Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 9

di
genere
fantascienza

La poca luce rimasta sta scomparendo dietro la cresta dei monti quando la nostra auto imbocca l'ultima curva della strada sterrata. Prima di lasciare Sylva sono tornato al retrobottega a recuperare il resto della scatola di lattine, ignorando ancora una volta il fetore dei frigoriferi. Ogni caloria disponibile vale il prezzo di qualche minuto di nausea.

Spengo il motore a pochi metri dal cancello di lamiere di Balsam. Il freddo entra nell'abitacolo nel giro di pochi secondi, mordendo le dita che fino a un istante fa stringevano il volante.

Scendo con la scatola di cartone incastrata sotto il braccio sinistro. Clementine mi segue a un paio di passi, rannicchiata nel suo piumino celeste, il cappellino calato sugli occhi. Ma anche così, anche stremata com'è, i suoi occhi non si fermano un secondo. Scansionano il perimetro di lamiere e tronchi appuntiti, si spostano sul cancello, contano le uscite, si posano sui due uomini che sorvegliano dal portico più vicino con i fucili in braccio. Lo fa senza rendersene conto, immagino. È diventato un riflesso, come respirare.

Earl ci viene incontro lungo il sentiero fangoso, il fiato che gli condensa davanti alla bocca. Quando i suoi occhi cadono sulla scatola, le sopracciglia gli si alzano di qualche millimetro — un lampo di sollievo che gli attraversa il viso scavato, la prova concreta che qualche giorno in più di cibo è appena arrivato a Balsam. Ma lo sguardo scivola quasi subito su Clementine, ferma dietro di me, e si indurisce in una frazione di secondo.

«Quante lattine,» dice, più per calcolare che per chiedere, gli occhi che tornano sulla scatola.

«Abbastanza per un po'.» Gliela porgo. La prende con entrambe le mani, il peso che lo fa piegare leggermente all'indietro, come se non si aspettasse che fosse così piena.

«Il cibo ci dà qualche giorno di respiro,» dice, senza guardarmi, gli occhi ancora fissi sulla ragazzina alle mie spalle. «E te ne sono grato, per quanto possa valere la gratitudine di un vecchio stanco come me.» Solleva finalmente lo sguardo, ma non su di me. Su di lei. «Quella però è un'altra bocca da sfamare. E un bersaglio in più, se qualcuno la sta ancora cercando. Non gestiamo un orfanotrofio, qui, Trevis. Può restare stanotte, per le provviste che hai portato. Poi ognuno per la sua strada.»

Non c'è cattiveria nella sua voce. È la stessa che ho visto fare a chiunque abbia dovuto badare a una comunità affamata: quante calorie entrano, quante bocche le consumano, quanto tempo restano prima che il conto non torni più.

«Non ho bisogno di elemosina da nessuno dei due,» sbotta Clementine prima che io riesca a rispondere. La voce le esce dura, quasi offesa, gli occhi che passano da Earl a me con la stessa diffidenza. «Ho la mia roba. Mi basta un angolo asciutto per stanotte, non le vostre lattine.»

Earl la fissa un istante, sorpreso dal tono. Poi torna su di me, come se lei non avesse parlato affatto — l'abitudine di chi ha imparato a trattare le voci più giovani come rumore di fondo.

«Non toccherà niente delle vostre riserve,» dico, prendendo il controllo della conversazione prima che degeneri. «Mangia la sua roba, dorme nel mio angolo di fienile. Non gira per il campo, non parla con nessuno se non deve, non attira attenzione. Se hai un problema con questo, dimmelo adesso, così so se devo rimettermi in macchina stanotte stessa.»

Earl soppesa la scatola tra le mani, poi soppesa me con lo stesso sguardo calcolatore. Vince la pancia, come sempre in questo mondo. «Non cambio idea,» dice infine... la voce che si arrende senza cedere del tutto. «Il patto resta quello che abbiamo fatto.»

«Non ti sto chiedendo niente.»

Si volta e si allontana con la scatola, trascinando gli stivali nel fango, senza aggiungere altro. Clementine lo guarda andare, la mascella contratta, poi si stringe di più nel piumino.

«Non gli devi niente per me,» dice piano, quasi controvoglia.

«Lo so.» Le faccio cenno verso il fienile.
«Vieni. C'è un tetto, almeno.»

Il portone scorrevole si chiude dietro di noi con lo stesso cigolio di sempre, e il buio del fienile ci inghiotte insieme all'odore familiare di paglia marcia e polvere.

Meave è dall'altra parte, appoggiata alla trave centrale, la gamba fasciata distesa davanti a lei sopra un cuscino di sacchi vuoti. Alza la testa al rumore del portone, e i suoi occhi verdi si fermano subito su Clementine, restando lì più a lungo di quanto farebbero per un semplice sguardo di cortesia.

«Chi è lei?» domanda Meave.

«Si chiama Clementine. L'ho trovata nel minimarket dove sono andato a cercare provviste. Le serviva aiuto, non potevo lasciarla lì ferita.» rispondo.

«Mh... ok. Sono Meave,» dice, rivolgendosi a lei.

«Clementine, piacere» risponde.

Clem si dirige verso la parete opposta, lontana da Meave quanto la stanza lo permette, e si lascia scivolare a terra con la schiena contro il legno, il braccio ferito tenuto stretto al petto in un gesto protettivo che non è più consapevole, ormai. Tira fuori dalla tasca del piumino una delle lattine che le ho dato a Sylva e comincia ad aprirla con il coltellino, senza guardare nessuno.

Meave, invece, non stacca gli occhi da lei.

Non c'è odio in quello sguardo. È lo stesso tipo di calcolo che ho visto fare a lei stessa, la prima notte alla segheria. Un inventario silenzioso di tutto quello che potrebbe rivelarsi una minaccia. Nota la schiena dritta come un'asse mentre Clem si siede, la cicatrice bianca sullo zigomo che il buio non riesce a nascondere del tutto, e soprattutto la pistola che tiene al suo fianco.

Clementine se ne accorge. Non serve che io le dica niente — lo sento dal modo in cui il suo corpo si irrigidisce di un grado, dal modo in cui alza gli occhi dalla lattina e li pianta dritti in quelli di Meave, senza timidezza, senza il minimo cedimento.

Restano così, per un tempo che si allunga più del necessario. Nessuna delle due distoglie lo sguardo. È una specie di braccio di ferro silenzioso, il tipo di sfida che due animali si scambiano prima di decidere se vale la pena azzannarsi o se è meglio ignorarsi e basta.

Io resto zitto. Qualunque cosa dica adesso rischia di sembrare una scusa, e sia Meave che questa ragazzina di quattordici anni sembrano il tipo di persona che le scuse le fanno solo incazzare di più.

È Clementine a rompere il silenzio, alla fine. Non abbassando gli occhi. Aumentando la posta.

«Hai finito di studiarmi?» dice, la voce piatta, quasi annoiata,
«O ti serve anche il numero di scarpe?»

Per un secondo, nel fienile, non si muove niente. Poi un angolo della bocca di Meave si piega — non un sorriso vero, più una smorfia di riconoscimento, come chi vede improvvisamente la propria stessa faccia riflessa in uno specchio sporco.

Meave la osserva ancora un istante, poi lascia andare un respiro breve, quasi un soffio di risata senza allegria, e volta la testa verso di me.

Clementine torna alla sua lattina, il coltellino che raschia il metallo con piccoli colpi secchi, e il silenzio che torna a calare nel fienile è diverso da quello di un minuto fa.
Mi lascio scivolare a terra vicino al portone, il fucile appoggiato contro la parete, e osservo le due, una di fronte all'altra nella penombra del fienile. Meave che studia ancora Clementine con la coda dell'occhio, valutando quanto peso e quanta minaccia rappresenti davvero questa nuova arrivata. Clementine che finisce di mangiare senza più guardare nessuno, ma con la schiena che resta dritta, pronta, anche mentre l'ultimo fagiolo scompare dalla scatoletta.

Non so ancora se ho fatto la cosa giusta, portando qui questa ragazzina. Ma guardandole adesso, sedute agli angoli opposti dello stesso fienile freddo, capisco che qualunque equilibrio fragile avessi costruito con Meave nelle ultime settimane ha appena guadagnato una terza variabile. E le variabili, in questo mondo, hanno la brutta abitudine di esplodere proprio quando meno te lo aspetti.

Non riesco a dormire.

Lascio Clementine nel suo angolo, il respiro che si è fatto lento e regolare nella penombra, e mi tiro in piedi senza far scricchiolare la paglia più del necessario. Esco senza fucile. Non c'è ragione stanotte, solo il bisogno di respirare qualcosa che non sappia di paglia marcia e di tensione accumulata.

Il temporale è arrivato un'ora fa, un rovescio pesante che ha trasformato il perimetro di Balsam in un pantano nero. Appena fuori dal fienile c'è una tettoia di lamiera arrugginita, inchiodata lì da qualcuno che anni fa la usava per riparare la legna da ardere, e mi fermo sotto quella, le braccia incrociate, a guardare la pioggia cadere dritta come aghi nel buio quasi totale.

Il portone scorrevole cigola dietro di me qualche minuto dopo. Il passo di Meave è inconfondibile — il colpo secco del bastone contro la terra battuta, poi il fruscio dello stivale buono che lo segue.

«Pensavo fossi a controllare il perimetro,» dice, fermandosi sotto la tettoia a un metro da me, la pioggia che scende dritta appena fuori dal riparo.

«Avevo solo bisogno di aria.»

Resta in silenzio un momento, lo sguardo fisso sulla cortina d'acqua davanti a noi. Il bastone le trema leggermente sotto il peso scaricato male sulla gamba buona.

«Volevo dirti una cosa,» dice infine, «prima che la notte se la porti via insieme al resto.»

Non rispondo. Aspetto.

«L'altra mattina ho sbagliato,» continua, la voce priva della durezza che mi aspettavo.
«Quello che ho detto su cosa ti ha chiesto lei, quella notte nel capanno. Non erano affari miei, e me lo avevi già detto una volta, alla segheria, che non dovevo entrarci. L'ho fatto lo stesso.» Una pausa breve, quasi impercettibile.
«Mi dispiace, Trevis. Sul serio.»

La pioggia batte sulla lamiera sopra di noi con un ritmo fitto, quasi ipnotico. Guardo Meave di profilo, il modo in cui tiene la mascella contratta, come se dirlo le costasse più di quanto voglia mostrare.

«Va bene,» dico, la voce piatta ma senza il gelo dell'ultima volta. Non è un'assoluzione piena. È solo quello che riesco a dire stanotte.

Meave annuisce piano, e per un momento penso che la conversazione finisca lì, che torniamo dentro e lasciamo che il sonno seppellisca anche questo. Ma la vedo irrigidirsi di nuovo, il peso che si sposta sul bastone, come se stesse per affrontare qualcosa che le costa ancora di più delle scuse.

«C'è un'altra cosa,» dice. «E non mi piace dirtela subito dopo essermi scusata, ma se non la dico adesso non la dirò più.»

«Clementine.»

Non è una domanda. Meave mi guarda, sorpresa che io sia già arrivato lì da solo.

«Sì.» Il tono le si indurisce, un grado alla volta.
«Sei diventato un santo tutto a un tratto, Trevis? Portiamo dietro una ragazzina che non conosciamo e che non sappiamo se qualcuno la stia ancora cercando? E se facesse parte di un gruppo pericoloso?»

«Tu non ti fidi di lei come lei non si fida di te, è normale, Meave, ma non ha nessuno. Aveva una ferita profonda al braccio che le ho ricucito io stesso. Inizialmente mi ha puntato una pistola, ma lo avrebbe fatto chiunque,» rispondo, la voce che si tende. «Sa badare a se stessa meglio di metà della gente di Balsam. E un gruppo non avrebbe mai lasciato uscire una ragazzina da sola.»

«E se quelli con cui è uscita fossero morti e lei stasse cercando di tornare dalla sua gente?» Meave fa un passo, il bastone che sprofonda nel fango appena oltre il riparo della tettoia. Fa una pausa. «Non mi fido di chi tiene sempre una mano sull'arma, Trevis. Io stessa l'ho fatto, la prima notte che ci siamo incontrati, e ricordi cos'ho provato a farti?»

«Sì, ricordo. Infatti non sono io quello zoppo,» rispondo.

«Quella notte tu avevi paura di me. Lei ha paura di tutti, sempre, perché è quello che questo mondo le ha insegnato a fare per restare viva.»

«Ed è esattamente per questo che mi preoccupa.» La voce di Meave si fa più bassa, più densa.
«Un animale che ha paura di tutti, sempre, prima o poi morde chi ha più vicino. Non perché è cattivo. Perché non sa più fare altro.»

«Non è un animale.»

«Non ho detto questo.» Meave si volta a guardarmi dritto, qualche goccia di pioggia che penetra dalla tettoia le scivola sui capelli.
«Ho detto che non possiamo fidarci ciecamente di qualcuno che non conosciamo, in un momento in cui l'unica cosa che ci tiene in vita è saperci fidare l'uno dell'altro con gli occhi chiusi, se serve. Se quella ragazzina si sente minacciata in un momento sbagliato, non si fermerà a chiedersi se siamo dalla sua parte.»

Sento la rabbia salire, la stessa vampata di stamattina, ma stavolta diretta da un'altra parte.

«È solo una ragazzina, Cristo, Meave.» La voce mi esce più alta di quanto vorrei, e mi fermo un istante, consapevole di Clementine addormentata — o quasi — a poche decine di metri dietro il portone. Riprendo, più basso ma non meno duro.
«Non ha nessuno. Puoi essere forte quanto vuoi, lì fuori, ma da soli non si sopravvive. Non per sempre. Prima o poi il mondo ti presenta il conto, e se non hai nessuno al tuo fianco quando arriva, lo paghi da sola.»

«E tu vuoi essere quel qualcuno.»

«Qualcuno deve pur esserlo.»

Meave scuote la testa, ma non con disprezzo. Con qualcosa che assomiglia più alla stanchezza.
«Lo sai che è sola solo da tre settimane? Non da sempre.» le dico. «Prima aveva Kate e James. Prima ancora un uomo, Marcus, quello che le ha insegnato a sparare. Le hanno strappato via tutto due volte, forse tre, o forse di più, e ogni volta ha dovuto ricominciare da capo per restare viva senza nessuno.» La voce mi si spezza per un secondo, poi torna ferma.
«Ma cosa vuoi saperne tu, Meave? Hai proprio l'aria da stronzetta che avevano le figlie di papà prima di tutto questo. Cosa vuoi che te ne importi di una ragazzina che non ha mai avuto niente di ciò che hai avuto tu? Non hai mai dovuto fare una scelta sgradevole in vita tua finché il mondo non è crollato. Non sai cosa significa avere il dovere di proteggere chi non può farcela da solo.»
​Il silenzio che segue è letale. La pioggia batte sulla lamiera sopra le nostre teste con una violenza quasi sorda.
​Meave non urla. Fa un passo lento verso di me, sbilanciandosi sul bastone fino a portarsi a un palmo dal mio viso. I suoi occhi verdi sono due fessure di vetro.

​«Hai finito?» chiede. La voce è un sussurro gelato, senz'aria.
​Non rispondo. Sento la mascella contrarsi, ma il sapore amaro dell'errore comincia già a strisciare sotto la lingua.
​«Pensi che la mia vita fosse una passeggiata, Trevis?» fa un altro piccolo passo, la punta del bastone che sprofonda nel fango.
«Pensi che il mio sangue sia meno rosso del tuo solo perché non ho portato una mimetica? O che non sappia cosa significa perdere le persone che amavo?»
​Si sporge ancora di più, la rabbia che le fa tremare le dita sulla stampella.
​«Ti nascondi dietro il tuo orgoglio da soldato perché ti fa comodo. Ti fa comodo pensare che io sia una cinica insensibile e tu il grande eroe con l'addestramento che salva i deboli. Ma non sei in missione per lo Stato, Trevis. Sei qui nella merda come tutti noi.»
La sua voce è diversa. Non è rabbia. È qualcosa di più stanco, più vecchio.
«Tessa non tornerà in vita salvando ogni randagio che trovi per strada, Trevis.»

Le parole mi colpiscono, ma non con la stessa violenza di quella mattina. Forse perché una parte di me, quella che ho sempre cercato di ignorare, sa che non ha tutti i torti.
Resto zitto un momento lungo, la pioggia che continua a scendere oltre il bordo della tettoia, un muro grigio e costante che ci separa dal resto di Balsam.

«Forse hai ragione,» dico infine, la voce bassa, priva della furia che pensavo sarebbe arrivata.
«Forse ho bisogno di salvare qualcuno, per una volta. Ma non lascio una ragazzina ferita senza un tetto e una pistola come unica compagnia. Se questo mi rende un uomo che si illude di aggiustare qualcosa che non si può aggiustare, allora sono un uomo che si illude. Ma non cambio idea su questo, Meave. Fattene una ragione. Tu non mi conosci, non sai cosa ho passato prima e dopo che il mondo finisse. Non sono un santo, te l'ho già detto, ma neanche uno stronzo senza pietà.»
Meave mi guarda a lungo, il bastone che le trema piano sotto il peso scaricato male.

«Non ti sto chiedendo di rimandarla nei boschi,» dice infine, la voce che si è ammorbidita di qualche grado. «Sto chiedendo di tenerla d'occhio. Insieme. E che se un giorno dovrò scegliere tra la sua vita e la tua...» Si ferma un istante. «Voglio che tu sappia già da adesso cosa scelgo.»

Non rispondo subito. Il peso di quella frase si deposita tra noi, più pesante di qualsiasi accusa di stasera.

«C'è dell'altro,» dico, decidendo di spostare il terreno prima che affondiamo entrambi più a fondo.
«Clem mi ha detto dove stava andando, prima di finire a Sylva.»

Meave inclina la testa, la diffidenza che torna, ma stavolta pratica, non emotiva. «Dove?»

«New Bern. Una città sulla costa, dove si incontrano due fiumi. Lei, Kate e James avevano sentito, mesi fa, di una comunità fortificata laggiù. Grande, organizzata. Che accoglie chi arriva, se può rendersi utile.»

«Una diceria captata alla radio non è un piano.»

«No,» concordo. «Ma è più di quello che abbiamo adesso. Earl ce l'ha detto chiaro dal primo giorno: Balsam è temporaneo. Quando scadrà il tempo non saremo più i benvenuti nemmeno per una notte.» Faccio una pausa, lasciando che il peso della cosa si sedimenti.
«New Bern è lontana. Ma è una direzione. E in questo mondo, avere una direzione vale più di tante altre cose.»

Meave resta in silenzio, lo sguardo che si perde nel buio oltre la cortina di pioggia, come se stesse già calcolando le miglia, i giorni, il cibo necessario.

«Quanto lontano?» chiede infine, la voce tornata pratica, quasi sollevata di avere qualcosa di concreto da masticare invece del resto.

«Più di quanto vorrei. Ma se troviamo un po' di benzina e strade non troppo bloccate ce la possiamo fare.»

Annuisce piano. Non è un accordo pieno. Ma è più solido del silenzio ostile di un'ora fa.

«Ne parliamo domani,» dice, tirandosi più stretta la coperta sulle spalle. «Con la testa lucida, non sotto un temporale.»

«D'accordo.»

Si volta verso il fienile, il bastone che sprofonda nel fango a ogni passo. La seguo, lasciando che la pioggia mi bagni le spalle per gli ultimi metri prima del portone.


Dentro, Clementine non si è mossa dal suo angolo. Il piumino è ancora tirato fino al mento, la mano sinistra ancora posata sopra la fondina.

Ma il suo respiro non è più quello lento e irregolare di prima. È troppo controllato. Troppo uniforme — il tipo di respiro che si costruisce apposta, un secondo alla volta, quando si vuole convincere chi guarda che si sta dormendo davvero.

Non dico niente. Mi lascio scivolare a terra nel mio angolo, la schiena contro il legno freddo, gli occhi fissi sulla sua sagoma immobile dall'altra parte del fienile.

Se ha sentito tutto — e qualcosa nello stomaco mi dice che l'ha fatto — allora adesso sa esattamente cosa pensa di lei la donna che dorme a pochi metri. E sa anche esattamente quanto io sia disposto a rischiare per tenerla al sicuro.

Non so quale delle due cose le farà più paura.

Il mattino seguente mi sveglio con l'aria gelida che si infiltra piano nel fienile.

Quando mi metto a sedere, il respiro si condensa nell'aria del fienile. Guardo istintivamente verso l'angolo opposto. Il sacco a pelo di Clementine è srotolato, vuoto, ma lei non c'è. Lo stomaco mi si contrae per una frazione di secondo, prima di notare lo zaino ancora appoggiato contro il legno marcito. La pistola non c'è, ovvio. Quella non l'avrebbe mai lasciata indietro. Ma se ha lasciato il resto della sua roba, vuol dire che non è scappata. Aveva solo bisogno di stare da qualche parte che non fosse qui dentro.

Meave dorme ancora, il respiro pesante di chi ha preso troppi antidolorifici per farsi bastare la notte. Esco senza fare rumore.

Il fango del perimetro è gelato, una crosta grigia e croccante sotto gli stivali. L'inverno quest'anno si prospetta più difficile rispetto agli altri anni. Una delle sentinelle di Earl è ferma sul portico, le mani infilate sotto le ascelle per scaldarsi. Le faccio un cenno interrogativo. Risponde indicando con il mento oltre il cancello di lamiera, verso la linea di alberi che costeggia il fiume.

L'acqua scorre scura, gonfia per il temporale di questa notte, e una nebbia bassa sale dalla superficie a incontrare il freddo dell'aria. La trovo lì.

Clem è seduta su un enorme sasso sulla riva fangosa, la figura magra inghiottita nel piumino celeste. Si china, raccoglie un sasso piatto, ruota il polso con un movimento fluido e lo scaglia. La pietra rimbalza sulla superficie. Uno, due, tre, quattro salti netti prima di affondare. È un gesto così dannatamente normale — un gioco da cortile, d'infanzia — che in questo mondo sembra quasi un'allucinazione fuori posto.

Mi avvicino senza nascondere i passi. L'erba gelata scricchiola sotto gli stivali, ma lei non si gira. Si piega solo a cercare un'altra pietra.

«Ho sentito cosa ha detto ieri notte,» esordisce. La voce è limpida, taglia il rumore dell'acqua fredda senza un tremore. Nessun preambolo. Nessuna scusa.

Mi fermo a un paio di metri da lei, le mani infilate nelle tasche del giaccone. «Tutto?»

«Abbastanza.» Prende un sasso nel palmo, passandoci sopra il pollice.
«Se sono un problema per quella donna, o per te, prendo le mie cose e me ne vado. Non vi ho chiesto io aiuto. Posso cavarmela da sola.»

«Sei qui perché l'ho deciso io, Clem,» rispondo, il tono duro ma pacato.
«Meave ha i suoi fantasmi, e vede minacce ovunque perché è così che è rimasta viva finora. Ma non decide lei chi resta e chi va. Finché sei con me, sei con me.»

Lei stringe le labbra e scaglia la pietra. Stavolta non rimbalza. Affonda quasi subito con uno schiocco liquido, inghiottita dalla corrente scura.

Cerco un varco nel muro che si è tirata su addosso. Non lo trovo subito. Guardo l'acqua scorrere, aspettando.

«Ascolta...» mormoro, abbassando la voce, sapendo già che sto per mettere il piede su un terreno minato. «Quando mi hai parlato dei tuoi genitori ieri in macchina... sei sicura? Sicura che siano morti?»

Clem si blocca. La mano destra, che stava per abbassarsi di nuovo verso il fango in cerca di un altro sasso, resta sospesa a mezz'aria.

«In questo caos,» continuo, pesando ogni parola come se camminassi su un ghiaccio sottile, «molte famiglie si sono perse nella fuga. Magari sono sfollati da qualche parte. Magari ti stanno ancora cercando e non—»

«Sono morti, Trevis.»

La frase esce come una rasoiata. Si gira verso di me, l'intero corpo rigido sotto il piumino. Capisco all'istante di aver sbagliato a chiederlo, ma è troppo tardi per rimangiarmi la domanda.

I suoi occhi neri sono lucidi, due pozze scure in cui si riflette la luce grigia e malata del mattino. La fisso mentre sbatte le palpebre. Una, due, tre volte, in rapida successione. Un movimento meccanico, quasi violento — il trucco disperato di chi si rifiuta categoricamente di cedere, ritirando le lacrime con pura forza di volontà.

«Non me l'ha raccontato nessuno,» riprende. La voce le si abbassa di un'ottava, raschiandole la gola come carta vetrata. «Li ho visti io.»

Il silenzio cade tra noi, più pesante dello scroscio del fiume. Sento il freddo entrarmi nei polmoni, ma resto immobile, incatenato a quello sguardo da adulta intrappolato in un viso da bambina.

«Eravamo a Savannah. Io e Marcus,» inizia a raccontare, fissando un punto vuoto in mezzo al petto. «Stavamo cercando una barca per allontanarci dalla città. Le strade erano bloccate... un mare intero di quegli stronzi morti. E in mezzo a loro... c'erano.»

Deglutisce a fatica, un rumore secco nella gola. La mano sinistra si aggrappa al bordo della giacca con una forza disperata.

«Mia madre e mio padre. Camminavano vicini. Quasi come... quasi come se si ricordassero di stare insieme. Come se un pezzo di loro fosse rimasto incastrato lì dentro.» Il respiro le trema, ma serra la mascella per fermarlo. «Ma non si riconoscevano. Non riconoscevano niente. Erano solo due cadaveri che si trascinavano sull'asfalto, sbattendo contro le macchine e contro ogni cosa che trovavano davanti a loro.»

Sento il petto stringersi in una morsa di piombo. Non oso dire una parola.

«Mia madre si è girata verso di me,» sussurra Clem. Lo sguardo le si svuota del tutto, proiettando quell'orrore sul fango davanti ai nostri stivali. «L'ho guardata negli occhi. Io... speravo in qualcosa. Che si fermasse. Che mi vedesse e capisse che ero io. Che la sua bambina era lì.»

Fa una pausa. La gola le si contrae in un piccolo spasmo involontario.

«Ma non c'era niente. I suoi occhi erano grigi. Opachi. Mi ha guardata con quello sguardo completamente perso nel vuoto. Marcus mi ha fatto scudo con il corpo e siamo andati via.» Tira su col naso, un suono brusco, umido. «E lì ho capito che non li avrei più rivisti. Che era finita. Avevo nove anni. Ho passato tre anni con Marcus.»

La guardo e il peso di quello che ha detto minaccia di schiacciarmi.

Immagino me stesso da bambino. Immagino di stare in mezzo all'inferno di una città divorata, costretto a fissare negli occhi il cadavere di mia madre sperando di trovarci ancora un briciolo d'amore, e trovando in cambio solo la fame cieca e assoluta di un mostro. Sopravvivere a un'immagine del genere ti spezza in due. Quello che non ti uccide non ti rende più forte; ti scava dentro e lascia un cratere.

Non le dico "mi dispiace". In questo mondo, in questo momento, "mi dispiace" è una frase inutile. È quasi un insulto al dolore che si porta addosso.

Clem non si volta. Il suo sguardo resta incollato alla corrente scura del fiume, come se sperasse di vederci affogare i propri ricordi.

«Quel giorno è stato terribile, il peggiore della mia vita.»

Lo dice con un filo di voce, un sussurro che il vento freddo minaccia di spazzare via. La vedo stringere le braccia al petto, affondando le dita nel tessuto logoro del piumino fino a far sbiancare le nocche. Le spalle le tremano, un movimento quasi impercettibile, ma che non ha nulla a che fare con la temperatura.

Faccio un passo verso di lei, l'istinto che per un attimo scavalca la razionalità tattica.
«Hey, Clem...» Mi fermo, il tono basso, ruvido ma cauto. «Non devi, se non ce la fai. Ho già ca—»

«No, no...» mi interrompe. Scuote la testa freneticamente. Si volta verso di me di scatto, e per un istante, sotto la sporcizia e l'espressione indurita dalla strada, rivedo la bambina che deve essere stata. I suoi occhi neri sono spalancati, carichi di un peso innaturale, disperato.

«Non ne parlo mai,» continua, la voce che le vibra nel petto prima di indurirsi di nuovo. «E mi sento sempre uguale. È come qualcosa di pesante che mi porto qui dentro. Parlarne magari servirà a qualcosa... e se non servirà, almeno ci avrò provato.»

Resto in silenzio. Fermo, a un metro da lei. So come funziona. Quando la diga cede, cercare di bloccare l'acqua fa solo più danni. Mi limito ad annuire lentamente, per farle capire che non me ne vado. Che l'ascolto.

Clem riprende fiato. Il vapore le esce dalle labbra in piccole nuvole bianche che si dissolvono subito nell'aria grigia.

«Io... io mi sentivo in colpa, perché credevo fosse tutta colpa mia se ci trovavamo in quella situazione. Prima che ritrovassi i miei genitori. Avevo un walkie-talkie. Lo tenevo sempre acceso, nascosto nel mio zainetto. Ci sentivo solo fruscii... ma poi, per qualche giorno, ho iniziato a sentire una voce.»
Una radio. Per lei era un segno, una speranza di trovare qualcuno dall'altra parte.

«Era quasi sempre un uomo,» riprende Clem, le parole che adesso escono più veloci, come se volesse sputarle fuori prima di pentirsene.
«Parlava con me. Diceva che aveva visto i miei genitori. Che sapeva dove si trovavano e che poteva aiutarmi a riabbracciarli. Io... io gli ho creduto. Ero così stupida. Mi ha detto che mi avrebbe aspettata al porto di Savannah, che loro erano lì.»

Sento la mascella contrarsi, i denti che sfregano l'uno contro l'altro. L'idea di un uomo che usa i genitori per manipolare e attirare una ragazzina allo scoperto mi fa salire su per la nuca una vampata di rabbia.

«Così mi sono allontanata. Da sola, di nascosto,» mormora lei, la voce raschiata dal senso di colpa.
«Ma quando sono arrivata al porto... non c'erano i miei genitori. Era una trappola. Quell'uomo mi ha presa e mi ha rinchiusa in una stanza d'albergo.»

Alza gli occhi su di me. C'è un dolore così crudo in quelle pupille scure che devo fare uno sforzo fisico per sostenere lo sguardo.

«Non voleva me. Voleva Marcus. Ci stava seguendo da un sacco di tempo, voleva vendetta.»

Aggrotto la fronte, il suono del fiume che sembra farsi improvvisamente ovattato. «Vendetta per cosa?»

«Per una macchina,» risponde lei con una risata amara, vuota, che si spezza in gola.
«Molto tempo prima, il nostro gruppo aveva trovato una macchina abbandonata nel bosco, così credevamo. Era piena di scorte. Cibo, medicine, vestiti. Pensavamo fosse di chiunque, o di qualcuno che era già morto. Ce le siamo prese. Senza quelle scorte non saremmo sopravvissuti all'inverno.»

Deglutisce a fatica. Vedo la sua gola contrarsi.

«Ma quella roba non era abbandonata. Era sua. Di quell'uomo. L'aveva messa lì per la sua famiglia. Quando è tornato con loro era pronto a partire. Ha trovato la macchina vuota... non avevano più niente. Sua moglie e suo figlio sono dovuti uscire a cercare altro, e... e sono morti.» Fa una pausa breve, il respiro che le trema. «Ha seguito le tracce che avevamo lasciato indietro, per settimane, forse mesi. E quando ci ha trovati, ci ha spiati finché non è riuscito a mettersi in contatto con me.»

Sento un gelo scivolarmi lungo la colonna vertebrale. La matematica spietata dell'apocalisse. La vita di uno pagata con il sangue di un altro. L'effetto farfalla dell'inferno: rubi una scatoletta di fagioli per non morire di fame, e condanni a morte altre persone.

«Lui sapeva che Marcus sarebbe venuto a cercarmi. Sapeva che non mi avrebbe mai lasciata indietro,» sussurra Clem, stringendosi ancora di più nel piumino, cercando di tenersi insieme i pezzi. «E Marcus lo ha fatto. È uscito, ha attraversato la città piena di quegli stronzi morti solo per trovarmi e riportarmi indietro. E lo hanno morso al braccio.»

Sento la rabbia salire dentro di me. L'idea di un uomo che usa la voce dei genitori per manipolare e attirare una ragazzina allo scoperto mi fa salire su per la nuca una vampata di rabbia acida.

Clem si porta la mano sinistra sul proprio braccio destro, stringendo la benda appena sotto il giubbotto — un gesto del tutto riflesso, l'eco fantasma di un dolore che non è il suo.

«Quando mi ha trovata, in quell'hotel... ha ucciso quell'uomo. Quando l'ho visto, non aveva più il braccio,» sussurra. «Era fasciato. C'era sangue ovunque, sulla fasciatura.»

Ascolto le sue parole e l'orrore di quella storia mi si pianta nel petto come una scheggia d'acciaio. Marcus era già condannato prima ancora di varcare la porta di quell'albergo. Il suo braccio sinistro era già stato amputato chissà in che modo, una ferita mutilata che gli stava divorando le forze con la febbre e l'infezione. E con un braccio solo, un moncone fasciato di stracci e il corpo che cedeva minuto dopo minuto, quell'uomo ha attraversato l'inferno di una città infestata solo per andarla a riprendere. Ha ucciso il sequestratore, ha spezzato l'ultima catena e l'ha portata via, consapevole che ogni suo passo era un passo verso la propria tomba.

***

Arrivarono fino alla stazione di polizia di Savannah.
Marcus entrò barcollando, il respiro diventò rauco e pesante. Il suo colorito non era più umano: la pelle era diventata del colore della cenere, lucida di un sudore freddo e tossico. Si appoggiò con la schiena al muro del corridoio, le gambe che cedettero d'improvviso. Scivolò verso il basso, lasciando una striscia scura sulla pittura scrostata, finché non si ritrovò seduto sul pavimento di linoleum.
Clementine era piccola. Troppo piccola per quello che la aspettava. Il terrore le bloccava i movimenti, facendole tremare le mani.

«Marcus, alzati Marcus... la porta è lì,» disse lei, la voce che saliva di tono, incrinata dal panico.
Marcus provò ad alzarsi. Puntò l'unico palmo rimasto contro il pavimento, le vene del collo che si gonfiavano come cavi d'acciaio nel tentativo di darsi una spinta. Il suo corpo, distrutto dall'amputazione e dal morso, rifiutò l'ordine. Ricadde all'indietro con un respiro spezzato.

«Non posso, non riesco più a muovermi. Per me è finita,» rispose lui, la voce ridotta a un soffio.

«Ti prego, ti prego... cerca di alzarti.»
Ci riprovò, ma le forze lo avevano abbandonato del tutto. Non c'era più niente da spremere da quel corpo.

«Non hai molto tempo. Devi fare una cosa.»

«Tipo, cosa?» domandò Clem, facendo un passo indietro, come se ammettere la realtà potesse evocarla.

«Devi assicurarti che non mi trasformi.»

«Ma non accadrà, andiamo via!»

«Clem, lo farò. Tu sai cosa devi fare.»

«No, non posso. Non ci riesco.»
Marcus aprì gli occhi a fatica. La vista gli si appannava, ma ruotò lentamente la testa verso l'angolo del corridoio. Su una sedia da ufficio rovesciata giaceva il cadavere di una guardia, il cranio spaccato, una fondina di cuoio ancora allacciata alla cintura e un paio di manette lucide agganciate al passante.
Gli indicò quel corpo con il mento. Le disse di prendere le manette e la pistola.
Clem ubbidì come un automa. Le sue dita da bambina farfugliarono con la scatola di metallo e la pelle dura della fondina. Tornò da lui con l'acciaio freddo tra le mani. Marcus allungò l'unico braccio sano verso il tubo di ghisa del termosifone fissato al muro, e Clem, piangendo in silenzio, strinse il primo anello attorno al suo polso e il secondo attorno al metallo freddo della conduttura. Un clack secco. Adesso era bloccato. Adesso lei sarebbe stata al sicuro, qualunque cosa fosse successa.

«Puoi prenderti cura di te stessa, Clem,» disse lui, guardandola dal basso.

«No... non sempre.» rispose Clem, con la sua voce che cominciava a cedere.

«Sì, non preoccuparti.»
A quel punto Clem impugnò la pistola. Lottò con carrello e caricatore, muovendo le dita con la precisione meccanica che lui le aveva impresso nella memoria a forza di esercizio.

«Hey,» continuò Marcus, ricucendo i lembi della sua voce. «Sei una persona forte, Clem.»

«Ma sono piccola...»

«Non conta niente. Vedrai cose brutte lì fuori, ma non fa niente.»

«I miei genitori... è orribile... e ora tu... Ti prego... non essere uno di loro, non voglio,» disse lei, lasciando che le prime lacrime le scavassero solchi sulla pelle sporca di polvere.

«Non oso immaginare, piccola. Ma puoi fare una cosa sola.»

«Non so se ce la faccio...»

«Mi devi sparare, Clem.»

«Marcus... no...» la voce di Clem diventò ancora più tremolante e più bassa.

«Va tutto bene. È tutto a posto. Lo so che è una cosa difficilissima e orribile da fare. Farei di tutto per evitarlo, ma se non vuoi vedermi come uno di loro è l'unica soluzione. Punta la pistola, togli la sicura, chiudi gli occhi e fallo. Poi vai via senza guardare indietro. Lo so che ce la puoi fare.»

«O-ok Marcus... ce la posso... posso fare,» disse singhiozzando, la canna della pistola che tremava vistosamente nell'aria gelida della stanza.

«Lì fuori le cose non miglioreranno per un po', ma un giorno lo faranno. Fino a quel giorno, non fidarti di nessuno,» disse Marcus, il tono fermo nonostante l'agonia.
«Devi crescere ancora tanto. La gente ti vedrà piccola e cercherà di approfittarsi di te e di farti fare cose che non devi fare.» Prese un respiro profondo, come se l'aria non gli arrivasse più nei polmoni.

«Non glielo permetterò!»

«Bene.»
Un singhiozzo più forte le squarciò il petto, piegandola in due. Marcus, vedendola crollare, cercò un'ultima volta il suo sguardo.

«Hey, Clem.»
Lei alzò gli occhi, accecata dalle lacrime.

«Tieni i capelli corti.»

«Lo farò, li taglierò io stessa...»

«E anche–» Marcus chiuse gli occhi. Un tremore lungo gli attraversò la colonna vertebrale. Non era morto, ma la coscienza gli stava scivolando via, inghiottita dal buio della febbre.

«Cosa? Che c'è?»
Marcus riaprì gli occhi di scatto, scosso dal soprassalto improvviso di chi sta perdendo il controllo sui propri sensi.

«No, non ha importanza.»
«Mi mancherai!»

«Anche tu...»
Clementine si alzò in piedi asciugandosi le lacrime con la manica della sua felpa. Sollevò la pesante pistola d'ordinanza con entrambe le mani. Tolse la sicura con un gesto secco del pollice. Bloccò le braccia, chiuse gli occhi e girò la testa di lato, rifiutandosi di vedere.

BAM.

***

Il silenzio che segue il ricordo e le parole di Clementine è un fischio assordante nelle orecchie. Il rumore del fiume che scorre a pochi metri da noi sembra sparito, inghiottito dal peso letale di quella storia.

Guardo Clementine. È ancora lì, di fronte a me, con le spalle contratte e lo sguardo perso nel vuoto. La sua storia si è fermata con quell'esplosione, con il fumo metallico della polvere da sparo che anni fa ha riempito la stanza di quella stazione di polizia.

Marcus è morto in mezzo alle divise, dentro una cella improvvisata, lui che era un ex carcerato tornato in libertà solo grazie al crollo del mondo. Ma mentre il suo corpo si spegneva contro quel termosifone, la sua pena era già stata scontata fino all'ultimo centesimo. Aveva saldato ogni debito salvando quella bambina, insegnandole a restare viva a costo di farsi spezzare il cuore.

Sento qualcosa di caldo scivolarmi sulla guancia.
Mi porto d'istinto la mano al viso. È umido. Sto piangendo. Non mi succedeva da prima che sotterrassi Tessa, da prima che imparassi a pietrificare lo stomaco per non sentire più il sapore della colpa. Le lacrime scendono silenziose, scavando solchi caldi nella pelle gelata dal vento del mattino.

La guardo ancora — la sua statura piccola, la cicatrice sullo zigomo, quel piumino celeste troppo grande per lei. Quel giorno ha sostenuto il peso di un'esecuzione per pietà, ha fatto la cosa più orribile che un essere umano possa essere costretto a fare, ed è ancora qui. In piedi. Con una spina dorsale fatta d'acciaio temprato.

Non ce la faccio più a mantenere la distanza. La disciplina militare, il distacco tattico, la paura di affezionarmi a qualcosa che il mondo potrebbe strapparmi via... tutto crolla in un secondo.
Faccio due passi veloci, mi accovaccio sul fango per portarmi alla sua altezza e le getto le braccia attorno alle spalle.
La tiro a me in un abbraccio ruvido, disperato. La stringo forte contro di me coprendo la sua testa con la mia mano grande, sentendo i suoi riccioli corti sotto le dita. Clementine si irrigidisce per un microsecondo, l'istinto animale che le dice di lottare, ma poi cede. Il suo corpo, rigido come un pezzo di legno fino a un attimo prima, si squaglia contro il mio petto.
Affonda il viso nel tessuto sporco della mia giacca e inizia a piangere. Uno sfogo di dolore represso per anni, i singhiozzi che le scuotono l'intero torace mentre le sue mani si aggrappano con forza feroce alla stoffa delle mie maniche.

«Sei una ragazza forte, Clem,» le mormoro all'orecchio, la voce che mi si spezza in gola mentre le mie lacrime cadono sul suo cappellino.
«Sei stata fortissima. Marcus sarebbe orgoglioso di te.»

Non risponde a parole. Ma sento le sue braccia stringersi un po' più forte intorno alla mia vita, un'ammissione muta di quanto avesse bisogno esattamente di questo e da quanto tempo lo aspettasse.
La tengo stretta lì, sulla riva del fiume gelato, mentre il mondo intorno a noi continua a marcire. Non le posso promettere un futuro, non posso prometterle che New Bern sarà il paradiso. Ma finché avrò fiato nei polmoni, nessuno toccherà questa ragazzina.

CONTINUA...
scritto il
2026-07-23
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