Terapia cuckold - capitolo 9

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Giulia non dormiva.
Erano le 03:17 e il soffitto della camera da letto sembrava più lontano del solito, come se la stanza si fosse dilatata nella penombra. Accanto a lei, Luca respirava piano, il petto che si alzava e abbassava con regolarità. Dormiva, o fingeva di dormire. Negli ultimi tempi era difficile capirlo. Giulia girò la testa sul cuscino e lo osservò per qualche secondo: il viso rilassato, le labbra socchiuse, la mano abbandonata sul lenzuolo tra loro. Sembrava lo stesso uomo con cui aveva costruito una vita. Eppure non lo era più.
Si alzò senza far rumore, infilò una vecchia t-shirt di Luca che le arrivava a metà coscia e uscì dalla stanza. Il corridoio era buio. Andò in cucina, si versò un bicchiere d’acqua e si sedette al tavolo, le gambe nude incrociate sotto di sé. Il silenzio della casa era assoluto, rotto solo dal ronzio lontano del frigorifero. Fuori, la città dormiva.
Giulia bevve un sorso e lasciò che i pensieri affiorassero, lenti e sporchi, come sempre quando non riusciva a dormire.
Era cominciato tutto otto mesi prima. Un aperitivo di lavoro. Alessandro, quarantotto anni, sposato anche lui, voce profonda e mani grandi. Non era stato amore. Era stato desiderio. Crudo, improvviso, quasi violento. Una conversazione che era scivolata dal professionale al personale, uno sguardo che si era trattenuto un secondo di troppo, una mano che aveva sfiorato la sua mentre prendevano i bicchieri.
La prima volta era stata in macchina, nel parcheggio del centro commerciale. Giulia ricordava ancora il rumore della zip di Alessandro che scendeva, il modo in cui lui le aveva alzato la gonna senza chiederle il permesso, il gemito animalesco che le era uscito di bocca quando lo aveva sentito entrare tutto in una volta. Non era stato romantico. Era stato brutale. E lei aveva goduto come una puttana, con la figa che si contraeva intorno a quel cazzo grosso che la spalancava in un modo che Luca non le aveva mai dato.
Da quella sera in poi tutto era cambiato.
All’inizio il senso di colpa era stato fortissimo. Tornava a casa e guardava Luca che le sorrideva, che le preparava la cena, e si sentiva una merda. Poi, piano piano, il senso di colpa si era trasformato in qualcosa di più oscuro e potente. Un’eccitazione perversa. Sapere che Luca era lì, ignaro, mentre lei aveva ancora lo sperma di Alessandro che le colava fuori dalla figa, le provocava un calore tra le gambe che non riusciva a spegnere.
Aveva scoperto di amare due cose che non aveva mai pensato di desiderare così tanto.
La prima era il potere che aveva su Luca. Sapere che il suo tradimento lo eccitava la faceva sentire forte, desiderata, quasi divina. Immaginava Luca a casa che si toccava pensando a lei con Alessandro, e questo la bagnava più di qualsiasi preliminare.
La seconda era la sensazione di essere una troia.
Con Alessandro non era mai dolce. Era sporca, volgare, umiliante nel modo giusto. Le piaceva quando lui la prendeva senza chiedere, quando le teneva i capelli stretti e le sbatteva il cazzo in gola fino a farla sbavare come una cagna. Le piaceva sentire il sapore salato del suo cazzo, il modo in cui le riempiva la bocca fino a farle colare saliva sul mento e sul collo. Le piaceva quando lui le diceva «apri bene quella bocca da puttana» mentre le veniva in gola.
Giulia bevve un altro sorso d’acqua. Le guance le si erano scaldate.
Negli ultimi tempi le sue fantasie erano diventate sempre più sporche, sempre più estreme.
Immaginava di essere presa da due uomini contemporaneamente. Uno che la scopava da dietro mentre l’altro le ficcava il cazzo in bocca, usandola come un buco da riempire. Immaginava di essere legata, di non poter fare niente mentre due cazzi la martellavano, di sentire le loro palle che sbattevano contro di lei mentre la chiamavano troia, puttana.
Immaginava di venire così forte da pisciare un po’, di sentirsi completamente rotta e usata, e di adorare ogni secondo.
Ma la fantasia che la eccitava di più, quella che la faceva bagnare anche solo a pensarci, era legata a Luca.
Voleva che lui guardasse.
Non solo che sapesse. Voleva che fosse lì, seduto su una sedia in un angolo della stanza, con il cazzo in mano, mentre Alessandro la scopava. Voleva guardarlo negli occhi mentre veniva, voleva dirgli «guarda quanto gode tua moglie con un cazzo vero». Voleva ordinargli di avvicinarsi dopo, di leccarle la figa ancora piena di sperma caldo di Alessandro, di pulirla con la lingua mentre lei gli accarezzava i capelli e gli sussurrava «bravo cornuto, lecca tutto quello che un vero uomo mi ha lasciato dentro».
Quella fantasia la faceva venire più forte di qualsiasi cosa quando si toccava da sola. L’idea di umiliare dolcemente Luca, di trasformarlo nel marito che guarda e pulisce, la eccitava in un modo che non riusciva a spiegare. Non voleva fargli male. Voleva solo vederlo arrendersi. Voleva vederlo eccitarsi mentre lei diventava sempre più troia.
E poi c’erano fantasie che non avrebbe mai realizzato, da film porno. C’era l’idea di essere condivisa. Di essere portata in un posto dove più uomini la usavano mentre Luca guardava. Di essere filmata. Di essere fatta mettere in ginocchio a succhiare cazzi uno dopo l’altro, con la faccia sporca di saliva e sperma, mentre Luca era costretto a guardare senza poter toccare.
Giulia strinse le cosce sotto il tavolo. Si sentiva bagnata. Molto bagnata.
Si alzò, andò alla finestra della cucina e guardò la città addormentata. Le luci dei lampioni creavano pozze di luce arancione sull’asfalto. Si chiese se anche Luca stesse fingendo di dormire. Si chiese se stesse pensando a lei in quel momento, se stesse immaginando Alessandro che la scopava mentre lui guardava.
Tornò in camera. Luca era ancora nella stessa posizione. Giulia si infilò sotto le lenzuola, si avvicinò a lui e gli posò una mano sul petto. Sentì il battito regolare. Poi, piano, fece scivolare la mano più giù, fino al bordo dei boxer. Lo trovò mezzo duro. Sorrise nel buio.
Si chinò sul suo orecchio e sussurrò, così piano che quasi non si sentiva:
«Domani ti racconto un’altra cosa, amore. Una cosa ancora più sporca.»
Luca non si mosse. Ma Giulia sentì il suo cazzo pulsare sotto le dita.
Chiuse gli occhi, il sorriso ancora sulle labbra.
La notte era ancora lunga.
E lei aveva ancora tante cose da raccontare.

Contemporaneamente, dall’altro lato della città, Sofia era semisdraiata sulla poltrona del suo salotto, sotto la luce soffusa della lampada. Indossava solo un completo di pizzo bianco molto raffinato. Aveva gli occhi socchiusi, la testa leggermente reclinata all’indietro. La mano destra si muoveva lenta tra le cosce, sfiorando il sesso già gonfio e umido con tocchi leggeri, quasi distratti.
Inginocchiata davanti a lei, una donna sulla cinquantina, elegante anche nella nudità, le baciava i piedi con devozione assoluta, la lingua che scorreva con cura sulle dita, come se stesse venerando qualcosa di sacro. Ogni tanto la donna alzava lo sguardo, gli occhi lucidi, e sussurrava parole quasi impercettibili:
«Ti prego…lasciami guardare mentre lo fate…ti supplico…»
Sofia non rispondeva. Si limitava a sorridere appena, un sorriso bellissimo e distante come l’alba.
Poi chiuse gli occhi e lasciò che il piacere crescesse lentamente, mentre la donna ai suoi piedi continuava a baciarle la pelle con devozione silenziosa
scritto il
2026-04-11
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