Ultimo dell'anno ad Amsterdam #1
di
Silly
genere
confessioni
Era la sera del 28 dicembre 2011. Faceva un freddo cane a Firenze. Io, Chiara e Marta, eravamo appena uscite da un pub in centro dove avevamo bevuto la "solita" qualche birra di troppo. Fuori, ci eravamo accese una canna. Il fumo ci saliva in testa, caldo e denso, e le risate ci venivano spontanee, stupide.
"Smettetela di ridere, cazzo," dissi io, appoggiandomi al muro. "Ho un'idea."
"Se è come l'altra volta di voler provare a fare l'autostop nude...." mi fece Marta, ridendo sguaiata.
"No, stronza. Ascoltate. Andiamo ad Amsterdam per capodanno. Lì si fuma, si beve, si sballa. E si fa quello che cazzo ci pare."
Chiara si illuminò. "Amsterdam! Dai! Voglio andare in un sex shop a comprarmi un cazzo di gomma grande quanto il mio braccio."
"Ok il sex shop," intervenni io, "ma niente vetrine di puttane, mi fanno una tristezza boia. Voglio solo fumare in pace, ubriacarmi e sballo chimico totale."
"Tutto ok," disse Marta, annuendo. "Ma tu, Silvia, cosa cerchi di preciso lì, oltre a non ricordarti il tuo nome?"
Mi passai una mano tra i capelli, sentendomi audace e invincibile. "Voglio leccare una fica," dissi, guardandole dritte negli occhi. "Voglio entrare in un posto per donne e farmi una. E se non la trovo... be', state sicure che me la leccate una di voi, prima o poi. E poi, non ci sono problemi, mi faccio andare bene anche il cazzo di qualcuno, non ho preferenze."
Le mie amiche rimasero a bocca aperta per un secondo, poi scoppiarono a ridere. "Ma ti sei bevuta il cervello?" rise Chiara. "Brava. Così si fa. Siamo tutte molto sveglie e molto pronte a tutto."
Il 29 dicembre, giorno prima della partenza, aprii il trolley sul letto e iniziai a metterci dentro le cose essenziali. Un paio di décolleté nere col tacco, perfette per sembrare la zoccola che volevo essere. Autoreggenti nere, che stavano su senza bisogno di reggicalze. Shorts di jeans così corti che se mi chinavo si vedeva tutto. E poi altre cose da donna: un reggiseno push-up, un paio di perizoma a filo, e anche un pacco di assorbenti, che mai come in quei giorni mi sembrava un oggetto strano e inutile.
Ci ritrovammo il giorno dopo alla stazione di Santa Maria Novella. Io ero in tuta e piumino, comoda e anonima. Chiara indossava un paio di jeans attillati e un cappotto blu, mentre Marta aveva una gonna lunga e stivali. Sembravamo tre normali turiste, non tre avvoltoi in cerca di sballo.
Una volta a Pisa, al duty free, la prima cosa che facemmo fu comprare una bottiglia di vodka. Non aspettammo l'aereo. In un angolo appartato, la aprimmo e bevemmo un sorso ciascuna direttamente dal collo. Durante il volo, continuiamo a sorseggiarla da un bicchiere di plastica. Arrivammo ad Amsterdam già mezze ubriache, con la testa leggera e la lingua pesante.
Prendemmo un bus per il centro e facemmo check in in hotel. Appena entrate in camera, Marta sbatté la porta del bagno e dopo un minuto sentimmo lo schiamazzo dell'acqua. "Sto cagando come una disperata!" gridò dalla porta.
Io e Chiara scoppiammo a ridere. "Andiamo," dissi io, "fumiamo una canna."
Uscimmo come eravamo, ancora con i vestiti del viaggio. Trovammo un coffe shop a pochi passi, entremmo e comprammo un pugnello di black-widow. Lo fumammo lì, al bancone, in un fumo denso e dolce. La fame arrivò subito, un buco nero nello stomaco. Andammo a mangiare un kebab, ingrassandoci la faccia con la salsa e l'aglio. Eravamo sfatte, ubriache e fumate.
Tornammo in albergo. Era la notte tra il 30 e il 31 dicembre. Io corsi in doccia, mi spogliai e mi lasciai cadere a terra, sotto il getto caldo dell'acqua. Mi sedetti sul piatto doccia, nuda, con l'acqua che mi scorreva addosso, e rimasi lì, con la testa vuota e il corpo rilassato. Marta era già collassata sul letto, vestita e con le scarpe ancora ai piedi. Chiara, invece, si era liberata solo dell'essenziale: si era tolta scarpe, calzini, pantaloni e mutande, ed era crollata sul letto con la fica all'aria, ma con addosso ancora la felpa e il giubbotto. La nostra prima sera ad Amsterdam era finita così, nel caos di tre irriverenti pseudo punk.
"Smettetela di ridere, cazzo," dissi io, appoggiandomi al muro. "Ho un'idea."
"Se è come l'altra volta di voler provare a fare l'autostop nude...." mi fece Marta, ridendo sguaiata.
"No, stronza. Ascoltate. Andiamo ad Amsterdam per capodanno. Lì si fuma, si beve, si sballa. E si fa quello che cazzo ci pare."
Chiara si illuminò. "Amsterdam! Dai! Voglio andare in un sex shop a comprarmi un cazzo di gomma grande quanto il mio braccio."
"Ok il sex shop," intervenni io, "ma niente vetrine di puttane, mi fanno una tristezza boia. Voglio solo fumare in pace, ubriacarmi e sballo chimico totale."
"Tutto ok," disse Marta, annuendo. "Ma tu, Silvia, cosa cerchi di preciso lì, oltre a non ricordarti il tuo nome?"
Mi passai una mano tra i capelli, sentendomi audace e invincibile. "Voglio leccare una fica," dissi, guardandole dritte negli occhi. "Voglio entrare in un posto per donne e farmi una. E se non la trovo... be', state sicure che me la leccate una di voi, prima o poi. E poi, non ci sono problemi, mi faccio andare bene anche il cazzo di qualcuno, non ho preferenze."
Le mie amiche rimasero a bocca aperta per un secondo, poi scoppiarono a ridere. "Ma ti sei bevuta il cervello?" rise Chiara. "Brava. Così si fa. Siamo tutte molto sveglie e molto pronte a tutto."
Il 29 dicembre, giorno prima della partenza, aprii il trolley sul letto e iniziai a metterci dentro le cose essenziali. Un paio di décolleté nere col tacco, perfette per sembrare la zoccola che volevo essere. Autoreggenti nere, che stavano su senza bisogno di reggicalze. Shorts di jeans così corti che se mi chinavo si vedeva tutto. E poi altre cose da donna: un reggiseno push-up, un paio di perizoma a filo, e anche un pacco di assorbenti, che mai come in quei giorni mi sembrava un oggetto strano e inutile.
Ci ritrovammo il giorno dopo alla stazione di Santa Maria Novella. Io ero in tuta e piumino, comoda e anonima. Chiara indossava un paio di jeans attillati e un cappotto blu, mentre Marta aveva una gonna lunga e stivali. Sembravamo tre normali turiste, non tre avvoltoi in cerca di sballo.
Una volta a Pisa, al duty free, la prima cosa che facemmo fu comprare una bottiglia di vodka. Non aspettammo l'aereo. In un angolo appartato, la aprimmo e bevemmo un sorso ciascuna direttamente dal collo. Durante il volo, continuiamo a sorseggiarla da un bicchiere di plastica. Arrivammo ad Amsterdam già mezze ubriache, con la testa leggera e la lingua pesante.
Prendemmo un bus per il centro e facemmo check in in hotel. Appena entrate in camera, Marta sbatté la porta del bagno e dopo un minuto sentimmo lo schiamazzo dell'acqua. "Sto cagando come una disperata!" gridò dalla porta.
Io e Chiara scoppiammo a ridere. "Andiamo," dissi io, "fumiamo una canna."
Uscimmo come eravamo, ancora con i vestiti del viaggio. Trovammo un coffe shop a pochi passi, entremmo e comprammo un pugnello di black-widow. Lo fumammo lì, al bancone, in un fumo denso e dolce. La fame arrivò subito, un buco nero nello stomaco. Andammo a mangiare un kebab, ingrassandoci la faccia con la salsa e l'aglio. Eravamo sfatte, ubriache e fumate.
Tornammo in albergo. Era la notte tra il 30 e il 31 dicembre. Io corsi in doccia, mi spogliai e mi lasciai cadere a terra, sotto il getto caldo dell'acqua. Mi sedetti sul piatto doccia, nuda, con l'acqua che mi scorreva addosso, e rimasi lì, con la testa vuota e il corpo rilassato. Marta era già collassata sul letto, vestita e con le scarpe ancora ai piedi. Chiara, invece, si era liberata solo dell'essenziale: si era tolta scarpe, calzini, pantaloni e mutande, ed era crollata sul letto con la fica all'aria, ma con addosso ancora la felpa e il giubbotto. La nostra prima sera ad Amsterdam era finita così, nel caos di tre irriverenti pseudo punk.
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