Gabriella - Undicesima parte

di
genere
dominazione

Gabriella rimase lì, in quella posizione degradante e dolorosa, il respiro corto e spezzato.
Non posso crederci… io. Proprio io.
La donna elegante, sempre impeccabile, quella che in ufficio faceva tremare i dirigenti con uno sguardo. Quella che tutti desideravano ma nessuno osava avvicinarsi troppo. La stessa che decideva, comandava, controllava ogni cosa.
E ora era appesa per i seni.
Le corde spesse stringevano brutalmente la base dei suoi seni gonfi, violacei, doloranti. Ogni minimo spostamento del peso, ogni respiro più profondo, ogni tremito delle gambe la faceva sentire tirare verso l’alto da quelle due corde crudeli. Il dolore era costante, profondo, bruciante. I capezzoli pulsavano, ipersensibili, esposti all’aria della stanza.
Le braccia legate strette dietro la schiena la costringevano a spingere il petto in fuori, offrendo ancora di più i seni già torturati. Le gambe leggermente divaricate, la figa completamente aperta e stillante, umiliata ed esposta agli sguardi di tutti.
Come ho potuto ridurmi così?
Provava vergogna. Una vergogna bruciante, profonda. Eppure, sotto quella vergogna, sentiva un’eccitazione feroce, quasi animalesca. La figa le pulsava violentemente, tradendola. Il dolore ai seni si mescolava al piacere residuo degli orgasmi precedenti, creando una miscela devastante che le annebbiava la mente.
Guardò Franca, in attesa della prossima mossa. Poi i suoi occhi scivolarono su Elena. E su Max.
Mi stanno guardando tutti… come una puttana appesa.
Pensò alla Gabriella di poche ore prima: sofisticata, con l’abito elegante, padrona della situazione. Ora era nuda, legata, i seni stretti e sollevati come trofei di carne, il corpo offerto, dolorante e bagnato.
Una lacrima di frustrazione e umiliazione le scese lungo la guancia, ma tra le gambe sentiva il calore traditore che continuava a colare.
Fa male… ma non voglio che si fermino.
Chiuse gli occhi per un istante, stringendo i denti mentre un nuovo spasmo di dolore le attraversava i seni tirati.
Sono loro adesso. Sono completamente loro.
E quella consapevolezza, invece di terrorizzarla, la fece bagnare ancora di più.
Franca ed Elena si avvicinarono di nuovo a Gabriella come due predatrici che avevano fiutato la preda debole.
La donna era tesa come una corda di violino: il corpo rigido, i muscoli contratti, i seni gonfi e violacei stretti dalle corde che sostenevano gran parte del suo peso. Ogni respiro provocava una fitta dolorosa, ma la figa continuava a colare eccitazione lungo l’interno coscia.
Franca si posizionò davanti a lei e iniziò a far scorrere lentamente le mani sui seni legati. Le dita esperte accarezzavano la pelle tesa, stringendo appena la base già compressa, facendo oscillare leggermente i seni e tirando le corde.
“Senti quanto sono duri…” mormorò Franca con voce bassa e calda. “Sembrano sul punto di scoppiare”
Gabriella strinse i denti, ma un gemito le sfuggì quando Franca le pizzicò i capezzoli sensibili.
Elena si mise dietro di lei, premendo il corpo contro la sua schiena. Le sue mani scivolarono sui fianchi, poi scesero tra le gambe divaricate. Due dita trovarono immediatamente la figa fradicia e iniziarono a scivolare tra le labbra gonfie, accarezzando il clitoride con tocchi esperti e leggeri.
Il contrasto fu devastante.
Il dolore ai seni legati e tirati si mescolò immediatamente al piacere intenso che proveniva dal basso. Gabriella, nonostante la posizione scomoda e umiliante, si ritrovò a spingere impercettibilmente il bacino verso le dita di Elena, cercando di più.
“Brava…” sussurrò Elena al suo orecchio, infilando lentamente due dita dentro di lei. “Lasciati andare”
Franca continuò a tormentarle i seni: li stringeva, li schiaffeggiava leggermente, tirava le corde per farla oscillare, mentre con l’altra mano le pizzicava e torceva i capezzoli.
Gabriella iniziò a gemere senza più riuscire a trattenersi. Il suo corpo, teso allo spasimo, si mise presto in sintonia con i tocchi esperti delle due donne. Ogni carezza, ogni penetrazione, ogni pizzicotto sembrava amplificato dal dolore costante ai seni. Il piacere diventava più intenso proprio perché era costretto a convivere con la sofferenza.
“Ahh… cazzo…” ansimò Gabriella, la testa che cadeva leggermente in avanti.
Elena accelerò il ritmo delle dita dentro di lei, scopandola con movimenti fluidi e profondi, mentre il pollice premeva sul clitoride con cerchi perfetti. Franca si chinò e prese uno dei capezzoli in bocca, succhiandolo avidamente mentre continuava a tirare le corde.
Il corpo di Gabriella tremava. Era completamente in balia delle due donne: appesa per i seni, braccia immobilizzate, figa aperta e fradicia che veniva usata senza pietà. Eppure, nonostante tutto, il suo bacino aveva cominciato a muoversi leggermente, assecondando le dita di Elena come una troia affamata.
Max osservava la scena ipnotizzato, il cazzo duro in mano.
Franca staccò la bocca dal capezzolo e guardò Gabriella negli occhi.
“Senti come ti bagni, troia? Il dolore ti fa eccitare ancora di più, vero?”
Gabriella non rispose. Poteva solo gemere, persa tra il bruciore ai seni e il piacere devastante che le saliva dal basso.
Elena rimase premuta contro la schiena di Gabriella, il corpo caldo e saldo contro quello teso e tremante della sua capa. Le sue dita erano ancora profondamente dentro di lei, immobili per un momento, come a farle sentire bene la possessione completa.
Si avvicinò ancora di più all’orecchio di Gabriella e sussurrò con voce bassa, calda, quasi intima:
“Lo avresti mai immaginato, dottoressa? Che un giorno saresti stata qui… appesa per le tue belle tette, completamente aperta, mentre io ti tengo dentro le dita”
Gabriella rabbrividì violentemente. Le parole di Elena la colpirono come una frustata dolce e crudele.
Elena mosse lentamente le dita dentro di lei, in una lenta, profonda carezza possessiva, senza mai uscire del tutto.
“In ufficio mi parli sempre con quel tono freddo e distaccato… mi guardi dall’alto in basso. E ora guarda dove sei. Appesa. Bagnata. Che stringi le mie dita come se non volessi più farmele tirare fuori.”
Gabriella gemette piano, un suono soffocato e pieno di vergogna. Le corde ai seni tiravano dolorosamente a ogni respiro, ma quel dolore si trasformava in qualcosa di caldo e oscuro che le scendeva direttamente tra le gambe.
Elena continuò a muovere le dita con calma, possedendola con movimenti lenti e profondi, quasi pigri, come se avesse tutto il tempo del mondo.
“Ti piace, vero? Ti piace sentirti così… impotente. Ti piace sapere che la tua umile sottoposta ti sta tenendo in pugno. Che posso farti venire quando voglio… e che tu non puoi fare altro che prendermi dentro.”
Gabriella chiuse gli occhi, mordendosi il labbro inferiore. Non avrebbe mai pensato che quelle parole potessero eccitarla così tanto. L’umiliazione, il ribaltamento totale dei ruoli, il fatto che fosse proprio Elena, la ragazza che in ufficio trattava con distaccata superiorità, a possederla in quel momento, la stava facendo impazzire di piacere.
Un nuovo, intenso orgasmo cominciò a montare dentro di lei.
“Brava…” sussurrò ancora Elena, sfiorandole l’orecchio con le labbra. “Lasciati andare. Lascia che la tua dipendente ti senta godere. Voglio sentire quanto ti piace essere usata così”
Gabriella gemette più forte, il corpo che tremava nella morsa delle corde. Non riusciva più a trattenersi. Il piacere era troppo intenso, troppo proibito, troppo umiliante.
E lei lo stava adorando.
Le dita di Elena continuavano a muoversi dentro di lei con sicurezza, possedendola completamente, mentre Franca osservava la scena con un sorriso compiaciuto, tirando ogni tanto le corde dei seni per aumentare la tensione.
Gabriella non aveva mai provato un’eccitazione così profonda, così sporca, così liberatoria.
Elena continuò a muovere lentamente le dita dentro di lei, penetrandola con una calma possessiva, quasi pigra, come se stesse assaporando ogni singolo istante di quel ribaltamento di potere.
Si avvicinò ancora di più all’orecchio di Gabriella, le labbra che sfioravano il lobo mentre sussurrava con voce bassa e vellutata:
"Sai… in ufficio mi hai sempre trattata con quella superiorità così naturale. Mi guardavi come se fossi poco più di una semplice impiegata. E ora guarda dove sei finita… appesa per questi seni bellissimi, le gambe aperte, che stringi le mie dita come una donna disperata."
Gabriella emise un gemito soffocato, il corpo che tremava nella morsa delle corde. Ogni movimento delle dita di Elena le provocava una fitta di piacere che si mescolava al dolore costante ai seni tirati.
Elena infilò un terzo dito, allargandola con dolcezza crudele, e continuò a parlare piano, solo per lei:
"Ti piace, vero? Ti piace sentirti così vulnerabile… sapere che sono io a tenerti così. Che posso decidere quando farti venire. Che la donna che comandi ogni giorno ti sta possedendo completamente in questo momento."
Gabriella strinse forte gli occhi, mordendosi il labbro. Non voleva ammetterlo, ma quelle parole la stavano facendo bagnare ancora di più. Il contrasto tra la Gabriella autoritaria dell’ufficio e questa versione legata, umiliata e eccitata oltre ogni limite la stava travolgendo.
"Ahh…" gemette, incapace di trattenersi.
Elena sorrise contro il suo orecchio e accelerò leggermente il ritmo, scopandola con movimenti più decisi, il pollice che premeva sul clitoride gonfio.
"Lasciati andare, dottoressa… fammi sentire quanto ti eccita questa situazione. Quanto ti piace essere ridotta così davanti al tuo uomo. Quanto ti piace farti usare da me."
Franca osservava la scena con evidente piacere, tirando ogni tanto le corde dei seni di Gabriella per aumentare la tensione e il dolore.
Il corpo di Gabriella era in fiamme. Il piacere saliva rapido, inarrestabile. Le parole di Elena, la sua sottomissione totale, il dolore ai seni, le dita che la possedevano senza sosta… tutto si mescolava in un vortice devastante.
"Sto… sto per…" ansimò Gabriella, la voce spezzata.
"Vieni" le ordinò Elena con tono dolce ma fermo. "Vieni per me."
Gabriella esplose con un lungo gemito rauco, il corpo che si irrigidiva nelle corde. L’orgasmo fu intenso, profondo, quasi doloroso per la forza con cui la travolse. Le sue pareti interne si contrassero violentemente attorno alle dita di Elena, mentre i seni legati pulsavano per la tensione.
Elena non smise di muovere le dita, accompagnandola con dolcezza attraverso l’orgasmo, mentre le sussurrava all’orecchio:
"Brava… così. Lasciati vedere per quello che sei davvero."
Gabriella tremava, esausta, umiliata e incredibilmente eccitata, mentre un’altra lacrima di piacere misto a vergogna le scivolava lungo la guancia.
Elena non diede a Gabriella il tempo di riprendersi. Mentre il corpo di lei era ancora scosso dagli ultimi spasmi dell’orgasmo, Elena si allontanò per un istante e tornò con un lungo bastone nero alla cui estremità era fissato un grosso fallo realistico, spesso e venato, di un nero lucido e minaccioso.
Gabriella spalancò gli occhi, ancora ansimante.
"Aspetta… aspetta un attim…"
Non fece in tempo a finire la frase.
Elena posizionò la grossa cappella del dildo contro la sua figa ancora pulsante e, senza alcuna pietà, spinse in avanti con forza.
Il mostro nero scivolò dentro di lei tutto in una volta, aprendola brutalmente.
"Aaaahhh!" urlò Gabriella, il corpo che si irrigidiva violentemente nelle corde. I seni legati vennero tirati verso l’alto dal movimento improvviso, provocando una fitta di dolore lancinante che si mescolò al piacere devastante dell’invasione.
Elena non si fermò. Iniziò a muovere il bastone con decisione, scopandola con colpi lunghi, profondi e veloci. Il grosso fallo nero entrava e usciva quasi completamente dalla sua figa fradicia, producendo suoni osceni e bagnati ad ogni affondo.
"Prendilo tutto" sussurrò Elena con voce carica di soddisfazione, spingendo il dildo fino in fondo. "Senti quanto ti riempio? Questo è quello che meriti dopo tutte le volte che mi hai trattata come una semplice subordinata."
Gabriella gemette forte, la testa rovesciata all’indietro. Il fallo era enorme, la stava allargando al limite, sfregando contro ogni punto sensibile dentro di lei. Ogni spinta faceva oscillare il suo corpo, tirando dolorosamente le corde intorno ai seni gonfi.
Elena accelerò il ritmo, scopandola senza pietà con il bastone, facendo scomparire e riapparire il grosso dildo nero nella sua figa con movimenti rapidi e potenti.
"Guarda come la prendi bene…" continuò Elena, la voce bassa e calda contro il suo orecchio. "La grande dottoressa, sempre così composta… ora si fa sfondare come una troia da un cazzo di gomma."
Gabriella non riusciva più a ragionare. Il dolore ai seni, la posizione umiliante, le parole di Elena e quel mostro nero che la martellava senza sosta la stavano portando di nuovo sull’orlo di un orgasmo feroce.
"Oh mio Dio… Elena… è enorme…" gemette, la voce spezzata.
Elena sorrise e spinse ancora più forte, ruotando leggermente il bastone per far sentire ogni vena del dildo contro le sue pareti interne.
Franca osservava la scena con un sorriso compiaciuto, mentre Max si toccava lentamente, ipnotizzato dalla vista della sua donna che veniva brutalmente usata.
Gabriella era completamente persa: il corpo teso nelle corde, i seni violacei e tirati, la figa che veniva aperta senza pietà dal grosso fallo nero che Elena continuava a spingere dentro di lei con ritmo implacabile.
Franca ed Elena decisero che era arrivato il momento di concludere quella fase.
Slegarono lentamente le corde che tenevano Gabriella in piedi. Appena i seni vennero liberati dalla stretta brutale, lei emise un lungo gemito di sollievo misto a dolore. Le gambe le tremavano così tanto che dovettero sostenerla per evitare che crollasse.
La accompagnarono fino al grande letto circolare nella stanza, morbido e coperto di lenzuola nere. La fecero stendere sulla schiena, esausta, il corpo segnato dalle corde, i seni arrossati e doloranti, la figa ancora gonfia e lucida.
«Non abbiamo ancora finito con te" disse Franca con un sorriso.
Elena salì per prima sul letto, posizionandosi sopra il viso di Gabriella. Franca si mise dietro di lei, inginocchiata, e iniziò a palparle i seni pesanti e sensibili, stringendoli con forza.
«Lecca" ordinò Franca.
Gabriella, sfinita e dolorante, cercò di obbedire. Tirò fuori la lingua e iniziò a leccare la figa di Elena, ma i suoi movimenti erano lenti, incerti, privi di energia. Era troppo stanca, i muscoli tremanti, la mente annebbiata.
Elena si mosse impaziente sul suo viso, premendo la figa contro la sua bocca.
«Più impegno" sussurrò. «Fammi sentire quanto vuoi compiacermi."
Gabriella ci provò, ma dopo pochi minuti Franca scosse la testa.
«Cambio."
Fecero girare Gabriella. Ora era Franca a sedersi sul suo viso, mentre Elena da dietro le strizzava e schiaffeggiava i seni doloranti. Gabriella leccava con tutta la buona volontà che le rimaneva, ma era chiaramente esausta: la lingua si muoveva con lentezza, i gemiti di piacere delle due donne erano pochi e insoddisfatti.
Franca scese dal suo viso e la guardò con delusione simulata.
«Tutto qui? Dopo tutto quello che ti abbiamo fatto godere, non riesci nemmeno a farci venire decentemente?"
Elena sorrise, accarezzando i capelli sudati di Gabriella.
«Peccato… dovremo punirti di nuovo."
Gabriella, con il respiro affannato e gli occhi lucidi, riuscì solo a mormorare con voce rotta:
«Mi dispiace… sono… sono sfinita…"
Franca si chinò su di lei e le accarezzò una guancia.
«Lo sappiamo. Ma una troia deve saper dare piacere anche quando è distrutta. Quindi ora ti legheremo di nuovo… e ti useremo finché non imparerai la lezione."
Gabriella chiuse gli occhi, esausta ma ancora incredibilmente eccitata dal tono delle due donne.
Sapeva che la notte era ancora lunga.

stemmy75@gmail.com
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scritto il
2026-06-15
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