Vent'anni: Diario di una detenuta - Cap. 1

di
genere
dominazione

Il furgone blindato frenò bruscamente. I portelloni posteriori si spalancarono. Sudavo, il sudore mi colava lungo la schiena e sentivo un forte nodo alla gola.

Scesi goffamente, insieme alle altre che avevano viaggiato insieme a me. Le catene alle caviglie che mordevano la pelle a ogni passo. Il tintinnio metallico scandiva il ritmo della mia vita che finiva.

«In fila. In silenzio. Muovetevi.» La voce non ebbe bisogno di alzarsi. L'uomo che l'aveva pronunciata non mi guardò nemmeno in faccia: i suoi occhi mi passarono addosso come su un pacco da smistare.

Non tutti, però, erano così distratti. Vicino al muro scrostato, una guardia più giovane masticava una gomma a bocca aperta, e il suo sguardo si prendeva tutto il tempo del mondo.
«Muovete il culo, non ho voglia di restare qui fuori un minuto in più,» sputò, quando i nostri occhi si incrociarono.

Tenni la testa bassa. Non gli avrei dato la soddisfazione di vedermi tremare, anche se dentro tremavo già.

Mi spinsero in una stanza grigia, separandomi dalle altre donne. La stanza era illuminata da una forte luce bianca. L'odore di candeggina mi bruciò le narici prima ancora che la porta si richiudesse alle mie spalle.

«Svuota tutto e mettilo nella cesta,» disse una voce di donna, senza nemmeno guardarmi — come se ripetesse la stessa frase da vent'anni, a facce sempre diverse e sempre identiche.
Le mani non mi sembravano più mie mentre posavo i miei oggetti in quella scatola di plastica. Un paio di orecchini da due soldi. E la foto, stropicciata, i bordi consumati dal portafoglio. Mio figlio Miguel, quattro anni. Gli occhi scuri del mio bambino, per l'ultima volta.
Me la strappò via prima che potessi anche solo salutarlo, infilandola in una bustina trasparente insieme agli orecchini.

«Perdóname, amor mío...» dissi, nella mia testa.

«Al muro. Guarda la macchina fotografica.» Il flash mi bruciò la vista. Di fronte. Di profilo. Da qualche parte, in un archivio, ero già solo un numero.

«Entra nell'altra stanza e spogliati completamente,» disse la donna, tendendomi un sacco di plastica.

Esitai. Un secondo, forse due. Poi entrai. Esitai per qualche altro secondo, ma bastarono a far perdere la pazienza all'agente.

«Ho detto tutto, principessina!» La guardia mi piantò un dito nello sterno. «Che c'è, non capisci la lingua? Preferisci che parli in spagnolo? Portoghese? Ormai le ho imparate tutte.»

«No, capisco... Mi scusi...»
Mi tolsi la maglietta. I pantaloni. Il resto, con le dita che non ubbidivano più. Ogni centimetro di pelle scoperta era un pezzo di me che se ne andava per sempre.

«Adesso guardami, solleva i capelli... Apri la bocca... Tira su la lingua...» Obbedii come un corpo che si muove da sé.
«Ok, faccia contro il muro in fondo. Divarica le gambe. Piega le ginocchia e tossisci forte.»

Tossii: «Cof...»

«Più forte! Forza!»

«COF... COF!»

Si mise un paio di guanti in lattice con un gesto meccanico, come se quella fosse solo un'altra pratica di routine.

«Non muoverti, chiaro?!»

Sentii il freddo del muro contro la fronte mentre lei mi infilava le dita nella vagina e nel culo. Durò pochi istanti, ma a me sembrò interminabile. Cercai di fissare un punto davanti a me, trattenendo il respiro. Ogni secondo scavava un po' più a fondo nella mia dignità, ma quando lei scavò più a fondo feci un passo in avanti.
«Ahi... così mi fa male!»

«Ordini dell'amministrazione,» disse la guardia senza alzare lo sguardo dal fascicolo. «Sei classificata come detenuta ad alto rischio per introduzione di sostanze stupefacenti. La procedura è obbligatoria.»

«Ferma contro il muro. Mani piatte sulle piastrelle.» Non feci in tempo a voltarmi che il getto mi colpì in pieno sulla schiena, gelido, durissimo, uno schiaffo d'acqua che mi spezzò il fiato.
«Girati!» ordinò
Lo feci e mi colpì di nuovo con il getto d'acqua. Mi trattò come se non valessi niente, come se per lei io fossi semplicemente un oggetto da pulire.
Spense l'acqua e, mentre ancora tremavo in modo convulso, paonazza per il freddo, mi spruzzò un liquido chimico sui capelli mossi. Un antipidocchi industriale che iniziò a bruciare sul cuoio capelluto come fuoco. Ma quel bruciore fisico era nulla rispetto all'agonia mentale che mi stava divorando.

«Va bene.» La sua voce rimase piatta, impersonale. «Asciugati e vestiti!»

Mi lanciò un asciugamano ruvido e una divisa sformata blu. La mia nuova pelle.

Una volta finiti i controlli fu una guardia anziana a fermarmi prima del cancello blindato. Teneva la mia cartella in mano, e mi guardò con un disprezzo così controllato da farmi abbassare gli occhi da sola.

«Mendoza, Camila Reyes. Matricola W-84920.» Lesse il nome come si legge un'etichetta.
«Vent'anni. Un fascicolo parecchio pesante per una trentatreenne. Tra qualche anno io me ne vado in pensione... Ti prometto che ti farò mandare una fetta di torta dalla mia festa, così festeggi anche tu il fatto che ti restano diciassette anni da scontare qui dentro.»

Un cenno della mano. «Evans! Portala nel braccio C. Cella 114.»
Evans era l'agente che, appena scesa dal furgone, mi guardava con disprezzo mentre masticava la sua gomma.

Un TLAC sordo liberò la serratura. Poi la porta d'acciaio cominciò a muoversi lentamente con un TRAAAN metallico che sembrava il lamento di una belva.

Lo attraversai portandomi dietro solo la mia vaschetta di plastica con all'interno una divisa di ricambio, l'intimo, asciugamani e un kit base per l'igiene.

Mi voltai un'ultima volta. Il cancello si richiuse alle mie spalle con uno schianto definitivo.

Quel suono mi ricordò i mercati del mio paese, il rimbombo delle grate di ferro che calano sulle gabbie del bestiame al mattatoio. Uno scatto secco, un tonfo di metallo pesante, e la bestia capisce che non c'è più spazio per correre. Mi avevano usata come esca, venduta, e ora mi avevano rinchiusa nella gabbia.
E intanto, là fuori, i servizi sociali si stavano prendendo il mio bambino. I miei vent'anni di condanna significavano che per lo Stato io non ero più sua madre. Gli avrebbero trovato un'altra casa, un'altra vita, un'altra donna da chiamare "mamma". Quando sarei uscita, lui non si sarebbe nemmeno icordato della mia voce.

Il corridoio del Braccio C puzzava di sudore vecchio e di qualcosa che non seppi nominare — forse solo disperazione, condensata nell'aria come umidità. Ogni urlo, ogni pugno sordo contro una porta di una cella mi faceva cedere un poco le ginocchia.

Dietro di me sentivo il fiato della guardia, mi stava attaccato. La sua mano pesante sulla spalla mi spingeva avanti, come un timone.
«Aprite la 114!» ordinò via radio.

La porta scivolò di lato con uno stridio che mi entrò nelle ossa. Un buco di cemento, non più grande del bagno di casa mia. Due letti a castello. Un cesso di metallo senza asse. Un lavandino annerito dal calcare. Quattro materassi.

«Ti piace la tua nuova casa, Mendoza?» domandò Evans. Non risposi.
L'aria mi si bloccò in gola. Tre paia di occhi mi aspettavano già.

Mi spinse dentro con uno spintone sulla schiena che mi fece inciampare in avanti.
«Ecco qui, vi ho portato una nuova amichetta,» annunciò, appoggiato allo stipite con un ghigno soddisfatto.
«Fate le brave, ragazze. Non ho nessuna voglia di ripulire un suicidio dopo un solo giorno dal suo arrivo. Mi fa schifo il sangue.» Poi, guardando dritto verso la cuccetta in basso sulla sinistra: «Petrova, sai come funziona.»
Era una donna sulla sessantina, bianca, aveva i capelli castani, ormai brizzolati, tirati in una crocchia severa, il viso inciso di rughe come crepe. Un libro consumato tra le mani. Alzò gli occhi verso la guardia e gli fece un cenno con la testa e poi tornò subito al suo libro, senza degnarmi di uno sguardo.

Una delle ragazze — ispanica, tatuaggi sbiaditi lungo le braccia, appoggiata al lavandino — schioccò la lingua contro il palato. «Tranquillo, Evans. Sappiamo come si accolgono le nuove,» disse, chiamandolo per nome con una confidenza che mi gelò il sangue più dell'acqua di poco prima. «Dormi sereno.»

«Lo spero, Ramos,» ribatté lui, squadrandomi un'ultima volta prima di colpire la porta con il pugno. «Benvenuta in America, principessa.»

Il cancello si chiuse con uno schianto.

Respirai. Riuscii a fare solo questo. Il panico mi risalì in gola come bile calda. Chiusi gli occhi un secondo — mio figlio, il suo fiato caldo, il mio letto — e quando li riaprii Ramos mi stava già girando intorno, lenta, come uno sciacallo che studia una carcassa prima di scegliere da dove cominciare.

Annusò l'aria vicino al mio viso, il naso arricciato.
«Mmh. Sentite che puzza di terra messicana?» disse, gli occhi che scivolavano sui miei capelli ancora umidi di prodotto chimico. «Una merdosa paisa. Appena scesa dall'autobus dei clandestini, eh?»

Non dissi niente. Tenni lo sguardo sul pavimento, le dita strette sulla vaschetta fino a farmi male.

«Guardami quando ti parlo.» Il dito della ragazza mi si piantò nello sterno. Alzai gli occhi di scatto.

«Regole. Primo: qui non sei nel tuo barrio, e non mi frega un cazzo di chi eri prima che arrivassi qui.» Un passo avanti — invase lo spazio che mi restava.
«Secondo: qui dentro non sei nessuno. Parli solo se ti si chiede qualcosa. Terzo —» il dito premette più forte «— se piagnucoli e mi rompi i coglioni anche solo una volta, ti affogo nel cesso. Chiaro, paisa?»

Annuii, troppo in fretta. Le lacrime mi bruciavano dietro gli occhi; le ricacciai indietro a forza, mordendo l'interno della guancia già ferita. Volevo sparire. Colare tra le fughe delle piastrelle e non esistere più.

Feci un passo avanti, cercando disperatamente qualcosa a cui aggrapparmi. Tre materassi con coperte sgualcite, foto scotchate al muro, vestiti piegati con una cura assurda per un posto simile. Il quarto — il letto inferiore a destra — era completamente nudo. Nessuna coperta. Nessun segno di vita.

Mi avvicinai a quel materasso spoglio, tenendo stretta la mia vaschetta. Ramos non disse niente. Vidi solo, con la coda dell'occhio, l'ombra di un sorriso che le attraversava la bocca — lo stesso sorriso di chi conosce già il finale di una scena e si gode lo spettacolo in anticipo.

Il letto sopra scricchiolò. Solo quello, nessuna parola ancora, ma bastò a farmi gelare i piedi sul cemento.

«No, quel letto è occupato.»

La voce arrivò prima del corpo — profonda, ruvida, senza fretta di dimostrare niente. Mi bloccai a metà movimento, le mani sospese sopra il materasso come se avessi toccato una piastra rovente.

Lei si affacciò dal bordo della cuccetta. Larga di spalle, la pelle scura che brillava di sudore sotto il neon, gli occhi già piantati su di me da chissà quanto. Scese senza fretta, un piede alla volta, ogni movimento calcolato per farmi capire quanto tempo avesse a disposizione. Quando toccò terra mi sovrastava.

«È... è l'unico senza lenzuola,» balbettai, in un inglese imperfetto. Indicai gli altri letti, chiaramente occupati, cercando con gli occhi una logica che qui dentro semplicemente non esisteva.

«Questo è il mio letto.» Lo disse piano. Più spaventoso di qualsiasi urlo.

«Ma tu... dormi lassù,» sussurrai.

Sorrise. Niente calore in quel sorriso, solo denti. «Il mio culo dorme lassù, sì. Questo qui sotto è dove stendo la biancheria bagnata.» Fece un passo avanti — io uno indietro, senza nemmeno deciderlo, il corpo che si muoveva da solo. «È il mio armadio. E non ci voglio il tuo culo sopra.»

«Le nuove dormono lì. Vicino al cesso, dove le spetta.» Si chinò, avvicinando il viso al mio. Sentii il suo respiro caldo, di menta e di qualcos'altro sotto.
«Tra un mese, se ti comporti, magari ti faccio dormire incastrata fra il muro e le mie mutande asciutte. Va bene?»

Una spinta secca sullo sterno — lo stesso punto che Ramos aveva già colpito. Barcollai, mancando la caduta per un soffio, e finii con la schiena contro le sbarre fredde.

Il pavimento sotto di me era grigio, macchiato, gelido anche attraverso la stoffa sottile della divisa. Il mio letto, per stanotte. Forse per sempre. Il pensiero mi schiacciò il petto più di qualunque spinta.

Una risata. Non stridula, non cattiva come pensavo sarebbe stata. Profonda, di pancia, che rimbalzava tra le pareti strette. Alzai la testa di scatto. Brenda si teneva sul ferro del letto a castello con una mano, scuotendo la testa. Vicino al lavandino, Ramos si teneva una mano sulla pancia, ridacchiando sotto i baffi.

Brenda mi si avvicinò, ma qualcosa nel suo modo di muoversi era cambiato — non più il predatore di un minuto prima. Mi tese una mano enorme, il palmo verso l'alto.
La fissai senza toccarla. Non mi fidavo. Aspettavo il calcio dopo la carezza, come un cane che ha già imparato come va a finire.

«Forza, ragazza. Alzati da lì.» Ruvida, sì. Ma con qualcosa di scherzoso sotto.
Allungai la mano, tremante. Lei mi tirò su come se non pesassi niente.

«Tranquilla, paisa. Calmati, era solo un modo per metterti alla prova.» L'accento ispanico di Ramos si era già sciolto in qualcosa di più morbido, più familiare.
«Lo facciamo a tutte le nuove. Dobbiamo capire con chi abbiamo a che fare: una che crolla, una che cerca rogne, o una spia. Tu hai superato il test. Bocca chiusa, testa bassa. Bene.»

Brenda mi diede una pacca sulla spalla che quasi mi rimandò a terra. «La tua roba va su quel letto. Niente mutande bagnate, promesso. Io sono Brenda — per le amiche, Big B. Tieni pulito il tuo angolo, non urlare nel sonno, e per me va bene così.»

«Yésica,» disse, chinò la nuca di lato mentre si presentava.
«O Yaya, se preferisci. Quando ti serve qualcosa in questo buco: sapone decente, un assorbente... vieni da me.»
Per la prima volta da ore, l'aria mi arrivò fino in fondo ai polmoni. Stavo per dire grazie, ma un tonfo secco mi fece voltare.
La donna sul letto in basso aveva chiuso il libro di scatto, posandolo sulla pancia.

«E io sono stufa di queste stronzate da cortile dell'asilo.» Voce bassa, tagliente, un accento dell'Est Europa che scivolava tra le parole come una lama tra le costole.

Vidi Brenda e Yésica ammutolirsi insieme. Nessuna delle due fiatò, e quel silenzio diceva più di qualsiasi presentazione.
La donna si voltò verso di me, piano. Occhi chiari, incastonati in una rete di rughe — non cattivi, solo stanchi di tutto quello che avevano già visto.

«Sono Tatiana.» Scandì ogni sillaba come se contasse.

«Trent'anni in questa gabbia. Non partecipo ai teatrini, e i giochi di potere delle ragazzine non mi interessano.» Una pausa, e sentii ogni parola incastrarsi al suo posto. «Voglio solo stare in pace. Ricordati una cosa sola: chi mi lascia in pace, vive in pace. Chi mi manca di rispetto finisce in infermeria. O peggio. Intesi?» Annuii.

«Bene.» Riaprì il libro esattamente alla pagina di prima. «Benvenuta nella 114. Come ti chiami?»

«Camila... Camila Reyes.»

L'aria della cella cambiò forma non appena l'adrenalina si ritirò. Dietro di me sentivo l'acqua scrosciare nel lavandino, il profumo dolciastro di un sapone industriale. Le molle sopra la mia testa scricchiolavano ogni volta che Brenda si spostava.

Io avevo solo la mia vaschetta, poggiata sul materasso nudo. Il lenzuolo ruvido tra le mani, e nessuna idea da dove cominciare per far diventare quel pezzo di gommapiuma qualcosa che assomigliasse a un letto.

«Allora, Mendoza...» Yaya si asciugava il viso con uno straccetto grigio, appoggiata al lavandino, le braccia incrociate. «Che cazzo hai combinato per finire in un buco di merda come questo?»

Le mani mi si fermarono sul lenzuolo. Il cuore fece una capriola. Dirlo ad alta voce lo rendeva vero in un modo nuovo, più definitivo.

«Droga,» mormorai. La voce mi tremava. «Trasporto. Non gestivo niente io, mi hanno usata come corriere per il cartello. Sapevo che era rischioso, ma... ci servivano i soldi.» Deglutii. Le parole che seguirono mi uscirono più piccole di quanto avessi voluto.
«Vent'anni. Il giudice mi ha dato venti'anni.»

Il numero rimase lì, a mezz'aria, come se nessuna sapesse bene dove appoggiarlo.

«Vent'anni per un trasporto?» Da sopra, il fiato di Brenda si fermò un istante — un sibilo breve, quasi involontario.

«No, non solo. Mi hanno accusata di traffico internazionale, associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e... immigrazione irregolare.»

«Porca puttana, ragazza... non vogliono proprio farti uscire, eh?»

Non mi lasciai il tempo di reggere il silenzio che seguì. «L'ho fatto per lui,» continuai, la voce che si rompeva a ogni parola. «Mio figlio. Miguel. Ha quattro anni. Volevo solo portarlo via da Tijuana, pagargli la scuola, vestiti che non fossero scarti di qualcun altro. Volevo dargli un futuro, e invece...»

Non finii la frase. Tutto il peso di quegli anni mi cadde addosso in una volta sola. Lasciai andare il lenzuolo, mi sedetti sulla branda sfatta e mi coprii la faccia con le mani, cercando di tenere dentro i singhiozzi che spingevano per uscire.

Nessuna rise. Nessuna disse che ero debole.

«I figli ti fottono il cervello, sempre.» Il tono di Yaya si era ammorbidito, quasi dolce. Si sedette sul bordo del mio letto — vicina, ma non troppo. «Vent'anni... Il mondo è proprio uno schifo.»

Rimase così, senza aggiungere altro, come se sapesse che in quel momento le parole servissero a poco.

Quando finalmente alzai la testa, sentivo il bisogno di sapere che non ero la sola ad aver lasciato qualcosa fuori da quelle mura.
«E voi?» chiesi, tirando su col naso. «Perché siete qui?»

Yaya scrollò le spalle, come se la domanda non le costasse nulla. «Spaccio e aggressione aggravata. Ho spaccato la faccia a uno stronzo che se lo meritava. Un mezzo sorriso le increspò le labbra.
«A me è andata meglio delle altre, però: mi restano otto mesi, poi torno a respirare aria pulita.»

Alzai gli occhi verso la cuccetta sopra di me. Brenda si era girata su un fianco, il viso appena visibile nella luce del neon.

«E tu, Brenda?»

Ci fu un attimo di silenzio prima che rispondesse, come se stesse decidendo quanto valesse la pena raccontarmi.
«Rapina a mano armata,» disse alla fine, la voce che scendeva lenta e pesante. «Le cose sono andate a puttane. Un ostaggio ci ha lasciato le penne.» Una pausa più lunga delle altre. «Non tutte siamo fortunate come Yaya. Il cielo aperto non lo rivedo così in fretta.»

Capii, in quel momento, da dove veniva tutto quel rispetto per Big B.

Il silenzio tornò, ma diverso, stavolta — più pesante, quasi in attesa. I miei occhi si spostarono, quasi da soli, verso il letto in basso a sinistra. Tatiana non aveva alzato la testa dal libro per tutto il tempo, ma qualcosa nella sua immobilità mi disse che aveva sentito ogni singola parola.

Incontrai lo sguardo di Yaya per una frazione di secondo. Lei scosse impercettibilmente la testa. Non farlo, diceva. Ma la curiosità, o forse solo la stanchezza di chi ha già perso tutto quello che aveva da perdere, fu più forte della prudenza.

«E tu, Tatiana? Cosa hai fatto per meritarti trent'anni?»

Il fruscio della pagina si interruppe. Tatiana non alzò subito gli occhi: finì la riga che stava leggendo, poi un'altra, con una calma che mi fece capire quanto poco le importasse della mia impazienza. Solo dopo posò il libro, aperto, sulla pancia.

«Io non ho mai venduto niente che si potesse tagliare o iniettare,» disse, con una voce bassa e tagliente. «Vendevo qualcosa che nessun uomo con una famiglia e una carriera avrebbe mai ammesso di aver comprato.» Un accenno di sorriso, senza un grammo di allegria. «Case private. Feste esclusive. Ragazze bellissime e discrete, per uomini importanti: giudici, politici, un paio di capitani di polizia.» Fece una pausa, come per lasciarmi il tempo di capire dove stesse andando. «Ma i soldi veri non li facevo lì.»

Aspettai, senza fiato, che continuasse.

«Un giudice compiacente vale più di qualsiasi bustina di coca. E io, per anni, ne avevo tre in tasca. Quando capitava un pezzo grosso lo ricattavo filmandolo mentre consumava un rapporto con una delle mie splendide ragazze.»

Un brivido mi corse lungo la schiena, e non aveva niente a che fare con il freddo del cemento.

«Il resto non ti serve saperlo dato che sono qui a raccontarlo.»

Riprese il libro, esattamente da dove l'aveva lasciato, come se avesse deciso lei, non io, dove doveva finire quella conversazione.

Fu solo più tardi, mentre finivo di stendere il lenzuolo sul materasso nudo, che Yaya si sporse verso il mio orecchio, la voce ridotta a un filo. «Una notte...» sussurrò, «ha accoltellato una guardia che ha cercato di stuprarla.» Lanciò un'occhiata verso il letto in basso a sinistra, dove Tatiana voltava pagina come se nulla al mondo potesse toccarla. Si tirò indietro, gli occhi ancora fissi su di lei. «Ecco perché qui dentro nessuna le rompe i coglioni. Nemmeno le guardie.»

Il silenzio si posò sulla cella come polvere. Quattro vite diverse, chiuse negli stessi pochi metri quadrati. E io, che fino a poche ore prima pensavo che vent'anni fossero la cosa più pesante che una persona potesse portare sulle spalle.

Le ore erano scivolate via senza che riuscissi a contarle davvero. Il lenzuolo, almeno, l'avevo steso. Storto, con una piega che continuava a rialzarsi proprio al centro, ma steso. Il resto no. La vaschetta era ancora lì con tutto quello che mi avevano dato buttato alla rinfusa, l'asciugamano appoggiato sul bordo del letto, il sapone e la carta igienica che nessuno mi aveva detto dove mettere, erano ancora lì dentro.

Dietro di me, Yaya si intrecciava i capelli davanti al pezzo di specchio graffiato sopra il lavandino, veloce, senza nemmeno guardarsi. Sopra, le molle del letto di Brenda scricchiolavano ogni volta che si voltava, in cerca di una posizione qualsiasi per un corpo troppo grande per quello spazio.

Io ero ancora lì. Seduta, immobile, le mani premute sul viso come se potessi tenere dentro tutto quello che stava per uscire.

Ogni tanto, tra una pagina e l'altra, avevo sentito gli occhi di Tatiana posarsi su di me un secondo più del necessario, per poi tornare al libro, come se stesse ancora decidendo qualcosa. Quella volta, però, non tornarono a leggere.

Sentii il suo materasso scricchiolare, un suono diverso da tutti gli altri, perché per la prima volta da quando ero entrata in quella cella, si stava muovendo. Il libro si chiuse con un colpo secco. Passi lenti, misurati, sul cemento.

Non alzai la testa nemmeno quando la sentii fermarsi davanti a me. Fu lei a decidere per me: due mani secche, forti, mi staccarono le dita dal viso senza violenza ma senza lasciarmi scelta.

«Guardami.»

Alzai gli occhi. Da vicino, il suo viso era una mappa di rughe che raccontavano più anni di quanti io ne avessi vissuti.

«Ascoltami bene, perché non lo ripeto due volte.» La voce di Tatiana non aveva niente della dolcezza di Yaya, niente del peso di Brenda. Era piatta, precisa, come chi ha già visto la fine di questa scena troppe volte per perdere tempo a essere gentile. «Qui dentro le prime a cadere sono sempre le deboli. Non le cattive, non le furbe. Le deboli. E tu, in questo momento, hai tutta l'aria di una debole.»

Non seppi cosa rispondere. Non mi lasciò il tempo di provarci.

«Primo problema.» Mi lasciò le mani e con un gesto secco indicò la cella intorno a me, la vaschetta rovesciata, il sapone perso, l'asciugamano buttato a caso. «Quella roba deve essere a posto prima della conta. Vaschetta sotto il letto. Asciugamano piegato, non buttato come uno straccio. Se ti trovano così, non ti sgridano, ti fanno rapporto. E un rapporto nella prima settimana ti segna.»

Mi voltai a guardare il disastro attorno a me come se lo vedessi per la prima volta.

«Secondo problema. Più grosso.» Non aspettò che finissi di guardare. Mi prese di nuovo il viso, due dita sotto il mento, forzandomi a tenere gli occhi sui suoi. «Evans.»

Rimasi ferma, sapevo di chi parlava.

«Lo conosco da quando è entrato qui, ancora con la faccia da ragazzino e la divisa sempre stirata.» Nessuna esitazione nella sua voce, nessuna rabbia.
«L'ho sentito oggi, quando ti ha lasciata alla porta. "Principessa."» Lasciò che le sue stesse parole restassero a mezz'aria un secondo, come prove già esibite in un processo.
«Tu forse ci hai sentito solo cattiveria. Io ci ho sentito una scelta. Non prende quelle che urlano, non prende quelle con la lingua lunga. Prende quelle che hanno paura e non sanno ancora come nasconderla. E tu, sei esattamente il suo tipo.»

Un brivido gelido mi risalì dalla base della schiena.

«Non ti sto raccontando una favola per farti stare attenta,» continuò, senza staccare gli occhi dai miei. «Lui aspetta. Si prende il suo tempo. E un giorno ti chiede un favore piccolo... portare qualcosa in infermeria, fermarti un attimo in un luogo appartato perché ti deve dire una cosa. Da sola. Senza testimoni.» Una pausa, breve, calcolata. «Tu dici di no. Sempre. Anche se te lo ordina. Anche se rischi un foglio disciplinare. Meglio un rapporto in più che restare chiusa in una stanza con lui. Capito?»

Annuii. Non riuscivo a parlare.

«Non annuire come una bambina spaventata. Dimmelo!» La voce non si alzò, ma qualcosa nel tono mi disse che quella sarebbe stata l'ultima volta che me lo avrebbe chiesto con gentilezza.

«Ho capito,» dissi. Mi uscì più ferma di quanto pensassi possibile, in quel momento.

Tatiana annuì una volta, come chi archivia una pratica risolta, e mi lasciò il viso. Si era già voltata verso il suo letto quando aggiunse, senza girarsi: «Sistema quella roba adesso. Il giro passa tra poco, e io non ripeto le cose una seconda volta.»
Tornò al suo materasso, si sedette, riaprì il libro esattamente alla pagina dove l'aveva lasciato — come se niente di quello che era appena successo meritasse di essere ricordato più del tempo necessario a dirlo.

Restai a fissarla un secondo di troppo. Poi mi mossi. Sistemai tutto: vaschetta sotto il letto. Asciugamano piegato in quattro. Il sapone incastrato nell'angolo.
Le mani, mentre lo facevo, tremavano ancora. Ma si muovevano.

Poi arrivò la notte. Buio non voleva dire silenzio, l'avevo già capito. Quando i neon si spensero con un ultimo ronzio elettrico, il cortile mandò dentro strisce di luce ambrata attraverso le sbarre.

Senza gli occhi a occuparmi, fu l'udito a prendere il comando. Sopra di me il respiro di Brenda si era fatto profondo, irregolare; ogni volta che si girava, le molle del letto gemevano sotto il suo peso. Dall'altra parte della cella, Tatiana non faceva rumore, niente, come se il suo materasso fosse vuoto.

Fuori dalla nostra cella, invece, il carcere non dormiva affatto.
Clack, clack, clack.
Gli anfibi delle guardie sul ballatoio di metallo, il tintinnio delle chiavi a ogni passo. Da qualche cella più in là una donna si mise a urlare, parole senza senso, rabbiose. Il colpo secco di un manganello contro le sbarre rispose subito, insieme a una voce stanca:
«Chiudi quella cazzo di bocca!»
Qualcuno russava come se avesse ghiaia in gola. Qualcun altro si lamentava, crampi da astinenza, forse.

Fu ascoltando loro che mi crollò addosso, tutto insieme.

Mi strinsi le ginocchia al petto. Rannicchiata nella mia brandina. Il viso di Miguel mi apparve dietro le palpebre, il sorriso storto, le mani sporche di pennarello sul tavolo della cucina.

Il petto si contrasse da solo, uno spasmo che non controllavo. Afferrai l'asciugamano e me lo premetti sulla faccia, i denti che affondavano nella spugna. Non volevo svegliare nessuno. Ma le spalle presero a sussultare comunque, i singhiozzi che mi graffiavano la gola.
Un fruscio. Qualcosa si mosse dalla brandina in alto a sinistra.

Yésica scese dal suo letto e si accovacciò accanto al mio, il viso illuminato di taglio dalla luce ambrata della finestra.

Mi bloccai, l'asciugamano ancora premuto sulla bocca. Avevo paura di averla fatta incazzare.

«Camila,» disse, sottovoce. «Guardami.»

Allentai la presa. Aprii gli occhi, gonfi, che bruciavano.

Mi sfiorò il braccio. «Tranquilla. Abbiamo pianto tutte, la prima notte.» Una pausa. «Tutte quante. È normale, cazzo.»

«Non... non volevo svegliarvi,» mormorai, tirando su col naso.

«Non hai svegliato nessuno. Big B dorme come un orso. Petrova dorme come chi non ha più niente da perdere.» Si sedette sul bordo del letto dandomi le spalle. Rimase zitta un momento. «La mia prima notte qui non ho chiuso occhio. Ripensavo a tutto... alle cazzate che avevo fatto, ma pure alle cose stupide. Un panino mangiato in macchina. Roba del genere.» Si morse l'interno della guancia. «E piangevo pure io.»

Mi asciugai le guance col dorso della mano. «Per la paura?»

Scosse la testa. «No. Di questo posto di merda non me ne frega un cazzo. Piangevo per quello che c'era fuori, che sapevo di non poter più toccare.» Mi guardò, e per un attimo, nei suoi occhi, vidi lo stesso identico dolore che avevo io. «Tuo figlio? Com'è?»

Sentire nominare Miguel, ad alta voce, in quel buco, mi spezzò del tutto. «È... è perfetto,» balbettai. «Si chiama Miguel. Ha gli occhi grandi, quasi neri. Testardo da morire. Gli piace giocare con i trenini.» Un singhiozzo mi squarciò il petto. «Non lo rivedrò più. Se esco viva, lui avrà ventiquattro anni. Sarà un uomo. Si sarà scordato il mio odore, la mia voce. Mi odierà. Penserà che l'ho abbandonato... o che non me ne fregava niente di lui.»

Affondai il viso nell'asciugamano e mi girai dando le spalle a Yésica.

La sua mano si chiuse attorno al polso. Una presa stretta, decisa, e per un istante, non fu più la sua. La sua voce si abbassò piano, fino a scomparire.

***
Gonzalo mi teneva i polsi premuti contro il materasso, spingendo dentro di me con colpi crudi, profondi. Era un bisogno grezzo, affamato, che io mi illudevo fosse qualcosa di più. L'odore di gomma bruciata saliva dall'officina al piano di sotto, mescolandosi a quello pungente del nostro sudore. Non so di preciso cosa provassi per lui... sapevo benissimo cos'era: un ragazzino esaltato che giocava a fare il sicario per il cartello, uno a cui piaceva sbattersi le puttane e fare soldi facili. Ma a volte, come in quel momento, il suo fiato caldo sul mio collo, il modo in cui mi guardava negli occhi, senza distogliere lo sguardo, e il modo in cui mi baciava mentre mi scopava, mi facevano sentire viva. Non un giocattolo sessuale a ore. Non uno straccio per pulire i pavimenti. Una donna.
La presa sui miei polsi era forte, mi impediva di muovermi e io gemevo mentre continuava a scoparmi e baciarmi.
​Venne con un gemito acuto, schiacciando il petto sudato contro il mio. Per un istante, il suo peso su di me mi sembrò un rifugio. Poi si scostò. L'illusione svanì nel momento esatto in cui l'aria fredda del ventilatore mi colpì la pelle bagnata.
​Fu in quel momento che glielo dissi. Lì, nella stanza sopra il negozio di pneumatici, quella che pagava lui e non io. L'unica in cui non contavo i minuti sull'orologio del comodino.
​«Gonzalo, io... io, sono incinta.»
​Lo dissi piano, quasi con timidezza, la stessa voce che avrei usato per dirgli che fuori pioveva. Dentro, però, speravo. Speravo in un sorriso, in una mano sulla pancia, in qualcosa che assomigliasse anche solo lontanamente a un futuro.
​Gonzalo non si mosse dal bordo del letto. Il silenzio durò troppo per essere un buon segno.

​«Non ho capito, ripetilo,» disse. Non era una domanda.

«Sono incinta... è tuo!»
​Si alzò. Cominciò a vestirsi con movimenti troppo precisi, troppo calmi, il tipo di calma che fa più paura di un urlo. Tirò su la zip dei pantaloni con uno scatto secco. Afferrò un rotolo di banconote dai jeans e me le lanciò addosso. Quattromila pesos mi colpirono il petto nudo e scivolarono sulle lenzuola. Erano molti di più di quelli che prendevo per una notte. Erano i soldi per lo smaltimento.
​«Non è un mio problema. Con tutti i cazzi che prendi come fai a essere sicura che sia mio?» disse, senza guardarmi, allacciandosi la cintura.
«Prendi quei soldi e sparisci. Tienilo, se vuoi. Abortisci, se pensi di non poterlo tenere, ma non venire a cercarmi, chiaro?!»
​Rimasi immobile, non so perché... perché sperassi in qualcosa di impossibile.

«Gonzalo, per favore... aspetta» dissi, odiandomi già per quanto suonava patetico. Mi tirai il lenzuolo sul seno, improvvisamente consapevole di essere nuda, sporca e vulnerabile.
«Pensi che a me piaccia questa vita? Che lo faccia solo per soldi? Lo faccio perché non ho altra scelta per vivere. Non ti faccio neanche pagare tutte le volte.»
​Come se fosse quella la prova. Come se bastasse non essere stata pagata, qualche volta, per essere stata amata.
​Si voltò, finalmente. La sua mano si fermò sulla maniglia della porta. Mi guardò dall'alto in basso, come si guarda uno scarafaggio rimasto schiacciato sotto la suola della scarpa.
Venne verso di me, mi spinse giù sul materasso e avvicinò il suo viso al mio.

«Non sei niente per me, sei solo una delle tante che mi piace sbattere di tanto in tanto. Il nostro rapporto inizia quando ti chiamo e finisce quando ti pago, se mi va di pagarti. Oggi è finito definitivamente.»
L'altra mano afferrò la pistola che teneva nella parte posteriore dei pantaloni e me la puntò sotto il mento.
«Non voglio più vederti! Se mi cerchi sistemerò la cosa a modo mio.»
​«Basura humana.» Lo disse piano, quasi con dolcezza, ed era proprio quella dolcezza a fare più male di uno schiaffo. «Eso es lo que eres.»

​Spazzatura umana. Ecco cosa sei.

​Se ne andò senza chiudere la porta. Fu il vento a richiuderla, più tardi, con un colpo secco che per un istante scambiai per uno sparo.

***

«Ehi, mi stai ascoltando?» Yésica mi scosse con le mani, la voce non aveva più niente di morbido.

«Sì, sì... ti ascolto.»

«Sì, ti hanno tolto vent'anni. E questo posto farà di tutto per convincerti che sei già finita. Un fantasma.» Mi tirò leggermente verso di sé. «Ma tu non sei un fantasma. Sei sua madre. Se molli, se ti fai mangiare da qui dentro... allora sì che lo perdi per sempre.»

Non dissi niente. Non ci riuscivo.

«Vuoi rivederlo? Vuoi uscire da quel cancello e piantarti davanti a lui, da donna libera, e dirgli come sono andate veramente le cose?» Una pausa. «Allora stanotte piangi pure. Va bene, piangi quanto vuoi. Ma domani la testa la alzi. Qui dentro si vive solo se hai un motivo. Tu ce l'hai. A differenza di chi non ha più niente. Il tuo motivo si chiama Miguel.»

Il tono, più delle parole, mi fermò le spalle a metà di un sussulto. Aveva ragione.
Annuii nel buio, stringendole il polso un secondo. «Da domani,» sussurrai. La voce, ancora, si fece un po' più ferma rotta.

Yésica lasciò la presa. Un mezzo sorriso, appena visibile nella penombra. «Respira, paisa. Dormi, se ci riesci. Domani la sveglia è alle sei.»

Tornò al suo letto senza far rumore.

Rimasi a fissare il buio sopra di me, la sagoma del materasso di Brenda. I suoni del Braccio C continuavano, una porta lontana, un lamento, il ronzio di un quadro elettrico. Strinsi i pugni sotto la coperta sottile. Di nuovo il sorriso di Miguel, dietro le palpebre. Avevo un compito. Sopravvivere. Per lui.
Chiusi gli occhi, ma non riuscii a dormire quella notte.

CONTINUA...
scritto il
2026-08-02
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