Questione di sguardi - Capitolo 2

di
genere
etero

Giovedì sera, alle diciannove e venticinque, spensi il motore della mia auto davanti al portone del palazzo di Sara. Avevo passato l'ultima mezz'ora a sistemarmi, scegliendo una camicia scura dal taglio sartoriale e un pantalone elegante ma non troppo formale. Volevo dimostrarle che sapevo muovermi anche fuori dal contesto universitario o dal parchetto dei bambini.
​Le mandai un messaggio veloce: "Sono giù".
​Non dovetti aspettare molto. Il portone di legno massiccio si aprì e lei uscì in strada. Se con la tuta da ginnastica o con il top estivo mi aveva fatto mancare il fiato, in versione serale era una visione illegale. Indossava una blusa di seta nera, morbida, che scivolava sul suo corpo accompagnando ogni passo. I primi tre bottoni erano aperti, svelando la pelle dorata del décolleté e l'ombra dell'attaccatura del seno. Un paio di pantaloni a sigaretta neri e dei tacchi a spillo le slanciavano le gambe toniche, modificando la sua camminata in un movimento fluido e predatorio.
E poi, le labbra. Il suo marchio di fabbrica: quel rossetto rosso fuoco, perfetto e sfrontato, che illuminava il buio della via.
​Le aprii la portiera dall'interno. Si sedette sul sedile del passeggero, portando con sé un'ondata del suo profumo agrumato e fresco, che in un attimo saturò l'abitacolo della macchina.

​«Buonasera,» disse, sistemandosi la borsa sulle ginocchia e chiudendo lo sportello. Mi guardò, e per un attimo vidi i suoi occhi scorrermi addosso, approvando silenziosamente la mia camicia.

«Sei puntuale. Una dote rara.»

​«Con i buoni investimenti non si scherza,» risposi, mettendo in moto. Lei sorrise, un sorriso che le increspò dolcemente gli angoli della bocca.
​Avevo scelto un locale in centro a Milano, zona Brera. Non era uno di quei posti rumorosi da aperitivo a buffet dove la gente sgomita per uno spritz. Era un wine bar intimo, con le pareti in mattoni a vista, luci calde e soffuse, e un delicato smooth jazz strumentale che fluttuava nell'aria, riempiendo gli spazi senza sovrastare le voci.
​Il cameriere ci fece accomodare a un piccolo tavolino rotondo in un angolo appartato del locale. Le sedute erano poltroncine in velluto e lo spazio era così ridotto che, non appena ci sedemmo uno di fronte all'altra, le punte delle nostre scarpe si sfiorarono.

​«Ha buon gusto il ragazzo» commentò Sara, sfogliando la carta dei vini.

«Niente caos, niente musica assordante. Ti facevo più tipo da locale alla moda sui Navigli.»

​«Dipende dalla compagnia,» ribattei, guardandola negli occhi.

«E stasera volevo assicurarmi di poterti ascoltare senza dover urlare.»

​Ordinammo un Pinot Nero strutturato e, vista l'ora, decidemmo di trasformare l'aperitivo in una cena leggera, prendendo una tartare di fassona, una selezione di formaggi ricercati e delle tapas gourmet da dividere.
​Quando arrivò il vino, sollevammo i calici.

«A cosa brindiamo?» le chiesi.

​Sara inclinò leggermente la testa, studiandomi da sopra l'orlo di cristallo.

«A Giulio. Che ci ha risparmiato un altro pomeriggio di scambi di bambini, regalandoci questa evasione.»

​«A Giulio,» concordai, e i bicchieri tintinnarono.
​Mentre mangiavamo, l'atmosfera si fece incredibilmente densa. La conversazione scorreva naturale. Non c'era traccia dell'imbarazzo che temevo. Ascoltai ogni sua parola con attenzione, mettendo da parte l'atteggiamento spavaldo del primo incontro e mostrando la mia vera natura: maturo, riflessivo, sinceramente interessato a lei come persona, e non solo come fantasia erotica. Credo che se ne accorse, perché le sue difese si abbassarono calice dopo calice.
​Mi parlò della sua vita, del lavoro in un'agenzia immobiliare e, inevitabilmente, del divorzio.

​«Sono passati quattro anni, ma a volte sembra una vita fa,» disse, passandosi un dito sul bordo del calice. La luce fioca della candela sul tavolo le accarezzava il viso, rendendo i suoi lineamenti più morbidi.

«Quando ti separi con due bambini, smetti quasi di esistere come donna. Diventi un fuso orario, un'agenda vivente. Lavoro, spesa, scuola, sport, turni con l'ex marito. Non hai mai veramente tempo per te. Metti tutto in pausa.»

​«E ora?» chiesi, abbassando il tono di voce, sporgendomi impercettibilmente in avanti.

«Ti senti ancora in pausa?»
​Sara alzò lo sguardo e lo piantò dritto nel mio. Fece un sospiro lento, e il tessuto della seta nera si tese sul suo petto.

«Stasera no. Stasera mi sento... leggera.»

​Fu in quel momento che feci un movimento minimo, quasi impercettibile, sotto il tavolo. Spostai leggermente la mia gamba destra. Il mio ginocchio sfiorò il suo.
Mi aspettai che si ritraesse, che facesse finta di doversi sistemare sulla sedia per ristabilire la distanza di sicurezza. Invece, Sara rimase immobile. Anzi, la pressione del suo ginocchio contro il mio aumentò di una frazione di millimetro. Fu come prendere una scossa a basso voltaggio dritto alla base dello stomaco. Sentivo il calore della sua pelle attraverso la seta dei suoi pantaloni e il cotone dei miei. Nessuno dei due si mosse.

​«E a te cosa manca, Michael?» mi chiese all'improvviso, ignorando deliberatamente il contatto sotto il tavolo ma mantenendo i suoi occhi ancorati ai miei.

«Hai ventiquattro anni, sei un bel ragazzo, intelligente. L'università dovrebbe essere il tuo parco giochi. Eppure sei qui, con una donna che ha esattamente il doppio dei tuoi anni.»
​Non distolsi lo sguardo. Sapevo che questa era la prova decisiva.

«Le ragazze della mia età... mi piacciono, non fraintendermi,» iniziai, soppesando le parole. Lasciai che una frase di contrabbasso e il sussurro di una tromba con la sordina riempissero la pausa, cullando il silenzio tra noi.

«Ma il più delle volte è tutto un copione già scritto, e incredibilmente prevedibile. Ti conosci, esci, succede quello che deve succedere e nel giro di qualche giorno si sparisce nel nulla. Quando hai diciannove o vent'anni è il gioco perfetto, ti diverti e basta. Ma quando ti avvicini ai venticinque, se hai un minimo di testa, inizi a stancarti della forma senza la sostanza.»

Feci ruotare lentamente il vino nel bicchiere, tenendo lo sguardo incollato al suo.

«Non cerco la storia della vita, sia chiaro. E nemmeno i drammi romantici. Cerco solo qualcosa di autentico. Conversazioni che non siano vuote. Cerco il fascino di chi non ha bisogno di fingere per risultare interessante... di una donna che sa perfettamente chi è, che ha una sua solidità, e che se cerca un'evasione lo fa con la lucidità di chi non ha tempo da perdere in giochetti.»

Non aggiunsi altro. Non ce n'era bisogno. Le note di un sassofono, calde e avvolgenti, presero il sopravvento nel locale, mescolandosi al ronzio sommesso delle altre voci. Sara trattenne il respiro per una frazione di secondo. Le sue labbra rosse si schiusero appena. A quarantotto anni, una donna ha l'udito assoluto per i sottintesi: aveva capito perfettamente che, descrivendo ciò che stavo cercando, avevo appena tracciato il suo esatto profilo.
Tra noi non c'era spazio per illusioni o promesse alla luce del sole, l'età e le nostre vite rendevano tutto un meraviglioso azzardo, ma era proprio questa muta consapevolezza a rendere la situazione così densa. Volevamo la stessa identica cosa.
Senza distogliere lo sguardo, Sara prese un pezzo di formaggio dal tagliere con le dita e lo portò alla bocca. Seguii il movimento ipnotico delle sue labbra che si chiudevano intorno al cibo, la lingua che sfiorava appena il rosso perfetto del rossetto. Il mio respiro si fece impercettibilmente più pesante, mentre l'eccitazione si irradiava ovunque. Sotto il tavolo piccolo, la pressione del suo ginocchio contro il mio aumentò di un millimetro, diventando un nucleo di calore pulsante e inequivocabile.

«Sai vendere molto bene le tue idee, Michael,» mormorò lei, la voce di colpo più roca, gli occhi che brillavano di un'oscurità liquida e affamata alla luce della candela.

«Ma la teoria è la parte facile. È la pratica che richiede un certo... spessore.»

Invece di rispondere con un'altra provocazione, feci la cosa più adulta che potessi fare. Sollevai la mano, intercettando con sicurezza lo sguardo del cameriere dall'altra parte della sala. Quando si avvicinò al nostro tavolo, gli feci il gesto del conto, prima ancora che potesse chiederci se desideravamo altro. Un gesto fluido, silenzioso e deciso, per metterle in chiaro che non ero il ragazzino a cui dover pagare l'aperitivo o a cui dover dettare i tempi.
Sara seguì il movimento della mia mano, poi tornò a guardarmi. Un mezzo sorriso, carico di un'approvazione che mi fece incendiare il sangue, le piegò l'angolo della bocca. Prese il tovagliolo, si tamponò elegantemente le labbra e poi svuotò l'ultimo sorso del suo calice di vino.

«Grazie per questa cenetta a lume di candela» disse, con un tono basso che non ammetteva repliche, alzandosi dalla poltroncina con una grazia letale.

«Non sono più abituata a fare tardi, mi accompagni a casa, Chérie»

«Bien Sŭr, ma chérie»

«Wow, anche il francese... qui non si scherza eh»

Il viaggio di ritorno in macchina fu un concentrato di tensione pura, quasi dolorosa. Lo smooth jazz del locale era spento; nell'abitacolo si sentiva solo il ronzio basso del motore e il ritmo spezzato dei nostri respiri. Le luci dei lampioni di Milano tagliavano il buio a intermittenza, illuminando la seta nera della sua blusa, la curva delle sue gambe e quel rossetto rosso che, nella penombra, sembrava ancora più magnetico. Nessuno dei due parlava. Non c'era bisogno di riempire il silenzio con chiacchiere di circostanza: l'aria era già satura di tutto quello che stavamo per fare.
Quando parcheggiai sotto il suo palazzo, Sara sganciò la cintura di sicurezza con un clic secco. Si voltò a guardarmi, appoggiando la schiena alla portiera.

«I ragazzi sono dal padre fino a domenica sera,» disse, con una voce bassa, incredibilmente calma, che contrastava con l'intensità del suo sguardo.

«La casa è completamente vuota. Sali da me, Michael.»
Non risposi. Spensi il motore, sfilai le chiavi e scesi dall'auto.
Salimmo in ascensore senza toccarci, ma la distanza tra i nostri corpi era ridotta a zero. Sentivo il calore che emanava, il suo profumo agrumato che mi mandava il cervello in cortocircuito. Quando la porta dell'appartamento si aprì, entrammo in un soggiorno immerso nel silenzio e nel buio.
Sara fece un passo avanti, lasciando cadere le chiavi sul mobile svuotatasche dell’ingresso con un rumore metallico che rimbombò nell'oscurità. Fece per voltarsi, forse per accendere la luce o sfilarsi la giacca, ma non le diedi il tempo.
La afferrai per i fianchi e la spinse con decisione contro il mobile di legno dell'ingresso. La borsa le scivolò dalle mani, cadendo a terra. Prima che potesse dire qualsiasi cosa, mi infilai con forza tra le sue gambe, bloccandola contro la parete. I suoi pantaloni aderenti premettero contro i miei jeans, azzerando ogni centimetro di distanza.
Il primo bacio fu una collisione violenta, priva di qualsiasi delicatezza romantica. Era la fame arretrata di chi si era trattenuto troppo a lungo. Sara dischiuse le labbra con un gemito soffocato, accogliendo la mia lingua con un’audacia che mi fece incendiare il sangue. Le sue mani, forti e calde, si conficcarono tra i miei capelli mossi, tirandomi a sé, mentre il suo corpo si muoveva contro il mio con la consapevolezza flessuosa e tonica di chi pratica Zumba. Sentivo il volume del suo seno premere contro il mio petto attraverso la seta leggera. Il rossetto rosso si era sbavato leggermente, macchiando le labbra di entrambi, un marchio visibile del fatto che ogni barriera era crollata. Non cercavamo una storia, non cercavamo sentimenti; stavamo prendendo la nostra evasione, con una ferocia carnale assoluta.
Con le mani ancora bagnate del suo profumo, iniziai a sbottonare la sua blusa nera, strappando quasi il tessuto mentre ci spostavamo a tentoni lungo il corridoio buio. La baciavo sul collo, sulla mascella, scendendo verso la scollatura, mentre lei ansimava contro il mio orecchio, stringendomi le spalle.
In preda all'urgenza, la spinsi contro la prima porta che trovai lungo il corridoio, afferrando la maniglia per aprirla.
Sara staccò per un attimo le labbra dalle mie, il respiro corto e affannoso, gli occhi lucidi nella penombra.

«Aspetta... è questa camera tua?» le chiesi, la voce ridotta a un sussurro rauco, mentre la mia mano cercava già di guidarla all'interno.

«Nono...» rispose lei, con un mezzo sorriso complice e malizioso che le illuminò il viso sbarbato dal rossetto.

«Quella è più avanti. Questa è...»

Guardai oltre la sua spalla. Un poster di un gruppo rock, una sedia con sopra una felpa lanciata alla rinfusa, la scrivania con i libri di scuola. La camera del figlio più grande.

«Troppa strada...» mormorai, bloccandola di nuovo contro lo stipite della porta e baciandola con rinnovata foga, mentre le mie mani scendevano a stringerle il retro delle cosce, sollevandola leggermente.

«E poi vedrai che questa è più attrezzata.»

«Sei tutto matto»

Sara lasciò correre una risata bassa e roca, stringendo le gambe intorno ai miei fianchi mentre la portavo verso il letto singolo della stanza. La adagiai sul materasso, salendo subito sopra di lei. Il contrasto tra l'ambiente adolescenziale e la carica erotica della situazione era un carburante micidiale.
Mi sfilai la camicia, lasciandola cadere sul pavimento. Sara era sotto di me, la blusa di seta completamente aperta che rivelava la rotondità mozzafiato del suo seno, la pelle che si alzava e si abbassava rapidamente.
Mi voltai un secondo verso la scrivania lì accanto. Avevo ventiquattro anni, non cinquanta; sapevo esattamente come ragiona un adolescente. Diedi un’occhiata rapida al portapenne, poi sotto la base della lampada da tavolo, e infine notai una scatola vuota della PlayStation posizionata stranamente di profilo dietro lo schermo del computer.
Allungai il braccio, aprii la custodia di plastica e, come previsto, trovai un piccolo strato di quadrati argentati nascosti sul fondo. Conoscevo quel trucco fin troppo bene. Ne afferrai uno e mi voltai di nuovo verso di lei, facendolo luccicare tra le dita alla luce fioca che entrava dalla finestra.
Sara mi guardò, appoggiata sui gomiti, con i capelli spettinati sul cuscino e un'espressione di pura e divertita ammirazione.

«Te l'ho detto,» sussurrai, strappando la confezione di plastica con i denti e tornando a coprire il suo corpo con il mio.

«Questa stanza è decisamente più attrezzata.»
Lei non rispose a parole. Mi afferrò per i fianchi e mi tirò giù, annullando definitivamente il resto del mondo.

«Voi maschietti siete proprio dei porcelli» disse a due centimetri dalle mie labbra

La tirai a me, abbandonando il quadratino argentato sul comodino per un momento. Non c'era più spazio per i preliminari delicati, per le carezze studiate. Eravamo due corpi carichi di un'elettricità statica che si era accumulata per giorni, e ora avevamo solo bisogno di scaricarla.
Le mie mani afferrarono i lembi della sua blusa di seta, sfilandogliela dalle spalle. Sotto, indossava un reggiseno di pizzo nero che tratteneva a stento la pienezza del suo seno. Slacciai la chiusura con un gesto secco. Quando il pizzo scivolò via, la vista della sua pelle nuda, illuminata solo dalla debole luce dei lampioni che filtrava dalla tapparella mezza abbassata, mi fece mozzare il fiato. Era magnifica. Il suo corpo maturo e curato era un invito alla perdizione: sodo, caldo, segnato da una femminilità che nessuna ragazza della mia età avrebbe mai potuto eguagliare.
Mi chinai su di lei, premendo la bocca sul suo collo, assaporando il sapore salato della sua pelle mescolato a quel profumo agrumato che mi aveva tormentato per una settimana. I miei baci scesero giù, avidi, tracciando la linea della clavicola fino ad arrivare al seno. Quando presi un capezzolo turgido tra le labbra, Sara inarcò la schiena contro il materasso del figlio, sfuggendole un gemito roco, profondo, che mi vibrò dritto nell'inguine.

«Mio dio, Michael...» sussurrò, intrecciando le dita nei miei capelli per spingermi ancora più contro di sé.
Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi perfetti, agganciando il bottone dei pantaloni. Mi aiutò a sfilarli, sollevando il bacino con un'agilità invidiabile, finché non rimanemmo entrambi completamente nudi, pelle contro pelle, su quel letto singolo che sembrava improvvisamente troppo stretto per l'incendio che avevamo scatenato.
La accarezzai scendendo lungo il ventre piatto, sfiorando l'interno delle sue cosce toniche. Era già bagnata, bollente, pronta a ricevermi. Il solo contatto con le mie dita la fece fremere.
La sua figa era perfetta, depilata e rimessa a nuovo per l'occasione.

«mh, qualcosa mi dice che aspettavi visite» le dissi, passando una mano su tutta la sua figa depilata.

«Ma guarda tu che razza di insolente... ahahah»

«Non farmi aspettare,» ansimò lei, guardandomi dal basso con gli occhi scuri e dilatati, il trucco ormai sbavato che la rendeva di una sensualità selvaggia.

«Vieni qui.»

Caddi sopra di lei, e il letto piccolo costrinse i nostri corpi a stringersi in un abbraccio immediato. Il suo seno si schiacciò sotto il mio petto.

Lei mi guardò, i suoi occhi scendendo lungo il mio addome fino al bottone dei jeans. Con un movimento deciso, li aprì, abbassando la zip e liberando la mia erezione che era diventata dolorosamente rigida. Il mio cazzo saltò fuori, battendo leggermente contro la mia pancia, diciotto centimetri di spessore e vene tese.

Sara emise un sibilo di approvazione, avvolgendo le dita affusolate attorno alla mia asta. La sua pelle era morbida, calda, il tocco esperto che non esitava.

«Hey, cosa abbiamo qui? Niente male... ragazzino» mormorò, accarezzando la lunghezza dall'asta fino alla punta, per farmi raggiungere il massimo dell'eccitazione.
Misurava diciasette centimetri, ma era la circonferenza a renderlo davvero invitante.

«Spero che non deluda le aspettative...»

Le parole colpirono come una scossa elettrica. Mi chinai, catturando le sue labbra in un altro bacio profondo, mentre le sue mani continuavano a esplorare. Poi, lei mi spinse giù, non con forza, ma con una direzione chiara. Mi guidò verso il suo seno. Il capezzolo, scuro e rigonfio, mi attendeva. Mi avvicinai, leccando lentamente l'areola, sentendo il sapore della sua pelle e il residuo del profumo che aveva indossato la sera.

«Mh, si, leccalo» incitò lei, le dita intrecciate nei miei capelli ondulati, spingendo la mia faccia più a fondo contro il suo seno morbido.

«Fammi sentire come usi la lingua»

Obbedii, succhiando il capezzolo tra i denti, mordicchiandolo appena, sentendo il suo corpo inarcarsi sotto di me. Il suo respiro si fece più affannoso, gemiti bassi che risuonavano nella stanza silenziosa.
Ma lei aveva altri piani. Dopo avermi lasciato godere del suo seno per alcuni minuti interminabili, mi spinse più in basso. Capì l'intenzione. Scivolai giù lungo il suo corpo, baciando la pelle dell'addome piatto, tastando le curve dei fianchi con le mani. Arrivai tra le sue cosce. Lei aprì le gambe, invitandomi, e la vista della sua figa, già bagnata e lucida, mi tolse il fiato. Le labbra erano tumefatte, pronte.
Portai la bocca su di lei. Leccai dalla fessura verso l'alto, raccogliendo i suoi succhi, un sapore dolce e salato che mi fece impazzire. Sara sobbalzò, le cosce che si strinsero intorno alla mia testa.

«Oh sì, così,» gemette, la voce rotta dal piacere.

«Non fermarti.»

Continuai, concentrandomi sul clitoride, spingendo la lingua contro il piccolo bottone sensibile, poi scendendo a penetrare la sua apertura con la lingua rigida. Lei si dimenava sotto di me, i fianchi che oscillavano al ritmo delle mie leccate, le mani che mi premevano la testa contro di lei con una forza crescente. I suoi gemiti riempirono la stanza, mescolandosi ai suoni del bagnato che producevo leccandola con avidità.

Prima che potessi portarla all'orgasmo, lei mi tirò via per i capelli.

«Basta,» ansimò, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente.

«Voglio te.»

Mi spinse all'indietro, facendomi sedere sul letto con le gambe penzoloni. Lei si inginocchiò tra le mie cosce, i suoi capelli castani con i colpi di sole biondi che creavano una tenda intorno a noi. Senza preamboli, afferrò il mio cazzo alla base e portò la bocca sulla cappella.
Il calore della sua bocca fu paradisiaco. Scivolò giù, prendendo metà della mia lunghezza in un solo colpo, le guance incavate mentre applicava una pressione incredibile. Era lenta, deliberata. Le sue labbra rosse scivolavano su e giù, creando un vuoto perfetto, mentre la sua mano lavorava l'asta in sincronia, torcendola leggermente.

«Oh cazzo... porca troia!» sibilai, gettando la testa all'indietro, le mani che affondavano nelle lenzuola del letto del figlio.

«Sara, dio... sei assurda»

Lei emise un suono di approvazione, le vibrazioni della sua gola che viaggiavano lungo il mio cazzo, aumentando la sensazione. Mi guardò dall'alto in basso, i suoi occhi nocciola che mi fissavano intensamente mentre mi succhiava. Era erotica, potente. Lei sapeva esattamente cosa stava facendo. Rallentò, concentrandosi solo sulla punta, leccando il frenello con movimenti rapidi della lingua, poi riscese a ingoiarmi di nuovo, prendendo quasi tutto.

«Merda, questo è il miglior pompino della mia vita,» riuscii a dire, la voce quasi un grido strozzato. Lei rise intorno alla mia carne, un suono umido e sporco che mi fece venire i brividi lungo la schiena.

Continuò per quello che sembrò un'eternà, un ciclo di lente discese profonde e rapide salite, leccate bagnate e succhiata vigorosa. Ero sull'orlo, il piacere che si accumulava alla base della mia spina dorsale, prontissimo a esplodere. Ma lei lo sapeva. Ogni volta che sentiva i miei muscoli contrarsi, ogni volta che il mio respiro si spezzava in un rantolo pre-orgasmico, rallentava o si fermava, stringendo la base del mio cazzo per fermare l'eiaculazione.
Non voleva che finisse. Non ancora.
Si tirò indietro, le labbra gonfie e lucenti di saliva, un filo d'argento che si stendeva tra di noi. Si strascicò su di me, il suo corpo caldo e sudato che premeva contro il mio. Il suo seno nudo si schiacciò contro il mio petto, e sentì il cuore martellare nella sua gabbia toracica.

«Sono cosi breve le ragazze di oggi?» chiese, un sorriso malizioso sul viso mentre mi accarezzava il viso.

«No» risposi, la voce roca.

«Tu sei assurda, Sara»

Lei mi baciò, facendomi assaggiare il mio stesso sapore mescolato al suo.

«Sei pronto?»

«Si cazzo, sono pronto per te» risposi

Sara si sollevò, i suoi seni oscillando leggermente nel semibuio della stanza, e si posò sulle mie cosce. La sua mano calda avvolse immediatamente la mia erezione, iniziando un movimento lento ma deciso, su e giù, stringendo alla base e allentando sotto la cappella. Il suo pollice sfiorò l'uretra a ogni passata, facendomi contrarre. Con l'altra mano, allungò verso il comodino dove avevo poggiato il preservativo.
Lo aprì. Lei tentò di srotolarlo sulla mia cappella, ma dopo pochi centimetri si bloccò, troppo stretto. Sara rise sottovoce.

«Piccolo problema» disse, tirandolo. Il materiale si strappò con un suono secco. Lo gettò per terra con un gesto annoiato.

«Ho lasciato in macchina i miei... colpa tua, non ci ho capito più niente quando mi hai detto di salire»

Sarà alzò le spalle.

«Staremo attenti.»

Si chinò verso di me, i suoi capelli che mi sfioravano il petto. Sentii il calore del suo respiro sulla mia pelle mentre la saliva si raccoglieva nella sua bocca. Con precisione chirurgica, lasciò cadere una goccia di saliva direttamente sulla punta del mio cazzo. Il caldo liquido mi fece sobbalzare. Poi, con la mano, la spalmò su tutta l'asta, un movimento fluido che mi lasciò senza fiato. La sua mano era diventata scivolosa, perfetta.

«Ora sì che siamo pronti» mormorò.

Si sollevò sulle ginocchia, allineando il suo corpo al mio. Con una mano, mi guidò verso la sua entrata, già bagnata e calda. Lentamente, si abbassò. La sensazione fu travolgente - calda, stretta, incredibilmente viva. Sentii ogni centimetro di lei che avvolgeva il mio cazzo, un abbraccio umido e perfetto.

«Cazzo» sussurrai, le mani che le afferravano i fianchi. Lei però afferrò i miei polsi, tirandoli verso le sue tette e costringendomi a stringerle.

«Ahh! Si. Ti piacciono?» mi domandò

«Creano dipendenza» Risposi

Sara iniziò a muoversi. Con una mano, si accarezzava il clitoride, i suoi movimenti che corrispondevano a quelli dei suoi fianchi. I suoi seni ondeggiavano al ritmo, i capezzoli duri che premevano contro i miei palmi.

«Questo cazzo è una meraviglia» disse, la voce rotta dal piacere.

«Mi riempi proprio come piace a me.»

Ogni parola era una scossa elettrica. Guardarla sopra di me, con quel rossetto ancora intenso nonostante tutto, i suoi capelli che le incorniciavano il viso mentre si masturbava, era quasi troppo. Il suo corpo esperto si muoveva con una sicurezza che non avevo mai conosciuto. Non era solo sesso; era arte.
Rallentò, chinandosi contro di me per baciarmi. Poi la sua mano andò sul mio petto, dalla parte del cuore.
C'era un tatuaggio, fine e minimalista:
Un piccolo frammento di spartito musicale, che scorre in diagonale. Al centro, l'ultima riga del pentagramma si trasforma in un tracciato irregolare di un elettrocardiogramma. Stava a significare che la musica e il cuore parlavano la stessa lingua. Per poi continuare con alcune note, dando l'impressione di una melodia che continua.

«…Suoni qualcosa?» sussurrò lei, sfiorando il tatuaggio con la punta delle dita.

La sua voce era bassa, calda. Intima nel modo più pericoloso possibile.
Deglutii appena. Il suo corpo era ancora sopra il mio, il peso morbido dei suoi fianchi contro il bacino, il profumo del suo shampoo mescolato a quello della pelle calda.

«Chitarra,» risposi piano.

«Da quando ero ragazzino.»

Sara abbassò lo sguardo sul pentagramma tatuato sul mio petto, seguendone lentamente le linee con l’unghia corta. Quel tocco leggerissimo mi fece contrarre lo stomaco molto più di qualsiasi provocazione esplicita.

«Si vede,» mormorò.

«Da cosa?»

Le sue labbra si piegarono appena in un sorriso. Poi tornò a guardarmi negli occhi.

«Dal modo in cui usi le mani.»

Sentii una scarica attraversarmi la schiena.
Non aveva smesso un secondo di muoversi contro di me. Lentamente. Quasi distrattamente. Ma era proprio quello a distruggermi: quella sicurezza adulta, controllata, il modo in cui riusciva a farmi perdere lucidità senza mai sembrare davvero fuori controllo.
Sara si chinò ancora, i capelli che mi sfioravano il collo. Le sue labbra rosse si fermarono a un soffio dalle mie.

«Hai sempre quest’aria così sicura all’esterno…» sussurrò.

Il tono non era crudele. Era divertito. Consapevole.
La guardai senza riuscire a rispondere subito. Aveva gli occhi lucidi, il rossetto leggermente sbavato agli angoli della bocca, e quell’espressione da donna che sapeva esattamente l’effetto che stava avendo su di me.
Le portai una mano sul fianco, stringendola appena.

«Tu rendi difficile restare lucidi.»

Sara lasciò uscire una risata bassa attraverso il naso, quasi impercettibile. Poi mi baciò di nuovo, stavolta più lentamente, come se volesse assaporare la reazione che riusciva a provocarmi ogni volta.
La sua accelerazione divenne più rapida. I suoi gemiti riempivano la stanza, mescolati con i suoni dei nostri corpi che si scontravano. Sentii la tensione crescere dentro di me, una molla che si stringeva inevitabilmente.

«Sara» dissi, la voce roca. «Devo...»

Mi guardò, i suoi occhi scuri di desiderio.
«Cosa, tesoro? Dimmelo.»

«Sto per venire» ammisi, i muscoli che si contraevano. «Non riesco a trattenermi.»

Con un movimento sorprendentemente agile, si sollevò completamente, il mio cazzo che uscì da lei con un suono umido. Si posò di nuovo sulle mie coscie, la sua mano che tornava a stringermi, questa volta senza freni.

«Non avevo dubbi, tesoro mio» sussurrò, il suo pollice che premeva sulla base.
«Lasciati andare»

La sua sega divenne frenetica, precisa. Sentii l'orgasmo costruirsi, un'onda che si trasformava in tsunami. Il primo schizzo fu potente, colpì il mio petto. Seguirono altri, più caldi, più abbondanti, che finirono sul mio ventre, alcuni finirono anche su Sara. Lei continuò a muovere la sua mano, spremendo ogni goccia, mentre io gemevo senza ritegno.

«Ah, Ah! Porca puttana... sii» gemetti.

Quando finì, ero esausto, coperto del mio stesso sperma. Sara si chinò, leccando una goccia dal mio addome con un sorriso compiaciuto.

«Non te la sei cavata male... devo farti i complimenti» disse, pulendosi il labbro inferiore da un residuo di sborra.

«Ma devi impegnarti un po' di più se vuoi farmi avere un orgasmo e rendermi felice» continuò con tono scherzoso. Raccolse la mia camicia da terra e me la tirò sul petto.

«…Su forza, devo rifare la camera di mio figlio.»
Mi lasciai cadere sul materasso con un gemito esasperato mentre lei raccoglieva i vestiti dal pavimento con una calma quasi irritante.

«Sei tremenda, lo sai?»
Sara rise piano, mentre si rinetteva le sue mutandine con movimenti lenti e sicuri.

«No, Michael. Sono organizzata. È diverso.»

Scossi la testa sorridendo, ancora mezzo stordito.
Lei si voltò verso di me con quell’aria divertita che ormai conoscevo bene.

«Benvenuto nel mondo delle donne adulte.»

Sbuffai una risata, mettendomi a camicia addosso.

«E dimmi… ti è piaciuto in fondo, non è vero?»
Sara si fermò davanti allo specchio a sistemarsi i capelli. Mi guardò attraverso il riflesso, mordendosi appena il labbro inferiore per trattenere un sorriso.

«Mh. Diciamo che hai del potenziale.»

«Solo potenziale? Dopo tutta questa fatica meritavo almeno un voto.»

Lei rise davvero stavolta, quella risata bassa e calda che mi mandava fuori di testa.

«Non correre, studente.» disse cercando di pulire il rossetto sbavato.

«Prima bisogna vedere se sei costante nel rendimento.»
La guardai rimettersi lentamente quel rosso intenso sulle labbra, ipnotizzato come un idiota.

«Quindi ci sarà un secondo esame?»
Sara si avvicinò al letto e mi diede un leggero colpetto sotto il mento con due dita.

«Forse.»

«Forse?»

«Certo. Se ti do troppe sicurezze poi ti monti la testa.»
Scoppiai a ridere scuotendo il capo.

«Sei come l'econometria... Impossibile»

«Eppure mi guardi come se fossi la tua materia preferita.»

Rimasi zitto mezzo secondo di troppo, e quel dettaglio le bastò per sorridere soddisfatta.
Poi mi alzai, cercando di recuperare tutti i miei vestiti. Mi pulii con un fazzoletto e dopo essermi rivestito mi recai verso il corridoio.

«Ah, Michael?»

«Mh?»

«Mi piacerebbe sentirti suonare qualcosa, un giorno.»

«Ti piace il Blues?» domandai.

«Mh... non saprei.» rispose.

«Lo apprezzerai, anche se ti distrarrai guardando me»

Sara sorrise senza abbassare lo sguardo.

«Sei incredibilmente sicuro di te per essere uno che cinque minuti fa riusciva a malapena a parlare.»
Risi piano, infilandomi l’orologio.

«Colpa tua.»

Lei si avvicinò appena per sistemarmi il colletto della camicia, lenta, tranquilla, come se quel momento le appartenesse completamente.
«Allora magari una sera mi offrirai questo concerto blues.»
«Magari una sera,» ripetei guardandola negli occhi.
Sara accennò un sorriso soddisfatto.

CONTINUA... . .

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scritto il
2026-05-27
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