Una botta di calore
di
Jack Off
genere
incesti
Ok picchia davvero un caldo eccezionale per essere maggio però…
Cosa devi pensare quando una tardona ti mette in faccia le tettone in mezzo alla strada?
Ma andiamo con calma e partiamo dall’inizio.
Sono le due del pomeriggio, sono andato a comprare le sigarette e sto tornando a casa. So che mia zia Luisella con cui vivo è sola, mio cugino dal suo amico Marco, suo marito Carlo a farsi qualche lavoro in nero da qualche parte.
Quando sono uscito era in cucina, nuda, con un cubetto di ghiaccio che le scorreva nel solco delle enormi poppe, il ventilatore a piena potenza puntato sulla patata. Le gambe spalancate.
“Dovresti mettertelo dentro quel cubetto di ghiaccio è lì che sei più calda” ho commentato.
“Magari potresti metterci tu qualcosa di più grosso” ha risposto lei aprendo ancora di più le cosce per mostrare bene il buco.
“Vado a prendere le sigarette, quando torno vedrai” ho sorriso.
Lei si è messa un dito nella vulva bagnata “cerca di fare in fretta però” e mi ha fatto l’occhiolino era farmi capire quanta voglia avesse di cazzo (e quando mai non ne ha).
La voglia di fumare era tanta, sono uscito in fretta, raggiunto il tabaccaio, preso due Chesterfield è appena fuori dal negozio me ne sono subito accesa una.
Cammino tranquillo, mi godo la fumata, dieci minuti e sarò a casa, undici minuti e sarò dentro a mia zia a godere per bene.
Non c’è che dire il caldo attizza, la zia in questi giorni pare anche più famelica del solito, l’altra sera, per esempio, mio zio ha detto che scendeva un attimo in cantina a cercare degli attrezzi. Il tempo di chiudere la porta e già zia si era messa lunga con le tette sul tavolo, il culo dritto e la gonna sollevata “di solito ci mette almeno un venti minuti” ha sorriso.
“Tieni il tempo tu” le ho risposto, ho calato i pantaloni e l’ho montata a dovere.
Quando lo zio è tornato, ventidue minuti dopo (avevamo un buon margine) la zia era già in bagno a farsi un bidet e lavarsi via la sborra dalla gnocca.
Oggi so di avere tutto il pomeriggio per noi. Liberi fino a cena, già fantastico in che posizione prenderla, cosa fare con le sue enormi poppe, da che buco iniziare, in che buco venire con più gusto… Il mio passo aumenta un po’… la voglia sale… il pisello si gonfia…
Poi incrocio la signora.
Si chiama Camilla, va per i sessanta abbondanti, zitella (dicono frigida). Forse non ha mai trovato nessuno che se la coprisse perché cazzo, di faccia, è davvero un cesso.
“Ciao” dice.
“Buongiorno” rispondo mentre noto che le sta cadendo un mazzo di chiavi dalla borsa.
Potrei anche fare il cavaliere e raccattarle io ma non mi va tanto. La lascio fare.
Lei china il suo corpo grassoccio con una certa fatica, si cala tutta su un fianco, allunga il braccio.
Ed è lì che la vedo: UNA TETTONA!
Sotto a quella specie tunica senza maniche non ha il reggiseno e il vestito è talmente largo che dalla spallina si apre un bel varco che da aria alla sua anguria.
È si, sono proprio angurie, quelle cose grosse, molli che dondolano sul petto e che probabilmente sfiorano l’ombelico.
Io sono tettomane lo ammetto e quando vedo queste cose apprezzo subito specie se sono vecchie vacche. Probabilmente sarà il ricordo di mia nonna che ha un balcone immenso che mi stimola.
Bene, dopo questo mini spettacolo sarò più duro per mia zia, penso.
Peccato che la vecchia Camilla se ne sia accorta. Sono già due passi avanti a lei (ho camminato pianissimo per guardare il più possibile la tettona e il gran capezzolo) ma la nonna fa retromarcia, mi afferra per un braccio “e quindi?”.
Mi volto “quindi cosa?”.
“Ti ho visto sai…che sbirciavi” e ride in modo strano mostrando la boccaccia aperta con due denti mancanti.
“Signora ma cosa le devo dire. Vedo una bella tetta e guardo. È lei che… insomma… mai sentito parlare di reggiseni?”.
“Con sto caldo? Ma sai che fastidio”.
“Una botta di calore hahahaha”.
Cambia espressione “davvero mi trovi bella?”.
Dovrei dirle no. Io ho detto una bella tetta, non una bella donna ma lasciamo stare, non complichiamoci la vita. Faccio si con la testa.
“Ti va un gelato? Andavo a mangiare il gelato. Vieni?”.
“Avrei un impegno”.
Mi da una pacca sulla spalla “e dai fammi compagnia…”.
“No ma guardi davvero, non posso…”.
Stavolta sposta il vestito apposta con una mano, mi fa di nuovo scorgere la tettona in tutta la sua grandezza. “E dai vieni…” sorride.
È così andiamo a mangiare questo cono. La gelateria non è lontana. La vecchia sembra tutta allegra. Prendiamo due coni. Io pistacchio, lei cioccolato.
Ci sediamo alla prima panchina. Ha offerto lei quindi dico “grazie”.
Lei continua a parlare, fa un monologo unico sulla casa da aggiustare, sua sorella che sta male, il caldo più caldo degli ultimi anni… insomma cazzate a raffica. Io annuisco, sorrido, rispondo per luoghi comuni.
Seduta accanto a me ogni tanto muove il braccio, lo alza, lo abbassa, dalla fessura sotto l’ascella si vede la tettona, l’altra perché adesso la guardo da sinistra prima ero a destra.
Lo farà apposta? Boo…
Tutto va più o meno così, nella noia più mortale fin che non le cade una bella sbardellata di cioccolato in mezzo al petto “o che disastro” sorride.
“È si, capita”.
“Ce l’hai un fazzoletto per caso?” domanda.
Si, ce l’ho, lo tiro fuori di tasca bianco e immacolato. Glielo porgo ma lei invece di prenderlo allarga le braccia e spinge il petto in avanti. “Dammi una mano dai”.
“Io?”.
“Si”.
E cosi mi avvicino, inizio a passarle il fazzoletto sul petto. Prima sul solco largo, poi mi sposto, sento la tettona morbida sotto la mano, ci vado piano, tampono e spingo un po’ senza esagerare ma dopo poco sento il capezzolone duro con la mano. Sembra un bullone per quanto è duro e grosso. Sente chiaramente che gli ho dato una mezza strizzata, non pare le dispiaccia anzi, mette la mano sull’altra tetta, la spinge un po’ “anche qui c’è un po’ di gelato” sorride.
Non e vero, non c’è. Ma fa nulla. Se a lei va di farsi toccare le tettone a me non dispiace palparle.
Stavolta non uso nemmeno il fazzoletto, vado di mano. Prima la apro a coppa e saggio la grandezza del cocomero facendolo anche ballonzolare un po’, poi chiudo due dita a V attorno al capezzolone e lo pizzico per bene. “Ai” mormora sorridendo.
“Allora ti piacciono le mie poppe?”.
“O si, sono stupende signora”.
“Chissà che ci faresti”.
“È si….”.
“No, no -insiste- dimmi che ci faresti, davvero”.
La fisso un attimo, il gelato l’abbiamo finito da un po’ “o io le leccherei per bene, succhierei i capezzoli, le massaggerei piano piano con tutte e due le mani…”
Mugugna, sembra che sogni “e poi, e poi…dimmi”.
“E poi…poi le metterei il cazzo nel solco e lo farei andare su e giù fin che non vengo”.
“Oooo ma come sei ardimentoso”.
“Non le piacerebbe?”.
“Cosa?” sorride.
“Un gran uccello duro fra le angurie”.
La vedo mordersi le labbra come se la cosa la stesse davvero stuzzicando. Poi silenzio. Le mie mani ancora sulle sue tettone, ferme.
“Ho esagerato? Le chiedo scusa”.
“Dammi del tu, chiamami Camilla”.
“Allora scusa Camilla”.
“Comunque non mi hai offesa è che io il tuo emmm…. Il tuo cazzo…. Insomma lo vorrei dentro non sulle gemelle”.
“In effetti è lì che va messo”.
“E tu vorresti metterlo?”.
Le strizzo le tettone una per mano, più forte che posso.
“Ummm mi dai un gran brivido” geme la vaccona.
Lesto mollo la presa sulle angurie, le infilo lesto una mano sotto al vestito, deciso.
Le accarezzo la coscienza grassa, salgo ancora, arrivo al culmine e mi trovo in mano una gattona pelosa da paura.
“Non ho ne reggiseno, ne mutandine” arrossisce la baldracca.
“Il caldo…” annuisco.
“È già, il caldo…” sospira godendosi la mia mano sul pube che continua ad accarezzarle il pelo folto in cerca delle sue labbrone.
Le mie dita abili ed esperte so fanno largo in quel bosco, inizio a farle tintillare il grilletto grasso e sporgente.
“Oooooo”.
“Piace?”.
“Sei bravo tu”
Il mio dito entra deciso, inizio a mungerla con forza “sei bella calda”.
“Mi fai bagnare tutta…”
“Dai godi bella porcona… dai” la incito smulinando sempre più deciso.
Ma lei mi blocca, salta in piedi con forza, tutti i suoi cento e passa chili fanno un tonfo, la ciccia sbatacchia da ogni parte.
Resto lì a guardarla col dito bello unto “non ti va più?”.
Lei mi allunga un braccio cicciotto “voglio portarti a casa mia tesoro”.
Il vecchio letto del secolo scorso cigola che è un piacere, un mastodonte come Camilla bisogna montarla a pecora. Mettersi ben comodi, allargare il lardo sudato che ha tra le cosce, liberare la ficona pelosa e spingere.
Ma spingere tanto perché qui non ne sono passati molti.
Non che sia vergine ma ci andiamo vicino.
SFLOP SFLOP SFLOP
Il mio cazzo sguazza nel ficone pieno.
La baldracca urla, geme, impreca. Dopo un po’ di dolore iniziale ora è lei che mi supplica di pompare più forte. Lo faccio, la accontento, le spano la fica, le levo il muschio.
Mi tolgo anche la soddisfazione di tirarle un bel po di schiaffoni su quei due cuscini rosa che chiama chiappe.
Per un attimo ho anche una mezza voglia di sverginarle il culo ma qui è una impresa molle. Ci vuole del lubrificante e tanto per farlo scorrere fra quelle pagnotte cellulitiche.
Rinuncio. Ci sarà una prossima volta. Oggi voglio provare un’altra giostra, quelle tettazze gigantesche che alla fine sono l’unica cosa che merita.
Deciso che ho pompato abbastanza la faccio mettere a pancia sopra.
Lei con la grazia di un elefante obbedisce.
Mi fissa dritto accanto a lei, sorride, vede la foga con cui lo sego “che trave” mormora.
La scavalco, scivolo sul suo addome, mi abbasso un po’, le afferro le tettone molli una per mano e allargo bene il solco sudaticcio.
Lascio scivolare dentro il mio attrezzo e poi comprimo le angurie su di lui strizzandole forte.
Lei credo non sappia nemmeno cosa è una spagnola, figurarsi fartela.
Pazienza, faccio io, strizzo le poppe con i capezzoloni fra le dita neanche fossero maniglie e muovo le mani su e giù.
Praticamente uso la sua latteria come prolungamento delle mani per masturbarmi da solo.
Il contatto delle tettone sul cazzo è comunque magnifico.
La tardona non fa praticamente nulla, si gode solo lo spettacolo e i brividi che le provoca il mio uccello a contatto di un punto tanto sensibile.
Alla fine godo, sborro. Il fiotto parte, le arriva in faccia. Una maschera facciale alla sborra!
Il resto le cola piano piano sulle tette.
Mi alzo, cerco i vestiti. Il pachiderma mi fissa stesa sul letto con le sue ciccie, il suo sudore e il mio sperma un po’ ovunque.
“Ti spiace se non ti accompagno, sono distrutta”.
“Nessun problema”.
“Ci rivediamo presto vero?”.
“O siii, contaci” e la prossima volta mi porto la vaselina e vedrai cosa succede dietro, penso fra me e me.
Torno a casa da zia, sono passate quasi due ore.
Mi accoglie sulla soglia di casa, in ciabatte.
Non ha altro, solo le ciabatte. Le tettone che sventolano, la fica che suda.
“Ma dove le hai prese le sigarette? Ti sei raccolto il tabacco da solo?”.
“Ho preso anche un gelato” minimizzo.
Lei mi fissa, scuote la testa “mi sa che l’hai dato a qualcuna il gelato” e mi fa notare la macchia di umido che ho sotto gli short. Il segno dello sperma residuo che non ho pulito.
Afferra gli short elastici, li abbassa decisa a metà gamba. Si china esibendo bene le tettone che mi sfiorano. Poggia il naso, annusa “si, si questa è sborra fresca. Chi ti sei fatto poi con sto caldo?”.
Glielo dico, si mette a ridere. “Quella vecchia cicciona acida. Pensare che gira voce sia frigida”.
“No no ne ha voglia fidati, probabilmente è solo che non se la vuole fottere nessuno”.
“Per quello è così acida” fa spallucce la zia grattandosi vistosamente la patata.
“Allora diciamo che l’ho calmata un po’” sorrido.
“Ce la fai adesso o ti ha distrutto?” chiede Luisella sempre più con la mano fra le gambe a grattarsi il prurito.
“Ma figurati, mi ha dato appena l’antipasto” e senza aggiungere altro mi avvento su mia zia. La lingua in bocca, le mani a strizzarle le poppe, l’uccello duro contro il suo ventre. Non gliel’ho ancora infilato ed è già venuta.
Stacca la sua lingua dalla mia, mi spinge indietro “andiamo a letto dai, hai perso due ore e tra poco arriva lo zio, facciamo appena in tempo”.
“Ma sono le quattro, hai detto che torna per cena” obietto mentre la seguo verso il letto spogliandomi di quel poco che indosso.
“Si appunto, meno di due ore… non è tanto, dovrò farmelo bastare” sorride lei mettendosi a pecorina e allargando bene i buchi…
Cosa devi pensare quando una tardona ti mette in faccia le tettone in mezzo alla strada?
Ma andiamo con calma e partiamo dall’inizio.
Sono le due del pomeriggio, sono andato a comprare le sigarette e sto tornando a casa. So che mia zia Luisella con cui vivo è sola, mio cugino dal suo amico Marco, suo marito Carlo a farsi qualche lavoro in nero da qualche parte.
Quando sono uscito era in cucina, nuda, con un cubetto di ghiaccio che le scorreva nel solco delle enormi poppe, il ventilatore a piena potenza puntato sulla patata. Le gambe spalancate.
“Dovresti mettertelo dentro quel cubetto di ghiaccio è lì che sei più calda” ho commentato.
“Magari potresti metterci tu qualcosa di più grosso” ha risposto lei aprendo ancora di più le cosce per mostrare bene il buco.
“Vado a prendere le sigarette, quando torno vedrai” ho sorriso.
Lei si è messa un dito nella vulva bagnata “cerca di fare in fretta però” e mi ha fatto l’occhiolino era farmi capire quanta voglia avesse di cazzo (e quando mai non ne ha).
La voglia di fumare era tanta, sono uscito in fretta, raggiunto il tabaccaio, preso due Chesterfield è appena fuori dal negozio me ne sono subito accesa una.
Cammino tranquillo, mi godo la fumata, dieci minuti e sarò a casa, undici minuti e sarò dentro a mia zia a godere per bene.
Non c’è che dire il caldo attizza, la zia in questi giorni pare anche più famelica del solito, l’altra sera, per esempio, mio zio ha detto che scendeva un attimo in cantina a cercare degli attrezzi. Il tempo di chiudere la porta e già zia si era messa lunga con le tette sul tavolo, il culo dritto e la gonna sollevata “di solito ci mette almeno un venti minuti” ha sorriso.
“Tieni il tempo tu” le ho risposto, ho calato i pantaloni e l’ho montata a dovere.
Quando lo zio è tornato, ventidue minuti dopo (avevamo un buon margine) la zia era già in bagno a farsi un bidet e lavarsi via la sborra dalla gnocca.
Oggi so di avere tutto il pomeriggio per noi. Liberi fino a cena, già fantastico in che posizione prenderla, cosa fare con le sue enormi poppe, da che buco iniziare, in che buco venire con più gusto… Il mio passo aumenta un po’… la voglia sale… il pisello si gonfia…
Poi incrocio la signora.
Si chiama Camilla, va per i sessanta abbondanti, zitella (dicono frigida). Forse non ha mai trovato nessuno che se la coprisse perché cazzo, di faccia, è davvero un cesso.
“Ciao” dice.
“Buongiorno” rispondo mentre noto che le sta cadendo un mazzo di chiavi dalla borsa.
Potrei anche fare il cavaliere e raccattarle io ma non mi va tanto. La lascio fare.
Lei china il suo corpo grassoccio con una certa fatica, si cala tutta su un fianco, allunga il braccio.
Ed è lì che la vedo: UNA TETTONA!
Sotto a quella specie tunica senza maniche non ha il reggiseno e il vestito è talmente largo che dalla spallina si apre un bel varco che da aria alla sua anguria.
È si, sono proprio angurie, quelle cose grosse, molli che dondolano sul petto e che probabilmente sfiorano l’ombelico.
Io sono tettomane lo ammetto e quando vedo queste cose apprezzo subito specie se sono vecchie vacche. Probabilmente sarà il ricordo di mia nonna che ha un balcone immenso che mi stimola.
Bene, dopo questo mini spettacolo sarò più duro per mia zia, penso.
Peccato che la vecchia Camilla se ne sia accorta. Sono già due passi avanti a lei (ho camminato pianissimo per guardare il più possibile la tettona e il gran capezzolo) ma la nonna fa retromarcia, mi afferra per un braccio “e quindi?”.
Mi volto “quindi cosa?”.
“Ti ho visto sai…che sbirciavi” e ride in modo strano mostrando la boccaccia aperta con due denti mancanti.
“Signora ma cosa le devo dire. Vedo una bella tetta e guardo. È lei che… insomma… mai sentito parlare di reggiseni?”.
“Con sto caldo? Ma sai che fastidio”.
“Una botta di calore hahahaha”.
Cambia espressione “davvero mi trovi bella?”.
Dovrei dirle no. Io ho detto una bella tetta, non una bella donna ma lasciamo stare, non complichiamoci la vita. Faccio si con la testa.
“Ti va un gelato? Andavo a mangiare il gelato. Vieni?”.
“Avrei un impegno”.
Mi da una pacca sulla spalla “e dai fammi compagnia…”.
“No ma guardi davvero, non posso…”.
Stavolta sposta il vestito apposta con una mano, mi fa di nuovo scorgere la tettona in tutta la sua grandezza. “E dai vieni…” sorride.
È così andiamo a mangiare questo cono. La gelateria non è lontana. La vecchia sembra tutta allegra. Prendiamo due coni. Io pistacchio, lei cioccolato.
Ci sediamo alla prima panchina. Ha offerto lei quindi dico “grazie”.
Lei continua a parlare, fa un monologo unico sulla casa da aggiustare, sua sorella che sta male, il caldo più caldo degli ultimi anni… insomma cazzate a raffica. Io annuisco, sorrido, rispondo per luoghi comuni.
Seduta accanto a me ogni tanto muove il braccio, lo alza, lo abbassa, dalla fessura sotto l’ascella si vede la tettona, l’altra perché adesso la guardo da sinistra prima ero a destra.
Lo farà apposta? Boo…
Tutto va più o meno così, nella noia più mortale fin che non le cade una bella sbardellata di cioccolato in mezzo al petto “o che disastro” sorride.
“È si, capita”.
“Ce l’hai un fazzoletto per caso?” domanda.
Si, ce l’ho, lo tiro fuori di tasca bianco e immacolato. Glielo porgo ma lei invece di prenderlo allarga le braccia e spinge il petto in avanti. “Dammi una mano dai”.
“Io?”.
“Si”.
E cosi mi avvicino, inizio a passarle il fazzoletto sul petto. Prima sul solco largo, poi mi sposto, sento la tettona morbida sotto la mano, ci vado piano, tampono e spingo un po’ senza esagerare ma dopo poco sento il capezzolone duro con la mano. Sembra un bullone per quanto è duro e grosso. Sente chiaramente che gli ho dato una mezza strizzata, non pare le dispiaccia anzi, mette la mano sull’altra tetta, la spinge un po’ “anche qui c’è un po’ di gelato” sorride.
Non e vero, non c’è. Ma fa nulla. Se a lei va di farsi toccare le tettone a me non dispiace palparle.
Stavolta non uso nemmeno il fazzoletto, vado di mano. Prima la apro a coppa e saggio la grandezza del cocomero facendolo anche ballonzolare un po’, poi chiudo due dita a V attorno al capezzolone e lo pizzico per bene. “Ai” mormora sorridendo.
“Allora ti piacciono le mie poppe?”.
“O si, sono stupende signora”.
“Chissà che ci faresti”.
“È si….”.
“No, no -insiste- dimmi che ci faresti, davvero”.
La fisso un attimo, il gelato l’abbiamo finito da un po’ “o io le leccherei per bene, succhierei i capezzoli, le massaggerei piano piano con tutte e due le mani…”
Mugugna, sembra che sogni “e poi, e poi…dimmi”.
“E poi…poi le metterei il cazzo nel solco e lo farei andare su e giù fin che non vengo”.
“Oooo ma come sei ardimentoso”.
“Non le piacerebbe?”.
“Cosa?” sorride.
“Un gran uccello duro fra le angurie”.
La vedo mordersi le labbra come se la cosa la stesse davvero stuzzicando. Poi silenzio. Le mie mani ancora sulle sue tettone, ferme.
“Ho esagerato? Le chiedo scusa”.
“Dammi del tu, chiamami Camilla”.
“Allora scusa Camilla”.
“Comunque non mi hai offesa è che io il tuo emmm…. Il tuo cazzo…. Insomma lo vorrei dentro non sulle gemelle”.
“In effetti è lì che va messo”.
“E tu vorresti metterlo?”.
Le strizzo le tettone una per mano, più forte che posso.
“Ummm mi dai un gran brivido” geme la vaccona.
Lesto mollo la presa sulle angurie, le infilo lesto una mano sotto al vestito, deciso.
Le accarezzo la coscienza grassa, salgo ancora, arrivo al culmine e mi trovo in mano una gattona pelosa da paura.
“Non ho ne reggiseno, ne mutandine” arrossisce la baldracca.
“Il caldo…” annuisco.
“È già, il caldo…” sospira godendosi la mia mano sul pube che continua ad accarezzarle il pelo folto in cerca delle sue labbrone.
Le mie dita abili ed esperte so fanno largo in quel bosco, inizio a farle tintillare il grilletto grasso e sporgente.
“Oooooo”.
“Piace?”.
“Sei bravo tu”
Il mio dito entra deciso, inizio a mungerla con forza “sei bella calda”.
“Mi fai bagnare tutta…”
“Dai godi bella porcona… dai” la incito smulinando sempre più deciso.
Ma lei mi blocca, salta in piedi con forza, tutti i suoi cento e passa chili fanno un tonfo, la ciccia sbatacchia da ogni parte.
Resto lì a guardarla col dito bello unto “non ti va più?”.
Lei mi allunga un braccio cicciotto “voglio portarti a casa mia tesoro”.
Il vecchio letto del secolo scorso cigola che è un piacere, un mastodonte come Camilla bisogna montarla a pecora. Mettersi ben comodi, allargare il lardo sudato che ha tra le cosce, liberare la ficona pelosa e spingere.
Ma spingere tanto perché qui non ne sono passati molti.
Non che sia vergine ma ci andiamo vicino.
SFLOP SFLOP SFLOP
Il mio cazzo sguazza nel ficone pieno.
La baldracca urla, geme, impreca. Dopo un po’ di dolore iniziale ora è lei che mi supplica di pompare più forte. Lo faccio, la accontento, le spano la fica, le levo il muschio.
Mi tolgo anche la soddisfazione di tirarle un bel po di schiaffoni su quei due cuscini rosa che chiama chiappe.
Per un attimo ho anche una mezza voglia di sverginarle il culo ma qui è una impresa molle. Ci vuole del lubrificante e tanto per farlo scorrere fra quelle pagnotte cellulitiche.
Rinuncio. Ci sarà una prossima volta. Oggi voglio provare un’altra giostra, quelle tettazze gigantesche che alla fine sono l’unica cosa che merita.
Deciso che ho pompato abbastanza la faccio mettere a pancia sopra.
Lei con la grazia di un elefante obbedisce.
Mi fissa dritto accanto a lei, sorride, vede la foga con cui lo sego “che trave” mormora.
La scavalco, scivolo sul suo addome, mi abbasso un po’, le afferro le tettone molli una per mano e allargo bene il solco sudaticcio.
Lascio scivolare dentro il mio attrezzo e poi comprimo le angurie su di lui strizzandole forte.
Lei credo non sappia nemmeno cosa è una spagnola, figurarsi fartela.
Pazienza, faccio io, strizzo le poppe con i capezzoloni fra le dita neanche fossero maniglie e muovo le mani su e giù.
Praticamente uso la sua latteria come prolungamento delle mani per masturbarmi da solo.
Il contatto delle tettone sul cazzo è comunque magnifico.
La tardona non fa praticamente nulla, si gode solo lo spettacolo e i brividi che le provoca il mio uccello a contatto di un punto tanto sensibile.
Alla fine godo, sborro. Il fiotto parte, le arriva in faccia. Una maschera facciale alla sborra!
Il resto le cola piano piano sulle tette.
Mi alzo, cerco i vestiti. Il pachiderma mi fissa stesa sul letto con le sue ciccie, il suo sudore e il mio sperma un po’ ovunque.
“Ti spiace se non ti accompagno, sono distrutta”.
“Nessun problema”.
“Ci rivediamo presto vero?”.
“O siii, contaci” e la prossima volta mi porto la vaselina e vedrai cosa succede dietro, penso fra me e me.
Torno a casa da zia, sono passate quasi due ore.
Mi accoglie sulla soglia di casa, in ciabatte.
Non ha altro, solo le ciabatte. Le tettone che sventolano, la fica che suda.
“Ma dove le hai prese le sigarette? Ti sei raccolto il tabacco da solo?”.
“Ho preso anche un gelato” minimizzo.
Lei mi fissa, scuote la testa “mi sa che l’hai dato a qualcuna il gelato” e mi fa notare la macchia di umido che ho sotto gli short. Il segno dello sperma residuo che non ho pulito.
Afferra gli short elastici, li abbassa decisa a metà gamba. Si china esibendo bene le tettone che mi sfiorano. Poggia il naso, annusa “si, si questa è sborra fresca. Chi ti sei fatto poi con sto caldo?”.
Glielo dico, si mette a ridere. “Quella vecchia cicciona acida. Pensare che gira voce sia frigida”.
“No no ne ha voglia fidati, probabilmente è solo che non se la vuole fottere nessuno”.
“Per quello è così acida” fa spallucce la zia grattandosi vistosamente la patata.
“Allora diciamo che l’ho calmata un po’” sorrido.
“Ce la fai adesso o ti ha distrutto?” chiede Luisella sempre più con la mano fra le gambe a grattarsi il prurito.
“Ma figurati, mi ha dato appena l’antipasto” e senza aggiungere altro mi avvento su mia zia. La lingua in bocca, le mani a strizzarle le poppe, l’uccello duro contro il suo ventre. Non gliel’ho ancora infilato ed è già venuta.
Stacca la sua lingua dalla mia, mi spinge indietro “andiamo a letto dai, hai perso due ore e tra poco arriva lo zio, facciamo appena in tempo”.
“Ma sono le quattro, hai detto che torna per cena” obietto mentre la seguo verso il letto spogliandomi di quel poco che indosso.
“Si appunto, meno di due ore… non è tanto, dovrò farmelo bastare” sorride lei mettendosi a pecorina e allargando bene i buchi…
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