Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 7
di
Michael035
genere
fantascienza
***
Il caldo mi investe prima ancora che riesca a capire dove mi trovo.
Sotto la schiena sento il ruvido familiare della coperta militare – la riconoscerei a occhi chiusi, quella trama grossa, quella bruciatura di sigaretta vicino all'orlo che mi porto dietro da anni. Ma quando affondo le dita per cercare un appiglio, sotto la stoffa non trovo il materasso sottile dell'appartamento di Richmond. Trovo paglia. Steli secchi che pungono i palmi, che scricchiolano a ogni movimento, e da qualche parte, troppo vicino per essere normale, il vento che fischia contro delle lamiere ondulate. Un suono che non ha niente a che fare con una città. Ha a che fare con una montagna, con un fienile, con un mondo che ancora non esiste.
Non ci penso.
Non riesco a pensarci, perché Tessa è sopra di me, e il resto smette di avere importanza.
La sua pelle brilla di sudore alla luce tremolante di un neon in fin di vita. Ha le ginocchia ai lati dei miei fianchi, i muscoli delle cosce tesi in un ritmo lento e implacabile che mi sta prosciugando il cervello un pensiero alla volta. Le mie mani scivolano sui suoi fianchi, si stringono nella carne calda, la spingono giù con un'urgenza che non ha niente di gentile. Stiamo facendo l'amore, sono dentro di lei.
Tessa si piega in avanti, i capelli castani che le cadono a cascata intorno al viso, chiudendoci in una tenda privata che isola tutto il resto del mondo in rovina. Per un istante, un solo istante che scompare prima ancora che io riesca a fermarlo, la luce le attraversa le iridi accentuando quegli occhi verdi che amo più di ogni altra cosa. Poi preme le sue labbra sulle mie. Sento la sua lingua che si scontra con la mia e lei che preme con più forza contro la mia bocca.
Ci baciamo con la fame di chi sa che il tempo è una risorsa in esaurimento. Sotto il profumo della sua pelle pulita, per un secondo assurdo, mi sembra di sentire l'odore di fieno e olio da fucile. Non ci faccio caso. In questo momento non c'è spazio per fare caso a niente che non sia lei.
Da qualche parte, fuori dal nostro campo visivo, qualcosa sbatte piano contro il legno. Un colpo secco. Poi un altro, lento, trascinato dal vento. Dovrebbe essere impossibile. Nel nostro appartamento non c'è niente che possa fare quel rumore. Ma il pensiero mi sfiora appena e scompare, inghiottito dal suo respiro contro il mio.
«Si! Trevis... Si» ansima contro la mia bocca. Non è un gemito romantico. È disperazione pura, lo stesso tipo di fame che ci tiene aggrappati l'uno all'altra come due condannati che rubano l'ultimo minuto prima dell'esecuzione. Io sono un disertore che ha sputato sulla propria piastrina nel fango di un fronte che non credeva più giusto. Lei è la donna per cui sono tornato, sapendo di portarmi dietro un bersaglio sulla schiena. Non abbiamo domani. Forse non abbiamo nemmeno stanotte. Ogni spinta è amore puro.
«Ah... Sì, Sì... amore, Sì» ansima ancora
«Ti amo Tessa, vieni qui» dico, riportando le mie labbra sulle sue.
Il rumore dei nostri corpi riempie la stanza, un suono ritmico che per un momento riesce a coprire il ronzio di fondo di un mondo che sta collassando oltre le pareti. Ma ai margini della tenda di capelli scuri, oltre il fiato corto di Tessa, qualcosa gracchia piano nell'angolo della stanza.
La radio a onde corte. Accesa. Sempre accesa.
Dovrebbe essere solo rumore bianco, la colonna sonora a cui abbiamo fatto l'abitudine da giorni. Tessa non la sente nemmeno, o finge di non sentirla, il ritmo dei fianchi che si fa più insistente, le unghie che mi segnano il petto in cerca di un appiglio.
Ma io ascolto. Il disertore in me cerca solo l'oblio tra le sue gambe. Il soldato addestrato dalle forze speciali non smette mai di ascoltare, nemmeno quando vorrebbe.
La statica si pulisce di colpo. Una voce maschile, calma con quella calma artificiale e professionale tipica dei comunicati ufficiali, taglia l'aria della stanza.
«...ripetiamo il comunicato congiunto del Comando Atlantico. Le forze della Federazione Russa e della coalizione asiatica hanno sfondato il fronte del Reno. Il ritiro delle truppe statunitensi dal territorio Francese, Spagnolo e Portoghese, prosegue in modo ordinato, ma la NATO nella sua forma storica deve considerarsi, a tutti gli effetti, non più operativa.»
Il mio bacino rallenta senza che io lo decida.
«In questo scenario di collasso generalizzato dell'Alleanza,» continua la voce, «solo due nazioni europee mantengono un fronte compatto e organizzato. Le forze congiunte italo-tedesche, sotto comando unificato, continuano a respingere ogni tentativo di penetrazione lungo la linea alpina. I massicci investimenti militari congiunti dell'ultimo decennio hanno trasformato Germania e Italia nell'ultimo vero scudo d'Europa.
Roma, in particolare, si conferma la piazzaforte più blindata del vecchio continente. Il perimetro attorno alla Città Eterna e al Vaticano resta invalicabile, e le sue riserve strategiche — energetiche, logistiche, diplomatiche — sono oggi il vero fulcro della resistenza occidentale.»
Tessa continua a non ascoltare. Si morde il labbro inferiore, il viso stravolto dal piacere, scivolando su di me, inondata dal suo stesso sudore e dalla voglia di finire. Ma i miei muscoli iniziano a irrigidirsi. Il mio bacino rallenta impercettibilmente la spinta.
«Trevis...» Tessa apre gli occhi, li sente stringersi attorno a me, sente il ritmo incrinarsi. Mi bacia il collo, un tentativo disperato di riportarmi lì, sul nostro materasso. Mi morde il collo, poi sale fino al mio orecchio
«Non fermarti adesso. Ti prego.»
Vorrei. Cristo, vorrei più di ogni altra cosa al mondo restare in quella stanza, dentro quel corpo, lontano da tutto il resto. Ma la voce si alza, ed è come se l'altoparlante fosse premuto contro il mio orecchio, mescolata in modo assurdo al fruscio della paglia sotto la coperta.
«E in questo quadro di resistenza totale, il Pentagono comunica oggi quello che verrà ricordato come il più grande successo strategico dall'inizio del conflitto. L'operazione CHIMERA, sviluppata in collaborazione con i laboratori DARPA, è stata eseguita con una precisione chirurgica senza precedenti nella storia militare moderna.»
Il cuore mi perde un battito. Poi riparte con una violenza che mi scuote la cassa toracica.
«Il Presidente della Federazione Russa, Dmitri Vostrikov, e il Comandante Supremo delle forze cinesi, Generale Xu Jian, sono stati neutralizzati. Le strutture di comando nemiche versano nel caos totale. L'agente è stato somministrato con un controllo assoluto, senza alcuna dispersione incontrollata registrata. L'operazione CHIMERA è un successo senza precedenti.»
Per il mondo là fuori, per i civili barricati nelle cantine o bunker, per quella voce trionfante alla radio, questa è la strada della vittoria. La riscossa, dopo anni passati a un passo dall'annientamento.
Ma io so cos'è CHIMERA. L'ho vista nascere sui tavoli della DARPA prima di sputarci sopra e disertare nel buio. So che non elimini due uomini scortati come dei, a metà mondo di distanza, con un drone o un missile convenzionale. Non ci arrivi con il piombo. Ci arrivi con qualcosa che non si vede. Qualcosa che si infila nei condotti d'aria e non chiede il permesso a nessuno di fermarsi solo perché il bersaglio è stato colpito.
Loro dicono controllo assoluto.
Io so che niente, in questo mondo, resta mai sotto controllo per molto tempo.
Il calore del corpo di Tessa, fino a un secondo fa l'unica cosa reale in questa stanza, adesso mi brucia addosso come qualcosa di sbagliato. Il panico mi si inietta nelle vene con la stessa freddezza con cui la radio ha appena pronunciato quella frase.
Le mie mani si chiudono sui suoi fianchi. Non più per tirarla a me. Per fermarla.
«Trevis, mi fai—»
Non la lascio finire. La sollevo di peso, la sposto di lato con uno strattone che non ha nulla di erotico, solo l'urgenza brutale di chi ha appena sentito il mondo cambiare per sempre. Tessa cade sulla coperta, le ginocchia che sbattono contro qualcosa di duro, sollevando un filo di quella paglia che non dovrebbe esistere in un appartamento a Richmond.
L'eccitazione le muore in faccia, sostituita da uno shock puro. Si tira indietro i capelli con una mano che trema, gli occhi verdi, ridotti a due fessure di rabbia e confusione.
«Che cazzo ti prende?» La voce le si incrina. Si copre il petto con un braccio, non per pudore, ma per un rifiuto improvviso e gelido. «Ci stavo arrivando, Trevis! Che diavolo fai?»
***
L'aria fredda mi entra nei polmoni come una lama prima ancora che apra gli occhi del tutto.
Non c'è calore. Non c'è pelle di Tessa contro la mia. C'è solo il buio pesto del fienile, il vento vero che fischia contro le lamiere vere di Balsam, e la paglia sotto la mia schiena che questa volta è esattamente quello che sembra: paglia, secca, pungente, reale.
Mi tiro su di scatto, il respiro che mi esce a raffiche corte, il cuore che mi martella contro le costole con una violenza che il sonno non giustifica. La mano destra è già corsa al manico del coltello sotto il cuscino di fortuna, un riflesso più vecchio di qualsiasi incubo.
Nessuna radio. Niente Richmond. Nessuna Tessa sopra di me nella luce di una lampada a olio.
«TESSA!»
Il nome mi si strappa dalla gola come un pezzo di vetro incandescente.
Mi metto a sedere con una violenza tale che i muscoli dell'addome bruciano. Il petto si solleva e si abbassa a scatti, i polmoni che cercano aria in una stanza che non profuma più di sesso, sudore e polvere da sparo, ma solo di letame secco e paglia umida. Le mani sono aggrappate alla coperta ruvida, le nocche bianche per la tensione, pronte a trattenere una donna che non è con me da quasi un anno. Gli occhi sbarrati cercano la radio, cercano le pareti di quell'appartamento a Richmond, ma trovano solo la luce livida dell'alba che filtra tra le assi marce del fienile.
Il sudore mi si ghiaccia addosso all'istante, mescolato al profumo pulito del sapone di ieri sera — un odore che in questo momento mi fa quasi venire la nausea, per quanto stona con tutto il resto.
«Respira, Trevis.»
La voce arriva dalla mia destra. Bassa, ferma, senza traccia del panico che di solito coglie chi si sveglia accanto a un uomo che urla nel sonno.
Giro la testa di scatto. Meave è seduta sulla paglia, la schiena contro la trave centrale. La coperta le è scivolata dalle spalle, scoprendo il maglione pulito che le ha prestato Jessica. Il pallore spettrale della febbre è arretrato, lasciando spazio a un colorito quasi umano. I suoi occhi verdi, fino a ieri annebbiati dal dolore, oggi sono limpidi, affilati, piantati dritti nei miei. È sveglia da un pezzo. Mi ha guardato urlare, e non ha mosso un muscolo per svegliarmi prima del tempo.
«Bevi.» Allunga la borraccia verso di me.
Non la prendo subito. Mi premo i palmi contro le orbite, con una forza quasi punitiva, cercando di schiacciare via l'immagine dei capelli di Tessa che mi scivolavano sul viso.
«Ho urlato..» La voce mi esce come carta vetrata. Mi schiarisco la gola. «Il suo nome..»
«Sì.» Ritira la borraccia, la appoggia accanto a sé senza smettere di fissarmi.
«Tranquillo, non devi spiegarmi niente, Trevis. L'ho letto. Alla segheria.»
Mi irrigidisco. Lo so bene che ha frugato tra le mie pagine, quella notte. Me lo ricordo fin troppo bene — ricordo anche come ho reagito allora, la rabbia fredda con cui l'ho rimessa al suo posto. Ma sentirlo ripetere adesso, con il fantasma di Tessa ancora aggrappato alla mia spina dorsale, mi punge in un punto che non si è mai davvero rimarginato.
«Era solo un incubo,» liquido, cercando di far scendere il battito. «Lo faccio spesso, questo sogno.»
«Non sembrava un incubo qualunque.» Meave inclina la testa, studiandomi. Non c'è giudizio nella voce, solo un'osservazione clinica, quasi professionale. «Sembrava che stessi combattendo qualcosa che non potevi fermare.»
Resto in silenzio per un lungo minuto. L'aria gelida di Balsam comincia a calmarmi il sangue, ma il vuoto allo stomaco resta. Sono stanco. Stanco di tenere la guardia alzata con tutti, sempre, ventiquattr'ore su ventiquattro. E forse è proprio la lucidità nei suoi occhi, stamattina, a farmi abbassare il ponte levatoio di qualche millimetro di troppo.
«Non stavo combattendo,» mormoro, gli occhi fissi sugli stivali infangati ai piedi del giaciglio. «Stavo ascoltando. Nel sogno. C'era una radio a onde corte. Trasmetteva i notiziari della guerra, prima che tutto andasse in malora.»
«La Terza Guerra Mondiale. Quando eri ancora nelle forze speciali.»
«Quando ero già un disertore,» la correggo, gelido. Alzo lo sguardo su di lei.
«Ero scappato, Meave. Avevo capito che era un tritacarne senza fine e senza senso, e me n'ero andato. Ero tornato da lei. Da Tessa.»
Pronunciare quel nome ad alta voce è come ingoiare una lametta. Mi stringo le braccia intorno al petto.
«Nel sogno eravamo... vicini, molto vicini» continuo, scegliendo le parole con cura, per aggirare l'intimità cruda di quel ricordo.
«Ma la radio era accesa. E il Pentagono annunciò il successo dell'Operazione CHIMERA. La morte del presidente russo e del generale cinese.»
Meave aggrotta la fronte. «L'inizio della fine...»
«L'inizio della fine, esatto» annuisco, amaro.
«La gente in strada, nelle città non ancora rase al suolo, forse esultò. Pensavano che l'America avesse trovato il modo per vincere ancora una volta, che avesse decapitato il nemico. Ma io avevo lavorato troppo vicino alla DARPA prima di sparire. Sapevo cos'era CHIMERA. Non un missile. Non un drone chirurgico. Il virus. Lo avevano sganciato.»
Faccio una pausa. Il silenzio nel fienile è totale, rotto solo dal mio respiro che comincia finalmente a regolarizzarsi.
«In quel preciso istante,» dico, la voce che scende di qualche tono, «mentre la tenevo tra le braccia, ho capito che eravamo già morti. Tutti quanti. Ho sentito il mondo finire in diretta su una radio gracchiante, e non potevo farci un cazzo. C'erano più rischi che vantaggi in quell'operazione, ma hanno deciso di procedere lo stesso, accelerando i tempi perché avevano la merda fino al collo.»
Meave mi guarda con un'intensità nuova. Per la prima volta da quando ci siamo incontrati, non vede il mostro che terrorizza i contadini, non vede la macchina calcolatrice che spara agli sciacalli senza battere ciglio. Vede il ragazzo che otto anni fa si è visto crollare il cielo addosso proprio mentre stringeva l'unica cosa che contava per lui.
È un momento sospeso, intimo in un modo che nemmeno la vicinanza fisica di ieri notte è riuscita a raggiungere.
E poi Meave fa un passo di troppo.
«Devi averla amata davvero,» sussurra, la voce dolce, quasi ipnotica. «Per tornare indietro sapendo cosa rischiavi.» Una pausa breve. Poi continua, e la voce si fa più bassa, più densa, come se stesse scoprendo un pensiero mentre lo pronuncia.
«L'ho letto, Trevis. Quella notte nel capanno. Quello che ti ha chiesto di fare, prima che il virus la reclamasse del tutto.»
Il sangue mi si gela nelle vene.
«Hai dovuto essere tu a spegnerla,» continua lei, piano, come se stesse componendo un pensiero delicato invece di camminare su una mina innescata.
«Con le tue stesse mani. Perché lei te l'ha chiesto come ultimo regalo. E ogni volta che sogni di riaverla tra le braccia, in un certo senso, la perdi di nuovo. Non è mai davvero finita, per te. Vero?»
...
La mia testa smette di ragionare. Qualunque crepa si fosse aperta nell'armatura si richiude in una frazione di secondo, saldata da una vampata di rabbia cieca e difensiva.
Scatto in piedi. La paglia frusta l'aria sotto i miei stivali.
Meave si interrompe di colpo, sorpresa dalla violenza del movimento.
«Zitta.» La parola esce tagliente, ma bassa. Non urlo. Non ne ho bisogno.
«Non parlare più.»
Le sue iridi verdi si allargano appena, colte in contropiede dal cambio improvviso.
«Trevis, non puoi cont—»
«Lo so che hai letto quelle pagine,» la interrompo, la voce che scende ancora, si fa quasi un sussurro — il tipo di sussurro che fa più paura di qualsiasi urlo.
«Te lo dissi alla segheria, ricordi? Ti dissi che due righe su un pezzo di carta non ti davano nessun pass per entrare nella mia testa. Pensavo l'avessi capito, quella volta.»
Faccio un passo verso di lei.
«Ma tu non ascolti, non fai quello che ti si chiede. Non sono affari che ti riguardano. E poi, giusto per essere più chiaro, non trattarmi come se fossi un caso clinico da risolvere, invece di una persona che sta ancora sanguinando per qualcosa che tu non hai nemmeno il diritto di nominare.»
«Non volevo—»
«Non me ne frega un cazzo di quello che volevi.» La voce mi si spezza per un istante, poi torna dura, controllata.
«Quella notte non è passata, Meave. Non è un indizio per capirmi meglio. Non è tua da studiare, da citare, da usarmi contro per dimostrarmi quanto sei brava a leggere le persone.»
Meave incassa il colpo, ma non abbassa lo sguardo. La mascella le si contrae, l'orgoglio che torna su come una saracinesca.
«Ho sbagliato modo di dirlo,» dice infine, la voce ferma nonostante tutto.
«Ma non ho sbagliato a dirlo. Ti ho visto urlare il suo nome come se il mondo finisse un'altra volta stamattina. Qualcuno doveva pur nominarlo, quel dolore, invece di lasciartelo marcire dentro in silenzio come fai sempre.»
«Non spetta a te deciderlo.»
«No,» concorda lei, gelida.
«Ma non spetta nemmeno a te decidere che io sia l'unica persona su questa terra a cui è proibito provare a capirti. L'ho fatto male. Non l'ho fatto per cattiveria.»
Rimango a fissarla per un secondo che dura troppo a lungo, la rabbia che mi pulsa dietro gli occhi, incapace di trovare una risposta che non sia ancora più tagliente di quanto vorrei.
Afferro il giaccone da terra e me lo infilo con gesti scattosi. La cerniera stride nel silenzio mentre la tiro su fino al mento. Ho bisogno di aria fredda, ho bisogno di spazio, ho bisogno di non avere addosso quegli occhi verdi che per un secondo hanno visto troppo sotto la mia pelle.
Mi giro verso il portone. Lo sguardo mi cade sulla cassa di legno, dove il fucile d'assalto aspetta appoggiato accanto allo zaino con le munizioni.
Lo fisso un secondo. L'addestramento urla, il buon senso sbraita: uscire dal perimetro senza un'arma primaria, a Balsam, con un gruppo di possibili assassini sulle tracce del sangue lasciato alla clinica, è un suicidio, un errore da principianti che potrebbe costarmi la vita.
Ma la rabbia mi corrode le vene come acido. Se tocco quell'arma adesso, se mi metto a fare il soldato con questa furia ancora accesa nel petto, rischio di scaricarla sulla prima cosa che si muove là fuori, solo per liberarmi della pressione che mi sta spaccando il cranio in due.
Giro i tacchi. Lascio il fucile esattamente dov'è.
Spingo il portone scorrevole con una spallata violenta, quel tanto che basta per farci passare, e mi infilo nella luce livida dell'alba senza voltarmi indietro, camminando a passi pesanti sulla ghiaia gelata in direzione del fiume.
Alle mie spalle, il silenzio di Meave è l'unica cosa più fredda dell'aria di novembre.
CONTINUA... . .
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Il caldo mi investe prima ancora che riesca a capire dove mi trovo.
Sotto la schiena sento il ruvido familiare della coperta militare – la riconoscerei a occhi chiusi, quella trama grossa, quella bruciatura di sigaretta vicino all'orlo che mi porto dietro da anni. Ma quando affondo le dita per cercare un appiglio, sotto la stoffa non trovo il materasso sottile dell'appartamento di Richmond. Trovo paglia. Steli secchi che pungono i palmi, che scricchiolano a ogni movimento, e da qualche parte, troppo vicino per essere normale, il vento che fischia contro delle lamiere ondulate. Un suono che non ha niente a che fare con una città. Ha a che fare con una montagna, con un fienile, con un mondo che ancora non esiste.
Non ci penso.
Non riesco a pensarci, perché Tessa è sopra di me, e il resto smette di avere importanza.
La sua pelle brilla di sudore alla luce tremolante di un neon in fin di vita. Ha le ginocchia ai lati dei miei fianchi, i muscoli delle cosce tesi in un ritmo lento e implacabile che mi sta prosciugando il cervello un pensiero alla volta. Le mie mani scivolano sui suoi fianchi, si stringono nella carne calda, la spingono giù con un'urgenza che non ha niente di gentile. Stiamo facendo l'amore, sono dentro di lei.
Tessa si piega in avanti, i capelli castani che le cadono a cascata intorno al viso, chiudendoci in una tenda privata che isola tutto il resto del mondo in rovina. Per un istante, un solo istante che scompare prima ancora che io riesca a fermarlo, la luce le attraversa le iridi accentuando quegli occhi verdi che amo più di ogni altra cosa. Poi preme le sue labbra sulle mie. Sento la sua lingua che si scontra con la mia e lei che preme con più forza contro la mia bocca.
Ci baciamo con la fame di chi sa che il tempo è una risorsa in esaurimento. Sotto il profumo della sua pelle pulita, per un secondo assurdo, mi sembra di sentire l'odore di fieno e olio da fucile. Non ci faccio caso. In questo momento non c'è spazio per fare caso a niente che non sia lei.
Da qualche parte, fuori dal nostro campo visivo, qualcosa sbatte piano contro il legno. Un colpo secco. Poi un altro, lento, trascinato dal vento. Dovrebbe essere impossibile. Nel nostro appartamento non c'è niente che possa fare quel rumore. Ma il pensiero mi sfiora appena e scompare, inghiottito dal suo respiro contro il mio.
«Si! Trevis... Si» ansima contro la mia bocca. Non è un gemito romantico. È disperazione pura, lo stesso tipo di fame che ci tiene aggrappati l'uno all'altra come due condannati che rubano l'ultimo minuto prima dell'esecuzione. Io sono un disertore che ha sputato sulla propria piastrina nel fango di un fronte che non credeva più giusto. Lei è la donna per cui sono tornato, sapendo di portarmi dietro un bersaglio sulla schiena. Non abbiamo domani. Forse non abbiamo nemmeno stanotte. Ogni spinta è amore puro.
«Ah... Sì, Sì... amore, Sì» ansima ancora
«Ti amo Tessa, vieni qui» dico, riportando le mie labbra sulle sue.
Il rumore dei nostri corpi riempie la stanza, un suono ritmico che per un momento riesce a coprire il ronzio di fondo di un mondo che sta collassando oltre le pareti. Ma ai margini della tenda di capelli scuri, oltre il fiato corto di Tessa, qualcosa gracchia piano nell'angolo della stanza.
La radio a onde corte. Accesa. Sempre accesa.
Dovrebbe essere solo rumore bianco, la colonna sonora a cui abbiamo fatto l'abitudine da giorni. Tessa non la sente nemmeno, o finge di non sentirla, il ritmo dei fianchi che si fa più insistente, le unghie che mi segnano il petto in cerca di un appiglio.
Ma io ascolto. Il disertore in me cerca solo l'oblio tra le sue gambe. Il soldato addestrato dalle forze speciali non smette mai di ascoltare, nemmeno quando vorrebbe.
La statica si pulisce di colpo. Una voce maschile, calma con quella calma artificiale e professionale tipica dei comunicati ufficiali, taglia l'aria della stanza.
«...ripetiamo il comunicato congiunto del Comando Atlantico. Le forze della Federazione Russa e della coalizione asiatica hanno sfondato il fronte del Reno. Il ritiro delle truppe statunitensi dal territorio Francese, Spagnolo e Portoghese, prosegue in modo ordinato, ma la NATO nella sua forma storica deve considerarsi, a tutti gli effetti, non più operativa.»
Il mio bacino rallenta senza che io lo decida.
«In questo scenario di collasso generalizzato dell'Alleanza,» continua la voce, «solo due nazioni europee mantengono un fronte compatto e organizzato. Le forze congiunte italo-tedesche, sotto comando unificato, continuano a respingere ogni tentativo di penetrazione lungo la linea alpina. I massicci investimenti militari congiunti dell'ultimo decennio hanno trasformato Germania e Italia nell'ultimo vero scudo d'Europa.
Roma, in particolare, si conferma la piazzaforte più blindata del vecchio continente. Il perimetro attorno alla Città Eterna e al Vaticano resta invalicabile, e le sue riserve strategiche — energetiche, logistiche, diplomatiche — sono oggi il vero fulcro della resistenza occidentale.»
Tessa continua a non ascoltare. Si morde il labbro inferiore, il viso stravolto dal piacere, scivolando su di me, inondata dal suo stesso sudore e dalla voglia di finire. Ma i miei muscoli iniziano a irrigidirsi. Il mio bacino rallenta impercettibilmente la spinta.
«Trevis...» Tessa apre gli occhi, li sente stringersi attorno a me, sente il ritmo incrinarsi. Mi bacia il collo, un tentativo disperato di riportarmi lì, sul nostro materasso. Mi morde il collo, poi sale fino al mio orecchio
«Non fermarti adesso. Ti prego.»
Vorrei. Cristo, vorrei più di ogni altra cosa al mondo restare in quella stanza, dentro quel corpo, lontano da tutto il resto. Ma la voce si alza, ed è come se l'altoparlante fosse premuto contro il mio orecchio, mescolata in modo assurdo al fruscio della paglia sotto la coperta.
«E in questo quadro di resistenza totale, il Pentagono comunica oggi quello che verrà ricordato come il più grande successo strategico dall'inizio del conflitto. L'operazione CHIMERA, sviluppata in collaborazione con i laboratori DARPA, è stata eseguita con una precisione chirurgica senza precedenti nella storia militare moderna.»
Il cuore mi perde un battito. Poi riparte con una violenza che mi scuote la cassa toracica.
«Il Presidente della Federazione Russa, Dmitri Vostrikov, e il Comandante Supremo delle forze cinesi, Generale Xu Jian, sono stati neutralizzati. Le strutture di comando nemiche versano nel caos totale. L'agente è stato somministrato con un controllo assoluto, senza alcuna dispersione incontrollata registrata. L'operazione CHIMERA è un successo senza precedenti.»
Per il mondo là fuori, per i civili barricati nelle cantine o bunker, per quella voce trionfante alla radio, questa è la strada della vittoria. La riscossa, dopo anni passati a un passo dall'annientamento.
Ma io so cos'è CHIMERA. L'ho vista nascere sui tavoli della DARPA prima di sputarci sopra e disertare nel buio. So che non elimini due uomini scortati come dei, a metà mondo di distanza, con un drone o un missile convenzionale. Non ci arrivi con il piombo. Ci arrivi con qualcosa che non si vede. Qualcosa che si infila nei condotti d'aria e non chiede il permesso a nessuno di fermarsi solo perché il bersaglio è stato colpito.
Loro dicono controllo assoluto.
Io so che niente, in questo mondo, resta mai sotto controllo per molto tempo.
Il calore del corpo di Tessa, fino a un secondo fa l'unica cosa reale in questa stanza, adesso mi brucia addosso come qualcosa di sbagliato. Il panico mi si inietta nelle vene con la stessa freddezza con cui la radio ha appena pronunciato quella frase.
Le mie mani si chiudono sui suoi fianchi. Non più per tirarla a me. Per fermarla.
«Trevis, mi fai—»
Non la lascio finire. La sollevo di peso, la sposto di lato con uno strattone che non ha nulla di erotico, solo l'urgenza brutale di chi ha appena sentito il mondo cambiare per sempre. Tessa cade sulla coperta, le ginocchia che sbattono contro qualcosa di duro, sollevando un filo di quella paglia che non dovrebbe esistere in un appartamento a Richmond.
L'eccitazione le muore in faccia, sostituita da uno shock puro. Si tira indietro i capelli con una mano che trema, gli occhi verdi, ridotti a due fessure di rabbia e confusione.
«Che cazzo ti prende?» La voce le si incrina. Si copre il petto con un braccio, non per pudore, ma per un rifiuto improvviso e gelido. «Ci stavo arrivando, Trevis! Che diavolo fai?»
***
L'aria fredda mi entra nei polmoni come una lama prima ancora che apra gli occhi del tutto.
Non c'è calore. Non c'è pelle di Tessa contro la mia. C'è solo il buio pesto del fienile, il vento vero che fischia contro le lamiere vere di Balsam, e la paglia sotto la mia schiena che questa volta è esattamente quello che sembra: paglia, secca, pungente, reale.
Mi tiro su di scatto, il respiro che mi esce a raffiche corte, il cuore che mi martella contro le costole con una violenza che il sonno non giustifica. La mano destra è già corsa al manico del coltello sotto il cuscino di fortuna, un riflesso più vecchio di qualsiasi incubo.
Nessuna radio. Niente Richmond. Nessuna Tessa sopra di me nella luce di una lampada a olio.
«TESSA!»
Il nome mi si strappa dalla gola come un pezzo di vetro incandescente.
Mi metto a sedere con una violenza tale che i muscoli dell'addome bruciano. Il petto si solleva e si abbassa a scatti, i polmoni che cercano aria in una stanza che non profuma più di sesso, sudore e polvere da sparo, ma solo di letame secco e paglia umida. Le mani sono aggrappate alla coperta ruvida, le nocche bianche per la tensione, pronte a trattenere una donna che non è con me da quasi un anno. Gli occhi sbarrati cercano la radio, cercano le pareti di quell'appartamento a Richmond, ma trovano solo la luce livida dell'alba che filtra tra le assi marce del fienile.
Il sudore mi si ghiaccia addosso all'istante, mescolato al profumo pulito del sapone di ieri sera — un odore che in questo momento mi fa quasi venire la nausea, per quanto stona con tutto il resto.
«Respira, Trevis.»
La voce arriva dalla mia destra. Bassa, ferma, senza traccia del panico che di solito coglie chi si sveglia accanto a un uomo che urla nel sonno.
Giro la testa di scatto. Meave è seduta sulla paglia, la schiena contro la trave centrale. La coperta le è scivolata dalle spalle, scoprendo il maglione pulito che le ha prestato Jessica. Il pallore spettrale della febbre è arretrato, lasciando spazio a un colorito quasi umano. I suoi occhi verdi, fino a ieri annebbiati dal dolore, oggi sono limpidi, affilati, piantati dritti nei miei. È sveglia da un pezzo. Mi ha guardato urlare, e non ha mosso un muscolo per svegliarmi prima del tempo.
«Bevi.» Allunga la borraccia verso di me.
Non la prendo subito. Mi premo i palmi contro le orbite, con una forza quasi punitiva, cercando di schiacciare via l'immagine dei capelli di Tessa che mi scivolavano sul viso.
«Ho urlato..» La voce mi esce come carta vetrata. Mi schiarisco la gola. «Il suo nome..»
«Sì.» Ritira la borraccia, la appoggia accanto a sé senza smettere di fissarmi.
«Tranquillo, non devi spiegarmi niente, Trevis. L'ho letto. Alla segheria.»
Mi irrigidisco. Lo so bene che ha frugato tra le mie pagine, quella notte. Me lo ricordo fin troppo bene — ricordo anche come ho reagito allora, la rabbia fredda con cui l'ho rimessa al suo posto. Ma sentirlo ripetere adesso, con il fantasma di Tessa ancora aggrappato alla mia spina dorsale, mi punge in un punto che non si è mai davvero rimarginato.
«Era solo un incubo,» liquido, cercando di far scendere il battito. «Lo faccio spesso, questo sogno.»
«Non sembrava un incubo qualunque.» Meave inclina la testa, studiandomi. Non c'è giudizio nella voce, solo un'osservazione clinica, quasi professionale. «Sembrava che stessi combattendo qualcosa che non potevi fermare.»
Resto in silenzio per un lungo minuto. L'aria gelida di Balsam comincia a calmarmi il sangue, ma il vuoto allo stomaco resta. Sono stanco. Stanco di tenere la guardia alzata con tutti, sempre, ventiquattr'ore su ventiquattro. E forse è proprio la lucidità nei suoi occhi, stamattina, a farmi abbassare il ponte levatoio di qualche millimetro di troppo.
«Non stavo combattendo,» mormoro, gli occhi fissi sugli stivali infangati ai piedi del giaciglio. «Stavo ascoltando. Nel sogno. C'era una radio a onde corte. Trasmetteva i notiziari della guerra, prima che tutto andasse in malora.»
«La Terza Guerra Mondiale. Quando eri ancora nelle forze speciali.»
«Quando ero già un disertore,» la correggo, gelido. Alzo lo sguardo su di lei.
«Ero scappato, Meave. Avevo capito che era un tritacarne senza fine e senza senso, e me n'ero andato. Ero tornato da lei. Da Tessa.»
Pronunciare quel nome ad alta voce è come ingoiare una lametta. Mi stringo le braccia intorno al petto.
«Nel sogno eravamo... vicini, molto vicini» continuo, scegliendo le parole con cura, per aggirare l'intimità cruda di quel ricordo.
«Ma la radio era accesa. E il Pentagono annunciò il successo dell'Operazione CHIMERA. La morte del presidente russo e del generale cinese.»
Meave aggrotta la fronte. «L'inizio della fine...»
«L'inizio della fine, esatto» annuisco, amaro.
«La gente in strada, nelle città non ancora rase al suolo, forse esultò. Pensavano che l'America avesse trovato il modo per vincere ancora una volta, che avesse decapitato il nemico. Ma io avevo lavorato troppo vicino alla DARPA prima di sparire. Sapevo cos'era CHIMERA. Non un missile. Non un drone chirurgico. Il virus. Lo avevano sganciato.»
Faccio una pausa. Il silenzio nel fienile è totale, rotto solo dal mio respiro che comincia finalmente a regolarizzarsi.
«In quel preciso istante,» dico, la voce che scende di qualche tono, «mentre la tenevo tra le braccia, ho capito che eravamo già morti. Tutti quanti. Ho sentito il mondo finire in diretta su una radio gracchiante, e non potevo farci un cazzo. C'erano più rischi che vantaggi in quell'operazione, ma hanno deciso di procedere lo stesso, accelerando i tempi perché avevano la merda fino al collo.»
Meave mi guarda con un'intensità nuova. Per la prima volta da quando ci siamo incontrati, non vede il mostro che terrorizza i contadini, non vede la macchina calcolatrice che spara agli sciacalli senza battere ciglio. Vede il ragazzo che otto anni fa si è visto crollare il cielo addosso proprio mentre stringeva l'unica cosa che contava per lui.
È un momento sospeso, intimo in un modo che nemmeno la vicinanza fisica di ieri notte è riuscita a raggiungere.
E poi Meave fa un passo di troppo.
«Devi averla amata davvero,» sussurra, la voce dolce, quasi ipnotica. «Per tornare indietro sapendo cosa rischiavi.» Una pausa breve. Poi continua, e la voce si fa più bassa, più densa, come se stesse scoprendo un pensiero mentre lo pronuncia.
«L'ho letto, Trevis. Quella notte nel capanno. Quello che ti ha chiesto di fare, prima che il virus la reclamasse del tutto.»
Il sangue mi si gela nelle vene.
«Hai dovuto essere tu a spegnerla,» continua lei, piano, come se stesse componendo un pensiero delicato invece di camminare su una mina innescata.
«Con le tue stesse mani. Perché lei te l'ha chiesto come ultimo regalo. E ogni volta che sogni di riaverla tra le braccia, in un certo senso, la perdi di nuovo. Non è mai davvero finita, per te. Vero?»
...
La mia testa smette di ragionare. Qualunque crepa si fosse aperta nell'armatura si richiude in una frazione di secondo, saldata da una vampata di rabbia cieca e difensiva.
Scatto in piedi. La paglia frusta l'aria sotto i miei stivali.
Meave si interrompe di colpo, sorpresa dalla violenza del movimento.
«Zitta.» La parola esce tagliente, ma bassa. Non urlo. Non ne ho bisogno.
«Non parlare più.»
Le sue iridi verdi si allargano appena, colte in contropiede dal cambio improvviso.
«Trevis, non puoi cont—»
«Lo so che hai letto quelle pagine,» la interrompo, la voce che scende ancora, si fa quasi un sussurro — il tipo di sussurro che fa più paura di qualsiasi urlo.
«Te lo dissi alla segheria, ricordi? Ti dissi che due righe su un pezzo di carta non ti davano nessun pass per entrare nella mia testa. Pensavo l'avessi capito, quella volta.»
Faccio un passo verso di lei.
«Ma tu non ascolti, non fai quello che ti si chiede. Non sono affari che ti riguardano. E poi, giusto per essere più chiaro, non trattarmi come se fossi un caso clinico da risolvere, invece di una persona che sta ancora sanguinando per qualcosa che tu non hai nemmeno il diritto di nominare.»
«Non volevo—»
«Non me ne frega un cazzo di quello che volevi.» La voce mi si spezza per un istante, poi torna dura, controllata.
«Quella notte non è passata, Meave. Non è un indizio per capirmi meglio. Non è tua da studiare, da citare, da usarmi contro per dimostrarmi quanto sei brava a leggere le persone.»
Meave incassa il colpo, ma non abbassa lo sguardo. La mascella le si contrae, l'orgoglio che torna su come una saracinesca.
«Ho sbagliato modo di dirlo,» dice infine, la voce ferma nonostante tutto.
«Ma non ho sbagliato a dirlo. Ti ho visto urlare il suo nome come se il mondo finisse un'altra volta stamattina. Qualcuno doveva pur nominarlo, quel dolore, invece di lasciartelo marcire dentro in silenzio come fai sempre.»
«Non spetta a te deciderlo.»
«No,» concorda lei, gelida.
«Ma non spetta nemmeno a te decidere che io sia l'unica persona su questa terra a cui è proibito provare a capirti. L'ho fatto male. Non l'ho fatto per cattiveria.»
Rimango a fissarla per un secondo che dura troppo a lungo, la rabbia che mi pulsa dietro gli occhi, incapace di trovare una risposta che non sia ancora più tagliente di quanto vorrei.
Afferro il giaccone da terra e me lo infilo con gesti scattosi. La cerniera stride nel silenzio mentre la tiro su fino al mento. Ho bisogno di aria fredda, ho bisogno di spazio, ho bisogno di non avere addosso quegli occhi verdi che per un secondo hanno visto troppo sotto la mia pelle.
Mi giro verso il portone. Lo sguardo mi cade sulla cassa di legno, dove il fucile d'assalto aspetta appoggiato accanto allo zaino con le munizioni.
Lo fisso un secondo. L'addestramento urla, il buon senso sbraita: uscire dal perimetro senza un'arma primaria, a Balsam, con un gruppo di possibili assassini sulle tracce del sangue lasciato alla clinica, è un suicidio, un errore da principianti che potrebbe costarmi la vita.
Ma la rabbia mi corrode le vene come acido. Se tocco quell'arma adesso, se mi metto a fare il soldato con questa furia ancora accesa nel petto, rischio di scaricarla sulla prima cosa che si muove là fuori, solo per liberarmi della pressione che mi sta spaccando il cranio in due.
Giro i tacchi. Lascio il fucile esattamente dov'è.
Spingo il portone scorrevole con una spallata violenta, quel tanto che basta per farci passare, e mi infilo nella luce livida dell'alba senza voltarmi indietro, camminando a passi pesanti sulla ghiaia gelata in direzione del fiume.
Alle mie spalle, il silenzio di Meave è l'unica cosa più fredda dell'aria di novembre.
CONTINUA... . .
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