Terapia cuckold - capitolo 10

di
genere
corna

Per contatti raiders26@libero.it
Scrivete pure per suggerimenti, commenti, idee o soprattutto se almeno una volta vi siete sentiti come il protagonista del racconto

Luca uscì dall’ufficio poco dopo le undici, dicendo al capo che non si sentiva bene e che si sarebbe preso mezza giornata di ferie. Non era del tutto una bugia. Si sentiva strano, come se il suo corpo e la sua mente fossero due cose separate che camminavano una accanto all’altra senza più sincronizzarsi.
Invece di prendere la metro o un taxi, decise di andare a piedi verso lo studio di Sofia. Erano quasi quaranta minuti di cammino. Aveva bisogno di aria, di movimento, di provare a mettere ordine nei pensieri che gli giravano in testa da giorni.
Mentre camminava, i ricordi arrivavano a ondate.
Ricordava quando lui e Giulia avevano ventisette e ventiquattro anni. Erano sposati da poco. Facevano l’amore ovunque: sul divano di casa, in macchina di notte, una volta persino nel bagno di un ristorante durante una cena con amici. Giulia rideva mentre lui la prendeva da dietro, la mano sulla bocca per non farla urlare. Erano giovani, affamati, convinti che quel fuoco non si sarebbe mai spento.
Poi era arrivata la routine. Il mutuo. Il lavoro che diventava sempre più pesante. Il sesso era diventato più raro, più prevedibile. Luca si era detto che era normale. Che l’amore maturo era fatto anche di questo: di tenerezza, di abitudine, di complicità. Si era convinto che andasse bene così.
Fino a otto mesi prima.
Fino al giorno in cui aveva trovato quel video sul telefono di Giulia.
Ricordava ancora il momento esatto: seduto sul water del bagno di casa, il telefono di lei dimenticato sul lavandino. Aveva aperto la galleria per caso. E aveva visto. Sua moglie in ginocchio sul sedile posteriore di una macchina, la gonna alzata, il perizoma spostato, la figa aperta e lucida mentre un uomo che non conosceva la penetrava da dietro. Il suono che faceva Giulia mentre veniva – un urlo rauco, animale, che lui non le aveva mai sentito – gli era entrato dentro come una lama.
Quella sera si era segato tre volte guardando quel video. Ogni volta con più forza. Ogni volta con più vergogna. E ogni volta con un piacere che non aveva mai provato prima.
Da allora tutto era cambiato.
Non era più solo il tradimento. Era il fatto che lui si eccitava per quel tradimento. Era il fatto che quando Giulia tornava a casa con l’odore di un altro uomo addosso, lui sentiva il cazzo indurirsi invece di arrabbiarsi. Era il fatto che aveva iniziato a desiderare di sapere, di sentire, di immaginare.
Luca si fermò davanti a un piccolo bar all’angolo di una via laterale. Era un locale semplice, frequentato da operai e ragazzi che lavoravano nei cantieri vicini. Entrò, ordinò una birra media e si sedette a un tavolino vicino alla vetrina.
Mentre beveva, osservò gli uomini intorno a lui.
Erano uomini “veri”, nel senso più banale e brutale della parola. Spalle larghe, mani callose, corpi segnati dal lavoro fisico. Ridevano forte, parlavano di donne, di partite, di scopate del fine settimana. Uno di loro, sui trentacinque anni, muscoloso, con la barba di due giorni, raccontava ridendo di come aveva “sfondato” una ragazza la sera prima.
Luca li guardava e non riusciva a smettere di pensare.
Lui non era mai stato quel tipo d’uomo.
Lui le donne le corteggiava. Le faceva ridere, le ascoltava, cercava di renderle felici. Credeva che il rispetto, la delicatezza, la tenerezza fossero la via giusta. Forse non aveva capito niente. Forse le donne, nel profondo, volevano essere dominate, possedute, usate. Forse Giulia aveva sempre desiderato quello che lui non era mai stato capace di darle.
Il pensiero lo colpì come uno schiaffo. Il cazzo gli divenne duro nei pantaloni, lì, seduto in quel bar tra operai che ridevano e bevevano birra.
Si sentì patetico. Si sentì piccolo. Si sentì eccitato da morire.
Un pensiero fugace, rapidissimo, gli attraversò la mente come un lampo: cosa si proverebbe a succhiare un cazzo come quello di Alessandro? A essere lui quello in ginocchio, a sentire quella grossezza riempirgli la bocca, a sbavare come Giulia aveva raccontato di fare?
Scacciò l’idea immediatamente, spaventato dalla sua stessa mente.
Finì la birra in pochi sorsi, pagò e uscì. L’aria fredda gli schiarì un po’ la testa, ma non abbastanza.
Quando arrivò davanti al palazzo di Sofia, si fermò un momento sul marciapiede. Guardò la facciata elegante, le finestre del quarto piano.
Sapeva che una volta entrato, Sofia gli avrebbe chiesto tutto. E lui glielo avrebbe raccontato. Perché ormai non riusciva più a nasconderle niente.
Fece un respiro profondo e spinse la porta
Luca entrò nello studio. Per la prima volta notò davvero la stanza. Era ordinata in modo quasi ossessivo: pareti color crema, mobili di legno scuro lucidato, il divano di pelle nera perfettamente allineato, il tavolino basso con un solo bicchiere d’acqua e una scatola di kleenex. La luce della lampada da tavolo cadeva obliqua, creando angoli di ombra netti tra i cuscini e sotto le gambe del tavolino. Tutto era al suo posto, elegante, sobrio. Eppure c’era qualcosa che non quadrava. Qualcosa di sottile, di incombente. Come se la stanza fosse stata progettata per sembrare accogliente, ma nascondesse un’intenzione più profonda, più fredda. Luca si sentì osservato, anche se era solo.
Si sedette. Sofia si accomodò dietro il tavolino, mantenendo una distanza composta. Rimase al suo posto, bellissima e controllata, i capelli raccolti in una coda alta che le dava un’aria severa e raffinata.
«Raccontami,» disse semplicemente, incrociando le gambe. «Tutto quello che è successo con Giulia. Con calma. Voglio ogni parola.»
Luca cominciò a parlare, la voce bassa e incerta.
Le raccontò della serata, di come aveva chiesto a Giulia di parlargli mentre facevano l’amore, di come lei aveva accettato senza esitare. Le riferì le frasi esatte che Giulia aveva sussurrato: quanto fosse più grosso Alessandro, come la riempisse, come la facesse venire urlando. Poi arrivò al dettaglio più sporco.
«Mi ha detto… che le piace prenderglielo in bocca,» continuò Luca, arrossendo. «Che è così grosso che la fa sbavare. Che le cola saliva sul mento mentre glielo succhia fino in gola. Che lui la tiene per i capelli e la usa come una puttana… e che a lei piace sentirsi così.»
Sofia ascoltava in silenzio, la coda alta che le dava un’aria ancora più composta e autorevole. Non commentava. Si limitava a guardarlo con attenzione profonda, gli occhi calmi ma intensi.
Quando Luca finì, Sofia rimase in silenzio per qualche secondo, poi parlò con voce bassa e vellutata.
«Hai sentito quanto ti eccita sentirla dire queste cose?»
«Sì,» ammise Luca.
«Bene. È importante essere onesti.»
Fece una pausa, poi aggiunse con tono calmo:
«Ovviamente non sei l’unico paziente che sto seguendo in una situazione simile. Ci sono altri mariti che stanno percorrendo strade analoghe. Ma tu… tu stai accettando tutto con una naturalezza che pochi hanno. Questo mi piace molto.»
Luca sentì un brivido lungo la schiena.
Sofia continuò, sempre con la stessa eleganza distaccata:
«Dimmi, Luca. Mentre Giulia ti raccontava queste cose, ti è venuta in mente una fantasia più profonda? Qualcosa di ancora più umiliante?»
Luca esitò. Sofia lo guardò con pazienza, bellissima e implacabile.
«Pensa,» disse piano. «Immagina di essere lì, in un angolo della stanza. Alessandro che scopa tua moglie. Lei che gode. E tu… cosa faresti? Cosa ti chiederebbe di fare, nella tua fantasia più sporca?»
Luca deglutì. La voce gli uscì spezzata.
«Mi… mi piacerebbe che mi chiedesse di leccarla. Dopo. Mentre è ancora piena di lui. Mentre lui la guarda.»
Sofia inclinò leggermente la testa. La coda alta si mosse con grazia.
«Le leccheresti i piedi,» disse con voce serena, quasi dolce, «mentre un altro la scopa? Ti inginocchieresti ai suoi piedi, la lingua sulla sua pelle, mentre lui la prende da dietro e lei ti guarda dall’alto, dicendoti quanto sei bravo a stare al tuo posto?»
Luca gemette piano. Il cazzo gli pulsava dolorosamente nei pantaloni. Era visibilmente eccitato, il rigonfiamento evidente sotto la stoffa.
Sofia lo notò. Il suo sguardo scese per un istante, poi tornò sul suo viso.
«Sei molto eccitato,» osservò con tono calmo, quasi clinico. «Lo vedo.»
Fece una pausa, poi aggiunse con voce morbida ma ferma:
«Se vuoi, puoi masturbarti ora. Ma da oggi in poi, quando ti tocchi in questa stanza, dovrai finire assaggiando il tuo sperma. Se non te la senti, capisco. In quel caso, però, non puoi segarti.»
Luca rimase immobile, il respiro corto. La proposta di Sofia era crudele nella sua semplicità, elegante nella sua crudeltà.
Sofia lo guardò senza fretta, bellissima e serena, la coda alta che le sottolineava il collo lungo e perfetto.
«Decidi tu,» disse piano. «Ma decidi ora.»
Luca deglutì. La mano gli tremava mentre la portava verso il cazzo. Cominciò a segarsi lentamente, la voce spezzata, mentre raccontava a Sofia ogni dettaglio della notte con Giulia.
Sofia ascoltava, composta, senza mai distogliere lo sguardo.
Quando Luca sentì l’orgasmo avvicinarsi, Sofia parlò di nuovo, la voce bassa e suadente:
«Quando finisci, raccogli un po’ di sperma con le dita. Portale alla bocca. Assaggialo. Voglio vederti farlo.»
Luca gemette forte. L’orgasmo arrivò violento. Schizzò sulla propria mano, sul polso, sul bordo della poltrona. Rimase lì, ansimante, il cazzo che ancora pulsava.
Sofia lo guardò con calma assoluta.
«Ora,» disse piano. «Fallo.»
Luca esitò solo un secondo. Con le dita tremanti raccolse un po’ di sperma caldo e denso. Lo portò alla bocca. Le labbra si aprirono. Assaggiò il sapore salato, amaro, viscido sulla lingua.
Sofia lo osservava senza battere ciglio, bellissima e serena.
«Bravissimo,» mormorò. «Come ti senti?»
Luca deglutì il suo stesso sperma. La gola gli si strinse. Un’ondata di vergogna profonda lo travolse, mescolata a un’eccitazione così intensa da fargli girare la testa.
«Mi sento… umiliato,» sussurrò. «E… eccitato. Più di prima.»
Sofia annuì lentamente, soddisfatta.
«Questo è un passo importante. Stai imparando ad accettare anche questo. La prossima volta sarà più facile.»
Lo accompagnò alla porta. Non lo sfiorò. Non si avvicinò. Rimase distante, elegante, la coda alta che le dava un’aria di superiorità naturale.
Prima di aprire la porta, gli sorrise.
«A giovedì.»
Luca uscì dallo studio con le gambe molli, il sapore del suo sperma ancora sulla lingua e la mente in subbuglio.
Sofia, rimasta sola, tornò alla sua poltrona e si sedette con grazia.
Sorrise tra sé, bellissima e serena.
La collezione stava crescendo.
E Luca stava scendendo esattamente dove lei voleva
scritto il
2026-04-12
2 9 0
visite
1 1
voti
valutazione
4.5
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Terapia cuckold - capitolo 9

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.