Io, a sei anni, giocavo nel cortile dietro casa. Lei, alla stessa età, imparava a nascondersi per non farsi sbranare.
«Mi dispiace,» dico, e per una volta è vero fino in fondo. «Dev'essere stata dura. Come hai fatto a sopravvivere da sola?»
«Non sono rimasta sola a lungo.» Clem si stringe un po' di più nel piumino. «Ho incontrato Marcus.»
«Chi era? Un parente?»
«Un detenuto.» La risposta è secca, quasi una sfida. Si volta a guardarmi, come se si aspettasse un giudizio. «Era in prigione per rapina a mano armata. Quando il mondo è andato all'inferno e le guardie sono scappate, i detenuti sono usciti. Lui mi ha trovata nascosta in casa mia, in un ripostiglio. Ero lì da tre giorni.»
La guardo con la coda dell'occhio. L'immagine di un ex galeotto che, invece di razziare o farsi i fatti suoi, si ferma a raccogliere una bambina di sei anni mi fa pensare a quanto questo cazzo di mondo sia un paradosso continuo. I governi sganciano armi biologiche, i militari disertano, e i criminali diventano padri.
«Marcus mi ha insegnato tutto,» continua lei, la voce che si fa più calda al ricordo.
«È stato lui a darmi la pistola. Mi ha insegnato a sparare, a controllare il respiro, a non fidarmi mai di chi sorride troppo, e a mirare sempre alla testa quando si tratta di quei vaganti.»
«Vaganti?»
«Lui li chiamava così. Perché, tu come li chiami?»
«Erranti!»
«Erranti,» ripete «cosa significa?» domanda.
«Ha lo stesso significato di vaganti, cambia solo la sfumatura. Girano senza meta, d'accordo, ma "errare" è sbagliato, anomalo. E visto che sono nati da una mutazione, mi è sempre sembrato il nome più adatto.»
«Ah, ok!» dice, con un po' di perplessità, come se non capisse il significato di alcune parole. È normale, non ha avuto un'istruzione come ce l'abbiamo avuta tutti, o quasi.
Si toglie il cappellino per un secondo, passandosi una mano tra i riccioli castani, ribelli ma tagliati in modo irregolare, leggermente appiattiti sulla sommità, che cercarono subito di riprendere il loro naturale volume mosso e riccio. Li teneva raccolti alla bell'e meglio in un piccolo nodo basso sulla nuca, ma l'azione liberò diverse ciocche ribelli che le ricaddero disordinate ai lati del viso e sulla fronte.
«Mi tagliava i capelli con un coltello o con delle forbici di fortuna,» mormora, fissando il cappello che stringe tra le mani.
«Diceva sempre che in questo mondo non puoi permetterti di avere niente di bello che ti penda dalla testa. I capelli lunghi sono una condanna. Se qualcuno vuole farti del male, o se un errante ti arriva da dietro, è la prima cosa che afferra per tirarti giù.»
La cassa toracica mi si stringe in una morsa di ferro.
Sposto lo sguardo sulla strada, ma per un istante non vedo l'asfalto sbiadito e rotto. Vedo l'appartamento a Richmond. Vedo Tessa, con la sua cascata di capelli castani che le copriva le spalle, quegli stessi capelli in cui affondavo le mani. Era così fiera della sua chioma. Poi il ricordo vira al nero. Il deposito di legname. La mano grigia che l'afferra per i capelli, la strattona all'indietro, mentre lei grida il mio nome un istante prima che i denti le affondino nella spalla.
Marcus aveva ragione. Aveva ragione in tutto. Quell'ex detenuto sapeva come tenere in vita le persone meglio di quanto sapessi fare io, un operatore delle forze speciali. Io avevo lasciato che Tessa tenesse i capelli lunghi perché la facevano sentire ancora umana. Marcus aveva tagliato via l'umanità da Clementine per farla sopravvivere.
Deglutisco il sapore amaro che mi è salito in gola, stringendo le dita sul volante fino a far sbiancare le nocche.
«Marcus è un uomo intelligente,» dico, con la voce più ferma che riesco a tirare fuori dal petto.
«Ti ha preparata bene, Clem. Nessuno ti metterà le mani addosso.»
Faccio una pausa. Il fuoristrada sobbalza su una buca, le sospensioni scariche gemono.
«E adesso?» chiedo, abbassando il tono, cauto. «Cosa gli è successo? Vi siete separati?»
Il silenzio cala di nuovo, denso, quasi impossibile da respirare. Guardo verso il sedile del passeggero. Clementine ha calato il cappellino sugli occhi. Non si volta verso di me. Ha girato il viso completamente verso il finestrino.
Vedo il suo riflesso sul vetro appannato dal nostro respiro. Ha serrato le labbra, la mascella contratta in uno sforzo enorme per trattenere l'emozione. Una singola lacrima, silenziosa e traditrice, le scivola sulla guancia sporca, tracciando un solco pulito sulla pelle, per poi perdersi sotto il colletto del piumino.
Non si asciuga il viso. Non fa una piega. Si limita a fissare il bosco grigio che scorre accanto a noi sbattendo le palpebre e chiudendosi la tragedia dentro, nell'angolo più oscuro dello stomaco, dove tiene nascosto tutto il resto.
Capisco il messaggio. Ci sono porte che non si forzano.
«D'accordo,» mormoro, senza insistere, riportando l'attenzione sulla strada.
Non dico un'altra parola per il resto del viaggio. Lascio che il rumore del motore copra i nostri fantasmi, mentre Balsam si fa sempre più vicina.
CONTINUA...
Il rumore dell'acqua mi arriva prima ancora di vedere il fiume. Scendo il pendio, gli stivali che affondano nella terra umida, finché la gola rocciosa non si apre davanti a me, avvolta in un velo di nebbia bassa.
Jessica è già lì, accovacciata sulle pietre lisce a bordo fiume, le maniche della camicia arrotolate sopra i gomiti nonostante il freddo. Ha già alcuni indumenti strizzati posati su un telo steso sull'erba brinata.
Alza lo sguardo al rumore dei miei passi. Stavolta non torna subito al bucato. Mi osserva un secondo di troppo, il tipo di sguardo che passa in rassegna tutto quello che non dico ad alta voce.
«Sei mattiniero,» dice.
Mi fermo a un paio di passi da lei.
«Non sono l'unico, a quanto pare.»
Jessica sorride dolcemente, senza insistere. Torna a strizzare il capo che ha in mano, i movimenti calmi, metodici.
«Mi aiuteresti, per favore? Prendi un lenzuolo e datti da fare, ti passerà il nervoso più in fretta che a fissare il fiume.»
«È così evidente?» dico.
«Giusto un po',» risponde.
Non so cosa mi sorprenda di più: che non abbia insistito su cosa mi prende, o che quella mancanza di insistenza sia esattamente la cosa che mi fa venire voglia di parlare.
Mi accovaccio di fronte a lei, afferro un lembo del lenzuolo fradicio che ci resta da strizzare. Torciamo insieme, in direzioni opposte, l'acqua che cola tra le pietre.
«Ho fatto un sogno,» dico, la voce che esce più bassa di quanto vorrei.
«Non è la prima volta. Ma stamattina è stato... più vivido. Peggio del solito.»
Jessica non alza gli occhi dal tessuto che sta strizzando. Non vuole che io senta il suo sguardo addosso mentre parlo, immagino. Mi lascia lo spazio per continuare o per fermarmi.
«C'era Tessa... era la mia ragazza, prima che...» continuo. Il nome mi esce più leggero del previsto, forse perché lei non l'ha mai sentito pronunciare da me prima di stamattina, forse perché con Jessica sembra pesare meno.
«Eravamo ancora nel vecchio mondo. Prima che tutto crollasse. E c'era una radio, alla fine del sogno. Trasmetteva l'annuncio dell'operazione che ha scatenato il virus. L'ho rivissuto come se fosse la prima volta.»
«Ti sei svegliato urlando il suo nome.» Non è una domanda. Jessica lo dice piano, come si constata un fatto senza volerci girare intorno.
«Sì.»
«E Meave l'ha sentito.»
Stringo la presa sul lenzuolo.
«Meave lo conosceva già, e poi ha deciso di spiegarmi cosa significa. Ha letto il mio diario settimane fa. Sa cosa mi ha chiesto Tessa quella notte.» La rabbia mi torna a galla anche solo a ripeterlo.
«E stamattina ha pensato bene di usarlo per farmi una specie di diagnosi. Come se il mio lutto fosse un rompicapo da risolvere ad alta voce, e lei l'unica abbastanza intelligente da trovare la soluzione.»
Jessica stende il lenzuolo sul telo insieme agli altri panni. Solo allora si volta a guardarmi.
«Ti ha ferito.»
«Mi ha fatto incazzare.»
«Non è la stessa cosa, Trevis.» Il tono non è di rimprovero. È solo un'osservazione, fatta con la stessa calma clinica con cui valuta una ferita infetta.
«Chi si limita ad arrabbiarsi per qualcosa che non conta se ne dimentica nel giro d un'ora. Tu sei ancora furioso dopo un miglio di gelo. Quello non è fastidio. È una ferita che qualcuno ha toccato senza permesso.»
Non rispondo. Ha ragione, e non ho nessuna voglia di ammetterlo ad alta voce.
«Meave non è cattiva,» dico dopo un momento, quasi sulla difensiva, anche se non capisco bene di chi stia cercando di prendere le parti.
«È solo pesante, a volte. Vuole entrarti dentro la testa come se fosse un diritto che si è guadagnata solo perché ti ha visto sanguinare.»
«Forse pensa che sanguinare insieme a qualcuno sia l'unico modo che conosce per avvicinarsi.» Jessica si stringe nelle spalle, senza vera cattiveria nel tono.
«Non la sto giustificando. Dico solo che, in questo mondo, nessuno di noi ha più tempo per imparare le buone maniere prima di allungare le mani su quello che vuole.»
La frase resta a mezz'aria tra noi più a lungo di quanto forse Jessica intendesse.
Finiamo di raccogliere il bucato in silenzio. Lei piega gli ultimi capi con quella cura meticolosa che metterebbe in imbarazzo qualsiasi domestica del vecchio mondo e li dispone nel cesto di vimini scheggiato che ha portato con sé. Io resto accovacciato sul telo, a osservarla lavorare, la mente finalmente un po' più leggera di quando sono arrivato.
Quando l'ultimo indumento è nel cesto, Jessica non si alza subito. Resta sui talloni, le braccia posate sulle ginocchia, e mi guarda con un'attenzione diversa da quella di poco prima.
«Posso dirti una cosa,» chiede, «senza che tu la scambi per compassione?»
«Dipende dalla cosa.»
Un angolo della sua bocca si piega, quasi un sorriso. «Da quando è morto mio marito, ho imparato a distinguere due tipi di persone. Quelle che hanno bisogno di essere salvate, e quelle che hanno solo bisogno di sentirsi vive per cinque minuti prima di tornare a fare quello che devono fare.» Si sposta un poco più vicino, il ginocchio che sfiora il mio sul telo umido. «Tu sei la seconda categoria. E io, stamattina, sono esattamente nella stessa categoria.»
La sento cambiare registro prima ancora che cambi il tono della voce. C'è qualcosa nel modo in cui inclina la testa, negli occhi che non si staccano più dai miei con la stessa calma professionale di un minuto fa.
«Jessica—»
«Ho seppellito mio marito con le mie mani in un pezzo di terra dietro la baracca di mio padre,» dice, la voce che scende, si fa più piena, più lenta.
«Da allora ho passato ogni giorno a razionare tutto quello che ho. Il cibo, la legna, la pazienza con la gente di questo posto. Il resto, Trevis, non lo razioni più da tempo. E stamattina, dopo averti visto scendere quel pendio con la faccia di un uomo che sta per andare in pezzi, mi sono ricordata di quanto mi manchi qualcosa che non abbia niente a che fare con la sopravvivenza.»
Si avvicina ancora, il volto a pochi centimetri dal mio, il fiato caldo che si mescola al vapore che sale dall'acqua dietro di lei.
«Non ti sto chiedendo niente,» sussurra, la voce ridotta a qualcosa di roco, quasi più invito che parola.
«Non ti sto chiedendo niente che dovrai spiegare a qualcun altro dopo. Ti sto solo chiedendo cinque minuti in cui nessuna delle due cose che ci portiamo dietro conti più niente.»
Il mio corpo risponde prima che la testa trovi una sola buona ragione per fermarlo.
«Se questo—»
«Zitto.» Lo dice con un mezzo sorriso, il pollice che mi sfiora il labbro inferiore. «Parli troppo per essere un uomo che passa le giornate a spaccare crani senza dire una parola.»
Colma lei stessa l'ultimo centimetro.
Il bacio non ha niente della fragilità che ho imparato ad aspettarmi da certe notti nel fienile. È fermo, adulto, la bocca di una donna che sa esattamente cosa sta cercando e non ha intenzione di chiedere scusa per questo. Le sue labbra si schiudono contro le mie, calde nonostante il gelo del mattino, e quando la mano le scivola dietro la mia nuca per tirarmi più vicino, ogni residuo di esitazione si sfalda in un secondo.
La stendo piano sul telo, le pietre e l'erba brinata sotto di noi, il fiume che continua a scorrere indifferente a pochi passi di distanza. Jessica non ha fretta, ma nemmeno un briciolo di incertezza nei movimenti. Le sue dita trovano i bottoni della mia camicia e ne aprono solo quelli necessari, quanto basta per far scivolare i palmi sulla pelle nuda del mio petto. Non ci spogliamo — nella nebbia di novembre sarebbe una follia, e nessuno dei due ha intenzione di morire di freddo per un momento di orgoglio — ma quello che serve trova comunque la strada per liberarsi: un bottone, un laccio, un lembo di stoffa spostato quel poco che basta.
La mia mano sinistra si abbandona tra i suoi capelli. Le ciocche setose scivolano tra le mie dita, callose e screpolate dal manico del fucile. Le raccolgo, tirandole leggermente indietro, esponendo il suo collo. Lei emette un suono gutturale, un gemito strozzato che risuona nel silenzio ovattato del mattino. I suoi capelli le ricadono poi sul viso, incollandosi alle labbra bagnate e alla guancia arrossata. Ogni volta che cerco di baciarla, mi trovo le sue ciocche in bocca, il sapore dei suoi capelli mescolato al sapore della sua pelle.
Mi allineo con lei. Non c'è tempo per preliminari delicati, non qui. Il bisogno è una pressione fisica nel mio basso ventre, un dolore che richiede sollievo immediato. Spingo con i fianchi e entro in lei in un colpo solo, secco e profondo. Jessica si irrigidisce per una frazione di secondo, le unghie che mi affondano nelle spalle attraverso la giacca militare rattoppata, poi si rilassa, accogliendomi.
Il ritmo che impongo è brutale. Sono un pugile che colpisce un sacco, un soldato che carica una posizione nemica. Ogni spinta è profonda, cercando di raggiungere il centro di lei, di cancellare tutto il resto. Il suono della nostra pelle che si scontra, umido e rumoroso, sembra incredibilmente alto nel silenzio del lago. Temo che ogni colpo possa attirare gli erranti dalle foreste vicine, ma il pensiero svanisce appena Jessica rompe il bacio per respirare.
«Tu ne avevi più bisogno di me» sibila lei, la voce roca, il respiro corto. I suoi capelli le coprono metà viso, ma vedo la bocca aperta, ansimante.
«Continua...»
«Può darsi» rispondo io, la voce incrinata, quasi non riconoscibile. È una verità spogliata di ogni orgoglio.
«Ah! Sì, Trevis... scopami più forte» ordina lei, ansimando e arcuando la schiena per incontrare i miei colpi.
Aumento l'intensità. Il mio corpo si muove su un binario unico, inesorabile. Sento i muscoli delle cosce bruciare, lo sforzo fisico che si mescola al piacere. È un sesso di liberazione, uno sfogo violento di repressione, di paura. Siamo solo due corpi che cercano conforto in un altro corpo.
Lei continua a baciarmi, piccoli baci disordinati sul mio mento, sulle mie labbra, sul mio collo. Le sue labbra si posano sulla mia mascella, sentendo la barba ruvida che ho cercato di mantenere curata.
«Dio, Trevis... Ah! Ah!» mormora contro la mia pelle. «Sono fradicia, sìì!»
La mia mano le afferra i fianchi. La controllo, la uso per spingerla contro di me con ogni colpo. Il suo respiro è un sibilo continuo ora, una serie di "Ah! Ah! Ah!" che si sincronizzano con le mie spinte. I suoi capelli sono un caos di onde sul lenzuolo, alcuni attaccati alla fronte sudata, altri sparsi come ali spezzate.
Sento il culmine avvicinarsi come un treno merci. È una pressione alla base della colonna vertebrale, un calore che si espande dal basso ventre. Il mio respiro si fa affannoso, irregolare.
«Sto per venire,» borbotto, incapace di formare frasi complete.
Lei mi stringe più forte, se possibile, i suoi occhi che mi fissano intensamente.
«Esci! Esci!» dice lei, spingendomi con le mani.
All'ultimo istante, quando il piacere sta per esplodere, mi tiro fuori. La mia mano afferra il mio cazzo duro e pulsante, e con un gemito profondo che sembra strapparmi l'anima, eiaculo. Il getto è caldo e potente, si riversa contro la sua vagina, coprendo le sue labbra gonfie e il monte di Venere. Lo sperma schizza contro la pelle calda di Jessica.
Crollo su di lei, sostenendomi sugli avambracci. Il mio cuore batte furiosamente contro le costole, un tamburo di guerra in ritirata. Respiro pesantemente, l'aria fredda che mi brucia i polmoni mentre cerco di recuperare. Jessica mi accarezza i capelli, le dita che mi passano tra le ciocche nere ribelli alla nuca. Il suo respiro si calma lentamente, il petto che si muove nervosamente a ogni respiro.
«Guardami,» mormora, quando sono ancora sopra di lei, il peso del mio corpo che preme contro il suo sul telo umido.
«Questo non significa niente, è stato solo un momento di svago che serviva a entrambi. Non devi spiegare niente a nessuno...»
Le obbedisco. E per la durata di quei minuti, con il fiato di Jessica caldo contro il mio collo e il fiume che scorre accanto a noi senza fermarsi per nessuno, il resto del mondo — Meave, il diario, la radio del sogno, Balsam e tutti i suoi morti che camminano — smette semplicemente di esistere.
Quando, molto più tardi, mi tiro su per riallacciarmi la camicia e i pantaloni, il cielo sopra Balsam si è schiarito di qualche tonalità di grigio. Jessica resta seduta sul telo, le ginocchia strette al petto, un'espressione soddisfatta e insieme stranamente malinconica, come chi ha appena preso in prestito qualcosa che sapeva già di dover restituire prima di sera.
«Non aspettarti che questo cambi qualcosa tra noi,» dice, ma senza freddezza, quasi con sollievo.
«Non sto cercando un uomo che resti, Trevis. Volevo solo ricordarmi come ci si sente a scegliere qualcosa per me, per una volta.»
«Lo capisco... è difficile legarsi a qualcuno dopo una perdita importante.»
Jessica mi guarda con un'ombra di ironia stanca, raccogliendo il cesto di vimini.
«Forse per te... » dice, con il tono che si fa quasi gentile.
Non rispondo. Raccogliamo insieme quello che resta sul telo, in silenzio, e quando risalgo il pendio verso il fienile con la tanica d'acqua in una mano, l'unico pensiero che riesco a tenere a bada con fatica è che tra poche decine di metri, dietro un portone di legno, ci sono due occhi verdi che meritano di sapere esattamente cosa ho appena fatto — e che io, quasi certamente, non troverò mai il coraggio di dirglielo.
◇
Quattro giorni dopo, il silenzio nel fienile è ancora abbastanza denso da poterlo tagliare con un coltello.
Le cose a Balsam, però, si sono mosse. La febbre di Meave è svanita del tutto, lasciandole solo una leggera zoppia che lei si ostina a ignorare, camminando a testa alta tra le baracche. Il gruppo di Earl ha iniziato a fidarsi di noi — o forse ha solo capito che due fucili in più fanno comodo quando l'inverno bussa alle porte. Ci lasciano mangiare con loro nella cucina comune. Meave siede da un lato del tavolo, io dall'altro. Non ci parliamo. I nostri sguardi si incrociano solo per frazioni di secondo, carichi di tutto quello che non ci siamo detti dopo quella mattina: le mie urla per Tessa, il suo passo di troppo nella mia testa, e quel momento sul telo umido con Jessica di cui lei, ne sono certo, sente l'odore addosso a me ogni volta che le passo vicino.
Ma il cibo non basta mai. Con l'arrivo del primo vero gelo, le trappole intorno al campo sono rimaste vuote per tre giorni di fila.
Oggi è il mio turno di caccia. Ed esattamente come prima di tutto questo casino, preferisco andare da solo. Un compagno nel bosco è solo rumore in più, un bersaglio più grande, un rallentamento. Soprattutto dopo Tessa, non ho mai permesso a nessuno di camminare dietro di me per andare in esplorazione e caccia.
Prendo il SUV che ho rubato agli sciacalli della clinica farmaceutica, mi spingo oltre il solito perimetro. Supero i crinali familiari e mi addentro verso le propaggini di Sylva. La vegetazione qui è fitta, soffocata da rampicanti neri e pini selvatici che nascondono la vecchia strada statale.
Con me c'è solo il rumore degli pneumatici sull'asfalto rovinato, una vibrazione sorda che mi risale lungo le gambe e si perde nel freddo dell'abitacolo. Il riscaldamento è rotto, o forse ha solo esaurito il liquido chissà da quanto, ma non m'importa. Avevo bisogno di allontanarmi da Balsam, dal fienile, da Meave e da quell'aria stagnante di tensione che ci respiriamo addosso da giorni.
Sylva non è un posto che raggiungi a piedi per sgranchirti le gambe. Ho guidato quasi un'ora schivando carcasse di auto arrugginite e tronchi caduti, le mani strette sul volante incrostato di sporco, godendomi il rumore meccanico del motore che copriva finalmente i miei pensieri.
Parcheggio dietro una stazione di servizio bruciata, ben nascosto dalla strada principale. Spengo il motore e il silenzio cala di colpo, pesante come una lastra di piombo.
L'aria fuori è tagliente, grigia e più gelida del solito... tra un po' inizierà anche a nevicare. Il cielo sembra un livido infetto, carico di una pioggia ghiacciata pronta a cadere da un momento all'altro. Imbraccio il fucile d'assalto, controllo la sicura e mi incammino. Non sono qui per i cervi, trovarne uno con questo clima significa passare ore all'interno di foreste inesplorate. Sono qui per scroccare alla morte quello che si è dimenticata di portarsi via.
Mezzo miglio più a nord, seminascosto dalla vegetazione che ha sfondato l'asfalto, un cartello inclinato su un palo arrugginito: Sylva Quick-Mart. Il genere di posto dove la gente si fermava a comprare birra scadente e gratta-e-vinci prima che il mondo andasse a puttane.
Mi avvicino tenendomi basso. La facciata è un disastro di vetri esplosi e infissi divelti. I rampicanti secchi pendono dall'ingresso come vene morte. L'interno è un pozzo d'ombra, un odore acido di carta marcita, umidità stagnante e di cibo andato a male.
Scavalco lo stipite sfondato. Gli stivali scricchiolano contro frammenti di vetro e intonaco sbriciolato. Ogni passo è calcolato, millimetrico. La canna del fucile segue lo sguardo, scansionando gli angoli ciechi tra le corsie di metallo arrugginito. Scaffali vuoti, scatole sfondate, frigoriferi con le porte spalancate come bocche senza denti.
L'atmosfera è morta. Eppure l'istinto continua a pizzicarmi la base del collo.
Cric.
Un rumore infimo. Plastica calpestata, in fondo alla terza corsia.
Il corpo reagisce prima ancora che il cervello finisca di formulare il pensiero. Abbasso il baricentro, perno sul piede destro, e mi giro puntando l'arma dritta verso la fine dello scaffale. Trattengo il respiro. L'adrenalina mi inonda il sangue, fredda e lucida.
«Fermo.»
La voce che arriva dall'ombra non è quella di un razziatore adulto, né il ringhio gorgogliante di un errante. È sottile. Acerba. Ma tagliente come il filo di un rasoio appena affilato.
Da dietro un espositore inclinato, emerge una figura.
Una ragazzina. Non avrà più di quattordici anni.
Il mio cervello da ex operatore registra e seziona ogni dettaglio in meno di un secondo. Un piumino celeste e bianco, due taglie troppo grande, la stoffa un tempo sgargiante ora macchiata di grasso nero, sangue secco e sporcizia stratificata. Sotto un cappellino con visiera logoro spuntano riccioli castani, incrostati di polvere. La faccia è magra, i lineamenti induriti da una fame cronica. Sullo zigomo destro, una cicatrice netta e bianca — il ricordo di una lama che l'ha mancata per un soffio.
Ma non è l'aspetto da sopravvissuta a raggelarmi. È l'arma che impugna.
Una Beretta 9 millimetri, un blocco di metallo pesante che contrasta con la fragilità apparente dei suoi polsi. La tiene puntata esattamente al centro del mio petto.
Non mi muovo. Leggo la sua postura. Piedi ben distanziati per assorbire il rinculo, braccia tese ma non rigide. Il dito indice non è serrato sul grilletto in preda al panico. È disteso lungo il fusto della canna. Disciplina perfetta — ma non quella che ti insegna un istruttore in un poligono. Quella che ti scolpisce addosso la sopravvivenza stessa, ripetuta abbastanza volte da diventare riflesso puro.
E sono i suoi occhi a dirmi il resto.
Grandi, scuri, lucidi di paura. Qualsiasi ragazzina tremerebbe, piangerebbe, implorerebbe. Lei no. Sotto quella paura, radicata nel fondo delle pupille, c'è qualcosa di più antico. Non cattiveria — non ancora. È la freddezza di chi ha smesso da tempo di distinguere tra difendersi e colpire per primo.
La paragono a Meave, per un istante assurdo. Meave ha ventisette anni, l'orgoglio e la lingua tagliente di chi ha visto l'inferno da adulta, con la memoria intatta di cosa c'era prima. Questa ragazzina no. Lei l'inferno non ha mai dovuto imparare a riconoscerlo. Ci è nata dentro, o quasi. Non porta il peso di un mondo perduto, perché per lei quel mondo non è mai esistito abbastanza a lungo da lasciare un vuoto. C'è solo questo, ed è l'unica cosa che conosce — motivo per cui la maneggia con una naturalezza che a un adulto costerebbe anni di addestramento e altrettanti di incubi per arrivarci.
«Metti giù il fucile,» ordina. La voce trema appena, tradendo l'età, ma le braccia restano d'acciaio.
«O ti sparo. Giuro su Dio che lo faccio.»
«Ok. Calma.»
La voce mi esce bassa, monocorde. Nessuna minaccia, nessun movimento brusco. So riconoscere quando qualcuno è a un battito di ciglia dal premere il grilletto, e lei ci sta camminando sopra, su quel filo.
«Non voglio farti del male,» dico, mantenendo il contatto visivo.
«Sono entrato pe4 cercare cibo. Niente di più.»
Stringe le labbra, gli occhi ridotti a due fessure di sospetto.
«Come tutti. Non cambio idea... mettilo giù.»
Non sta bluffando. E il modo peggiore per morire, in questo mondo, è prendersi un proiettile da una ragazzina terrorizzata che ha semplicemente stimato male le distanze.
Faccio un respiro lento. Stacco la mano sinistra dall'astina del fucile, palmo aperto e visibile. Con la destra abbasso la canna verso il pavimento.
Piego le ginocchia, con lentezza calcolata, e appoggio il fucile a terra, a un metro da me. Mi rialzo, mani lontane dal corpo, all'altezza del petto.
«Fatto,» dico.
«Vedi? Nessuno spara a nessuno.»
Lancia un'occhiata rapida al fucile, poi torna a fissarmi. Non abbassa la pistola.
«Sei da solo?» Domanda.
«Mi chiamo Trevis. Sì, sono da solo» La guardo dritto negli occhi.
«Hai una buona postura, ragazzina. Ma se tieni le braccia così tese per altri tre minuti, i muscoli iniziano a tremare e sbagli il colpo. Rilassa le spalle.» faccio una breve pausa «Tu, come ti chiami?»
Sussulta, impercettibilmente. L'osservazione l'ha spiazzata più di qualsiasi minaccia.
«Io sono Clementine.» Il nome esce come una sfida. «E comunque è difficile sbagliare da questa distanza.»
La canna della Beretta resta immobile, un occhio nero che non sbatte mai le palpebre.
«Lo zaino,» ordina, la voce un po' più roca. «Toglilo. Piano. Spingilo verso di me.»
È uno zaino tattico da assalto, carico di munizioni, filtri per l'acqua, scatolame. Pesa quasi venti chili — troppo per le sue braccia sottili. Ma non sono nella posizione di discutere con una quattordicenne armata.
Sgancio la cinghia pettorale con un clic secco. Lascio cadere lo zaino, gli do un calcio leggero, lo faccio scivolare fino a un metro dai suoi piedi.
Clementine abbassa un ginocchio a terra, la destra sempre allineata al mio petto, la sinistra che tasta la cerniera. Sento il rumore metallico della lampo che si apre.
Non cerca cibo. La mano si tuffa dritta nella tasca laterale con la croce rossa sbiadita e tira fuori il kit medico: garza sterile, nastro telato, disinfettante.
Non è una razziatrice in cerca di bottino. È un animale ferito che cerca di rattopparsi da sola, nel buio, prima che qualcuno se ne accorga.
«Potevi chiedermele,» dico. «Te le avrei date senza dovermi puntare una pistola contro.»
Si tira in piedi, stringendo la garza al petto con la sinistra.
«E come faccio a saperlo? Magari qui dentro avevi anche un'altra arma nascosta. Non sono stupida.»
«Non ho detto che lo sei.» La tensione inizia a corrodermi i nervi, non per lei, ma per il tempo che perdiamo.
«Non farei mai del male a una bambina. Puoi calare quella pistola.»
Le si stringono le labbra. La parola "bambina" le dà fastidio quasi quanto l'idea di essere disarmata. Forse di più.
«Fai una cosa,» continuo, il tono più morbido ma fermo. «Ero un militare. So trattare una ferita sporca molto meglio di te con una mano sola. Fammi guardare.»
Fa un mezzo passo indietro, tirando con sé anche lo zaino, l'istinto di conservazione che lotta contro un dolore che sta chiaramente nascondendo dietro i denti stretti.
«Per dimostrarti che non sono quel tipo di persona,» aggiungo,
«ho un coltello alla cintura e uno nella cavigliera destra. Li tiro fuori, li appoggio a terra, li spingo via.»
Non aspetto il suo permesso. Sfilo la lama dalla cintura, l'appoggio a terra. Mi chino, faccio lo stesso col coltellino da stivale. Spingo tutto verso i frigoriferi rotti con un calcio.
«Adesso sono solo completamente disarmato. Contenta?»
Osserva i coltelli scivolare via. Poi guarda me. Vedo l'ingranaggio dietro i suoi occhi lavorare — calcola la distanza, il mio peso, le mie intenzioni, e le confronta col dolore che le sta divorando il braccio. Alla fine, la canna si abbassa di qualche grado. Non la rinfodera — non è così ingenua — ma la lascia riposare lungo il fianco, il dito fuori dalla guardia.
Si volta di lato e va a sedersi con le spalle contro la parete, nell'angolo più buio del negozio, dove nessuno può arrivarle alle spalle.
Anche questo è un dettaglio che non mi sfugge. Nessuno gliel'ha insegnato. L'ha imparato da sola.
Mi avvicino a passi lenti, raccolgo il kit medico da terra, mi accovaccio a un metro da lei.
Clem si sfila il piumino con movimenti rigidi, trattenendo il respiro. Quando lo lascia cadere, l'odore di polvere del negozio viene coperto da qualcosa di pungente. Sangue vecchio.
Sotto il giubbotto, una felpa grigia. L'intera metà esterna dell'avambraccio destro è intrisa di una macchia scura, umida ai bordi.
«Tira su la manica.»
Lo fa, mordendosi il labbro per non fare rumore. Il tessuto si stacca dalla pelle con uno strappo viscido. Sotto, una fasciatura di fortuna — brandelli di una vecchia maglietta stretti alla bell'e meglio, ormai un unico blocco rosso scuro e incrostato.
«Fa vedere.» Il tono è più delicato. La benda è incollata alla carne dal sangue coagulato. Se la strappo a secco, le porto via anche il primo strato di pelle.
Slaccio la borraccia dalla cintura. «Farà un po' male.»
Verso un filo d'acqua direttamente sul tessuto incrostato. Clementine sussulta, i muscoli del braccio si contraggono di colpo, ma non emette un suono. Gli occhi neri mi fissano, lucidi di dolore, il suo respiro aumenta di ritmo.
Con due dita sollevo i lembi della stoffa, srotolandola con cura millimetrica. Quando rimuovo l'ultimo strato, la ferita si rivela alla luce grigia del minimarket.
Un taglio profondo, asimmetrico. Un solco irregolare che ha squarciato il muscolo dell'avambraccio esterno. Mentre pulisco i bordi con la garza umida, sento qualcosa grattare contro il tessuto.
Avvicino il viso. Annidati nella carne viva, tra il tessuto arrossato e gonfio, due piccoli frammenti trasparenti.
Vetro. Schegge spesse, conficcate in profondità.
Mi blocco un secondo. La mente torna a tre minuti fa, quando questa ragazzina, con un muscolo lacerato e vetro incastrato nella carne a ogni movimento, ha sollevato una Beretta da quasi un chilo e l'ha tenuta perfettamente ferma, braccio teso, senza un tremore.
Alzo lo sguardo dalla ferita ai suoi occhi. La durezza di prima ha ceduto qualche centimetro, sostituita da una stanchezza sfiancante. Ma il mento resta alto.
Chi diavolo sei, penso, sentendo un rispetto gelido montarmi nello stomaco. Non ho visto questa resistenza al dolore nemmeno nel mio vecchio plotone.
«Hai del vetro nel braccio, Clem.» Uso il suo nome per la prima volta, cercando la pinzetta nel kit.
«Com'è successo?»
Tiene lo sguardo fisso sul soffitto sgretolato e pieno di muffa, la mascella serrata.
«Correvo. Un gruppo di quei mostri mi ha sentita mentre entravo in un altro negozio due giorni fa. Erano in troppi per affrontarli e così sono scappata. C'erano due macchine scontrate, i vetri sparsi dappertutto sull'asfalto. Sono inciampata mentre scappavo e ci sono finita sopra con tutto il braccio.»
«Non contro una finestra, allora.»
«No.» La voce le trema appena. La prima crepa vera. «Pensavo di averle tolte tutte, le schegge. Ho provato a farlo da sola con la luce della torcia, la notte stessa.» Si interrompe. Deglutisce.
«Ma fa più male di quanto pensassi.»
«Almeno non è infetta... finisco io.»
Non risponde. Ma qualcosa nei suoi occhi cede per un istante — non del tutto, solo una fessura minuscola — e per la prima volta da quando è uscita da dietro quello scaffale, sembra esattamente quello che è. Non un soldato in miniatura. Non un animale bastonato. Una ragazzina di quattordici anni, sola in un minimarket abbandonato, che ha passato due notti a scavarsi il vetro dalla carne al buio perché non aveva nessun altro a cui chiedere aiuto.
Le nocche della mano sinistra, quella che stringe ancora la Beretta in grembo, sono bianche. Ma le dita tremano. Non solo per il dolore.
«Non urlo,» dice, la voce che si indurisce di nuovo, come se si accorgesse di essersi scoperta troppo.
«Fai quello che devi fare e basta.»
«Lo so che non urli.» Prendo la pinzetta, la passo velocemente sull'ultimo goccio di alcol rimasto nella fiala. «Ma se ti scappa, Clem, non è un problema. Nessuno qui dentro ti giudica per questo. Nemmeno io.»
Mi guarda un istante di troppo, come se non si aspettasse quella frase da un uomo a cui ha appena puntato un'arma contro il petto.
Poi distoglie lo sguardo, di nuovo verso il soffitto, e stringe i denti.
«Fallo e basta,» dice.
Affondo la pinzetta nella ferita rimuovendo le ultime schegge di vetro.
Poso la pinzetta e prendo ago e filo. L'ago ricurvo entra nella carne. Tiro il filo di nylon, chiudendo i lembi del muscolo spaccato, e per ogni punto che do, Clementine smette di respirare per un secondo, le labbra serrate fino a sbiancare. Non emette un gemito. Stringe gli occhi, il pugno sinistro. Guarda il muro sbrecciato di fronte a lei come se fosse l'unica cosa reale al mondo in questo momento. Dei piccoli irli di dolore le muoiono in gola e poi, come se non riuscisse più a trattenersi, una lacrima le riga il viso.
Quando stringo l'ultimo nodo e taglio il filo con il coltello, la sua pelle è coperta da un velo di sudore freddo. Prendo la garza sterile, la imbevo con l'ultimo fondo di disinfettante e le fascio l'avambraccio con movimenti stretti e precisi.
«Finito,» mormoro, fissando il nastro telato.
«Tra qualche giorno tirerà da matti, ma se lo tieni pulito non fa infezione.»
Clementine abbassa lo sguardo sul braccio. Muove le dita della mano destra, una per una. Fanno male — lo vedo da come le tremano i tendini del polso — ma funzionano.
«Grazie,» dice. È una parola rigida, sputata fuori quasi a malincuore, come se non fosse abituata a usarla.
«Resta seduta qui,» le ordino, raccogliendo il kit e ributtandolo nello zaino.
«Vado a vedere se c'è rimasto qualcosa in questo buco. Non ti frego. Tu promettimi solo di non spararmi quando torno dalla corsia.»
Non risponde, ma non alza l'arma. Per ora, è il massimo di fiducia che posso ottenere.
Mi allontano, addentrandomi nel ventre scuro del minimarket. Gli scaffali dell'area clienti sono stati ripuliti metodicamente anni fa — solo espositori rovesciati e confezioni vuote mangiate dai topi. Mi dirigo verso le doppie porte a spinta sul retro, quelle che portavano al magazzino.
Appena ne varco la soglia, un muro invisibile mi colpisce in pieno viso. L'odore è così denso e acido che mi blocca il respiro in gola. Mi porto istintivamente l'avambraccio sul naso, gli occhi che iniziano a lacrimare. Puzza di morte stagnante, proveniente da una fila di frigoriferi industriali spenti — roba che un tempo conteneva carne e latticini. Senza corrente, sigillati, sono diventati bare di putrefazione liquefatta. L'odore si è infiltrato nell'intonaco, impregnando ogni centimetro d'aria di questa stanza maledetta, facendomi salire la bile in gola.
Respiro a fatica con la bocca mezza chiusa e mi muovo veloce. Oltre i frigoriferi, in un angolo ingombro di scatoloni sfondati, noto qualcosa. Una cassa di legno, mezza coperta da un telone di plastica opaca.
Con un calcio sposto il telone. Sotto, impolverata ma intatta, c'è una scatola di cartone con il logo di una marca di zuppe e fagioli. La apro. Sono lattine impilate, sporche di terra. Scadute. Ma in questo mondo i numeri su un'etichetta non significano un cazzo. Finché la lattina non è gonfia e il contenuto non sa di muffa o di gas, è commestibile.
Prendo l'intera scatola e la porto fuori trattenendo il respiro.
Quando riemergo nella corsia, Clementine è esattamente dove l'ho lasciata. Ha ripreso colore in faccia. Le lancio una delle scatolette. Lei la prende al volo con la sinistra, la studia un secondo, poi mi guarda mentre apro la mia con il coltellino.
Ci sediamo a un paio di metri di distanza, sul pavimento impolverato, e mangiamo in silenzio. O meglio, io mangio. Lei divora. Ingoia i fagioli freddi con una foga quasi animale, raschiando il fondo della latta con le dita pur di non sprecare una goccia del sugo. Ha una fame che scava da dentro, il tipo di fame che ti fa dimenticare chi sei.
«Non hai nessuno a guardarti le spalle, vero?» le chiedo all'improvviso, posando la latta vuota.
Clementine si blocca. Lecca via una macchia di salsa dal pollice, lo sguardo che torna quello duro di prima. «Sono sola.»
«Da dove vieni?»
«Savannah.»
Aggrotto la fronte. Savannah, Georgia. Centinaia di miglia a sud. Un viaggio del genere, per una ragazzina, attraversando interstatali bloccate e boschi pieni di razziatori, è roba da far tremare chiunque.
«Non sei arrivata fin qui da sola,» constato, abbassando la voce. «Chi c'era con te?»
Clem fissa il metallo vuoto della scatoletta per un lungo momento. La maschera dura si incrina, ma solo per un decimo di secondo, prima di rinsaldarsi.
«Kate e James,» dice. Il tono è piatto, come se stesse leggendo un rapporto.
«Eravamo insieme da un po'. Poi, tre settimane fa, sono andati a cercare del cibo e un percorso alternativo perchè il pomte che dovevamo attraversare è crollato. Mi hanno detto di aspettarli, nascosta in una vecchia casa.» Alza gli occhi su di me.
«Ho aspettato quattro giorni. Non sono mai tornati.»
Nessuna lacrima. Nessun tremore nella voce. Sa come funziona questo mondo: se non torni prima entro un paio di giorni, sei morto.
«E dove stavate andando?» chiedo.
«Perché spingersi fin quassù tra le montagne? Partendo dalla Georgia, la costa sarebbe stata la strada più diretta.»
«Non l'abbiamo scelta noi, la strada.» Una vecchia rabbia le indurisce la voce.
«La costa era un macello. Posti di blocco militari abbandonati, gente che sparava a chiunque si avvicinasse senza nemmeno fermarsi a guardare chi fossi. James diceva che tagliare per l'interno, anche se voleva dire allungare il viaggio di molto, ci avrebbe tenuti vivi più a lungo.» Fa una pausa.
«Stavamo andando a New Bern.»
«New Bern?»
«Una comunità, grande,» continua lei, tagliente.
«Dicevano. Vicino alla costa, dove si incontrano due fiumi. James l'aveva sentito su una radio presa da un posto di blocco, mesi fa. Diceva che prendevano chiunque fosse utile.» Stringe le labbra.
«Mi sarei fermata ovunque, prima di arrivare fin qui. Ma non è rimasto niente lungo la strada. Solo disperati che vagano senza meta, o gente che cerca di derubarti, spararti, o peggio. New Bern è la mia speranza.»
New Bern. Il nome mi risuona vagamente familiare — una cittadina sulla costa, alla confluenza di due fiumi, che ho sentito nominare anche come una delle prime sedi del governo della Carolina. Se qualcuno è riuscito a barricarsi in un posto con l'acqua a fare da barriera naturale su più lati, potrebbe davvero aver costruito qualcosa di solido. Di certo è una prospettiva migliore del cratere biologico che probabilmente è diventata Asheville.
Faccio due conti nella testa. Da Savannah a New Bern, seguendo la costa, non sarebbe dovuto essere un viaggio così lungo. Ma niente, in questo mondo, niente va mai come dovrebbe andare. Le hanno sbarrato la strada lungo il mare, deviazione dopo deviazione, finché non si è ritrovata qui, a centinaia di miglia nella direzione sbagliata, incastrata tra le montagne invece che sulla costa che cercava.
Guardo Clementine. I vestiti lerci, la ferita cucita da cinque minuti, gli occhi da veterana in un corpo da ragazzina. Non posso lasciarla in questo posto. Non so nemmeno perché mi importi — non sono un buon samaritano — ma l'idea di vederla uscire da quella porta di vetro sfondata per farsi ammazzare nel bosco mi fa prudere le mani.
«Senti,» dico, appoggiando gli avambracci sulle ginocchia. «Vieni con me.»
Clementine non risponde subito. Resta immobile un momento troppo lungo, gli occhi fissi sulla scatoletta vuota che tiene in grembo, come se la proposta le fosse arrivata in una lingua che deve prima tradurre.
La mano sinistra scivola, lenta, verso l'impugnatura della Beretta. Non la solleva. La sfiora soltanto, un gesto quasi automatico, il modo in cui qualcun altro cercherebbe un amuleto in tasca.
«E dove?» domanda. La voce è meno ferma di quanto vorrebbe farla suonare.
«Hai un'idea migliore?»
«So che quello che sto per dirti non ti farà cambiare idea di colpo,» continuo, più piano.
«Ma c'è un accampamento a qualche miglio da qui. Si chiama Balsam. Non è granché — gente affamata e spaventata che ci sopporta a malapena. Ma ha delle mura, un tetto, e per ora nessuno mi ha ancora sparato nel sonno. C'è anche un'altra persona con me. Una donna.»
Clementine alza gli occhi su di me, sospettosa. «Che tipo di donna?»
È la prima domanda vera che mi fa. Non una difesa. Un piccolo spiraglio.
«Si chiama Meave. Ha la tua stessa faccia, quando la guardi bene — quella di chi ha smesso di fidarsi molto prima di incontrarmi.» Faccio una pausa. «Non ti farà niente. Ha una gamba che fa più pena del tuo braccio, in questo momento.»
Distoglie lo sguardo, verso il buio in fondo alla corsia. La vedo lottare con qualcosa che non è più tattica. È stanchezza vera, quella che si accumula per mesi e che alla fine chiede solo di potersi fidare di qualcuno, anche solo per una notte.
«I gruppi grandi si ammazzano sempre tra loro,» dice, ma la voce ha perso il filo tagliente di prima. Suona quasi come una domanda, come se sperasse che io la smentissi.
«Non è un gruppo grande. E non ti sto offrendo una famiglia, Clem. Non sono bravo in quello.» Mi sporgo un poco di più.
«Ti sto offrendo qualche notte senza dover dormire con un occhio aperto. Il tempo che ti serve per far chiudere quel braccio e rimetterti in forze. Poi te ne vai, se è quello che vuoi.»
Fa una pausa più lunga delle altre. Quando parla di nuovo, la voce le si è ristretta, quasi infantile.
«E se poi non voglio più andarmene?»
La domanda mi coglie alla sprovvista. Non è la Clementine che mi ha puntato una pistola contro un'ora fa. È solo una ragazzina di quattordici anni a cui, forse per la prima volta dopo mesi, qualcuno ha chiesto se le andrebbe di restare da qualche parte, invece di continuare a scappare e basta.
«Allora resti,» dico semplicemente. «Finché vuoi tu.»
«Non hai una meta, tu?»
«Il mio piano originale era Asheville, ma sappiamo entrambi che le grandi città sono fosse comuni. New Bern...» Mastico il nome, valutandolo nella mente.
«Bern è una incognita. Ma è l'unico obbiettivo che ha senso puntare adesso. Se vieni a Balsam e ti rimetti in sesto, quando sarà il momento di partire, potremo viaggiare insieme. Due fucili sono meglio di uno. Se non ti fiderai di me, potrai andartene per la tua strada. Nessuno ti tratterrà.»
La guardo soppesare l'offerta. La stanchezza combatte contro la diffidenza. Guarda la sua benda nuova, poi guarda me. Annuisce appena, un movimento minimo, come se anche solo quel gesto le costasse uno sforzo enorme. Poi, quasi a compensare, la voce le torna dura di scatto.
«Andiamo, Clem.» Le dico. Lei si tira in piedi appoggiandosi al muro, barcollando solo per una frazione di secondo prima di raddrizzare la schiena con un orgoglio feroce che sembra tenerla su più delle sue stesse gambe. Fa scivolare la pistola nei pantaloni, senza fretta, ma senza più quella rigidità di prima.
Recupero il mio zaino e i miei coltelli da terra.
Il viaggio di ritorno verso Balsam è scandito dal rumore sordo degli pneumatici che macinano asfalto crepato e rami secchi. L'abitacolo è gelido, l'aria sa di polvere vecchia e di pino marcio che entra dalle guarnizioni consumate dei finestrini.
Ci rimettiamo in marcia, lancio un'occhiata verso il sedile del passeggero. Clementine è rannicchiata contro la portiera, affondata nel piumino celeste. Tiene la mano sinistra appoggiata sopra la fasciatura fresca, un gesto di protezione quasi inconscio. I suoi occhi scansionano la linea degli alberi fuori dal finestrino con la metodicità di una sentinella. Non si rilassa un istante.
Il silenzio tra noi è pesante, carico della diffidenza tipica di due estranei che potrebbero ancora uccidersi a vicenda al primo movimento sbagliato.
«Non tieni la pistola come una che l'ha trovata per strada ieri,» dico, rompendo il silenzio senza alzare la voce, lo sguardo fisso sulla strada.
«Sai quel che fai con un arma in mano. E non hai la faccia di chi ha imparato a sparare al poligono con il padre la domenica mattina.»
Clementine non gira la testa. Continua a guardare fuori, ma vedo il suo riflesso nel vetro sporco. Si irrigidisce appena.
«Non l'ho imparato al poligono,» risponde, la voce piatta.
«Lo immaginavo.» Faccio girare il volante per schivare la carcassa putrefatta di un errante mutilato.
«Tuo padre era un militare? Un poliziotto?»
La butto lì in modo casuale, lasciandole tutto lo spazio per ignorarmi o mandarmi al diavolo se ho appena toccato un nervo scoperto.
Clem abbassa lo sguardo sulle ginocchia. Per un attimo penso che non risponderà. Poi, con una voce che sembra sforzarsi di restare piatta più di quanto non lo sia davvero, parla.
«Non ho un padre. Non più. E nemmeno una madre. Sono morti dopo poco che questo è iniziato. Avevo sei anni.»
Le parole mi colpiscono con la freddezza di una secchiata d'acqua ghiacciata. Sei anni. A quell'età i bambini dovrebbero piangere perché si sbucciano un ginocchio, non ritrovarsi soli in un mondo che decide improvvisamente di divorarli vivi. Io, a sei anni, giocavo nel cortile dietro casa. Lei, alla stessa età, imparava a nascondersi per non farsi sbranare.
«Mi dispiace,» dico, e per una volta è vero fino in fondo. «Dev'essere stata dura. Come hai fatto a sopravvivere da sola?»
«Non sono rimasta sola a lungo.» Clem si stringe un po' di più nel piumino. «Ho incontrato Marcus.»
«Chi era? Un parente?»
«Un detenuto.» La risposta è secca, quasi una sfida. Si volta a guardarmi, come se si aspettasse un giudizio. «Era in prigione per rapina a mano armata. Quando il mondo è andato all'inferno e le guardie sono scappate, i detenuti sono usciti. Lui mi ha trovata nascosta in casa mia, in un ripostiglio. Ero lì da tre giorni.»
La guardo con la coda dell'occhio. L'immagine di un ex galeotto che, invece di razziare o farsi i fatti suoi, si ferma a raccogliere una bambina di sei anni mi fa pensare a quanto questo cazzo di mondo sia un paradosso continuo. I governi sganciano armi biologiche, i militari disertano, e i criminali diventano padri.
«Marcus mi ha insegnato tutto,» continua lei, la voce che si fa più calda al ricordo.
«È stato lui a darmi la pistola. Mi ha insegnato a sparare, a controllare il respiro, a non fidarmi mai di chi sorride troppo, e a mirare sempre alla testa quando si tratta di quei vaganti.»
«Vaganti?»
«Lui li chiamava così. Perché, tu come li chiami?»
«Erranti!»
«Erranti,» ripete «cosa significa?» domanda.
«Ha lo stesso significato di vaganti, cambia solo la sfumatura. Girano senza meta, d'accordo, ma "errare" è sbagliato, anomalo. E visto che sono nati da una mutazione, mi è sempre sembrato il nome più adatto.»
«Ah, ok!» dice, con un po' di perplessità, come se non capisse il significato di alcune parole. È normale, non ha avuto un'istruzione come ce l'abbiamo avuta tutti, o quasi.
Si toglie il cappellino per un secondo, passandosi una mano tra i riccioli castani, ribelli ma tagliati in modo irregolare, leggermente appiattiti sulla sommità, che cercarono subito di riprendere il loro naturale volume mosso e riccio. Li teneva raccolti alla bell'e meglio in un piccolo nodo basso sulla nuca, ma l'azione liberò diverse ciocche ribelli che le ricaddero disordinate ai lati del viso e sulla fronte.
«Mi tagliava i capelli con un coltello o con delle forbici di fortuna,» mormora, fissando il cappello che stringe tra le mani.
«Diceva sempre che in questo mondo non puoi permetterti di avere niente di bello che ti penda dalla testa. I capelli lunghi sono una condanna. Se qualcuno vuole farti del male, o se un errante ti arriva da dietro, è la prima cosa che afferra per tirarti giù.»
La cassa toracica mi si stringe in una morsa di ferro.
Sposto lo sguardo sulla strada, ma per un istante non vedo l'asfalto sbiadito e rotto. Vedo l'appartamento a Richmond. Vedo Tessa, con la sua cascata di capelli castani che le copriva le spalle, quegli stessi capelli in cui affondavo le mani. Era così fiera della sua chioma. Poi il ricordo vira al nero. Il deposito di legname. La mano grigia che l'afferra per i capelli, la strattona all'indietro, mentre lei grida il mio nome un istante prima che i denti le affondino nella spalla.
Marcus aveva ragione. Aveva ragione in tutto. Quell'ex detenuto sapeva come tenere in vita le persone meglio di quanto sapessi fare io, un operatore delle forze speciali. Io avevo lasciato che Tessa tenesse i capelli lunghi perché la facevano sentire ancora umana. Marcus aveva tagliato via l'umanità da Clementine per farla sopravvivere.
Deglutisco il sapore amaro che mi è salito in gola, stringendo le dita sul volante fino a far sbiancare le nocche.
«Marcus è un uomo intelligente,» dico, con la voce più ferma che riesco a tirare fuori dal petto.
«Ti ha preparata bene, Clem. Nessuno ti metterà le mani addosso.»
Faccio una pausa. Il fuoristrada sobbalza su una buca, le sospensioni scariche gemono.
«E adesso?» chiedo, abbassando il tono, cauto. «Cosa gli è successo? Vi siete separati?»
Il silenzio cala di nuovo, denso, quasi impossibile da respirare. Guardo verso il sedile del passeggero. Clementine ha calato il cappellino sugli occhi. Non si volta verso di me. Ha girato il viso completamente verso il finestrino.
Vedo il suo riflesso sul vetro appannato dal nostro respiro. Ha serrato le labbra, la mascella contratta in uno sforzo enorme per trattenere l'emozione. Una singola lacrima, silenziosa e traditrice, le scivola sulla guancia sporca, tracciando un solco pulito sulla pelle, per poi perdersi sotto il colletto del piumino.
Non si asciuga il viso. Non fa una piega. Si limita a fissare il bosco grigio che scorre accanto a noi sbattendo le palpebre e chiudendosi la tragedia dentro, nell'angolo più oscuro dello stomaco, dove tiene nascosto tutto il resto.
Capisco il messaggio. Ci sono porte che non si forzano.
«D'accordo,» mormoro, senza insistere, riportando l'attenzione sulla strada.
Non dico un'altra parola per il resto del viaggio. Lascio che il rumore del motore copra i nostri fantasmi, mentre Balsam si fa sempre più vicina.
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