Anna e Luca
di
Nerea
genere
etero
Anna e Luca
Ci sono storie che iniziano con un colpo di fulmine.
La loro no.
La loro è cominciata molto prima.
Quando ancora non c’era nessun peccato da nascondere.
Solo due amici che si raccontavano la vita senza vergogna, seduti uno accanto all’altra con quella fiducia rara che si concede soltanto a chi, in qualche modo, ci assomiglia.
Anna e Luca si sono conosciuti nel momento sbagliato.
O forse nel momento troppo giusto.
Abbastanza presto da imparare a memoria il suono delle rispettive risate.
Abbastanza tardi da avere già costruito una vita con qualcun altro.
Sono sposati entrambi.
Hanno figli.
Case.
Abitudini.
Quelle cose solide che il tempo leviga fino a farle sembrare eterne.
Eppure basta una crepa quasi invisibile perché perfino il marmo inizi a cedere.
La loro è stata lenta.
Silenziosa.
Ha cominciato a respirare dentro uno sguardo trattenuto un istante di troppo.
In una mano rimasta appoggiata dove avrebbe dovuto staccarsi.
Nel modo in cui il silenzio diventava improvvisamente più eloquente delle parole.
Anna è fatta di luce.
Entra in una stanza e sembra aprire una finestra.
Ride con tutto il corpo.
Provoca senza averne davvero bisogno.
Ha quella pericolosa leggerezza delle cose vive, che non chiedono il permesso di esistere.
E dentro quella leggerezza c’è qualcosa di instabile, come vento che cambia direzione senza avvisare: oggi è qui, domani altrove, eppure sempre capace di tornare nello stesso punto senza mai davvero appartenervi.
Luca, invece, ha imparato a contenersi.
Parla poco, o quantomeno non dei propri sentimenti.
Ascolta molto.
Ha mani capaci di rassicurare e occhi che sembrano trattenere sempre qualcosa.
È uno di quegli uomini che portano il peso del mondo con una naturalezza quasi elegante, finché un giorno scoprono che il peso più difficile da sostenere è il proprio desiderio.
Dentro di lui c’è l’impeto di chi non sa restare fermo troppo a lungo nelle mezze misure: una fiamma che non chiede permesso, che vuole, che prende, che si consuma in fretta e poi resta a guardare ciò che ha incendiato.
Per anni hanno fatto finta che bastasse ignorarlo.
Poi una sera, tra le luci di una sagra e l’odore dell’estate, hanno smesso di mentire.
Da quel momento hanno imparato una verità che nessuno insegna.
Esistono amori che non hanno bisogno di essere vissuti per cambiare una vita.
Basta riconoscerli.
Da allora ogni incontro è stato una resa.
Ogni addio, una promessa destinata a rompersi.
Luca continua a ripetersi che la cosa giusta sarebbe allontanarsi.
Lo dice a lei.
Lo dice a sé stesso.
Ogni volta con meno convinzione della precedente.
Anna, invece, ha smesso di credere che la ragione possa mettere ordine dove il cuore ha già deciso.
Sa perfettamente quale sarebbe la scelta giusta.
Sa anche che ci sono verità che non obbediscono alla volontà.
Perché si può scegliere come vivere.
Si può scegliere perfino come soffrire.
Ma ci sono persone che, una volta entrate sotto la pelle, non chiedono più il permesso di restarci.
Questa storia comincia qui.
Nel punto esatto in cui due anime hanno già capito che l’amore, a volte, non salva.
Non assolve.
Non semplifica.
Si limita a esistere.
Con la pazienza delle maree.
Con la ferocia delle cose inevitabili.
Ecco come aprirei il capitolo, inserendo quella premessa come fondamento della scena.
Avevano passato giorni a cercare di dare un nome a qualcosa che un nome non lo voleva avere.
Amanti non potevano esserlo.
Amici non lo erano più da tempo.
Così avevano provato a inventarsi un’altra strada.
L’idea era stata di Luca.
O forse di entrambi.
Nasceva da quella parte ostinata dell’essere umano che continua a cercare una soluzione anche quando sa che probabilmente non esiste.
— E se smettessimo di combatterlo?
aveva detto una sera.
Anna lo aveva guardato senza capire.
— Cosa intendi?
— Ogni volta che ci vediamo succede la stessa cosa.
Cerchiamo di soffocare quello che proviamo.
Poi esplode.
Poi ci promettiamo di allontanarci.
Poi ricominciamo da capo.
Lei era rimasta in silenzio.
Lui aveva continuato.
— Magari il problema è proprio questo.
Continuiamo a trattare il nostro amore come un incendio.
E gli incendi, se provi a soffocarli male, prendono ancora più aria.
Anna aveva sorriso appena.
— Quindi la tua brillante idea quale sarebbe?
— Lasciarlo esistere.
La risposta l’aveva spiazzata.
— Senza rincorrerlo.
Senza averne paura.
Senza distruggerci ogni volta.
Lasciarlo diventare parte delle nostre vite.
Come succede a tutte le cose che durano abbastanza.
Lei aveva abbassato gli occhi.
— Un amore platonico.
Luca aveva annuito.
— Forse sì.
Un amore che smette di chiedere tutto.
Che con il tempo trovi il suo posto.
Che impari a respirare senza pretendere di divorare il resto.
Anna ci aveva pensato a lungo.
L’idea aveva qualcosa di tenero.
E qualcosa di disperato.
Perché era il progetto di due persone che si amavano abbastanza da rinunciare perfino alla speranza di appartenersi.
Avevano deciso di provarci.
Di vedersi.
Parlarsi.
Volersi bene.
Senza oltrepassare più quel confine.
Con il tempo, si erano detti, anche il desiderio avrebbe cambiato forma.
Forse si sarebbe addolcito.
Forse si sarebbe trasformato in un’abitudine gentile.
In una presenza silenziosa.
Compatibile con le vite che avevano scelto molto prima di scegliersi.
Era una teoria elegante.
Quasi rassicurante.
Peccato che l’amore non abbia mai avuto una grande considerazione per le teorie.
Il giorno prima delle vacanze estive decisero di salutarsi.
Un mese senza vedersi.
Un mese senza sentirsi.
Un mese per mettere alla prova quella fragile illusione.
Si diedero appuntamento in biblioteca, dove Anna lavorava.
Fuori l’estate aveva già cominciato a rallentare il mondo.
Dentro, tra gli scaffali e l’odore della carta, nessuno dei due immaginava che bastasse uno sguardo per capire quanto quella teoria fosse infinitamente più fragile di quanto avessero sperato.
Mi piace la premessa. C’è già un conflitto nuovo: non è più “riusciranno a non fare l’amore?”, ma “riusciranno a trasformare un amore impossibile in qualcosa di sopportabile?”. È un’illusione bellissima, e proprio per questo destinata a rompersi.
Ti scrivo la scena fino al momento in cui Anna inizia a giocare con lui, senza entrare nella parte erotica.
La biblioteca, d’estate, aveva un silenzio diverso.
Non era il silenzio dell’inverno.
Era più lento.
Caldo.
Sembrava quello delle case nel primo pomeriggio, quando perfino la polvere si muove con prudenza per non disturbare.
Luca arrivò qualche minuto prima dell’orario di chiusura.
Anna stava sistemando alcuni libri sul carrello.
Quando lo vide, gli sorrise.
Uno di quei sorrisi che nascevano sempre prima negli occhi.
— Sei in anticipo.
— Non riuscivo ad aspettare.
Lei abbassò lo sguardo.
— Nemmeno io.
Per qualche secondo non parlarono.
Tra gli scaffali c’era solo il rumore delle pagine che Anna stava allineando.
Luca la osservava.
Ogni suo gesto gli sembrava improvvisamente prezioso.
Il modo in cui passava il pollice sul dorso dei libri.
Il modo in cui si raccoglieva una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Come se sapesse già che avrebbe dovuto ricordarseli per molto tempo.
— Quanto manca?
chiese lui.
— Dieci minuti.
— Posso aspettare?
Anna annuì.
— Tanto ormai sei un frequentatore abituale.
Luca sorrise.
— Non credo che venga per i libri.
— Lo immaginavo.
Lei continuò a sistemare gli ultimi volumi.
Poi spense il computer.
Abbassò lentamente la serranda all’ingresso.
Girò il cartello.
Chiuso.
Fu quel piccolo gesto a farle stringere lo stomaco.
Perché significava che, una volta usciti da lì, sarebbe cominciato il mese più lungo della loro vita.
Si sedettero nel piccolo tavolo in fondo alla sala lettura.
Quello accanto alla finestra.
Per un po’ rimasero semplicemente lì.
Vicini.
Senza toccarsi.
Come due persone che cercavano di imparare un linguaggio nuovo.
Fu Anna a rompere il silenzio.
— Ho paura.
Luca la guardò.
— Di cosa?
Lei sorrise senza convinzione.
— Della risposta.
Lui aspettò.
— E se un mese bastasse?
— A cosa?
— A far passare tutto.
Luca scosse piano la testa.
— Non credo.
— Io invece sì.
La sua voce si incrinò appena.
— Ho paura che tornerai a settembre e ti accorgerai di stare meglio senza di me.
Lui rimase immobile.
Anna abbassò gli occhi.
— Sarebbe la cosa giusta.
Quelle ultime parole uscirono quasi in un sussurro.
— Ma non credo che riuscirei a sopportarla.
Le lacrime arrivarono senza chiedere il permesso.
Anna le asciugò subito.
Quasi infastidita da sé stessa.
— Che sottona che sono ..
Luca si spostò sulla sedia.
Le prese una mano.
Piano.
Come se fosse una cosa fragile.
— Guardami.
Lei lo fece.
Con gli occhi lucidi.
— Non ti sto lasciando, Anna.
— No?
— No.
Le accarezzò il dorso della mano con il pollice.
— Sto cercando un modo per non perderti.
Quelle parole sembrarono sciogliere qualcosa.
Lei inspirò lentamente.
— Io non voglio diventare un’abitudine.
Lui sorrise appena.
— Perché?
— Perché le abitudini finiscono per non guardarsi più.
Luca scosse la testa.
— Tu non potresti mai diventare un’abitudine.
Fece una pausa.
— Al massimo diventerai la mia nostalgia preferita.
Anna rise tra le lacrime.
— Sei un idiota.
— Abbastanza.
Rimasero qualche secondo in silenzio.
Poi lui parlò di nuovo.
— Però c’è una cosa che dobbiamo prometterci.
Lei annuì.
— Sentiamo.
— Niente messaggi.
Anna smise di sorridere.
— Niente?
— Niente.
— Nemmeno uno?
Luca scosse la testa.
Con fatica.
— Se cominciamo a sentirci tutti i giorni, questo mese non finirà mai.
Lei abbassò lo sguardo.
— E se mi manchi troppo?
— Mi mancherai anche tu.
— Non è una risposta.
— È l’unica che ho.
Anna rimase in silenzio.
Poi annuì lentamente.
— Va bene.
Niente messaggi.
Luca lasciò uscire il fiato.
Come se quella promessa gli fosse costata più di quanto avesse immaginato.
Per un momento tornarono semplicemente a guardarsi.
Anna lo osservava.
Davvero.
Notò la barba appena più lunga.
Le occhiaie leggere.
La camicia azzurra arrotolata fino ai gomiti.
Pensò che avrebbe dovuto smettere di guardarlo così.
Era un ottimo proposito.
Durò circa quattro secondi.
Un angolo della sua bocca si sollevò.
Luca la conosceva abbastanza da riconoscere quel sorriso.
— Perché fai quella faccia?
Lei inclinò appena la testa.
— Quale?
— Quella che precede sempre un guaio.
Anna abbassò gli occhi sulla propria gonna blu.
Liscia.
A tubino.
Seguiva le linee del suo corpo con un’eleganza quasi innocente. Quasi.
Poi sistemò distrattamente il colletto della camicetta azzurra smanicata.
Il tessuto faceva risaltare il verde dei suoi occhi.
Quando rialzò lo sguardo, c’era di nuovo quella luce.
La stessa che, negli anni, aveva imparato a riconoscere prima ancora che diventasse una provocazione.
— Stavo solo pensando una cosa.
— Che cosa?
Lei sorrise.
Lento.
Pericoloso.
— Che sei davvero convinto di riuscire a non scrivermi per un mese.
E Luca capì, nello stesso istante, che la parte razionale della loro conversazione era appena finita.
Ecco una versione che si ferma esattamente prima che la situazione diventi esplicitamente sessuale. Il centro della scena è il loro duello psicologico.
E Luca capì, nello stesso istante, che la parte razionale della loro conversazione era appena finita.
La guardò con sospetto.
— Cosa stai pensando?
Anna fece spallucce.
— Niente.
— Bugiarda.
Lei sorrise.
Quel sorriso leggero che sembrava nascere per gioco e finiva sempre per incendiare tutto.
— Stavo solo cercando di immaginarti ad agosto.
— Ah sì?
— Sì.
Seduto in spiaggia.
Con un libro in mano.
A fare il bravo ragazzo.
Luca incrociò le braccia.
— Sarebbe così strano?
— Molto.
— Perché?
Lei inclinò appena la testa.
— Perché tu fai il santo solo quando ci sono io.
Lui rise.
— Il santo?
— Certo.
Quello che predica.
Quello che parla di distanze.
Di equilibrio.
Di maturità.
Anna fece qualche passo tra gli scaffali.
Lento.
Distratto.
Le dita scorrevano sui dorsi dei libri come se stesse davvero cercandone uno.
— Mi fai quasi tenerezza.
— Addirittura.
— Mmh.
Si voltò verso di lui.
— Ti sforzi così tanto di convincerti che alla fine quasi ci credi.
Luca la seguì con calma.
— A cosa?
— Che mi desideri meno di quanto mi desideri davvero.
Lui abbassò lo sguardo per un istante.
Solo uno.
— Sei molto sicura di te oggi.
— No.
Lei sorrise.
— Sono molto sicura di te.
Quelle parole lo colpirono.
Anna lo vide.
E decise di non fermarsi.
— Sai qual è il bello?
— Sentiamo.
— Che continui a ripeterti che basta un po’ di buona volontà. Un mese. Due. Tre.Poi passa.
Fece una pausa.
— Io invece credo che tu non resisteresti nemmeno una settimana.
Luca scoppiò a ridere.
Una risata bassa.
— Ti diverti proprio.
— Tantissimo.
— E se invece fossi io quello più forte?
Anna lo guardò con un’espressione quasi innocente.
— Tu?
Lo disse come se l’idea fosse sinceramente buffa.
— Sì.
— De Santis…
Scosse piano la testa.
— Tu sei quello che fa i discorsi. Io sono quella che poi deve sopportarli.
Lui fece un passo verso di lei.
— Continui a chiamarmi santo.
— Perché ti ci metti d’impegno.
— E se mi fossi stancato?
Lei sollevò un sopracciglio.
— Di cosa?
— Di essere il santo.
Anna lasciò uscire una piccola risata.
— Non ci credo.
— No?
— No. Perché appena le cose si complicano ti ricordi subito che sei una brava persona.
Luca la raggiunse.
Adesso erano vicini.
Abbastanza da costringerla ad alzare appena il viso per guardarlo.
— Hai un’opinione davvero bassa di me.
— Al contrario. Ce l’ho molto alta. È per questo che ti prendo in giro.
Lui la fissava senza parlare.
Lei sostenne quello sguardo.
Sentiva il cuore accelerare.
Ma non aveva nessuna intenzione di concedergli il vantaggio di accorgersene.
— Sai cosa penso davvero?
disse piano.
— Cosa?
— Che hai paura.
Luca sorrise appena.
— Di te?
— No.
Lei fece un mezzo passo avanti, riducendo ancora la distanza.
— Di te quando sei con me.
Il silenzio cadde tra loro.
Pesante.
Lei vide qualcosa cambiare nei suoi occhi.
Quella calma costruita con tanta fatica iniziò a incrinarsi.
E fu proprio allora che capì di averlo portato dove voleva.
Luca fece un ultimo passo.
Anna indietreggiò quasi istintivamente.
La schiena incontrò il muro.
Lui appoggiò lentamente una mano accanto al suo viso.
Poi l’altra.
Non la toccava.
Le lasciava tutto lo spazio del mondo.
Eppure, in qualche modo, non c’era più via d’uscita.
Rimasero così.
Vicinissimi.
Anna avrebbe dovuto sentirsi intimorita.
Lui era più alto.
Più forte.
Le bastava guardare le sue spalle per ricordarsi che avrebbe potuto sollevarla senza alcuno sforzo.
E invece no.
Sentiva l’esatto contrario.
Perché conosceva Luca.
Conosceva ogni esitazione.
Ogni freno.
Ogni crepa.
E soprattutto sapeva una cosa che lui ancora faticava ad ammettere.
In quella distanza di pochi centimetri, quello davvero in trappola non era lei.
Era lui.
Lei sorrise appena.
— Allora?
La sua voce era poco più di un soffio.
— Il santo è ancora convinto di resistere fino a settembre?
Lei sorrise appena.
— Allora?
La sua voce era poco più di un soffio.
— Il santo è ancora convinto di resistere fino a settembre?
Luca non rispose subito.
La guardava.
Con quella pazienza ostinata di chi sta cercando di vincere una battaglia che sa già di aver perso.
Poi abbassò gli occhi sulle sue labbra.
Solo un istante.
Ad Anna bastò.
— Ah…
disse piano.
— Quindi il santo guarda ancora dove non dovrebbe.
Lui lasciò uscire una risata breve.
— Sei insopportabile.
— Lo dici sempre.
— Perché è sempre vero.
Lei inclinò appena la testa.
Gli occhi verdi brillavano di quella luce che lui conosceva fin troppo bene.
— E allora dimostrami che hai ragione tu.
— Su cosa?
— Su tutto questo.
Fece un piccolo gesto tra loro due.
— Dimostrami che riesci davvero a fermarti.
Luca serrò appena la mascella.
— Bionda…
Lei sorrise.
— Mmh?
— Stai giocando con il fuoco.
— Davvero?
— Lo sai benissimo.
Lei fece finta di pensarci.
— Io vedo solo un uomo molto educato.
Luca rise piano.
Scosse la testa.
— No. Vedi un uomo che sta cercando di comportarsi da persona intelligente.
— E ci stai riuscendo?
Lui la fissò.
A lungo.
Troppo.
— Sempre meno.
Il sorriso di Anna si allargò appena.
— Che peccato.
Pensavo fossi più forte.
Quelle parole fecero centro.
Luca abbassò la voce.
Adesso era quasi un sussurro.
— Ti piace provocarmi.
Lei non negò.
— Un po’.
— No.
Fece un altro mezzo passo.
La distanza tra loro ormai era quella di un respiro.
— Ti piace vedere fino a dove riesci a spingermi.
Anna sentì un brivido salirle lungo la schiena.
Continuò a sostenergli lo sguardo.
— E se fosse?
Luca sorrise.
Ma nei suoi occhi non c’era più traccia di ironia.
— Allora ascoltami bene, bionda.
La sua voce era calma.
Troppo calma.
— Stai giocando con il fuoco. E lo so che ti piace. Lo vedo da come mi guardi.
Fece una pausa.
Senza distogliere gli occhi dai suoi.
— Ma mi stai portando al limite. Non mettermi continuamente alla prova.Perché prima o poi smetterò di fermarmi un passo prima.
Anna trattenne il respiro.
Quelle parole avrebbero dovuto intimidirla.
E, per un istante, ci riuscirono.
Sentì il cuore accelerare.
Non perché avesse paura di lui.
Ma perché, per la prima volta, vide quanto fosse sottile il filo a cui Luca stava aggrappandosi.
Lui se ne accorse.
Vide quel lampo attraversarle gli occhi.
Le sfiorò una ciocca di capelli, con una delicatezza che contrastava con tutto quello che aveva appena detto.
— Hai capito?
Lei annuì appena.
Poi sorrise di nuovo.
Quella ragazza coraggiosa durò meno di un secondo.
— Sì.
Fece una piccola pausa.
— Però continui a chiamarti fuori.
Luca aggrottò la fronte.
— Cosa vuol dire?
— Che continui a parlare di quello che farai.
Di quello che potrebbe succedere.
Di quello che dovresti evitare.
Lei sollevò appena il mento.
— Ma intanto sei ancora qui.
Il silenzio che seguì sembrò infinito.
Poi Luca scosse lentamente la testa.
— Hai una dote rara.
— Quale?
— Riesci a farmi perdere la pazienza… senza alzare mai la voce.
Anna sorrise.
— È un complimento?
— No.
Le prese il viso tra le mani.
Piano.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo.
— È una condanna.
Lei non ebbe il tempo di rispondere.
Luca annullò gli ultimi centimetri che li separavano e la baciò.
Non fu un bacio impulsivo.
Fu trattenuto soltanto all’inizio.
Come se entrambi aspettassero ancora che l’altro cambiasse idea.
Poi ogni esitazione si sciolse.
Anna gli portò una mano dietro il collo.
Lui la strinse appena a sé.
Per qualche istante la biblioteca scomparve.
Restarono soltanto loro.
Il silenzio.
E quel bacio che aveva il sapore di una promessa che nessuno dei due era più capace di mantenere, almeno per ora.
Ci sono storie che iniziano con un colpo di fulmine.
La loro no.
La loro è cominciata molto prima.
Quando ancora non c’era nessun peccato da nascondere.
Solo due amici che si raccontavano la vita senza vergogna, seduti uno accanto all’altra con quella fiducia rara che si concede soltanto a chi, in qualche modo, ci assomiglia.
Anna e Luca si sono conosciuti nel momento sbagliato.
O forse nel momento troppo giusto.
Abbastanza presto da imparare a memoria il suono delle rispettive risate.
Abbastanza tardi da avere già costruito una vita con qualcun altro.
Sono sposati entrambi.
Hanno figli.
Case.
Abitudini.
Quelle cose solide che il tempo leviga fino a farle sembrare eterne.
Eppure basta una crepa quasi invisibile perché perfino il marmo inizi a cedere.
La loro è stata lenta.
Silenziosa.
Ha cominciato a respirare dentro uno sguardo trattenuto un istante di troppo.
In una mano rimasta appoggiata dove avrebbe dovuto staccarsi.
Nel modo in cui il silenzio diventava improvvisamente più eloquente delle parole.
Anna è fatta di luce.
Entra in una stanza e sembra aprire una finestra.
Ride con tutto il corpo.
Provoca senza averne davvero bisogno.
Ha quella pericolosa leggerezza delle cose vive, che non chiedono il permesso di esistere.
E dentro quella leggerezza c’è qualcosa di instabile, come vento che cambia direzione senza avvisare: oggi è qui, domani altrove, eppure sempre capace di tornare nello stesso punto senza mai davvero appartenervi.
Luca, invece, ha imparato a contenersi.
Parla poco, o quantomeno non dei propri sentimenti.
Ascolta molto.
Ha mani capaci di rassicurare e occhi che sembrano trattenere sempre qualcosa.
È uno di quegli uomini che portano il peso del mondo con una naturalezza quasi elegante, finché un giorno scoprono che il peso più difficile da sostenere è il proprio desiderio.
Dentro di lui c’è l’impeto di chi non sa restare fermo troppo a lungo nelle mezze misure: una fiamma che non chiede permesso, che vuole, che prende, che si consuma in fretta e poi resta a guardare ciò che ha incendiato.
Per anni hanno fatto finta che bastasse ignorarlo.
Poi una sera, tra le luci di una sagra e l’odore dell’estate, hanno smesso di mentire.
Da quel momento hanno imparato una verità che nessuno insegna.
Esistono amori che non hanno bisogno di essere vissuti per cambiare una vita.
Basta riconoscerli.
Da allora ogni incontro è stato una resa.
Ogni addio, una promessa destinata a rompersi.
Luca continua a ripetersi che la cosa giusta sarebbe allontanarsi.
Lo dice a lei.
Lo dice a sé stesso.
Ogni volta con meno convinzione della precedente.
Anna, invece, ha smesso di credere che la ragione possa mettere ordine dove il cuore ha già deciso.
Sa perfettamente quale sarebbe la scelta giusta.
Sa anche che ci sono verità che non obbediscono alla volontà.
Perché si può scegliere come vivere.
Si può scegliere perfino come soffrire.
Ma ci sono persone che, una volta entrate sotto la pelle, non chiedono più il permesso di restarci.
Questa storia comincia qui.
Nel punto esatto in cui due anime hanno già capito che l’amore, a volte, non salva.
Non assolve.
Non semplifica.
Si limita a esistere.
Con la pazienza delle maree.
Con la ferocia delle cose inevitabili.
Ecco come aprirei il capitolo, inserendo quella premessa come fondamento della scena.
Avevano passato giorni a cercare di dare un nome a qualcosa che un nome non lo voleva avere.
Amanti non potevano esserlo.
Amici non lo erano più da tempo.
Così avevano provato a inventarsi un’altra strada.
L’idea era stata di Luca.
O forse di entrambi.
Nasceva da quella parte ostinata dell’essere umano che continua a cercare una soluzione anche quando sa che probabilmente non esiste.
— E se smettessimo di combatterlo?
aveva detto una sera.
Anna lo aveva guardato senza capire.
— Cosa intendi?
— Ogni volta che ci vediamo succede la stessa cosa.
Cerchiamo di soffocare quello che proviamo.
Poi esplode.
Poi ci promettiamo di allontanarci.
Poi ricominciamo da capo.
Lei era rimasta in silenzio.
Lui aveva continuato.
— Magari il problema è proprio questo.
Continuiamo a trattare il nostro amore come un incendio.
E gli incendi, se provi a soffocarli male, prendono ancora più aria.
Anna aveva sorriso appena.
— Quindi la tua brillante idea quale sarebbe?
— Lasciarlo esistere.
La risposta l’aveva spiazzata.
— Senza rincorrerlo.
Senza averne paura.
Senza distruggerci ogni volta.
Lasciarlo diventare parte delle nostre vite.
Come succede a tutte le cose che durano abbastanza.
Lei aveva abbassato gli occhi.
— Un amore platonico.
Luca aveva annuito.
— Forse sì.
Un amore che smette di chiedere tutto.
Che con il tempo trovi il suo posto.
Che impari a respirare senza pretendere di divorare il resto.
Anna ci aveva pensato a lungo.
L’idea aveva qualcosa di tenero.
E qualcosa di disperato.
Perché era il progetto di due persone che si amavano abbastanza da rinunciare perfino alla speranza di appartenersi.
Avevano deciso di provarci.
Di vedersi.
Parlarsi.
Volersi bene.
Senza oltrepassare più quel confine.
Con il tempo, si erano detti, anche il desiderio avrebbe cambiato forma.
Forse si sarebbe addolcito.
Forse si sarebbe trasformato in un’abitudine gentile.
In una presenza silenziosa.
Compatibile con le vite che avevano scelto molto prima di scegliersi.
Era una teoria elegante.
Quasi rassicurante.
Peccato che l’amore non abbia mai avuto una grande considerazione per le teorie.
Il giorno prima delle vacanze estive decisero di salutarsi.
Un mese senza vedersi.
Un mese senza sentirsi.
Un mese per mettere alla prova quella fragile illusione.
Si diedero appuntamento in biblioteca, dove Anna lavorava.
Fuori l’estate aveva già cominciato a rallentare il mondo.
Dentro, tra gli scaffali e l’odore della carta, nessuno dei due immaginava che bastasse uno sguardo per capire quanto quella teoria fosse infinitamente più fragile di quanto avessero sperato.
Mi piace la premessa. C’è già un conflitto nuovo: non è più “riusciranno a non fare l’amore?”, ma “riusciranno a trasformare un amore impossibile in qualcosa di sopportabile?”. È un’illusione bellissima, e proprio per questo destinata a rompersi.
Ti scrivo la scena fino al momento in cui Anna inizia a giocare con lui, senza entrare nella parte erotica.
La biblioteca, d’estate, aveva un silenzio diverso.
Non era il silenzio dell’inverno.
Era più lento.
Caldo.
Sembrava quello delle case nel primo pomeriggio, quando perfino la polvere si muove con prudenza per non disturbare.
Luca arrivò qualche minuto prima dell’orario di chiusura.
Anna stava sistemando alcuni libri sul carrello.
Quando lo vide, gli sorrise.
Uno di quei sorrisi che nascevano sempre prima negli occhi.
— Sei in anticipo.
— Non riuscivo ad aspettare.
Lei abbassò lo sguardo.
— Nemmeno io.
Per qualche secondo non parlarono.
Tra gli scaffali c’era solo il rumore delle pagine che Anna stava allineando.
Luca la osservava.
Ogni suo gesto gli sembrava improvvisamente prezioso.
Il modo in cui passava il pollice sul dorso dei libri.
Il modo in cui si raccoglieva una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Come se sapesse già che avrebbe dovuto ricordarseli per molto tempo.
— Quanto manca?
chiese lui.
— Dieci minuti.
— Posso aspettare?
Anna annuì.
— Tanto ormai sei un frequentatore abituale.
Luca sorrise.
— Non credo che venga per i libri.
— Lo immaginavo.
Lei continuò a sistemare gli ultimi volumi.
Poi spense il computer.
Abbassò lentamente la serranda all’ingresso.
Girò il cartello.
Chiuso.
Fu quel piccolo gesto a farle stringere lo stomaco.
Perché significava che, una volta usciti da lì, sarebbe cominciato il mese più lungo della loro vita.
Si sedettero nel piccolo tavolo in fondo alla sala lettura.
Quello accanto alla finestra.
Per un po’ rimasero semplicemente lì.
Vicini.
Senza toccarsi.
Come due persone che cercavano di imparare un linguaggio nuovo.
Fu Anna a rompere il silenzio.
— Ho paura.
Luca la guardò.
— Di cosa?
Lei sorrise senza convinzione.
— Della risposta.
Lui aspettò.
— E se un mese bastasse?
— A cosa?
— A far passare tutto.
Luca scosse piano la testa.
— Non credo.
— Io invece sì.
La sua voce si incrinò appena.
— Ho paura che tornerai a settembre e ti accorgerai di stare meglio senza di me.
Lui rimase immobile.
Anna abbassò gli occhi.
— Sarebbe la cosa giusta.
Quelle ultime parole uscirono quasi in un sussurro.
— Ma non credo che riuscirei a sopportarla.
Le lacrime arrivarono senza chiedere il permesso.
Anna le asciugò subito.
Quasi infastidita da sé stessa.
— Che sottona che sono ..
Luca si spostò sulla sedia.
Le prese una mano.
Piano.
Come se fosse una cosa fragile.
— Guardami.
Lei lo fece.
Con gli occhi lucidi.
— Non ti sto lasciando, Anna.
— No?
— No.
Le accarezzò il dorso della mano con il pollice.
— Sto cercando un modo per non perderti.
Quelle parole sembrarono sciogliere qualcosa.
Lei inspirò lentamente.
— Io non voglio diventare un’abitudine.
Lui sorrise appena.
— Perché?
— Perché le abitudini finiscono per non guardarsi più.
Luca scosse la testa.
— Tu non potresti mai diventare un’abitudine.
Fece una pausa.
— Al massimo diventerai la mia nostalgia preferita.
Anna rise tra le lacrime.
— Sei un idiota.
— Abbastanza.
Rimasero qualche secondo in silenzio.
Poi lui parlò di nuovo.
— Però c’è una cosa che dobbiamo prometterci.
Lei annuì.
— Sentiamo.
— Niente messaggi.
Anna smise di sorridere.
— Niente?
— Niente.
— Nemmeno uno?
Luca scosse la testa.
Con fatica.
— Se cominciamo a sentirci tutti i giorni, questo mese non finirà mai.
Lei abbassò lo sguardo.
— E se mi manchi troppo?
— Mi mancherai anche tu.
— Non è una risposta.
— È l’unica che ho.
Anna rimase in silenzio.
Poi annuì lentamente.
— Va bene.
Niente messaggi.
Luca lasciò uscire il fiato.
Come se quella promessa gli fosse costata più di quanto avesse immaginato.
Per un momento tornarono semplicemente a guardarsi.
Anna lo osservava.
Davvero.
Notò la barba appena più lunga.
Le occhiaie leggere.
La camicia azzurra arrotolata fino ai gomiti.
Pensò che avrebbe dovuto smettere di guardarlo così.
Era un ottimo proposito.
Durò circa quattro secondi.
Un angolo della sua bocca si sollevò.
Luca la conosceva abbastanza da riconoscere quel sorriso.
— Perché fai quella faccia?
Lei inclinò appena la testa.
— Quale?
— Quella che precede sempre un guaio.
Anna abbassò gli occhi sulla propria gonna blu.
Liscia.
A tubino.
Seguiva le linee del suo corpo con un’eleganza quasi innocente. Quasi.
Poi sistemò distrattamente il colletto della camicetta azzurra smanicata.
Il tessuto faceva risaltare il verde dei suoi occhi.
Quando rialzò lo sguardo, c’era di nuovo quella luce.
La stessa che, negli anni, aveva imparato a riconoscere prima ancora che diventasse una provocazione.
— Stavo solo pensando una cosa.
— Che cosa?
Lei sorrise.
Lento.
Pericoloso.
— Che sei davvero convinto di riuscire a non scrivermi per un mese.
E Luca capì, nello stesso istante, che la parte razionale della loro conversazione era appena finita.
Ecco una versione che si ferma esattamente prima che la situazione diventi esplicitamente sessuale. Il centro della scena è il loro duello psicologico.
E Luca capì, nello stesso istante, che la parte razionale della loro conversazione era appena finita.
La guardò con sospetto.
— Cosa stai pensando?
Anna fece spallucce.
— Niente.
— Bugiarda.
Lei sorrise.
Quel sorriso leggero che sembrava nascere per gioco e finiva sempre per incendiare tutto.
— Stavo solo cercando di immaginarti ad agosto.
— Ah sì?
— Sì.
Seduto in spiaggia.
Con un libro in mano.
A fare il bravo ragazzo.
Luca incrociò le braccia.
— Sarebbe così strano?
— Molto.
— Perché?
Lei inclinò appena la testa.
— Perché tu fai il santo solo quando ci sono io.
Lui rise.
— Il santo?
— Certo.
Quello che predica.
Quello che parla di distanze.
Di equilibrio.
Di maturità.
Anna fece qualche passo tra gli scaffali.
Lento.
Distratto.
Le dita scorrevano sui dorsi dei libri come se stesse davvero cercandone uno.
— Mi fai quasi tenerezza.
— Addirittura.
— Mmh.
Si voltò verso di lui.
— Ti sforzi così tanto di convincerti che alla fine quasi ci credi.
Luca la seguì con calma.
— A cosa?
— Che mi desideri meno di quanto mi desideri davvero.
Lui abbassò lo sguardo per un istante.
Solo uno.
— Sei molto sicura di te oggi.
— No.
Lei sorrise.
— Sono molto sicura di te.
Quelle parole lo colpirono.
Anna lo vide.
E decise di non fermarsi.
— Sai qual è il bello?
— Sentiamo.
— Che continui a ripeterti che basta un po’ di buona volontà. Un mese. Due. Tre.Poi passa.
Fece una pausa.
— Io invece credo che tu non resisteresti nemmeno una settimana.
Luca scoppiò a ridere.
Una risata bassa.
— Ti diverti proprio.
— Tantissimo.
— E se invece fossi io quello più forte?
Anna lo guardò con un’espressione quasi innocente.
— Tu?
Lo disse come se l’idea fosse sinceramente buffa.
— Sì.
— De Santis…
Scosse piano la testa.
— Tu sei quello che fa i discorsi. Io sono quella che poi deve sopportarli.
Lui fece un passo verso di lei.
— Continui a chiamarmi santo.
— Perché ti ci metti d’impegno.
— E se mi fossi stancato?
Lei sollevò un sopracciglio.
— Di cosa?
— Di essere il santo.
Anna lasciò uscire una piccola risata.
— Non ci credo.
— No?
— No. Perché appena le cose si complicano ti ricordi subito che sei una brava persona.
Luca la raggiunse.
Adesso erano vicini.
Abbastanza da costringerla ad alzare appena il viso per guardarlo.
— Hai un’opinione davvero bassa di me.
— Al contrario. Ce l’ho molto alta. È per questo che ti prendo in giro.
Lui la fissava senza parlare.
Lei sostenne quello sguardo.
Sentiva il cuore accelerare.
Ma non aveva nessuna intenzione di concedergli il vantaggio di accorgersene.
— Sai cosa penso davvero?
disse piano.
— Cosa?
— Che hai paura.
Luca sorrise appena.
— Di te?
— No.
Lei fece un mezzo passo avanti, riducendo ancora la distanza.
— Di te quando sei con me.
Il silenzio cadde tra loro.
Pesante.
Lei vide qualcosa cambiare nei suoi occhi.
Quella calma costruita con tanta fatica iniziò a incrinarsi.
E fu proprio allora che capì di averlo portato dove voleva.
Luca fece un ultimo passo.
Anna indietreggiò quasi istintivamente.
La schiena incontrò il muro.
Lui appoggiò lentamente una mano accanto al suo viso.
Poi l’altra.
Non la toccava.
Le lasciava tutto lo spazio del mondo.
Eppure, in qualche modo, non c’era più via d’uscita.
Rimasero così.
Vicinissimi.
Anna avrebbe dovuto sentirsi intimorita.
Lui era più alto.
Più forte.
Le bastava guardare le sue spalle per ricordarsi che avrebbe potuto sollevarla senza alcuno sforzo.
E invece no.
Sentiva l’esatto contrario.
Perché conosceva Luca.
Conosceva ogni esitazione.
Ogni freno.
Ogni crepa.
E soprattutto sapeva una cosa che lui ancora faticava ad ammettere.
In quella distanza di pochi centimetri, quello davvero in trappola non era lei.
Era lui.
Lei sorrise appena.
— Allora?
La sua voce era poco più di un soffio.
— Il santo è ancora convinto di resistere fino a settembre?
Lei sorrise appena.
— Allora?
La sua voce era poco più di un soffio.
— Il santo è ancora convinto di resistere fino a settembre?
Luca non rispose subito.
La guardava.
Con quella pazienza ostinata di chi sta cercando di vincere una battaglia che sa già di aver perso.
Poi abbassò gli occhi sulle sue labbra.
Solo un istante.
Ad Anna bastò.
— Ah…
disse piano.
— Quindi il santo guarda ancora dove non dovrebbe.
Lui lasciò uscire una risata breve.
— Sei insopportabile.
— Lo dici sempre.
— Perché è sempre vero.
Lei inclinò appena la testa.
Gli occhi verdi brillavano di quella luce che lui conosceva fin troppo bene.
— E allora dimostrami che hai ragione tu.
— Su cosa?
— Su tutto questo.
Fece un piccolo gesto tra loro due.
— Dimostrami che riesci davvero a fermarti.
Luca serrò appena la mascella.
— Bionda…
Lei sorrise.
— Mmh?
— Stai giocando con il fuoco.
— Davvero?
— Lo sai benissimo.
Lei fece finta di pensarci.
— Io vedo solo un uomo molto educato.
Luca rise piano.
Scosse la testa.
— No. Vedi un uomo che sta cercando di comportarsi da persona intelligente.
— E ci stai riuscendo?
Lui la fissò.
A lungo.
Troppo.
— Sempre meno.
Il sorriso di Anna si allargò appena.
— Che peccato.
Pensavo fossi più forte.
Quelle parole fecero centro.
Luca abbassò la voce.
Adesso era quasi un sussurro.
— Ti piace provocarmi.
Lei non negò.
— Un po’.
— No.
Fece un altro mezzo passo.
La distanza tra loro ormai era quella di un respiro.
— Ti piace vedere fino a dove riesci a spingermi.
Anna sentì un brivido salirle lungo la schiena.
Continuò a sostenergli lo sguardo.
— E se fosse?
Luca sorrise.
Ma nei suoi occhi non c’era più traccia di ironia.
— Allora ascoltami bene, bionda.
La sua voce era calma.
Troppo calma.
— Stai giocando con il fuoco. E lo so che ti piace. Lo vedo da come mi guardi.
Fece una pausa.
Senza distogliere gli occhi dai suoi.
— Ma mi stai portando al limite. Non mettermi continuamente alla prova.Perché prima o poi smetterò di fermarmi un passo prima.
Anna trattenne il respiro.
Quelle parole avrebbero dovuto intimidirla.
E, per un istante, ci riuscirono.
Sentì il cuore accelerare.
Non perché avesse paura di lui.
Ma perché, per la prima volta, vide quanto fosse sottile il filo a cui Luca stava aggrappandosi.
Lui se ne accorse.
Vide quel lampo attraversarle gli occhi.
Le sfiorò una ciocca di capelli, con una delicatezza che contrastava con tutto quello che aveva appena detto.
— Hai capito?
Lei annuì appena.
Poi sorrise di nuovo.
Quella ragazza coraggiosa durò meno di un secondo.
— Sì.
Fece una piccola pausa.
— Però continui a chiamarti fuori.
Luca aggrottò la fronte.
— Cosa vuol dire?
— Che continui a parlare di quello che farai.
Di quello che potrebbe succedere.
Di quello che dovresti evitare.
Lei sollevò appena il mento.
— Ma intanto sei ancora qui.
Il silenzio che seguì sembrò infinito.
Poi Luca scosse lentamente la testa.
— Hai una dote rara.
— Quale?
— Riesci a farmi perdere la pazienza… senza alzare mai la voce.
Anna sorrise.
— È un complimento?
— No.
Le prese il viso tra le mani.
Piano.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo.
— È una condanna.
Lei non ebbe il tempo di rispondere.
Luca annullò gli ultimi centimetri che li separavano e la baciò.
Non fu un bacio impulsivo.
Fu trattenuto soltanto all’inizio.
Come se entrambi aspettassero ancora che l’altro cambiasse idea.
Poi ogni esitazione si sciolse.
Anna gli portò una mano dietro il collo.
Lui la strinse appena a sé.
Per qualche istante la biblioteca scomparve.
Restarono soltanto loro.
Il silenzio.
E quel bacio che aveva il sapore di una promessa che nessuno dei due era più capace di mantenere, almeno per ora.
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