Dominato da mia moglie. La storia di Karen e Mike Ventiquattresimo episodio

di
genere
dominazione

Dopo quella serata così intensa e particolare, quella serata che mi aveva regalato l’immensa gioia di sapere che Karen, nonostante tutto, ancora mi amava, tutto tornò come prima. E, come mi aveva accennato proprio durante quel discorso, non mi fece sconti. Tutto ciò che accadde in seguito aveva uno scopo ben preciso: quello di aumentare la sua dominazione nei miei confronti. E uno dei modi era quello di rimarcare l’enorme differenza tra me e lei. E, anche l’abbigliamento sensuale faceva parte di quella strategia. Niente sembrava essere lasciato al caso da Karen. Alcuni giorni dopo che lei era uscita con quell’uomo, ci fu però un altro cambiamento nel nostro rapporto. E anche quello fu un cambiamento molto importante per me.
Quella sera l’accolsi in ginocchio come al solito e, come ogni sera, le snocciolai la solita filastrocca che lei pretendeva. Si accertò che fosse stata detta in modo perfetto e poi la vidi sorridere.
“Bravo, ciccio. Te ne dovrò far imparare una più complicata. Questa ormai la sai a memoria.”
“Come vuoi tu, Karen.”
“Bene, fra mezz’ora voglio cenare. Intanto portami qualcosa da bere nel salone”, mi ordinò. Ormai, i suoi ordini erano senza enfasi, con naturalezza. Aveva imparato a comandare alla perfezione, e per me obbedirle era naturale.
“Subito, Karen.” Andai subito a prepararle un drink. Come avevo sostenuto, non eravamo bevitori ma, ultimamente avevo notato che amava bere un aperitivo prima della cena. O forse, era soltanto una scusa per darmi un ordine. In ogni caso, dovevo fare di corsa in quanto non sopportava attendere e, dopo pochi secondi, aveva il bicchiere in mano. Qualche sorso e poi volle fumare e, anche in questo caso, mi affrettai ad accenderle la sigaretta mettendomi in ginocchio col posacenere in mano. Era così che lei mi voleva, e io potevo solo obbedire alla sua volontà, felice di farlo.
“Sai, Mike, stavo pensando a una cosa.”
Quando iniziava un discorso in quel modo, prendendola alla larga, sapevo che aveva qualcosa in mente che avrebbe riguardato la mia . Questa era la parola che usava quando mi puniva o mi obbligava a fare qualcosa di nuovo.
“A cosa, amore?”
“Sono diventata veramente molto forte e tu lo sai, vero?”
“E certo che lo so. Me ne sono accorto sulla mia pelle.”
Scoppiò a ridere. “Quello che ti faccio è solo una piccola parte di quello che potrei farti.”
“Lo immagino. Se tu usassi anche le arti marziali potresti uccidermi.”
Scosse la testa facendo un sorriso beffardo. "Non ce ne sarebbe bisogno. La mia capacità nelle arti marziali è sprecata con te. Potrei anche usare soltanto la mia forza e per te sarebbe la fine. Posso assicurarti che sei davvero troppo debole per me, persino più di quanto tu stesso possa immaginare. Ma non parlavo di te. Parlavo di quello che accade in palestra.”
La guardai in modo interrogativo “Perché, cosa accade in palestra?”
“Vedi, ciccio, Quando mi alleno si fermano tutti. E tutti iniziano a guardarmi perché quello che riesco a fare io è fuori dalla possibilità del 99% degli uomini, e solo chi ha fatto il power lifting di professione può fare meglio di me.”
Non mi diceva niente di nuovo. Ero certo che fosse più forte della maggior parte degli uomini, e pertanto non rimasi stupito. Ero, semmai, orgoglioso.
“Deve essere bello per te. Li farai schiattare d’invidia.”
“Il fatto che schiattano d’invidia è poco ma sicuro ma, malgrado quello che puoi immaginare, non è poi così bello per me. Mi dà fastidio.”
“Perché? Non capisco. Non sei contenta di essere la più forte della palestra?”
Scrollò le spalle. “Forse è la vecchia Karen che ogni tanto torna a galla, ma non mi piace stare perennemente al centro dell’attenzione. So di essere la più forte, e questo mi basta. Invece, quelli che mi osservano mi fanno sentire come un fenomeno da baraccone. E’ bello se accade una volta, due, dieci, ma quando succede tutte le sere mi innervosisce, e stasera ho detto a voce alta che, mentre mi alleno, non tollero essere osservata. Ed ero piuttosto arrabbiata.”
“E, naturalmente, nessuno si è azzardato a fiatare, scommetto.”
“Naturalmente.”
Ero incredibilmente orgoglioso. Una donna del genere meritava la mia sottomissione. E il cazzo che diventò turgido dimostrava come, anche una cosa del genere, apparentemente banale, mi provocava un’incredibile eccitazione.
Se ne accorse e scoppiò di nuovo a ridere. “Ti eccita che mi guardino?”
“No, amore, mi eccita la tua superiorità. Sei incredibile. Il fatto che ti guardino... lo trovo naturale. Sei talmente bella che sarebbe impossibile non ammirarti.”
“Bene, mi fa piacere.”
“Quindi, da domani si guarderanno bene dal mettersi ad osservarti.”
“Non mi interessa perché ho deciso di non allenarmi più in palestra. O meglio, continuerò ad andarci perché voglio proseguire con i miei allenamenti con le arti marziali e, per fare questo, devo per forza andare in palestra in quanto ho bisogno di avversari.”
La osservai smarrito. “E non ti allenerai più coi pesi?”
“Non ho detto questo. Ho sostenuto che smetterò di farlo in palestra.”
“E dove ti allenerai?”
“Adibirò una stanza a palestra personale.”
“E dove? Non abbiamo stanze libere.”
“Per adesso. Ma c’è la stanza che tu avevi adibito a tuo ufficio e che ora non ti serve più. Me la prendo io e ci farò la mia palestra personale.”
Il mio ufficio? No, quello era il mio rifugio, ci ascoltavo la musica che mi piaceva, mi ci mettevo a leggere, c’era il mio computer. Guardai Karen scuotendo la testa. “ Ma… Ma… Il mio ufficio…” Quelle parole smozzicate mi erano uscite istintivamente e, dopo cinque secondi, ero già pentito. E il pentimento aumentò quando vidi che spegneva la sua sigaretta e che si era alzata.
“Che cazzo hai detto, Mike?”
“ Ni… Niente, non… Non ho detto niente.” balbettavo miseramente, come sempre in quelle occasioni.
“No tu hai detto e io come ti ho detto che devi rispondere?”
“Sì, Karen”
E tu non l’hai fatto. E questo merita una punizione.”
Ero ancora in ginocchio. Poggiai il portacenere sul piccolo tavolino di vetro che avevo a fianco e abbracciai le sue gambe. “Ti prego, Karen.” Ero terrorizzato. Malgrado fosse una situazione che era abbastanza usuale, la paura in quelle situazioni era sempre molto elevata. E non era solo paura. Era ancora complicato per me sentirmi completamente nelle sue mani, sapere che ero alla sua mercé, conscio che non avrei potuto fare nulla nei suoi confronti. Però, in un certo senso, quello era anche il bello della mia sottomissione, perché niente era studiato a tavolino. Tutto era reale, maledettamente reale.
“Alzati!”
Lo feci e, quando mi ritrovai dinanzi a lei, misi le mani aperte davanti a me. Non certo per difendermi perché sapevo che sarebbe stato del tutto inutile. Era stato solo un gesto istintivo. “Karen, ti prego, non mi picchiare. Non ho detto no. Lo so che comandi tu e che puoi fare quello che vuoi. Non mi sognerei mai di obiettare.”
“Lo so che comando io e che posso fare quello che voglio. E ho deciso che devi essere punito.”
Non ebbi nemmeno la forza di controbattere. Sapevo che qualunque cosa avessi detto, avrei peggiorato la situazione e attesi l’ineluttabile. Karen non cambiò nemmeno sistema. Quello che aveva trovato funzionava perfettamente. Mi afferrò come al solito un polso e me lo torse facendomi urlare dal dolore.
“Mi stai spezzando il braccio”, le dissi.
“Te lo spezzerò se tu ti ribelli. Altrimenti, te la caverai con qualche schiaffo. Vediamo Mike, quanti schiaffi pensi di meritare? Io direi venti, che ne dici?”
“Sono troppi. Mi ridurrai la faccia a una poltiglia.” Parlavo sommessamente, sperando di farla desistere. Con la sua forza, venti schiaffi mi avrebbero ridotto davvero a mal partito.
“Vedrai che sopravvivrai. Ho deciso che venti possono andar bene. Però mi voglio divertire. Ti costringerò a darteli da solo facendo forza sulla tua mano. E voglio che tu provi ad opporti. Ti avverto che se noto che tu invece non fai resistenza, gli schiaffi raddoppieranno.”
Oh, mio Dio, che mente sadica aveva tirato fuori. Come era possibile che fosse la stessa ragazza dolcissima che avevo sposato? Eppure, in quella situazione c’era qualcosa che il mio cazzo reputava altamente erotico in quanto era diventato di marmo. Sì, adoravo la dominazione di Karen. Almeno da un punto di vista erotico. Molto meno adoravo il dolore che mi causava ma, in quel momento, non potevo soffermarmi troppo su quegli aspetti e dovevo fare ciò che mi aveva detto, ovvero fare forza sul mio braccio e contrastarla. Facile a dirsi e impossibile da fare. Malgrado la mia resistenza, quando mi afferrò anche l’altro polso capii immediatamente che era un’impresa impossibile per me. Aveva già fatto una cosa del genere e mi accorsi che, rispetto all’altra volta, la sua forza era notevolmente aumentata. Manovrava il mio braccio come se fossi una marionetta, e la mia mano aperta si abbatteva sul mio viso sempre più forte. La cosa assurda era che lo faceva in scioltezza, senza dare la sensazione di impegnarsi troppo. Ogni schiaffo contava. A dieci pensavo che fossi ormai al limite della sopportazione, mentre invece ero solo a metà strada. Inutile dire come, per l’ennesima volta, scoppiai a piangere come un ragazzino. Mi sentivo una nullità. Mia moglie era talmente più forte di me da manovrare il mio braccio costringendomi a schiaffeggiarmi da solo. Voleva umiliarmi e ci stava riuscendo perfettamente. Eppure, qualcosa di assurdo si faceva largo tra i miei pensieri confusi. Pensavo che me li stavo meritando, e che Karen avesse tutto il diritto di farmi ciò che voleva. Ero stato avvertito che non avrei dovuto tergiversare quando mi dava un ordine, e anche il mio semplice balbettio era stato considerato da lei un’obiezione meritevole di una punizione. Mi maldicevo per la mia inettitudine, dicendo a me stesso che non lo avrei fatto mai più. Gli schiaffi però continuavano inesorabili. 18, 19 e finalmente 20. Avevo provato con tutte le mie forze a contrastarla, e Karen mi aveva ridicolizzato. Mi lasciò entrambi i polsi e mi accorsi che ero talmente intontito da perdere l’equilibrio e di cadere in modo ridicolo per terra. Faticosamente cercai di rialzarmi ma mi girava la testa e dovetti aiutarmi con le mani, sotto lo sguardo divertito di mia moglie. Ero di nuovo in piedi seppur barcollante, e non sapevo come comportarmi. Cercavo di smettere di piangere ma non ci riuscivo, e continuavo a singhiozzare. Avrei desiderato che Karen mi abbracciasse e mi calmasse, ma non faceva una mossa. Anzi, la fece per andarsi a sedere di nuovo sulla poltrona, continuando ad osservarmi. Ormai, conoscevo quello sguardo ed ero certo che stava elaborando qualche pensiero su di me. A fatica, sempre con la testa che mi girava mi avvicinai a lei.
"Posso… Posso andare? Devo… Devo finire di preparare la cena.”
“Stasera ceneremo un po’ più tardi. Non ho ancora finito con te.”
“Oddio, che altro vuoi farmi? Non mi sento bene.”
“Non esagerare. Sono solo schiaffi.”
“Mi gira la testa.”
“Va bene, per adesso non ti darò più schiaffi in volto, sei contento?”
“Sì, grazie, Karen.”
“Ma, per fortuna il corpo ha tanti punti che possono essere colpiti senza intaccare punti vitali. Ad esempio il tuo bel culone. Ti ho inculato più volte, ma per il resto è ancora illeso. Devo assolutamente rimediare. Vieni a sdraiarti sopra le mie gambe.”
Avevo compreso. E, del resto, non ci voleva molta capacità intellettuale per farlo. Voleva sculacciarmi. Stavo per ripetere l’errore di prima, stavo per obiettare ma poi, per fortuna, mi ricordai che Karen non ammetteva obiezioni e, piangendo sempre più sommessamente, mi avvicinai a lei.
“Sì, Karen.” Era quello che lei pretendeva che io dicessi, e l’avevo ribadito più volte. Mi misi sulle sue gambe con la testa rivolta verso il pavimento e il mio sedere in bella mostra. Stavo tremando mentre lei sembrava allegra e su di giri.
“Era un po’ che ci pensavo. Un marito disobbediente dovrebbe essere sempre sculacciato. Sei pronto, ciccio?”
“Si, Karen.” Il mio era un ritornello. Qualunque cosa avessi risposto avrebbe potuto essere una scusa per un’altra punizione. E poi sentii la sua forte mano abbattersi come un maglio sul mio sedere. E dopo la prima la seconda quindi la terza. Poi persi il conto in quanto non riuscivo più nemmeno a pensare. Il culo mi bruciava e il dolore ormai era insostenibile. Karen si sfogava su una natica e dopo una decina di sculacciate passava all’altra. Abbracciavo le sue gambe per sentire quel calore di cui avevo bisogno e, quando smise, rimasi a piangere sulle sue gambe. Sentii però la sua mano sui miei capelli. Era delicata e me li accarezzava dolcemente e poi la sua voce.
“E’ finita. Puoi alzarti.”
“Mi fa tanto male il sedere.” dissi istintivamente.
“Probabilmente, non potrai nemmeno sederti, ma era necessario. Capisci che ti sei meritato ogni schiaffo e ogni sculacciata che ti ho inflitto?”
“Sì, me lo sono meritato”, ammisi. E lo pensavo davvero. Ero stato un idiota. Ormai avevo compreso come funzionavano le cose tra me e mia moglie, eppure ogni volta che la sua dominazione aumentava, io avevo qualche problema. Se io volevo continuare ad essere il marito di Karen, se volevo continuare ad essere il suo schiavo, dovevo abbandonare ogni remora e accettare tutti i suoi ordini e le sue decisioni, senza pensare di potermi rapportare con lei alla pari. Era lei quella più forte ed era lei quella che comandava. Io non potevo far altro che accettare, anche se ciò che mi ordinava era qualcosa che non avrei voluto fare. Era quindi un’azione che facevo di malavoglia? E allora perché ce l’avevo dritto come un palo? Perché quell’eccitazione fisica e mentale ogni volta che mi dava un ordine e ogni volta che mi metteva le mani addosso? Con la mia completa nudità, ovviamente Karen se ne accorse e sorrise ironicamente.
“Vedo sempre che una parte di te ama svisceratamente il fatto che sei il mio schiavo. Non è così, ciccio?”
Allargai le braccia. “Non riesco a capacitarmi.”
"Non dire idiozie. Ti eccita la mia dominazione. Guardati, Mike, è dritto come quando facciamo sesso, e non ci siamo nemmeno sfiorati. Sono sicura che potresti venirtene senza nemmeno toccarti."
"Io..."
Un sorriso sadico si dipinse sulla sua bocca. "Voglio metterti alla prova. Guardami e pensa a quanto sia meraviglioso stare ai miei ordini. A quanto sei fortunato per essere il mio schiavo. Voglio che te ne venga. E' un ordine."
Rimasi di sasso. Non poteva pretendere una cosa del genere. Ma, memore delle punizioni appena ricevute, mi guardai bene dall'obiettare. La guardai, il suo tailleur con nla gonna cortissima, il suo bellissimo volto, le labbra rosse. Era meravigliosa. E meraviglioso era essere il suo schiavo. Quasi magicamente, il mio cazzo divenne ancora più turgido, e dopo pochi secondi eruttò sperma. Me ne ero venuto senza toccarmi, come la mia meravigliosa padrona mi aveva ordinato.
Sospirai. Ero fiero di me stesso. Le avevo obbedito, le avevo dimostrato la mia adorazione.
Lei invece mi guardò con un sorriso sicuro. "Adesso ci siamo tolti ogni dubbio. E'... davvero incredibile."
"Sembra assurdo anche a me."
“Rifletterai meglio sulla situazione davanti ai fornelli. Vatti a pulire e fila a prepararmi la cena. E ricordati che ho promesso di non darti altri schiaffi in faccia, ma se non sarò contenta della cena, sarai punito in un altro modo.”
“Si, Karen, vado immediatamente.” risposi e mi allontanai per dirigermi prima in bagno per pulirmi, e dopo in quello che ormai era il mio regno incontrastato: la cucina. Provavo a riflettere sulla situazione e in particolar modo sulla mia eeiaculazione, e ciò che veniva a galla da quei miei pensieri contorti era quello che era ormai abbastanza chiaro. Io mi eccitavo quando mia moglie mi dava dimostrazione della sua superiorità. Era inutile girarci intorno e mentire a me stesso, sostenendo che le obbedivo soltanto per paura. C’era anche la paura, ed era tanta, considerando la superiorità incontrastata di Karen, ma quel binomio paura/eccitazione di cui mi aveva parlato Andrea era reale. Dopo ogni step, dopo ogni novità, malgrado mi avesse fatto piangere come un neonato che cercava la tetta della mamma, io ero sicuro di amarla di più, di adorarla in un modo impossibile da descrivere. Io senza mia moglie, senza la sua dominazione, non sarei più riuscito a vivere, e questa era l’unica sacrosanta verità. Avevo il culo in fiamme tanto che, come mia moglie mi aveva avvertito, non riuscii nemmeno a sedermi, ma per il resto ero… Ero felice. Assurdamente e incredibilmente felice.
La cena si svolse nell’assoluta normalità. La nostra normalità. Perché per il resto c’era ben poco di normale, visto che io la servivo come una regina tutto nudo, attendendo un suo ordine per qualunque cosa. E quando notai che aveva apprezzato ciò che le avevo cucinato, la mia felicità aumentò. L’avevo accontentata e per me solo questo era importante. Altrettanto normale per le nostre abitudini fu l’immediato dopo cena quando lei, come sua abitudine, si spostò in salone. Sapevo che dovevo portarle il caffè piuttosto velocemente e poi accenderle la sigaretta. Quello che sarebbe successo dopo dipendeva dal suo umore, ma fino a quel punto era una prassi consolidata. Le portai quindi il caffè e poi le accesi la sigaretta per poi inginocchiarmi ai suoi piedi. Mi osservò e poi sorrise in un modo che ormai conoscevo e che non prometteva nulla di buono. E non mi sbagliavo
“Mike, ho deciso che da domani ti vieterò di fumare anche le due sigarette al giorno che ti concedevo.”
Socchiusi gli occhi. Non potevo fare nulla. Sapevo che mi stava mettendo alla prova per vedere se fossi così cretino da obiettare nuovamente, ma non caddi nel tranello
“Sì, Karen, come vuoi. Sei tu che comandi.”
Le vidi uno smagliante sorriso sul suo volto perfetto. “Bravo! Vedi, ciccio, che gli schiaffi e le sculacciate sono servite?”
“E’ come dici tu. Mi sono servite anche perché mi fanno ancora male sia il sedere che il volto. Non potrei dimenticarlo.”
“Spero che fra qualche giorno tu non ricada nell’errore. Quando ti do un ordine pretendo obbedienza assoluta e immediata, e nessuna obiezione.”
“Si, Karen,” Attesi che spegnesse la sigaretta e poi le baciai i piedi in segno di ulteriore sottomissione “Ti amo da morire, Karen.” Era quello che sentivo. Avevo il batticuore come il giorno del nostro primo appuntamento. E ogni volta che mi trovavo dinanzi a lei, o come in quel momento sotto di lei, io sentivo il cuore che mi batteva più velocemente del normale.
“Lo so che mi ami. Ora vai a pulire. Lo sai che dopo controllerò e quindi fallo bene. E se sarai stato bravo, credo che dopo le punizioni potrebbe esserci un bel premio per te.”
Sorrisi. Il premio poteva essere solo l’immenso onore di fare l’amore con lei. Ma dovevo meritarmelo. “Obbedisco!” le dissi, novello Garibaldi. Il mio compito era appunto quello di obbedirle senza chiedermi niente altro. E quello era il motivo della mia assurda felicità. Cosa mi mancava ancora per essere lo schiavo perfetto che la mia padrona desiderava? Lo avrei scoperto presto.

scritto il
2026-03-11
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