Dominato da mia moglie. La storia di Karen e Mike Venticinquesimo episodio

di
genere
dominazione

Nei giorni seguenti, il cambiamento più vistoso verté sul fatto che Karen iniziò ad arredare la sua piccola palestra con diversi attrezzi che le sarebbero serviti per mantenere la sua forma perfetta, senza avere bisogno di andare in palestra, luogo che comunque continuava a frequentare per i suoi allenamenti nelle arti marziali. Pian piano, gli attrezzi si moltiplicarono e, dopo un mese, si poteva considerare come una palestra completamente funzionante, dove mia moglie si allenava con passione tutti i giorni della settimana. C’erano pesi di tutti i tipi e, se avessi avuto ancora qualche dubbio sulla sua potenza, quei dubbi vennero spazzati via quando mi accorsi che ciò che lei alzava con relativa facilità, io faticavo addirittura a spostare. Ci avevo provato, ovviamente, quando lei era assente, ed ero rimasto pietrificato. Aveva installato anche un punching bag dove mia moglie dava dimostrazione di maestria e potenza, e se uno solo di quei pugni dirompenti fossero arrivati sul mio volto, mi avrebbe cambiato i connotati, ennesima dimostrazione che a lei non interessava picchiarmi, ma soltanto farmi comprendere quali fossero le sue enormi potenzialità senza causarmi danni. Ma questa sicurezza non mi faceva certo dormire sonni tranquilli perché sapevo che, se l’avessi fatta arrabbiare davvero, avrebbe potuto ridurmi davvero male. Avevo quindi ben compreso di non poter fare niente contro di lei ma, tutto sommato, non ero nemmeno più interessato ad alcuna forma di ribellione. Io adoravo essere lo schiavo di Karen. Lo ritenevo quasi sacrosanto che una giovane donna come lei, con tutte le sue doti, avesse il diritto divino di avere un marito che tremasse al suo cospetto e che le obbedisse in tutto. Pertanto, ero ormai finalmente conscio della superiorità di mia moglie nei miei confronti, l’avevo accettata e ne traevo un beneficio che, solo alcuni mesi prima, sarebbe stato assurdo semplicemente da immaginare. Mi ero però ormai fatta l’opinione, del resto confermata proprio da Karen quando mi aveva raccontato le sue evoluzioni in palestra e l’ammirazione di cui godeva, che la maggior parte del genere maschile sarebbe stata ridicolizzata da lei. Era un mix micidiale che l’avevano fatta diventare così brava. Genetico senza dubbio, ma anche dovuto a una ferrea volontà. Era instancabile, sempre in movimento tra lavoro, sport e il tempo che ovviamente dedicava a me, e con una predisposizione per lo sport che l’avrebbe potuta far diventare una campionessa di qualsiasi sport.
Tutto questo, lo avevo finalmente accettato. E mi piaceva. A partire dal sesso. Continuava ad avere un'erezione quasi perenne di fronte a lei, e a Karen piaceva vedermi in quella situazione di sottomissione erotica. Io la desideravo continuamente, ma anche lei non sembrava dispiaciuta. Tutt'altro. Facevamo l'amore sempre più spesso e con maggiore intensità. Si metteva sopra di me, si impalava sopra il mio cazzo, e mi manovrava come meglio credeva. Io dovevo essere il suo giocattolo erotico, pronto a darle piacere nel modo che lei richiedeva. Questa nuova vita, la sua completa dominazione nei miei confronti, la sua forza nettamente superiore alla mia, avevano quindi dato il via anche a un sesso più animalesco. Soprattutto da parte sua. Le piaceva scoparmi in tutti i modi, ma quello che sembrava lei amasse di più era quello durante il bondage. Naturalmente, io potevo venirmene solo dopo il suo consenso, ed ero diventato sempre più bravo con il mio autocontrollo, memore di quella volta in cui mi aveva lasciato legato tutta la notta per averle disobbedito. Dopo il sesso penetrativo, quando io avevo avuto almeno un paio di eisculazioni e lei diversi orgasmi, non finiva certo lì. Se il mio desiderio era diventato enorme, il suo non era da meno. Si fumava una sigaretta e poi si rimetteva sopra di me. Dopo il mio cazzo, era la mia lingua che doveva dar piacere alla mia meravigliosa padrona, e lo facevo con soddisfazione, mettendoci tutta la passione e tutto l'amore che nutrivo per quella splendida femmina. Soddisfarla sessualmente era importante per me anche per non farle cercare avventure fuori dal nostro menage matrimoniale. Mi ero un po' rassicurato, ma continuavo a essere terrorizzato che lei potesse avere qualche avventura extraconiugale. Non tanto per l'avventura in sé, quanto per il fatto che poi lei potesse non volermi più. Intensificai quindi la mia adorazione nei suoi confronti, così come aumentai la mia obbedienza, sperando che Karen fosse completamente soddisfatta di me.
Per quanto mi riguardava, come aveva sostenuto il mio amico psicologo, e come poi aveva notato Karen stessa, l’unico mio problema era quello di metabolizzare le novità, e già dalla volta seguente le accettavo con un pizzico di rassegnazione e, in alcuni casi, persino con piacere. Così avvenne anche col dildo e le sculacciate. Il primo con un piacere che mai avrei immaginato. Piacere fisico e psicologico. Con rassegnazione per le sculacciate che erano dolorosissime. Per quanto concerneva il primo, quando glielo vedevo legato, capivo immediatamente cosa voleva da me e non rifeci gli errori che avevo fatto la prima volta. Mi mettevo in ginocchio e con la bocca lo lubrificavo per bene. Quando lei me lo toglieva dalla bocca mi voltavo e attendevo che lei mi penetrasse. Come dicevo, il piacere fisico era diventato notevole, mentre il dolore, già dalla volta seguente, scomparve quasi del tutto. Ma era soprattutto il piacere mentale a essere molto intenso. Mi sentivo suo, un oggetto di sua proprietà, ed ero felice nel constatare la sua enorme eccitazione. Per quanto riguardava le sculacciate invece, era evidente che le piacesse molto infliggermele, e non si faceva scrupolo di punirmi in quel modo anche solo per aver tardato di pochi secondi ad espletare un suo ordine. Ed era un dolore tremendo perché, se con gli schiaffi al volto Karen dimostrava un po’ di pietà e non me li dava con tutta la sua forza, nei confronti del mio culone si sfogava. La cosa più strana era che quando lei decideva di punirmi, io ero convinto di meritarmelo e mi maledicevo per non essere stato all’altezza delle sue aspettative. Non avevamo abbandonato nemmeno il bondage, comne sostenevo prima. Le piaceva particolarmente legarmi come un salame e poi scoparmi come piaceva a lei, oppure, altra cosa che la mandava fuori di testa, esigere che l’accontentassi con la lingua. Sia davanti che dietro. Insomma, ogni sera c’era qualcosa di diverso che aspettavo con ansia per potermi dedicare completamente a mia moglie. Anche quando non facevamo niente di sessuale e stavamo abbracciati a vedere una serie tv, la sua dominazione era nell’aria. Bastava che schioccasse le dita e io le accendevo una sigaretta o le andavo a prendere qualcosa da bere. Ed era meraviglioso essere al suo servizio. Amavo ormai sia le situazioni in cui lei mi dava ordini che quelle in cui stavamo teneramente abbracciati. Mi dicevo che ero davvero il più fortunato degli uomini per avere l’onore di starle accanto. E, in quei momenti di tenerezza, a volte distoglievo lo sguardo dalla tv per osservarla e per ammirarla. Sistematicamente lei se ne accorgeva, e mi regalava un dolce bacio a stampo che mi trasportava in paradiso. Inutile dire che le lotte vere e proprie che avevano caratterizzato i primi momenti della sua dominazione, erano del tutto terminate. Non ce n’era bisogno. Sarei stato un masochista a disobbedirle, e non lo ero. I suoi schiaffi erano vere e proprie mazzate che preferivo evitare, anche se, talvolta, era quasi inevitabile che me le prendessi. Cercavo di essere obbediente e di fare ogni cosa lei mi dicesse ma, a volte, come ho già sostenuto, piccoli tentennamenti o errori banali la costringevano a punirmi. Sembrava quasi che le dispiacesse ma, evidentemente, la rigidità assoluta faceva parte del suo modo di tenermi sempre sottomesso. E quando comprendevo che Karen stava per punirmi, iniziavo a tremare dalla paura. Non per modo di dire. Il tremore si impadroniva di tutto il mio corpo. Inutile anche dire che non avevo più acceso una sigaretta. Non era stato facile, il vizio era stato difficile da eliminare ma, se le avessi disobbedito, mi avrebbe picchiato di brutto perché non si sarebbe trattato di una disattenzione o di un piccolo errore, situazioni che venivano punite con una durezza relativa, come potevano essere ceffoni e sculacciate, ma di una vera e propria disobbedienza che ormai nel nostro rapporto era da escludere tassativamente. Mi era capitato anche che una persona me l’avesse offerta, ma avevo rifiutato. Non volevo correre rischi ma soprattutto non dovevo disobbedirle. Perché poi, in conclusione, ciò che più amavo era proprio obbedirle. Traevo uno strano beneficio psicologico e sessuale nello stare agli ordini della mia bellissima moglie e padrona, e avevo un bisogno quasi patologico della sua presenza. Quando non c’era ed era al lavoro o in palestra, contavo le ore che mi dividevano dal momento in cui sarebbe rientrata, e quando la vedevo… ero finalmente felice. Mi bastava osservarla e la mia vita non aveva più bisogno di altro. E quando arrivava il fine settimana, toccavo l’apice della felicità perché sapevo che avremmo trascorso quelle giornate sempre insieme. Il sabato mattina si andava, come di consueto, a fare la spesa insieme, e poi, a volte, decideva di portarmi a cena fuori, sfoggiando look sempre più appariscenti che le facevano ricevere il pieno di sguardi di ammirazione. Ciononostante, non potevo definire le sensazioni che provavo in quei momenti come gelosia. Ero semmai incredibilmente orgoglioso. Da quando mi aveva rassicurato sulla possibilità di fare sesso con altri uomini, mi ero ovviamente tranquillizzato, anche se ero consapevole che se lei avesse deciso di avere altri uomini io avrei dovuto fare silenzio e accettare, ma per me ciò che usciva dalla bocca di Karen era il Vangelo, e se lei mi aveva detto che non sentiva il bisogno di scopare con altri uomini, significava che non ne sentiva il bisogno, e questo mi faceva sentire importante. Quindi, quando gli altri uomini si rigiravano a guardarla con gli occhi spalancati, io mi sentivo come l’uomo più fortunato del pianeta. Karen aveva anche deciso di limitare le uscite con altre coppie. La domenica e il sabato sera eravamo abituati a sentirci con i nostri amici e prendere un appuntamento, ma lei per qualche volta mise delle scuse banali con loro. Sinceramente, la cosa non mi dispiaceva. Potevamo stare insieme, uscire io e lei da soli, se e quando lei lo avesse voluto, ma la motivazione di Karen era però differente, e me lo spiegò una domenica pomeriggio in cui, come una coppia normale, volle semplicemente andare al cinema e poi a mangiare una pizza. Mentre eravamo in macchina per tornare a casa mi chiese se fossi dispiaciuto della faccenda.
“Oh, no, assolutamente no, amore. Mi piace trascorrere il tempo io e te da soli. Nei giorni feriali devo attendere la sera per vederti, mentre invece il sabato e la domenica li trascorriamo sempre insieme. Come potrebbe dispiacermi?”
Un gran bel sorriso apparve sul suo splendido volto. La sua bocca disegnata ormai sempre col rossetto era così invitante e forse, appena tornati a casa, avremmo fatto sesso e quella bocca sarebbe stata attaccata alla mia.
“Mi fa piacere, Mike. Non nascondo che anche io amo trascorrere il poco tempo che ho insieme al mio schiavo. In realtà c’è un altro motivo per cui ho preferito non uscire più con i nostri amici”, mi rispose.
“E… Me lo puoi dire?” le chiesi.
“Ho deciso di limitare al massimo le uscite con gli amici perché… Beh, quello che facciamo è affare nostro. Non dobbiamo condividerlo con gli altri.”
“Potremmo cercare di essere una coppia normale dinanzi ai nostri amici. Naturalmente se tu vuoi. Sei tu che decidi”, le feci presente. Cercavo sempre di trovare parole che non le facessero decidere di punirmi. Il tono doveva essere sempre appena accennato, ed era sempre meglio ribadire che ogni decisione spettava a lei. E Karen era decisamente soddisfatta quando io mi rapportavo con lei in modo completamente sottomesso come stavo facendo in quel momento.
“Sì, potrei, ma non voglio. Il nostro rapporto sta prendendo una piega molto soddisfacente per me, e credo anche per te. Io sono quella che voglio essere, e ho quello che voglio avere e cioè un marito obbediente e sottomesso, Se frequentassimo i nostri vecchi amici, sarei costretta a fingere, e non sono abituata a farlo. Tantomeno, potrei essere la donna che ormai sono diventata dinanzi a loro. Non potrebbero comprendere. Sinceramente, adoro che tu sia il mio schiavo, ma non ho nessuna intenzione che gli altri lo vengano a sapere, non voglio che loro possano pensare che tu sia un idiota che se la fa sotto dinanzi alla moglie. Come ho detto prima, è una faccenda nostra. Pertanto, sia perché non voglio fingere, e sia perché ci prenderebbero per due pazzi, ho deciso di limitare le nostre uscite con loro. Ovviamente, ci saranno occasioni nelle quali non potremmo farne a meno. Parlo di feste, compleanni e via discorrendo. In quelle occasioni sarò costretta a mettermi una maschera, ma non voglio farlo abitualmente.”
L’avevo ascoltata in religioso silenzio e poi, approfittando di un semaforo rosso, mi avvicinai e cercai le sue labbra, quelle labbra che tanto agognavo, e che lei contraccambiò con passione.
“In quelle occasioni allora dovremo comprare due maschere, perché anche io non potrò essere quello che sono diventato e quello che voglio essere: il tuo schiavo.”
Lei mi osservò compiaciuta. “Ne sono veramente felice. La tua educazione è quasi completata. Ma non chiedermi ancora cosa manca. Sono sicura che lo capirai tu stesso”, concluse proprio quando eravamo giunti nei pressi della nostra abitazione. Sì, aveva ragione lei, come al solito. Avremmo dovuto fingere e non ne vedevo il caso. Certo, erano amici ai quali, soprattutto io, tenevo in modo particolare, ma li avrei potuti sentire, e forse mia moglie mi avrebbe anche dato il permesso di poterli vedere occasionalmente, se glielo avessi chiesto. Ma a me quello che interessava era stare accanto a lei. E, a volte, mi chiedevo come fosse possibile adorare una donna che mi picchiava, che mi dirigeva come un burattino, che mi faceva tremare di paura al suo cospetto e la risposta non c’era. Andrea mi aiutava a comprendere meglio certe dinamiche, e un po’ mi ero documentato anche io. Quello che avevo potuto constatare era che non sembrava essere una sensazione che avevo solo io. Avevo letto che uno schiavo tende a innamorarsi perdutamente della sua padrona, ed era quello che era accaduto a me. Con alcune differenze sostanziali. La prima era che io l’amavo già prima della sua metamorfosi, anche se poi, con la sua dominazione, questo amore si era ingigantito, e la seconda era che noi eravamo una coppia vera, un uomo e una donna che si baciavano, che scopavano continuamente, che dormivano teneramente abbracciati. Ma la differenza più grande era quella che io e Karen non fingevamo, non ritagliavamo del tempo per giocare a padrona e schiavo, per poi rientrare ognuno nel proprio ruolo. Noi eravamo veri. Il suo potere era assoluto e io ormai lo avevo accettato senza più pensare che fosse una pesante costrizione. E Karen, naturalmente, lo aveva compreso molto prima, quando mi disse che la mia continua eccitazione fisica e psicologica era proprio la conseguenza di questa veridicità del nostro rapporto. Ad ogni modo, amare la propria padrona, la donna che frusta, che a volte umilia il proprio schiavo era una cosa abbastanza normale nei rapporti BDSM. Con la differenza che io non dovevo fingere di avere paura, non avevo una parolina per interrompere tutto e tornare alla vita normale. Io avevo veramente paura, avevo veramente il terrore che lei potesse picchiarmi. Ma, stranamente, tutto ciò, oltre a farmi vivere perennemente sul filo del rasoio, rendeva tutto molto più eccitante. Per me e per lei.
scritto il
2026-03-14
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