L’Ora in cui ho detto Sì a me stessa 5
di
Stemmy
genere
etero
Cristina giaceva ancora distesa sul lettino del centro massaggi, il lenzuolo bianco stropicciato sotto di lei, impregnato del suo odore e di quello di Raul. Il suo corpo, maturo e ancora vibrante dopo i quarant’anni, pulsava di un piacere che non voleva spegnersi. Aveva la testa appoggiata sul torace ampio e muscoloso di Raul, la guancia che sfiorava la pelle scura e calda, sentendo il battito lento e potente del suo cuore. Il sapore salato del suo cazzo enorme le era ancora in bocca, un ricordo viscerale di come si era messa in ginocchio poco prima, ingoiandolo fino a dove poteva, strozzandosi di desiderio pur di dargli qualcosa in cambio di quell’orgasmo devastante che lui le aveva appena regalato con la lingua.
Raul le accarezzava distrattamente i capelli con una mano grande come una pala, ma il suo sguardo era già altrove. Guardò l’orologio appeso alla parete e sospirò piano.
"Devo andare, mi reina. La prossima cliente mi aspetta."
La voce era calda, professionale, con quel suo accento cubano che la faceva bagnare ogni volta. Si alzò con un movimento fluido, il suo corpo gigantesco che riempiva la stanza: spalle larghe, addominali scolpiti, e quel cazzo semi-eretto che dondolava pesante tra le gambe muscolose, ancora lucido della sua saliva. Cristina lo fissò con fame, le labbra socchiuse, come se volesse implorarlo di restare.
"Raul… aspetta…" mormorò, allungando una mano verso di lui, ma lui si era già infilato i pantaloni leggeri della divisa, nascondendo quel mostro che lei bramava come una drogata.
Lui le sorrise, un sorriso gentile ma distaccato, e si chinò a baciarle la fronte. "Sei bellissima oggi. Ci vediamo la prossima volta, ok?"
La porta si chiuse con un clic sommesso. Cristina rimase sola nella stanza in penombra, il condizionatore che ronzava piano, l’aria ancora impregnata di sesso. Il vuoto improvviso le piombò addosso come un macigno. Si mise a sedere sul lettino, le gambe aperte, la figa ancora gonfia e bagnata che colava sui lenzuoli. Sentiva il succo delle sue eccitazioni scivolarle lungo le cosce, mescolato alla saliva di Raul.
Perché? Perché non posso averlo solo per me? pensò, mentre un nodo di tristezza le stringeva la gola. Immaginava la prossima cliente: una donna più giovane, forse più magra, che si sarebbe sdraiata lì, sotto quelle stesse mani forti, sotto quella lingua esperta, sotto quel cazzo cubano che sembrava fatto per spaccare fiche mature come la sua. L’idea la faceva impazzire di gelosia. Raul era professionale, sì. Troppo. Non si lasciava mai travolgere. La trattava come una cliente speciale, certo, ma lei voleva di più. Voleva essere la sua puttana personale, voleva che la scopasse senza orari, senza altre donne, che le riempisse la figa fino a farla urlare e poi le venisse dentro, marchiandola.
Le lacrime le salirono agli occhi, ma non erano solo di tristezza. Era frustrazione, desiderio animale. Si lasciò ricadere sul lettino, una mano che scivolava automaticamente tra le gambe. Le dita trovarono il clitoride ancora sensibile e lo stuzzicarono con rabbia, mentre con l’altra mano si strizzava un capezzolo duro.
"Cazzo… Raul…" gemette piano, infilando due dita dentro di sé, imitando i movimenti che lui le aveva fatto poco prima. La figa faceva rumori osceni, bagnata fradicia. Nella sua mente vedeva Raul che entrava di nuovo, il suo corpo nero e massiccio che la schiacciava, quel cazzo spesso che le apriva le labbra e la penetrava fino in fondo, sbattendola come una troia senza pietà. Voleva sentirlo venire, voleva ingoiare ogni goccia, voleva che le venisse sulla faccia, sulle tette, dentro il culo se necessario. Era disposta a tutto pur di averlo ancora.
Ma lui era di là, probabilmente già con le mani addosso a un’altra. Il pensiero la fece venire di nuovo, un orgasmo amaro e intenso che la lasciò tremante e insoddisfatta. Rimase lì, ansimante, con le dita ancora infilate nella figa, il cuore che batteva forte.
La prossima volta non basterà un pompino, pensò mentre si rivestiva lentamente, le gambe ancora deboli. Devo fare di più. Devo trovare il modo di averlo fuori da qui. A casa mia. Nel mio letto. Solo mio.
Uscì dal centro massaggi con il passo incerto, la figa che ancora pulsava e il cervello già che macinava piani. Raul non sapeva ancora fino a che punto Cristina fosse disposta a spingersi per lui. Ma lo avrebbe scoperto presto.
Cristina uscì dal centro massaggi con le gambe ancora molli, la figa gonfia e bagnata che le sfregava contro le mutandine a ogni passo. Salì in macchina, chiuse la portiera e rimase lì, nel parcheggio semi deserto, con il motore spento e le mani strette sul volante. Il sapore del cazzo di Raul le impregnava ancora la gola, un retrogusto salato e virile che non voleva andarsene. Appoggiò la testa all’indietro e chiuse gli occhi, ma invece di calmarsi sentì solo un’onda di vuoto invaderle il petto.
Perché se n’è andato così? pensò, mentre una tristezza viscida le stringeva lo stomaco. Raul era stato gentile, professionale come sempre, ma quel distacco la stava uccidendo. Il suo corpo gigantesco, quel torace caldo su cui aveva poggiato la guancia solo pochi minuti prima, era già di là, pronto a toccare un’altra cliente. L’idea la fece fremere di gelosia e, allo stesso tempo, la figa le pulsò forte, traditrice.
Era diventata dipendente. Non era più solo desiderio: era una fame chimica che le aveva preso il cervello. Da quando aveva scoperto Raul, il suo mondo si era ristretto a lui. Ogni pensiero libero finiva lì, tra le sue gambe muscolose, su quel cazzo enorme che la apriva come nessun altro aveva mai fatto. La dopamina la inondava ogni volta che lo vedeva, un’ondata di piacere così intensa da cancellare tutto il resto. Era lo stesso meccanismo delle droghe pesanti: il cervello aveva imparato che Raul equivaleva a estasi pura, e ora tutto il resto, il lavoro, la vita di prima, sembrava grigio, spento, inutile.
Si infilò una mano sotto la gonna, senza nemmeno controllare se qualcuno passasse. Le dita trovarono la figa fradicia, le labbra gonfie e scivolose. Iniziò a toccarsi lentamente mentre i pensieri correvano.
La tolleranza era già arrivata. Un semplice massaggio o un pompino non bastavano più. Voleva di più. Voleva sentirselo dentro fino in fondo, senza plastica, voleva che la riempisse di sborra calda, che la prendesse come una troia senza orari né limiti. Ogni incontro alzava l’asticella. E quando lui se ne andava, arrivava il ritiro: quel nodo alla gola, la tristezza che le faceva venire le lacrime agli occhi, la rabbia sorda verso se stessa per essere diventata così patetica. Una donna di quarant’anni che implorava attenzioni da un massaggiatore cubano che probabilmente si scopava mezza città.
Eppure proprio quel dolore la eccitava ancora di più. Mentre si infilava due dita dentro, immaginava Raul che entrava nella stanza accanto e posava quelle mani enormi su un’altra cliente. La gelosia le bruciava dentro, ma la figa si contraeva intorno alle dita, sempre più bagnata.
Sono diventata la sua puttana, pensò ansimando. E non mi basta più vederlo una volta alla settimana. Voglio il suo cazzo ogni giorno. Voglio svegliarmi col suo odore addosso, voglio che mi chiami quando ha voglia di scaricare le palle e io corra da lui, pronta a prenderlo ovunque.
C’era anche qualcosa di più profondo. Per anni aveva represso tutto: la brava moglie, la madre rispettabile, la donna che fingeva di non avere certi desideri. Raul non era solo un corpo. Era la liberazione violenta di tutto ciò che aveva tenuto nascosto. Con lui si sentiva finalmente femmina, desiderata, dominata, viva. La dipendenza sessuale aveva trovato il terreno fertile in quel vuoto che si portava dentro da troppo tempo.
L’orgasmo arrivò improvviso, quasi doloroso, mentre si mordeva il labbro per non gemere forte. Tremò sul sedile, le dita fradice, il respiro corto. Ma anche dopo il piacere rimase quell’insoddisfazione amara. Il ciclo era sempre lo stesso: eccitazione feroce, sfogo, vergogna, e poi un craving ancora più potente.
Cristina si pulì la mano sulla gonna e mise in moto. Non sapeva ancora come, ma la prossima volta non sarebbe finita così. Avrebbe trovato il modo di portarselo fuori da quel centro. A casa sua. Nel suo letto. E se lui avesse resistito al suo corpo maturo e alla sua voglia disperata… beh, era disposta a tutto. A umiliarsi, a pagare, a rischiare ogni cosa. Perché ormai Raul non era più solo un massaggiatore. Era la sua droga. E le dipendenze non si fermano da sole.
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Raul chiuse la porta della stanza alle sue spalle con un clic sommesso, lasciando Cristina distesa sul lettino ancora ansimante. Mentre percorreva il corridoio verso la sala relax, un sorrisetto gli curvò le labbra carnose.
Questa donna è cotta, pensò, passandosi una mano sul torace ancora lucido di sudore. Aveva visto succedere la stessa cosa decine di volte: donne over quaranta, sposate o separate, che entravano per un massaggio “rilassante” e uscivano dipendenti dal suo cazzo. Ma Cristina era diversa. Più fragile. Più disperata. Separata da poco, con un divorzio che le aveva lasciato solo gli avanzi, e una fame di sesso repressa per anni che ora esplodeva come una bomba. Raul l’aveva capito fin dal terzo incontro: quella non voleva solo scopare. Voleva lui. E questo lo rendeva un’occasione d’oro.
Si cambiò rapidamente la maglietta, controllò l’orologio e pensò alla mossa successiva. La mungerò fino all’ultimo euro. Poi, quando non avrà più niente, la lascerò al suo destino. Era freddo, calcolatore. Il suo corpo gigantesco e quel cazzo da pornodivo cubano erano il suo business. Le donne pagavano per sentirsi vive, e lui le accontentava… a prezzo.
Due giorni dopo arrivò il messaggio di Cristina. Tremava sullo schermo:
"Raul, non riesco a smettere di pensare a te. Possiamo vederci fuori dal centro? Solo noi due, ti prego. Ho bisogno di te."
Raul sorrise nel suo appartamento, sdraiato sul divano con il telefono in mano. Rispose dopo qualche minuto, mantenendo il tono caldo ma distaccato:
"Mi reina, sai che sono professionale. Ma per te… posso fare un’eccezione. Però devo coprire i miei costi e il rischio. 2000 euro per una notte intera, solo io e te. Casa tua o hotel, decidi tu. Altrimenti restiamo al centro come sempre."
Invio. E si appoggiò indietro, immaginando già la sua reazione. Il cazzo gli si ingrossò nei pantaloni solo al pensiero di quella troia matura che si sarebbe umiliata pur di averlo.
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Raul lesse il messaggio di Cristina con un ghigno soddisfatto. Era arrivato dopo pochi minuti dalla sua richiesta di duemila euro.
"Raul ti prego… non posso. Sono separata, non ho tutti quei soldi. Il divorzio mi ha lasciato quasi niente. Farò qualsiasi altra cosa, ma quella cifra è fuori dalla mia portata. Ti supplico, trova un altro modo… ho bisogno di te."
Seguivano tre cuori e un emoji con la faccina implorante. Raul si stiracchiò sul divano, il cazzo già mezzo duro al pensiero di quanto fosse caduta in basso.
Perfetto, pensò. Ora la porto esattamente dove voglio.
Rispose dopo una mezz’ora di silenzio calcolato:
"Mi reina, capisco. Non voglio metterti in difficoltà. Sei speciale per me. Lasciami pensare…"
La lasciò cuocere nel suo brodo per un’altra ora. Poi arrivò la seconda parte del piano.
"Ho un amico, un uomo d’affari serio, cubano come me. Gli ho parlato di te. Gli piacciono le donne mature, con il corpo vero, con la fame che hai tu. Dice che pagherebbe volentieri 2000 euro per una notte con una donna come te. Io non prendo niente da te, mi reina. Quei soldi li da direttamente a te, ma in cambio io mi libero per te la settimana prossima, tutta la notte, solo noi due, senza fretta. È un favore che ti faccio. Lui è pulito, rispettoso, e ti tratterà bene. Così tu ottieni quello che vuoi da me."
Cristina lesse il messaggio in camera da letto, seduta sul bordo del materasso con il telefono che le tremava in mano. Le parole le arrivarono come uno schiaffo gelido in pieno viso.
Prostituirsi? Per Raul?
Si sentì sprofondare. Non era una puttana. Era una donna di quarant’anni, separata, con una vita normale fino a poche settimane prima. La figa le pulsò lo stesso, traditrice, mentre immaginava la scena: un altro uomo, sconosciuto, che pagava per usarla. E tutto per avere Raul gratis, tutto per sé.
"Raul… no… io non sono una prostituta. Non posso fare una cosa del genere" scrisse con le dita che tremavano.
Raul rispose quasi subito, dolce e manipolatore:
"Lo so, mi reina. Non sei una prostituta. Sei una donna bellissima che ha scoperto il piacere vero. Questo è solo un piccolo sacrificio per stare con me senza pensieri. Lui ti vorrà tanto quanto me. E io ti penserò mentre sei con lui… mi eccita l’idea. Poi sarai tutta mia."
Cristina rimase immobile per quasi venti minuti, il cuore che batteva forte, la figa bagnata nonostante la vergogna che le bruciava le guance. Si toccò piano, quasi senza volerlo, immaginando Raul che la guardava mentre un altro la scopava. La gelosia, l’umiliazione, il desiderio disperato si mescolavano in un cocktail tossico.
Per lui. Solo per lui.
Alla fine scrisse, con le lacrime agli occhi e la voce rotta:
"Va bene… lo faccio. Per te, Raul. Dimmi quando e dove. Ma promettimi che dopo sarai solo mio, almeno per quella notte."
Raul sorrise vittorioso dall’altra parte dello schermo.
Presa.
In realtà il suo “amico” era un socio con cui divideva le clienti più facili da mungere. Avrebbe preso i 2000 euro dall’uomo, ma ne avrebbe intascati altri 1000 da una percentuale nascosta più qualche extra per foto e video che avrebbe fatto girare nel giro. E soprattutto, ora sapeva di avere Cristina in pugno. Se accettava questo, avrebbe accettato tutto: gangbang, filmati, umiliazioni, altri clienti. L’aveva trasformata da cliente ossessionata a puttana personale.
Rispose con tono caldo:
"Brava la mia reina. Sei perfetta. Ti mando i dettagli domani. Non preoccuparti, penserò io a tutto. E dopo… sarai ricompensata come meriti."
Cristina si lasciò cadere sul letto, le gambe aperte, infilando tre dita nella figa fradicia mentre singhiozzava di vergogna ed eccitazione. Stava per vendersi per un uomo. E la cosa più spaventosa era quanto la facesse bagnare.
Raul, intanto, si segò lentamente il grosso cazzo nero pensando al futuro: avrebbe munto Cristina fino all’ultimo centesimo, fino all’ultima goccia di dignità. E lei gli avrebbe permesso tutto.
Raul le accarezzava distrattamente i capelli con una mano grande come una pala, ma il suo sguardo era già altrove. Guardò l’orologio appeso alla parete e sospirò piano.
"Devo andare, mi reina. La prossima cliente mi aspetta."
La voce era calda, professionale, con quel suo accento cubano che la faceva bagnare ogni volta. Si alzò con un movimento fluido, il suo corpo gigantesco che riempiva la stanza: spalle larghe, addominali scolpiti, e quel cazzo semi-eretto che dondolava pesante tra le gambe muscolose, ancora lucido della sua saliva. Cristina lo fissò con fame, le labbra socchiuse, come se volesse implorarlo di restare.
"Raul… aspetta…" mormorò, allungando una mano verso di lui, ma lui si era già infilato i pantaloni leggeri della divisa, nascondendo quel mostro che lei bramava come una drogata.
Lui le sorrise, un sorriso gentile ma distaccato, e si chinò a baciarle la fronte. "Sei bellissima oggi. Ci vediamo la prossima volta, ok?"
La porta si chiuse con un clic sommesso. Cristina rimase sola nella stanza in penombra, il condizionatore che ronzava piano, l’aria ancora impregnata di sesso. Il vuoto improvviso le piombò addosso come un macigno. Si mise a sedere sul lettino, le gambe aperte, la figa ancora gonfia e bagnata che colava sui lenzuoli. Sentiva il succo delle sue eccitazioni scivolarle lungo le cosce, mescolato alla saliva di Raul.
Perché? Perché non posso averlo solo per me? pensò, mentre un nodo di tristezza le stringeva la gola. Immaginava la prossima cliente: una donna più giovane, forse più magra, che si sarebbe sdraiata lì, sotto quelle stesse mani forti, sotto quella lingua esperta, sotto quel cazzo cubano che sembrava fatto per spaccare fiche mature come la sua. L’idea la faceva impazzire di gelosia. Raul era professionale, sì. Troppo. Non si lasciava mai travolgere. La trattava come una cliente speciale, certo, ma lei voleva di più. Voleva essere la sua puttana personale, voleva che la scopasse senza orari, senza altre donne, che le riempisse la figa fino a farla urlare e poi le venisse dentro, marchiandola.
Le lacrime le salirono agli occhi, ma non erano solo di tristezza. Era frustrazione, desiderio animale. Si lasciò ricadere sul lettino, una mano che scivolava automaticamente tra le gambe. Le dita trovarono il clitoride ancora sensibile e lo stuzzicarono con rabbia, mentre con l’altra mano si strizzava un capezzolo duro.
"Cazzo… Raul…" gemette piano, infilando due dita dentro di sé, imitando i movimenti che lui le aveva fatto poco prima. La figa faceva rumori osceni, bagnata fradicia. Nella sua mente vedeva Raul che entrava di nuovo, il suo corpo nero e massiccio che la schiacciava, quel cazzo spesso che le apriva le labbra e la penetrava fino in fondo, sbattendola come una troia senza pietà. Voleva sentirlo venire, voleva ingoiare ogni goccia, voleva che le venisse sulla faccia, sulle tette, dentro il culo se necessario. Era disposta a tutto pur di averlo ancora.
Ma lui era di là, probabilmente già con le mani addosso a un’altra. Il pensiero la fece venire di nuovo, un orgasmo amaro e intenso che la lasciò tremante e insoddisfatta. Rimase lì, ansimante, con le dita ancora infilate nella figa, il cuore che batteva forte.
La prossima volta non basterà un pompino, pensò mentre si rivestiva lentamente, le gambe ancora deboli. Devo fare di più. Devo trovare il modo di averlo fuori da qui. A casa mia. Nel mio letto. Solo mio.
Uscì dal centro massaggi con il passo incerto, la figa che ancora pulsava e il cervello già che macinava piani. Raul non sapeva ancora fino a che punto Cristina fosse disposta a spingersi per lui. Ma lo avrebbe scoperto presto.
Cristina uscì dal centro massaggi con le gambe ancora molli, la figa gonfia e bagnata che le sfregava contro le mutandine a ogni passo. Salì in macchina, chiuse la portiera e rimase lì, nel parcheggio semi deserto, con il motore spento e le mani strette sul volante. Il sapore del cazzo di Raul le impregnava ancora la gola, un retrogusto salato e virile che non voleva andarsene. Appoggiò la testa all’indietro e chiuse gli occhi, ma invece di calmarsi sentì solo un’onda di vuoto invaderle il petto.
Perché se n’è andato così? pensò, mentre una tristezza viscida le stringeva lo stomaco. Raul era stato gentile, professionale come sempre, ma quel distacco la stava uccidendo. Il suo corpo gigantesco, quel torace caldo su cui aveva poggiato la guancia solo pochi minuti prima, era già di là, pronto a toccare un’altra cliente. L’idea la fece fremere di gelosia e, allo stesso tempo, la figa le pulsò forte, traditrice.
Era diventata dipendente. Non era più solo desiderio: era una fame chimica che le aveva preso il cervello. Da quando aveva scoperto Raul, il suo mondo si era ristretto a lui. Ogni pensiero libero finiva lì, tra le sue gambe muscolose, su quel cazzo enorme che la apriva come nessun altro aveva mai fatto. La dopamina la inondava ogni volta che lo vedeva, un’ondata di piacere così intensa da cancellare tutto il resto. Era lo stesso meccanismo delle droghe pesanti: il cervello aveva imparato che Raul equivaleva a estasi pura, e ora tutto il resto, il lavoro, la vita di prima, sembrava grigio, spento, inutile.
Si infilò una mano sotto la gonna, senza nemmeno controllare se qualcuno passasse. Le dita trovarono la figa fradicia, le labbra gonfie e scivolose. Iniziò a toccarsi lentamente mentre i pensieri correvano.
La tolleranza era già arrivata. Un semplice massaggio o un pompino non bastavano più. Voleva di più. Voleva sentirselo dentro fino in fondo, senza plastica, voleva che la riempisse di sborra calda, che la prendesse come una troia senza orari né limiti. Ogni incontro alzava l’asticella. E quando lui se ne andava, arrivava il ritiro: quel nodo alla gola, la tristezza che le faceva venire le lacrime agli occhi, la rabbia sorda verso se stessa per essere diventata così patetica. Una donna di quarant’anni che implorava attenzioni da un massaggiatore cubano che probabilmente si scopava mezza città.
Eppure proprio quel dolore la eccitava ancora di più. Mentre si infilava due dita dentro, immaginava Raul che entrava nella stanza accanto e posava quelle mani enormi su un’altra cliente. La gelosia le bruciava dentro, ma la figa si contraeva intorno alle dita, sempre più bagnata.
Sono diventata la sua puttana, pensò ansimando. E non mi basta più vederlo una volta alla settimana. Voglio il suo cazzo ogni giorno. Voglio svegliarmi col suo odore addosso, voglio che mi chiami quando ha voglia di scaricare le palle e io corra da lui, pronta a prenderlo ovunque.
C’era anche qualcosa di più profondo. Per anni aveva represso tutto: la brava moglie, la madre rispettabile, la donna che fingeva di non avere certi desideri. Raul non era solo un corpo. Era la liberazione violenta di tutto ciò che aveva tenuto nascosto. Con lui si sentiva finalmente femmina, desiderata, dominata, viva. La dipendenza sessuale aveva trovato il terreno fertile in quel vuoto che si portava dentro da troppo tempo.
L’orgasmo arrivò improvviso, quasi doloroso, mentre si mordeva il labbro per non gemere forte. Tremò sul sedile, le dita fradice, il respiro corto. Ma anche dopo il piacere rimase quell’insoddisfazione amara. Il ciclo era sempre lo stesso: eccitazione feroce, sfogo, vergogna, e poi un craving ancora più potente.
Cristina si pulì la mano sulla gonna e mise in moto. Non sapeva ancora come, ma la prossima volta non sarebbe finita così. Avrebbe trovato il modo di portarselo fuori da quel centro. A casa sua. Nel suo letto. E se lui avesse resistito al suo corpo maturo e alla sua voglia disperata… beh, era disposta a tutto. A umiliarsi, a pagare, a rischiare ogni cosa. Perché ormai Raul non era più solo un massaggiatore. Era la sua droga. E le dipendenze non si fermano da sole.
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Raul chiuse la porta della stanza alle sue spalle con un clic sommesso, lasciando Cristina distesa sul lettino ancora ansimante. Mentre percorreva il corridoio verso la sala relax, un sorrisetto gli curvò le labbra carnose.
Questa donna è cotta, pensò, passandosi una mano sul torace ancora lucido di sudore. Aveva visto succedere la stessa cosa decine di volte: donne over quaranta, sposate o separate, che entravano per un massaggio “rilassante” e uscivano dipendenti dal suo cazzo. Ma Cristina era diversa. Più fragile. Più disperata. Separata da poco, con un divorzio che le aveva lasciato solo gli avanzi, e una fame di sesso repressa per anni che ora esplodeva come una bomba. Raul l’aveva capito fin dal terzo incontro: quella non voleva solo scopare. Voleva lui. E questo lo rendeva un’occasione d’oro.
Si cambiò rapidamente la maglietta, controllò l’orologio e pensò alla mossa successiva. La mungerò fino all’ultimo euro. Poi, quando non avrà più niente, la lascerò al suo destino. Era freddo, calcolatore. Il suo corpo gigantesco e quel cazzo da pornodivo cubano erano il suo business. Le donne pagavano per sentirsi vive, e lui le accontentava… a prezzo.
Due giorni dopo arrivò il messaggio di Cristina. Tremava sullo schermo:
"Raul, non riesco a smettere di pensare a te. Possiamo vederci fuori dal centro? Solo noi due, ti prego. Ho bisogno di te."
Raul sorrise nel suo appartamento, sdraiato sul divano con il telefono in mano. Rispose dopo qualche minuto, mantenendo il tono caldo ma distaccato:
"Mi reina, sai che sono professionale. Ma per te… posso fare un’eccezione. Però devo coprire i miei costi e il rischio. 2000 euro per una notte intera, solo io e te. Casa tua o hotel, decidi tu. Altrimenti restiamo al centro come sempre."
Invio. E si appoggiò indietro, immaginando già la sua reazione. Il cazzo gli si ingrossò nei pantaloni solo al pensiero di quella troia matura che si sarebbe umiliata pur di averlo.
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Raul lesse il messaggio di Cristina con un ghigno soddisfatto. Era arrivato dopo pochi minuti dalla sua richiesta di duemila euro.
"Raul ti prego… non posso. Sono separata, non ho tutti quei soldi. Il divorzio mi ha lasciato quasi niente. Farò qualsiasi altra cosa, ma quella cifra è fuori dalla mia portata. Ti supplico, trova un altro modo… ho bisogno di te."
Seguivano tre cuori e un emoji con la faccina implorante. Raul si stiracchiò sul divano, il cazzo già mezzo duro al pensiero di quanto fosse caduta in basso.
Perfetto, pensò. Ora la porto esattamente dove voglio.
Rispose dopo una mezz’ora di silenzio calcolato:
"Mi reina, capisco. Non voglio metterti in difficoltà. Sei speciale per me. Lasciami pensare…"
La lasciò cuocere nel suo brodo per un’altra ora. Poi arrivò la seconda parte del piano.
"Ho un amico, un uomo d’affari serio, cubano come me. Gli ho parlato di te. Gli piacciono le donne mature, con il corpo vero, con la fame che hai tu. Dice che pagherebbe volentieri 2000 euro per una notte con una donna come te. Io non prendo niente da te, mi reina. Quei soldi li da direttamente a te, ma in cambio io mi libero per te la settimana prossima, tutta la notte, solo noi due, senza fretta. È un favore che ti faccio. Lui è pulito, rispettoso, e ti tratterà bene. Così tu ottieni quello che vuoi da me."
Cristina lesse il messaggio in camera da letto, seduta sul bordo del materasso con il telefono che le tremava in mano. Le parole le arrivarono come uno schiaffo gelido in pieno viso.
Prostituirsi? Per Raul?
Si sentì sprofondare. Non era una puttana. Era una donna di quarant’anni, separata, con una vita normale fino a poche settimane prima. La figa le pulsò lo stesso, traditrice, mentre immaginava la scena: un altro uomo, sconosciuto, che pagava per usarla. E tutto per avere Raul gratis, tutto per sé.
"Raul… no… io non sono una prostituta. Non posso fare una cosa del genere" scrisse con le dita che tremavano.
Raul rispose quasi subito, dolce e manipolatore:
"Lo so, mi reina. Non sei una prostituta. Sei una donna bellissima che ha scoperto il piacere vero. Questo è solo un piccolo sacrificio per stare con me senza pensieri. Lui ti vorrà tanto quanto me. E io ti penserò mentre sei con lui… mi eccita l’idea. Poi sarai tutta mia."
Cristina rimase immobile per quasi venti minuti, il cuore che batteva forte, la figa bagnata nonostante la vergogna che le bruciava le guance. Si toccò piano, quasi senza volerlo, immaginando Raul che la guardava mentre un altro la scopava. La gelosia, l’umiliazione, il desiderio disperato si mescolavano in un cocktail tossico.
Per lui. Solo per lui.
Alla fine scrisse, con le lacrime agli occhi e la voce rotta:
"Va bene… lo faccio. Per te, Raul. Dimmi quando e dove. Ma promettimi che dopo sarai solo mio, almeno per quella notte."
Raul sorrise vittorioso dall’altra parte dello schermo.
Presa.
In realtà il suo “amico” era un socio con cui divideva le clienti più facili da mungere. Avrebbe preso i 2000 euro dall’uomo, ma ne avrebbe intascati altri 1000 da una percentuale nascosta più qualche extra per foto e video che avrebbe fatto girare nel giro. E soprattutto, ora sapeva di avere Cristina in pugno. Se accettava questo, avrebbe accettato tutto: gangbang, filmati, umiliazioni, altri clienti. L’aveva trasformata da cliente ossessionata a puttana personale.
Rispose con tono caldo:
"Brava la mia reina. Sei perfetta. Ti mando i dettagli domani. Non preoccuparti, penserò io a tutto. E dopo… sarai ricompensata come meriti."
Cristina si lasciò cadere sul letto, le gambe aperte, infilando tre dita nella figa fradicia mentre singhiozzava di vergogna ed eccitazione. Stava per vendersi per un uomo. E la cosa più spaventosa era quanto la facesse bagnare.
Raul, intanto, si segò lentamente il grosso cazzo nero pensando al futuro: avrebbe munto Cristina fino all’ultimo centesimo, fino all’ultima goccia di dignità. E lei gli avrebbe permesso tutto.
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