Al maneggio con zia Luisella 2, Giancarla

di
genere
incesti

“Ma da queste parti importano nebbia da Londra?” dico.
“È l’umidità. C’è tanta umidità dei prati e con la condensa…” spiega lo zio.
“Si ma che palle” sbuffo.
Stiamo viaggiando da quasi due ore. Due ore per fare si e no sessanta chilometri. Sessanta chilometri di nebbia, di stradine tutte a curve, di prati desolatamente nebbiosi. Che palle!
L’unico passatempo è stato sbirciare dal sedile posteriore le gambe accavallate di zia Luisella seduta davanti. Ha le calze nuove. Sono autoreggenti, lo so perché me l’ha detto lei, trasparenti con dei motivi a rombi che le fanno sembrare un po’ a rete e una tigre blu stampata ad altezza coscia che crea un effetto come se si fosse tatuata le gambe. Calze da scopata ho pensato ogni volta che me le sono guardare per ingannare la noia.
“Dai che siamo arrivati” dice lo zio imboccando una stradina laterale non asfaltata. La percorriamo per qualche minuto e finalmente davanti a noi c’è un enorme casale a tre piani in pietra.
“E questa casa tua zio?”.
“Si, mio padre allevava cavalli, la terra è tutta nostra anche se ormai non se ne occupa più nessuno”.
Scendiamo. Ci viene incontro una donnina esile sul metro e sessanta, capelli bianchi, occhiali molto spessi, camicetta bianca e gonna a scacchi lunga quasi alla caviglia. Lo stereotipo della nonnina di campagna. Lo zio Carlo la abbraccia “mamma”.
Si baciano sulla guancia poi la nonnina passa a zia Luisella e bacia anche lei, si avventa su Fabrizio, lui fa per scostarsi ma lei lo abbraccia e lo bacia lo stesso “il mio nipotino”.
“Ciao nonna” ribatte lui un po freddo.
“E questo chi è?” sorride guardandomi.
La zia gli spiega velocemente che sono il figlio di sua sorella.
La nonnina sorride, mi si butta addosso e mi bacia sulla guancia “siamo quasi parenti” commenta.
“È già” sorrido anche io mentre gli occhi mi cadono sulle sue caviglie fasciate da un nylon nero chiaro. Mi domando se sia una da calze o da collant.
Sono le mie morbose curiosità, non posso farci nulla.

Saliamo al terzo piano. Ci sono cinque camere da letto arredate un po alla meglio, nel senso che hanno messo qui dei letti presi chissà dove, degli armadi usati, comò, tavolini da notte usurati e cigolanti. “Questa è la camera di mamma e papà, questa la mia, queste due delle zie… la tua è quella in fondo vicino al balcone” mi fa da cicerone Fabrizio.
Mi apre la porta “la più piccola purtroppo”.
“Anche la più cessa” ribatto notando l’arredo.
“Sono camere degli ospiti. La nonna ha la sua bella matrimoniale al piano di sotto, noi ci dobbiamo arrangiare. Il bagno è unico, l’ultima porta dall’altra parte del corridoio”.
“C’è la doccia?”.
“No, c’è la vasca ma per riempirla ci vuole una vita. Se proprio vuoi farti la doccia c’è ne una nella stalla”.
“Nella stalla?”.
“Era la doccia che usavano il nonno e i suoi aiutanti dopo aver pulito i cavalli. Non è di lusso, poco più che un doccione con una griglia sotto i piedi, però funziona”.
“A, bene”.

Scendo di sotto, non c’è nessuno pare. La cucina rustica al massimo sembra vuota. Giro a destra, c’è un grande salotto con un divano a L che ha visto giorni migliori è un lungo tavolo di legno a dodici posti dove probabilmente faremo la famosa festa di compleanno della nonna, del resto siamo qui per questo.
Di botto mi accorgo che in un angolo c’è una signora bruna capelli a caschetto, grassottella, sui 45, seno grosso, sarà una quarta o quinta, molto truccata sul viso forse per nascondere che non è una gran bellezza. Indossa un vestitino bianco senza maniche sotto cui si scorge il reggiseno nero come la gonnellina. Tiene le lunghe gambe accavallate, la gonna è abbastanza sollevata da farmi scorgere le cosce. In mano ha una sigaretta.
“E tu? Che fai mi fissi?” sbotta con un vocione bello deciso.
“No io… scusi…”
Quasi dal nulla appare nonna Mirna “lui è il nipote della Luisella”.
“A” dice la bruna come se non gliene fregasse nulla.
“Mia figlia minore Gianfranca” mi presenta la nonna.
“Ginny, mi chiamano tutti Ginny” precisa lei un po’ scocciata.
“Per me sarai sempre Gianfranca” sorride la nonnina e sparisce verso la cucina.
“Hanno deciso che dovevamo avere i nomi dei nonni. Mio fratello Carlo come il nonno paterno, mia sorella Diana come la nonna e io ho preso Gianfranco come il nonno materno”.
“Non potevano dartelo femminile come la nonna materna?”.
Sorride “Si chiamava Fausta” ride.
“Quasi quasi meglio Gianfranca -sorrido sedendomi accanto a lei- me la daresti una sigaretta?”.
Mi passa un pacchetto di Camel.
Resto seduto lì accanto a lei, mi viene da fissarle le gambe nude o studiarle le pere, devo dire qualcosa tanto per non passare per coglione. “Sei divorziata quindi?”.
Sbatte gli occhioni con le lunghissime ciglia finte “E tu scusa come lo sai?”.
“Il segno della fede sul dito. È ancora fresco, di chi l’ha tolta da poco”.
“Un mese” annuisce guardandosi il dito
“A mi spiace”.
Ride “non dispiacerti era un coglione. Otto anni sprecati. Dovevo fargli le corna molto prima” annuisce fra se e se quasi fiera.
“A quindi hai preso tu l’iniziativa?”.
“Si, mi sono trovata un giovane dotato e mi sono presa ciò che mi spettava”.
“Giusto” sorrido.
“Ma ti pare che uno mi trascura per tre anni? Tre anni senza sfiorarmi e io sto lì ad aspettare come una cogliona? Mi sono pure rifatta le tette e lui niente”.
“Ti sei rifatta le tette? Ma dai. Ma sai che non le ho mai viste dal vivo le tette rifatte”.
Si passa una mano sotto al petto come a volerle soppesare “beh ha fatto un buon lavoretto”
“O si… hai aumentato la taglia?”.
“Due taglie. Ero una seconda adesso una quarta abbondante”
“Ottime e abbondanti. Sai cosa c’è che mi piace poco delle tette rifatte? I capezzoli. Sembrano sempre un po’ finti”
“E tu dove le hai viste le tette rifatte scusa?”.
“In foto ne ho viste tante, ballerine, porno star… i capezzoli paiono sempre un po’ artefatti”.
“Dici?”.
“Se le tiri fuori controlliamo”
Si guarda a destra e sinistra, poi cerca di allungare il collo “c’è mia madre in cucina?”.
“No mi pare che è uscita, ho sentito sbattere”
Annuisce, poi con un gesto deciso se le afferra da sotto il reggiseno e le sbatte fuori.
“Belle bocce” esclamo anche se, come immaginavo, quei capezzoli a bottone sono falsi come non mai. Senza aspettare il suo permesso allungo una mano, gliene afferro una, poi anche l’altra “belle sode, al tatto sembra naturale”.
“Siii” mormora.
Mi chino in avanti, le poso la bocca su un capezzolo, lo lecco.
Geme.
“Quindi non ti ha tolto la sensibilità. Senti bene se stimolo”.
“O siiii”
Inizio a leccarle con più convinzione. Le lecco, le succhio, le palpo. “Sono un fans delle tette” le dico.
“Umm si vedo…. Ci sai fare è…”
“E non hai visto il meglio” dico pronto a mostrarle il mio gigantesco bastone duro.
Proprio in quel momento si apre la porta in fondo alla cucina, appare la nonna. Gianfranca o meglio Ginny fa appena in tempo ad afferrarsi le mele e farle sparire.
La nonna ci guarda “Che hai Gianfranca?”.
Lei sgrana gli occhi “nulla mamma perché?”.
“Non so mi pari sudata, agitata…”.
Scuote la testa “Sarà una vampata di calore, fa così caldo qui dentro”.
“Colpa del forno acceso. Sai la stufa a legna fa da forno ma scalda anche la casa” spiega la vecchia rivolta a me.
Io annuisco mentre tengo le mani in grembo per coprire la palese erezione lungo la gamba.
“Ti piace la polenta a te..? Oggi faccio la polenta, ricetta di famiglia” mi sorride.
“Adoro la polenta” sorrido gentile.
Ginny si alza in piedi “senti mamma io vado a prendere una boccata d’aria che fa davvero caldo. Magari facciamo un giro e ti mostro la nostra proprietà”.
“Con molto gusto” rispondo io balzando in piedi.
“Ecco bravi, fate un bel giretto, tanto qui ne ho per due ore minimo” sorride la vecchia.
Ginny mi porge la mano “andiamo dai, ce ne di roba da vedere”.
“Immagino” annuisco.
“Fagli vedere il laghetto, ci sono le oche, sono bellissime” risponde di rimando la nonnina.
“Ok mamma, ci vediamo a pranzo” saluta la figlia tirandomi davvero verso l’uscita.
“Mezzogiorno puntuali” ribatte lei in sottofondo.

Mi porta davvero al laghetto. Un piccolo stagno di venti metri di diametro dove ci sono davvero una dozzina di oche che nuotano.
“Bel paesaggio”.
“Una volta allevavamo le oche per mangiarle, adesso sono solo di decorazione”.
“A, capisco”
“Ma sai qual è la cosa bella del laghetto?”.
“L’acqua?” rispondo perplesso.
“No. Il bello è che vi si giunge solo dal sentiero che abbiamo fatto adesso, il resto è tutto bosco fitto che non ci passa neanche una mosca. E se uno arriva dal sentiero qui dal lago lo vedi a cento metri. Hai capito?”.
“La privacy totale” annuisco e per sottolineare che ho davvero capito le infilo una mano sotto la coscia.
“Vai dritto al sodo tu”
“Sempre” annuisco. Afferro le mutande per l’elastico e inizio a calarle piano piano.
Lei mi lascia fare, collabora muovendo le gambe. Gli slip neri calano a terra.
La mano insiste, gliela poggio su un bel cespuglio peloso. Inizio a giocarci col dito, le stuzzico un po’ la fichetta e le labbra.
“Ummm cavolo che voglia… dai spogliati, spogliati” insiste.
Ci spogliamo.
Lei si leva gonna, toppino e reggiseno, io ho giusto la t-shirt di Batman e i jeans.
“Nooooo non ci credo! Ma è vero?” esclama guardandomi il grosso uccello.
“Vero, grosso e duro”.
Mi si struscia accanto, allunga la mano, lo afferra, inizia a segarmelo.
“A saperlo mio marito lo facevo cornuto con te. Sei quasi il doppio di quello che mi sono fatto”.
“Se ti avessi già conosciuta ti avrei accontentato volentieri” dico massaggiandole le poppe.
Si guarda attorno, senza smettere di segarmi con una mano. È ancora umido. Qui se ci sdraiamo ci riempiamo di fango”.
“E le altre volte che fottevi qui come facevi?”.
“Come fai a saperlo che venivo qui a fare roba da ragazza?”.
“L’ho dedotto da quanto eri sicura che non ci potessero vedere”.
“A sei sveglio tu. Ma sai di solito lo facevo in estate, prato secco”.
“Secondo me se ti appoggi a un albero e ti chini un po’ in avanti possiamo fare un ottimo lavoro”.
Sorride “Spledida idea”.
Si mette davanti a un albero, mani a palmo contro il fusto, culo arcuato per bene.
Mi metto dietro, la afferro con un braccio in vita mentre con l’altro guido il mio attrezzo dentro di lei “Dio bono che mulo” urla appena la penetro.
“Fa male?”.
“Ma che male! Ma pompa amore, pompa che sei il numero uno”
Sorrido e inizio a sbattermela a tutta forza. Le tettone sbatacchiano ad ogni colpo di cazzo, lei si mette una mano in bocca per moderare le urla perché magari non ci potranno vedere ma se urla ci sentono di sicuro…

Sono già tutti a tavola. Zio capotavola con a fianco la nonna, la moglie, mio cugino e una bionda sui 45 abbondanti che deve essere l’altra sorella.
“È mezzogiorno e cinque, dove cavolo eravate finiti?” sbotta la nonna.
“Ci siamo attardati al laghetto. Colpa mia” dico.
“A si, bello il laghetto” sorride la vecchietta.
Ci sediamo uno a fianco all’altra nelle sue uniche sedie libere, Ginny mi si avvicina e sussurra “ma quanta ne avevi sto colando dalla figa e dal culo, meno male che ho le mutande”.
“Tanta” sorrido io.
“Tanta? -scatta la nonnina- e tanta polenta sia per il nostro ospite” è bella felice mi butta nel piatto tre cucchiai di polenta facendo una piccola montagna”.
“Mangia, mangia che hai bisogno di energie” ridacchia Ginny che, di tanto in tanto, si sistema le mutande piene del mio sperma…

Jackoffstorie@yahoo.com
scritto il
2026-05-23
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