Il peso di essere una brava ragazza
di
EmmePi
genere
confessioni
Ora te lo metto nel culo, glielo dissi con un tono perentorio, quasi imperativo e che non lasciava spazio a un no, anzi un no, un rifiuto, non era proprio contemplato in questa storia bizzarra nata nel virtuale e poi, con un certa fatica e un primo tentativo andato male, continuata nella vita reale, dentro a quella stanza dove ci trovavamo in quel momento, quattro pareti dove la brava ragazza, universitaria, di ottima famiglia, con un fidanzato che la voleva anche sposare si trasformava, anzi no, è più corretto dire che era libera di essere se stessa, libera di potersi levare quella maschera da brava ragazza che tutti vedevano in lei, e che probabilmente le causava un conflitto interiore, un malessere pronto ad esplodere se non avesse trovato una soluzione.
Eppure ci provò a dire di no, e per tutta risposta ricevette due ceffoni che la zittirono immediatamente, e un sorriso a mo’ di ghigno dipinto mio volto mentre la fissavo nella penombra di quel nostro mondo, lei abbassò lo sguardo lasciandosi andare a un gemito, poi si lasciò sprofondare sul materasso, alzando di quel poco il bacino dal letto e aprì le gambe tornando a guardarmi, il suo sguardo ora era diverso, molto diverso, non da brava ragazza, da brava studentessa, ma da troia, maliziosa e desiderosa di essere trattata proprio così, come nelle sue fantasie che per lunghe settimane mi aveva confessato, tanto da instillare in me pensieri che andavano dal non è possibile mi sta coglionando, al magari fosse come mi raccontava, sì perché Elena, così si faceva chiama, in realtà era Eleonora, ventiseienne di Castello.
Lubrificai la cappella gonfia, una buona dose di saliva la riservai al suo orifizio chiuso, stretto, vergine, pronto a ricevere per la prima volta un cazzo dentro a quel suo scrigno inviolato, mi strinse i fianchi affondando le sue mani nella mia carne, sentivo la tensione nelle sue unghie, anche il respiro era quello dell’attesa, dell’incognita, di un piacere sconosciuto da esplorare, del dolore come premio, di qualcosa che alla fine era quello che voleva, desideri non da brava ragazza.
Le feci sentire sentire la cappella a contatto con la sua carne, le parlavo, massaggiando il ventre, poi dentro, poco, solo poco, le uscì un gemito e poi un piccolo grido, sentivo le pareti dell’orifizio strette e pian piano meno tese, e allora dentro ancora un altro poco, solo un altro poco.
Il suo respiro ora era più profondo, i suoi occhi si spalancarono, brillavano, erano lucidi, desiderio e timore in un solo sguardo, ancora un altro poco dentro, solo un altro poco, quasi metà della mia dotazione era dentro, poi un poco fuori, solo un poco, per farla rilassare, per levare via un poco di tensione, ci fissavamo, aveva un sorriso tirato che le illuminava il volto in quella penombra con una luce flebile, calda, un rosso tenue ma allo stesso tempo acceso, come il mio sguardo probabilmente.
Poi affondai, non un vero e proprio colpo secco, ma neppure lento, affondai sentendola imprecare, lamentarsi, ringhiare parole sporche che forse la brava ragazza non aveva mai pronunciato, affondai ancora un poco, solo un poco, più in profondità, non tutto, ma quasi, non delicatamente, ma quasi, si volevo farle male, ma non quel male, volevo che si lamentasse, che continuasse a offendermi, ad affondare le sue unghie sui fianchi, piuttosto che stringere i pugni afferrando lembi del lenzuolo, ecco quel male che mi capire quanto le piaceva, quanto desiderava che continuassi.
La guardavo mentre si teneva le cosce e allargando ancora più le gambe che ora erano sollevate dal materasso, sospese, in attesa, e io fermo, quasi tutto dentro, fermo e immobile ora sentivo il suo buco allargato e contratto, l’asta pulsava, il suo respiro accelerato, il suo sguardo supplicava continua, entra, fammi male, pompa, fai il maschio stronzo, trattami come nelle mie peggiori fantasie di quando ti parlavo di come volevo sentirmi, si trattami da troia, da puttana, da quella che nessuno potrà mai conoscere tranne te, e il mio ego volava mentre entravo ed uscivo.
Amore? Non sarebbe mai stato amore, quello non era proprio contemplato, quello avrebbe fatto ammosciare questo cazzo che ora godeva di quel possesso, e allora altri schiaffi, altri affondi, altre unghie dentro la carne a lasciare graffi che avrebbero bruciato, ma dopo, solo dopo, ma intanto stavamo bruciando di passione, di desiderio, di voglia di sentirla urlare il mio nome, di sentirla godere e imprecare, di implorare un orgasmo, mio, suo, scopami stronzo, fammi male, sbattimi tutta, trattami male, musica per le mie orecchie, gioia per un ego che si scopre anche sadico, e il suo orgasmo non tardò ad arrivare, come non tardò di arrivare il mio che le invase il suo buco ormai non più vergine, pompavo e sudando come un animale in quella stanza dove Elena ed Eleonora potevano essere la stessa persona e io lo stronzo che ero in quegli anni.
Continua....forse...
Eppure ci provò a dire di no, e per tutta risposta ricevette due ceffoni che la zittirono immediatamente, e un sorriso a mo’ di ghigno dipinto mio volto mentre la fissavo nella penombra di quel nostro mondo, lei abbassò lo sguardo lasciandosi andare a un gemito, poi si lasciò sprofondare sul materasso, alzando di quel poco il bacino dal letto e aprì le gambe tornando a guardarmi, il suo sguardo ora era diverso, molto diverso, non da brava ragazza, da brava studentessa, ma da troia, maliziosa e desiderosa di essere trattata proprio così, come nelle sue fantasie che per lunghe settimane mi aveva confessato, tanto da instillare in me pensieri che andavano dal non è possibile mi sta coglionando, al magari fosse come mi raccontava, sì perché Elena, così si faceva chiama, in realtà era Eleonora, ventiseienne di Castello.
Lubrificai la cappella gonfia, una buona dose di saliva la riservai al suo orifizio chiuso, stretto, vergine, pronto a ricevere per la prima volta un cazzo dentro a quel suo scrigno inviolato, mi strinse i fianchi affondando le sue mani nella mia carne, sentivo la tensione nelle sue unghie, anche il respiro era quello dell’attesa, dell’incognita, di un piacere sconosciuto da esplorare, del dolore come premio, di qualcosa che alla fine era quello che voleva, desideri non da brava ragazza.
Le feci sentire sentire la cappella a contatto con la sua carne, le parlavo, massaggiando il ventre, poi dentro, poco, solo poco, le uscì un gemito e poi un piccolo grido, sentivo le pareti dell’orifizio strette e pian piano meno tese, e allora dentro ancora un altro poco, solo un altro poco.
Il suo respiro ora era più profondo, i suoi occhi si spalancarono, brillavano, erano lucidi, desiderio e timore in un solo sguardo, ancora un altro poco dentro, solo un altro poco, quasi metà della mia dotazione era dentro, poi un poco fuori, solo un poco, per farla rilassare, per levare via un poco di tensione, ci fissavamo, aveva un sorriso tirato che le illuminava il volto in quella penombra con una luce flebile, calda, un rosso tenue ma allo stesso tempo acceso, come il mio sguardo probabilmente.
Poi affondai, non un vero e proprio colpo secco, ma neppure lento, affondai sentendola imprecare, lamentarsi, ringhiare parole sporche che forse la brava ragazza non aveva mai pronunciato, affondai ancora un poco, solo un poco, più in profondità, non tutto, ma quasi, non delicatamente, ma quasi, si volevo farle male, ma non quel male, volevo che si lamentasse, che continuasse a offendermi, ad affondare le sue unghie sui fianchi, piuttosto che stringere i pugni afferrando lembi del lenzuolo, ecco quel male che mi capire quanto le piaceva, quanto desiderava che continuassi.
La guardavo mentre si teneva le cosce e allargando ancora più le gambe che ora erano sollevate dal materasso, sospese, in attesa, e io fermo, quasi tutto dentro, fermo e immobile ora sentivo il suo buco allargato e contratto, l’asta pulsava, il suo respiro accelerato, il suo sguardo supplicava continua, entra, fammi male, pompa, fai il maschio stronzo, trattami come nelle mie peggiori fantasie di quando ti parlavo di come volevo sentirmi, si trattami da troia, da puttana, da quella che nessuno potrà mai conoscere tranne te, e il mio ego volava mentre entravo ed uscivo.
Amore? Non sarebbe mai stato amore, quello non era proprio contemplato, quello avrebbe fatto ammosciare questo cazzo che ora godeva di quel possesso, e allora altri schiaffi, altri affondi, altre unghie dentro la carne a lasciare graffi che avrebbero bruciato, ma dopo, solo dopo, ma intanto stavamo bruciando di passione, di desiderio, di voglia di sentirla urlare il mio nome, di sentirla godere e imprecare, di implorare un orgasmo, mio, suo, scopami stronzo, fammi male, sbattimi tutta, trattami male, musica per le mie orecchie, gioia per un ego che si scopre anche sadico, e il suo orgasmo non tardò ad arrivare, come non tardò di arrivare il mio che le invase il suo buco ormai non più vergine, pompavo e sudando come un animale in quella stanza dove Elena ed Eleonora potevano essere la stessa persona e io lo stronzo che ero in quegli anni.
Continua....forse...
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