Sapori lontani
di
EmmePi
genere
poesie
L'odore dell'erba in quel campo verde,
ricordi felici di un bambino che correva.
Erano lontani i pensieri nei giochi di quelle estati spensierate
giorni a sudare e respirare sogni,
tempo che sembrava fermo e voglia di diventare grande.
Amici, risate, pasti consumati velocemente,
com'erano complicati i grandi,
quanto difficile era comprenderli.
Ti perdevi con un niente in quei prati verdi,
un albero era una casa,
due legni una porta,
un pallone e quattro calci tra amici,
partite che non finivano mai
tasche vuote e la fantasia che iniziava a sognare.
I primi occhi in cui perdersi
capelli lunghi, ricci di nero ebano e pelle olivastra,
guance rosse dall'emozione, corpi che crescevano,
che attiravano, curve diverse e pericolose,
le prime erezioni piene d’imbarazzo.
Un bacio sulla guancia di Cristina e ti credevi già grande,
domenica di festa in quel campo dai mille profumi,
voglie ancora sconosciute spinte dalla curiosità,
gli occhi incantati a guardare il seno di Annabella
già così grande, gonfio, invitante,
le mani che finalmente lo sfioravano per la prima volta,
quante cose cambiate da quel giugno a quel settembre.
L’acqua che scorreva lenta un attimo dopo
era un fiume in piena che ti sconvolgeva,
fossi da saltare e ginocchia sbucciate
sangue e ferite in giochi di bimbi
così diversi da quelli che saranno da grandi,
ancora non lo potevi sapere,
ma già fantasticavi dei racconti
di chi era solo poco più grande di te.
Tempo che respira sospeso tra ricordi
così lontani, e quei capelli lunghi e ricci
persi per sempre, campo verde diventato un arido cemento,
che ormai ha inghiottito quei profumi che restano incastrati
tra mille rughe di un viso scavato dai piaceri della vita.
ricordi felici di un bambino che correva.
Erano lontani i pensieri nei giochi di quelle estati spensierate
giorni a sudare e respirare sogni,
tempo che sembrava fermo e voglia di diventare grande.
Amici, risate, pasti consumati velocemente,
com'erano complicati i grandi,
quanto difficile era comprenderli.
Ti perdevi con un niente in quei prati verdi,
un albero era una casa,
due legni una porta,
un pallone e quattro calci tra amici,
partite che non finivano mai
tasche vuote e la fantasia che iniziava a sognare.
I primi occhi in cui perdersi
capelli lunghi, ricci di nero ebano e pelle olivastra,
guance rosse dall'emozione, corpi che crescevano,
che attiravano, curve diverse e pericolose,
le prime erezioni piene d’imbarazzo.
Un bacio sulla guancia di Cristina e ti credevi già grande,
domenica di festa in quel campo dai mille profumi,
voglie ancora sconosciute spinte dalla curiosità,
gli occhi incantati a guardare il seno di Annabella
già così grande, gonfio, invitante,
le mani che finalmente lo sfioravano per la prima volta,
quante cose cambiate da quel giugno a quel settembre.
L’acqua che scorreva lenta un attimo dopo
era un fiume in piena che ti sconvolgeva,
fossi da saltare e ginocchia sbucciate
sangue e ferite in giochi di bimbi
così diversi da quelli che saranno da grandi,
ancora non lo potevi sapere,
ma già fantasticavi dei racconti
di chi era solo poco più grande di te.
Tempo che respira sospeso tra ricordi
così lontani, e quei capelli lunghi e ricci
persi per sempre, campo verde diventato un arido cemento,
che ormai ha inghiottito quei profumi che restano incastrati
tra mille rughe di un viso scavato dai piaceri della vita.
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