La selva

Scritto da , il 2022-10-26, genere pulp


Era intricata, umida, greve, possente, calda e pericolosa. Non sarebbe bastato tutto il lungo e duro addestramento ricevuto, per uscirne fuori vivi.
Tutto questo l’aveva fatto capire il Colonnello, prima di accompagnare la squadra d'incursori all’imbarco sul piccolo bimotore ad elica, per un lancio a trecento metri di quota sopra l’ansa del fiume.
Una volta lanciato, Heitor manovrò le funi del paracadute per scendere nel punto esatto, dove non si vedevano alberi, unica macchia gialla nel mezzo di un mare verde scuro. Fu il primo e, appena toccato terra, recuperò il paracadute e vide scendere gli altri undici componenti della squadra, per atterrare in successione, tutti a pochi metri l’uno dall’altro; sicuri e precisi.

In fila indiana, a cinque metri di distanza da chi camminava avanti, bene armati ed equipaggiati, si inoltrarono nell’enorme foresta pluviale o, come dicevano loro, la “selva”.
Il fiume era ormai alle spalle e camminavano ormai da circa due ore: senza GPS, perché solamente bussola, machete, occhi, orecchie e naso sarebbero stati gli unici strumenti che avrebbero potuto utilizzare per molte ore, durante quella marcia che già da subito si era rivelata come massacrante, nel folto della selva. Heitor era alla testa della fila, il Tenente in coda.
La selva non è mai silenziosa, perché rumori di ogni tipo si sommano e si fondono: stridii, cinguettii, soffi, alberi che si rompono, acque che scrosciano. Heitor tendeva l’orecchio al brontolio del giaguaro, allo strisciare dell’anaconda, si guardava intorno attento ad evitare serpenti, ragni e insetti, che avrebbero potuto uccidere in pochi minuti un uomo sano e robusto. Sapeva come muoversi, avendo una lunga esperienza in missioni simili, Hector, ma questa si prospettava come diversa, contro un nemico di cui non si sapeva nulla.
Il Comando credeva fossero i Matsés, ma alcuni avanzavano dubbi. Si sapeva solo che indigeni di una tribù isolata avevano attaccato gli operai di una ditta autorizzata dal Governo, impegnata ad abbattere e costruire le infrastrutture per una nuova miniera. Heitor sputò per terra. Aveva visto, più volte, opere dell’uomo civile, come strade o villaggi tirati su in quel nulla verde, esser ripresi in pochi mesi dalla selva, per tornare ad essere alberi, acqua, caldo e insetti.
Si fermarono per accamparsi e prepararsi per la notte. Avevano proceduto molto lentamente perché la vegetazione era intricata e perché dovevano evitare un affluente non guadabile, non segnato dalla ricognizione aerea. All’appello mancavano due uomini: Gabriel Costela e il Tenente Melo.
Il comando dell’operazione passava a lui ora, che era il più alto in grado, a Heitor Cardoso Berti, Sergente Maggiore Incursore di ventotto anni.

Nessuno si era accorto di niente: uomini esperti e addestrati erano stati risucchiati dalla selva, e i loro commilitoni non si erano accorti di nulla. Non un segnale, nessun rumore sospetto, come ingoiati da un mostro. Ed Heitor non poteva comunicare tutto questo e prendere ulteriori istruzioni dal Comando Operazioni Speciali, perché le cose si erano ulteriormente complicate negli ultimi mesi:
Infatti, gruppi estremisti di ecologisti avevano assoldato mercenari americani ed europei, ben addestrati e ottimamente attrezzati, con il compito di non permettere incursioni punitive nei territori di quelle che venivano chiamate “le tribù nascoste”. Per questo, Heitor e i suoi uomini, dovevano obbedire all’ordine di non comunicare con il Comando, non usare telefoni satellitari e GPS, fino a che non fossero tornati al punto di recupero. Non potevano farsi intercettare ed individuare da un nemico probabilmente ancor più tecnologico di loro.

Heitor fece attrezzare il campo per la notte, stabilì i turni di guardia e si mise a pensare sul da fare; parlò con gli uomini solo per tranquillizzarli. Dispose che fosse accorciata la distanza tra loro, durante la marcia, portandola a tre metri e, dove possibile, non in fila indiana, ma in una formazione che garantisse più contatto visivo tra loro. Stabilì un passo più lento e silenzioso, e di posizionare un uomo di testa, a rotazione, in posizione di agguato, fino a che la fila non fosse passata per intero. Avrebbero proceduto più lentamente ma con molta più sicurezza. Heitor pensava a questi mercenari venuti da lontano ed era fermamente convinto che, nonostante il loro addestramento, non potessero conoscere la selva come il suo reparto.
Il giorno dopo, al risveglio, mancò all’appello Barroso: nessuna traccia, nessun ramo rotto, nessun segno di violenza. Gli uomini erano tutti professionisti, ma qualcuno iniziava a sembrare scosso.

Heitor era in fondo al gruppo, aveva lasciato il Sergente Alves a battere il sentiero.
Machete in mano, mitraglietta Uzi a tracolla e pistola Beretta al fianco, pugnale al ginocchio, non bastavano a farlo sentire sicuro.
Poi accadde:
Una nebbia strana era calata all'improvviso, si sentì qualche urlo. Heitor corse in avanti, per cercare i suoi uomini. Non una traccia, né un segno. Avanzò seguendo una traiettoria circolare. Poi si fermò, rannicchiandosi con le spalle contro la corteccia di un albero gigantesco. Davanti non riusciva a scorgere che una luce opalina, una nebbia sporca, come fatta di spore, e un odore strano, quasi pungente, copriva tutta l'area.
Sentiva sibilare qualcosa e gemere. Si mosse ancora in avanti, verso quei gemiti che credeva di aver sentito, fino a quando si convinse che fossero solo false eco. Non vedeva nulla, tutti sembravano essere spariti e decise di nascondersi.
Trovò una pozza melmosa, strisciò verso di essa e vi si immerse, lentamente e, mentre lo faceva, pensò che quello sparire fosse probabilmente ciò che era già successo agli altri: una sparizione coincisa con la loro morte. Fece in modo di respirare e di poter vedere qualcosa con gli occhi, voleva stare attaccato alla vita, tramite l’aria e la luce.

Heitor svenne, o si addormentò, comunque, e in qualche modo si riebbe, ma dopo un numero imprecisato di ore. Cercò di pulire le armi e fece colare l’acqua e il fango di dosso; si guardò attorno e vide che la nebbia giallastra era scomparsa. Della sua squadra, non si vedeva alcuna traccia.
A parte la presenza di Heitor, l'essere umano sembrava non essere mai passato in quella parte di foresta.
Il primo pensiero fu che non avrebbe potuto portare a termine la missione, il secondo quello di aver lasciato che la sua squadra si disperdesse e scomparisse nel nulla. Il terzo fu che l’unica cosa possibile da fare era quella di riuscire a capire cosa fosse successo, sempre ammesso che fosse riuscito a ritornare vivo. Avrebbe tentato quindi una ricognizione della zona, sempre procedendo in cerchio e allargando fino a quando non avesse trovato un indizio. La visibilità era ora tornata buona.

Iniziò, fottendosene di quanto fosse fradicio d’acqua, dalla testa ai piedi.

Quindi, la vide.
Vide lei, la ragazza: nuda, con la pelle liscia, quasi lucente, e con occhi severi.

“Chi sei? Dove sono i miei uomini, cosa gli avete fatto?” disse Heitor in portoghese, ripetendo poi la domanda in quello che lui pensava potesse essere la lingua della ragazza: yanomami, awà, matsés…
“Chi sei tu che cammini armato nella selva? Uccidi gli animali con le pistole? Perché hai portato altri uomini armati?” Rispose lei in portoghese.
“Ridammi i miei uomini!” gli gridò lui.
Lei cominciò a camminare lenta, senza rispondere, prendendo una direzione obliqua rispetto a lui. Si avvicinò a Heitor e alle sue narici.
Heitor aspirò e sentì un profumo dolce e fresco, che sapeva di erba, fiori, e naturalmente di donna. Lei lo guardò, severa, negli occhi.
Era piuttosto alta, flessuosa e bella. Aveva solo due bracciali in cuoio sulla parte alta delle braccia e oltre questi monili non aveva altro sulla pelle. Secondo dove passava, si confondeva quasi con la corteccia bruna degli alberi.

Lo guardò negli occhi di nuovo.
“Cosa cerchi nella selva, uomo senza antenati e senza dèi accanto? Non appartieni a questo posto e questo posto non ti vuole. Tu vuoi questo posto per te, ma la selva non è una cosa, di quelle che, nel tuo mondo, appartengono agli uomini. Ci sono gli dèi, qui.” Guardò in alto, verso la cima degli alberi e continuò:
“Se non li vedi e non li senti, sei sordo e cieco. Uomo.”

Heitor la guardava e la sentiva palpitare accanto, sentiva il profumo e vedeva la sua bellezza. Gli salì una rabbia dallo stomaco e pensò che la ragazza avesse la colpa dell’uccisione dei suoi uomini e che avrebbe portato lui ad essere il prossimo bersaglio delle frecce della sua tribù.
L’afferro con forza e la scosse con le due braccia. I capelli di lei si scompigliarono, lasciando altro profumo e lui aprì d'istinto le narici per gustarlo. La testa gli girò e le tempie iniziarono a pulsargli, sentì il proprio cuore battere forte e fu preso da un desiderio fortissimo: tutti gli altri pensieri scomparvero, non rimase altro, nella sua mente, che una voglia tremenda di lei. La gettò per terra e lei non si sconvolse né si spaventò. Caduta, si adagiò con lentezza e a lui sembrò incredibilmente bella. Hector si inginocchiò, le aprì le gambe e la penetrò. Lei non disse niente, come se aspettasse di essere presa, ma continuò a guardarlo severamente negli occhi, poi, come se avesse preso una decisione, cambiò atteggiamento.
Lo guardava ora con tenerezza, forse con amore, partecipò all’amplesso e ne godette. Ansimò, mugolò, urlò di piacere. Heitor si spogliò della tenuta da combattimento, si sbarazzò delle armi, poi la prese ancora e ancora.
Mise il suo membro in ogni orifizio di lei e sembrò poter godere di lei per un tempo infinito.

Lei si offriva a lui, senza ritegno alcuno, capace di anticipare i suoi desideri, attimo dopo attimo. Seguiva i suoi ritmi, leggeva negli occhi l'eccitazione dell'uomo e gli rispondeva con la sua.
Si chinò, offrendogli le natiche, aprendole con le mani. Lui entrò con pochi colpi e, in quel modo, la possedette a lungo. Lei lo accarezzò, dopo quella monta furiosa, quasi bestiale, e quasi lo consolò di tutte le emozioni violente che stava vivendo in quel luogo. Gli sorrideva e il suo sorriso era luminoso, meraviglioso.
Gli toccò il membro con la mano e questo si rialzò, irrigidendosi fino a fargli male. La prese ancora, tenendola distesa per terra, su un muschio morbido come un tappeto. Facevano l’amore, ora, come due innamorati, con tenerezza e passione. presto però, Heitor abbandonò la tenerezza e cominciò a montarla con incredibile trasporto; non aveva mai desiderato una donna in quel modo. La prese con tutta la forza e la violenza di cui era capace. Infine, venne ancora, ma con una intensità a lui sconosciuta:
Un globo di luce esplose nella sua testa, vide la bocca di lei sorridere, i suoi denti. Nel mentre, ogni atomo del suo corpo sembrava sciogliersi, il tempo si dilatava, la sua mente scoppiava.

***
Heitor si risvegliò nudo e infreddolito, nonostante il caldo della selva. Si accorse di essere molto in alto, sospeso tra gli alberi più imponenti. Aveva i sensi accesi: la luce era forte e le grida degli uccelli e delle fiere sembravano riempire la sua testa. Credette di essere sul punto di avere un altro orgasmo, ma percepì, sempre più chiaramente, che quella sensazione fortissima non era di piacere, ma di implacabile dolore. Si vide legato a quattro funi, per i polsi e le caviglie, immobile, a decine di metri da terra. Si guardò le membra e scorse come delle grosse spine d’istrice piantate sulle braccia, sulle gambe, sul membro, sul torace. Il sangue scorreva dalle tante ferite, lento, senza fermarsi. Urlò terrorizzato e non sentì che un innaturale silenzio attorno.
Poi, sotto di lui, scorse lei, lontana, in basso. La luce illuminava unicamente la sua piccola figura, tutto il resto era coperto dall’ombra della vegetazione. Era in piedi e lo guardava, di nuovo severa.

Non capì come, ma un attimo dopo, aveva il viso di lei vicinissimo al suo, mentre le loro labbra quasi si sfioravano. Lei ridiventò dolce, sorrise, e poi gli sussurrò come un verso di poesia: “muori, che tu mi appartieni.”

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