Campo Estivo Vol.1 - Capitolo 5: Cazzo di marmo, bikini invisibili e la trappola leopardata di Tracy
di
Asietta
genere
etero
Il tragitto dal magazzino sotterraneo al bungalow 12 fu una marcia nel fango. Il cuore mi batteva ancora in gola, un tamburo impazzito che mi pompava nelle vene un mix tossico di adrenalina, senso di colpa e frustrazione. Avevo l'odore dolciastro di Tracy ancora addosso, il sapore della vaniglia di Anna sulle labbra e la mente ridotta a un groviglio inestricabile.
Infilai la chiave nella toppa cercando di non fare rumore e aprii la porta. La stanza era buia, illuminata solo dal bagliore azzurrognolo di uno schermo. Simona era ancora sveglia.
Era sdraiata supina, le coperte spinte in fondo al letto per il caldo afoso. Indossava solo quella canottiera bianca di cotone leggero e un paio di slip sgambati che si intravedevano appena sotto l'orlo. Il telefono era sollevato sopra il suo viso, ma la sua espressione era spenta, le occhiaie marcate dalla stanchezza. Quando sentì la porta chiudersi, bloccò immediatamente lo schermo, nascondendo il dispositivo sotto il lenzuolo con un gesto fin troppo rapido.
«Non ti avevo detto di fare il ninja?» mormorò, la voce roca e priva della solita energia. Si passò una mano sul viso, cercando di abbozzare un sorriso che però non le illuminò gli occhi.
«Ci ho provato,» risposi a bassa voce, appoggiando la schiena contro la porta chiusa. «Ma sono troppo stanco per avere il controllo dei miei arti inferiori. Tu perché sei ancora sveglia? Credevo fossi crollata.»
Simona distolse lo sguardo, fissando un punto indefinito sul soffitto di legno. «Non riuscivo a prendere sonno. Sai com'è, l'adrenalina del primo giorno...» Mentiva. Lo capii dal modo in cui il suo petto si alzava e si abbassava con un ritmo pesante. Era incastrata in quel gioco di controllo malato: Edoardo era fuori, e lei doveva restare sveglia a fargli compagnia virtuale, sacrificando il suo riposo pur di non farlo arrabbiare. Ma non lo disse. E io non la forzai.
«Com'è andata la pausa fumo?» mi chiese, cambiando drasticamente discorso. «Vi ha beccato Maria?»
«No, nessuna vipera all'orizzonte. Tutto bene,» risposi in automatico, staccandomi dalla porta.
Mi avvicinai al mio letto e afferrai il lembo della mia t-shirt scura, sfilandomela dalla testa con un sospiro. L'aria umida della notte mi accarezzò il torace nudo, ma non servì ad abbassare la temperatura del mio corpo. Iniziai a slacciarmi la cintura dei jeans, dando le spalle a Simona per un momento. Il silenzio nella stanza era denso, quasi palpabile.
«Ale...» La voce di Simona arrivò morbida, facendomi fermare. Mi voltai a guardarla. Si era messa su un fianco, la guancia appoggiata sul palmo della mano. La canottiera le era scivolata su una spalla, rivelando la linea perfetta della clavicola e l'incavo caldo del collo. I suoi occhi scuri mi scrutavano, leggendomi dentro. «"Tutto bene" è la risposta di uno che ha appena comprato il pane, non di uno che ha l'espressione di chi ha visto un fantasma. Che è successo laggiù?»
La guardai. Ero esausto dei segreti. Esausto della perversione di Tracy, delle gelosie di Anto. Simona era l'unica cosa reale e senza filtri in quel campo estivo, iniziato solo da pochi giorni.
Mi lasciai cadere sul bordo del suo letto, a pochi centimetri dalle sue gambe rannicchiate. Il materasso cedette sotto il mio peso, facendola inevitabilmente scivolare un po' verso di me. Il suo profumo naturale, un mix di bagnoschiuma neutro e calore corporeo, mi invase le narici.
«Non abbiamo solo fumato,» confessai, la voce ridotta a un sussurro roco. Mi passai le mani sul viso. «Io e Anna... ci siamo baciati.»
Simona si bloccò. Per due secondi netti non respirò. Poi, come se avesse ricevuto una scossa elettrica, si mise a sedere di scatto. Dimenticò la stanchezza, il fidanzato tossico e il lenzuolo, che le scivolò lungo i fianchi, lasciandola con le gambe scoperte a un palmo dalle mie. I suoi occhi si spalancarono in un'espressione di puro, genuino entusiasmo femminile.
«Tu e Anna?!» esclamò, dovendosi portare subito una mano alla bocca per zittirsi da sola. I suoi occhi brillavano. Si avvicinò a me, incrociando le gambe sul materasso, invadendo totalmente il mio spazio vitale. Il suo ginocchio nudo sfiorò la mia coscia coperta dal denim. «Dio mio, socio! Non ci credo! Devi dirmi assolutamente tutto. Come, dove, chi ha fatto la prima mossa?»
Il suo entusiasmo fu un balsamo per i miei nervi scoperti. Abbozzai finalmente un sorriso vero. «Nel magazzino. Siamo rimasti soli...» Omettendo accuratamente l'ingombrante, oscena parentesi di Tracy e di quello che mi aveva fatto sul divano prima che arrivasse Anna, iniziai a raccontarle. Le parlai del crollo nervoso di Anna, delle sue lacrime, della sua paura di non essere all'altezza. Le raccontai di come mi fossi avvicinato per asciugarle il viso e di come quel bacio a stampo si fosse trasformato in qualcosa di disperatamente passionale e bisognoso.
Simona mi ascoltava in silenzio, le labbra dischiuse, pendendo letteralmente dalle mie labbra. Era così vicina che potevo sentire il calore emanare dalla sua pelle ambrata. A ogni mio sospiro, il suo petto si alzava e si abbassava sotto il cotone sottile, una vicinanza che, unita al racconto del bacio, creava un'intimità fortissima tra di noi. Non era tensione sessuale da "botta e via", era qualcosa di più profondo e viscerale.
«E poi?» sussurrò lei, sfiorandomi involontariamente il ginocchio con le dita. «Vi siete fermati lì?»
«Si è tirata indietro,» le spiegai, scuotendo la testa. Sospirai, passandomi una mano tra i capelli. «Mi ha detto che non era giusto, che era confusa. E poi è scappata via come Cenerentola. Penso di aver fatto un casino, Simo. È troppo fragile per questo posto.»
Simona inclinò la testa di lato. Il suo sguardo si addolcì, diventando incredibilmente tenero. Senza pensarci, allungò la mano e me la posò sulla spalla nuda. La sua pelle contro la mia provocò una scia di brividi lungo il mio braccio. Il suo tocco non era possessivo come quello di Tracy o asettico come quello di Maria; era un contatto radicato in una profonda complicità.
«Non hai fatto nessun casino, Ale,» mi rassicurò, la voce calda come il miele. Accarezzò leggermente la mia spalla con il pollice. «Anna è fatta così. È un riccio. Si nasconde dietro i libri e dietro quella corazza di timidezza perché ha il terrore di essere ferita. Essere lontana da casa e trovarsi le labbra del "bravo ragazzo" addosso l'ha mandata in cortocircuito.»
Sorrise, un sorriso amaro e dolce allo stesso tempo. «È che non è abituata a qualcuno che la ascolti davvero. Ma il fatto che si sia lasciata andare con te, anche solo per un bacio... vuol dire che si fida. Devi solo darle tempo, socio. Non pressarla.»
«E io dovrei chiedere consigli di cuore alla ragazza che minaccia di mordere i polpacci ai colleghi?» scherzai a bassa voce, cercando di sdrammatizzare, ma senza allontanarmi di un millimetro dalla sua mano.
«Ehi,» ribatté lei, fingendosi offesa, ma i suoi occhi ridevano. Si sporse ancora un po' verso di me. I nostri visi erano così vicini che i nostri respiri si mescolavano nell'aria afosa del bungalow. «Io sono un'ottima consulente. Solo che le mie tariffe sono molto alte.»
Fissai i suoi occhi scuri, poi la mia attenzione scivolò inevitabilmente verso le sue labbra piene e dischiuse. La connessione tra noi in quel momento era densa, inebriante. Eravamo due finti forti: lei schiacciata dall'ombra del suo ragazzo, io stritolato in un gioco di ruoli troppo più grande di me. Eppure, lì, su quel materasso, eravamo l'uno il rifugio dell'altra.
Il silenzio si prolungò per un secondo di troppo. L'aria divenne improvvisamente satura di un'elettricità diversa, densa e pericolosa. La mano di Simona era ancora sulla mia spalla, e io sentii l'impulso fisico e divorante di sollevare la mia e posarla sulla sua vita sottile e scoperta.
Ma prima che l'istinto prendesse il sopravvento sulla ragione, la vibrazione brutale del suo telefono sotto il lenzuolo distrusse l'incantesimo.
Simona sussultò, ritirando la mano come se si fosse scottata. Il velo di intimità si infranse. La vidi deglutire, l'ombra della stanchezza che le ricadeva immediatamente addosso come un sudario. Recuperò il telefono, fissando lo schermo con un'espressione indecifrabile.
«È tardi, Ale,» sussurrò, la voce di nuovo piatta, senza alzare lo sguardo verso di me. «Dovremmo cercare di dormire. Domani la sveglia è alle sette.»
Mi alzai dal suo letto, sentendo un vuoto freddo dove un attimo prima c'era stato il suo tocco. «Sì. Buonanotte, uragano.» «Notte, socio.»
Mi infilai sotto le coperte del mio letto, voltandomi verso il muro. La stanza tornò buia, tranne per quel dannato bagliore azzurro. E mentre il silenzio riprendeva possesso del bungalow, capii che il vero pericolo non era Maria. Non era la perversione di Tracy, e forse nemmeno la dolcezza di Anna. Il vero, fottuto pericolo dormiva a tre metri da me. E non sapevo per quanto ancora sarei riuscito a resisterle.
Il giorno dopo.
La domenica mattina non aveva nessuna intenzione di iniziare. O meglio, io non avevo la minima intenzione di farla iniziare. Dopo la follia emotiva, i baci rubati e le confessioni a fior di pelle del sabato notte, il mio corpo aveva semplicemente dichiarato sciopero.
Mi svegliavo a intervalli irregolari, stordito dal caldo afoso che già ristagnava nel bungalow, per poi sprofondare di nuovo in un sonno pesante, sudato e senza sogni. Sentivo Simona muoversi nel letto accanto, un groviglio di coperte, gambe nude e respiri lenti, sfinita quanto me.
Il primo pomeriggio era da poco passato, avevamo saltato il pranzo a piedi pari, quando un tonfo sordo e insistente contro la nostra porta mi fece sussultare.
«Ma chi cazzo è...» mugugnai, schiacciandomi il cuscino sulla faccia.
Simona emise un lamento gutturale. Sentii il materasso cigolare sotto il suo peso. Si alzò trascinando i piedi, indossando ancora la canottiera bianca stropicciata e i minuscoli slip della sera prima. I capelli scuri erano un nido arruffato sulle spalle. Girò la chiave e socchiuse appena la porta.
Non fece in tempo ad aprire bocca. Il pannello di legno fu spalancato con una spinta decisa, costringendo Simona a fare un passo indietro per non finire a terra.
«Sveglia, zombi!»
Maria fece il suo ingresso nel bungalow come una fottuta divinità della guerra. L'aria viziata della nostra stanza fu immediatamente spazzata via dal profumo intenso di crema solare al cocco e dalla sua energia strabordante, quasi aggressiva.
Mi tirai su sui gomiti, sbattendo le palpebre per mettere a fuoco la scena, e il mio cervello andò immediatamente in cortocircuito.
Maria indossava solo un bikini nero. E "bikini" era decisamente un eufemismo. I due triangoli scuri faticavano a contenere la sua scollatura esplosiva, lasciando scoperta una porzione indecente di pelle dorata e la curva inferiore del seno, morbida e lucida di sudore. Il pezzo di sotto era ridotto al minimo indispensabile, tenuto insieme da due laccetti tirati in alto sui fianchi, un taglio che evidenziava in modo osceno le sue cosce carnose e l'attaccatura dei glutei.
«Maria... ti prego,» piagnucolò Simona, stropicciandosi gli occhi e lasciandosi cadere pesantemente ai piedi del suo letto. «È il nostro unico giorno libero. Fammi morire in pace.»
«Non se ne parla, tesoro. Il sole splende, i ragazzini non ci sono e lo staff ha bisogno di fare gruppo,» sentenziò la veterana, chiudendosi la porta alle spalle. Si avvicinò a Simona, le afferrò le braccia nude e la tirò su di peso, dandole una spinta giocosa ma decisa verso l'armadio. «Su, su! Levati quegli stracci di dosso e mettiti un costume.»
Poi, il suo sguardo rapace si spostò su di me. Ero rimasto paralizzato a metà strada, il lenzuolo aggrovigliato intorno alla vita, a torso nudo e con i capelli per aria.
Maria si avvicinò al mio letto con un'andatura sinuosa, muovendo i fianchi come un predatore che ha appena puntato la preda. Si fermò esattamente di fronte a me, piegandosi leggermente in avanti. I laccetti del bikini nero sembravano sul punto di spezzarsi, del tutto incapaci di contenere il peso sfacciato dei suoi seni enormi. Quella scollatura prorompente, madida di una leggera patina di sudore lucido, incombeva a un palmo dal mio viso, togliendomi letteralmente l'aria.
«E tu, ragazzino?» tubò, abbassando il tono di voce fino a renderlo un sussurro roco e carico di lussuria. Allungò una mano e mi afferrò la caviglia attraverso il lenzuolo, stringendo forte. «Vuoi mettere le radici in questo materasso?»
«Sto recuperando le forze,» risposi, la voce impastata, cercando disperatamente di tenere gli occhi incollati al suo viso e di non farli cadere su quell'abbondanza di carne incastrata nella lycra nera a pochi centimetri dal mio naso. «Ieri mi avete spremuto a dovere.»
Maria fece un sorriso che le scoprì i denti perfetti, gli occhi scuri carichi di una malizia torbida. Con un gesto fulmineo, afferrò il bordo del mio lenzuolo e lo tirò via con uno strattone.
Rimasi esposto, in soli boxer neri. La vicinanza del suo corpo seminudo e profumato, unita all'imponenza delle sue forme, aveva già innescato una reazione fisica impossibile da nascondere. Il tessuto di cotone era inequivocabilmente teso.
Lo sguardo di Maria scese istantaneamente lì. Si morse il labbro inferiore, leccandoselo lentamente. «Vedo che alcune parti di te sono già belle sveglie,» sussurrò. Fece scivolare un'unghia laccata di rosso lungo la linea del mio polpaccio nudo. «Tirale giù da questo letto e portale a prendere un po' di sole.»
Il silenzio che seguì la sfacciata provocazione di Maria fu denso e rovente. Ero paralizzato, il respiro bloccato in gola, esposto in tutta la mia reazione fisica davanti allo sguardo rapace della capoanimatrice e, peggio ancora, sotto gli occhi di Simona. Il tessuto nero dei miei boxer non lasciava alcuno spazio all'immaginazione.
Maria fece scorrere di nuovo l'unghia laccata lungo il mio polpaccio, pregustando il mio totale imbarazzo, pronta ad affondare il colpo. Ma non ne ebbe il tempo.
«Maria, ti prego, frena gli ormoni.»
La voce di Simona tagliò l'aria afosa della stanza come una lama di ghiaccio. Non c'era traccia di vergogna nel suo tono, solo una noia letale e un sarcasmo affilato. Si alzò dal suo letto con una flemma calcolata, scalza, sistemandosi distrattamente la spallina della canottiera bianca che le era scivolata lungo il braccio.
Si mise esattamente in mezzo, spezzando la linea visiva tra me e la capoanimatrice. Afferrò il lembo del lenzuolo che Maria aveva gettato a terra e me lo lanciò addosso, coprendomi il bacino con un gesto fluido e protettivo.
«L'alzabandiera mattutino è un riflesso incondizionato maschile, Maria,» sentenziò Simona, incrociando le braccia sotto il seno e sostenendo lo sguardo furioso della veterana senza battere ciglio. «Non prenderlo come un complimento personale. E se spremi il mio socio adesso, dopo ti tocca gestire da sola i ragazzini impazziti per tutta la settimana. Direi che non ti conviene.»
Maria si irrigidì. L'idea di dover fare il lavoro sporco la infastidiva molto più di un rifiuto. Il suo sorriso predatore si trasformò in una smorfia contrariata. Fece un passo indietro, raddrizzando la schiena e facendo sussultare prepotentemente il seno costretto nel micro-bikini.
«Siete di una noia mortale, novellini,» sibilò, lanciando un'ultima occhiata inceneritrice a Simona e una, molto più torbida e carica di promesse, al mio inguine ormai coperto. «Vi voglio a bordo vasca tra cinque minuti. E se fate tardi, giuro che vi vengo a prendere con un secchio d'acqua ghiacciata.»
Girò sui talloni e uscì, sbattendo la porta di legno con un tonfo che fece tremare le pareti del bungalow.
Rimasi immobile per due secondi netti, espirando tutta l'aria che avevo nei polmoni. Mi passai le mani sul viso sudato.
«Grazie, uragano,» mormorai, la voce ancora arrochita. «Pensavo mi avrebbe sbranato qui, sul materasso.»
Simona si voltò verso di me. Il sarcasmo tagliente aveva lasciato il posto a quel sorriso smagliante e un po' complice che mi mandava in tilt. Il suo sguardo, però, indugiò per una frazione di secondo di troppo sul lenzuolo ammucchiato sulle mie gambe, tradendo una curiosità che la sua recita da "amica tosta" non riusciva a nascondere del tutto.
«Di niente, socio,» rispose, schiarendosi la voce e voltandosi rapidamente verso l'armadio. «Ma la prossima volta vedi di dormire a pancia in giù, o finirà che dovremmo mettere un cartello di pericolo fuori dalla porta. Muoviti a infilarti un costume, sto fondendo.»
L'impatto con l'aria esterna fu come entrare in un forno. Il sole della domenica picchiava senza pietà sull'asfalto e sui pini del campo, e il frinire assordante delle cicale era l'unica colonna sonora. Quando io e Simona varcammo il cancello dell'area piscina, lo spettacolo che ci si parò davanti fu un vero e proprio campo minato per i miei nervi già provati.
Le ragazze erano tutte lì. Era il loro giorno libero, e avevano chiaramente deciso di trasformare il bordo vasca in una passerella privata.
Fiona era stesa su un lettino all'ombra di un ombrellone. Indossava un bikini verde smeraldo che contrastava magnificamente con la sua pelle chiara. Il pezzo di sopra conteneva a fatica la pienezza rotonda e morbida del suo seno, mentre il pezzo di sotto abbracciava i fianchi burrosi in modo impeccabile. Aveva gli occhiali da sole scuri a coprirle il viso, le cuffiette nelle orecchie e un'espressione gelida. Ignorava il mondo intero, immersa nella sua inaccessibilità.
Poco più in là, Anto si stava spalmando la crema solare con movimenti teatrali. Il suo bikini bianco ottico spiccava sull'abbronzatura, ma la sua posa era rigida, costruita. Quando mi vide arrivare insieme a Simona, smise immediatamente di spalmarsi l'olio. Si inarcò in avanti, spingendo in fuori il petto e fulminandoci con un'occhiata carica di un tale veleno che avrei potuto sentirlo frizzare nell'aria. Stava marcando il territorio a distanza.
Ma il vero centro gravitazionale della perversione era lei. Tracy.
Era sdraiata a pancia in giù sul materassino più esposto al sole, e aveva deciso che le regole sul pudore non si applicavano al suo corpo. Il suo costume era un ridicolo triangolo leopardato. Per non lasciare i segni dell'abbronzatura, si era slacciata i laccetti dietro il collo e sulla schiena, lasciando che il suo seno abbondante e pesante si schiacciasse lateralmente contro l'asciugamano, svelando porzioni di pelle candida e una curva oscena a chiunque passasse. Il pezzo di sotto era un tanga che spariva letteralmente tra i suoi glutei compatti e sodi, lasciandole il fondoschiena completamente nudo, lucido di olio abbronzante.
Mentre camminavo a piedi nudi sulle piastrelle roventi, dovetti passarle accanto. Tracy non dormiva. Sentì i miei passi. Girò lentamente la testa, appoggiando la guancia sull'asciugamano. I suoi occhi scuri mi puntarono con una precisione letale. Si inumidì le labbra carnose con la lingua e mi rivolse un sorriso carico di ricordi sotterranei.
Senza farsi notare dalle altre, allungò una mano dal lettino e mi sfiorò leggermente la caviglia con le dita unte di crema. Un tocco leggero, scivoloso, che mi fece venire i brividi sotto il sole cocente.
«Ehi, piccino,» sussurrò, la voce calda e rotta che mi arrivò come una scossa elettrica. Si stiracchiò leggermente, inarcando la schiena per farmi godere appieno della vista del suo lato B perfetto. «Sembri ancora un po' teso dalla scena in camera. Più tardi, se fai il bravo bambino, potrei decidere di... allentarti la tensione. Nel mio bungalow. Sii pronto.»
Deglutii a fatica, annuendo impercettibilmente prima di allontanarmi in fretta, sentendo il cavallo dei miei pantaloncini da bagno farsi istantaneamente stretto. Il solo pensiero di finire di nuovo tra le sue mani, senza l'urgenza di un magazzino e con tutto il tempo di un giorno libero a disposizione, mi stava già mandando il cervello in tilt.
Cercando di ritrovare un po' di lucidità, spostai lo sguardo verso la parte bassa della piscina, dove l'acqua sfiorava appena i gradini.
Lì c'era Anna. Ed era l'esatto opposto di tutto quel circo ormonale.
Se ne stava seduta sul bordo, le gambe immerse in acqua fino alle ginocchia, le braccia strette al petto in una classica posa difensiva. Indossava un costume intero blu scuro, molto semplice, che le fasciava il corpo snello in modo elegante senza ostentare nulla. La stoffa bagnata e aderente, però, non faceva che esaltare la curva dolce e naturale dei suoi fianchi e la linea pulita del suo torace.
Aveva i capelli raccolti in una coda disordinata e guardava l'acqua con espressione persa, quasi spaventata dall'esibizionismo sfrenato delle sue colleghe. Sembrava una gazzella finita per sbaglio nella fossa dei leoni.
Lasciai Simona a litigare per l'ombra con Maria e mi avvicinai ad Anna, sedendomi lentamente accanto a lei sul bordo di pietra umida.
«Tutto bene qui, guaritrice?» le chiesi a bassa voce, sfiorandole l'acqua vicino ai piedi con la punta del mio.
Anna sussultò leggermente, ma quando incrociò il mio sguardo le sue spalle si rilassarono. Un sorriso timido, quasi sollevato, le illuminò il viso dolcissimo.
«Cerco di mimetizzarmi con il fondale della piscina, Paladino,» rispose, sistemandosi nervosamente il bordo del costume sulle cosce. Spostò lo sguardo verso Tracy e Maria, arrossendo vistosamente. «È che... io non sono abituata a tutto questo. Mi sento un po' fuori posto qui in mezzo.»
«Sei bellissima, Anna,» le dissi, senza pensarci, la voce sincera. «Molto più di quanto credi. E non hai bisogno di fare la contorsionista su un lettino per dimostrarlo.»
Lei sgranò i grandi occhi chiari, le guance che presero fuoco. Si morse il labbro inferiore, abbassando lo sguardo, ma non si ritrasse. Anzi, impercettibilmente, annullò i pochi centimetri che ci separavano, fino a far sfiorare la sua coscia umida contro la mia. Il contrasto tra le fiamme promesse da Tracy e la dolcezza inebriante di Anna era definitivo. La giornata era appena iniziata, e la tensione era già alle stelle.
Il sole pomeridiano picchiava sull'acqua azzurra della piscina, trasformando l'area in una sorta di acquario bollente e saturo di feromoni. L'atmosfera del giorno libero era un misto di pigrizia e tensione elettrica.
Ero ancora seduto sul bordo di pietra accanto ad Anna, godendomi la tranquillità della sua presenza, quando un'ombra si proiettò su di noi. Alzai lo sguardo e mi ritrovai davanti Simona.
Aveva in mano un flacone di crema solare e un'espressione implorante. Il bikini rosso fuoco, ormai asciutto, le aderiva alla pelle ambrata come una seconda pelle, mettendo in risalto la linea tonica dell'addome e la curva perfetta dei fianchi.
«Socio, salvami,» esordì, lasciandosi cadere a pancia in giù sul lettino esattamente dietro di noi. «Se non mi spalmi questa roba sulla schiena, domani sarò un'aragosta e i ragazzini mi useranno come bersaglio. Anna ha la mano troppo leggera.»
Anna ridacchiò sommessamente, confermando con un cenno del capo. «È vero, io ho paura di farle male.»
«E io non ho nessuna pietà,» replicai, alzandomi dal bordo vasca. Mi avvicinai al lettino di Simona e presi il flacone di crema.
La situazione, all'apparenza innocente, prese una piega fottutamente pericolosa nel momento esatto in cui Simona, per agevolarmi il compito, portò le mani dietro la schiena e sfilò il gancetto del bikini. I due triangoli rossi si allentarono, permettendole di appiattire il seno contro l'asciugamano. La sua schiena nuda, morbida e percorsa da un leggero velo di sudore, si offrì a me in tutto il suo splendore.
Versai una generosa dose di crema bianca e fredda sui palmi delle mani. Feci un respiro profondo e li appoggiai sulle sue scapole.
Simona emise un lungo gemito di sollievo, chiudendo gli occhi. «Oh, sì... fai un po' di pressione, ho i muscoli a pezzi per aver scaricato quei materassini ieri.»
Iniziai a massaggiarla. Il contrasto tra la crema fredda e il calore della sua pelle era inebriante. Le mie mani scivolarono lungo la sua colonna vertebrale, premendo sui muscoli tesi. Ogni mio movimento era fluido, lento. Arrivai alla zona lombare, dove la curva della schiena si addolciva per tuffarsi nei piccoli slip rossi. I miei pollici sfiorarono l'attaccatura dei glutei, e sentii il suo corpo sussultare impercettibilmente sotto le mie mani.
Risalii lungo i fianchi, le mie dita che accarezzavano la linea laterale del suo torace, arrivando pericolosamente vicine al gonfiore del suo seno schiacciato contro il lettino. Il profumo del cocco si mescolò a quello naturale e caldo della sua pelle. C'era un'intimità pazzesca in quel gesto. La guardavo dall'alto: i capelli scuri raccolti male, le labbra piene dischiuse per il respiro pesante. La maschera del "bro" stava scivolando via, rivelando una tensione sensuale densa e innegabile.
«Ehi, piccioncini, cercate di non consumarvi.»
La voce stridula e sguaiata di Maria ruppe il momento. Era in piedi a pochi metri di distanza, una birra ghiacciata in mano. «Se volete amoreggiare, fatelo in silenzio. Io sto cercando di staccare il cervello.»
Dall'altro lato della piscina, Tracy, sdraiata sul suo materassino leopardato, sbuffò sonoramente. Non si voltò nemmeno, ma la sua voce rotta e provocatoria arrivò chiara a tutti: «Sì, certo. Meno male che c'è il nostro generale a dettare le regole anche la domenica. Rilassati, Maria. Non sei sul fottuto palcoscenico.»
Maria si voltò di scatto, gli occhi scuri che lanciavano saette verso il fondoschiena nudo di Tracy. Le nocche si sbiancarono attorno alla bottiglia di vetro. «Almeno io so come gestire questo posto. Tu sai solo gestire quello che c'è nei pantaloni dei colleghi, Tracy.»
«Oh, credimi,» tubò Tracy, passandosi la lingua sulle labbra e voltando solo il collo per fulminarla con un sorriso velenoso, «io so fare molte cose meglio di te. E lo sai benissimo.»
Il gelo calò tra le due ex amiche. L'astio era palpabile, denso di segreti e vecchi rancori che sembravano pronti a esplodere da un momento all'altro.
Io, nel frattempo, avevo smesso di massaggiare Simona. Raggiunsi il mio lettino per asciugarmi le mani, e fu in quel momento che incrociai lo sguardo di Anto. Era seduta poco distante, il corpo minuto ma esplosivo teso come una corda di violino. Mi fissava con un misto di rabbia e delusione. Aveva visto come avevo toccato Simona. Aveva visto la cura, la lentezza, il desiderio represso. Si alzò di scatto, si aggiustò il bikini bianco con un gesto stizzito e si tuffò in acqua con un tonfo rumoroso, ignorandomi platealmente. Era furente, incastrata tra la possessività morbosa che provava per me e il terrore di quello che eravamo quasi arrivati a fare la sera prima.
«Che ne dite di un bagno?» propose improvvisamente Simona, per spezzare la tensione generale. Si era riallacciata il costume e si era alzata, energica e bellissima. «Acqua, adesso. Chi arriva ultimo paga il caffè stasera!»
Non ci pensammo due volte. L'adrenalina e il caldo richiedevano uno sfogo. Io, Simona, Anna (che si fece coraggio ed entrò scivolando lentamente dai gradini) e persino Fiona, che sbuffando posò il telefono, ci ritrovammo in acqua.
Iniziò come un gioco stupido: schizzi d'acqua, battute, tentativi di affogarsi a vicenda. Anna e Simona si allearono subito contro di me. Rivedere Anna ridere apertamente, schizzando acqua a Simona e cercando riparo dietro le mie spalle, fu bellissimo.
Ma poi, inevitabilmente, la situazione degenerò. In una finta lotta per rubarmi gli occhialini, Simona mi si avventò addosso.
Persi l'equilibrio e finimmo entrambi sott'acqua, nella parte più profonda della piscina. Nel tentativo di riemergere e non bere, le mie mani scivolarono sulla sua pelle bagnata, aggrappandosi d'istinto ai suoi fianchi. Simona, per tenersi a galla, mi avvolse le gambe attorno alla vita.
Eravamo immersi fino al collo. Isolati dal frastuono delle altre ragazze dai riflessi azzurri dell'acqua.
I nostri corpi combaciarono alla perfezione. La stoffa rossa del suo bikini scivolò leggermente contro il mio petto, e sentii la pressione morbida e rotonda dei suoi seni schiacciarsi contro i miei muscoli tesi. Le sue cosce toniche erano strette attorno ai miei fianchi, e il suo bacino premeva esattamente contro il mio inguine.
Sott'acqua, la reazione del mio corpo fu violenta e impossibile da celare. La sentì.
Simona smise di ridere. I suoi occhi scuri, resi lucidi dalle gocce d'acqua, si sgranarono per un secondo, per poi socchiudersi, carichi di una lussuria improvvisa e disperata. Non si spostò. Anzi. Con un movimento quasi impercettibile sotto il pelo dell'acqua, strinse le gambe, aumentando l'attrito contro la mia erezione intrappolata nel costume.
Il mio respiro si fermò in gola. Le mie mani, saldamente ancorate ai suoi fianchi, scivolarono verso l'alto, accarezzando la curva della sua schiena scivolosa fino a sfiorarle il collo.
I nostri visi erano a tre centimetri di distanza. Potevo sentire il suo respiro corto mescolarsi al mio. Le sue labbra piene erano schiuse, pronte. La maschera dell'amica era caduta. Lì, in mezzo all'acqua, c'eravamo solo noi due e un'attrazione viscerale, fottutamente innegabile, che stava per divorarci. Mi chinai in avanti, incapace di resistere un secondo di più, gli occhi incollati alla sua bocca.
«Simo!»
La voce cristallina di Anna ci colpì come una secchiata di ghiaccio.
Simona si bloccò, il corpo teso allo spasimo. «Simo, il tuo telefono sta squillando sul lettino!» continuò Anna dai gradini della piscina, sventolando l'apparecchio. «C'è scritto Edoardo!»
Il nome fu una condanna a morte.
Vidi letteralmente la luce spegnersi negli occhi di Simona. Il desiderio bruciante fu spazzato via in un istante, sostituito da quel panico sordo, da quella rassegnazione stanca e umiliante che le avevo visto in viso la prima sera.
Sciolse la presa delle gambe con uno scatto brusco, ritraendosi come se l'avessi bruciata. La separazione fisica mi lasciò un vuoto lancinante nel petto e un dolore sordo all'inguine.
«Arrivo,» mormorò, la voce svuotata, senza avere il coraggio di guardarmi in faccia.
Nuotò via velocemente, uscendo dall'acqua e afferrando il telefono con le mani tremanti. Si avvolse in un asciugamano, le spalle curve, allontanandosi verso i bagni per rispondere al suo carceriere, lasciandomi solo nell'acqua clorata, i pugni stretti sotto la superficie, devastato dalla frustrazione.
Avevamo sfiorato il punto di non ritorno, per poi schiantarci contro il muro della sua relazione tossica.
Uscii dalla piscina qualche minuto dopo, grondante d'acqua, l'umore nero come la pece. Anna era tornata a sedersi sul bordo, Anto nuotava ignorandomi, Maria russava sotto l'ombrellone.
Mi passai un asciugamano sul collo, diretto verso il mio bungalow per calmarmi, quando qualcuno mi tagliò la strada.
Tracy.
Aveva ancora quel minuscolo costume leopardato addosso. Le curve sfacciate del suo corpo erano un attentato alla pubblica decenza. Mi si parò davanti, bloccandomi il passaggio. I suoi occhi scuri guizzarono dal mio viso scuro alla tensione fin troppo palese del mio costume bagnato. Aveva visto tutto. E da vera predatrice, sapeva che quello era il momento di colpire: quando ero frustrato, carico e vulnerabile.
«Ale, cucciolo, meno male che ti ho beccato,» esordì, la voce roca e carica di una dolcezza finta e manipolatrice. Si sporse verso di me, poggiando inavvertitamente una mano sul mio bicipite sudato. Il suo petto prosperoso sfiorò il mio torace. «Ascolta, ho un problema nel mio bungalow. La finestra del bagno si è bloccata. Non riesco a chiuderla in nessun modo e Maria mi ammazzerà se entra polvere. Sei l'unico uomo forte qui. Mi dai una mano? Ci metti trenta secondi.»
Sapevo che era una bugia. Era la scusa più vecchia del mondo. Ma il suo profumo dolciastro, la sua pelle bollente contro la mia, il suo sguardo carico di lussuria esplicita...
Mi aveva appena offerto la valvola di sfogo che stavo cercando disperatamente.
«Va bene,» risposi, la voce bassa, il cuore che ricominciava a pompare sangue a una velocità furiosa. «Andiamo a vedere questa finestra, Tracy.»
Lei sorrise. Un sorriso vittorioso e perverso. Si girò e iniziò a camminare davanti a me lungo il vialetto sterrato, ancheggiando in modo deliberato e spudorato, sapendo perfettamente che la stavo seguendo dritta nella tana del lupo.
Infilai la chiave nella toppa cercando di non fare rumore e aprii la porta. La stanza era buia, illuminata solo dal bagliore azzurrognolo di uno schermo. Simona era ancora sveglia.
Era sdraiata supina, le coperte spinte in fondo al letto per il caldo afoso. Indossava solo quella canottiera bianca di cotone leggero e un paio di slip sgambati che si intravedevano appena sotto l'orlo. Il telefono era sollevato sopra il suo viso, ma la sua espressione era spenta, le occhiaie marcate dalla stanchezza. Quando sentì la porta chiudersi, bloccò immediatamente lo schermo, nascondendo il dispositivo sotto il lenzuolo con un gesto fin troppo rapido.
«Non ti avevo detto di fare il ninja?» mormorò, la voce roca e priva della solita energia. Si passò una mano sul viso, cercando di abbozzare un sorriso che però non le illuminò gli occhi.
«Ci ho provato,» risposi a bassa voce, appoggiando la schiena contro la porta chiusa. «Ma sono troppo stanco per avere il controllo dei miei arti inferiori. Tu perché sei ancora sveglia? Credevo fossi crollata.»
Simona distolse lo sguardo, fissando un punto indefinito sul soffitto di legno. «Non riuscivo a prendere sonno. Sai com'è, l'adrenalina del primo giorno...» Mentiva. Lo capii dal modo in cui il suo petto si alzava e si abbassava con un ritmo pesante. Era incastrata in quel gioco di controllo malato: Edoardo era fuori, e lei doveva restare sveglia a fargli compagnia virtuale, sacrificando il suo riposo pur di non farlo arrabbiare. Ma non lo disse. E io non la forzai.
«Com'è andata la pausa fumo?» mi chiese, cambiando drasticamente discorso. «Vi ha beccato Maria?»
«No, nessuna vipera all'orizzonte. Tutto bene,» risposi in automatico, staccandomi dalla porta.
Mi avvicinai al mio letto e afferrai il lembo della mia t-shirt scura, sfilandomela dalla testa con un sospiro. L'aria umida della notte mi accarezzò il torace nudo, ma non servì ad abbassare la temperatura del mio corpo. Iniziai a slacciarmi la cintura dei jeans, dando le spalle a Simona per un momento. Il silenzio nella stanza era denso, quasi palpabile.
«Ale...» La voce di Simona arrivò morbida, facendomi fermare. Mi voltai a guardarla. Si era messa su un fianco, la guancia appoggiata sul palmo della mano. La canottiera le era scivolata su una spalla, rivelando la linea perfetta della clavicola e l'incavo caldo del collo. I suoi occhi scuri mi scrutavano, leggendomi dentro. «"Tutto bene" è la risposta di uno che ha appena comprato il pane, non di uno che ha l'espressione di chi ha visto un fantasma. Che è successo laggiù?»
La guardai. Ero esausto dei segreti. Esausto della perversione di Tracy, delle gelosie di Anto. Simona era l'unica cosa reale e senza filtri in quel campo estivo, iniziato solo da pochi giorni.
Mi lasciai cadere sul bordo del suo letto, a pochi centimetri dalle sue gambe rannicchiate. Il materasso cedette sotto il mio peso, facendola inevitabilmente scivolare un po' verso di me. Il suo profumo naturale, un mix di bagnoschiuma neutro e calore corporeo, mi invase le narici.
«Non abbiamo solo fumato,» confessai, la voce ridotta a un sussurro roco. Mi passai le mani sul viso. «Io e Anna... ci siamo baciati.»
Simona si bloccò. Per due secondi netti non respirò. Poi, come se avesse ricevuto una scossa elettrica, si mise a sedere di scatto. Dimenticò la stanchezza, il fidanzato tossico e il lenzuolo, che le scivolò lungo i fianchi, lasciandola con le gambe scoperte a un palmo dalle mie. I suoi occhi si spalancarono in un'espressione di puro, genuino entusiasmo femminile.
«Tu e Anna?!» esclamò, dovendosi portare subito una mano alla bocca per zittirsi da sola. I suoi occhi brillavano. Si avvicinò a me, incrociando le gambe sul materasso, invadendo totalmente il mio spazio vitale. Il suo ginocchio nudo sfiorò la mia coscia coperta dal denim. «Dio mio, socio! Non ci credo! Devi dirmi assolutamente tutto. Come, dove, chi ha fatto la prima mossa?»
Il suo entusiasmo fu un balsamo per i miei nervi scoperti. Abbozzai finalmente un sorriso vero. «Nel magazzino. Siamo rimasti soli...» Omettendo accuratamente l'ingombrante, oscena parentesi di Tracy e di quello che mi aveva fatto sul divano prima che arrivasse Anna, iniziai a raccontarle. Le parlai del crollo nervoso di Anna, delle sue lacrime, della sua paura di non essere all'altezza. Le raccontai di come mi fossi avvicinato per asciugarle il viso e di come quel bacio a stampo si fosse trasformato in qualcosa di disperatamente passionale e bisognoso.
Simona mi ascoltava in silenzio, le labbra dischiuse, pendendo letteralmente dalle mie labbra. Era così vicina che potevo sentire il calore emanare dalla sua pelle ambrata. A ogni mio sospiro, il suo petto si alzava e si abbassava sotto il cotone sottile, una vicinanza che, unita al racconto del bacio, creava un'intimità fortissima tra di noi. Non era tensione sessuale da "botta e via", era qualcosa di più profondo e viscerale.
«E poi?» sussurrò lei, sfiorandomi involontariamente il ginocchio con le dita. «Vi siete fermati lì?»
«Si è tirata indietro,» le spiegai, scuotendo la testa. Sospirai, passandomi una mano tra i capelli. «Mi ha detto che non era giusto, che era confusa. E poi è scappata via come Cenerentola. Penso di aver fatto un casino, Simo. È troppo fragile per questo posto.»
Simona inclinò la testa di lato. Il suo sguardo si addolcì, diventando incredibilmente tenero. Senza pensarci, allungò la mano e me la posò sulla spalla nuda. La sua pelle contro la mia provocò una scia di brividi lungo il mio braccio. Il suo tocco non era possessivo come quello di Tracy o asettico come quello di Maria; era un contatto radicato in una profonda complicità.
«Non hai fatto nessun casino, Ale,» mi rassicurò, la voce calda come il miele. Accarezzò leggermente la mia spalla con il pollice. «Anna è fatta così. È un riccio. Si nasconde dietro i libri e dietro quella corazza di timidezza perché ha il terrore di essere ferita. Essere lontana da casa e trovarsi le labbra del "bravo ragazzo" addosso l'ha mandata in cortocircuito.»
Sorrise, un sorriso amaro e dolce allo stesso tempo. «È che non è abituata a qualcuno che la ascolti davvero. Ma il fatto che si sia lasciata andare con te, anche solo per un bacio... vuol dire che si fida. Devi solo darle tempo, socio. Non pressarla.»
«E io dovrei chiedere consigli di cuore alla ragazza che minaccia di mordere i polpacci ai colleghi?» scherzai a bassa voce, cercando di sdrammatizzare, ma senza allontanarmi di un millimetro dalla sua mano.
«Ehi,» ribatté lei, fingendosi offesa, ma i suoi occhi ridevano. Si sporse ancora un po' verso di me. I nostri visi erano così vicini che i nostri respiri si mescolavano nell'aria afosa del bungalow. «Io sono un'ottima consulente. Solo che le mie tariffe sono molto alte.»
Fissai i suoi occhi scuri, poi la mia attenzione scivolò inevitabilmente verso le sue labbra piene e dischiuse. La connessione tra noi in quel momento era densa, inebriante. Eravamo due finti forti: lei schiacciata dall'ombra del suo ragazzo, io stritolato in un gioco di ruoli troppo più grande di me. Eppure, lì, su quel materasso, eravamo l'uno il rifugio dell'altra.
Il silenzio si prolungò per un secondo di troppo. L'aria divenne improvvisamente satura di un'elettricità diversa, densa e pericolosa. La mano di Simona era ancora sulla mia spalla, e io sentii l'impulso fisico e divorante di sollevare la mia e posarla sulla sua vita sottile e scoperta.
Ma prima che l'istinto prendesse il sopravvento sulla ragione, la vibrazione brutale del suo telefono sotto il lenzuolo distrusse l'incantesimo.
Simona sussultò, ritirando la mano come se si fosse scottata. Il velo di intimità si infranse. La vidi deglutire, l'ombra della stanchezza che le ricadeva immediatamente addosso come un sudario. Recuperò il telefono, fissando lo schermo con un'espressione indecifrabile.
«È tardi, Ale,» sussurrò, la voce di nuovo piatta, senza alzare lo sguardo verso di me. «Dovremmo cercare di dormire. Domani la sveglia è alle sette.»
Mi alzai dal suo letto, sentendo un vuoto freddo dove un attimo prima c'era stato il suo tocco. «Sì. Buonanotte, uragano.» «Notte, socio.»
Mi infilai sotto le coperte del mio letto, voltandomi verso il muro. La stanza tornò buia, tranne per quel dannato bagliore azzurro. E mentre il silenzio riprendeva possesso del bungalow, capii che il vero pericolo non era Maria. Non era la perversione di Tracy, e forse nemmeno la dolcezza di Anna. Il vero, fottuto pericolo dormiva a tre metri da me. E non sapevo per quanto ancora sarei riuscito a resisterle.
Il giorno dopo.
La domenica mattina non aveva nessuna intenzione di iniziare. O meglio, io non avevo la minima intenzione di farla iniziare. Dopo la follia emotiva, i baci rubati e le confessioni a fior di pelle del sabato notte, il mio corpo aveva semplicemente dichiarato sciopero.
Mi svegliavo a intervalli irregolari, stordito dal caldo afoso che già ristagnava nel bungalow, per poi sprofondare di nuovo in un sonno pesante, sudato e senza sogni. Sentivo Simona muoversi nel letto accanto, un groviglio di coperte, gambe nude e respiri lenti, sfinita quanto me.
Il primo pomeriggio era da poco passato, avevamo saltato il pranzo a piedi pari, quando un tonfo sordo e insistente contro la nostra porta mi fece sussultare.
«Ma chi cazzo è...» mugugnai, schiacciandomi il cuscino sulla faccia.
Simona emise un lamento gutturale. Sentii il materasso cigolare sotto il suo peso. Si alzò trascinando i piedi, indossando ancora la canottiera bianca stropicciata e i minuscoli slip della sera prima. I capelli scuri erano un nido arruffato sulle spalle. Girò la chiave e socchiuse appena la porta.
Non fece in tempo ad aprire bocca. Il pannello di legno fu spalancato con una spinta decisa, costringendo Simona a fare un passo indietro per non finire a terra.
«Sveglia, zombi!»
Maria fece il suo ingresso nel bungalow come una fottuta divinità della guerra. L'aria viziata della nostra stanza fu immediatamente spazzata via dal profumo intenso di crema solare al cocco e dalla sua energia strabordante, quasi aggressiva.
Mi tirai su sui gomiti, sbattendo le palpebre per mettere a fuoco la scena, e il mio cervello andò immediatamente in cortocircuito.
Maria indossava solo un bikini nero. E "bikini" era decisamente un eufemismo. I due triangoli scuri faticavano a contenere la sua scollatura esplosiva, lasciando scoperta una porzione indecente di pelle dorata e la curva inferiore del seno, morbida e lucida di sudore. Il pezzo di sotto era ridotto al minimo indispensabile, tenuto insieme da due laccetti tirati in alto sui fianchi, un taglio che evidenziava in modo osceno le sue cosce carnose e l'attaccatura dei glutei.
«Maria... ti prego,» piagnucolò Simona, stropicciandosi gli occhi e lasciandosi cadere pesantemente ai piedi del suo letto. «È il nostro unico giorno libero. Fammi morire in pace.»
«Non se ne parla, tesoro. Il sole splende, i ragazzini non ci sono e lo staff ha bisogno di fare gruppo,» sentenziò la veterana, chiudendosi la porta alle spalle. Si avvicinò a Simona, le afferrò le braccia nude e la tirò su di peso, dandole una spinta giocosa ma decisa verso l'armadio. «Su, su! Levati quegli stracci di dosso e mettiti un costume.»
Poi, il suo sguardo rapace si spostò su di me. Ero rimasto paralizzato a metà strada, il lenzuolo aggrovigliato intorno alla vita, a torso nudo e con i capelli per aria.
Maria si avvicinò al mio letto con un'andatura sinuosa, muovendo i fianchi come un predatore che ha appena puntato la preda. Si fermò esattamente di fronte a me, piegandosi leggermente in avanti. I laccetti del bikini nero sembravano sul punto di spezzarsi, del tutto incapaci di contenere il peso sfacciato dei suoi seni enormi. Quella scollatura prorompente, madida di una leggera patina di sudore lucido, incombeva a un palmo dal mio viso, togliendomi letteralmente l'aria.
«E tu, ragazzino?» tubò, abbassando il tono di voce fino a renderlo un sussurro roco e carico di lussuria. Allungò una mano e mi afferrò la caviglia attraverso il lenzuolo, stringendo forte. «Vuoi mettere le radici in questo materasso?»
«Sto recuperando le forze,» risposi, la voce impastata, cercando disperatamente di tenere gli occhi incollati al suo viso e di non farli cadere su quell'abbondanza di carne incastrata nella lycra nera a pochi centimetri dal mio naso. «Ieri mi avete spremuto a dovere.»
Maria fece un sorriso che le scoprì i denti perfetti, gli occhi scuri carichi di una malizia torbida. Con un gesto fulmineo, afferrò il bordo del mio lenzuolo e lo tirò via con uno strattone.
Rimasi esposto, in soli boxer neri. La vicinanza del suo corpo seminudo e profumato, unita all'imponenza delle sue forme, aveva già innescato una reazione fisica impossibile da nascondere. Il tessuto di cotone era inequivocabilmente teso.
Lo sguardo di Maria scese istantaneamente lì. Si morse il labbro inferiore, leccandoselo lentamente. «Vedo che alcune parti di te sono già belle sveglie,» sussurrò. Fece scivolare un'unghia laccata di rosso lungo la linea del mio polpaccio nudo. «Tirale giù da questo letto e portale a prendere un po' di sole.»
Il silenzio che seguì la sfacciata provocazione di Maria fu denso e rovente. Ero paralizzato, il respiro bloccato in gola, esposto in tutta la mia reazione fisica davanti allo sguardo rapace della capoanimatrice e, peggio ancora, sotto gli occhi di Simona. Il tessuto nero dei miei boxer non lasciava alcuno spazio all'immaginazione.
Maria fece scorrere di nuovo l'unghia laccata lungo il mio polpaccio, pregustando il mio totale imbarazzo, pronta ad affondare il colpo. Ma non ne ebbe il tempo.
«Maria, ti prego, frena gli ormoni.»
La voce di Simona tagliò l'aria afosa della stanza come una lama di ghiaccio. Non c'era traccia di vergogna nel suo tono, solo una noia letale e un sarcasmo affilato. Si alzò dal suo letto con una flemma calcolata, scalza, sistemandosi distrattamente la spallina della canottiera bianca che le era scivolata lungo il braccio.
Si mise esattamente in mezzo, spezzando la linea visiva tra me e la capoanimatrice. Afferrò il lembo del lenzuolo che Maria aveva gettato a terra e me lo lanciò addosso, coprendomi il bacino con un gesto fluido e protettivo.
«L'alzabandiera mattutino è un riflesso incondizionato maschile, Maria,» sentenziò Simona, incrociando le braccia sotto il seno e sostenendo lo sguardo furioso della veterana senza battere ciglio. «Non prenderlo come un complimento personale. E se spremi il mio socio adesso, dopo ti tocca gestire da sola i ragazzini impazziti per tutta la settimana. Direi che non ti conviene.»
Maria si irrigidì. L'idea di dover fare il lavoro sporco la infastidiva molto più di un rifiuto. Il suo sorriso predatore si trasformò in una smorfia contrariata. Fece un passo indietro, raddrizzando la schiena e facendo sussultare prepotentemente il seno costretto nel micro-bikini.
«Siete di una noia mortale, novellini,» sibilò, lanciando un'ultima occhiata inceneritrice a Simona e una, molto più torbida e carica di promesse, al mio inguine ormai coperto. «Vi voglio a bordo vasca tra cinque minuti. E se fate tardi, giuro che vi vengo a prendere con un secchio d'acqua ghiacciata.»
Girò sui talloni e uscì, sbattendo la porta di legno con un tonfo che fece tremare le pareti del bungalow.
Rimasi immobile per due secondi netti, espirando tutta l'aria che avevo nei polmoni. Mi passai le mani sul viso sudato.
«Grazie, uragano,» mormorai, la voce ancora arrochita. «Pensavo mi avrebbe sbranato qui, sul materasso.»
Simona si voltò verso di me. Il sarcasmo tagliente aveva lasciato il posto a quel sorriso smagliante e un po' complice che mi mandava in tilt. Il suo sguardo, però, indugiò per una frazione di secondo di troppo sul lenzuolo ammucchiato sulle mie gambe, tradendo una curiosità che la sua recita da "amica tosta" non riusciva a nascondere del tutto.
«Di niente, socio,» rispose, schiarendosi la voce e voltandosi rapidamente verso l'armadio. «Ma la prossima volta vedi di dormire a pancia in giù, o finirà che dovremmo mettere un cartello di pericolo fuori dalla porta. Muoviti a infilarti un costume, sto fondendo.»
L'impatto con l'aria esterna fu come entrare in un forno. Il sole della domenica picchiava senza pietà sull'asfalto e sui pini del campo, e il frinire assordante delle cicale era l'unica colonna sonora. Quando io e Simona varcammo il cancello dell'area piscina, lo spettacolo che ci si parò davanti fu un vero e proprio campo minato per i miei nervi già provati.
Le ragazze erano tutte lì. Era il loro giorno libero, e avevano chiaramente deciso di trasformare il bordo vasca in una passerella privata.
Fiona era stesa su un lettino all'ombra di un ombrellone. Indossava un bikini verde smeraldo che contrastava magnificamente con la sua pelle chiara. Il pezzo di sopra conteneva a fatica la pienezza rotonda e morbida del suo seno, mentre il pezzo di sotto abbracciava i fianchi burrosi in modo impeccabile. Aveva gli occhiali da sole scuri a coprirle il viso, le cuffiette nelle orecchie e un'espressione gelida. Ignorava il mondo intero, immersa nella sua inaccessibilità.
Poco più in là, Anto si stava spalmando la crema solare con movimenti teatrali. Il suo bikini bianco ottico spiccava sull'abbronzatura, ma la sua posa era rigida, costruita. Quando mi vide arrivare insieme a Simona, smise immediatamente di spalmarsi l'olio. Si inarcò in avanti, spingendo in fuori il petto e fulminandoci con un'occhiata carica di un tale veleno che avrei potuto sentirlo frizzare nell'aria. Stava marcando il territorio a distanza.
Ma il vero centro gravitazionale della perversione era lei. Tracy.
Era sdraiata a pancia in giù sul materassino più esposto al sole, e aveva deciso che le regole sul pudore non si applicavano al suo corpo. Il suo costume era un ridicolo triangolo leopardato. Per non lasciare i segni dell'abbronzatura, si era slacciata i laccetti dietro il collo e sulla schiena, lasciando che il suo seno abbondante e pesante si schiacciasse lateralmente contro l'asciugamano, svelando porzioni di pelle candida e una curva oscena a chiunque passasse. Il pezzo di sotto era un tanga che spariva letteralmente tra i suoi glutei compatti e sodi, lasciandole il fondoschiena completamente nudo, lucido di olio abbronzante.
Mentre camminavo a piedi nudi sulle piastrelle roventi, dovetti passarle accanto. Tracy non dormiva. Sentì i miei passi. Girò lentamente la testa, appoggiando la guancia sull'asciugamano. I suoi occhi scuri mi puntarono con una precisione letale. Si inumidì le labbra carnose con la lingua e mi rivolse un sorriso carico di ricordi sotterranei.
Senza farsi notare dalle altre, allungò una mano dal lettino e mi sfiorò leggermente la caviglia con le dita unte di crema. Un tocco leggero, scivoloso, che mi fece venire i brividi sotto il sole cocente.
«Ehi, piccino,» sussurrò, la voce calda e rotta che mi arrivò come una scossa elettrica. Si stiracchiò leggermente, inarcando la schiena per farmi godere appieno della vista del suo lato B perfetto. «Sembri ancora un po' teso dalla scena in camera. Più tardi, se fai il bravo bambino, potrei decidere di... allentarti la tensione. Nel mio bungalow. Sii pronto.»
Deglutii a fatica, annuendo impercettibilmente prima di allontanarmi in fretta, sentendo il cavallo dei miei pantaloncini da bagno farsi istantaneamente stretto. Il solo pensiero di finire di nuovo tra le sue mani, senza l'urgenza di un magazzino e con tutto il tempo di un giorno libero a disposizione, mi stava già mandando il cervello in tilt.
Cercando di ritrovare un po' di lucidità, spostai lo sguardo verso la parte bassa della piscina, dove l'acqua sfiorava appena i gradini.
Lì c'era Anna. Ed era l'esatto opposto di tutto quel circo ormonale.
Se ne stava seduta sul bordo, le gambe immerse in acqua fino alle ginocchia, le braccia strette al petto in una classica posa difensiva. Indossava un costume intero blu scuro, molto semplice, che le fasciava il corpo snello in modo elegante senza ostentare nulla. La stoffa bagnata e aderente, però, non faceva che esaltare la curva dolce e naturale dei suoi fianchi e la linea pulita del suo torace.
Aveva i capelli raccolti in una coda disordinata e guardava l'acqua con espressione persa, quasi spaventata dall'esibizionismo sfrenato delle sue colleghe. Sembrava una gazzella finita per sbaglio nella fossa dei leoni.
Lasciai Simona a litigare per l'ombra con Maria e mi avvicinai ad Anna, sedendomi lentamente accanto a lei sul bordo di pietra umida.
«Tutto bene qui, guaritrice?» le chiesi a bassa voce, sfiorandole l'acqua vicino ai piedi con la punta del mio.
Anna sussultò leggermente, ma quando incrociò il mio sguardo le sue spalle si rilassarono. Un sorriso timido, quasi sollevato, le illuminò il viso dolcissimo.
«Cerco di mimetizzarmi con il fondale della piscina, Paladino,» rispose, sistemandosi nervosamente il bordo del costume sulle cosce. Spostò lo sguardo verso Tracy e Maria, arrossendo vistosamente. «È che... io non sono abituata a tutto questo. Mi sento un po' fuori posto qui in mezzo.»
«Sei bellissima, Anna,» le dissi, senza pensarci, la voce sincera. «Molto più di quanto credi. E non hai bisogno di fare la contorsionista su un lettino per dimostrarlo.»
Lei sgranò i grandi occhi chiari, le guance che presero fuoco. Si morse il labbro inferiore, abbassando lo sguardo, ma non si ritrasse. Anzi, impercettibilmente, annullò i pochi centimetri che ci separavano, fino a far sfiorare la sua coscia umida contro la mia. Il contrasto tra le fiamme promesse da Tracy e la dolcezza inebriante di Anna era definitivo. La giornata era appena iniziata, e la tensione era già alle stelle.
Il sole pomeridiano picchiava sull'acqua azzurra della piscina, trasformando l'area in una sorta di acquario bollente e saturo di feromoni. L'atmosfera del giorno libero era un misto di pigrizia e tensione elettrica.
Ero ancora seduto sul bordo di pietra accanto ad Anna, godendomi la tranquillità della sua presenza, quando un'ombra si proiettò su di noi. Alzai lo sguardo e mi ritrovai davanti Simona.
Aveva in mano un flacone di crema solare e un'espressione implorante. Il bikini rosso fuoco, ormai asciutto, le aderiva alla pelle ambrata come una seconda pelle, mettendo in risalto la linea tonica dell'addome e la curva perfetta dei fianchi.
«Socio, salvami,» esordì, lasciandosi cadere a pancia in giù sul lettino esattamente dietro di noi. «Se non mi spalmi questa roba sulla schiena, domani sarò un'aragosta e i ragazzini mi useranno come bersaglio. Anna ha la mano troppo leggera.»
Anna ridacchiò sommessamente, confermando con un cenno del capo. «È vero, io ho paura di farle male.»
«E io non ho nessuna pietà,» replicai, alzandomi dal bordo vasca. Mi avvicinai al lettino di Simona e presi il flacone di crema.
La situazione, all'apparenza innocente, prese una piega fottutamente pericolosa nel momento esatto in cui Simona, per agevolarmi il compito, portò le mani dietro la schiena e sfilò il gancetto del bikini. I due triangoli rossi si allentarono, permettendole di appiattire il seno contro l'asciugamano. La sua schiena nuda, morbida e percorsa da un leggero velo di sudore, si offrì a me in tutto il suo splendore.
Versai una generosa dose di crema bianca e fredda sui palmi delle mani. Feci un respiro profondo e li appoggiai sulle sue scapole.
Simona emise un lungo gemito di sollievo, chiudendo gli occhi. «Oh, sì... fai un po' di pressione, ho i muscoli a pezzi per aver scaricato quei materassini ieri.»
Iniziai a massaggiarla. Il contrasto tra la crema fredda e il calore della sua pelle era inebriante. Le mie mani scivolarono lungo la sua colonna vertebrale, premendo sui muscoli tesi. Ogni mio movimento era fluido, lento. Arrivai alla zona lombare, dove la curva della schiena si addolciva per tuffarsi nei piccoli slip rossi. I miei pollici sfiorarono l'attaccatura dei glutei, e sentii il suo corpo sussultare impercettibilmente sotto le mie mani.
Risalii lungo i fianchi, le mie dita che accarezzavano la linea laterale del suo torace, arrivando pericolosamente vicine al gonfiore del suo seno schiacciato contro il lettino. Il profumo del cocco si mescolò a quello naturale e caldo della sua pelle. C'era un'intimità pazzesca in quel gesto. La guardavo dall'alto: i capelli scuri raccolti male, le labbra piene dischiuse per il respiro pesante. La maschera del "bro" stava scivolando via, rivelando una tensione sensuale densa e innegabile.
«Ehi, piccioncini, cercate di non consumarvi.»
La voce stridula e sguaiata di Maria ruppe il momento. Era in piedi a pochi metri di distanza, una birra ghiacciata in mano. «Se volete amoreggiare, fatelo in silenzio. Io sto cercando di staccare il cervello.»
Dall'altro lato della piscina, Tracy, sdraiata sul suo materassino leopardato, sbuffò sonoramente. Non si voltò nemmeno, ma la sua voce rotta e provocatoria arrivò chiara a tutti: «Sì, certo. Meno male che c'è il nostro generale a dettare le regole anche la domenica. Rilassati, Maria. Non sei sul fottuto palcoscenico.»
Maria si voltò di scatto, gli occhi scuri che lanciavano saette verso il fondoschiena nudo di Tracy. Le nocche si sbiancarono attorno alla bottiglia di vetro. «Almeno io so come gestire questo posto. Tu sai solo gestire quello che c'è nei pantaloni dei colleghi, Tracy.»
«Oh, credimi,» tubò Tracy, passandosi la lingua sulle labbra e voltando solo il collo per fulminarla con un sorriso velenoso, «io so fare molte cose meglio di te. E lo sai benissimo.»
Il gelo calò tra le due ex amiche. L'astio era palpabile, denso di segreti e vecchi rancori che sembravano pronti a esplodere da un momento all'altro.
Io, nel frattempo, avevo smesso di massaggiare Simona. Raggiunsi il mio lettino per asciugarmi le mani, e fu in quel momento che incrociai lo sguardo di Anto. Era seduta poco distante, il corpo minuto ma esplosivo teso come una corda di violino. Mi fissava con un misto di rabbia e delusione. Aveva visto come avevo toccato Simona. Aveva visto la cura, la lentezza, il desiderio represso. Si alzò di scatto, si aggiustò il bikini bianco con un gesto stizzito e si tuffò in acqua con un tonfo rumoroso, ignorandomi platealmente. Era furente, incastrata tra la possessività morbosa che provava per me e il terrore di quello che eravamo quasi arrivati a fare la sera prima.
«Che ne dite di un bagno?» propose improvvisamente Simona, per spezzare la tensione generale. Si era riallacciata il costume e si era alzata, energica e bellissima. «Acqua, adesso. Chi arriva ultimo paga il caffè stasera!»
Non ci pensammo due volte. L'adrenalina e il caldo richiedevano uno sfogo. Io, Simona, Anna (che si fece coraggio ed entrò scivolando lentamente dai gradini) e persino Fiona, che sbuffando posò il telefono, ci ritrovammo in acqua.
Iniziò come un gioco stupido: schizzi d'acqua, battute, tentativi di affogarsi a vicenda. Anna e Simona si allearono subito contro di me. Rivedere Anna ridere apertamente, schizzando acqua a Simona e cercando riparo dietro le mie spalle, fu bellissimo.
Ma poi, inevitabilmente, la situazione degenerò. In una finta lotta per rubarmi gli occhialini, Simona mi si avventò addosso.
Persi l'equilibrio e finimmo entrambi sott'acqua, nella parte più profonda della piscina. Nel tentativo di riemergere e non bere, le mie mani scivolarono sulla sua pelle bagnata, aggrappandosi d'istinto ai suoi fianchi. Simona, per tenersi a galla, mi avvolse le gambe attorno alla vita.
Eravamo immersi fino al collo. Isolati dal frastuono delle altre ragazze dai riflessi azzurri dell'acqua.
I nostri corpi combaciarono alla perfezione. La stoffa rossa del suo bikini scivolò leggermente contro il mio petto, e sentii la pressione morbida e rotonda dei suoi seni schiacciarsi contro i miei muscoli tesi. Le sue cosce toniche erano strette attorno ai miei fianchi, e il suo bacino premeva esattamente contro il mio inguine.
Sott'acqua, la reazione del mio corpo fu violenta e impossibile da celare. La sentì.
Simona smise di ridere. I suoi occhi scuri, resi lucidi dalle gocce d'acqua, si sgranarono per un secondo, per poi socchiudersi, carichi di una lussuria improvvisa e disperata. Non si spostò. Anzi. Con un movimento quasi impercettibile sotto il pelo dell'acqua, strinse le gambe, aumentando l'attrito contro la mia erezione intrappolata nel costume.
Il mio respiro si fermò in gola. Le mie mani, saldamente ancorate ai suoi fianchi, scivolarono verso l'alto, accarezzando la curva della sua schiena scivolosa fino a sfiorarle il collo.
I nostri visi erano a tre centimetri di distanza. Potevo sentire il suo respiro corto mescolarsi al mio. Le sue labbra piene erano schiuse, pronte. La maschera dell'amica era caduta. Lì, in mezzo all'acqua, c'eravamo solo noi due e un'attrazione viscerale, fottutamente innegabile, che stava per divorarci. Mi chinai in avanti, incapace di resistere un secondo di più, gli occhi incollati alla sua bocca.
«Simo!»
La voce cristallina di Anna ci colpì come una secchiata di ghiaccio.
Simona si bloccò, il corpo teso allo spasimo. «Simo, il tuo telefono sta squillando sul lettino!» continuò Anna dai gradini della piscina, sventolando l'apparecchio. «C'è scritto Edoardo!»
Il nome fu una condanna a morte.
Vidi letteralmente la luce spegnersi negli occhi di Simona. Il desiderio bruciante fu spazzato via in un istante, sostituito da quel panico sordo, da quella rassegnazione stanca e umiliante che le avevo visto in viso la prima sera.
Sciolse la presa delle gambe con uno scatto brusco, ritraendosi come se l'avessi bruciata. La separazione fisica mi lasciò un vuoto lancinante nel petto e un dolore sordo all'inguine.
«Arrivo,» mormorò, la voce svuotata, senza avere il coraggio di guardarmi in faccia.
Nuotò via velocemente, uscendo dall'acqua e afferrando il telefono con le mani tremanti. Si avvolse in un asciugamano, le spalle curve, allontanandosi verso i bagni per rispondere al suo carceriere, lasciandomi solo nell'acqua clorata, i pugni stretti sotto la superficie, devastato dalla frustrazione.
Avevamo sfiorato il punto di non ritorno, per poi schiantarci contro il muro della sua relazione tossica.
Uscii dalla piscina qualche minuto dopo, grondante d'acqua, l'umore nero come la pece. Anna era tornata a sedersi sul bordo, Anto nuotava ignorandomi, Maria russava sotto l'ombrellone.
Mi passai un asciugamano sul collo, diretto verso il mio bungalow per calmarmi, quando qualcuno mi tagliò la strada.
Tracy.
Aveva ancora quel minuscolo costume leopardato addosso. Le curve sfacciate del suo corpo erano un attentato alla pubblica decenza. Mi si parò davanti, bloccandomi il passaggio. I suoi occhi scuri guizzarono dal mio viso scuro alla tensione fin troppo palese del mio costume bagnato. Aveva visto tutto. E da vera predatrice, sapeva che quello era il momento di colpire: quando ero frustrato, carico e vulnerabile.
«Ale, cucciolo, meno male che ti ho beccato,» esordì, la voce roca e carica di una dolcezza finta e manipolatrice. Si sporse verso di me, poggiando inavvertitamente una mano sul mio bicipite sudato. Il suo petto prosperoso sfiorò il mio torace. «Ascolta, ho un problema nel mio bungalow. La finestra del bagno si è bloccata. Non riesco a chiuderla in nessun modo e Maria mi ammazzerà se entra polvere. Sei l'unico uomo forte qui. Mi dai una mano? Ci metti trenta secondi.»
Sapevo che era una bugia. Era la scusa più vecchia del mondo. Ma il suo profumo dolciastro, la sua pelle bollente contro la mia, il suo sguardo carico di lussuria esplicita...
Mi aveva appena offerto la valvola di sfogo che stavo cercando disperatamente.
«Va bene,» risposi, la voce bassa, il cuore che ricominciava a pompare sangue a una velocità furiosa. «Andiamo a vedere questa finestra, Tracy.»
Lei sorrise. Un sorriso vittorioso e perverso. Si girò e iniziò a camminare davanti a me lungo il vialetto sterrato, ancheggiando in modo deliberato e spudorato, sapendo perfettamente che la stavo seguendo dritta nella tana del lupo.
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