Casa nostra - capitolo 2
di
Raiders
genere
etero
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Chiara stava sistemando gli scatoloni nel magazzino del negozio quando scoppiò a piangere.
Non fu un pianto silenzioso. Fu un singhiozzo improvviso, violento, che le uscì dal petto come se avesse trattenuto il respiro per settimane. Le mani le tremavano mentre cercava di impilare le confezioni di shampoo. Una scatola le cadde, rotolò sul pavimento. Lei si accasciò contro lo scaffale, le ginocchia che cedevano, il viso nascosto tra le mani.
«Chiara? Tutto bene?»
La voce di Marisa, la collega più anziana, arrivò dal corridoio. Marisa aveva 58 anni, era alta, robusta, con i capelli corti tinti di un rosso acceso e un carattere che non accettava cazzate da nessuno. Lavorava lì da quasi vent’anni anni e aveva visto di tutto: licenziamenti, divorzi, gravidanze, depressioni.
Chiara cercò di asciugarsi le lacrime con la manica della maglietta del negozio, ma era inutile. Le uscivano da sole.
«Scusa… è solo… è un periodo di merda,» riuscì a dire tra i singhiozzi.
Marisa si avvicinò, chiuse la porta del magazzino dietro di sé e si appoggiò allo scaffale di fronte a lei.
«Racconta,» disse semplicemente. Non era una domanda gentile. Era un ordine morbido ma fermo.
Chiara si passò le mani sul viso. La voce le uscì rotta.
«Stefano ha perso il lavoro. Licenziamento collettivo. Lo stabilimento chiude. Abbiamo la casa nuova, il mutuo… le rate… non sappiamo come fare. Io guadagno una miseria con il part-time. Stiamo affogando.»
Marisa la guardò a lungo, senza pietà, ma senza giudizio.
«Quanti anni hai?» chiese.
«27.»
«Hai un bel corpo. Sei carina. »
Marisa tirò fuori il telefono dalla tasca del grembiule, cercò un numero in rubrica e lo scrisse su un pezzo di carta strappato da un bloc-notes.
«Chiama questo numero,» disse porgendoglielo. «Chiedi di parlare con “il signor Rossi”. Digli che ti mando io, Marisa del negozio di profumeria. È… un lavoro extra. Molto ben pagato. Estremo, ma pulito e sicuro. Se hai bisogno di soldi veri, in fretta, questa è una strada.»
Chiara prese il foglietto con mano tremante.
«Che tipo di lavoro?»
Marisa la guardò dritto negli occhi.
«Un lavoro in cui una ragazza carina può guadagnare 1000-2000 euro in poche ore. Ma devi essere disposta a spingerti oltre. Molto oltre. Non è per tutti.»
Chiara rimase in silenzio, il pezzo di carta stretto tra le dita.
Marisa le diede una leggera pacca sulla spalla.
«Pensaci. Ma non pensarci troppo. I soldi non aspettano. Se resti a pingere qui dentro li prenderà un’altra.»
Uscì dal magazzino, lasciando Chiara sola con il suo pianto e quel numero di telefono che sembrava bruciare nella mano.
Quella sera Chiara non riuscì a cenare.
Stefano era tornato a casa con la faccia di chi ha passato la giornata a mandare curriculum e a sentire “no” da ogni parte. Si sedettero al tavolo della cucina, il silenzio pesante tra loro.
«Ho parlato con Marisa oggi,» disse Chiara alla fine, la voce bassa.
Stefano alzò lo sguardo.
«Quella collega più grande?»
«Sì. Mi ha dato un numero. Dice che c’è un modo per guadagnare tanti soldi in poco tempo. Estremo, ma… pulito.»
Stefano aggrottò la fronte.
«Che tipo di lavoro?»
Chiara abbassò gli occhi sul piatto.
«Non lo so di preciso. Mi ha detto di chiamare e chiedere del signor Rossi.»
Stefano rimase in silenzio per qualche secondo. Poi scosse la testa.
«No. Non se ne parla. Non voglio che tu faccia niente di pericoloso o umiliante per i soldi. Troveremo un altro modo.»
Chiara non rispose. Ma dentro di sé sentiva che quel “troveremo un altro modo” stava diventando sempre più vuoto.
La notte non dormì quasi per niente. Il numero di telefono era sul comodino, come una bomba a orologeria.
Il giorno dopo, durante la pausa pranzo, Chiara si chiuse in bagno e chiamò.
Una voce maschile, calma e professionale, rispose al terzo squillo.
«Pronto.»
«Buongiorno… mi chiamo Chiara. Mi ha dato il suo numero Marisa del negozio di profumeria.»
Ci fu un breve silenzio.
«Ah, Marisa. Capisco. Vuoi un appuntamento?»
Chiara deglutì.
«Sì… credo di sì.»
«Domani alle 15:00 al caffè “Il Giardino”, in centro. Tavolo in fondo a sinistra. Vieni da sola.»
Chiuse la chiamata senza salutare.
Chiara rimase con il telefono in mano, il cuore che batteva forte.
Il giorno dopo, alle 14:50, era seduta al tavolo in fondo al caffè “Il Giardino”.
Indossava jeans chiari e una maglietta semplice. Si sentiva piccola, fuori posto, spaventata.
L’uomo arrivò alle 15:05.
Era sui 50 anni, ben vestito, capelli grigi corti, occhiali sottili. Aveva un’aria tranquilla, quasi paterna, ma gli occhi erano quelli di chi ha visto troppe cose.
Si sedette di fronte a lei e sorrise gentilmente.
«Chiara, giusto? Io sono il signor Rossi. Puoi chiamarmi pure Andrea.»
Lei annuì, le mani strette intorno alla tazza di caffè ormai freddo.
Andrea andò dritto al punto, ma con tono calmo e professionale.
«Marisa mi ha detto che hai bisogno di soldi. E che sei una ragazza carina, giovane, con un bel corpo. Ti spiego come funziona, senza giri di parole.»
Chiara deglutì.
«Ok.»
«Organizzo sessioni private per clienti selezionati. Uomini facoltosi che cercano un’esperienza particolare. Non è prostituzione tradizionale. Non devi andare a letto con loro. Devi solo… farti guardare. E farti coprire.»
Chiara sentì il viso andare a fuoco.
«Coprire… come?»
Andrea la guardò negli occhi, senza giudicarla.
«Bukkake. Gli uomini si masturbano intorno a te e ti vengono addosso. Sul viso, sul seno, sul corpo. Tu puoi stare in ginocchio, seduta, o in qualsiasi posizione ti senta a tuo agio. Non devi toccarli se non vuoi. Loro non ti toccano se non vuoi. Pagano molto bene per questo.»
Chiara rimase in silenzio per lunghi secondi. Il cuore le batteva così forte che lo sentiva nelle orecchie.
«Quanto… quanto si guadagna?» chiese con voce flebile.
«Per una sessione di un’ora e mezza, con 5-6 uomini la tua parte sarebbe tra i 1000 e i 2500 euro. In contanti. Puliti. La cifra varia a seconda di quanto vuoi fare, più li provochi, più li stimoli, più pagano. Nessun nome, nessuna traccia. Ovviamente sono obbligatori tutti i test per le malattie veneree.»
Chiara sentì la testa girare.
«È… è sicuro?»
Andrea annuì.
«Molto sicuro. I clienti sono selezionati. Niente violenza, niente malattie. E tu decidi sempre cosa vuoi fare e cosa no.»
Chiara abbassò lo sguardo sulla tazza.
«Devo… devo pensarci.»
«Certo,» disse Andrea gentilmente. «Prenditi tutto il tempo che vuoi. Ma se decidi di provare, chiamami entro una settimana. Dopo potrei non avere più posti liberi per un po’.»
Le lasciò un biglietto da visita semplice, con solo un numero di telefono.
«Chiama quando vuoi. E ricorda: non sei obbligata a fare niente che non vuoi.»
Si alzò, pagò il caffè e se ne andò.
Chiara rimase seduta al tavolo per quasi mezz’ora, il biglietto stretto tra le dita, il cuore che batteva all’impazzata.
Quando tornò a casa, Stefano era già lì.
Lo trovò in cucina, che preparava la cena con gesti meccanici.
Chiara si sedette al tavolo e posò il biglietto davanti a sé.
«Ho chiamato,» disse piano.
Stefano si voltò, il mestolo in mano.
«Chi?»
«L’uomo che mi ha dato Marisa. Si chiama Andrea.»
Stefano si sedette di fronte a lei, il viso teso.
«E… cosa ti ha detto?»
Chiara deglutì.
«Organizza sessioni private. Bukkake. Gli uomini… si masturbano intorno a me e mi vengono addosso. Sul viso, sul seno, sul corpo. Io non devo fare niente con loro. Solo… stare lì. Pagano tra i 1000 e i 2500 euro a sessione.»
Stefano rimase in silenzio per un tempo che sembrò eterno. Poi si passò una mano sul viso.
«Cazzo… Chiara…»
Lei aveva gli occhi lucidi.
«Lo so. È folle. È umiliante. Ma… i soldi… le rate della casa…»
Stefano si alzò, camminò per la cucina, poi tornò a sedersi.
«Non voglio che tu lo faccia,» disse con voce dura. «Non voglio che la mia ragazza si faccia… coprire di sperma da sconosciuti per pagare il mutuo.»
Chiara abbassò lo sguardo.
«Nemmeno io voglio farlo. Ma non so più cosa fare. Abbiamo la casa. Abbiamo i debiti. Non abbiamo più entrate.»
La discussione durò ore.
Litigarono. Si abbracciarono. Piangevano entrambi. Stefano era protettivo, arrabbiato, spaventato. Chiara era disperata, umiliata, ma anche stranamente eccitata da quell’idea proibita.
Alla fine, verso le due di notte, esausti, si ritrovarono sul divano, abbracciati.
Stefano sospirò.
«Se proprio dobbiamo… voglio esserci. Non ti lascio sola con quegli uomini. Voglio essere lì per proteggerti. Anche se… cazzo, non so come farò a guardare.»
Chiara annuì contro il suo petto.
«Va bene. Solo una volta. Solo per vedere.»
Si baciarono, un bacio disperato, pieno di paura e di qualcosa di oscuro che stava nascendo tra loro.
Quella notte fecero l’amore con una passione quasi rabbiosa.
Chiara lo cavalcò con forza, gli occhi chiusi, la mente già altrove. Stefano venne dentro di lei con un gemito strozzato, ma subito dopo sentì un vuoto che non aveva mai provato prima.
Mentre lei dormiva tra le sue braccia, lui rimase sveglio a fissare il soffitto.
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Chiara stava sistemando gli scatoloni nel magazzino del negozio quando scoppiò a piangere.
Non fu un pianto silenzioso. Fu un singhiozzo improvviso, violento, che le uscì dal petto come se avesse trattenuto il respiro per settimane. Le mani le tremavano mentre cercava di impilare le confezioni di shampoo. Una scatola le cadde, rotolò sul pavimento. Lei si accasciò contro lo scaffale, le ginocchia che cedevano, il viso nascosto tra le mani.
«Chiara? Tutto bene?»
La voce di Marisa, la collega più anziana, arrivò dal corridoio. Marisa aveva 58 anni, era alta, robusta, con i capelli corti tinti di un rosso acceso e un carattere che non accettava cazzate da nessuno. Lavorava lì da quasi vent’anni anni e aveva visto di tutto: licenziamenti, divorzi, gravidanze, depressioni.
Chiara cercò di asciugarsi le lacrime con la manica della maglietta del negozio, ma era inutile. Le uscivano da sole.
«Scusa… è solo… è un periodo di merda,» riuscì a dire tra i singhiozzi.
Marisa si avvicinò, chiuse la porta del magazzino dietro di sé e si appoggiò allo scaffale di fronte a lei.
«Racconta,» disse semplicemente. Non era una domanda gentile. Era un ordine morbido ma fermo.
Chiara si passò le mani sul viso. La voce le uscì rotta.
«Stefano ha perso il lavoro. Licenziamento collettivo. Lo stabilimento chiude. Abbiamo la casa nuova, il mutuo… le rate… non sappiamo come fare. Io guadagno una miseria con il part-time. Stiamo affogando.»
Marisa la guardò a lungo, senza pietà, ma senza giudizio.
«Quanti anni hai?» chiese.
«27.»
«Hai un bel corpo. Sei carina. »
Marisa tirò fuori il telefono dalla tasca del grembiule, cercò un numero in rubrica e lo scrisse su un pezzo di carta strappato da un bloc-notes.
«Chiama questo numero,» disse porgendoglielo. «Chiedi di parlare con “il signor Rossi”. Digli che ti mando io, Marisa del negozio di profumeria. È… un lavoro extra. Molto ben pagato. Estremo, ma pulito e sicuro. Se hai bisogno di soldi veri, in fretta, questa è una strada.»
Chiara prese il foglietto con mano tremante.
«Che tipo di lavoro?»
Marisa la guardò dritto negli occhi.
«Un lavoro in cui una ragazza carina può guadagnare 1000-2000 euro in poche ore. Ma devi essere disposta a spingerti oltre. Molto oltre. Non è per tutti.»
Chiara rimase in silenzio, il pezzo di carta stretto tra le dita.
Marisa le diede una leggera pacca sulla spalla.
«Pensaci. Ma non pensarci troppo. I soldi non aspettano. Se resti a pingere qui dentro li prenderà un’altra.»
Uscì dal magazzino, lasciando Chiara sola con il suo pianto e quel numero di telefono che sembrava bruciare nella mano.
Quella sera Chiara non riuscì a cenare.
Stefano era tornato a casa con la faccia di chi ha passato la giornata a mandare curriculum e a sentire “no” da ogni parte. Si sedettero al tavolo della cucina, il silenzio pesante tra loro.
«Ho parlato con Marisa oggi,» disse Chiara alla fine, la voce bassa.
Stefano alzò lo sguardo.
«Quella collega più grande?»
«Sì. Mi ha dato un numero. Dice che c’è un modo per guadagnare tanti soldi in poco tempo. Estremo, ma… pulito.»
Stefano aggrottò la fronte.
«Che tipo di lavoro?»
Chiara abbassò gli occhi sul piatto.
«Non lo so di preciso. Mi ha detto di chiamare e chiedere del signor Rossi.»
Stefano rimase in silenzio per qualche secondo. Poi scosse la testa.
«No. Non se ne parla. Non voglio che tu faccia niente di pericoloso o umiliante per i soldi. Troveremo un altro modo.»
Chiara non rispose. Ma dentro di sé sentiva che quel “troveremo un altro modo” stava diventando sempre più vuoto.
La notte non dormì quasi per niente. Il numero di telefono era sul comodino, come una bomba a orologeria.
Il giorno dopo, durante la pausa pranzo, Chiara si chiuse in bagno e chiamò.
Una voce maschile, calma e professionale, rispose al terzo squillo.
«Pronto.»
«Buongiorno… mi chiamo Chiara. Mi ha dato il suo numero Marisa del negozio di profumeria.»
Ci fu un breve silenzio.
«Ah, Marisa. Capisco. Vuoi un appuntamento?»
Chiara deglutì.
«Sì… credo di sì.»
«Domani alle 15:00 al caffè “Il Giardino”, in centro. Tavolo in fondo a sinistra. Vieni da sola.»
Chiuse la chiamata senza salutare.
Chiara rimase con il telefono in mano, il cuore che batteva forte.
Il giorno dopo, alle 14:50, era seduta al tavolo in fondo al caffè “Il Giardino”.
Indossava jeans chiari e una maglietta semplice. Si sentiva piccola, fuori posto, spaventata.
L’uomo arrivò alle 15:05.
Era sui 50 anni, ben vestito, capelli grigi corti, occhiali sottili. Aveva un’aria tranquilla, quasi paterna, ma gli occhi erano quelli di chi ha visto troppe cose.
Si sedette di fronte a lei e sorrise gentilmente.
«Chiara, giusto? Io sono il signor Rossi. Puoi chiamarmi pure Andrea.»
Lei annuì, le mani strette intorno alla tazza di caffè ormai freddo.
Andrea andò dritto al punto, ma con tono calmo e professionale.
«Marisa mi ha detto che hai bisogno di soldi. E che sei una ragazza carina, giovane, con un bel corpo. Ti spiego come funziona, senza giri di parole.»
Chiara deglutì.
«Ok.»
«Organizzo sessioni private per clienti selezionati. Uomini facoltosi che cercano un’esperienza particolare. Non è prostituzione tradizionale. Non devi andare a letto con loro. Devi solo… farti guardare. E farti coprire.»
Chiara sentì il viso andare a fuoco.
«Coprire… come?»
Andrea la guardò negli occhi, senza giudicarla.
«Bukkake. Gli uomini si masturbano intorno a te e ti vengono addosso. Sul viso, sul seno, sul corpo. Tu puoi stare in ginocchio, seduta, o in qualsiasi posizione ti senta a tuo agio. Non devi toccarli se non vuoi. Loro non ti toccano se non vuoi. Pagano molto bene per questo.»
Chiara rimase in silenzio per lunghi secondi. Il cuore le batteva così forte che lo sentiva nelle orecchie.
«Quanto… quanto si guadagna?» chiese con voce flebile.
«Per una sessione di un’ora e mezza, con 5-6 uomini la tua parte sarebbe tra i 1000 e i 2500 euro. In contanti. Puliti. La cifra varia a seconda di quanto vuoi fare, più li provochi, più li stimoli, più pagano. Nessun nome, nessuna traccia. Ovviamente sono obbligatori tutti i test per le malattie veneree.»
Chiara sentì la testa girare.
«È… è sicuro?»
Andrea annuì.
«Molto sicuro. I clienti sono selezionati. Niente violenza, niente malattie. E tu decidi sempre cosa vuoi fare e cosa no.»
Chiara abbassò lo sguardo sulla tazza.
«Devo… devo pensarci.»
«Certo,» disse Andrea gentilmente. «Prenditi tutto il tempo che vuoi. Ma se decidi di provare, chiamami entro una settimana. Dopo potrei non avere più posti liberi per un po’.»
Le lasciò un biglietto da visita semplice, con solo un numero di telefono.
«Chiama quando vuoi. E ricorda: non sei obbligata a fare niente che non vuoi.»
Si alzò, pagò il caffè e se ne andò.
Chiara rimase seduta al tavolo per quasi mezz’ora, il biglietto stretto tra le dita, il cuore che batteva all’impazzata.
Quando tornò a casa, Stefano era già lì.
Lo trovò in cucina, che preparava la cena con gesti meccanici.
Chiara si sedette al tavolo e posò il biglietto davanti a sé.
«Ho chiamato,» disse piano.
Stefano si voltò, il mestolo in mano.
«Chi?»
«L’uomo che mi ha dato Marisa. Si chiama Andrea.»
Stefano si sedette di fronte a lei, il viso teso.
«E… cosa ti ha detto?»
Chiara deglutì.
«Organizza sessioni private. Bukkake. Gli uomini… si masturbano intorno a me e mi vengono addosso. Sul viso, sul seno, sul corpo. Io non devo fare niente con loro. Solo… stare lì. Pagano tra i 1000 e i 2500 euro a sessione.»
Stefano rimase in silenzio per un tempo che sembrò eterno. Poi si passò una mano sul viso.
«Cazzo… Chiara…»
Lei aveva gli occhi lucidi.
«Lo so. È folle. È umiliante. Ma… i soldi… le rate della casa…»
Stefano si alzò, camminò per la cucina, poi tornò a sedersi.
«Non voglio che tu lo faccia,» disse con voce dura. «Non voglio che la mia ragazza si faccia… coprire di sperma da sconosciuti per pagare il mutuo.»
Chiara abbassò lo sguardo.
«Nemmeno io voglio farlo. Ma non so più cosa fare. Abbiamo la casa. Abbiamo i debiti. Non abbiamo più entrate.»
La discussione durò ore.
Litigarono. Si abbracciarono. Piangevano entrambi. Stefano era protettivo, arrabbiato, spaventato. Chiara era disperata, umiliata, ma anche stranamente eccitata da quell’idea proibita.
Alla fine, verso le due di notte, esausti, si ritrovarono sul divano, abbracciati.
Stefano sospirò.
«Se proprio dobbiamo… voglio esserci. Non ti lascio sola con quegli uomini. Voglio essere lì per proteggerti. Anche se… cazzo, non so come farò a guardare.»
Chiara annuì contro il suo petto.
«Va bene. Solo una volta. Solo per vedere.»
Si baciarono, un bacio disperato, pieno di paura e di qualcosa di oscuro che stava nascendo tra loro.
Quella notte fecero l’amore con una passione quasi rabbiosa.
Chiara lo cavalcò con forza, gli occhi chiusi, la mente già altrove. Stefano venne dentro di lei con un gemito strozzato, ma subito dopo sentì un vuoto che non aveva mai provato prima.
Mentre lei dormiva tra le sue braccia, lui rimase sveglio a fissare il soffitto.
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