Gabriella

di
genere
etero

La sala conferenze dell’hotel aveva qualcosa di stranamente teatrale, una sensazione che mi colpì appena entrai. Non era il classico ambiente impersonale da meeting aziendale, fatto di sedie tutte uguali, luci troppo fredde e quella triste moquette che sembra scelta apposta per cancellare qualsiasi traccia di personalità. Quella sala era diversa: più raccolta, più elegante, quasi studiata per dare l’impressione di trovarsi in un luogo esclusivo piuttosto che a un semplice evento di lavoro.
Le sedute erano disposte a semicerchio e salivano gradualmente come in un piccolo anfiteatro moderno. Lungo i gradini correvano sottili luci soffuse, mentre grandi vetrate laterali lasciavano entrare la luce calda della mattina. Al di là dei vetri si intravedeva una piscina circondata da palme, lettini perfettamente allineati e tavoli apparecchiati per il pranzo previsto a conclusione dell’evento. In quel momento era tutto immobile, quasi silenzioso, ma già si percepiva che quello sarebbe stato il vero centro della giornata, molto più delle presentazioni per cui eravamo lì.
Il nostro fornitore aveva organizzato quella mattinata per presentare una serie di nuovi servizi e soluzioni tecnologiche che, almeno nelle intenzioni, avrebbero potuto essere interessanti per le aziende presenti. Anche la società di quella donna, avrei scoperto poi, era cliente dello stesso fornitore, e per questo ci avevano riuniti tutti nello stesso evento.
Io ero arrivato con qualche minuto di anticipo, più per abitudine che per entusiasmo. Avevo scelto un posto circa a metà sala, abbastanza vicino da sembrare coinvolto e interessato, ma sufficientemente lontano dal palco da evitare il rischio di diventare bersaglio di qualche domanda o di qualche improvvisata richiesta di partecipazione.
Appoggiai la giacca sulla sedia accanto, sistemai il tablet sulle ginocchia e mi concessi uno sguardo distratto intorno. Nella sala continuavano a entrare persone: uomini in giacca che si stringevano mani con sorrisi già pronti, donne eleganti che si salutavano come se si conoscessero da anni, piccoli gruppi che iniziavano conversazioni ancora prima di sedersi. Era il solito scenario aziendale fatto di cordialità perfette, strette di mano e frasi pronunciate con un tono che sembrava sempre leggermente più entusiasta del necessario.
Stavo osservando distrattamente il palco ancora vuoto quando avvertii una sensazione precisa, quasi fisica. Una di quelle percezioni che arrivano senza preavviso e che spesso si rivelano inspiegabilmente esatte: la netta impressione che qualcuno mi stesse osservando.
All’inizio cercai di ignorarla. Continuai a guardare davanti a me, convinto che fosse una semplice impressione, uno di quei piccoli inganni della mente che durano pochi secondi e spariscono da soli. Eppure, senza nemmeno rendermene conto, dopo qualche istante alzai lo sguardo.
Fu un gesto istintivo. E la vidi.
Era seduta quasi di fronte a me, qualche fila più in alto. Non abbastanza vicina da creare un contatto diretto, ma nemmeno così lontana da confondersi tra le altre persone presenti nella sala. La notai subito, e non soltanto perché fosse una donna molto bella.
Era elegante nel modo in cui certe persone lo sono senza alcuno sforzo apparente.
Più grande di me, chiaramente. Di quanto, però, era difficile dirlo. Aveva quel tipo di fascino che rende quasi inutile cercare un numero preciso, perché l’età diventa un dettaglio secondario rispetto a tutto il resto.
Portava un tailleur chiaro dal taglio impeccabile. I capelli scuri erano raccolti con una semplicità che sembrava studiata alla perfezione e la sua postura aveva qualcosa di naturale e sicuro, quella tranquillità che appartiene alle persone abituate a sentirsi perfettamente a proprio agio ovunque si trovino.
Ma non fu nulla di tutto questo a colpirmi davvero. Furono i suoi occhi. Perché erano puntati esattamente su di me.
E non appena me ne accorsi, realizzai qualcosa di ancora più strano: non distolse lo sguardo.
Per qualche istante pensai di aver interpretato male la situazione. Magari stava osservando qualcuno seduto dietro di me. Succede. Così mi voltai appena, quasi con discrezione, cercando di non sembrare troppo evidente.
Dietro di me non c’era nessuno. Quando tornai a guardarla, lei era ancora lì. Stessa posizione. Stessa espressione. Stessi occhi.
Abbassò lo sguardo soltanto per un istante, una frazione di secondo appena, e poi tornò a incrociare il mio con una naturalezza disarmante.
Fu in quel momento che avvertii una sensazione diversa.
Perché esiste una differenza enorme tra il semplice incrociare casualmente lo sguardo di qualcuno e rendersi conto, con assoluta certezza, che quella persona ti stava già guardando da prima.
Provai a convincermi che non significasse nulla. Abbassai gli occhi sul telefono, controllai qualche mail, finsi interesse per le prime slide che nel frattempo erano comparse sul grande schermo alle spalle del relatore, ma ormai la mia attenzione aveva preso una direzione completamente diversa.
E la cosa peggiore era che me ne rendevo perfettamente conto. Passarono forse cinque minuti. O forse meno. A un certo punto, quasi contro la mia volontà, alzai di nuovo lo sguardo. Lei era ancora lì. E stava ancora guardando me. Questa volta, però, sulle labbra comparve un sorriso leggerissimo. Piccolo. Controllato. Appena accennato.
Ma sufficiente a farmi capire una cosa con assoluta chiarezza. Non era un caso.
La presentazione si concluse poco prima di mezzogiorno, esattamente come accade in tutti gli eventi aziendali ben organizzati: ultime slide, ringraziamenti, promesse di futuri sviluppi interessanti e infine una serie di applausi educati che riempirono la sala più per abitudine che per reale entusiasmo.
Applaudii insieme agli altri, più per riflesso che per convinzione. A essere sincero, avevo smesso di seguire il relatore da parecchio tempo.
Negli ultimi quaranta minuti avevo provato più volte a concentrarmi sulle presentazioni, ma ogni tentativo era stato inutile. Continuavo ad alzare gli occhi quasi senza accorgermene e ogni volta il risultato era lo stesso: lei era ancora lì. E, ogni volta, stava guardando me. Non in modo insistente o sfacciato. Peggio. Con naturalezza. Come se fosse la cosa più normale del mondo.
Quando iniziammo a uscire dalla sala seguendo il flusso delle persone, mi ritrovai a pensare che, una volta all’aperto, quella situazione probabilmente sarebbe finita da sola. Magari ci saremmo mescolati tra gli altri invitati, lei sarebbe andata verso colleghi o conoscenti e io mi sarei convinto di essermi costruito nella testa qualcosa di molto più grande della realtà.
Era una spiegazione rassicurante. E per questo mi piaceva.
Il pranzo era stato allestito a bordo piscina, proprio nello spazio che avevo osservato quella mattina attraverso le vetrate della sala conferenze. Visto da vicino era ancora più elegante di quanto immaginassi: tavoli rotondi coperti da tovaglie bianche, ombrelloni chiari aperti contro il sole ormai alto e camerieri che si muovevano tra gli ospiti con una precisione quasi invisibile.
L’acqua della piscina rifletteva la luce in piccoli movimenti irregolari che si rincorrevano sulle pareti dell’hotel, mentre nell’aria si mescolavano il profumo dell’erba appena tagliata, quello del cibo e il brusio delle conversazioni.
Per qualche motivo mi trovai a sorridere. Perché, alla fine, quella giornata si stava rivelando molto più interessante del previsto. Mi sedetti a uno dei tavoli quasi senza pensarci, salutai con un cenno un paio di persone che avevo già incrociato durante la mattinata e presi il menù appoggiato davanti a me.
Poi sentii una voce accanto.
“Posso?”
Alzai gli occhi. Era lei. Per un attimo rimasi in silenzio. Non tanto per la sorpresa, perché in fondo una parte di me se l’aspettava già. Piuttosto perché, in quell’istante, mi resi conto di una cosa che fino a quel momento avevo evitato di ammettere. Non poteva essere un caso. Non più. Non dopo quella mattina. Non dopo tutti quegli sguardi. E certamente non dopo che, tra decine di posti disponibili, aveva scelto proprio quello accanto al mio.
“Certo.”
Lei sorrise appena e si sedette con una calma naturale che sembrava appartenerle da sempre.
Fu allora che mi colpì un pensiero quasi divertente.
Di solito ero io a cercare il contatto. Io a osservare, a capire, ad avvicinarmi per primo. Ero sempre stato piuttosto sicuro nel leggere certe situazioni, nel percepire quando una donna stesse lasciando aperta una porta.
Ma lì stava succedendo qualcosa di completamente diverso. Per la prima volta, avevo la sensazione di essere io quello osservato. Io quello studiato. E, stranamente, la cosa mi piaceva.
“Gabriella” disse porgendomi la mano. “Piacere.”
La strinsi. “Max.”
“Lo so.”
La guardai. Lei sorrise vedendo la mia espressione. “Avevano i nomi sui badge.” Scoppiammo a ridere entrambi.
La conversazione iniziò con una facilità quasi sospetta. Nessuna esitazione, nessun imbarazzo. Scoprii che era CFO di una nota azienda della zona e che conosceva molto bene il fornitore che aveva organizzato l’evento.
Parlava con sicurezza, ma senza quella rigidità tipica di molti dirigenti. Era brillante, ironica, diretta. Aveva un modo di raccontare le cose che costringeva ad ascoltarla e, soprattutto, sembrava avere una capacità quasi inquietante di mettere subito a proprio agio le persone.
O forse metteva a proprio agio me.
Durante la conversazione iniziai a notare piccoli dettagli che all’inizio sembravano casuali. La sua spalla che sfiorava la mia quando si girava per parlare. Il braccio che rimaneva vicino al mio qualche secondo più del necessario. E poi la sua gamba. La prima volta pensai fosse involontario. Eravamo seduti vicini, i tavoli erano piuttosto stretti. Ma poi accadde ancora. E ancora. Un contatto leggero. Naturale. Quasi distratto.
Troppo naturale per essere davvero casuale.
La guardai mentre stava raccontando qualcosa su una trattativa particolarmente assurda e mi accorsi che continuava a parlare esattamente come prima, senza modificare il tono, senza mostrare alcun imbarazzo.
Come se non fosse successo nulla. Come se quel contatto fosse perfettamente normale.E fu proprio quella sicurezza a spiazzarmi provocandomi un’erezione, mettendomi a disagio perchè non potevo sistemare il cazzo fra mutande mentre parlavo con lei.
A quel punto, iniziai a pensare che forse avevo interpretato correttamente ogni singolo sguardo di quella mattina.
E, per la prima volta da quando era iniziata la giornata, decisi di smettere di chiedermelo.
Le raccontai qualcosa del mio lavoro, dei clienti più complicati, delle giornate che finivano sempre per assomigliarsi troppo. Lei ascoltava con attenzione, senza interrompere, e ogni tanto sorrideva. Ma la cosa strana era che non avevo la sensazione di parlare con una persona appena conosciuta.
Sembrava una conversazione già iniziata da tempo. A un certo punto, mentre stavo raccontando un episodio particolarmente assurdo accaduto qualche mese prima, Gabriella scoppiò a ridere e mi appoggiò una mano sull’avambraccio. Fu un gesto spontaneo. Leggero. Di quelli che normalmente passano inosservati. Eppure io lo avvertii con una chiarezza quasi fastidiosa.
Lei se ne accorse. Ne fui sicuro. Perché il sorriso le cambiò appena. Di pochissimo. Abbastanza da farmi pensare che avesse letto la mia reazione con la stessa facilità con cui, quella mattina, aveva letto ogni mio sguardo.
Per qualche istante rimasi fermo. Poi, senza pensarci troppo, lasciai che il dorso della mia mano sfiorasse il suo braccio mentre le rispondevo. Un gesto minimo, Gabriella mi piaceva e volevo “tastare il terreno”, volevo capire se potevo andare oltre ed essere attivo in quel gioco fino al punto di scoparla.
Gabriella non si mosse. Continuò a guardarmi. Continuò a sorridere. E dentro di me si fece strada una consapevolezza molto semplice. La presentazione, i nuovi servizi, i discorsi sul business, perfino quell’intera giornata organizzata dal fornitore… tutto stava lentamente scivolando sullo sfondo. Perché ormai il centro di quella mattina era seduto accanto a me. E aveva gli occhi puntati addosso esattamente come la prima volta che l’avevo vista.
Gabriella prese il calice e bevve un piccolo sorso di vino. Poi si voltò verso di me.
“Posso farti una domanda?”
La guardai. “Dipende.”
Sorrise. “Risposta prudente.”
Abbassò lo sguardo per un istante sul tavolo, poi tornò a incrociare i miei occhi.
“Prima, durante la presentazione... quante volte ti sei girato a guardarmi?”
Rimasi immobile. Per un secondo. Forse due. E improvvisamente capii. Capii che aveva notato tutto. Ogni volta. Ogni singolo sguardo.
La fissai senza sapere se sorridere o difendermi. Lei inclinò appena la testa, continuando a osservarmi. E poi aggiunse, con una calma disarmante:
“Perché io le ho contate.”
La piscina, il pranzo, le conversazioni intorno a noi sembrarono allontanarsi di colpo.
Perché fino a quel momento avevo pensato di essere entrato in un gioco.
In quell’istante iniziai a sospettare che Gabriella avesse iniziato a giocare molto prima di me.
Il pranzo si trascinò ancora per qualche minuto, tra dessert, caffè e quelle conversazioni finali che negli eventi aziendali sembrano allungarsi sempre un po’ più del necessario. Attorno a noi alcuni ospiti avevano già iniziato ad alzarsi, altri si scambiavano biglietti da visita, promesse di future collaborazioni e le solite frasi di circostanza che, nella maggior parte dei casi, finiscono dimenticate nel giro di una settimana.
Io, invece, avevo smesso da tempo di prestare attenzione a tutto il resto. Perché Gabriella era ancora accanto a me. E perché, durante tutta quella mattinata, qualcosa era successo. Qualcosa che ormai mi sembrava troppo evidente per fingere di ignorarlo. Tra noi c’era attrazione.
Quando ci alzammo dal tavolo e iniziammo a incamminarci verso l’uscita dell’hotel insieme agli altri invitati, mi accorsi di una cosa quasi ridicola: stavo riflettendo su come comportarmi.
Io. Che di solito non avevo mai avuto problemi a fare il primo passo. Eppure quella donna continuava a mettermi in una situazione insolita. Forse per il suo modo di guardarmi. O forse per quella sicurezza tranquilla che sembrava anticipare ogni mia mossa di qualche secondo.
Attraversammo la hall, poi l’uscita automatica si aprì davanti a noi lasciando entrare il caldo dell’aria esterna. Nel parcheggio le auto erano parcheggiate in file ordinate, illuminate dalla luce intensa del primo pomeriggio.
Per qualche metro camminammo in silenzio. Poi mi fermai. La guardai. Gabriella si voltò lentamente verso di me.
“Che c’è?” Sorrise mentre lo chiedeva, come se sospettasse già la risposta. Esitai solo un istante. Poi decisi di smettere di pensarci troppo.
“Senti... io questa domanda normalmente cerco di farla con più stile.”
Lei incrociò le braccia, incuriosita.
“Adesso sono interessata.”
Sorrisi.
“Mi daresti il tuo numero?”
Per un attimo rimase in silenzio. Nessuna sorpresa. Nessun imbarazzo. Solo quello sguardo che ormai conoscevo fin troppo bene.
Mi osservò per qualche secondo, inclinando appena la testa, e improvvisamente mi resi conto che stava sorridendo.
Non il sorriso elegante e controllato di prima. Uno diverso. Più aperto. Più divertito.
“Max..”» disse piano.
Fece un passo verso di me.
“Dopo tutta la mattina che mi guardi... dopo un pranzo intero seduto praticamente attaccato a me... e dopo tutta questa tensione... tu mi chiedi il numero?”
La fissai senza rispondere. Lei lasciò passare un istante. Poi sorrise ancora.
“Pensavo fossi più coraggioso.”
Rimasi a guardarla. Perché c'era qualcosa nel suo tono che mi fece capire subito una cosa. Gabriella non stava prendendo in giro la situazione. La stava guidando. Sempre.
Abbassò per un attimo lo sguardo, poi tornò a incontrare i miei occhi.
“La verità?” disse. Fece una piccola pausa. “Mi piaci.”
Lo disse con una semplicità disarmante. Come se stesse commentando il tempo. Come se per lei non esistesse alcuna ragione per nasconderlo. E fu proprio quella sicurezza a lasciarmi senza parole.
Poi indicò con un cenno il parcheggio, le auto, l’hotel alle nostre spalle e sorrise con quell’aria calma che ormai iniziavo a temere. “La nostra chiacchierata non mi sembra ancora finita.”
Si fermò un istante. Mi guardò. E aggiunse: “Direi che possiamo trovare un posto tranquillo... e continuare a conoscerci.”
Lo disse con la stessa sicurezza con cui, quella mattina, aveva sostenuto il mio sguardo dall’altra parte della sala.
“Conosco un posto” dissi. Lei sollevò appena un sopracciglio.
“Addirittura.”
Sorrisi.
“Elegante. Discreto. E soprattutto abbastanza lontano da evitare incontri imbarazzanti con clienti, colleghi o persone che potrebbero iniziare a fare domande.”
Gabriella mi osservò per qualche istante senza parlare. Poi sorrise. Quel sorriso lento, sicuro, che ormai avevo imparato a riconoscere.
“Vedi?” disse. “Alla fine un po’ di coraggio ce l’hai.”
Ci accordammo rapidamente e decidemmo di raggiungere il posto separatamente. Una scelta razionale, probabilmente. Più prudente. Più adulta. Eppure, mentre salivo in macchina, mi accorsi che avevo una sensazione quasi adolescenziale addosso. Quella strana agitazione che arriva quando stai andando incontro a qualcosa che hai desiderato per ore, e che fino a poco prima sembrava impossibile. Durante il tragitto controllai il telefono almeno tre volte al semaforo, senza motivo. Poi arrivai nel punto stabilito. Lei era già lì. Appoggiata alla sua auto. Elegante come quella mattina. Forse persino di più.
Quando salì accanto a me e chiuse la portiera, per un istante nessuno dei due parlò. Gabriella si sistemò lentamente i capelli dietro l’orecchio e guardò davanti a sé.
“Strano…” disse.
“Cosa?”
Si voltò verso di me. “Stamattina pensavo di venire qui per ascoltare una presentazione noiosissima.”
Sorrisi. “E invece?”
Mi guardò per qualche secondo. Con calma. Troppa calma. Poi sorrise appena.
“Direi che la giornata ha preso una piega interessante.”
Ripartii. Mancavano pochi chilometri. Pochissimi. Eppure mi sembrarono lunghissimi. Perché nell’abitacolo era cambiato qualcosa. Non c’erano più i rumori della sala conferenze, il brusio del pranzo o le altre persone attorno a noi. C’eravamo soltanto noi. E un silenzio diverso da tutti quelli avuti fino a quel momento. Uno di quelli pieni di pensieri. Di attese. Di domande che nessuno stava facendo. Ogni tanto la guardavo per un istante. E ogni volta trovavo lei che stava già guardando me. Poi sorrideva. Sempre.
Arrivammo al motel dopo una curva stretta. Il neon azzurro dell’insegna tremolava. Parcheggiai proprio davanti all’ingresso della zona camere. Gabriella non disse una parola mentre spegnevo il motore. Ci guardammo solo un secondo, poi scendemmo insieme. La sua mano sfiorò la mia mentre camminavamo verso la reception, un tocco breve ma carico di elettricità.
Presi la chiave della camera “Tokyo”. La receptionist non batté ciglio. Salimmo le scale in silenzio, il suono dei nostri passi sul legno che rimbombava leggero. Aprii la porta e la feci entrare per prima.
La stanza era esattamente come nelle foto: minimal, calda, pervasa da un’atmosfera orientale. Pareti scure con pannelli di carta di riso, un futon basso e ampio al centro, lanterne rosse che diffondevano una luce soffusa, uno shoji semiaperto che lasciava intravedere un piccolo giardino zen privato. L’aria sapeva di legno di sandalo e incenso leggero.
Appena la porta si chiuse alle nostre spalle, non ci fu bisogno di parole.
Mi avvicinai a Gabriella in un solo passo e la baciai con urgenza. Le sue labbra erano morbide, calde, già socchiuse. La lingua entrò subito a cercare la mia, famelica. Le mani di lei mi afferrarono la nuca, tirandomi più vicino, mentre io la spingevo contro il muro accanto alla porta.
Con un movimento brusco la girai di schiena. Gabriella emise un piccolo gemito di sorpresa e piacere, appoggiando i palmi contro la parete. Non persi tempo. Le mie mani enormi scivolarono subito sotto la sua gonna elegante, risalendo lungo le cosce lisce. Le dita trovarono il bordo delle mutandine e le spostarono di lato senza delicatezza.
Era già fradicia.
“Gabriella…” ringhiai contro il suo orecchio, mentre due dita grosse scivolavano tra le sue labbra bagnate, sentendo quanto era calda e viscida di eccitazione. Lei spinse il culo indietro contro di me, assecondando il tocco, aprendo leggermente le gambe per darmi più accesso.
Le mie dita la esplorarono senza pietà: prima accarezzando il clitoride gonfio con movimenti circolari, poi affondando dentro di lei, due dita che entravano e uscivano lentamente, sentendo le sue pareti interne contrarsi attorno a me. Con l’altra mano le afferrai un seno da sopra il vestito, stringendolo forte, pizzicando il capezzolo già duro.
Lei ansimava, la fronte contro il muro, il respiro spezzato.
“Max… toccami… così…” mormorò con voce roca, spingendo il bacino contro la mia mano per prendermi più a fondo.
Continuai a masturbarla con forza, le dita che entravano e uscivano sempre più bagnate, mentre il palmo premeva sul suo clitoride. Il suono osceno della sua figa fradicia riempiva la stanza insieme ai suoi gemiti sempre più intensi.
Non avevamo ancora tolto un solo vestito. Ma non ce n’era bisogno. In quel momento volevo solo sentirla tremare contro di me, già pronta a farsi scopare.
Mentre le mie dita affondavano senza pietà nella sua figa fradicia, un pensiero mi attraversò la mente, nitido e potente, quasi più eccitante del suo calore stretto attorno a me.
Questa è la stessa donna che ho conosciuto poche ore fa.
All’evento era una presenza magnetica: Gabriella, decisa, elegante, con quel portamento fiero e sicuro di sé. Parlava con voce ferma, gesti misurati, sguardo diretto. Una di quelle donne che sembrano avere sempre il controllo della situazione, forte, indipendente, quasi intoccabile. Il tipo di persona che ti fa sentire che deve essere conquistata, non regalata.
E invece eccola qui.
Appoggiata al muro della camera “Tokyo”, con la gonna sollevata sui fianchi, le mutandine spostate di lato e il culo spinto all’indietro come una troia in calore. Gemiti rochi le uscivano dalla gola mentre spingeva contro la mia mano, cercando di prendermi più a fondo, più forte. Le sue gambe tremavano leggermente, la figa che colava eccitazione sulle mie dita enormi, bagnandomi fino al polso.
La donna forte e composta dell’evento si era sciolta completamente. Ora era solo carne calda e bagnata, una femmina che si lasciava andare senza vergogna, che voleva godere.
Quel contrasto mi fece diventare ancora più duro.
“Chi l’avrebbe detto…” ringhiai piano contro il suo orecchio, mentre infilavo un terzo dito dentro di lei, allargandola. “La signora elegante che tutti guardavano con rispetto… ora si fa aprire la figa come una puttana nel primo motel che trova.”
Gabriella rispose con un gemito più forte, stringendo le pareti attorno alle mie dita, le piaceva il “dirty talk”.
“Ti piace, vero?” continuai, muovendo la mano più velocemente, scopandola con le dita. “Ti piace farti vedere così… lasciar cadere tutta quella facciata di donna forte per farti trattare come una troia bagnata.!
Lei annuì con la testa, ansimando contro il muro.
“Sì… cazzo, sì…” mormorò con voce spezzata.
Le mie mani enormi continuavano a palparla senza delicatezza: una dentro la sua figa fradicia, l’altra che le stringeva forte il seno, tirandole il capezzolo. Sentivo quanto le piacesse quel contrasto, quanto la eccitasse essere stata la donna rispettabile fino a poco prima aveva la situazione perfettamente sotto controllo, ee ora ridotta a una femmina in cerca di piacere puro, sporco, animalesco.
E io volevo spingerla ancora più giù in quel baratro.
Volevo farle dimenticare completamente la Gabriella dell’evento…

stemmy75@gmail.com
di
scritto il
2026-05-28
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