Cassetti chiusi
di
EmmePi
genere
confessioni
Fare ordine a volte è pericoloso, aprire cassetti chiusi da tempo, tra la polvere e l’odore di stantio dove giacciono senza tempo dei vecchi ricordi che sanno tornare da un lontano passato con la forza di un fiume in piena e rivivono con la stessa magia di un temporale nel deserto e un ieri torna a vivere oggi.
Il libretto del vecchio Si rottamato decenni fa mi porta dove solo pochi attimi prima non avrei pensato di tornare, così decido di farmi ancora più male aprendo una scatola che mi ero promesso, l’ultima volta che l’avevo fatto, che quella sarebbe stata l’ultima, e forse anche quella volta mi ero detto la stessa cosa.
Capodanno dovrebbe essere il primo giorno di primavera, questa stagione è come se tutto nascesse o riprendesse a vivere dopo mesi di letargo, la noia di giornate come questa fanno il resto, la fatica di trovare le parole giuste, scrivere e cancellare e riscrivere nuovamente, chissà se a questa storia riuscirò a mettere un punto alla fine, o se un impietoso click cancellerà per sempre parole che dopo un'ora avrei già dimenticato comunque.
Intanto fuori è grigio, il cielo è un’autostrada dove delle nuvole basse corrono spinte da un vento forte, è tornato il freddo e quasi sarebbe da accendere il riscaldamento, io poi freddoloso come sono, ma intanto mi trovo un foglio di carta tra le mani, parole che hanno l’odore dell'inchiostro, qualcosa che tra non molto diventerà solo un lontano ricordo.
Parole a tratti illeggibili ma che riescono ancora a catturare i pensieri, a portare il tempo indietro, il gorgoglio della moka mi riporta nel presente, verso nella tazzina di porcellana bianca un caffè che sorseggio amaro, ora tra le mani una vecchia fotografia in bianco e nero, due volti che quasi non riconosco, un istante catturato in un bacio, dietro la foto l’impronta delle sue labbra, sono di un rosso ormai sbiadito ma che lotta per resistere al tempo, riesce ad evocare sentimenti e sogni, una dedica in stampatello, sempre per sempre, sorrido mentre termino di sorseggiare quel liquido nero ormai poco più che tiepido e ripongo la foto nella scatola che però non chiudo.
Apro l’acqua della doccia, da un cassetto prendo un paio di boxer e una maglietta pulita, lo sguardo viene catturato dal letto ancora disfatto, nella stanza l’odore di una notte solitaria, appeso alla parete un disegno senza tempo che non ho mai levato, forse avrei dovuto, sì forse, come forse non avrei dovuto fare molte cose, fanculo; mi infilo in doccia, il getto dell’acqua calda ha riempito di vapore il piccolo bagno, nello specchio è appena visibile il contorno della mia figura, sono come un ombra senza tempo.
Dei frammenti tornano prepotenti trasportando questo presente nel passato, i suoi capelli scuri e mossi, gli occhi neri, grandi, sgranati, e che cercavano e trovavano i miei occhi riflessi in quello specchio, le braccia le stringevano i fianchi, il suo corpo leggermente piegato in avanti, ti sussurravo all’orecchio parole che uscivano lente, scandite, profonde, in quel momento era amore, era ancora quel sempre per sempre, l’acqua diventata bollente mi fa tornare nuovamente nel presente, impreco o maledico? Dettagli.
Avvolto in un asciugamano torno in cucina a scaldare l’ultimo goccio di caffè, sul tavolo ancora quella scatola aperta, distrattamente rovisto dentro e trovo un’altra foto, ora sorrido diversamente, la mente s'accende nel vederti sopra di me e tornano, bastardi, altri ricordi che mi portano in una stanza d’albergo nel giorno del giuramento, quando hai fatto una pazzia e mi sei venuta a trovare, poche ore di luce in quel mese buio.
Mi ritrovo sprofondato nel mio letto, l’asciugamano aperto, porto la mano nel collo, lo sfioro più volte, poi scende sfiorando la pelle che sa di buono, un capezzolo, lo tocco delicatamente prendendolo tra le dita, poi con maggiore decisione inizio a torturarlo, è come se avessi un tuo capezzolo tra queste dita, come quando accoglievo il tuo esile seno tra le mani, torturando i tuoi capezzoli, ascoltando i tuoi gemiti che aumentavano d’intensità, e come mi eccitava vedere disegnato nel tuo viso quelle smorfie di piacevole dolore.
Poi la mia mano decide quasi da sola di scendere ancora, sfiora la peluria sul petto e ancora giù sul ventre, il respiro cambia ritmo e si fa più pesante, intenso, forte, è così sfacciata che arriva fino all'inguine accarezzando il mio piacere che cambia forma, diventando nodoso con le vene ingrossate dal desiderio e dal sangue che scorre impazzito.
Mi tornano alla mente le tue mani che si posavano su di me la prima volta, così timide, così impacciate, ma anche così desiderose di conoscere il proibito, sono state per te tante prime volte, ma ora quei pensieri, queste immagini che scorrono nella mente sono cariche di eccitazione, ora è questa mano che stringe e si muove in un crescendo che culmina in un forte piacere che lascio libero di esplodere in questa stanza, su questo letto freddo a metà.
Intanto fuori ha iniziato a piovere forte, il vento maestoso muove rami e giovani foglie, ricordi e vecchi pensieri che lascio vivere tra queste righe, richiudo la scatola che rimetto dentro a quel cassetto e una bugia promette di non aprirlo più,
https://www.youtube.com/watch?v=Ydo-yfPze30&list=RDYdo-yfPze30&start_radio=1
Il libretto del vecchio Si rottamato decenni fa mi porta dove solo pochi attimi prima non avrei pensato di tornare, così decido di farmi ancora più male aprendo una scatola che mi ero promesso, l’ultima volta che l’avevo fatto, che quella sarebbe stata l’ultima, e forse anche quella volta mi ero detto la stessa cosa.
Capodanno dovrebbe essere il primo giorno di primavera, questa stagione è come se tutto nascesse o riprendesse a vivere dopo mesi di letargo, la noia di giornate come questa fanno il resto, la fatica di trovare le parole giuste, scrivere e cancellare e riscrivere nuovamente, chissà se a questa storia riuscirò a mettere un punto alla fine, o se un impietoso click cancellerà per sempre parole che dopo un'ora avrei già dimenticato comunque.
Intanto fuori è grigio, il cielo è un’autostrada dove delle nuvole basse corrono spinte da un vento forte, è tornato il freddo e quasi sarebbe da accendere il riscaldamento, io poi freddoloso come sono, ma intanto mi trovo un foglio di carta tra le mani, parole che hanno l’odore dell'inchiostro, qualcosa che tra non molto diventerà solo un lontano ricordo.
Parole a tratti illeggibili ma che riescono ancora a catturare i pensieri, a portare il tempo indietro, il gorgoglio della moka mi riporta nel presente, verso nella tazzina di porcellana bianca un caffè che sorseggio amaro, ora tra le mani una vecchia fotografia in bianco e nero, due volti che quasi non riconosco, un istante catturato in un bacio, dietro la foto l’impronta delle sue labbra, sono di un rosso ormai sbiadito ma che lotta per resistere al tempo, riesce ad evocare sentimenti e sogni, una dedica in stampatello, sempre per sempre, sorrido mentre termino di sorseggiare quel liquido nero ormai poco più che tiepido e ripongo la foto nella scatola che però non chiudo.
Apro l’acqua della doccia, da un cassetto prendo un paio di boxer e una maglietta pulita, lo sguardo viene catturato dal letto ancora disfatto, nella stanza l’odore di una notte solitaria, appeso alla parete un disegno senza tempo che non ho mai levato, forse avrei dovuto, sì forse, come forse non avrei dovuto fare molte cose, fanculo; mi infilo in doccia, il getto dell’acqua calda ha riempito di vapore il piccolo bagno, nello specchio è appena visibile il contorno della mia figura, sono come un ombra senza tempo.
Dei frammenti tornano prepotenti trasportando questo presente nel passato, i suoi capelli scuri e mossi, gli occhi neri, grandi, sgranati, e che cercavano e trovavano i miei occhi riflessi in quello specchio, le braccia le stringevano i fianchi, il suo corpo leggermente piegato in avanti, ti sussurravo all’orecchio parole che uscivano lente, scandite, profonde, in quel momento era amore, era ancora quel sempre per sempre, l’acqua diventata bollente mi fa tornare nuovamente nel presente, impreco o maledico? Dettagli.
Avvolto in un asciugamano torno in cucina a scaldare l’ultimo goccio di caffè, sul tavolo ancora quella scatola aperta, distrattamente rovisto dentro e trovo un’altra foto, ora sorrido diversamente, la mente s'accende nel vederti sopra di me e tornano, bastardi, altri ricordi che mi portano in una stanza d’albergo nel giorno del giuramento, quando hai fatto una pazzia e mi sei venuta a trovare, poche ore di luce in quel mese buio.
Mi ritrovo sprofondato nel mio letto, l’asciugamano aperto, porto la mano nel collo, lo sfioro più volte, poi scende sfiorando la pelle che sa di buono, un capezzolo, lo tocco delicatamente prendendolo tra le dita, poi con maggiore decisione inizio a torturarlo, è come se avessi un tuo capezzolo tra queste dita, come quando accoglievo il tuo esile seno tra le mani, torturando i tuoi capezzoli, ascoltando i tuoi gemiti che aumentavano d’intensità, e come mi eccitava vedere disegnato nel tuo viso quelle smorfie di piacevole dolore.
Poi la mia mano decide quasi da sola di scendere ancora, sfiora la peluria sul petto e ancora giù sul ventre, il respiro cambia ritmo e si fa più pesante, intenso, forte, è così sfacciata che arriva fino all'inguine accarezzando il mio piacere che cambia forma, diventando nodoso con le vene ingrossate dal desiderio e dal sangue che scorre impazzito.
Mi tornano alla mente le tue mani che si posavano su di me la prima volta, così timide, così impacciate, ma anche così desiderose di conoscere il proibito, sono state per te tante prime volte, ma ora quei pensieri, queste immagini che scorrono nella mente sono cariche di eccitazione, ora è questa mano che stringe e si muove in un crescendo che culmina in un forte piacere che lascio libero di esplodere in questa stanza, su questo letto freddo a metà.
Intanto fuori ha iniziato a piovere forte, il vento maestoso muove rami e giovani foglie, ricordi e vecchi pensieri che lascio vivere tra queste righe, richiudo la scatola che rimetto dentro a quel cassetto e una bugia promette di non aprirlo più,
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