Come ci si sente. Racconto bisex in doppia versione.
di
Qulottone
genere
bisex
Come ci si sente (PRIMA VERSIONE)
Aveva parcheggiato la berlina vicino ai container. Indossava una polo di maglia leggera, un po’ troppo attillata, e pantaloni di tela chiara che segnavano i fianchi. Si sentiva addosso quell’aria un po’ così, da checca, una parola che nella sua vita vera non avrebbe mai pronunciato, ma che lì, sotto la luce gialla dell’autogrill, gli sembrava l'unica descrizione possibile.
Si guardò le mani sul volante. Erano curate. Pensò a quegli altri, quelli di qualche anno prima. Gli irregolari che bivaccavano vicino ai binari morti della ferrovia. Ricordò l'odore di aglio e sudore di uno di loro, un uomo con le braccia muscolose e le cicatrici sui polsi. Quello gli aveva detto: «Ho bisogno svuotare palle, capisci? Mi scoppia cazzo». E lui aveva annuito, facendosi trascinare dietro un magazzino, convincendosi che era un gesto di pietà. Ma quando quell'uomo lo aveva sbattuto contro le lamiere, trattandolo come un buco nel muro, la pietà era diventata un’altra cosa. Era diventata la gioia di essere usato.
Uscì dall'auto. L'aria sapeva di gasolio.
Un camionista era appoggiato alla fiancata di un bilico. Aveva la pancia che sporgeva dalla maglietta e i peli che uscivano dal colletto. Lo guardò arrivare, guardò quel modo di camminare un po' troppo molle, e sputò tra i piedi. «Vieni qui», disse l'uomo. La voce era un raschio di ghiaia.
Lo spinse nell’intercapedine tra i due rimorchi. Lo girò di schiena con uno strattone che gli fece schioccare le vertebre. Le mani del camionista erano ruvide, callose, e non avevano nessuna intenzione di essere gentili. Gli calò i pantaloni con un gesto secco, senza cura per la stoffa costosa.
Mentre l'uomo lo prendeva da dietro, con spinte rabbiose che lo facevano barcollare contro il metallo freddo del camion, lui sentì la polvere del parcheggio entrargli nei polmoni. Il camionista gli imprecava contro, parole sporche, violente, lo chiamava nei modi più volgari. Ogni insulto era come una frustata che gli apriva i sensi.
Sentiva la vergogna salirgli dalla gola, una sensazione acida, soffocante. Si vedeva da fuori: un uomo di successo ridotto a uno straccio, sottomesso a un estraneo che non sapeva nemmeno il suo nome. Quella degradazione era così totale da risultare insopportabile. Ed era proprio per questo che il suo corpo rispondeva con una violenza che non conosceva altrove.
L'uomo finì, si ripulì con un pezzo di carta che poi gettò a terra e se ne andò senza voltarsi, tirandosi su la cerniera.
Lui rimase un momento appoggiato al metallo. Si tirò su i pantaloni, sentendo la pelle bruciare. Si ricompose i vestiti da "checca", ora sgualciti e sporchi di grasso. Tornò alla berlina, mise in moto e si immise nel flusso dei fari sulla statale. Il motore girava perfetto. Lui teneva la schiena dritta contro il sedile di pelle, fissando la strada davanti a sé, con quella vergogna eccitante che gli batteva ancora nelle vene come un secondo cuore.
La pioggia batteva ritmica sul parabrezza della berlina, ma l’uomo al volante non vedeva la strada. Vedeva il buio della camerata, trent’anni prima. Vedeva la branda in fondo alla fila, quella più vicina al muro scrostato, dove il rumore del respiro degli altri soldati diventava un coro indistinto e minaccioso.
Guidava verso l'autogrill, ma i suoi sensi erano tornati a quel ferro freddo della testata del letto contro la nuca.
Erano sempre loro. Due o tre, con quel dialetto stretto che suonava come una condanna. Arrivavano nel cuore della notte, quando il silenzio era così denso che potevi sentire il battito del tuo cuore. Non chiedevano. Si sedevano sul bordo del suo materasso, facendo cigolare le molle, e il peso dei loro corpi era una morsa che gli bloccava le gambe.
«Guarda che bella checca che abbiamo qui», sussurrava il più grande, mentre il riflesso della luna colpiva la lama sottile di un coltello a scatto. Il rumore del metallo che si apriva — clack — era il segnale che il tempo della dignità era finito. «O fai il bravo e ci fai divertire, o qui stanotte finisce male. Ti tagliamo la faccia e poi raccontiamo a tutti che cercavi di toccarci».
Il terrore lo paralizzava. Immaginava la lettera del comando arrivare a casa, il volto di suo padre che leggeva la parola omosessualità o condotta indecorosa. Quel pensiero era peggio della morte.
Lo trascinavano in fondo, tra l’ultima branda e l’armadietto metallico. Lo costringevano a stare prono, con il viso premuto contro il lenzuolo ruvido che puzzava di detersivo economico e polvere. Uno di loro lo teneva per i capelli, tirando indietro la testa finché il collo non doleva, mentre l’altro gli premeva la lama piatta del coltello contro la schiena nuda.
«Lavora», ordinavano a bassa voce.
E lui lavorava. In quel buio, mentre le loro mani rudi lo manovravano come un oggetto, sentiva la vergogna bruciare come acido nelle vene. Ma era una vergogna che lo faceva impazzire. Essere usato in quel modo, sotto la minaccia di una violenza di gruppo che avrebbe potuto esplodere da un momento all'altro, faceva scattare qualcosa di primordiale. Il contrasto tra l’educazione rigida ricevuta da suo padre e quella sottomissione brutale, quasi animale, creava un corto circuito erotico che lo lasciava senza fiato.
Ogni spinta, ogni insulto sussurrato all'orecchio («Sei proprio una cagna», gli dicevano), ogni volta che sentiva il peso di quegli uomini "poco di buono" sopra di sé, era un mattone che crollava dal muro della sua vita civile. In quegli istanti, lui non era il figlio del colonnello o del professionista severo; era solo un corpo che serviva il piacere altrui per paura e per una segreta, inconfessabile fame di essere dominato.
L'uomo al volante strinse le mani sul sedile di pelle della sua auto moderna. Sentiva ancora il calore di quel ragazzo napoletano che lo usava senza pietà, il sapore amaro della paura e la scarica elettrica di chi sa di essere sul punto di perdere tutto: l'onore, la famiglia, la carriera.
Ora, trent'anni dopo, cercava quella stessa lama invisibile. Cercava il camionista che lo avrebbe guardato con lo stesso disprezzo, l'immigrato che lo avrebbe preso senza chiedere il nome. Si era vestito con quella polo troppo attillata, un po' effeminata, proprio per attirare quella stessa violenza.
Voleva tornare in fondo a quella camerata. Voleva sentire di nuovo che la sua vita era nelle mani di qualcuno che non lo rispettava, perché solo sotto il peso di quel disonore riusciva a sentire di aver veramente tradito suo padre, e in quel tradimento, finalmente, di esistere.
Svoltò verso l'area di servizio. Le luci al neon erano bianche, fredde come la lama di un coltello. Parcheggiò, si sistemò i capelli allo specchietto e uscì nell'umidità della notte, camminando con quel passo che invitava al prelievo, pronto a essere, ancora una volta, "utile" alla brutalità di qualcun altro.
L’uomo scese dall’auto e l’aria umida della notte lo accolse come un sudario. Poco lontano, nel settore dedicato ai mezzi pesanti, stazionava un pullman scalcinato, con la carrozzeria ammaccata e i vetri appannati dal respiro di chi viaggiava verso un futuro incerto. Un gruppo di uomini extracomunitari era radunato lì vicino; i loro sguardi erano affilati, carichi di una stanchezza che diventava subito ferocia appena incrociavano la sua figura sottile, vestita con quella polo attillata che gridava la sua disponibilità.
Due di loro si staccarono dal gruppo. Non parlarono. Con un cenno secco del capo gli indicarono i bagni sul retro della stazione di servizio. Lui li seguì, sentendo il cuore battere contro le costole come se volesse sfondarle. Entrarono nel riverbero gelido dei neon, tra l’odore di candeggina e quello di urina vecchia.
Il primo lo spinse contro il muro piastrellato senza tante cerimonie. Non ci fu corteggiamento, solo la sorda necessità di chi ha fame. Lo girarono di schiena, i pantaloni chiari calati alle caviglie in un istante. Fu allora che l’uomo sentì di nuovo quel brivido antico della caserma: il corpo che diventava un oggetto, uno strumento. Lo scoparono a turno, rapidamente, con spinte rabbiose e volgari che lo facevano barcollare contro la ceramica fredda. Poi, il primo dei due volle prendersi un altro turno, come se non ne avesse avuto abbastanza della sua docilità.
L'uomo restò immobile, le braccia puntate contro la parete, accogliendo ogni colpo con una gratitudine oscura. Sentiva la vergogna risalirgli la schiena, ma era una vergogna che lo faceva tremare di piacere.
Quando finirono, gli uomini si ricomposero in fretta. Uscirono dai bagni ridendo tra loro, parlando una lingua che lui non capiva ma che suonava vittoriosa. Andarono verso il bancone dell'autogrill, ordinarono della pizza e si sedettero a mangiare, felici, ritemprati da quella breve parentesi di dominio. Prima di addentare il cibo, uno di loro si voltò, gli sorrise e gli fece un cenno di ringraziamento quasi amichevole, come si ringrazia un attrezzo che ha funzionato bene.
L’uomo rimase solo nel bagno per un istante, appoggiato al lavandino. Sentiva il calore denso dello sperma che gli colava tra le natiche, un fluido estraneo che iniziava a macchiare i suoi pantaloni chiari. Si guardò allo specchio e vide il volto del figlio di suo padre, l’uomo per bene, l’eterosessuale convinto, ora marchiato da quel segno di sottomissione.
Mentre si tirava su i pantaloni, cercando inutilmente di nascondere la macchia umida che si allargava sulla stoffa, sentì le risate degli uomini che arrivavano dalla sala. Rise anche lui, un piccolo singulto di gioia pura e malata. Si sentiva utile. Si sentiva svuotato. Si sentiva, finalmente, la "checca" che aveva sognato di essere sotto la minaccia di quei coltelli trent'anni prima.
Uscì dal bagno camminando con le gambe leggermente divaricate, sentendo il peso di quel liquido che gli inzuppava i vestiti. Era il suo trofeo, il suo congedo con disonore finalmente ottenuto. Salì in macchina, e mentre metteva in moto, il pensiero di suo padre fu solo un'eco lontana, sopraffatta dall'odore di pizza e dal calore di quegli uomini sconosciuti che ora, felici e soddisfatti, stavano ripartendo verso la notte.
—----------------------------------------
IL SENSO DI COLPA (SECONDA VERSIONE)
La pioggia martellava il parabrezza della berlina con la stessa insistenza dei ricordi che gli premevano nelle tempie. L’uomo al volante non vedeva l’asfalto, ma il grigio cemento di una camerata di trent’anni prima. Vedeva la branda vicino al muro scrostato e sentiva l'odore acido di fumo e rancio. Soprattutto, sentiva l’ombra del padre: un patriarca dal pugno di ferro e dagli occhi di ghiaccio, per il quale l'onore era l'unica moneta valida e la deviazione morale una colpa da purgare col sangue.
In quella caserma, il terrore non era solo per la forza fisica, ma per il clack del coltello a scatto che accompagnava il ricatto. «O ci fai divertire, o lo diciamo al tuo superiore», gli sussurravano. Immaginava la nota di demerito arrivare sul tavolo del padre, vedeva già la delusione di quell'uomo-padrone trasformarsi in una condanna definitiva. Quel timore lo aveva reso malleabile, trasformando la paura di essere scoperto in una sottomissione viscerale che, nel buio, si era mutata in un piacere proibito e accecante: il piacere di essere annientato proprio da ciò che avrebbe dovuto temere.
Parcheggiò la berlina vicino ai container, lontano dalle luci dirette. Si sentiva addosso quell’aria da "checca", con quella polo di maglia che gli segnava il petto e i pantaloni di tela chiara che evidenziavano i fianchi in modo provocatorio. Era l'esatto opposto dell'uomo virile e severo che suo padre aveva cercato di plasmare a suon di schiaffi e silenzi punitivi. Un camionista, massiccio, con la pancia che strabordava dalla maglietta e i peli che gli risalivano il collo come un’erba cattiva, lo puntò subito. Senza una parola, lo trascinò nell’intercapedine tra due rimorchi. Lo girò di schiena con un colpo secco, premendogli il viso contro la lamiera fredda e sporca di grasso.
Le mani del camionista, ruvide e piene di calli, gli abbassarono i pantaloni con una violenza che ignorava la delicatezza della stoffa. L’uomo sentì l’impatto brutale del pube dell’altro contro le proprie natiche. La penetrazione fu immediata, un urto a secco che gli strappò un gemito di dolore e sollievo. Le spinte erano colpi di maglio, ritmiche e rabbiose, che lo facevano sussultare contro il metallo vibrante del motore ancora acceso. Sentiva l’attrito della pelle cornea del camionista contro la sua carne tenera, il calore del respiro pesante e puzzolente di tabacco sul suo collo. Ogni spinta profonda andava a percuotere la prostata, scatenando scariche elettriche che gli annebbiavano la vista. Era un’invasione che annientava la sua volontà, riducendolo a un puro recettore di forza bruta, una vergogna liquida che gli colava lungo le cosce mentre il camionista eiaculava con un grugnito animale, lasciandolo barcollante e sporco contro il rimorchio.
Non ebbe il tempo di ricomporsi. Il richiamo di quel disonore era troppo forte, una fame che il padre-padrone aveva involontariamente alimentato per decenni. Si diresse verso il retro dell’autogrill, dove un gruppo di uomini extracomunitari lo seguì nei bagni sotto i neon freddi che ronzavano come insetti. Lì, l’uomo si offrì di nuovo al prelievo, cercando la conferma della propria degradazione.
Venne spinto contro le piastrelle umide del lavandino. Il primo uomo lo prese con una foga meccanica, afferrandolo per i fianchi e sollevandolo leggermente per forzare l'angolo di ingresso. Il protagonista sentiva la tensione estrema dei tessuti, il muscolo che cedeva alla spinta costante e violenta. Era un atto puramente fisiologico, privo di sguardi: sentiva solo il calore dei loro corpi alternarsi contro il suo dorso, il contatto della pelle sudata e l'odore pungente di chi vive in viaggio. Quando il primo finì, il secondo prese il suo posto con una rapidità predatoria, le mani che gli stringevano il collo per tenerlo fermo. Il primo dei due, non ancora soddisfatto, tornò per un secondo turno, spingendo con una cadenza sempre più rapida e profonda, ignorando i suoi sussulti. L'uomo sentiva il liquido seminale caldo, abbondante e denso, accumularsi nel suo corpo e iniziare a fuoriuscire, un fluido estraneo che sanciva la sua definitiva caduta.
Quando gli uomini uscirono per andare a mangiare la pizza, ridendo della sua docilità come se fosse un attrezzo di poco conto, lui rimase solo davanti allo specchio. Si vedeva per quello che era: l’uomo di successo, il figlio che aveva sempre temuto lo sguardo del padre, ridotto a uno straccio usato in un bagno pubblico.
Si tirò su i pantaloni di tela chiara, ora irrimediabilmente macchiati da quella miscela viscosa che gli inzuppava la biancheria e la stoffa, rendendola trasparente in alcuni punti. Sentiva il calore denso dello sperma tra le natiche, una presenza fisica che lo marchiava nel profondo, un segreto viscerale che suo padre non avrebbe mai potuto estirpare. Uscì camminando con le gambe leggermente divaricate per non disturbare quella sensazione di pienezza e di sporco, assaporando ogni passo che faceva sfregare la pelle contro il liquido degli sconosciuti.
Salì sulla sua berlina perfetta e mise in moto. Mentre il motore girava silenzioso, lui fissava la strada con una gioia malata e febbrile. Sentiva ancora addosso il peso di quegli uomini e la minaccia invisibile del coltello di trent'anni prima. In quel disonore totale, in quella macchia che gli segnava i vestiti e l'anima, si sentiva finalmente libero. Ogni goccia di quel liquido che sentiva addosso era uno schiaffo in faccia alla memoria di suo padre. Era la sua rivincita: esistere pienamente solo attraverso la propria, splendida rovina.
Il racconto è scritto in due versioni. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, quale ti piace di più e perchè. Mi occorre il tuo suggerimento:
qulottone@gmail.com
Aveva parcheggiato la berlina vicino ai container. Indossava una polo di maglia leggera, un po’ troppo attillata, e pantaloni di tela chiara che segnavano i fianchi. Si sentiva addosso quell’aria un po’ così, da checca, una parola che nella sua vita vera non avrebbe mai pronunciato, ma che lì, sotto la luce gialla dell’autogrill, gli sembrava l'unica descrizione possibile.
Si guardò le mani sul volante. Erano curate. Pensò a quegli altri, quelli di qualche anno prima. Gli irregolari che bivaccavano vicino ai binari morti della ferrovia. Ricordò l'odore di aglio e sudore di uno di loro, un uomo con le braccia muscolose e le cicatrici sui polsi. Quello gli aveva detto: «Ho bisogno svuotare palle, capisci? Mi scoppia cazzo». E lui aveva annuito, facendosi trascinare dietro un magazzino, convincendosi che era un gesto di pietà. Ma quando quell'uomo lo aveva sbattuto contro le lamiere, trattandolo come un buco nel muro, la pietà era diventata un’altra cosa. Era diventata la gioia di essere usato.
Uscì dall'auto. L'aria sapeva di gasolio.
Un camionista era appoggiato alla fiancata di un bilico. Aveva la pancia che sporgeva dalla maglietta e i peli che uscivano dal colletto. Lo guardò arrivare, guardò quel modo di camminare un po' troppo molle, e sputò tra i piedi. «Vieni qui», disse l'uomo. La voce era un raschio di ghiaia.
Lo spinse nell’intercapedine tra i due rimorchi. Lo girò di schiena con uno strattone che gli fece schioccare le vertebre. Le mani del camionista erano ruvide, callose, e non avevano nessuna intenzione di essere gentili. Gli calò i pantaloni con un gesto secco, senza cura per la stoffa costosa.
Mentre l'uomo lo prendeva da dietro, con spinte rabbiose che lo facevano barcollare contro il metallo freddo del camion, lui sentì la polvere del parcheggio entrargli nei polmoni. Il camionista gli imprecava contro, parole sporche, violente, lo chiamava nei modi più volgari. Ogni insulto era come una frustata che gli apriva i sensi.
Sentiva la vergogna salirgli dalla gola, una sensazione acida, soffocante. Si vedeva da fuori: un uomo di successo ridotto a uno straccio, sottomesso a un estraneo che non sapeva nemmeno il suo nome. Quella degradazione era così totale da risultare insopportabile. Ed era proprio per questo che il suo corpo rispondeva con una violenza che non conosceva altrove.
L'uomo finì, si ripulì con un pezzo di carta che poi gettò a terra e se ne andò senza voltarsi, tirandosi su la cerniera.
Lui rimase un momento appoggiato al metallo. Si tirò su i pantaloni, sentendo la pelle bruciare. Si ricompose i vestiti da "checca", ora sgualciti e sporchi di grasso. Tornò alla berlina, mise in moto e si immise nel flusso dei fari sulla statale. Il motore girava perfetto. Lui teneva la schiena dritta contro il sedile di pelle, fissando la strada davanti a sé, con quella vergogna eccitante che gli batteva ancora nelle vene come un secondo cuore.
La pioggia batteva ritmica sul parabrezza della berlina, ma l’uomo al volante non vedeva la strada. Vedeva il buio della camerata, trent’anni prima. Vedeva la branda in fondo alla fila, quella più vicina al muro scrostato, dove il rumore del respiro degli altri soldati diventava un coro indistinto e minaccioso.
Guidava verso l'autogrill, ma i suoi sensi erano tornati a quel ferro freddo della testata del letto contro la nuca.
Erano sempre loro. Due o tre, con quel dialetto stretto che suonava come una condanna. Arrivavano nel cuore della notte, quando il silenzio era così denso che potevi sentire il battito del tuo cuore. Non chiedevano. Si sedevano sul bordo del suo materasso, facendo cigolare le molle, e il peso dei loro corpi era una morsa che gli bloccava le gambe.
«Guarda che bella checca che abbiamo qui», sussurrava il più grande, mentre il riflesso della luna colpiva la lama sottile di un coltello a scatto. Il rumore del metallo che si apriva — clack — era il segnale che il tempo della dignità era finito. «O fai il bravo e ci fai divertire, o qui stanotte finisce male. Ti tagliamo la faccia e poi raccontiamo a tutti che cercavi di toccarci».
Il terrore lo paralizzava. Immaginava la lettera del comando arrivare a casa, il volto di suo padre che leggeva la parola omosessualità o condotta indecorosa. Quel pensiero era peggio della morte.
Lo trascinavano in fondo, tra l’ultima branda e l’armadietto metallico. Lo costringevano a stare prono, con il viso premuto contro il lenzuolo ruvido che puzzava di detersivo economico e polvere. Uno di loro lo teneva per i capelli, tirando indietro la testa finché il collo non doleva, mentre l’altro gli premeva la lama piatta del coltello contro la schiena nuda.
«Lavora», ordinavano a bassa voce.
E lui lavorava. In quel buio, mentre le loro mani rudi lo manovravano come un oggetto, sentiva la vergogna bruciare come acido nelle vene. Ma era una vergogna che lo faceva impazzire. Essere usato in quel modo, sotto la minaccia di una violenza di gruppo che avrebbe potuto esplodere da un momento all'altro, faceva scattare qualcosa di primordiale. Il contrasto tra l’educazione rigida ricevuta da suo padre e quella sottomissione brutale, quasi animale, creava un corto circuito erotico che lo lasciava senza fiato.
Ogni spinta, ogni insulto sussurrato all'orecchio («Sei proprio una cagna», gli dicevano), ogni volta che sentiva il peso di quegli uomini "poco di buono" sopra di sé, era un mattone che crollava dal muro della sua vita civile. In quegli istanti, lui non era il figlio del colonnello o del professionista severo; era solo un corpo che serviva il piacere altrui per paura e per una segreta, inconfessabile fame di essere dominato.
L'uomo al volante strinse le mani sul sedile di pelle della sua auto moderna. Sentiva ancora il calore di quel ragazzo napoletano che lo usava senza pietà, il sapore amaro della paura e la scarica elettrica di chi sa di essere sul punto di perdere tutto: l'onore, la famiglia, la carriera.
Ora, trent'anni dopo, cercava quella stessa lama invisibile. Cercava il camionista che lo avrebbe guardato con lo stesso disprezzo, l'immigrato che lo avrebbe preso senza chiedere il nome. Si era vestito con quella polo troppo attillata, un po' effeminata, proprio per attirare quella stessa violenza.
Voleva tornare in fondo a quella camerata. Voleva sentire di nuovo che la sua vita era nelle mani di qualcuno che non lo rispettava, perché solo sotto il peso di quel disonore riusciva a sentire di aver veramente tradito suo padre, e in quel tradimento, finalmente, di esistere.
Svoltò verso l'area di servizio. Le luci al neon erano bianche, fredde come la lama di un coltello. Parcheggiò, si sistemò i capelli allo specchietto e uscì nell'umidità della notte, camminando con quel passo che invitava al prelievo, pronto a essere, ancora una volta, "utile" alla brutalità di qualcun altro.
L’uomo scese dall’auto e l’aria umida della notte lo accolse come un sudario. Poco lontano, nel settore dedicato ai mezzi pesanti, stazionava un pullman scalcinato, con la carrozzeria ammaccata e i vetri appannati dal respiro di chi viaggiava verso un futuro incerto. Un gruppo di uomini extracomunitari era radunato lì vicino; i loro sguardi erano affilati, carichi di una stanchezza che diventava subito ferocia appena incrociavano la sua figura sottile, vestita con quella polo attillata che gridava la sua disponibilità.
Due di loro si staccarono dal gruppo. Non parlarono. Con un cenno secco del capo gli indicarono i bagni sul retro della stazione di servizio. Lui li seguì, sentendo il cuore battere contro le costole come se volesse sfondarle. Entrarono nel riverbero gelido dei neon, tra l’odore di candeggina e quello di urina vecchia.
Il primo lo spinse contro il muro piastrellato senza tante cerimonie. Non ci fu corteggiamento, solo la sorda necessità di chi ha fame. Lo girarono di schiena, i pantaloni chiari calati alle caviglie in un istante. Fu allora che l’uomo sentì di nuovo quel brivido antico della caserma: il corpo che diventava un oggetto, uno strumento. Lo scoparono a turno, rapidamente, con spinte rabbiose e volgari che lo facevano barcollare contro la ceramica fredda. Poi, il primo dei due volle prendersi un altro turno, come se non ne avesse avuto abbastanza della sua docilità.
L'uomo restò immobile, le braccia puntate contro la parete, accogliendo ogni colpo con una gratitudine oscura. Sentiva la vergogna risalirgli la schiena, ma era una vergogna che lo faceva tremare di piacere.
Quando finirono, gli uomini si ricomposero in fretta. Uscirono dai bagni ridendo tra loro, parlando una lingua che lui non capiva ma che suonava vittoriosa. Andarono verso il bancone dell'autogrill, ordinarono della pizza e si sedettero a mangiare, felici, ritemprati da quella breve parentesi di dominio. Prima di addentare il cibo, uno di loro si voltò, gli sorrise e gli fece un cenno di ringraziamento quasi amichevole, come si ringrazia un attrezzo che ha funzionato bene.
L’uomo rimase solo nel bagno per un istante, appoggiato al lavandino. Sentiva il calore denso dello sperma che gli colava tra le natiche, un fluido estraneo che iniziava a macchiare i suoi pantaloni chiari. Si guardò allo specchio e vide il volto del figlio di suo padre, l’uomo per bene, l’eterosessuale convinto, ora marchiato da quel segno di sottomissione.
Mentre si tirava su i pantaloni, cercando inutilmente di nascondere la macchia umida che si allargava sulla stoffa, sentì le risate degli uomini che arrivavano dalla sala. Rise anche lui, un piccolo singulto di gioia pura e malata. Si sentiva utile. Si sentiva svuotato. Si sentiva, finalmente, la "checca" che aveva sognato di essere sotto la minaccia di quei coltelli trent'anni prima.
Uscì dal bagno camminando con le gambe leggermente divaricate, sentendo il peso di quel liquido che gli inzuppava i vestiti. Era il suo trofeo, il suo congedo con disonore finalmente ottenuto. Salì in macchina, e mentre metteva in moto, il pensiero di suo padre fu solo un'eco lontana, sopraffatta dall'odore di pizza e dal calore di quegli uomini sconosciuti che ora, felici e soddisfatti, stavano ripartendo verso la notte.
—----------------------------------------
IL SENSO DI COLPA (SECONDA VERSIONE)
La pioggia martellava il parabrezza della berlina con la stessa insistenza dei ricordi che gli premevano nelle tempie. L’uomo al volante non vedeva l’asfalto, ma il grigio cemento di una camerata di trent’anni prima. Vedeva la branda vicino al muro scrostato e sentiva l'odore acido di fumo e rancio. Soprattutto, sentiva l’ombra del padre: un patriarca dal pugno di ferro e dagli occhi di ghiaccio, per il quale l'onore era l'unica moneta valida e la deviazione morale una colpa da purgare col sangue.
In quella caserma, il terrore non era solo per la forza fisica, ma per il clack del coltello a scatto che accompagnava il ricatto. «O ci fai divertire, o lo diciamo al tuo superiore», gli sussurravano. Immaginava la nota di demerito arrivare sul tavolo del padre, vedeva già la delusione di quell'uomo-padrone trasformarsi in una condanna definitiva. Quel timore lo aveva reso malleabile, trasformando la paura di essere scoperto in una sottomissione viscerale che, nel buio, si era mutata in un piacere proibito e accecante: il piacere di essere annientato proprio da ciò che avrebbe dovuto temere.
Parcheggiò la berlina vicino ai container, lontano dalle luci dirette. Si sentiva addosso quell’aria da "checca", con quella polo di maglia che gli segnava il petto e i pantaloni di tela chiara che evidenziavano i fianchi in modo provocatorio. Era l'esatto opposto dell'uomo virile e severo che suo padre aveva cercato di plasmare a suon di schiaffi e silenzi punitivi. Un camionista, massiccio, con la pancia che strabordava dalla maglietta e i peli che gli risalivano il collo come un’erba cattiva, lo puntò subito. Senza una parola, lo trascinò nell’intercapedine tra due rimorchi. Lo girò di schiena con un colpo secco, premendogli il viso contro la lamiera fredda e sporca di grasso.
Le mani del camionista, ruvide e piene di calli, gli abbassarono i pantaloni con una violenza che ignorava la delicatezza della stoffa. L’uomo sentì l’impatto brutale del pube dell’altro contro le proprie natiche. La penetrazione fu immediata, un urto a secco che gli strappò un gemito di dolore e sollievo. Le spinte erano colpi di maglio, ritmiche e rabbiose, che lo facevano sussultare contro il metallo vibrante del motore ancora acceso. Sentiva l’attrito della pelle cornea del camionista contro la sua carne tenera, il calore del respiro pesante e puzzolente di tabacco sul suo collo. Ogni spinta profonda andava a percuotere la prostata, scatenando scariche elettriche che gli annebbiavano la vista. Era un’invasione che annientava la sua volontà, riducendolo a un puro recettore di forza bruta, una vergogna liquida che gli colava lungo le cosce mentre il camionista eiaculava con un grugnito animale, lasciandolo barcollante e sporco contro il rimorchio.
Non ebbe il tempo di ricomporsi. Il richiamo di quel disonore era troppo forte, una fame che il padre-padrone aveva involontariamente alimentato per decenni. Si diresse verso il retro dell’autogrill, dove un gruppo di uomini extracomunitari lo seguì nei bagni sotto i neon freddi che ronzavano come insetti. Lì, l’uomo si offrì di nuovo al prelievo, cercando la conferma della propria degradazione.
Venne spinto contro le piastrelle umide del lavandino. Il primo uomo lo prese con una foga meccanica, afferrandolo per i fianchi e sollevandolo leggermente per forzare l'angolo di ingresso. Il protagonista sentiva la tensione estrema dei tessuti, il muscolo che cedeva alla spinta costante e violenta. Era un atto puramente fisiologico, privo di sguardi: sentiva solo il calore dei loro corpi alternarsi contro il suo dorso, il contatto della pelle sudata e l'odore pungente di chi vive in viaggio. Quando il primo finì, il secondo prese il suo posto con una rapidità predatoria, le mani che gli stringevano il collo per tenerlo fermo. Il primo dei due, non ancora soddisfatto, tornò per un secondo turno, spingendo con una cadenza sempre più rapida e profonda, ignorando i suoi sussulti. L'uomo sentiva il liquido seminale caldo, abbondante e denso, accumularsi nel suo corpo e iniziare a fuoriuscire, un fluido estraneo che sanciva la sua definitiva caduta.
Quando gli uomini uscirono per andare a mangiare la pizza, ridendo della sua docilità come se fosse un attrezzo di poco conto, lui rimase solo davanti allo specchio. Si vedeva per quello che era: l’uomo di successo, il figlio che aveva sempre temuto lo sguardo del padre, ridotto a uno straccio usato in un bagno pubblico.
Si tirò su i pantaloni di tela chiara, ora irrimediabilmente macchiati da quella miscela viscosa che gli inzuppava la biancheria e la stoffa, rendendola trasparente in alcuni punti. Sentiva il calore denso dello sperma tra le natiche, una presenza fisica che lo marchiava nel profondo, un segreto viscerale che suo padre non avrebbe mai potuto estirpare. Uscì camminando con le gambe leggermente divaricate per non disturbare quella sensazione di pienezza e di sporco, assaporando ogni passo che faceva sfregare la pelle contro il liquido degli sconosciuti.
Salì sulla sua berlina perfetta e mise in moto. Mentre il motore girava silenzioso, lui fissava la strada con una gioia malata e febbrile. Sentiva ancora addosso il peso di quegli uomini e la minaccia invisibile del coltello di trent'anni prima. In quel disonore totale, in quella macchia che gli segnava i vestiti e l'anima, si sentiva finalmente libero. Ogni goccia di quel liquido che sentiva addosso era uno schiaffo in faccia alla memoria di suo padre. Era la sua rivincita: esistere pienamente solo attraverso la propria, splendida rovina.
Il racconto è scritto in due versioni. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, quale ti piace di più e perchè. Mi occorre il tuo suggerimento:
qulottone@gmail.com
1
voti
voti
valutazione
1
1
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Castrato dalla moglie e dal suo amante rumeno. Marco scopre il masochismo.racconto sucessivo
Il Confine della Carne (storia di corna e di un marito distratto)
Commenti dei lettori al racconto erotico