Dominato da mia moglie. La storia di Karen e Mike Ventottesimo episodio
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Ero rimasto solo, legato, con in bocca gli shorts di mia moglie e completamente nudo. Ripensavo a quei mesi trascorsi, le prime due lotte che mi avevano dimostrato quanto Karen fosse superiore a me, ma che non ero riuscito del tutto a metabolizzare. La vedevo, l’ammiravo, ma non riuscivo a sentirmi del tutto sottomesso a lei. Fu la terza volta, quando dimostrò addirittura di potermi violentare, che qualcosa era scattato in me. Era stato tremendo per me, una sensazione di inferiorità assoluta che però… mi aveva eccitato. E lei lo aveva compreso subito. Pertanto, avevo accettato la sua dominazione, ma rimanevano diversi problemi. Ogni volta che lei aumentava la dose, io mi trovavo spiazzato. Avevo piccoli gesti di ribellione che, naturalmente, Karen soffocava immediatamente con la violenza. Era accaduto quando mi aveva praticamente proibito di fumare, e poi quando usò per la prima volta il dildo, o quando aveva preteso di far diventare il mio ufficio la sua palestra personale. E, naturalmente, tutto si era concluso con il fatto che avevo preso le botte e avevo dovuto fare ugualmente ciò che lei voleva. E quel giorno la mia stupida bugia che mi aveva portato a stare in quelle condizioni, con difficoltà a respirare e quei legamenti che mi stavano torturando. Si era imparata perfettamente a legare, e ormai erano innumerevoli le volte che lo aveva fatto. Ma quella volta c’era qualcosa di differente. O forse, ero io a essere diverso. Stavo cercando di fare un ragionamento coerente, ed ero aiutato dal silenzio assoluto che c’era in casa. Cosa volevo io esattamente? La risposta era semplicissima. Io volevo lei. Karen era la mia padrona, la mia dea, e avrei fatto qualsiasi cosa per lei. Sì, mi aveva obbligato con la forza, ma io avevo scoperto quanto fosse meraviglioso stare agli ordini di una creatura perfetta come mia moglie. Perfetta per i miei parametri. E forse non solo per i miei. Ripetevo tra me quelle due parole "mia moglie". Un sostantivo e un aggettivo che mi rendevano pazzo d’orgoglio. Andrea mi aveva detto che avrei dovuto vincere le mie ultime remore, e sentivo dentro di me di averlo fatto. L’ultima lezione, quella che mi stava impartendo in quel momento, era stata quella definitiva. Non per le percosse in quanto avevo subito di peggio. L’avrei potuta definire come la classica goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Sapevo che in futuro avrei dovuto essere sincero, sapevo che avrei dovuto obbedirle, sapevo che, probabilmente, mi avrebbe fatto altre cose, ma sapevo anche che le avrei accettate come un dono, come una dimostrazione del suo interesse nei miei confronti. Lei si era scoperta nata per dominare, e io mi ero scoperto nato per obbedirle, per tremare di fronte a lei, per adorarla. Mi venne addirittura da sorridere. I miei pianti erano terminati, e tutto sembrava più chiaro dentro di me. Ero sicuro che non avrei ripetuto gli errori commessi in passato. Io ero felice sotto di lei. Era inutile girarci intorno. Anche in quel momento, per quanto potesse essere assurdo, lo ero. Il bondage prolungato era massacrante ma, se lei lo aveva deciso, significava che era giusto. Così come erano giusti i suoi tremendi schiaffi che, evidentemente, mi meritavo, così come era giusto che lei mi possedesse. Lei poteva tutto perché era un essere superiore. Lo era per me, e questo era ciò che contava. Dio, quanto l’amavo! Era un amore che aumentava ogni giorno, un amore che era diventato la mia unica ragione di vita. Attesi pazientemente che tornasse la mia padrona. Sì, la mia padrona. Avevo continuato a chiamarla per nome, ma mi rendevo conto che non dovevo avere più questo privilegio. Lei aveva fatto di tutto per rendermi sottomesso, per rendermi docile come un agnellino, e forse le sarebbe piaciuto. Sarebbe stata la mia sottomissione totale, ma era quello che volevo. Per dimostrarle che avevo accettato definitivamente la sua superiorità e il suo dominio assoluto nei miei confronti.
Attesi ancora pazientemente. Non avevo idea di quanto tempo fosse passato, e cercavo di far trascorrere quel tempo riflettendo. Incredibilmente, tutto sembrava chiaro dentro di me. Karen aveva dimostrato coi fatti di meritare la mia sottomissione, ed ero incredibilmente orgoglioso che proprio io potessi essere ai suoi ordini. Era bella, era nettamente più forte di me, era realizzata nel lavoro, mi manteneva senza farmi mancare niente, cos’altro avrei potuto desiderare? La libertà? Il fumo? No, non mi mancavano. Non più. Cercavo anche di riflettere sulla mia perenne eccitazione nei suoi confronti. Mi eccitava la sua netta superiorità fisica. Perché? E chi se ne fregava del motivo. Forse la mia indole era nascosta dentro di me e, alla prima occasione, era venuta fuori. Quello che contava era che io amavo pazzamente la mia padrona, amavo essere ai suoi ordini, amavo servirla. Quando le preparavo la cena mi sentivo importante, e vederla mentre mi sorrideva, sintomo del suo apprezzamento, non aveva prezzo. Così come ero fiero del fatto che facessi tutto in casa e che questa brillasse come uno specchio. Non erano ragionamenti coerenti, ne ero comunque consapevole, ma era ciò che sentivo. Io senza di lei non avrei potuto vivere, e di questo ero sicuro. E ormai non avrei potuto vivere nemmeno senza la sua dominazione. Avevo bisogno della sua autorità, della sua guida, e tornare a essere l’uomo che ero stato non sarebbe stato possibile. Dopo aver provato cosa significasse la sottomissione, ne avevo bisogno come dell’aria che respiravo, purché fosse nei confronti di una donna come mia moglie, superiore in tutto.
Alcuni rumori mi distolsero dai miei pensieri. Era rientrata, anche se non veniva a liberarmi. Evidentemente, aveva deciso che non me lo meritavo. Poi la vidi entrare con indosso una tuta con la quale probabilmente era andata a correre. Non disse niente. Si spogliò del tutto e si mise di nuovo sopra la mia pancia. Il contatto con il suo corpo mi regalò l’ennesima erezione che la fece sorridere. Mi tolse gli shorts dalla bocca e mi liberò anche le mani. Anche io rimasi in silenzio, e iniziai a toccarle quelle cosce muscolose e, al contempo, meravigliose. Sapevo perfettamente quanto fossero forti. Mi avrebbe potuto stritolare con quelle cosce, se avesse voluto. Eppure, malgrado la loro potenza, erano incredibilmente femminili. Lasciò fare e proseguii a toccarla sul suo addome perfetto. Mi sembrava di toccare l’acciaio ricoperto di pelle umana. Salii poi a toccarle i muscoli delle braccia, altra sensazione di inarrivabile potenza. Le toccai quello che era il mio orologio che era diventato come un simbolo del suo potere. Le sorridevo, sperando che il mio sorriso potesse comunicarle tutte le mie sensazioni. La vidi annuire, ed ebbi quasi la certezza che avesse compreso quello che volevo comunicarle e cioè che mi ero completamente arreso a lei, che avevo riconosciuto la sua autorità. Infine, sempre nel silenzio assoluto, rotto soltanto dal fruscio dei nostri movimenti, si alzò mettendo la sua meravigliosa fica sopra la mia faccia. Indugiò alcuni secondi e vide che stavo con la bocca aperta pronto a donarle quel piacere che lei meritava. Si abbassò lentamente e io potei finalmente assaporare le sue umide fragranze. Era semplicemente meraviglioso sentirla gemere. La mia vita, il mio corpo, le appartenevano. E dopo aver assaggiato i suoi umori attraverso i suoi shorts pieni di sudore, potevo farlo direttamente dalla fonte. Avevo il naso schiacciato sul suo clitoride, ma potevo aprire la bocca e muovere la lingua. I suoi gemiti si facevano sempre più intensi, e la sentii sobbalzare sopra di me. Aveva avuto il suo orgasmo. Io aprii la bocca per ricevere tutti i suoi liquidi. Mi sentivo come se avessi ricevuto un dono prezioso e, quando lei si tirò su, la guardai con riconoscenza.
“Grazie, Padrona.” Ancora una volta non disse nulla, limitandosi a sorridere. Era come se stessimo comunicando telepaticamente. Ci capivamo con gli sguardi, coi nostri sorrisi. Poi si voltò per mettersi con le spalle rivolte alla mia faccia. Sapevo cosa voleva e il mio dovere era cercare di soddisfarla. Quando mise il suo culo perfetto sulla mia faccia, feci uscire la mia lingua che entrò nel suo buchino. Pensai che fosse un onore che avrei dovuto meritarmi, e leccai come un forsennato. Ancora una volta sentii i suoi gemiti, e sperai che il suo piacere fosse enorme. Solo quello per me contava. Avevo le mani libere e toccai di nuovo il suo corpo per donarle altro piacere. La sua pelle vellutata, i suoi muscoli così potenti, erano un piacere meraviglioso anche per me, e sentii le sue mani stringersi sulle mie. Me le teneva strette, e quasi mi faceva male, ma era soltanto la situazione erotica del momento. Poi mi lasciò e sentii i muscoli delle natiche rilassarsi. Le avevo donato un altro orgasmo. Si alzò dal mio corpo, ma soltanto per cambiare posizione e si rimise come prima, con la faccia rivolta verso la mia. Accarezzò la mia asta turgida.
“Adesso ti scopo”, mi disse, e un brivido pervase tutto il mio corpo nel sentire la sua autorità, il suo potere. Si impalò sul mio cazzo e iniziò a muoversi ritmicamente. Sapevo che non avrei dovuto venirmene per niente al mondo, malgrado il mio piacere fosse enorme. Prima avrebbe dovuto farlo lei e, solo se lei mi avesse dato il permesso, avrei potuto farlo io. E, quando ebbe il suo ennesimo orgasmo, si placò, respirando prima affannosamente per poi riprendere pian piano la sua respirazione normale. Mi afferrò le mani con dolcezza. “Adesso hai il permesso di venirtene.”
La guardai come si può guardare una divinità. “Grazie, Padrona”, ripetei come un disco rotto, come se dalla mia bocca non potessero uscire altre parole. Bastarono una manciata di secondi dal momento che mia moglie mi aveva dato il permesso, ed esplosi nell’eiaculazione più potente che avessi mai avuto in vita mia. E ne avevo avute innumerevoli in quel periodo, tutte strepitose. Ma quella volta c’era qualcosa di diverso. C'ra la mia totale accettazione. Con maestria, Karen continuò a muoversi sopra di me in modo impercettibile ma facendo sì che io potessi far uscir fuori tutto ciò che avevo. Ansimai esausto. Un po’ quel piacere incredibile, e un po’ il fatto di essere stato legato per molto tempo, mi avevano spossato. Ma non era terminato. Mia moglie si alzò e prese di nuovo i legacci per legarmi le mani. La lasciai fare senza opporre inutili resistenze. Era lei che poteva decidere cosa fare di me.
“Ti lascerò tutta la notte così. Hai qualcosa da dire prima che ti metta di nuovo il bavaglio?”
“No, Padrona. Se lei lo ha deciso significa che è giusto.”
Mi accarezzò dolcemente. Aveva capito. Aveva compreso che ormai la mia accettazione era totale, e un sorriso meraviglioso apparve sul suo viso.
Continua...
Attesi ancora pazientemente. Non avevo idea di quanto tempo fosse passato, e cercavo di far trascorrere quel tempo riflettendo. Incredibilmente, tutto sembrava chiaro dentro di me. Karen aveva dimostrato coi fatti di meritare la mia sottomissione, ed ero incredibilmente orgoglioso che proprio io potessi essere ai suoi ordini. Era bella, era nettamente più forte di me, era realizzata nel lavoro, mi manteneva senza farmi mancare niente, cos’altro avrei potuto desiderare? La libertà? Il fumo? No, non mi mancavano. Non più. Cercavo anche di riflettere sulla mia perenne eccitazione nei suoi confronti. Mi eccitava la sua netta superiorità fisica. Perché? E chi se ne fregava del motivo. Forse la mia indole era nascosta dentro di me e, alla prima occasione, era venuta fuori. Quello che contava era che io amavo pazzamente la mia padrona, amavo essere ai suoi ordini, amavo servirla. Quando le preparavo la cena mi sentivo importante, e vederla mentre mi sorrideva, sintomo del suo apprezzamento, non aveva prezzo. Così come ero fiero del fatto che facessi tutto in casa e che questa brillasse come uno specchio. Non erano ragionamenti coerenti, ne ero comunque consapevole, ma era ciò che sentivo. Io senza di lei non avrei potuto vivere, e di questo ero sicuro. E ormai non avrei potuto vivere nemmeno senza la sua dominazione. Avevo bisogno della sua autorità, della sua guida, e tornare a essere l’uomo che ero stato non sarebbe stato possibile. Dopo aver provato cosa significasse la sottomissione, ne avevo bisogno come dell’aria che respiravo, purché fosse nei confronti di una donna come mia moglie, superiore in tutto.
Alcuni rumori mi distolsero dai miei pensieri. Era rientrata, anche se non veniva a liberarmi. Evidentemente, aveva deciso che non me lo meritavo. Poi la vidi entrare con indosso una tuta con la quale probabilmente era andata a correre. Non disse niente. Si spogliò del tutto e si mise di nuovo sopra la mia pancia. Il contatto con il suo corpo mi regalò l’ennesima erezione che la fece sorridere. Mi tolse gli shorts dalla bocca e mi liberò anche le mani. Anche io rimasi in silenzio, e iniziai a toccarle quelle cosce muscolose e, al contempo, meravigliose. Sapevo perfettamente quanto fossero forti. Mi avrebbe potuto stritolare con quelle cosce, se avesse voluto. Eppure, malgrado la loro potenza, erano incredibilmente femminili. Lasciò fare e proseguii a toccarla sul suo addome perfetto. Mi sembrava di toccare l’acciaio ricoperto di pelle umana. Salii poi a toccarle i muscoli delle braccia, altra sensazione di inarrivabile potenza. Le toccai quello che era il mio orologio che era diventato come un simbolo del suo potere. Le sorridevo, sperando che il mio sorriso potesse comunicarle tutte le mie sensazioni. La vidi annuire, ed ebbi quasi la certezza che avesse compreso quello che volevo comunicarle e cioè che mi ero completamente arreso a lei, che avevo riconosciuto la sua autorità. Infine, sempre nel silenzio assoluto, rotto soltanto dal fruscio dei nostri movimenti, si alzò mettendo la sua meravigliosa fica sopra la mia faccia. Indugiò alcuni secondi e vide che stavo con la bocca aperta pronto a donarle quel piacere che lei meritava. Si abbassò lentamente e io potei finalmente assaporare le sue umide fragranze. Era semplicemente meraviglioso sentirla gemere. La mia vita, il mio corpo, le appartenevano. E dopo aver assaggiato i suoi umori attraverso i suoi shorts pieni di sudore, potevo farlo direttamente dalla fonte. Avevo il naso schiacciato sul suo clitoride, ma potevo aprire la bocca e muovere la lingua. I suoi gemiti si facevano sempre più intensi, e la sentii sobbalzare sopra di me. Aveva avuto il suo orgasmo. Io aprii la bocca per ricevere tutti i suoi liquidi. Mi sentivo come se avessi ricevuto un dono prezioso e, quando lei si tirò su, la guardai con riconoscenza.
“Grazie, Padrona.” Ancora una volta non disse nulla, limitandosi a sorridere. Era come se stessimo comunicando telepaticamente. Ci capivamo con gli sguardi, coi nostri sorrisi. Poi si voltò per mettersi con le spalle rivolte alla mia faccia. Sapevo cosa voleva e il mio dovere era cercare di soddisfarla. Quando mise il suo culo perfetto sulla mia faccia, feci uscire la mia lingua che entrò nel suo buchino. Pensai che fosse un onore che avrei dovuto meritarmi, e leccai come un forsennato. Ancora una volta sentii i suoi gemiti, e sperai che il suo piacere fosse enorme. Solo quello per me contava. Avevo le mani libere e toccai di nuovo il suo corpo per donarle altro piacere. La sua pelle vellutata, i suoi muscoli così potenti, erano un piacere meraviglioso anche per me, e sentii le sue mani stringersi sulle mie. Me le teneva strette, e quasi mi faceva male, ma era soltanto la situazione erotica del momento. Poi mi lasciò e sentii i muscoli delle natiche rilassarsi. Le avevo donato un altro orgasmo. Si alzò dal mio corpo, ma soltanto per cambiare posizione e si rimise come prima, con la faccia rivolta verso la mia. Accarezzò la mia asta turgida.
“Adesso ti scopo”, mi disse, e un brivido pervase tutto il mio corpo nel sentire la sua autorità, il suo potere. Si impalò sul mio cazzo e iniziò a muoversi ritmicamente. Sapevo che non avrei dovuto venirmene per niente al mondo, malgrado il mio piacere fosse enorme. Prima avrebbe dovuto farlo lei e, solo se lei mi avesse dato il permesso, avrei potuto farlo io. E, quando ebbe il suo ennesimo orgasmo, si placò, respirando prima affannosamente per poi riprendere pian piano la sua respirazione normale. Mi afferrò le mani con dolcezza. “Adesso hai il permesso di venirtene.”
La guardai come si può guardare una divinità. “Grazie, Padrona”, ripetei come un disco rotto, come se dalla mia bocca non potessero uscire altre parole. Bastarono una manciata di secondi dal momento che mia moglie mi aveva dato il permesso, ed esplosi nell’eiaculazione più potente che avessi mai avuto in vita mia. E ne avevo avute innumerevoli in quel periodo, tutte strepitose. Ma quella volta c’era qualcosa di diverso. C'ra la mia totale accettazione. Con maestria, Karen continuò a muoversi sopra di me in modo impercettibile ma facendo sì che io potessi far uscir fuori tutto ciò che avevo. Ansimai esausto. Un po’ quel piacere incredibile, e un po’ il fatto di essere stato legato per molto tempo, mi avevano spossato. Ma non era terminato. Mia moglie si alzò e prese di nuovo i legacci per legarmi le mani. La lasciai fare senza opporre inutili resistenze. Era lei che poteva decidere cosa fare di me.
“Ti lascerò tutta la notte così. Hai qualcosa da dire prima che ti metta di nuovo il bavaglio?”
“No, Padrona. Se lei lo ha deciso significa che è giusto.”
Mi accarezzò dolcemente. Aveva capito. Aveva compreso che ormai la mia accettazione era totale, e un sorriso meraviglioso apparve sul suo viso.
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