Casa nostra - capitolo 5
di
Raiders
genere
corna
Per contatti raiders26@libero.it
Stefano uscì di casa poco dopo le dieci e mezza del mattino. Chiara era già al lavoro da un pezzo. L’appartamento gli sembrava troppo piccolo, troppo pieno di ricordi della sera prima: l’odore di sperma ancora nelle narici, le immagini di Chiara che succhiava altri cazzi mentre lo cavalcava, le sue parole da troia che gli risuonavano nella testa.
Aveva bisogno di uscire. Di fare qualcosa di normale.
Prese la borsa della spesa e si avviò verso il supermercato di quartiere. Camminava con le spalle curve, le mani infilate nelle tasche della felpa. Il cielo era grigio, l’aria umida. Ogni passo gli sembrava pesante.
Dentro il supermercato c’era poca gente. Prese un carrello e cominciò a girare tra gli scaffali senza molta convinzione: latte, pasta, uova, pane, qualche verdura. La mente continuava a tornare alla sessione. Alle mani sconosciute sulle tette di Chiara, a lei che godeva come non l’aveva mai vista.
Stava allungando la mano verso una confezione di caffè sullo scaffale più alto quando una voce femminile, calda e leggermente divertita, lo fermò.
«Aspetta, ti aiuto io. Sei alto, ma quello scaffale è fatto apposta per torturare la gente normale.»
Stefano si voltò.
Davanti a lui c’era una ragazza sui 28-29 anni con capelli rossi lunghi e mossi che le ricadevano sulle spalle. Portava occhiali dalla montatura sottile, un maglione beige largo che però lasciava intuire un seno abbondante, jeans aderenti e un paio di sneakers bianche. Aveva un viso dolce, occhi verdi, un sorriso naturale e un corpo morbido, con fianchi larghi e curve piacevoli.
Si alzò sulle punte, prese la confezione di caffè senza difficoltà e gliela porse.
«Ecco qua.»
Stefano la prese, un po’ imbarazzato.
«Grazie… non volevo disturbare.»
Lei rise piano, una risata bassa e piacevole.
«Nessun disturbo. Anzi, mi hai salvato dalla noia della spesa. Mi chiamo Valeria.»
«Stefano.»
Si strinsero la mano. Quella di lei era calda e morbida.
Rimasero lì nel corridoio per qualche secondo. Valeria inclinò la testa e lo osservò con attenzione.
«Sembri… stanco. O preoccupato. Tutto bene?»
Stefano si passò una mano tra i capelli.
«Eh… periodo complicato. Lavoro, soldi, casa nuova… le solite cose.»
Valeria annuì con comprensione, come se capisse davvero.
«Ti credo. Anch’io sto navigando in brutte acque ultimamente. A volte sembra che tutto si accumuli e non ci sia via d’uscita.»
Parlarono per qualche minuto lì in piedi. Valeria era brava ad ascoltare. Gli raccontò che lavorava part-time in una libreria poco distante e che stava cercando di rimettersi in piedi dopo un periodo difficile. Stefano si ritrovò a dirle più di quanto volesse: il licenziamento, il mutuo che mangiava tutto, la sensazione di non essere abbastanza.
Valeria gli sfiorò leggermente il braccio.
«Sai, a volte aiuta parlare con qualcuno che non è dentro la situazione. Se ti va… possiamo prenderci un caffè uno di questi giorni. Senza impegno. Solo due chiacchiere.»
Tirò fuori il telefono.
«Ti lascio il mio numero. Se ti senti di sfogarti o anche solo di bere qualcosa, scrivimi.»
Stefano esitò solo un istante, poi salvò il numero. Valeria si chiamava “Valeria Libri” sul telefono.
«Grazie,» disse lui, sincero. «Magari ti scrivo.»
Lei gli sorrise, un sorriso dolce ma con un piccolo guizzo negli occhi.
«Spero di sì. Sembri uno che ha bisogno di distrarsi un po’.»
Si salutarono. Valeria andò verso la cassa, Stefano rimase qualche secondo fermo nel corridoio con il cuore che batteva più forte del normale.
Tornò a casa con la spesa, ma la mente era altrove. Il profumo leggero di Valeria (vaniglia e qualcosa di speziato) gli era rimasto addosso.
Quella sera, quando Chiara tornò a casa e provò a stringersi a lui, Stefano si sentì rigido, distante. Disse che era solo stanco.
Non le parlò di Valeria.
E non cancellò il numero.
Il mattino dopo Chiara era già uscita per andare al lavoro quando Stefano decise di uscire per un caffè, o forse più per schiarirsi le idee.
In pochi minuti arrivò al piccolo bar all’angolo, “Il Vecchio Caffè”.
Entrò, ordinò un espresso e si sedette a un tavolino vicino alla vetrata. Stava mescolando lo zucchero quando sentì una voce calda.
«Stefano?»
Davanti a lui c’era Valeria,
«Che coincidenza… posso sedermi?»
Stefano annuì.
«Certo.»
Valeria si accomodò di fronte a lui e ordinò un cappuccino. Per i primi minuti parlarono del più e del meno. Poi lei inclinò la testa.
«Ieri al supermercato mi sei sembrato teso. Oggi hai la stessa aria. Va tutto bene?»
Stefano sospirò e cominciò a parlare del periodo difficile. Valeria ascoltava con attenzione, annuendo.
A un certo punto, mentre lui parlava dei problemi che stava attraversando Valeria gli sfiorò il dorso della mano.
«Ti capisco più di quanto immagini,» disse con voce bassa. «Ho passato due anni difficili anch’io. Ero sposata, facevo l’insegnante di lettere alle medie. Mio marito era un tipo “normale”, prevedibile. Poi ho scoperto che mi tradiva da anni con una collega. Ho lasciato tutto: casa, matrimonio, lavoro stabile. Ho ricominciato da zero. Ora lavoro part-time in una libreria e… aiuto le persone a ritrovare un po’ di serenità.»
Sorrise, un sorriso dolce ma con una profondità che Stefano non riuscì a decifrare del tutto.
«A volte le persone hanno bisogno di qualcuno che le ascolti senza giudicare. Qualcuno che le faccia sentire desiderate di nuovo.»
Stefano sentì un brivido. Valeria era brava, molto brava. La sua storia suonava vera, vulnerabile, ma allo stesso tempo c’era qualcosa di calcolato nel modo in cui lo guardava, nel tono caldo della voce, nel modo in cui si sporgeva leggermente in avanti mentre parlava.
Parlarono per quasi quaranta minuti. Valeria gli raccontò altri dettagli: il divorzio doloroso, il periodo in cui aveva perso fiducia negli uomini, come aveva imparato a “ricostruirsi” aiutando gli altri. Era empatica, intelligente, seducente senza essere esplicita.
Alla fine, mentre si alzavano, Valeria tirò fuori il telefono.
«Senti… se ti va di parlare ancora, o anche solo di sfogarti, scrivimi. Senza pressioni.»
Gli sorrise.
«O se preferisci, la prossima volta offro io il caffè. Così non fuggi via subito.»
Stefano salvò il numero.
«Grazie, Valeria. Davvero.»
Si salutarono fuori dal bar. Lei gli sfiorò il braccio.
«Spero di sentirti presto.»
Stefano tornò a casa con il cuore che batteva forte. Il profumo di Valeria gli era rimasto addosso.
Quella sera Chiara tornò dal lavoro, cenarono quasi in silenzio, e andarono a letto con la testa altrove.
Verso l’1:10 arrivò il primo messaggio.
Valeria:
Ciao Stefano 🙂
Spero di non svegliarti. Mi ha fatto davvero piacere chiacchierare con te oggi. Sei una persona che si capisce subito che ha tanto dentro. Se ti va di sfogarti, sono qui. Buonanotte.
Stefano rispose. La conversazione continuò per qualche messaggio.
Dall’altra parte della città Valeria era seduta sul divano, sorridente. Prese il telefono e scrisse ad Andrea.
Valeria:
Primo contatto fatto. L’ho incontrato al supermercato e poi al bar. È fragile, insicuro, si sente inadeguato. Ha salvato il numero e ha risposto ai messaggi stasera. Procede bene. È già attratto e in colpa.
Andrea lesse e sorrise soddisfatto.
Andrea:
Perfetto. Continua così. Sii la “ragazza che capisce”, quella che lo fa sentire uomo. Non forzare. Lascia che sia lui a cercarti sempre di più.
Valeria non era mai stata un’insegnante. Non aveva mai avuto un marito “normale” che l’aveva tradita.
A 19 anni era scappata di casa dopo l’ennesima lite violenta con il padre alcolizzato. Aveva iniziato a lavorare in un locale come cameriera, poi come ballerina. A 21 anni Andrea l’aveva notata durante una serata privata. L’aveva presa sotto la sua ala: prima come fluffer, poi come ragazza da accompagnamento, infine come una delle sue “specialiste”.
Era diventata brava. Molto brava. Sapeva leggere gli uomini, capiva esattamente cosa volevano sentirsi dire, quale versione di sé desideravano vedere. Aveva aiutato Andrea a gestire decine di coppie, aveva sedotto mariti insicuri, aveva fatto crollare relazioni apparentemente solide.
Per Andrea era uno strumento prezioso. Per lei era un lavoro. Un lavoro che le garantiva soldi, un bell’appartamento, libertà e un senso di potere che non aveva mai provato prima.
Non provava rimorso. Non più. Aveva imparato da tempo che il mondo era diviso tra chi usava e chi veniva usato. Lei aveva scelto di stare dalla parte di chi usava.
Guardò di nuovo il telefono e scrisse ad Andrea:
Valeria:
È il tipo perfetto. Si sente inadeguato con la moglie che sta diventando una troia. Lo farò sentire importante, desiderato, “uomo vero”. In due settimane sarà lui a cercarmi.
Andrea rispose con un semplice:
Andrea:
Brava. Procedi.
Valeria sorrise, finì il vino e spense la luce.
Stefano uscì di casa poco dopo le dieci e mezza del mattino. Chiara era già al lavoro da un pezzo. L’appartamento gli sembrava troppo piccolo, troppo pieno di ricordi della sera prima: l’odore di sperma ancora nelle narici, le immagini di Chiara che succhiava altri cazzi mentre lo cavalcava, le sue parole da troia che gli risuonavano nella testa.
Aveva bisogno di uscire. Di fare qualcosa di normale.
Prese la borsa della spesa e si avviò verso il supermercato di quartiere. Camminava con le spalle curve, le mani infilate nelle tasche della felpa. Il cielo era grigio, l’aria umida. Ogni passo gli sembrava pesante.
Dentro il supermercato c’era poca gente. Prese un carrello e cominciò a girare tra gli scaffali senza molta convinzione: latte, pasta, uova, pane, qualche verdura. La mente continuava a tornare alla sessione. Alle mani sconosciute sulle tette di Chiara, a lei che godeva come non l’aveva mai vista.
Stava allungando la mano verso una confezione di caffè sullo scaffale più alto quando una voce femminile, calda e leggermente divertita, lo fermò.
«Aspetta, ti aiuto io. Sei alto, ma quello scaffale è fatto apposta per torturare la gente normale.»
Stefano si voltò.
Davanti a lui c’era una ragazza sui 28-29 anni con capelli rossi lunghi e mossi che le ricadevano sulle spalle. Portava occhiali dalla montatura sottile, un maglione beige largo che però lasciava intuire un seno abbondante, jeans aderenti e un paio di sneakers bianche. Aveva un viso dolce, occhi verdi, un sorriso naturale e un corpo morbido, con fianchi larghi e curve piacevoli.
Si alzò sulle punte, prese la confezione di caffè senza difficoltà e gliela porse.
«Ecco qua.»
Stefano la prese, un po’ imbarazzato.
«Grazie… non volevo disturbare.»
Lei rise piano, una risata bassa e piacevole.
«Nessun disturbo. Anzi, mi hai salvato dalla noia della spesa. Mi chiamo Valeria.»
«Stefano.»
Si strinsero la mano. Quella di lei era calda e morbida.
Rimasero lì nel corridoio per qualche secondo. Valeria inclinò la testa e lo osservò con attenzione.
«Sembri… stanco. O preoccupato. Tutto bene?»
Stefano si passò una mano tra i capelli.
«Eh… periodo complicato. Lavoro, soldi, casa nuova… le solite cose.»
Valeria annuì con comprensione, come se capisse davvero.
«Ti credo. Anch’io sto navigando in brutte acque ultimamente. A volte sembra che tutto si accumuli e non ci sia via d’uscita.»
Parlarono per qualche minuto lì in piedi. Valeria era brava ad ascoltare. Gli raccontò che lavorava part-time in una libreria poco distante e che stava cercando di rimettersi in piedi dopo un periodo difficile. Stefano si ritrovò a dirle più di quanto volesse: il licenziamento, il mutuo che mangiava tutto, la sensazione di non essere abbastanza.
Valeria gli sfiorò leggermente il braccio.
«Sai, a volte aiuta parlare con qualcuno che non è dentro la situazione. Se ti va… possiamo prenderci un caffè uno di questi giorni. Senza impegno. Solo due chiacchiere.»
Tirò fuori il telefono.
«Ti lascio il mio numero. Se ti senti di sfogarti o anche solo di bere qualcosa, scrivimi.»
Stefano esitò solo un istante, poi salvò il numero. Valeria si chiamava “Valeria Libri” sul telefono.
«Grazie,» disse lui, sincero. «Magari ti scrivo.»
Lei gli sorrise, un sorriso dolce ma con un piccolo guizzo negli occhi.
«Spero di sì. Sembri uno che ha bisogno di distrarsi un po’.»
Si salutarono. Valeria andò verso la cassa, Stefano rimase qualche secondo fermo nel corridoio con il cuore che batteva più forte del normale.
Tornò a casa con la spesa, ma la mente era altrove. Il profumo leggero di Valeria (vaniglia e qualcosa di speziato) gli era rimasto addosso.
Quella sera, quando Chiara tornò a casa e provò a stringersi a lui, Stefano si sentì rigido, distante. Disse che era solo stanco.
Non le parlò di Valeria.
E non cancellò il numero.
Il mattino dopo Chiara era già uscita per andare al lavoro quando Stefano decise di uscire per un caffè, o forse più per schiarirsi le idee.
In pochi minuti arrivò al piccolo bar all’angolo, “Il Vecchio Caffè”.
Entrò, ordinò un espresso e si sedette a un tavolino vicino alla vetrata. Stava mescolando lo zucchero quando sentì una voce calda.
«Stefano?»
Davanti a lui c’era Valeria,
«Che coincidenza… posso sedermi?»
Stefano annuì.
«Certo.»
Valeria si accomodò di fronte a lui e ordinò un cappuccino. Per i primi minuti parlarono del più e del meno. Poi lei inclinò la testa.
«Ieri al supermercato mi sei sembrato teso. Oggi hai la stessa aria. Va tutto bene?»
Stefano sospirò e cominciò a parlare del periodo difficile. Valeria ascoltava con attenzione, annuendo.
A un certo punto, mentre lui parlava dei problemi che stava attraversando Valeria gli sfiorò il dorso della mano.
«Ti capisco più di quanto immagini,» disse con voce bassa. «Ho passato due anni difficili anch’io. Ero sposata, facevo l’insegnante di lettere alle medie. Mio marito era un tipo “normale”, prevedibile. Poi ho scoperto che mi tradiva da anni con una collega. Ho lasciato tutto: casa, matrimonio, lavoro stabile. Ho ricominciato da zero. Ora lavoro part-time in una libreria e… aiuto le persone a ritrovare un po’ di serenità.»
Sorrise, un sorriso dolce ma con una profondità che Stefano non riuscì a decifrare del tutto.
«A volte le persone hanno bisogno di qualcuno che le ascolti senza giudicare. Qualcuno che le faccia sentire desiderate di nuovo.»
Stefano sentì un brivido. Valeria era brava, molto brava. La sua storia suonava vera, vulnerabile, ma allo stesso tempo c’era qualcosa di calcolato nel modo in cui lo guardava, nel tono caldo della voce, nel modo in cui si sporgeva leggermente in avanti mentre parlava.
Parlarono per quasi quaranta minuti. Valeria gli raccontò altri dettagli: il divorzio doloroso, il periodo in cui aveva perso fiducia negli uomini, come aveva imparato a “ricostruirsi” aiutando gli altri. Era empatica, intelligente, seducente senza essere esplicita.
Alla fine, mentre si alzavano, Valeria tirò fuori il telefono.
«Senti… se ti va di parlare ancora, o anche solo di sfogarti, scrivimi. Senza pressioni.»
Gli sorrise.
«O se preferisci, la prossima volta offro io il caffè. Così non fuggi via subito.»
Stefano salvò il numero.
«Grazie, Valeria. Davvero.»
Si salutarono fuori dal bar. Lei gli sfiorò il braccio.
«Spero di sentirti presto.»
Stefano tornò a casa con il cuore che batteva forte. Il profumo di Valeria gli era rimasto addosso.
Quella sera Chiara tornò dal lavoro, cenarono quasi in silenzio, e andarono a letto con la testa altrove.
Verso l’1:10 arrivò il primo messaggio.
Valeria:
Ciao Stefano 🙂
Spero di non svegliarti. Mi ha fatto davvero piacere chiacchierare con te oggi. Sei una persona che si capisce subito che ha tanto dentro. Se ti va di sfogarti, sono qui. Buonanotte.
Stefano rispose. La conversazione continuò per qualche messaggio.
Dall’altra parte della città Valeria era seduta sul divano, sorridente. Prese il telefono e scrisse ad Andrea.
Valeria:
Primo contatto fatto. L’ho incontrato al supermercato e poi al bar. È fragile, insicuro, si sente inadeguato. Ha salvato il numero e ha risposto ai messaggi stasera. Procede bene. È già attratto e in colpa.
Andrea lesse e sorrise soddisfatto.
Andrea:
Perfetto. Continua così. Sii la “ragazza che capisce”, quella che lo fa sentire uomo. Non forzare. Lascia che sia lui a cercarti sempre di più.
Valeria non era mai stata un’insegnante. Non aveva mai avuto un marito “normale” che l’aveva tradita.
A 19 anni era scappata di casa dopo l’ennesima lite violenta con il padre alcolizzato. Aveva iniziato a lavorare in un locale come cameriera, poi come ballerina. A 21 anni Andrea l’aveva notata durante una serata privata. L’aveva presa sotto la sua ala: prima come fluffer, poi come ragazza da accompagnamento, infine come una delle sue “specialiste”.
Era diventata brava. Molto brava. Sapeva leggere gli uomini, capiva esattamente cosa volevano sentirsi dire, quale versione di sé desideravano vedere. Aveva aiutato Andrea a gestire decine di coppie, aveva sedotto mariti insicuri, aveva fatto crollare relazioni apparentemente solide.
Per Andrea era uno strumento prezioso. Per lei era un lavoro. Un lavoro che le garantiva soldi, un bell’appartamento, libertà e un senso di potere che non aveva mai provato prima.
Non provava rimorso. Non più. Aveva imparato da tempo che il mondo era diviso tra chi usava e chi veniva usato. Lei aveva scelto di stare dalla parte di chi usava.
Guardò di nuovo il telefono e scrisse ad Andrea:
Valeria:
È il tipo perfetto. Si sente inadeguato con la moglie che sta diventando una troia. Lo farò sentire importante, desiderato, “uomo vero”. In due settimane sarà lui a cercarmi.
Andrea rispose con un semplice:
Andrea:
Brava. Procedi.
Valeria sorrise, finì il vino e spense la luce.
0
voti
voti
valutazione
0
0
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Casa nostra - capitolo 4
Commenti dei lettori al racconto erotico