CLUB - Quinta parte

di
genere
etero

Accompagno Elena fino alla sua auto nel parcheggio sotterraneo del centro commerciale.
Camminiamo in silenzio, come se le parole potessero spezzare qualcosa di fragile e ancora sospeso tra noi. Il suo vestito rosso, un tempo impeccabile, porta ora i segni della giornata: leggermente stropicciato, aderisce al suo corpo con una naturalezza più intima. I capelli sono appena scomposti, il trucco sfiorato da un’ombra impercettibile. Nei suoi movimenti c’è una lentezza nuova, quasi esitante.
Arriviamo davanti alla sua auto. Elena si ferma, una mano sulla portiera, poi si volta verso di me. Nei suoi occhi convivono stanchezza e un bagliore che non si è ancora spento.
Le cingo la vita e la attiro a me. Il bacio che le do è lento, profondo, carico di tutto ciò che non abbiamo detto. Quando le nostre labbra si separano, resto vicino al suo viso.
“Vai a casa…” le sussurro, la voce appena percettibile. “E porta con te questo momento.”
Elena abbassa lo sguardo, un lieve brivido le attraversa le spalle. Annuisce.
“Grazie… per oggi,” mormora.
Sale in macchina. Prima di chiudere, mi rivolge un ultimo sguardo: complesso, pieno, difficile da decifrare. Poi accende il motore e si allontana lentamente.
Resto lì a guardarla finché le luci posteriori scompaiono dietro la curva della rampa.
Solo allora mi dirigo verso la mia auto. Mi siedo, appoggio la testa al sedile e chiudo gli occhi per un istante. Le immagini della giornata riaffiorano, vivide, insistenti. Un sorriso appena accennato mi sfiora le labbra.
Metto in moto.
Durante il tragitto, il traffico serale scorre lento, quasi irreale. Ma nella mia mente tutto è ancora nitido: il suo sguardo, il suo respiro trattenuto, quella tensione sottile che ci ha avvolti per ore.
Prendo il telefono e le scrivo:
“Quando arrivi a casa, fammi sapere. Voglio sapere se stai ancora pensando a noi.”
Appoggio il telefono e continuo a guidare.
La giornata è finita… ma qualcosa mi dice che non è davvero conclusa.
Sono sdraiato sul letto, al buio. La luce del telefono illumina appena la stanza. Il sonno non arriva. Ogni volta che chiudo gli occhi, torno a lei.
Alla fine cedo e inizio a scrivere.
“Elena, non riesco a smettere di pensarti. C’è qualcosa in quello che è successo oggi che continua a chiamarmi, a riportarmi indietro, momento dopo momento. Ti rivedo, così composta, così perfetta… e allo stesso tempo attraversata da qualcosa di più profondo. Qualcosa che hai lasciato emergere solo per un istante, ma che non riesco più a ignorare. Mi ha colpito il modo in cui ti sei lasciata andare. Quel confine sottile tra controllo e abbandono… è lì che sei più vera.
E forse è lì che ti voglio ritrovare.
Ammetto che tutto questo mi ha spiazzato. Ha fatto emergere una parte di me che non conoscevo così bene. Una parte più intensa, più esigente e dominante… che con te non vuole fermarsi.
Vorrei sapere se anche tu stai pensando a questo. Se anche per te non è stato solo un momento. Max”
Rileggo il messaggio più volte, poi lo invio.
La mattina dopo mi sveglio con una sensazione indefinita.
Prendo il telefono dal comodino, apro la chat. Il messaggio è lì. Non letto.
Controllo l’orario. Sono passate ore.
Resto a fissare lo schermo più del necessario, come se potesse cambiare da un momento all’altro.
Niente.
Un pensiero si insinua, poi un altro. Forse ho esagerato. Forse, una volta tornata alla sua vita, tutto ha assunto un altro peso. Oppure… forse per lei era solo un frammento, un’eccezione.
Mi alzo, inizio a camminare per la stanza. Mi rendo conto di quanto poco sappia davvero di lei. Solo un numero. Nient’altro.
Rileggo il messaggio. Ora mi sembra troppo. Troppo diretto, troppo carico.
Passano altre ore. Controllo ancora.
Sempre uguale.
Sento crescere una tensione sorda: un misto di frustrazione e incertezza. Non è solo attesa… è la sensazione di aver perso il controllo di qualcosa che credevo di avere tra le mani.
Mi siedo sul letto, passo una mano tra i capelli.
“Elena…” mormoro.
Il telefono resta immobile.
E io non posso fare altro che aspettare. O voltare pagina, come ho sempre fatto.
Ma questa volta… non sembra così semplice.
Resto seduto sul letto, il telefono tra le mani, lo sguardo fisso su quella conversazione immobile.
E se non fosse così semplice?
Forse è tornata a casa… e lui era lì. Il marito. Presenza discreta, forse distratta, ma comunque reale. Magari una cena insieme, qualche parola di circostanza, la normalità che si richiude su di lei come un abito perfetto. E il telefono lasciato da parte. Non per scelta… ma per necessità.
Oppure no. Forse il silenzio è qualcosa di più intimo. Più suo. Forse, una volta sola, lontana da me, ha davvero realizzato. Non solo quello che è successo… ma come è successo.
Il modo in cui ha oltrepassato quel confine. Il rischio. La tensione. L’essere stata così vicina a perdere il controllo… davanti a qualcuno, nel posto meno adatto.
Chiudo gli occhi per un istante. Forse si è vista da fuori. E non si è riconosciuta.
E allora adesso fa l’unica cosa possibile: si protegge. Si allontana. Rimette ordine.
…oppure.
Un pensiero diverso si fa strada, più freddo, più lucido. E se invece avesse sempre avuto il controllo lei ?
Se io fossi stato solo il mezzo. L’occasione giusta, nel momento giusto.
Un rischio calcolato. Un’esperienza da vivere fino in fondo… e poi archiviare.
La immagino mentre torna alla sua vita impeccabile, senza crepe. Elegante. Intoccabile. Come se nulla fosse successo.
E io qui, invece, ancora agganciato a quel frammento. Lascio uscire un respiro lento, quasi un sorriso amaro.
“Forse non era chi stava conducendo il gioco… il punto,” penso tra me e me. “Forse il gioco era già deciso.”
Abbasso lo sguardo sul telefono. Ancora nessuna risposta. E per la prima volta, il dubbio non riguarda lei.
Riguarda me.
Faccio un tentativo.
So che non dovrei. Forse proprio per questo lo faccio.
Resto qualche secondo a fissare il telefono, immobile, come se bastasse pensarci abbastanza a lungo per ottenere una risposta diversa. Poi, senza concedermi altro tempo, apro la conversazione. Il suo nome compare sullo schermo. O almeno… quello che mi ha dato. Esito appena. Un istante minimo, ma sufficiente a farmi intuire che sto oltrepassando qualcosa.
Poi premo “chiama”. Il primo squillo arriva subito, pulito, impersonale. Resto in ascolto, trattenendo quasi il respiro. Il secondo squillo sembra già più lungo. Il terzo… troppo.
Mi immagino il telefono da qualche parte vicino a lei. Su un tavolo, dentro una borsa, forse tra le sue mani. Mi chiedo se lo stia guardando. Se stia leggendo il mio nome senza decidere. Quattro. Una parte di me si irrigidisce, come se stesse per succedere qualcosa. Cinque. Poi il nulla.
La linea cade nel silenzio più assoluto. Non risponde.
Resto ancora qualche secondo con il telefono all’orecchio, ostinato, come se potessi forzare la realtà con la semplice attesa. Poi, lentamente, abbasso la mano.
Lo schermo si spegne.
Mi lascio cadere all’indietro sul letto. Il materasso assorbe il peso, ma non quello che ho dentro. Fisso il soffitto. È incredibilmente ordinario. Troppo. Quasi fastidioso nella sua neutralità. Chiudo gli occhi. E inevitabilmente torno lì.
A quel frammento di tempo sospeso, irreale, in cui tutto sembrava possibile e fuori posto allo stesso tempo. A lei. Al modo in cui era entrata in quel momento senza davvero appartenergli. Elegante, composta… eppure attraversata da qualcosa che non riusciva più a controllare del tutto.
Non era solo ciò che faceva. Era come lo faceva. Quella tensione continua tra resistenza e abbandono. Quel trattenersi… e poi cedere di un millimetro alla volta.
È lì che mi ha preso davvero.
Sento il corpo reagire al ricordo, in modo quasi automatico, il cazzo si gonfia. Un impulso lento, profondo, che nasce prima nella mente e poi si diffonde, inevitabile.
Resto immobile, lasciando che quella sensazione mi attraversi senza oppormi davvero. L’afferro, durissimo. Mi bastano pochi colpi, lei è vivida nella mia mente, contro la parete del bagno mentre subisce i mie colpi profondi, trattenendo i gemiti che vorrebbe liberare sulle ali dell’orgasmo.
È assurdo. Non so quasi nulla di lei. Un nome. Forse falso. Un’immagine costruita con dettagli sparsi. Un uomo nella sua vita, presente abbastanza da esistere, ma non abbastanza da impedirle di oltrepassare quel confine.
E io? Io cosa sono stato, esattamente?
Chiudo gli occhi più forte, come a voler mettere ordine.
Forse solo un passaggio. Un’occasione. Il contesto giusto, nel momento giusto.
Un pensiero più amaro prende forma, lento ma lucido. Forse ho scambiato qualcosa di temporaneo per qualcosa di mio. Forse ho creduto di guidare… quando in realtà stavo solo seguendo una direzione già tracciata.
Lascio uscire un respiro lungo.
Il corpo, ancora teso, reclama una conclusione che la realtà non ha dato. Un bisogno semplice, quasi banale, che contrasta con la complessità di tutto il resto.
E forse è proprio questo che serve. Ridurre. Semplificare. Riportare tutto a qualcosa che posso controllare.
Resto lì, nel silenzio della stanza, mentre quel pensiero si trasforma lentamente in decisione. Perché di lei, in fondo, non ho niente. Nessuna certezza. Nessuna possibilità reale. Solo un ricordo… e quello che ha lasciato dietro di sé.
Apro gli occhi.
Il soffitto è sempre lo stesso. Accenno un sorriso appena percettibile, più stanco che divertito.
“Forse non era il mio mondo,” penso. “Forse non lo sarà mai.”
Resto ancora qualche secondo immobile, poi mi tiro su a sedere. Passo una mano sul viso, come a cancellare gli ultimi residui di lei. Basta. Mi alzo dal letto.
La stanza torna a essere solo una stanza. Lei è una stronza !
Io torno a essere solo me stesso. La realtà riprende spazio, concreta, inevitabile. L’ufficio mi chiama.
Mi sistemo la giacca davanti allo specchio, con movimenti automatici.
Il volto è tornato neutro. Ordinato. Presentabile.
Di Elena resta solo una traccia lontana, nascosta da qualche parte sotto la superficie. Abbastanza viva da farsi sentire… ma non più così ingombrante da fermarmi.
Esco di casa. Il tragitto verso l’ufficio scorre senza che me ne accorga davvero. La città si muove intorno a me, ma la mia mente è già altrove. Quando entro, tutto è esattamente come sempre. Le scrivanie ordinate. Le voci basse. Il rumore familiare delle tastiere. Un mondo fatto di abitudini, di ruoli chiari, di dinamiche prevedibili.
Ed è proprio questo che mi serve.
Appoggio la borsa, saluto distrattamente un paio di colleghi… poi la cerco.
Non subito. Non in modo evidente.
Lascio passare qualche minuto, giusto il tempo di rendere il gesto naturale. Poi alzo lo sguardo, come per caso.
E la trovo.
Chiara è alla sua scrivania, leggermente piegata in avanti sul monitor. I capelli le scivolano su una spalla, mentre si sistema una ciocca dietro l’orecchio con un gesto distratto.
Mi fermo a osservarla un istante di troppo. È diversa da Elena. Più accessibile. Più leggibile. E forse, proprio per questo, più facile.
Le passo accanto con una scusa qualunque. “Caffè?” le dico, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Lei alza lo sguardo. Per un attimo sembra sorpresa, poi accenna un sorriso. Non troppo ampio, ma abbastanza da dire sì… ancora prima di parlare. “Volentieri.”
Perfetto.
Camminiamo affiancati verso la macchinetta, in un silenzio leggero, quasi timido. Ma non è davvero imbarazzo. È attesa. La sua, soprattutto. Me ne accorgo nei piccoli dettagli: nel modo in cui evita il mio sguardo per poi cercarlo subito dopo, nel tono appena più morbido quando mi risponde, nella postura leggermente più attenta.
Sa che c’è qualcosa. Non sa ancora cosa. E questo la tiene lì, sospesa.
Prendiamo il caffè. Restiamo in piedi, uno di fronte all’altra. Scambiamo qualche parola banale, lavoro, scadenze… niente che conti davvero.
Poi lascio cadere una pausa. Breve, ma studiata. La guardo. “Stasera non ho programmi,” dico con naturalezza. “Se ti va, potremmo bere qualcosa dopo.”
Non aggiungo altro. Non serve. Chiara esita appena. È un attimo, ma lo vedo chiaramente: il momento in cui dentro di lei qualcosa prende forma, cresce, si carica di significato.
Poi annuisce. “Sì… mi farebbe piacere.” Sorrido, appena. “Perfetto.” Torniamo alle nostre scrivanie.
Tutto sembra uguale a prima. Ma non lo è. Mentre mi siedo, una consapevolezza si fa strada, lucida, senza sfumature. Per me è semplice, un chiodo che scaccia un chiodo, una voglia di sesso irrefrenabile, un corpo con cui sfogare la rabbia che mi ha messo in corpo Elena. Sono uno stronzo, sono come Elena.
Scegliamo un bar poco distante dall’ufficio.
Un posto qualsiasi. Tavolini stretti, luci calde, il brusio di fondo che copre le pause.
Chiara si siede di fronte a me con un’attenzione quasi impercettibile nei movimenti. Sistema la borsa, si passa una mano tra i capelli, poi mi guarda. C’è aspettativa nei suoi occhi. Una domanda non ancora formulata.
Ordiniamo qualcosa di semplice. Un aperitivo veloce. Parliamo. O meglio… lei parla.
Del lavoro, di piccoli episodi della giornata, di cose leggere. Io ascolto a metà, annuendo quando serve, lasciando ogni tanto cadere una battuta al momento giusto.
Ma la mia mente è altrove. Non sono davvero lì. Ogni tanto il suo sguardo si ferma su di me un secondo in più, come se cercasse un segnale, una conferma. E io gliela do… quanto basta.
Un sorriso. Un tono leggermente più basso. Un silenzio mantenuto un istante più del necessario.Piccoli dettagli. Sufficienti. Il tempo scorre veloce. Più veloce del necessario. Bevo l’ultimo sorso e appoggio il bicchiere.
“Vieni da me,” dico, con naturalezza, come fosse la continuazione più logica della serata.
Nessuna costruzione. Nessun giro largo. Diretto. L’avevo già scopata in passato e da quel momento in lei c’era una celata aspettativa, per niente invadente. Forse il suo orgoglio le impediva di farsi troppo vicina così preferiva stare… ad aspettare.
Chiara resta in silenzio per un attimo. È un momento fragile. Lo vedo chiaramente: il punto esatto in cui dentro di lei si intrecciano desiderio e significato. Per me è semplice. Per lei no. Poi annuisce.
“Sì…” La sua voce è più bassa di prima. Pago, ci alziamo.
Fuori l’aria è fresca. Camminiamo affiancati verso la macchina, senza toccarci davvero. Eppure la distanza è già cambiata. Salgo, metto in moto. Guido nel traffico serale senza fretta, mentre il silenzio nell’abitacolo si riempie di qualcosa di non detto e di attesa. Nella mia mente il volto di Elena, nell’abitacolo il corpo di Chiara una sorta di sparring partner, un corpo per il sesso.
Sento di essere malvagio, menefreghista e stronzo ma ho solo voglia di scopare…
E lì, finalmente, il pensiero torna limpido. Non è lei. Non davvero. È il bisogno di spezzare quell’attesa, quel vuoto lasciato da un messaggio mai letto. È il bisogno di tornare in controllo, di sentire qualcosa di immediato, di concreto.
Stringo leggermente il volante. Chiara guarda fuori dal finestrino, assorta, forse già proiettata in qualcosa che per lei ha un peso diverso. Io no. Io so esattamente cosa sto facendo.
E proprio questa lucidità… è la parte più pericolosa.
La strada scorre lenta sotto i fari.
Il traffico si è diradato, ma non abbastanza da richiedere davvero attenzione. Guardo avanti, apparentemente concentrato, mentre il silenzio nell’abitacolo si fa sempre più denso.
Poi, quasi senza pensarci… lo faccio. La mia mano si stacca dal volante e si posa sulla sua coscia. Un gesto naturale, misurato. Come se fosse già previsto. Chiara si irrigidisce appena. Non si ritrae subito, ma il cambiamento è evidente. Il suo respiro si interrompe per un istante, impercettibile ma reale.
Passano pochi secondi. Poi si volta verso di me. Non c’è sorpresa nel suo sguardo. Non del tutto. C’è qualcosa di più sottile.
“Perché?” chiede piano.
La sua voce non è accusatoria. È incerta… ma lucida. Come se avesse già intuito che quella domanda non riguarda solo quel gesto. Abbasso leggermente lo sguardo sulla strada, poi torno su di lei.
“Perché no?” rispondo, con un tono calmo, quasi leggero. Ma non basta. Lei continua a guardarmi. Non distoglie lo sguardo questa volta. “Perché adesso?” aggiunge, più piano.
E lì qualcosa cambia. Non è più solo curiosità. Non capisco perchè, ma la mia eccitazione cresce ed il cazzo inizia a gonfiarsi nelle mutande e sono costretto a sistermalo distogliendo velocemente la mano dal volante.
Stringo appena le dita, senza aumentare davvero il contatto. Solo abbastanza da non ritirarmi. Esito un istante. Potrei dirle qualcosa di semplice. Qualcosa di facile. Ma la verità… è più vicina alla superficie di quanto vorrei.
“Perché a volte,” dico lentamente, “le cose succedono senza un momento od un motivo giusto. Succedono e basta.”
La guardo appena. “E fermarsi a pensarci troppo… le rovina.”
Non è una risposta completa. Lei lo sa. Resta in silenzio, tornando a guardare fuori dal finestrino. Ma il suo riflesso nel vetro tradisce ancora il dubbio. E forse qualcosa in più. La mia mano resta lì. Non insistente. Non invadente. Ma presente. Come una linea che è stata superata… senza essere davvero dichiarata.
E mentre la strada continua a scorrere davanti a noi, è chiaro che non è più solo una questione di “se”. Ma di cosa ognuno di noi è disposto a ignorare… pur di andare avanti.
Lei non risponde subito. Per un attimo resta immobile, lo sguardo perso davanti a sé, come se stesse attraversando un pensiero… o lasciandolo andare. Poi, lentamente, si volta verso di me. E succede qualcosa. Non parla. Non fa domande. È come se, all’improvviso, la risposta non le interessasse più.
Le sue mani si muovono piano, ma senza esitazione. Raccolgono la mia, ancora ferma sulla sua coscia, e la stringono tra le dita. Sono piccole, le sue mani. Calde.
In contrasto con la mia, sembrano quasi delicate… eppure il gesto è deciso. La guida. Non con urgenza, non con fretta. Ma con una chiarezza che non lascia spazio a dubbi. La mia mano risale lentamente, seguendo il movimento che lei stessa impone, fino a fermarsi contro il suo petto. Per un istante penso sia un gesto come un altro.
Poi lo sento. Il battito. Velocissimo. Irregolare. Vivo. Non è un invito. Non è nemmeno una resa. È qualcosa di diverso. È come se mi stesse dicendo: questo è quello che mi stai facendo.
Non con le parole… ma con il corpo.
Resto immobile.
La sua mano resta sulla mia, a tenerla lì, senza stringere davvero… ma senza lasciarla andare.
Il silenzio nell’abitacolo cambia ancora. Non è più solo tensione. È consapevolezza. La guardo.
Lei non distoglie lo sguardo questa volta. E in quell’istante capisco che non ha smesso di chiedersi “perché”.
Ha solo deciso… che non è più la domanda giusta.
E mentre continuo a guidare, con il suo battito che passa attraverso il mio palmo, diventa chiaro che quello che sta succedendo non è semplice, per lei, ma accettabile.
Arriviamo a casa mia, parcheggio nel box e saliamo. La porta si chiude alle nostre spalle con un suono secco.
Non faccio in tempo a voltarmi davvero. Lei è già lì. Mi prende il viso tra le mani e cerca la mia bocca come se non potesse più aspettare. Non c’è esitazione, non c’è distanza. Solo bisogno. Il bacio arriva pieno, profondo. Non è timido. Non è incerto. È qualcosa che ha trattenuto troppo a lungo.
Rispondo subito, senza rallentare, lasciandomi trascinare da quell’urgenza che cresce nello stesso istante in cui le nostre labbra si incontrano. Le nostre bocche si cercano, si riconoscono, si inseguono con una naturalezza quasi sorprendente. Il mio riprende vigore e nel contatto stretto lei lo sente.
Le sue dita si stringono appena dietro la mia nuca, come a tenermi lì. Come a non lasciarmi andare. L’attiro a me, una mano che scivola lungo i suoi fianchi, seguendo la linea del corpo con lentezza, senza fretta. La sento avvicinarsi ancora di più, annullando ogni spazio, cercando il contatto con il mio cazzo duro.
Il tempo cambia. Si dilata. Il resto della stanza scompare, lasciando solo il suono dei respiri che si intrecciano, sempre meno regolari, sempre più profondi. C’è qualcosa di diverso in questo bacio. Meno controllo. Meno distanza. Ma non è abbandono totale. È una scelta. Le nostre labbra si separano appena, solo per un istante, il tempo di un respiro condiviso. I suoi occhi restano vicini ai miei, aperti quel tanto che basta per cercarmi ancora.
E in quello sguardo c’è desiderio. il contatto con il cazzo, cercato, voluto, ma anche qualcosa di più fragile. Come se, per un attimo, si fosse dimenticata di fare attenzione.
La conduco in camera da letto, la porta si chiude alle nostre spalle e, questa volta, non c’è più spazio per esitazioni.
Ci avviciniamo ancora, come attratti da qualcosa che ormai non ha più bisogno di essere trattenuto. Le nostre mani si cercano, si intrecciano, poi iniziano a liberarsi dei vestiti con una fretta che tradisce quanto tutto questo fosse già lì, pronto.
Ogni gesto è meno controllato del precedente. Lei si lascia andare sul letto, lo sguardo fisso su di me, il respiro già irregolare. Non dice nulla… ma non serve.
Mi avvicino lentamente, prendendomi comunque il tempo di guardarla, di lasciare che l’attesa si allunghi ancora un poco. Poi le mie mani tornano su di lei. Scivolano lungo le gambe, con una sicurezza diversa da prima, senza più il bisogno di trattenersi davvero. Il contatto è più pieno, più diretto, ma ancora costruito, come se ogni gesto fosse pensato per far salire ancora la tensione.
Lei reagisce immediatamente. Il corpo si tende, si muove appena contro il materasso, cercando quel contatto, guidandolo senza usare le parole. Il respiro si spezza, diventa più veloce, più profondo. Mi fermo solo un istante, il tempo di cogliere ogni dettaglio.
Poi riprendo, con maggiore decisione. La sua fica e curata e depilata e non c’è più distanza, non c’è più esitazione. Solo un ritmo che cresce, che si costruisce su ciò che lei stessa sta mostrando, su ciò che cerca senza dirlo.
Le sue mani stringono le lenzuola, poi cercano me, mi afferrano, come per ancorarsi. La mia lingua compie cerchi sul clitoride, lei che inizia ad impazzire.
“Così…” sussurra, appena, “non ti fermare”, E in quel momento è chiaro. Non è più una questione di guidare o essere guidati.
Con la mano premo sulla sua pancia mentre le dita iniziano a penetrarla, accompagnando la mia lingua che non lascia tregua al clitoride. La sento scuotersi, i mugolii si fanno più intensi le mani stringono più forte le lenzuola.
Il suo corpo si tende sotto di me, poi si inarca, come attraversato da qualcosa che cresce troppo in fretta per essere contenuto.
La mia mano scivola sul suo ventre, aperta, ferma… non per trattenerla davvero, ma per restare connesso a ogni reazione, a ogni minimo cambiamento.
Lei si aggrappa alle lenzuola, poi a me, come se avesse bisogno di un punto fermo mentre tutto il resto sfugge al controllo. Il respiro si spezza. Si fa irregolare, sempre più veloce. “Non…” prova a dire, ma la voce si perde.
E poi succede. Un’onda improvvisa, potente, che la attraversa tutta. Il suo corpo si irrigidisce, poi si lascia andare, senza più difese, senza più misura. Resta sospesa in quel momento, completamente esposta, mentre ogni tensione accumulata si libera insieme.
Io resto lì, senza interrompere quel contatto, accompagnando il ritmo del suo respiro che lentamente prova a tornare regolare.
Le sue mani si rilassano poco a poco. Gli occhi restano chiusi per qualche secondo ancora, come se non volesse tornare subito. Poi li riapre.
Mi sposto, lentamente, lasciando che il mio sguardo resti sul suo. Le sfioro il viso, accompagnando il movimento con una calma che contrasta con l’intensità di ciò che è appena successo.
Lei capisce. Non c’è bisogno di parole. I suoi occhi restano fissi nei miei per un attimo, poi si arrendono a quella stessa logica silenziosa che ha guidato tutto fino a lì. Il mio cazzo in erezione quasi completa davanti al suo viso, enorme. Lei si lascia andare sul cuscino, il respiro ancora irregolare, ma già pronto a seguire di nuovo.
Le mie mani si fermano dietro la sua nuca, non per forzare, ma per accorciare quella distanza che ormai non esiste più. Lei non esita. Lo accoglie chiudendo gli occhi.
C’è qualcosa di istintivo nel modo in cui lo fà, nel modo in cui accetta il mio cazzo in bocca. Non è desiderio… è partecipazione, lo vuole durissimo.
Apre gli occhi per un istante, poi li richiude, sentendo la mia cappella gonfiarsi fino quasi a soffocarla.
Ritorno fra le sue cosce, c’è sollievo nel suo sguardo. lascio che il mio sguardo resti sul suo. Le sfioro il viso, accompagnando il movimento con una calma che contrasta con l’intensità di ciò che è appena successo e ciò che sto per fare.
Lei capisce. Non c’è bisogno di parole. La penetro senza riguardo, nella mia mente si forma vivida l’immagine di Elena è lei che sto scopando. I colpi sono lunghi e decisi, mi fermo dentro di lei quando arrivo alle palle non voglio venire velocemente.
Ogni spinta è potente, profonda, il suono della mia pelle che sbatte contro la sua risuona nella stanza insieme ai suoi gemiti sempre più forti.
La scopo con ritmo costante, i muscoli del culo che si contraggono a ogni affondo. Sento la sua figa che mi stringe, bagnata e calda. Le tue tette sobbalzano sotto di me a ogni colpo, i capezzoli duri che sfregano contro il mio petto.
Man mano che il piacere sale, accelero un po’. I colpi diventano più intensi, più secchi. Lai mi stringe le spalle, le unghie che mi graffiano la schiena, le gambe che si avvolgono intorno ai miei fianchi per tirarmi ancora più dentro.
Non rallento. Continuo a penetrarla con colpi lunghi e potenti, sempre più veloci, fino a quando il suo corpo si irrigidisce sotto di me. La tua figa pulsa forte intorno al mio cazzo, stringendolo in spasmi violenti mentre viene per la seconda volta con un grido soffocato, tremando tutta.
Pochi secondi dopo sento l’orgasmo arrivare anche per me. Con un ultimo affondo deciso e profondo resto seppellito dentro di lei fino alla base. Il mio cazzo pulsa forte e schizzo getti caldi e abbondanti di sperma dentro al suo ventre, gemendo rauco contro il suo collo mentre vengo intensamente, pensando a Elena.
Rimango così per qualche istante, ancora dentro di lei, il respiro affannato, il mio cazzo che continua a contrarsi debolmente mentre entrambi scendiamo dall’orgasmo..

stemmy75@gmail.com
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scritto il
2026-04-18
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