Il peso di essere una brava ragazza - Tra la nebbia l'epilogo
di
EmmePi
genere
confessioni
Non era morbosa lei, non ero geloso io, i nostri contatti via cellulare erano veramente pochi e quasi esclusivamente per metterci d’accordo quando vederci, il più delle volte era lei che si faceva sentire, a volte io, che comunque continuavo la mia vita incasinata come sempre in quegli anni, il che voleva dire frequentare anche altre persone, su questo ero stato molto chiaro fin dall’inizio, e lei, bè lei continuava a fare la brava ragazza, la fidanzatina innamorata, sempre impeccabile e a pochi esami dalla sua laurea in psicologia, a volte penso che molti psicologi avrebbero bisogno a loro volta di uno psichiatra, ma anche questo è un altro discorso.
L’estate stava finendo, una lunga e calda estate che finalmente mi mettevo alle spalle, una estate che ha visto anche momenti piacevoli, soprattutto alcune notti, ma che ha avvicinato la fine di questa non storia che stava diventando una storia e solo apparentemente senza rendercene conto.
La nonna di Eleonora aveva un capanno nella spiaggia più esclusiva del lido, e così me la sono ritrovata spesso a bazzicare dove lavoravo, mancava solo che mi presentasse anche il suo fidanzato, o la nonna, e così quella sensazione che avevo avuto tempo prima, iniziava a diventare qualcosa di più tangibile, poi però quel pensiero svaniva ogni volta che finivamo a fare sesso, e al mare, certe notti, certi posti isolati, certe situazioni diventano estremamente belle, come una sera terminato di lavorare siamo andati a fare il bagno, dal bagno a finire per farlo è stato un attimo.
La sensazione che dà fare sesso in acqua è estremamente piacevole, rende i corpi leggeri, avere l’odore della salsedine nella pelle bagnata, sentire il cazzo entrare dentro con un po’ più di fatica, il caldo e poi qualche brivido per la brezza della notte, e continuare a qualche decina di metri nel mare incuranti se passa qualcuno, vedere le luci a riva poco distanti, della musica che arriva da lontano, il buio, il cielo che all’orizzonte si faceva sempre più nero, la luna che spariva dietro le prime nuvole che stavano giungendo da ovest cariche di pioggia, alcuni lampi ma ancora distanti, c’è tempo, si, c’è tempo per un pompino sotto la torretta numero 18 e le poche stelle rimaste, il vociare di alcuni ragazzi che passavano ignari e poco distanti e noi a trattenere il respiro in un bacio, levarsi la sabbia dalla pelle che sapeva di salsedine, sudore e sesso, correre via veloci con i primi tuoni che squarciavano la notte e lo scrosciare della pioggia che con il suo profumo aveva cambiato l’odore dell’aria.
Tutto bello, tutto meraviglioso, tutto troppo da non storia, tutto che iniziava ad assomigliare dannatamente a una storia, ma ancora cercavo di allontanare quel pensiero, ed intanto le sere che veniva a trovarmi si susseguivano, a volte capitava che me la trovavo dopo che aveva salutato il suo fidanzato che andava a letto presto perché il giorno dopo doveva lavorare, tutto bello, anche eccitante, ma non da non storia, me lo ripetevo, ma come lo ripetevo lo dimenticavo il secondo dopo, la scopata successiva, una venuta nel suo viso, una lappata alla sua fica sempre ben curata e che ormai adoravo, un bacio più lungo ed appassionato di altri, sguardi che erano cambiati, meno fugaci, più intensi e complici di una luce diversa, e poi quella proposta di fare quei due giorni a Borca, che io accettai senza neppure pensarci un attimo, tutto bello, veloce, pericoloso, cazzo era da storia, ma era una storia che volevamo veramente?
Ed eccoci in quel di Borca, gran bella casa su due piani, in un impeccabile stile da casa di montagna, molto legno, alcuni camini, un bel terrazzo che dava su una piccola vallata, appena fuori da centro abitato, isolata ma non troppo considerato che ormai si costruiva ovunque.
Spesa fatta, auto parcheggiata nel garage dietro casa, una bella doccia per levare via il sudore del viaggio, tutta la casa a nostra disposizione, se non era essere coppia quello, che cosa mi domando io, ora, si ora, perché in quel momento non mi dispiaceva, in quel momento forse stavo ammirando Eleonora che si stava spogliando, sfilandosi il vestito estivo, con delle bretelle fini fini e tanti pois bianchi su sfondo blu scuro, si, ammiravo il suo intimo e quello spogliarello improvvisato dove mancava solo la musica di nove settimane e mezzo, ma per il resto aveva tanto da far godere quello spettacolo più o meno improvvisato.
La guardavo e dimenticavo tutto, la fatica di una stagione molto pesante, le rate del dentista ancora da pagare, la luce, l’acqua, il gas, tutto, guardavo il suo seno piccolo ma con dei capezzoli generosi e sempre diritti, che gioia succhiarli e poi stringerli tra le dita e tirarli fino a farle uscire dei gemiti e a volte anche delle urla che cercava di soffocare, ma non quel giorno, quel giorno era da urlo libero, da girare nudi per casa senza preoccuparci di niente, mangiare quando ci pareva, bere un calice di vino, o far scivolare quel profumato nettare sulla sua pelle e leccarla tutta o immergere il mio cazzo nel calice e poi farla inginocchiare per succhiarlo, tutto, si quel tempo era da tutto, quel tempo non era più da non storia, ormai era quasi chiaro ad entrambi, si quasi, ma intanto.
La doccia, nudi ad aspettare che l’acqua andasse in temperatura, sentire lo scroscio di infinite gocce che sbattevano sul piano doccia in plastica, il vapore che iniziava a riempire la stanza da bagno, i suoi nei sulla schiena, la strisciolina di peli appena sopra la fica, il mio petto villoso che andava verso la stagione del grigio, le rughe che sparivano nello specchio ormai pieno di vapore, un bacio, una gamba che si alzava sostenuta dalla mia mano, entrare in lei così, da davanti, guardandola negli occhi e baciarci ancora, sì, non era da non storia, eppure, mi piaceva, ma ancora quella linea sembrava lontana, sempre meno a dire il vero, sì, pericolosamente sempre meno.
Quella notte sul letto matrimoniale della sua stanza successe, quella linea neppure così improvvisamente venne raggiunta e superata in un colpo solo, con due parole, due semplici parole, dirette, che non lasciavano spazio a fraintendimenti, se ancora razionalmente ve ne fosse rimasto qualcosa, ti amo, me lo disse mentre ero sopra di lei che mi muovevo lentamente dentro, spingendo nel suo profondo, fin dentro la sua anima, forse così dentro da aver sfiorato il cuore, per un secondo, forse due, ed uscito, due parole ma di quelle pesanti, che ti inchiodano a qualcosa di non previsto, che non ti aspetti e che non riesci proprio a ricambiare e non solo perché ti colgono impreparato, ma proprio perché era qualcosa dalla quale stavi scappando, ed è inevitabile quello che poi sarebbe successo, oltre quella linea è tutto nuovo, da riscrivere o da cancellare, è qualcosa che può solo finire male, o comunque non certamente bene.
E’ stata una lunga notte a parlare, a cercare di capire cosa era cambiato, ma poi a pensarci bene, ora, non sono state quelle due semplici parole a cambiare qualcosa che da tempo era diventato diverso, io avevo solo fatto finta che non era così, per egoismo, perché mi stava bene la situazione che si era creata, per paura, ok io, ma lei, lei che aveva tutto, o almeno tutto quello di cui aveva bisogno per rendere la sua vita da quasi perfetta a perfetta, cosa l’aveva spinta a rischiare di rinunciare comunque a qualcosa, perché se una cosa era chiara, passata quella linea, a qualcosa lei doveva rinunciare.
Alla fine stremati abbiamo preso sonno, il giorno dopo la situazione già presentava il conto di quelle due semplici parole, nell’aria c’era un po’ di tensione, lei sapeva da subito cosa pensavo riguardo a relazioni serie, all’amore, ai sentimenti e cose del genere, era anche, anzi era soprattutto per com’ero che aveva scelto di portare avanti questa non storia, e ora invece si ritrova a dire a me ti amo, e a lui, e la sua vita perfetta tra famiglia, studio, laurea, comodità e tutto il resto, cosa pensava o cosa pretendeva, che ricambiassi quel suo sentimento.
Certo, anche il mio atteggiamento era diventato diverso dagli inizi, questo lo devo riconoscere, forse è stato questo che ho sbagliato, abbassare quel muro che avevo eretto tra il mio cuore e il resto del mondo?
Questo però non significava che non le volevo bene, o che non tenevo a lei, il nostro rapporto era da tanto che non era più quello degli inizi, le cose erano più condivise, gli ordini, se mai ci sono stati, non erano obblighi ma proposte di evasione e curiosità di spingere il limite sempre un po’ oltre, ma intanto quello che restava erano quelle due parole, i suoi sentimenti dichiarati, si va bene, ma a cosa saresti disposta a rinunciare, e se anche io provassi lo stesso che provi tu, cosa vorresti fare dopo, chissà se c’hai pensato, o se quelle parole sono uscite perché dovevano uscire, un altro piccolo gesto di egoismo, che dramma che stavo facendo, che confusione in testa che sanno mettere due semplici parole, per giunta belle e dove molte persone le cercano e sperano di sentirsele dire, o di poter dire a loro volta, ma io no, io in quel periodo no, io era da tanto che scappavo.
Ma intanto in quella casa di montagna, il presente ci aveva inchiodati a qualcosa che almeno per me, non era previsto, pur non cogliendomi così di sorpresa, avevo lasciato correre quella estate andando contro a l’unica regola che in quel periodo mi ero imposto, di chiudere una porta prima di rischiare di finire dentro a qualcosa che poteva farmi “male”, come se si potesse far diventare del tutto razionale qualcosa che invece vive del suo esatto contrario.
Ora quello che poteva essere chiaro sembravano i suoi sentimenti manifestati la notte precedente, il suo dichiararli mentre le ero sopra, ma i miei, cosa volevo veramente, ero ancora in tempo a comportarmi come altre volte, o dentro di me sapevo bene che ero andato molto più avanti, e poi, se mi lasciavo andare, se mi innamoravo, se, se, se, nel silenzio di sguardi velati, di parole che restavano solo pensieri, l’unica domanda che era da fare, e che le ho fatto, ha avuto un silenzio come risposta, un silenzio pesante, un silenzio che però pretendeva una risposta.
Cosa eri disposta a fare per quel ti amo, da quello dipendeva tutto il resto, perché a quel punto, tutto quello che c’era veniva spazzato via, non contava più, ma soprattutto non sarebbe mai più potuto restare come prima, e questa era l’unica cosa che probabilmente sapeva anche lei, forse ne aveva paura, sì forse, forse era la stessa paura che avevo io, fermi, in silenzio davanti a una strada dove c’erano solo due vie e un muro dove rischiare di schiantarci.
Nel viaggio di ritorno e che ci stava riportando alla vita di tutti i giorni, chilometro dopo chilometro il tempo era come la sabbia nella clessidra, lo sentivano scorrere sotto le ruote che mangiavano l’asfalto, e allora ecco, ti inchiodo a quel ti amo, lo peso, lo rendo qualcosa di diverso da due semplici parole, qualcosa che mi faccia capire che possa valere la pena non scappare, o che non mi faccia schiantare contro quel muro, dentro di me sapevo molto bene come sarebbe finita, ma accarezzavo il sapore della speranza.
Ti aspetto, ma non ci vediamo né sentiamo fino a quando capisci cosa vuoi da te stessa, se i tuoi sono veri sentimenti o l’egoismo di avere tutto, ti aspetto un tempo senza dare un tempo, ma che non è infinito o per sempre, aspetto che prendi in mano la tua vita da sola, che decidi cosa vuoi e a cosa sei disposta a rinunciare, ti aspetto è quello che le ho detto guardandola mentre chiudeva la portiera dell’auto per sparire tra la folla di piazzale Roma quel tardo pomeriggio di Settembre.
- Ho voglia, ho bisogno di vederti, di sentirti dentro di me, di essere scopata, di fare l’amore, di sentire il tuo odore, il profumo della tua pelle, il sudore sulla fronte che mi scivola addosso, ho voglia dei tuoi occhi, dei tuoi sguardi sfacciati, delle tue mani ovunque, ho voglia di te - mi scrisse alcune settimane dopo.
Ho letto e riletto quel suo messaggio dove mancava l’unica cosa che in cuor mio speravo di sentire, sì, la speranza, perché sapevo molto bene che non voleva me, ma solo quel tutto per se stessa, e questo a me non stava bene, risposi solo con un peccato…, senza aggiungere altre inutili parole, lei non insistette oltre, tempo dopo la riconobbi dentro al posto dove ci eravamo conosciuti, Antonella si faceva chiamare, sorrisi, ora era sposata, ma per il resto era lo stesso disco.
Ho avuto Elena ed Eleonora, forse entrambe o forse nessuna delle due, così gira il mondo nelle nebbie della pianura, tra mare e laguna, tra fantasie e realtà.
Non continua…
L’estate stava finendo, una lunga e calda estate che finalmente mi mettevo alle spalle, una estate che ha visto anche momenti piacevoli, soprattutto alcune notti, ma che ha avvicinato la fine di questa non storia che stava diventando una storia e solo apparentemente senza rendercene conto.
La nonna di Eleonora aveva un capanno nella spiaggia più esclusiva del lido, e così me la sono ritrovata spesso a bazzicare dove lavoravo, mancava solo che mi presentasse anche il suo fidanzato, o la nonna, e così quella sensazione che avevo avuto tempo prima, iniziava a diventare qualcosa di più tangibile, poi però quel pensiero svaniva ogni volta che finivamo a fare sesso, e al mare, certe notti, certi posti isolati, certe situazioni diventano estremamente belle, come una sera terminato di lavorare siamo andati a fare il bagno, dal bagno a finire per farlo è stato un attimo.
La sensazione che dà fare sesso in acqua è estremamente piacevole, rende i corpi leggeri, avere l’odore della salsedine nella pelle bagnata, sentire il cazzo entrare dentro con un po’ più di fatica, il caldo e poi qualche brivido per la brezza della notte, e continuare a qualche decina di metri nel mare incuranti se passa qualcuno, vedere le luci a riva poco distanti, della musica che arriva da lontano, il buio, il cielo che all’orizzonte si faceva sempre più nero, la luna che spariva dietro le prime nuvole che stavano giungendo da ovest cariche di pioggia, alcuni lampi ma ancora distanti, c’è tempo, si, c’è tempo per un pompino sotto la torretta numero 18 e le poche stelle rimaste, il vociare di alcuni ragazzi che passavano ignari e poco distanti e noi a trattenere il respiro in un bacio, levarsi la sabbia dalla pelle che sapeva di salsedine, sudore e sesso, correre via veloci con i primi tuoni che squarciavano la notte e lo scrosciare della pioggia che con il suo profumo aveva cambiato l’odore dell’aria.
Tutto bello, tutto meraviglioso, tutto troppo da non storia, tutto che iniziava ad assomigliare dannatamente a una storia, ma ancora cercavo di allontanare quel pensiero, ed intanto le sere che veniva a trovarmi si susseguivano, a volte capitava che me la trovavo dopo che aveva salutato il suo fidanzato che andava a letto presto perché il giorno dopo doveva lavorare, tutto bello, anche eccitante, ma non da non storia, me lo ripetevo, ma come lo ripetevo lo dimenticavo il secondo dopo, la scopata successiva, una venuta nel suo viso, una lappata alla sua fica sempre ben curata e che ormai adoravo, un bacio più lungo ed appassionato di altri, sguardi che erano cambiati, meno fugaci, più intensi e complici di una luce diversa, e poi quella proposta di fare quei due giorni a Borca, che io accettai senza neppure pensarci un attimo, tutto bello, veloce, pericoloso, cazzo era da storia, ma era una storia che volevamo veramente?
Ed eccoci in quel di Borca, gran bella casa su due piani, in un impeccabile stile da casa di montagna, molto legno, alcuni camini, un bel terrazzo che dava su una piccola vallata, appena fuori da centro abitato, isolata ma non troppo considerato che ormai si costruiva ovunque.
Spesa fatta, auto parcheggiata nel garage dietro casa, una bella doccia per levare via il sudore del viaggio, tutta la casa a nostra disposizione, se non era essere coppia quello, che cosa mi domando io, ora, si ora, perché in quel momento non mi dispiaceva, in quel momento forse stavo ammirando Eleonora che si stava spogliando, sfilandosi il vestito estivo, con delle bretelle fini fini e tanti pois bianchi su sfondo blu scuro, si, ammiravo il suo intimo e quello spogliarello improvvisato dove mancava solo la musica di nove settimane e mezzo, ma per il resto aveva tanto da far godere quello spettacolo più o meno improvvisato.
La guardavo e dimenticavo tutto, la fatica di una stagione molto pesante, le rate del dentista ancora da pagare, la luce, l’acqua, il gas, tutto, guardavo il suo seno piccolo ma con dei capezzoli generosi e sempre diritti, che gioia succhiarli e poi stringerli tra le dita e tirarli fino a farle uscire dei gemiti e a volte anche delle urla che cercava di soffocare, ma non quel giorno, quel giorno era da urlo libero, da girare nudi per casa senza preoccuparci di niente, mangiare quando ci pareva, bere un calice di vino, o far scivolare quel profumato nettare sulla sua pelle e leccarla tutta o immergere il mio cazzo nel calice e poi farla inginocchiare per succhiarlo, tutto, si quel tempo era da tutto, quel tempo non era più da non storia, ormai era quasi chiaro ad entrambi, si quasi, ma intanto.
La doccia, nudi ad aspettare che l’acqua andasse in temperatura, sentire lo scroscio di infinite gocce che sbattevano sul piano doccia in plastica, il vapore che iniziava a riempire la stanza da bagno, i suoi nei sulla schiena, la strisciolina di peli appena sopra la fica, il mio petto villoso che andava verso la stagione del grigio, le rughe che sparivano nello specchio ormai pieno di vapore, un bacio, una gamba che si alzava sostenuta dalla mia mano, entrare in lei così, da davanti, guardandola negli occhi e baciarci ancora, sì, non era da non storia, eppure, mi piaceva, ma ancora quella linea sembrava lontana, sempre meno a dire il vero, sì, pericolosamente sempre meno.
Quella notte sul letto matrimoniale della sua stanza successe, quella linea neppure così improvvisamente venne raggiunta e superata in un colpo solo, con due parole, due semplici parole, dirette, che non lasciavano spazio a fraintendimenti, se ancora razionalmente ve ne fosse rimasto qualcosa, ti amo, me lo disse mentre ero sopra di lei che mi muovevo lentamente dentro, spingendo nel suo profondo, fin dentro la sua anima, forse così dentro da aver sfiorato il cuore, per un secondo, forse due, ed uscito, due parole ma di quelle pesanti, che ti inchiodano a qualcosa di non previsto, che non ti aspetti e che non riesci proprio a ricambiare e non solo perché ti colgono impreparato, ma proprio perché era qualcosa dalla quale stavi scappando, ed è inevitabile quello che poi sarebbe successo, oltre quella linea è tutto nuovo, da riscrivere o da cancellare, è qualcosa che può solo finire male, o comunque non certamente bene.
E’ stata una lunga notte a parlare, a cercare di capire cosa era cambiato, ma poi a pensarci bene, ora, non sono state quelle due semplici parole a cambiare qualcosa che da tempo era diventato diverso, io avevo solo fatto finta che non era così, per egoismo, perché mi stava bene la situazione che si era creata, per paura, ok io, ma lei, lei che aveva tutto, o almeno tutto quello di cui aveva bisogno per rendere la sua vita da quasi perfetta a perfetta, cosa l’aveva spinta a rischiare di rinunciare comunque a qualcosa, perché se una cosa era chiara, passata quella linea, a qualcosa lei doveva rinunciare.
Alla fine stremati abbiamo preso sonno, il giorno dopo la situazione già presentava il conto di quelle due semplici parole, nell’aria c’era un po’ di tensione, lei sapeva da subito cosa pensavo riguardo a relazioni serie, all’amore, ai sentimenti e cose del genere, era anche, anzi era soprattutto per com’ero che aveva scelto di portare avanti questa non storia, e ora invece si ritrova a dire a me ti amo, e a lui, e la sua vita perfetta tra famiglia, studio, laurea, comodità e tutto il resto, cosa pensava o cosa pretendeva, che ricambiassi quel suo sentimento.
Certo, anche il mio atteggiamento era diventato diverso dagli inizi, questo lo devo riconoscere, forse è stato questo che ho sbagliato, abbassare quel muro che avevo eretto tra il mio cuore e il resto del mondo?
Questo però non significava che non le volevo bene, o che non tenevo a lei, il nostro rapporto era da tanto che non era più quello degli inizi, le cose erano più condivise, gli ordini, se mai ci sono stati, non erano obblighi ma proposte di evasione e curiosità di spingere il limite sempre un po’ oltre, ma intanto quello che restava erano quelle due parole, i suoi sentimenti dichiarati, si va bene, ma a cosa saresti disposta a rinunciare, e se anche io provassi lo stesso che provi tu, cosa vorresti fare dopo, chissà se c’hai pensato, o se quelle parole sono uscite perché dovevano uscire, un altro piccolo gesto di egoismo, che dramma che stavo facendo, che confusione in testa che sanno mettere due semplici parole, per giunta belle e dove molte persone le cercano e sperano di sentirsele dire, o di poter dire a loro volta, ma io no, io in quel periodo no, io era da tanto che scappavo.
Ma intanto in quella casa di montagna, il presente ci aveva inchiodati a qualcosa che almeno per me, non era previsto, pur non cogliendomi così di sorpresa, avevo lasciato correre quella estate andando contro a l’unica regola che in quel periodo mi ero imposto, di chiudere una porta prima di rischiare di finire dentro a qualcosa che poteva farmi “male”, come se si potesse far diventare del tutto razionale qualcosa che invece vive del suo esatto contrario.
Ora quello che poteva essere chiaro sembravano i suoi sentimenti manifestati la notte precedente, il suo dichiararli mentre le ero sopra, ma i miei, cosa volevo veramente, ero ancora in tempo a comportarmi come altre volte, o dentro di me sapevo bene che ero andato molto più avanti, e poi, se mi lasciavo andare, se mi innamoravo, se, se, se, nel silenzio di sguardi velati, di parole che restavano solo pensieri, l’unica domanda che era da fare, e che le ho fatto, ha avuto un silenzio come risposta, un silenzio pesante, un silenzio che però pretendeva una risposta.
Cosa eri disposta a fare per quel ti amo, da quello dipendeva tutto il resto, perché a quel punto, tutto quello che c’era veniva spazzato via, non contava più, ma soprattutto non sarebbe mai più potuto restare come prima, e questa era l’unica cosa che probabilmente sapeva anche lei, forse ne aveva paura, sì forse, forse era la stessa paura che avevo io, fermi, in silenzio davanti a una strada dove c’erano solo due vie e un muro dove rischiare di schiantarci.
Nel viaggio di ritorno e che ci stava riportando alla vita di tutti i giorni, chilometro dopo chilometro il tempo era come la sabbia nella clessidra, lo sentivano scorrere sotto le ruote che mangiavano l’asfalto, e allora ecco, ti inchiodo a quel ti amo, lo peso, lo rendo qualcosa di diverso da due semplici parole, qualcosa che mi faccia capire che possa valere la pena non scappare, o che non mi faccia schiantare contro quel muro, dentro di me sapevo molto bene come sarebbe finita, ma accarezzavo il sapore della speranza.
Ti aspetto, ma non ci vediamo né sentiamo fino a quando capisci cosa vuoi da te stessa, se i tuoi sono veri sentimenti o l’egoismo di avere tutto, ti aspetto un tempo senza dare un tempo, ma che non è infinito o per sempre, aspetto che prendi in mano la tua vita da sola, che decidi cosa vuoi e a cosa sei disposta a rinunciare, ti aspetto è quello che le ho detto guardandola mentre chiudeva la portiera dell’auto per sparire tra la folla di piazzale Roma quel tardo pomeriggio di Settembre.
- Ho voglia, ho bisogno di vederti, di sentirti dentro di me, di essere scopata, di fare l’amore, di sentire il tuo odore, il profumo della tua pelle, il sudore sulla fronte che mi scivola addosso, ho voglia dei tuoi occhi, dei tuoi sguardi sfacciati, delle tue mani ovunque, ho voglia di te - mi scrisse alcune settimane dopo.
Ho letto e riletto quel suo messaggio dove mancava l’unica cosa che in cuor mio speravo di sentire, sì, la speranza, perché sapevo molto bene che non voleva me, ma solo quel tutto per se stessa, e questo a me non stava bene, risposi solo con un peccato…, senza aggiungere altre inutili parole, lei non insistette oltre, tempo dopo la riconobbi dentro al posto dove ci eravamo conosciuti, Antonella si faceva chiamare, sorrisi, ora era sposata, ma per il resto era lo stesso disco.
Ho avuto Elena ed Eleonora, forse entrambe o forse nessuna delle due, così gira il mondo nelle nebbie della pianura, tra mare e laguna, tra fantasie e realtà.
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