Terapia cuckold - capitolo 11

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Luca era seduto sul divano quando Giulia glielo disse.
Erano le nove e mezza di sera. Lei era appena uscita dalla doccia, indossava solo una camicetta bianca oversize che le arrivava a metà coscia, i capelli ancora umidi. Si sedette accanto a lui, le gambe nude accavallate, e lo guardò dritto negli occhi con una calma che lo spaventò.
«Voglio rivedere Alessandro,» disse semplicemente.
Luca sentì il mondo fermarsi per un secondo.
Giulia continuò, la voce bassa ma ferma, senza giri di parole.
«Ho bisogno di un vero cazzo. Ho bisogno di sentirmi riempita, usata, scopata come si deve. Non riesco più a fare finta che il tuo mi basti. Mi piace quando lui mi prende forte, quando mi tiene per i capelli e mi sbatte fino a farmi urlare. Mi piace quando mi viene dentro e poi mi fa tenere tutto dentro mentre torno a casa da te.»
Luca rimase immobile. Il cazzo gli divenne duro all’istante, ma nello stomaco sentì una stretta dolorosa, come se qualcuno gli avesse dato un pugno.
Giulia gli posò una mano sulla coscia, vicino all’inguine, e continuò con lo stesso tono tranquillo:
«So che ti eccita. L’ho capito. Ma questa volta voglio che tu lo sappia prima. Voglio che tu sappia che domani sera uscirò per andare da lui. E voglio che tu resti qui a pensare a me mentre lui mi scopa.»
Luca deglutì. La gola era secca.
«Io… non so se…» riuscì solo a dire.
Giulia gli strinse leggermente la coscia.
«Pensaci. Io vado a letto. Quando avrai deciso, dimmelo.»
Si alzò e andò in camera, lasciando Luca solo sul divano.
Lui rimase lì per quasi mezz’ora, il cazzo duro che premeva contro i pantaloni, la mente in tumulto. Gelosia, eccitazione, paura, vergogna: tutto si mescolava in un nodo che non riusciva a sciogliere.
Alla fine prese il telefono e chiamò Sofia.
Lei rispose al terzo squillo, la voce calma e vellutata.
«Luca. È tardi. È successo qualcosa?»
Lui parlò con voce tremante.
«Giulia mi ha detto che vuole rivedere Alessandro. Domani sera. Mi ha detto che ha bisogno di un vero cazzo… che il mio non le basta più. Mi ha detto che vuole che io resti a casa a pensare a lei mentre lui la scopa.»
Ci fu un breve silenzio. Poi Sofia parlò, con tono sereno, quasi dolce.
«Respira, Luca. Dimmi cosa provi in questo momento.»
«Mi sento… distrutto. E eccitato. Ho paura di perderla. Ma il pensiero che lei vada da lui… mi fa impazzire.»
Sofia fece una pausa, poi disse con voce bassa e controllata:
«Questo è il momento in cui molti uomini scappano. Tu invece mi hai chiamato. Questo significa che vuoi andare avanti.»
Luca chiuse gli occhi.
«Io… non lo so. Ho paura.»
«Paura di cosa esattamente?» chiese Sofia, la voce come una carezza.
«Di quanto mi eccita. Di quanto voglio che succeda. Di quanto mi sento piccolo.»
Sofia rimase in silenzio per qualche secondo, poi parlò di nuovo.
«Luca, ascoltami. Puoi scegliere di fermarti. Puoi dire a Giulia che non vuoi. Ma sappiamo entrambi che non lo farai. Perché una parte di te vuole vederla andare da lui. Vuole sapere che lei sta aprendo le gambe per un cazzo più grosso del tuo. Vuole immaginare lei che geme, che sbava, che viene mentre tu sei a casa.»
Luca gemette piano al telefono.
Sofia continuò, la voce sempre più suadente:
«Esci di casa. Fai due passi. Pensa. E quando sarai pronto, richiamami. Ti aspetto.»
Luca riattaccò. Guardò la porta della camera da letto. Giulia era lì, probabilmente già sdraiata, in attesa della sua risposta.
Si alzò, prese il cappotto e uscì di casa senza dire niente.
Camminò per quasi venti minuti senza meta, l’aria fredda della notte che gli schiaffeggiava il viso. Si fermò davanti a un bar ancora aperto, uno di quei locali semplici che restano illuminati fino a tardi, con le luci gialle che filtravano dalla vetrina.
All’interno c’erano diverse coppie, tra i 20 e i trent’anni, che ridevano felici del tempo che trascorrevano assieme. Quante di loro avrebbero passato quello che stava vivendo lui ora?quante mani estranee, forti, avide si sarebbero appoggiate su quelle tette sode e sui quei culi torniti?
Immaginava quegli uomini più grandi che si avvicinavano alle ragazze, che le prendevano con decisione, che le scopavano con forza contro il muro o sul sedile di una macchina, mentre i fidanzati restavano a casa o, peggio, a guardare.
Si chiese se quei fidanzati sapessero. Se anche loro, come lui, si eccitassero all’idea. O se fossero semplicemente ignari, convinti di essere abbastanza.
Il pensiero lo colpì come uno schiaffo. Il cazzo gli divenne duro nei pantaloni.
Si sentì patetico. Si sentì inutile. Si sentì eccitato da morire.
Finì la birra in pochi sorsi, pagò e uscì. L’aria fredda gli schiarì un po’ la testa, ma non abbastanza.
Si fermò sotto un lampione, prese il telefono e richiamò Sofia.
Lei rispose al primo squillo.
«Hai deciso?» chiese con voce calma.
Luca chiuse gli occhi.
«Sì,» disse con voce rotta. «Le dirò che può andare. Voglio che vada da lui.»
Sofia rimase in silenzio per un secondo. Poi parlò, con un tono caldo, quasi affettuoso:
«Bravissimo, Luca. Stai facendo la scelta giusta. Domani sera, quando lei sarà con Alessandro, voglio che tu mi chiami. Voglio che mi racconti cosa provi mentre sai che tua moglie sta aprendo le gambe per un altro uomo.»
Luca deglutì.
«Va bene.»
«Bene,» disse Sofia. «Ora torna a casa. E quando Giulia ti chiederà la tua risposta… dille di sì. Dille che vuoi che vada.»
Luca riattaccò e rimase fermo sotto il lampione per qualche minuto, il respiro corto.
Poi tornò a casa.
Giulia era ancora sveglia, seduta sul letto.
Lo guardò quando entrò nella stanza.
Luca si fermò sulla soglia.
«Puoi andare,» disse con voce bassa. «Voglio che tu vada da lui.»
Giulia sorrise lentamente, un sorriso dolce e pericoloso allo stesso tempo.
«Grazie, amore,» sussurrò.
Luca si sdraiò accanto a lei senza dire altro.
Sapeva che aveva appena fatto un passo dal quale non sarebbe più tornato indietro.
E sapeva che Sofia era lì, silenziosa e paziente, a guardarlo mentre scendeva sempre più in un abisso tanto profondo quanto irresistibile.
scritto il
2026-04-12
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