Il capolavoro del padrone
di
Qulottone
genere
dominazione
Il Capolavoro del Padrone
Il fumo del sigaro ristagna nell'aria pesante della stanza, una nebbia grigiastra e marcia che avvolge lo squallore circostante. Alvaro è sprofondato in una poltrona di merda, le gambe spalancate, la vestaglia di seta lurida aperta che rivela il cazzo, pronto, gonfio e prepotente.
Sto comodo su 'sta poltrona de merda, cor fumo che me riempie i pormoni come dio comanda. ‘Sto biondino, tutto ripulito, sta in ginocchio in mezzo alla merda mia. Me fa quasi schifo: pare 'na bambolina de porcellana buttata dentro a 'n cassonetto, ma è proprio 'sta cosa che me fa salì er sangue, me fa venì la rabbia: vede' quanto è disposto a striscià e a farsi sputà in faccia per uno come me. Un ex galeotto che c'ha ancora er sangue degli altri sulle mani! Se pensa che ho dimenticato come se smonta un uomo, si sbaglia di grosso.
Il fumo mi brucia gli occhi, ma non oso muovermi. Sono in ginocchio sul pavimento freddo, polveroso e lordo, proprio tra le sue cosce massicce, con in faccia il suo grosso cazzo duro. Guardo Alvaro dal basso: la sua figura enorme e brutale occupa tutto il mio orizzonte. Mi sento minuscolo, pulito, patetico nella mia biancheria di seta di fronte alla sua trasandatezza dominante. La vergogna mi stringe la gola come una morsa calda, un senso di umiliazione così profondo che mi fa tremare le ginocchia; eppure, sotto quel peso, un piacere perverso e viscido si fa strada nel mio petto. È esattamente così che voglio sentirmi: annientato. Quest'uomo ha passato la vita a distruggere, porta addosso l'odore del carcere e della violenza vera, quella che spacca le ossa. Ha diritto a tutto questo. Merita che io sia solo il suo oggetto, il suo straccio, il suo nulla.
Alvaro abbassa lo sguardo. Non c'è dolcezza, solo il disprezzo feroce e il possesso di chi guarda una bestia da macello di sua proprietà. Espira una nuvola densa e tossica proprio in mezzo ai miei occhi, godendosi quel contrasto di pelle chiara e seta sottile. Poi, la sua mano pesante si abbatte come una mannaia sulla mia nuca, le dita nodose, calcolatrici e rozze che si intrecciano feroci tra i capelli biondi. Non è una carezza, è un sequestro.
«E allora? Che cazzo aspetti, brutto frocio?» ringhia Alvaro con quella voce roca che gratta come carta vetrata, strofinando il pollice sulla mia guancia in modo così ruvido da graffiarmi la pelle. «Apri 'sta bocca e famme vede' quanto vali come troia. Fammi senti' che me rispetti sur serio, sennò te raddrizzo io a calci.»
Non rispondo a parole; il silenzio è la mia prima, vergognosa offerta. Con una spinta violenta e improvvisa, la mano di Alvaro mi inchioda la testa verso il basso. Apro la bocca con un'estasi che confina col terrore, coprendo i denti con le labbra per offrirgli solo morbidezza. Quando la carne calda ed enorme entra, il sapore amaro della pelle e della sporcizia invade la mia bocca: il gusto di un criminale che prende ciò che vuole senza chiedere il permesso.
Lo fa subito, senza fiata', la cagna. Che bella bocca carda, me fa arrapà come 'na bestia. Ma mica me basta 'sta lusinga da signorina. No, io vojo vede' se c'ha er fegato de rivà fino in fondo alla gola, vojo sentì se sputa er sangue prima de dillo.
Spingi, Alvaro, ti prego, supplico nella mia mente mentre chiudo gli occhi, soffocando nella mia stessa umiliazione, concentrandomi solo sulla sensazione di lui che mi violenta la bocca. Prenditi tutto lo spazio. Sfondami. Non lasciarmi niente di mio.
Lui non rallenta. Con un movimento ritmico, brutale e spietato della mano sulla nuca, comincia a spingersi oltre ogni limite. Inclino la testa all'indietro, raddrizzando il collo per allineare la gola come un canale sacrificale. La pressione aumenta mentre l'uomo scivola oltre la base della lingua, invadendo la zona della faringe. Il riflesso di rigetto prova a scattare, mi manca l'aria, ma stringo il pugno sinistro, artigliando le cosce massicce e villose di Alvaro, e mi impongo di rilassare ogni muscolo. Invece di chiudermi, mi spalanco al mio padrone.
«Sì, così... pijalo tutto, nun lascia' fòri manco 'n centimetro, pezzo de merda,» mormora Alvaro dall'alto, sentendo il proprio corpo tendersi sulla poltrona. «Vojo sentirti soffoca' cor cazzo mio, vojo sentì i conati della gola tua. 'Sti muscoli so' robba mia e ci faccio quello che me pare.»
Con un colpo d'anca deciso e violento, Alvaro si spinge fino al limite estremo. La sensazione è totale e terrificante: il suo pube preme contro il mio naso, il respiro passa solo dalle narici in un ritmo corto, forzato e annaspante, mentre la sua lunghezza mi occupa ogni millimetro della gola. Alvaro emette un grugnito profondo, animale, una vibrazione sadica che riverbera fin dentro il mio petto attraverso la carne. Quest'uomo gode della mia totale passività, della mia capacità di farmi usare come un buco inerte, assaporando il modo in cui i miei occhi lacrimano per lo sforzo e la sottomissione.
Sto pe’ venì. È 'na scarica che me parte dritto dai coglioni e me incendia la schiena. «Ingoja tutto, cagna! Nun te stacca' finché nun t'ho svotato pure l'anima dentro a 'sta gola da frocio!»
Sento i suoi muscoli contrarsi sotto le mie dita. Il calore esplode nel fondo della mia gola, denso, prepotente, quasi doloroso. Deglutisco con fatica, soffocando, assecondando ogni suo sussulto violento, senza osare staccarmi finché non sento che si è svuotato del tutto.
Alvaro ritrae il corpo di colpo, mollando i miei capelli con un gesto di puro disprezzo, lasciando che la mia testa ricada stanca e umiliata sulle sue ginocchia pelose. Non dice una parola. Riprende il sigaro, l'espressione dura, criminale e soddisfatta, mentre io resto lì, ai suoi piedi, consapevole di essere stato lo zerbino perfetto per la sua gloria.
«Bravo,» dice solo Alvaro, la voce di nuovo piatta, indifferente e gelida, come se fossi già tornato a essere parte del mobilio vecchio. «Resta lì sotto e nun te move finché nun te lo dico io, troia.»
Mi trascino fuori da sotto di lui, i muscoli che tremano, ma il clima nella stanza cambia di colpo, facendosi ancora più cupo e minaccioso. Alvaro scola l'ultimo sorso di whisky e butta il mozzicone del sigaro per terra, schiacciandolo con lo stivale. Mi guarda tremare ai suoi piedi, con la bocca sporca del suo seme e quell'aria da cane bastonato. Il pompino gli è servito solo come antipasto; adesso si muove con una pesantezza sinistra. Nei suoi occhi brilla la stessa luce cattiva di quando stava in cella. Ha voglia di sentire qualcosa di più che la mia bocca.
«Girati, troia,» dice con un grugnito, dandogli un calcio secco sul fianco per farlo muovere. «Mettiti a pecora, poggia 'sta faccia da cazzo sur pavimento sporco e arza quer culetto da signorina. Mo' vedemo se sei capace de prenne un uomo vero tutto intero o se te spacco in due come 'n ciocco de legna.»
Eseguo immediatamente, tremando come una foglia, sopraffatto da una vergogna che mi eccita fino alla nausea. Mostro quegli slip di seta che ad Alvaro fanno solo schifo, stimolando la sua voglia di strapparmi via anche l'ultimo briciolo di dignità. L'uomo si alza dalla poltrona, sovrastandomi come un colosso; dalla sua altezza sembro ancora più insignificante, un insetto da schiacciare.
«Guarda che roba ridicola,» mi ringhia all'orecchio, afferrandomi i fianchi con le mani sporche, callose e violente, affondando le dita nella carne tenera fino a farmi male. «Speri davvero che ce stia tutto là dentro, biondi'? Preparati, perché nun c'avrò nessuna pietà de te. Me piace sentirti piagne, me eccita senti' che te sto ad aprì come 'na bestia al macello.»
Senza usare un briciolo di lubrificante, se non uno sputo della sua stessa saliva acida, Alvaro punta la testa del cazzo contro l'entrata stretta, tesa e terrorizzata. Spinge con un colpo secco, tremendo, infischiandosene della mia carne che fa resistenza. Il mio corpo sussulta, emettendo un gemito acuto di puro dolore.
«Zitto, cagna!» Alvaro mi molla un ceffone secco e violentissimo sulla chiappa che lascia il segno rosso fuoco delle sue dita nodose. «Te fa male? Bene. Te deve fa' male da morì. Devi senti' ogni centimetro de me che te scava dentro e te rovina. Vojo che domani, quando provi a camminà, te ricordi quanto è grosso e cattivo er cazzo de Alvaro.»
Continuo a spigne, me piace sentì che se spacca tutto là dentro. Entro piano piano, godo a sentillo stringe e patì. Quando arrivo in fondo, sento er respiro suo che se spezza, er rumore delle budella che cedono. Inizio a dacce dentro con colpi duri, animaleschi, da galera, fregandomene se lo rovino. Questa è robba mia.
La sua lunghezza mi attraversa tutto, mi scava dentro con una violenza inaudita che mi mozza il fiato e mi lacera. Il dolore è acuto, lacerante, ma la sensazione di essere letteralmente schiacciato e distrutto sotto il suo peso mi dà una pace perversa, un piacere indicibile nato dalla totale sottomissione. Sono utile. Sono il suo sfogo immondo. Le sue mani mi stringono i fianchi così forte che sento già i lividi formarsi sotto la pelle, ma stringo i denti e gratto le dita sul pavimento polveroso, offrendogli tutto me stesso senza riserve.
Il sudore acido di Alvaro cola dalla sua fronte e finisce dritto sulla mia schiena pulita, macchiandola e lordandola. Vedere questo contrasto — il corpo pesante, sporco e criminale che schiaccia la pelle chiara contro il pavimento misero — manda il sangue al cervello dell'uomo. Non rallenta, anzi, inizia a incularmi con più rabbia, con la furia sadica di chi ha passato anni a sfogare la propria frustrazione dietro le sbarre. Ogni volta che affonda, la mia carne si tende al limite del tollerabile, e quel mio gemito soffocato contro il pavimento lo fa sentire un Dio onnipotente.
«Sì, piagni e sanguina pure, troia!» mi urla addosso, mentre mi afferra ferocemente i capelli e mi tira indietro la testa per guardare la mia faccia stravolta dal dolore, dalle lacrime e dalla sottomissione più abietta. «Lo senti quanto ce l’ho grosso? Lo senti come te sto a smontà la carne? Sei solo ‘no sborratoio per er cazzo mio, 'n cesso dove butto lo schifo mio, nient'altro!»
Il piacere sale dalle sue palle come un incendio doloso. Alvaro aumenta il ritmo, i colpi diventano brevi, brutali, veri e propri martellamenti che mi fanno sobbalzare e sbattere contro il legno a ogni spinta.
«Mo' te sborro dentro tutto 'sto veleno, schifoso...» ringhia, con la bava alla bocca, il fiato corto e gli occhi fuori dalle orbite. «Prenditelo tutto, prenditi ogni goccia de sburro mio! Vojo riempirti così tanto che dovrai portarti dentro er ricordo mio per giorni, viscido come sei!»
Con un ultimo affondo violento e spietato, mi inchioda definitivamente al suolo. I muscoli delle gambe di Alvaro sono tesi come corde pronte a spezzarsi, ed esplode dentro di me con una ferocia che sembra volermi svuotare l'anima. Le pareti del mio corpo tremano sotto la scarica bollente, mentre il suo seme si riversa proprio in fondo, dove fa più male, dove non c'è via di scampo. Rimane lì sopra per qualche secondo, pesante, schiacciandomi i polmoni, ansimando come un bue infernale, godendosi la sensazione di avermi marchiato a fuoco nelle viscere. Poi, si stacca con un suono sordo e bagnato, lasciando che io crolli a terra come un cencio vecchio e sventrato.
Alvaro si sistema la vestaglia, senza degnarmi di uno sguardo, e si avvia verso la poltrona per riprendere il sigaro.
«Resta là per terra a senti' er regalo mio che te cola fòri dalle chiappe,» dice con un tono gelido, sadico e soddisfatto, mentre riaccende il fiammifero. «Oggi hai servito bene er padrone tuo. Mo' sparisci dalla vista mia, striscia via prima che me venga voglia de datte 'n altro giro e de spezzarti le gambe.»
Mi trascino faticosamente, i muscoli che tremano e quella sensazione di bruciore e lacerazione che mi ricorda ogni centimetro di quella prepotenza criminale. Alvaro è di nuovo sulla poltrona, una gamba accavallata e il sigaro che brilla nell'oscurità della stanza fetida. Sputa un pezzo di tabacco a terra, proprio vicino alla mia faccia, e mi guarda come se fossi un insetto curioso da schiacciare sotto lo stivale.
Ancora in ginocchio, con lo sguardo basso, la bocca impastata e il respiro corto, trovo la forza di sussurrare la domanda che mi brucia nel petto più del dolore fisico: «Alvaro... sono... sono stato all'altezza? Ti ho servito come volevi?»
Alvaro espira una nuvola di fumo densa e grigia, guardandomi con un ghigno che è a metà tra il divertimento sadico e il disprezzo più profondo. «Guarda 'sto frocio... c'ha pure er coraggio de parla' col cazzo mio ancora in corpo. T'ho aperto come 'na bestia al macello e chiedi se sei stato all'altezza?»
«Voglio solo sapere se... se ti ho soddisfatto abbastanza. Se ti sei sentito un vero maschio, il mio padrone, con me.»
L'uomo ride, una risata roca, spietata, che gli scuote il petto massiccio. «Certo che m'ho sentito maschio, biondi'. È facile nun sentirsi un Dio quando c'hai uno zerbino come te sotto i piedi che accetta ogni schiaffo, ogni umiliazione e ogni spinta senza manco fita'. M'hai servito, sì. M'hai servito come serve 'n cesso pulito quando uno c'ha bisogno de cacà er veleno che c'ha dentro.»
«Quindi... sei soddisfatto?»
Alvaro si sporge in avanti, afferrandomi il mento con le dita che puzzano ancora di sesso, sudore e fumo, stringendo così forte da farmi scricchiolare la mascella. «Diciamo che per oggi er dovere tuo da troia l'hai fatto. L’hai preso tutto, nun hai piagnucolato come 'na femminuccia e hai ingojato la sburra come t'ho ordinato. Sei stato 'n buco utile, e per uno come me, 'sto qua è er complimento più grande che te posso fa'. Sei carne da macello ben addestrata.»
Un piccolo, vergognoso brivido di piacere corre lungo la mia schiena ferita. «Grazie, Alvaro...»
Alvaro mi molla il mento con una spinta brusca che mi fa quasi sbattere la testa sul pavimento. «E mo' dacce un taglio a sbava' sulle gambe mie, che me fai schifo. Alza er culo, vatte a puli' 'sta faccia de cazzo e sparisci in un angolo. M'ho già stufato de guardà la faccia tua. Se m'arriva la voglia de calpestarti n'antra volta, sarò io a chiamarti. Chiaro?»
«Sì, Alvaro. Chiarissimo.»
Ma il clima nella stanza cambia di nuovo, repentinamente, tingendosi di un'oscurità ancora più minacciosa. Alvaro non è affatto rilassato; lo spettro del suo passato violento sembra agitarlo, muovendolo con una pesantezza sinistra. Mi afferra per un braccio con una forza che mi strappa la pelle e mi trascina verso una sedia di legno rigida, al centro della stanza.
«Te senti troppo fiero per aver preso er cazzo, eh? Guarda come tremi, me pari quasi fiero,» ringhia, mentre mi spinge brutalmente a faccia in giù sulla seduta di legno duro. «Pensi che basta farsi fotte la gola e er culo per essere un buon servitore? A te te serve 'na lezione de quelle vere, de quelle che davo in cella a quelli che parlavano troppo. 'Na roba che te resta scritta sulla pelle per sempre.»
Mi blocca i polsi dietro lo schienale con una mano sola, una morsa d'acciaio abituata alle rissa e alle manette, che non mi lascia un millimetro di movimento. Con l'altra mano, tira fuori un frustino da cavallo in cuoio nero, sottile e flessibile, che sibila sinistro nell'aria pesante mentre lo agita per provarlo.
Guardo 'sto culetto bianco che sporge dalla sedia, tutto tremante, teso come 'na corda de violino, ancora sporco de me. Me fa schifo quanto è liscio, pare che nun ha mai faticato un giorno in vita sua, mentre io sputavo sangue in galera. Beh, mo' ce penso io a daddje 'n po' de colore vero, er colore del sangue. «Stai fermo e conta, brutta troia,» gli urlo, mentre arzo er braccio col frustino. «E ringraziame a ogni colpo, perché sto a spreca' energie per raddrizzarti la schiena da signorina.»
Il primo fendente mi mozza il fiato. Il sibilo nell'aria è seguito da un dolore lancinante, un fuoco improvviso che mi incendia la carne delle natiche. Sento la sedia scricchiolare sotto il mio peso sussultante. Brucia da morire, una sofferenza pura che mi fa lacrimare gli occhi, ma l'umiliazione profonda di essere frustato come uno schiavo si trasforma in un dardo di piacere distorto e mostruoso. Sento la carne gonfiarsi all'istante, so che mi sta marchiando, che sta scrivendo la sua brutale proprietà su di me con la forza. Stringo i denti, le dita attorno al legno, accettando la sua furia criminale.
Faccio partire il colpo successivo, ancora più forte, sulla destra. Schiaffo. Il rumore della pelle lacerata è brutale in quel silenzio pieno di fumo stantio.
«Troppo piano? Voi che ce carco la mano, troietta?» Alvaro si diverte come un sadico a vedere come quel mio corpo da signorina diventa un campo di battaglia rosso fuoco e purpureo. Non mi lascia il tempo di respirare. Inizia a colpire a ritmo serrato, incrociando i colpi con precisione spietata, disegnando una X di dolore e sottomissione sulla mia pelle. Ogni volta che il frustino affonda, la mia resistenza crolla, il mio respiro diventa un gemito strozzato, un pianto di pura vergogna e sottomissione.
«Ecco er rispetto tuo!» mi grida l'uomo sul collo, sferrando un colpo dritto al centro, dove la carne è più sensibile e lacerata. «'Sto qua è per ricordarti che sei solo un pezzo de carne ai comandi miei, un oggetto che posso rompe quando me pare! Ogni segno che te lascio è la firma de Alvaro sopra de te!»
Alvaro continua finché non ha il braccio stanco e il mio fondo non è diventato un unico ammasso di dolore purpureo, gonfio e sanguinante. Si ferma solo quando vede che tremo così tanto da non riuscire più a stare dritto sulla sedia. Appoggia la punta gelida e sporca del frustino proprio lì, nel mezzo delle chiappe violate, dove brucia di più.
«E mo' resta lì e brucia, pezzo de merda,» dice con un sorriso cattivo e malavitoso, riprendendo il sigaro con la mano che gli trema per lo sforzo. «Anzi, nun t'azzarda' a moverti de un millimetro finché nun ho finito de guarda' er capolavoro che t'ho fatto sul culo. Guarda come sanguini bene.»
L'aria nella camera da letto è adesso ancora più densa, stantia e irrespirabile, impregnata dell'odore di sudore acido, tabacco vecchio, sperma e della violenza appena esplosa. Alvaro è crollato sul letto logoro, la mole pesante e massiccia che affonda nel materasso sfondato. È completamente nudo, una montagna di muscoli stanchi, cicatrici da taglio e pelle ruvida, coperta da una foresta di peli grigi e ispidi.
«Vieni qua, schiavo,» mugugna con la voce ridotta a un soffio catramoso e carico di catena, senza nemmeno aprire gli occhi. «Fai l'ultimo lavoro da troia. Me vojo senti' pulito dallo schifo de 'sta giornata, ma nun c'ho voglia de move 'n dito. Usa 'sta lingua da cagna e famme splende'.»
Mi avvicino strisciando sul pavimento come un verme, le natiche che bruciano ferocemente a ogni minimo movimento, un ricordo purpureo e sanguinante del frustino che ancora pulsa. Ma quel dolore atroce è solo benzina per la mia devozione malata, la conferma della mia totale sottomissione. Mi arrampico sul letto come un animale fedele, un cane bastonato, e inizio il mio rito di totale degradazione.
Comincio dai suoi piedi, larghi, callosi e sporchi. Passo la lingua tra le dita nodose, pulendo via la polvere nera del pavimento e il sudore acido degli stivali, con una meticolosità quasi religiosa che mi riempie di vergogna e di un piacere indicibile. Risalgo lungo i polpacci potenti e pelosi, le cosce massicce che sanno di cuoio, di sporco e di maschio selvatico e violento. Ogni mio colpo di lingua è un atto di sottomissione totale, la rinuncia a ogni briciolo di dignità umana. Sei il mio signore, penso mentre il sapore acre e selvaggio di lui mi riempie la bocca. Sei il mio padrone, l'ex galeotto che mi possiede, e io sono l'acqua lurida che ti purifica.
Quando arrivo al suo ventre gonfio, Alvaro emette un grugnito di piacere rauco e animalesco. Lo lecco con cura ossessiva, risalendo verso il petto ampio, ripulendo i peli ispidi dal sudore che brilla sotto la luce fioca di una lampadina nuda che pende dal soffitto. Mi soffermo a lungo sulle sue mani, quelle mani enormi che mi hanno colpito, frustato e posseduto senza pietà; lecco ogni nocca consumata dalle risse, ogni cicatrice del suo passato violento, come se stessi onorando le armi di un carnefice.
«Sì... così... pulisci bene, cagna...» mormora l'uomo, allungando un braccio pesante come piombo per schiacciarmi la faccia con violenza contro il proprio petto villoso, quasi a soffocarmi. «Sei proprio come uno straccio, biondi'. Un povero straccio umano, 'na pezza da piedi che vive solo per ripuli' lo schifo mio e farsi sfonderà quando me va.»
Infine, la mia lingua arriva al suo viso segnato dal crimine, leccando via l'odore del fumo dalle guance ispide di barba dura, sentendo il calore della pelle ruvida e spietata. Quando ho finito, il corpo immenso di Alvaro brilla leggermente, umido del mio servizio umiliante. L'uomo allunga un braccio pesante e mi blocca con una morsa contro il suo fianco, usandomi come un cuscino di carne inerte, senza alcuna tenerezza, solo come un oggetto di sua proprietà che ha trovato il suo posto naturale sotto di lui.
«Mo' dormi e sta' zitto, brutto frocio,» conclude Alvaro, mentre il suo respiro diventa pesante, regolare e minaccioso nel giro di pochi istanti. «Domani te servono le forze per ricomincia' a patì. Ti apro di nuovo.»
Resto lì, completamente incastrato e schiacciato sotto il suo peso immenso, con l'odore di sudore e galera di Alvaro che mi riempie i polmoni e il sapore del suo seme e della sua pelle ancora sulla lingua. Nel buio fetido della stanza, con il corpo lacerato che ancora brucia come l'inferno, sento di aver raggiunto finalmente la mia torbida perfezione: sono il nulla più assoluto e umiliato ai piedi del mio violento, immenso tutto.
Il Ritorno dei Lupi: Il Doppio Sacrificio
L’aria all’interno della stanza è satura, densa di un calore umido e malsano. Al fumo acre del sigaro di Alvaro e al puzzo di alcol si è aggiunto un odore più acuto, selvatico: il sudore rancido di Sergio, il suo compagno di cella a Rebibbia. Sergio siede a gambe larghe su una sedia di legno, la faccia segnata da una cicatrice livida che gli spacca il sopracciglio sinistro, le mani enormi coperte da tatuaggi sbiaditi e ruvidi fatti in galera col ferro caldo. Due predatori cresciuti nello stesso fango, che si intendono senza bisogno di parlare.
Io sono in ginocchio tra di loro, sul pavimento cementizio che morde la pelle nuda delle mie ginocchia. La vergogna mi mozza il fiato, una vampa calda che mi arrossa il collo e le guance, ma sotto l'umiliazione profonda di essere esposto come una bestia da fiera, sento il viscido, perverso piacere di ridurmi al loro nulla. Sono un pezzo di carne bianca in mezzo a due blocchi di pietra e violenza.
«Guarda 'sto frocetto, Sergio,» mormora Alvaro, sputando un filo di fumo grigiastro che mi investe la faccia. «Guarda come trema er biondino. Ha capito subito che aria tira oggi. Me piace condivide' la robba buona con un fratello de cella. Faje vede' a 'sto schifoso come se trattano i servi come lui.»
«C'ha la pelle troppo liscia, Alvaro, me fa quasi schifo,» ringhia Sergio, allungando uno stivale pesante per premere la suola lorda di fango dritto sul mio petto, spingendomi indietro fino a farmi inarcare la schiena. «Ma c'ha gli occhi da troia. Mo' raddrizziamo pure 'sto culetto da signorina. Caccia fòri l'attrezzo, va', che me se sta a 'ndurì pure er sangue.»
Alvaro mi afferra per i capelli biondi da dietro, torcendoli con una violenza che mi strappa un gemito e mi costringe a spalancare la bocca, tirando indietro la testa fino a far scricchiolare le vertebre cervicali. Sergio si sbottona i pantaloni logori con un gesto secco. Il suo cazzo sbuca fuori: scuro, venoso, segnato da una pelle spessa, indurito da una rabbia repressa per anni dietro le sbarre. Odora di sporco, di strada, di chiuso.
Non ho via di scampo. La presa di Alvaro mi inchioda la nuca, mentre la mole di Sergio oscura ogni briciolo di luce. La mia bocca è spalancata, tesa, le labbra tese contro i denti per non graffiare la carne del nuovo padrone. Sotto di me, sento le natiche che ancora bruciano per le frustate passate, e quel dolore pulsante si mescola alla saliva che mi cola sul mento. Sono la loro discarica umana.
«Pijalo tutto, cagna!» urla Alvaro, spingendo con forza la mia testa in avanti, mentre Sergio fa un passo deciso, piantandomi la sua colonna di carne dritta in gola.
L’impatto anatomico è brutale. La consistenza ruvida della sua pelle invade la mia cavità orale, premendo contro il palato molle e abbassando violentemente la base della lingua. Lo stimolo del vomito scatta immediato, violento: i muscoli della faringe si contraggono in un conato riflesso, ma la mano di Alvaro dietro la nuca agisce come una morsa che impedisce ogni movimento di ritirata. Sergio grugnisce, afferrandomi le orecchie con le dita nodose, e inizia a spingere con colpi d'anca corti, ritmici e spietati. La punta del suo cazzo urta ripetutamente contro l'epiglottide, ostruendo la trachea. Il respiro mi si blocca nei polmoni; l'aria non passa più, le lacrime mi scorrono calde sulle guance, bagnando lo stelo venoso che mi sta soffocando.
«Sì, costringilo a ingoja', Sergio! Guarda come je lacrimano gli occhi, la troietta,» ride Alvaro, e sento la sua mano libera che scende pesante lungo la mia schiena, affondando le dita nei lividi purpurei delle mie chiappe, pizzicando la carne viva fino a farmi sussultare contro il bacino di Sergio. «Godi, eh? Lo so che te piace farti smontà da due carcerati. Sei 'n cesso e oggi te svuotiamo la rabbia dentro.»
«Spingi più a fondo, cazzo... Sento che la gola sua se stringe come 'na morsa, me sta a strozzà er cazzo, Alvaro! Che brivido...» pensa Sergio, aumentando la violenza dei colpi, incurante dei miei rantoli soffocati.
Il ritmo diventa frenetico, animalesco. Alvaro mi afferra improvvisamente per le ascelle con la sua forza immensa, sollevandomi di peso dal pavimento come se fossi un involucro vuoto. Mi sbatte a pancia in giù sul tavolo di legno massiccio, spazzando via col mio stesso corpo bottiglie vuote di whisky e carte sporche, che rovinano a terra con un rumore sordo. Le mie natiche sono completamente esposte all’aria fredda e al loro sguardo viscido. Sergio mi si avventa subito davanti, afferrandomi la mascella per costringermi a riaprire la bocca, riprendendo il suo assalto orale da piegato, mentre Alvaro si posiziona dietro di me.
Senza un filo di lubrificante, sorretto solo dalla bava che mi cola, Alvaro punta l'estremità enorme del suo cazzo contro l'anello muscolare del mio sfintere, già teso e dolente. Spinge con tutto il peso del suo bacino.
Il dolore è una lama rovente che mi squarcia in due. Lo sfintere si tende oltre il limite anatomico, la mucosa interna si lacera sotto la pressione secca della sua carne massiccia. Vorrei urlare, emettere un grido d’aiuto, ma la mia bocca è completamente sigillata, riempita fino alla radice dalla verga di Sergio che continua a colpirmi la gola. Il mio urlo si trasforma in un muggito soffocato, un suono gutturale e disperato che vibra contro il petto di Sergio.
Alvaro non ha pietà. Inizia a colpire da dietro con affondi lunghi e distruttivi, ogni spinta fa scricchiolare le gambe del tavolo di legno. Sento la sua sacca scrotale battere con violenza contro la mia carne ferita. Le pareti del mio retto vengono stirate, raschiate dalla sua prepotenza, mentre davanti Sergio mi costringe a seguire il movimento opposto, creando un perno di dolore e carne che mi attraversa da parte a parte. Le mie dita artigliano disperatamente il bordo del tavolo, le unghie si spezzano sul legno grezzo, mentre il sudore dei due uomini cola in gocce spesse sulla mia schiena, battezzando la mia totale degradazione.
Non sono più niente. Sono solo un canale di carne aperto, un punto di giunzione per la loro bestialità. La vergogna mi consuma, mi annulla, eppure la mia mente tocca un vertice di piacere indicibile nell'essere lo strumento della loro ferocia. Sono l'oggetto perfetto.
«Ci siamo, Sergio... me stanno a scoppia' le palle...» ringhia Alvaro con la bava alle labbra, stringendomi i fianchi così forte da lasciarmi i segni neri delle dita sulla pelle. «Sborragli in gola, mo' veniamo insieme dentro a 'sta carcassa!»
I colpi diventano rapidi, disordinati, un vero martellamento che mi scuote lo scheletro. Sergio dà un ultimo affondo profondo, bloccandomi la testa contro il suo pube, e sento il getto del suo seme bollente schizzare violento contro le pareti della mia faringe. Istintivamente deglutisco, soffocando, mentre il liquido denso mi riempie la bocca. Quasi nello stesso istante, Alvaro si inchioda contro le mie natiche con un grugnito sordo, animalesco: le pareti interne del mio retro vengono inondate da una scarica di sburra bollente e densa, che preme contro la carne lacerata, espandendosi là dove fa più male.
I loro corpi rimangono tesi sopra di me per qualche secondo, ansimando pesantemente come bovini dopo lo sforzo, godendosi l'inerzia del mio corpo violato. Poi, si staccano contemporaneamente con un suono sordo e bagnato.
Crollo sul tavolo come un cencio vecchio, le gambe che tremano in preda a spasmi involontari. Il liquido misto dei due uomini inizia immediatamente a colare fuori da me, tracciando linee calde lungo le cosce e bagnando il legno del tavolo. Alvaro e Sergio si sistemano i vestiti, ridendo in modo rauco, scambiandosi una pacca sulla spalla. Alvaro riaccende il sigaro, espirando una nuova nuvola grigia sopra il mio corpo inerte.
«Visto, Sergio? T'avevo detto che la gola sua è 'n'autostrada,» dice Alvaro con voce piatta, indifferente, mentre mi tira uno schiaffo disprezzante sulla natica infuocata. «Mo' resta lì, troia. Nun te move da quer tavolo finché er regalo nostro nun è colato tutto. Pulisci er legno cor corpo tuo e ringrazia dio se oggi due lupi veri t'hanno usato come se deve.»
Resto immobile nel buio stantio della stanza, con il sapore acre del loro seme in bocca e il bruciore profondo nelle viscere. Sotto l'odore del tabacco e della carne violata, avvolto nella mia stessa immonda vergogna, sento di essere finalmente diventato ciò che meritavo: lo zerbino di sangue e bava su cui i padroni calpestano la loro gloria.
Il silenzio che segue la tempesta è ancora più sinistro. Il tavolo di legno scricchiola sotto il mio peso mentre cerco di rannicchiarmi, ma i muscoli delle gambe tremano, incapaci di reggere anche solo lo sforzo di rimettermi in ginocchio. L'aria è un muro compatto di fumo grigio, puzzo di sesso acido e il sudore pesante dei due uomini. Alvaro e Sergio non si muovono. Restano lì, incombenti come due guardie carcerarie alla fine di un turno di fustigazione, i petti massicci che si alzano e si abbassano regolari.
Alvaro si avvicina alla credenza sgangherata. Con un sorriso storto, afferra la bottiglia di Scotch invecchiato dodici anni che ho portato io la settimana scorsa — un regalo costoso, comprato con la mia paghetta da signorina, sperando di comprare un briciolo della sua approvazione. Ne versa due dita generose nel suo bicchiere e altrettante in un vecchio bicchiere sbeccato per Sergio. Il liquido ambrato brilla sotto la luce giallastra della lampadina nuda.
«Guarda 'sto stronzo che roba m'ha portato, Sergio,» dice Alvaro, facendo dondolare il whisky nel vetro. «Roba da ricchi. Ma a caval donato nun se guarda in bocca, specie se er cavallo è 'na troia da monta come questa.»
Sergio manda giù un sorso, emettendo un suono di approvazione profondo. Poi posa lo sguardo sgranato e cattivo su di me. «Senti un po', biondo. Adesso facciamo un piccolo gioco come quelli che facevamo coi ruffiani in isolamento. Un bell'interrogatorio. Se rispondi bene, forse Alvaro te lascia respirà. Se fai il fiero... beh, la carne tua è morbida, ci mettiamo poco a ritrovarci un altro buco.»
La vergogna mi sale dallo stomaco alla gola, liquida e bruciante. Sono nudo, lordato dai loro resti che ancora mi colano freddi lungo l'interno delle cosce, esposto sul tavolo come un pezzo di carne al mercato.
«Prima domanda, cagna,» ringhia Alvaro, facendosi vicino. Il suo respiro sa di tabacco e alcol. «Quando stavi a casa tua, nel tuo lettino pulito, quante volte l'hai sognato er cazzo de Alvaro che te sventrava? Quante volte hai pensato a quanto sei schifoso rispetto a un uomo vero?»
Resto zitto. Il terrore mi blocca la mascella, le labbra mi tremano ma non riesco a far uscire un suono.
Schiaffo.
La mano pesante di Alvaro si abbatte sulla mia guancia sinistra con un rumore secco, brutale, che rimbomba nelle mie orecchie come un colpo di pistola. La testa mi gira violentemente di lato, il sapore metallico del sangue mi invade la bocca dove il dente ha tagliato l'interno del labbro. I due scoppiano a ridere, una risata roca, sincrona, che mi gela il sangue.
«Ahahah! Guarda come s'incanta! Te s'è bloccata la lingua da vipera, biondi'?» ride Sergio, passandosi una mano sui tatuaggi del braccio. «Rispondi al padrone tuo, sennò er prossimo te lo do io e ce metto pure l'anello.»
«Io... io ci pensavo sempre...» sussurro col filo di voce che mi rimane, le lacrime che scorrono libere sulla guancia gonfia, mescolandosi al fango sul tavolo. «Volevo... volevo essere il tuo straccio, Alvaro...»
«Ecco, vedi che se insisti la memoria torna?» fa Alvaro, prendendo un altro sorso del mio whisky costoso. «Seconda domanda. Adesso che è venuto pure l'amico mio, che hai sentito due pesi veri sopra de te... chi ce l'ha più grosso? Chi t'ha fatto sentire più troia delle due?»
È una trappola immonda. Se dico Alvaro, Sergio mi spezza; se dico Sergio, Alvaro mi distrugge. Guardo il pavimento, cercando di sparire nel nulla, stringendo i denti.
Schiaffo.
Stavolta è Sergio. Il colpo arriva da dietro, sulla nuca, spingendomi la faccia dritto contro il legno del tavolo. Il naso picchia duro, sento la cartilagine che pulsa dal dolore. Le loro risate tornano a riempire la stanza, sguaiate, piene di un disprezzo che mi svuota di ogni dignità.
«Te piace fa' la difficile, eh?» dice Sergio, mentre si avvia verso l'angolo della stanza e raccoglie un grosso boccale di vetro da birra, opaco di polvere e sporcizia. Si riavvicina al tavolo, ridacchiando con Alvaro. «Sai che c'è? M'è venuta un po' de sete a guardarti. Ma la birra l'abbiamo finita. Alvaro, che dici, je prepariamo un cocktail a 'sta signorina col whisky suo?»
«Ma quale whisky, quello è troppo buono per un cesso,» grugnisce Alvaro, sbottonandosi di nuovo i pantaloni con una lentezza calcolata, sadica.
Vedo l'anatomia della scena comporsi davanti ai miei occhi terrorizzati. Alvaro accosta il boccale di vetro al suo basso ventre. Sento il rumore liquido, ritmico e pesante della sua urina che batte contro il fondo del boccale. Il liquido è giallo, denso, fumante nell'aria fredda della stanza, emanando un odore acido di ammoniaca e alcol vecchio che mi investe immediatamente le narici. Quando ha finito, passa il boccale a Sergio.
«Tieni, allunga col tuo, che così sente la differenza tra Rebibbia e Regina Coeli,» dice Alvaro, ridendo sgangherato mentre si ripulisce con la vestaglia.
Sergio fa lo stesso. Il boccale si riempie fino all'orlo di un liquido torbido e tiepido, una miscela immonda della loro intimità più degradante. Lo posano sul tavolo, proprio a pochi centimetri dalla mia faccia. Il calore che emana il vetro fa salire un vapore che mi nausea.
«Ecco qua. Questo è er dazio che pagano i froci come te quando entrano nella tana dei lupi,» dice Alvaro, afferrandomi per i capelli e tirandomi su, costringendomi a sedere sul tavolo con le gambe penzoloni. Sergio afferra il boccale pesante con le sue mani tatuate e me lo preme contro le labbra, spingendo così forte da farmi battere il vetro contro i denti.
«Bevi, cagna. Tutto d'un fiato. Vojo vede' la gola tua che manda giù l'acqua nostra mentre noi ci gustiamo 'sto profumo de whisky,» ringhia Sergio, mentre Alvaro mi stringe la gola da dietro con due dita, premendo sui linfonodi per costringermi ad aprire la bocca.
Il liquido caldo mi invade le labbra. Il sapore è indescrivibile: salato, amaro, un concentrato di calore animale e scorie che mi brucia sul labbro spaccato. Il riflesso del vomito è una scossa elettrica che mi attraversa lo stomaco, ma la mano di Alvaro mi stringe la gola, bloccandomi il respiro: o deglutisco o soffoco nel loro piscio.
Mando giù il primo sorso, il liquido scende caldo lungo l'esofago, lasciandomi in bocca una consistenza pastosa e innaturale. I due sopra di me ridono, brindando con i loro bicchieri di Scotch pregiato, godendosi lo spettacolo della mia totale distruzione.
«Sì, così, manda giù tutto! Pulisci la bocca dal seme nostro col piscio nostro!» urla Sergio, inclinando ancora di più il boccale, facendomi colare il liquido giallo sul mento e sul petto, macchiando la pelle e la seta strappata.
Deglutisco ancora, una, due, tre volte, finché il boccale non è vuoto. Quando Sergio lo allontana, tossisco violentemente, sputando le ultime gocce sul legno, con lo stomaco che si contrae in spasmi dolorosi che riesco a malapena a trattenere.
Alvaro mi molla un ultimo schiaffo leggero, quasi distratto, sulla guancia ormai viola. «Bravo lo schiavo. Hai visto come sei diventato ubbidiente? Mo' resta lì a digerì er pranzo dei padroni. E ringrazia che non t'abbiamo fatto lavà pure er pavimento con la lingua.»
I due tornano a sedersi, accendendo un altro sigaro, i bicchieri di whisky in mano, mentre io rimango immobile sul tavolo, avvolto dal puzzo della loro urina che mi bagna il corpo, consapevole di aver toccato un livello di abiezione da cui non potrò mai più ripulirmi. E nel profondo del mio animo distrutto, la vergogna si trasforma nell'estasi definitiva: essere la loro latrina vivente.
L’umiliazione stagnante nella stanza si fa ancora più densa, un gioco al massacro psicologico e fisico dove ogni briciolo della mia dignità viene strappato via con metodica crudeltà. Sergio e Alvaro siedono ai due lati del tavolo, i bicchieri del mio Scotch invecchiato tra le dita nodose, i sigari che bruciano emettendo spire di fumo grigiastro che mi avvolgono la testa. Io rimango lì in mezzo, seduto sul legno bagnato dai loro resti, nudo, tremante, col labbro spaccato e la guancia che pulsa.
Alvaro fa girare il whisky nel vetro, guardandomi come si guarda una carcassa stradale. «Allora, biondi', visto che er cocktail che t'ha preparato Sergio t'è piaciuto, continuiamo cor terzo grado. Vedemo se quella testolina da signorina capisce come deve risponde' a un uomo.»
«Terza domanda, troia,» interviene Sergio, sporgendosi in avanti. Il suo respiro alcolico mi investe. «Quando vai in giro coi vestiti firmati e spendi i soldi de papà, te senti un uomo? Dimme un po', quando guardi la gente dall'alto in basso, ce l'hai er coraggio de guardà in faccia uno come noi, o te pisci sotto come stai a fa' mo'?»
Il terrore mi blocca le corde vocali. Provo a far uscire una parola, ma dalle labbra esce solo un sibilo secco, un respiro affannato.
Schiaffo.
La mano di Sergio mi colpisce la guancia già gonfia. Il colpo mi sposta la testa di scatto, sento il collo scricchiolare e il sangue ricomincia a colare dal labbro, tracciando una linea rossa sul mento. I due scoppiano a ridere, una risata di gola, roca e spietata.
«Ancora muto sta. Alvaro, me sa che 'sto frocetto c'ha bisogno de 'n incentivo più delicato per parlà,» ghigna Sergio.
Prima che io possa muovermi, la mano enorme e callosa di Alvaro si allunga sul tavolo, afferrando con violenza il mio scroto. Le sue dita ruvide si stringono attorno ai miei testicoli, applicando una pressione costante, millimetrica, spietata.
Il dolore è immediato, una scossa sorda e lancinante che mi sale dritta allo stomaco, mozzandomi il fiato. Le mie gambe si irrigidiscono sul bordo del tavolo, gli occhi mi si spalancano per l'agonia mentre cerco disperatamente di inarcare il bacino per sfuggire a quella morsa, ma la presa di Alvaro è un'ancora di ferro.
«Guarda che roba ridicola, Sergio,» commenta Alvaro, aumentando leggermente la pressione, facendomi emettere un gemito acuto, strozzato. «Due noccioline sfigate. Ma ce l'hai mai avute le palle in vita tua, biondi'? Guarda quanto so' piccole, nun c'hanno manco er coraggio de tirarsi su. Questo crede de ave' er diritto de chiamarsi maschio solo perché c'ha un buco finto in mezzo alle gambe.»
«Ma quale maschio, Alvaro! Questo è 'na femmina venuta male,» infierisce Sergio, allungando un dito per colpire con un buffetto umiliante il mio cazzo flaccido e inerte. «Guarda qua che miseria. Con tutta 'sta carne de uomo vero intorno, con lo sburro nostro che ancora je frigge dentro, 'sto vermicello sta ancora nascosto. Sei solo carne sprecata, frocio. Rispondi a quello che t'ho chiesto: te senti un uomo, sì o no?»
«No... no...» rantolo, le lacrime che mi accecano mentre la pressione di Alvaro sui miei testicoli mi fa vedere i fotogrammi neri del svenimento. «Nun sono un uomo... sono solo... la troia vostra... vi prego, Alvaro...»
Alvaro molla la presa di colpo, lasciandomi respirare, ma la sensazione di schiacciamento anatomico rimane lì, un dolore sordo che mi fa contrarre il basso ventre. I due brindano ridendo, mandando giù un altro sorso del mio whisky.
«Vedi che se glie tocchi i tasti giusti canta?» ride Alvaro, ripulendosi la bocca col dorso della mano pelosa. «Quarta domanda, allora. Visto che hai ammesso che sei 'na troia... quale parte de te preferisci che usiamo? La bocca che hai usato per ripulì i piedi miei e er cazzo de Sergio, o quer culetto che s'è spaccato in due sul tavolo? Quale de questi due buchi è er preferito de Alvaro e Sergio?»
Rimango in silenzio, con la testa bassa, lo stomaco che si ribalta per il puzzo di ammoniaca dell'orina che mi macchia il petto e il sapore metallico del sangue. La vergogna di dover scegliere come essere abusato mi annienta.
Schiaffo.
Stavolta è Alvaro, un rovescio che mi prende l'altra guancia, bilanciando il dolore. La testa mi rimbalza dall'altra parte. Le loro risate sguaiate riempiono la stanza stantia come un coro infernale.
«Scegli, cagna, sennò te le schiacciamo del tutto quelle due noccioline che ti ritrovi!» urla Sergio, riafferrando con la sua mano tatuata i miei testicoli, stringendoli ancora più forte di prima, sollevandomi leggermente il bacino dal tavolo.
Il dolore mi toglie la vista per un istante, un urlo disperato mi muore nella gola occupata dalla bava. Sento il battito del mio cuore accelerato fin dentro lo scroto compresso.
«Tutti e due... vi prego... tutti e due so' vostri...» urlo piangendo, le dita che artigliano il legno del tavolo fino a farsi uscire il sangue dalle unghie. «Usatemi dove volete... sono er cesso vostro...»
Sergio allenta la presa, dandomi una pacca umiliante sull'interno coscia che lascia l'impronta rossa della sua mano. «Ecco. Così me piaci. Ubbidiente e consapevole di quanto vali poco.»
Alvaro si alza, lasciando cadere il boccale di vetro vuoto sul tavolo con un rumore sinistro. Si riavvicina con il boccale nuovamente colmo della loro urina tiepida e fumante, il liquido torbido che si muove nel vetro.
«E allora, visto che sei così ubbidiente, finisci er dovere tuo,» ringhia Alvaro, afferrandomi per i capelli e tirandomi la testa indietro finché il collo non si tende al massimo. Sergio mi blocca le mani dietro la schiena, mentre Alvaro mi preme il bordo del boccale contro i denti, scheggiandone quasi uno. «Apri 'sta bocca da troia e bevi er resto del regalo. Tutto, nun lascia' fòri manco 'na goccia, sennò ricominciamo a stringe laggiù finché nun te le faccio scoppià.»
Il liquido caldo e salato mi invade la bocca, bruciando sui tagli interni delle guance causati dagli schiaffi. Deglutisco con conati continui, soffocando nel puzzo acido della loro virilità dominante, mentre loro ridono del modo in cui il liquido mi cola sul collo e sul petto, battezzando definitivamente la mia totale, disperata sottomissione.
Il rumore dei passi di Sergio è ormai svanito nel cemento del corridoio, lasciando la stanza in un silenzio ancora più fetido e claustrofobico. Alvaro non si muove. Resta in piedi al centro della stanza, una montagna di muscoli e cicatrici che puzza di fumo, di alcol e di maschio selvatico. Mi fissa mentre sono ancora rannicchiato sul tavolo, con la pelle che mi tira per via della loro urina che si sta asciugando sul mio petto e sulle mie cosce.
Allunga una mano enorme, mi agguanta per i capelli biondi e mi tira su di peso, strappandomi un gemito acuto dal labbro già spaccato. La sua faccia è a un centimetro dalla mia, gli occhi ridotti a due fessure piene di disprezzo.
«Senti 'n po', pezzo de merda,» ringhia con quella voce che sembra catrame caldo. «Nun te la devi da prende se io e Sergio t'abbiamo trattato come 'na bestia. Inutile che piagnucoli come 'na femminuccia. Noi siamo maschi, biondi', siamo omini veri de galera, e quando ci ha da salì la carogna o c'abbiamo voglia de sborrà, pigliamo quello che ce serve e lo smontiamo. Tu invece sei solo 'n frocio col culetto liscio e profumato. E i froci come te servono solo a questo: a farsi sfonderà tutti i buchi che c'hanno. Ti ci devi abituà a scopà così, con le cattive, cor sangue, coi ceffoni e cor piscio nostro in gola. Questo è er dovere tuo da cagna. Se te sta bene è così, sennò la prossima volta te spacco l'ossa e te butto dentro a 'n cassonetto. Sono stato chiaro, troietta?»
«Sì, Alvaro... sì, signore,» sussurro con le lacrime che mi bruciano sugli schiaffi, mantenendo lo sguardo rigorosamente basso sulle sue ginocchia villose. «Lei ha perfettamente ragione... Mi scusi per la mia debolezza. Le giuro che mi abituerò a ogni Sua violenza. Io sono solo un oggetto nelle Sue mani, signor Alvaro. Il mio corpo è di Sua proprietà.»
Alvaro mi molla i capelli con un grugnito di disprezzo, dandomi una spinta che mi fa quasi perdere l'equilibrio. Ma non va a dormire. Si avvia a passi pesanti verso la sedia di legno lasciata libera da Sergio, ci si siede sopra a gambe completamente spalancate, la vestaglia aperta che mostra di nuovo il cazzo, già gonfio e paonazzo, che pulsa di una rabbia non ancora sfogata. Accende un fiammifero, lo accosta al sigaro e mi fissa nel fumo, come se fossi un insetto curioso e schifoso.
In quel momento, sentendo lo sguardo del mio carnefice addosso, una scarica di devozione malata mi squarcia il petto. Guardo quel corpo brutale che mi ha umiliato e calpestato, e nella mia mente devastata dalla sottomissione si fa strada un pensiero lucido, tremendo, assoluto: Io lo amo. Amo la sua spietatezza, amo il fatto che mi consideri un cesso, amo il modo in cui cancella la mia esistenza per far brillare la sua.
Senza che lui mi dica niente, mi muovo di mia iniziativa. Mi trascino sul pavimento cementizio, dandomi la spinta con le mani finché non gli volto le spalle. Mi arrampico sulle sue cosce massicce, mettendomi a cavalcioni sopra di lui, rivolto verso i suoi stivali. Con le dita tremanti e bagnate di sudore, afferro la base del suo grosso cazzo duro e posiziono l'entrata del mio retro, già lacerata e dolente per l'assalto precedente, proprio sopra la punta paonazza.
Mi lascio cadere giù di colpo, guidando la sua carne dentro di me per eseguire lo smorzacandela con il sedere.
L'impatto anatomico è devastante. La sua lunghezza mi squarcia di nuovo, risalendo violentemente lungo il canale rettale, stirando le pareti già infiammate e spingendosi fino al limite estremo delle mie viscere. Un gemito lacerante mi muore nella gola, ma non mi fermo. Inizio a muovermi verticalmente su e giù, con foga disperata, sollevando il bacino per poi ricascare con tutto il mio peso sulla sua verga, inghiottendolo interamente fino alla radice a ogni singola discesa. La carne si tende, il dolore è un incendio che mi mozza il fiato, ma continuo a saltargli sopra come un automa, offrendogli il sacrificio totale del mio corpo abusato.
Alvaro emette un grugnito profondo, animalesco, sorpreso e arrapato da quella mia iniziativa da troia sottomessa. Allunga le mani enormi e callose in avanti, afferrandomi il petto da dietro. Le sue dita nodose si stringono attorno ai miei capezzoli, stritolandoli e torcendoli con una forza mostruosa, come se volesse strapparmeli via dalla pelle.
Il dolore ai capezzoli è lancinante, una scossa rovente che si incrocia con le fiamme che mi squarciano il bacino a ogni affondo. Le lacrime mi escono a fiotti dagli occhi chiusi, bagnando le mie stesse ginocchia mentre continuo a fare lo smorzacandela col sedere senza sosta, senza fiato, col rumore bagnato e sordo della mia carne che batte contro il suo pube a ogni calata violenta. Sento i capezzoli quasi staccarsi sotto i suoi polpastrelli duri da galera, ma più lui stringe e mi distrugge, più io accelero il ritmo, spingendo la sua prepotenza fino in fondo alle mie viscere, assecondando il suo sadismo.
«Sì, così... pajatelo tutto 'sto cazzo col buco del culo tuo, brutta troia...» ringhia Alvaro dall'alto, torcendo ancora più forte i miei capezzoli fino a farmi vedere i fotogrammi neri dello svenimento. «Smorzalo per bene, cagna. Salta sul cazzo del padrone tuo finché nun te si spacca er cuore. Famme senti' quanto sei vacca e quanto m'hai sottomesso er corpo tuo de merda.»
Mentre vengo trivellato dalla sua carne spietata e il mio petto è in fiamme, continuo a calare sul suo membro con ritmo brutale. Nel buio della mia mente, tra le lacrime e il sangue che mi pulsa nelle orecchie, quel pensiero diventa una preghiera disperata: Sì, Alvaro, distruggimi. Io Ti amo perché sei il mio carnefice, e io sono solo il nulla ai piedi del mio Dio.
Manco er tempo de godeme quer momento de potere assoluto che 'sto pezzo de merda fa una cosa che nun m'aspettavo. De iniziativa sua. Senza che io aprissi bocca per ordinajelo.
Si gira de spalle, mettendosi a quattro zampe sul pavimento sporco, e comincia a striscià all'indietro come 'na cagna in calore. Risale sulle cosce mie massicce, si mette a cavalcioni sopra de me, rivolto verso i miei stivali. Lo guardo da dietro, sorpreso, cor sigaro piantato in bocca. Vedo er culetto suo bianco, tutto livido per le frustate e ancora bagnato dallo sburro mio e de Sergio, che si posiziona proprio sopra la punta del cazzo mio.
E poi, si lascia cadé giù de colpo. Tutto d'un pezzo.
«Porco dio...» me sfugge da dentro la gola, un grugnito rauco che scuote er petto. Er biondo s'infila er cazzo mio tutto intero nel culo, dritto fino alla radice, senza lubrificante, senza pietà per se stesso. Sento la carne sua stretta, infiammata, che me strozza l'uccello come 'na morsa rovente. Comincia a fa' lo smorzacandela col sedere: va su e giù a ritmo forsennato, sollevando er bacino per poi ricasca' con tutto er peso della carne sua sopra de me, inghiottendome ogni millimetro.
'Sta cosa me manda er cervello in pappa. 'Sto frocetto schifoso, 'sto signorina pulito, s'è trasformato in un animale de sottomissione. Gode a farsi sfonderà, lo vedo da come inarca la schiena, da come je tremano le spalle. Allora me sale la cattiveria, quella vera, quella che m'hanno insegnato a Rebibbia. Allungo le mani mie callose e sporche in avanti, gli afferro er petto da dietro e vado dritto sui capezzoli.
Glieli stringo tra er pollice e l'indice e comincio a stritolarglieli, a torcerglieli con tutta la forza che c'ho nelle dita, come se volessi strappaje la pelle. Sento er biondo che sussulta, un gemito disperato che je muore in gola, le lacrime che je scendono a fiotti bagnandogli le ginocchia. Ma non si ferma. Più glieli stritolo, più lui aumenta er ritmo del culo, saltando sul cazzo mio cor rumore bagnato e sordo della carne sua che sbatte contro er pube mio.
«Sì, così... pajatelo tutto, brutta vacca...» gli ringhio sul collo, sputando er fumo del sigaro sui capelli biondi. «Smorzalo per bene cor buco del culo tuo! Salta sul cazzo del padrone tuo finché nun te si spacca er cuore! Famme sentì quanto sei troia!»
Godo come un porco. Sento la carne sua dentro che si contrae a ogni calata, un calore viscido che me avvolge la verga. È 'na scarica che me parte dritto dalla spina dorsale e me arriva alle palle come un incendio. Nun ce la faccio più a sta' fermo: gli blocco i fianchi con le mani, lasciando i capezzoli ormai viola, e comincio a spigne da sotto pure io, andandogli incontro con colpi d'anca brutali, animaleschi, mentre lui continua a calà dall'alto.
L'incastro anatomico è perfetto, un tritacarne de bava, sudore e dolore. Sto per venì, la bava alla bocca, er fiato corto che gratta come carta vetrata.
«Mo' te sborro dentro un'altra volta, schifoso... prenditelo tutto!» urlo, mentre do un ultimo affondo violento, inchiodandolo con la sedia che scricchiola sotto er peso nostro. I muscoli delle gambe mie si tendono come corde. Esplodo.
Il seme mio bollente parte a getti violenti, densi, sguazzando dritto in fondo alle viscere sue lacerate. Sento er corpo del biondo che si irrigidisce, un ultimo brivido che lo attraversa da parte a parte mentre lo riempio fino all'orlo col veleno mio. Rimango incastrato dentro de lui per qualche secondo, ansimando come un bue, godendome la sensazione de averlo marchiato a fondo n'antra volta, sulla sedia mia, come 'n vero padrone.
Il silenzio torna a inghiottire la stanza, rotto soltanto dal sibilo del vento che batte contro i vetri sporchi. La violenza si è spenta di colpo, lasciando il posto a una pesantezza immobile, plumbea. Alvaro si alza dalla sedia con un grugnito stanco, si ripulice alla meglio col lembo della vestaglia lurida e si trascina verso il letto dal materasso logoro. Non mi ordina di restare sul pavimento. Con un cenno sbrigativo del braccio, mi fa segno di salirci.
Mi sdraio sul fianco, rannicchiando le ginocchia verso il petto, i muscoli delle gambe ancora scossi da tremiti involontari. Pochi istanti dopo, il letto affonda sotto la sua mole imponente. Alvaro si sistema alle mie spalle, avvolgendomi con la sua corporatura massiccia. Ci disponiamo a cucchiaio nel buio stantio della camera. Il suo braccio pesante e calloso si abbatte sul mio fianco, stringendomi a sé senza alcuna tenerezza, ma con la pura e possessiva fermezza di chi stringe un oggetto di sua proprietà.
L'incastro tra i nostri corpi è totale, intimo nella sua brutale asimmetria. Sento il suo petto villoso premere contro la mia schiena umida di sudore e urina, mentre il suo pene, ancora umido, caldo e pesante dopo l'esplosione, riposa inerte e rilassato proprio in mezzo alle mie natiche violate e brucianti. Ogni suo respiro profondo e regolare, che sa di tabacco vecchio e whisky, mi solleva il corpo, stringendomi ancora di più contro la sua virilità.
In quell'immobilità perfetta, protetto dal peso immenso del mio carnefice, la tensione che mi ha bloccato il corpo per ore si scioglie definitivamente. La vergogna residua cede il passo a un'estasi viscerale, totalizzante. Sotto l'effetto di quella sottomissione assoluta, mentre sento il calore del suo seme che preme profondo nelle mie viscere, anche la parte più mortificata e umiliata della mia anatomia cede. Senza che nessuno lo tocchi, il mio piccolo pene, rimasto flaccido e inerte sotto i loro insulti, si contrae in un ultimo, spontaneo spasmo di piacere: sento il mio stesso sperma fuoriuscire lentamente, una scia tiepida che mi bagna l'interno delle cosce, mescolandosi ai resti dei miei padroni.
Nel buio della camera, incastrato sotto il corpo dell'uomo che mi ha annientato e che amo di un amore malato e indissolubile, trovo la mia pace immonda. Chiudo gli occhi, respirando il suo odore selvaggio, custode perfetto del capolavoro del mio padrone.
Il fumo del sigaro ristagna nell'aria pesante della stanza, una nebbia grigiastra e marcia che avvolge lo squallore circostante. Alvaro è sprofondato in una poltrona di merda, le gambe spalancate, la vestaglia di seta lurida aperta che rivela il cazzo, pronto, gonfio e prepotente.
Sto comodo su 'sta poltrona de merda, cor fumo che me riempie i pormoni come dio comanda. ‘Sto biondino, tutto ripulito, sta in ginocchio in mezzo alla merda mia. Me fa quasi schifo: pare 'na bambolina de porcellana buttata dentro a 'n cassonetto, ma è proprio 'sta cosa che me fa salì er sangue, me fa venì la rabbia: vede' quanto è disposto a striscià e a farsi sputà in faccia per uno come me. Un ex galeotto che c'ha ancora er sangue degli altri sulle mani! Se pensa che ho dimenticato come se smonta un uomo, si sbaglia di grosso.
Il fumo mi brucia gli occhi, ma non oso muovermi. Sono in ginocchio sul pavimento freddo, polveroso e lordo, proprio tra le sue cosce massicce, con in faccia il suo grosso cazzo duro. Guardo Alvaro dal basso: la sua figura enorme e brutale occupa tutto il mio orizzonte. Mi sento minuscolo, pulito, patetico nella mia biancheria di seta di fronte alla sua trasandatezza dominante. La vergogna mi stringe la gola come una morsa calda, un senso di umiliazione così profondo che mi fa tremare le ginocchia; eppure, sotto quel peso, un piacere perverso e viscido si fa strada nel mio petto. È esattamente così che voglio sentirmi: annientato. Quest'uomo ha passato la vita a distruggere, porta addosso l'odore del carcere e della violenza vera, quella che spacca le ossa. Ha diritto a tutto questo. Merita che io sia solo il suo oggetto, il suo straccio, il suo nulla.
Alvaro abbassa lo sguardo. Non c'è dolcezza, solo il disprezzo feroce e il possesso di chi guarda una bestia da macello di sua proprietà. Espira una nuvola densa e tossica proprio in mezzo ai miei occhi, godendosi quel contrasto di pelle chiara e seta sottile. Poi, la sua mano pesante si abbatte come una mannaia sulla mia nuca, le dita nodose, calcolatrici e rozze che si intrecciano feroci tra i capelli biondi. Non è una carezza, è un sequestro.
«E allora? Che cazzo aspetti, brutto frocio?» ringhia Alvaro con quella voce roca che gratta come carta vetrata, strofinando il pollice sulla mia guancia in modo così ruvido da graffiarmi la pelle. «Apri 'sta bocca e famme vede' quanto vali come troia. Fammi senti' che me rispetti sur serio, sennò te raddrizzo io a calci.»
Non rispondo a parole; il silenzio è la mia prima, vergognosa offerta. Con una spinta violenta e improvvisa, la mano di Alvaro mi inchioda la testa verso il basso. Apro la bocca con un'estasi che confina col terrore, coprendo i denti con le labbra per offrirgli solo morbidezza. Quando la carne calda ed enorme entra, il sapore amaro della pelle e della sporcizia invade la mia bocca: il gusto di un criminale che prende ciò che vuole senza chiedere il permesso.
Lo fa subito, senza fiata', la cagna. Che bella bocca carda, me fa arrapà come 'na bestia. Ma mica me basta 'sta lusinga da signorina. No, io vojo vede' se c'ha er fegato de rivà fino in fondo alla gola, vojo sentì se sputa er sangue prima de dillo.
Spingi, Alvaro, ti prego, supplico nella mia mente mentre chiudo gli occhi, soffocando nella mia stessa umiliazione, concentrandomi solo sulla sensazione di lui che mi violenta la bocca. Prenditi tutto lo spazio. Sfondami. Non lasciarmi niente di mio.
Lui non rallenta. Con un movimento ritmico, brutale e spietato della mano sulla nuca, comincia a spingersi oltre ogni limite. Inclino la testa all'indietro, raddrizzando il collo per allineare la gola come un canale sacrificale. La pressione aumenta mentre l'uomo scivola oltre la base della lingua, invadendo la zona della faringe. Il riflesso di rigetto prova a scattare, mi manca l'aria, ma stringo il pugno sinistro, artigliando le cosce massicce e villose di Alvaro, e mi impongo di rilassare ogni muscolo. Invece di chiudermi, mi spalanco al mio padrone.
«Sì, così... pijalo tutto, nun lascia' fòri manco 'n centimetro, pezzo de merda,» mormora Alvaro dall'alto, sentendo il proprio corpo tendersi sulla poltrona. «Vojo sentirti soffoca' cor cazzo mio, vojo sentì i conati della gola tua. 'Sti muscoli so' robba mia e ci faccio quello che me pare.»
Con un colpo d'anca deciso e violento, Alvaro si spinge fino al limite estremo. La sensazione è totale e terrificante: il suo pube preme contro il mio naso, il respiro passa solo dalle narici in un ritmo corto, forzato e annaspante, mentre la sua lunghezza mi occupa ogni millimetro della gola. Alvaro emette un grugnito profondo, animale, una vibrazione sadica che riverbera fin dentro il mio petto attraverso la carne. Quest'uomo gode della mia totale passività, della mia capacità di farmi usare come un buco inerte, assaporando il modo in cui i miei occhi lacrimano per lo sforzo e la sottomissione.
Sto pe’ venì. È 'na scarica che me parte dritto dai coglioni e me incendia la schiena. «Ingoja tutto, cagna! Nun te stacca' finché nun t'ho svotato pure l'anima dentro a 'sta gola da frocio!»
Sento i suoi muscoli contrarsi sotto le mie dita. Il calore esplode nel fondo della mia gola, denso, prepotente, quasi doloroso. Deglutisco con fatica, soffocando, assecondando ogni suo sussulto violento, senza osare staccarmi finché non sento che si è svuotato del tutto.
Alvaro ritrae il corpo di colpo, mollando i miei capelli con un gesto di puro disprezzo, lasciando che la mia testa ricada stanca e umiliata sulle sue ginocchia pelose. Non dice una parola. Riprende il sigaro, l'espressione dura, criminale e soddisfatta, mentre io resto lì, ai suoi piedi, consapevole di essere stato lo zerbino perfetto per la sua gloria.
«Bravo,» dice solo Alvaro, la voce di nuovo piatta, indifferente e gelida, come se fossi già tornato a essere parte del mobilio vecchio. «Resta lì sotto e nun te move finché nun te lo dico io, troia.»
Mi trascino fuori da sotto di lui, i muscoli che tremano, ma il clima nella stanza cambia di colpo, facendosi ancora più cupo e minaccioso. Alvaro scola l'ultimo sorso di whisky e butta il mozzicone del sigaro per terra, schiacciandolo con lo stivale. Mi guarda tremare ai suoi piedi, con la bocca sporca del suo seme e quell'aria da cane bastonato. Il pompino gli è servito solo come antipasto; adesso si muove con una pesantezza sinistra. Nei suoi occhi brilla la stessa luce cattiva di quando stava in cella. Ha voglia di sentire qualcosa di più che la mia bocca.
«Girati, troia,» dice con un grugnito, dandogli un calcio secco sul fianco per farlo muovere. «Mettiti a pecora, poggia 'sta faccia da cazzo sur pavimento sporco e arza quer culetto da signorina. Mo' vedemo se sei capace de prenne un uomo vero tutto intero o se te spacco in due come 'n ciocco de legna.»
Eseguo immediatamente, tremando come una foglia, sopraffatto da una vergogna che mi eccita fino alla nausea. Mostro quegli slip di seta che ad Alvaro fanno solo schifo, stimolando la sua voglia di strapparmi via anche l'ultimo briciolo di dignità. L'uomo si alza dalla poltrona, sovrastandomi come un colosso; dalla sua altezza sembro ancora più insignificante, un insetto da schiacciare.
«Guarda che roba ridicola,» mi ringhia all'orecchio, afferrandomi i fianchi con le mani sporche, callose e violente, affondando le dita nella carne tenera fino a farmi male. «Speri davvero che ce stia tutto là dentro, biondi'? Preparati, perché nun c'avrò nessuna pietà de te. Me piace sentirti piagne, me eccita senti' che te sto ad aprì come 'na bestia al macello.»
Senza usare un briciolo di lubrificante, se non uno sputo della sua stessa saliva acida, Alvaro punta la testa del cazzo contro l'entrata stretta, tesa e terrorizzata. Spinge con un colpo secco, tremendo, infischiandosene della mia carne che fa resistenza. Il mio corpo sussulta, emettendo un gemito acuto di puro dolore.
«Zitto, cagna!» Alvaro mi molla un ceffone secco e violentissimo sulla chiappa che lascia il segno rosso fuoco delle sue dita nodose. «Te fa male? Bene. Te deve fa' male da morì. Devi senti' ogni centimetro de me che te scava dentro e te rovina. Vojo che domani, quando provi a camminà, te ricordi quanto è grosso e cattivo er cazzo de Alvaro.»
Continuo a spigne, me piace sentì che se spacca tutto là dentro. Entro piano piano, godo a sentillo stringe e patì. Quando arrivo in fondo, sento er respiro suo che se spezza, er rumore delle budella che cedono. Inizio a dacce dentro con colpi duri, animaleschi, da galera, fregandomene se lo rovino. Questa è robba mia.
La sua lunghezza mi attraversa tutto, mi scava dentro con una violenza inaudita che mi mozza il fiato e mi lacera. Il dolore è acuto, lacerante, ma la sensazione di essere letteralmente schiacciato e distrutto sotto il suo peso mi dà una pace perversa, un piacere indicibile nato dalla totale sottomissione. Sono utile. Sono il suo sfogo immondo. Le sue mani mi stringono i fianchi così forte che sento già i lividi formarsi sotto la pelle, ma stringo i denti e gratto le dita sul pavimento polveroso, offrendogli tutto me stesso senza riserve.
Il sudore acido di Alvaro cola dalla sua fronte e finisce dritto sulla mia schiena pulita, macchiandola e lordandola. Vedere questo contrasto — il corpo pesante, sporco e criminale che schiaccia la pelle chiara contro il pavimento misero — manda il sangue al cervello dell'uomo. Non rallenta, anzi, inizia a incularmi con più rabbia, con la furia sadica di chi ha passato anni a sfogare la propria frustrazione dietro le sbarre. Ogni volta che affonda, la mia carne si tende al limite del tollerabile, e quel mio gemito soffocato contro il pavimento lo fa sentire un Dio onnipotente.
«Sì, piagni e sanguina pure, troia!» mi urla addosso, mentre mi afferra ferocemente i capelli e mi tira indietro la testa per guardare la mia faccia stravolta dal dolore, dalle lacrime e dalla sottomissione più abietta. «Lo senti quanto ce l’ho grosso? Lo senti come te sto a smontà la carne? Sei solo ‘no sborratoio per er cazzo mio, 'n cesso dove butto lo schifo mio, nient'altro!»
Il piacere sale dalle sue palle come un incendio doloso. Alvaro aumenta il ritmo, i colpi diventano brevi, brutali, veri e propri martellamenti che mi fanno sobbalzare e sbattere contro il legno a ogni spinta.
«Mo' te sborro dentro tutto 'sto veleno, schifoso...» ringhia, con la bava alla bocca, il fiato corto e gli occhi fuori dalle orbite. «Prenditelo tutto, prenditi ogni goccia de sburro mio! Vojo riempirti così tanto che dovrai portarti dentro er ricordo mio per giorni, viscido come sei!»
Con un ultimo affondo violento e spietato, mi inchioda definitivamente al suolo. I muscoli delle gambe di Alvaro sono tesi come corde pronte a spezzarsi, ed esplode dentro di me con una ferocia che sembra volermi svuotare l'anima. Le pareti del mio corpo tremano sotto la scarica bollente, mentre il suo seme si riversa proprio in fondo, dove fa più male, dove non c'è via di scampo. Rimane lì sopra per qualche secondo, pesante, schiacciandomi i polmoni, ansimando come un bue infernale, godendosi la sensazione di avermi marchiato a fuoco nelle viscere. Poi, si stacca con un suono sordo e bagnato, lasciando che io crolli a terra come un cencio vecchio e sventrato.
Alvaro si sistema la vestaglia, senza degnarmi di uno sguardo, e si avvia verso la poltrona per riprendere il sigaro.
«Resta là per terra a senti' er regalo mio che te cola fòri dalle chiappe,» dice con un tono gelido, sadico e soddisfatto, mentre riaccende il fiammifero. «Oggi hai servito bene er padrone tuo. Mo' sparisci dalla vista mia, striscia via prima che me venga voglia de datte 'n altro giro e de spezzarti le gambe.»
Mi trascino faticosamente, i muscoli che tremano e quella sensazione di bruciore e lacerazione che mi ricorda ogni centimetro di quella prepotenza criminale. Alvaro è di nuovo sulla poltrona, una gamba accavallata e il sigaro che brilla nell'oscurità della stanza fetida. Sputa un pezzo di tabacco a terra, proprio vicino alla mia faccia, e mi guarda come se fossi un insetto curioso da schiacciare sotto lo stivale.
Ancora in ginocchio, con lo sguardo basso, la bocca impastata e il respiro corto, trovo la forza di sussurrare la domanda che mi brucia nel petto più del dolore fisico: «Alvaro... sono... sono stato all'altezza? Ti ho servito come volevi?»
Alvaro espira una nuvola di fumo densa e grigia, guardandomi con un ghigno che è a metà tra il divertimento sadico e il disprezzo più profondo. «Guarda 'sto frocio... c'ha pure er coraggio de parla' col cazzo mio ancora in corpo. T'ho aperto come 'na bestia al macello e chiedi se sei stato all'altezza?»
«Voglio solo sapere se... se ti ho soddisfatto abbastanza. Se ti sei sentito un vero maschio, il mio padrone, con me.»
L'uomo ride, una risata roca, spietata, che gli scuote il petto massiccio. «Certo che m'ho sentito maschio, biondi'. È facile nun sentirsi un Dio quando c'hai uno zerbino come te sotto i piedi che accetta ogni schiaffo, ogni umiliazione e ogni spinta senza manco fita'. M'hai servito, sì. M'hai servito come serve 'n cesso pulito quando uno c'ha bisogno de cacà er veleno che c'ha dentro.»
«Quindi... sei soddisfatto?»
Alvaro si sporge in avanti, afferrandomi il mento con le dita che puzzano ancora di sesso, sudore e fumo, stringendo così forte da farmi scricchiolare la mascella. «Diciamo che per oggi er dovere tuo da troia l'hai fatto. L’hai preso tutto, nun hai piagnucolato come 'na femminuccia e hai ingojato la sburra come t'ho ordinato. Sei stato 'n buco utile, e per uno come me, 'sto qua è er complimento più grande che te posso fa'. Sei carne da macello ben addestrata.»
Un piccolo, vergognoso brivido di piacere corre lungo la mia schiena ferita. «Grazie, Alvaro...»
Alvaro mi molla il mento con una spinta brusca che mi fa quasi sbattere la testa sul pavimento. «E mo' dacce un taglio a sbava' sulle gambe mie, che me fai schifo. Alza er culo, vatte a puli' 'sta faccia de cazzo e sparisci in un angolo. M'ho già stufato de guardà la faccia tua. Se m'arriva la voglia de calpestarti n'antra volta, sarò io a chiamarti. Chiaro?»
«Sì, Alvaro. Chiarissimo.»
Ma il clima nella stanza cambia di nuovo, repentinamente, tingendosi di un'oscurità ancora più minacciosa. Alvaro non è affatto rilassato; lo spettro del suo passato violento sembra agitarlo, muovendolo con una pesantezza sinistra. Mi afferra per un braccio con una forza che mi strappa la pelle e mi trascina verso una sedia di legno rigida, al centro della stanza.
«Te senti troppo fiero per aver preso er cazzo, eh? Guarda come tremi, me pari quasi fiero,» ringhia, mentre mi spinge brutalmente a faccia in giù sulla seduta di legno duro. «Pensi che basta farsi fotte la gola e er culo per essere un buon servitore? A te te serve 'na lezione de quelle vere, de quelle che davo in cella a quelli che parlavano troppo. 'Na roba che te resta scritta sulla pelle per sempre.»
Mi blocca i polsi dietro lo schienale con una mano sola, una morsa d'acciaio abituata alle rissa e alle manette, che non mi lascia un millimetro di movimento. Con l'altra mano, tira fuori un frustino da cavallo in cuoio nero, sottile e flessibile, che sibila sinistro nell'aria pesante mentre lo agita per provarlo.
Guardo 'sto culetto bianco che sporge dalla sedia, tutto tremante, teso come 'na corda de violino, ancora sporco de me. Me fa schifo quanto è liscio, pare che nun ha mai faticato un giorno in vita sua, mentre io sputavo sangue in galera. Beh, mo' ce penso io a daddje 'n po' de colore vero, er colore del sangue. «Stai fermo e conta, brutta troia,» gli urlo, mentre arzo er braccio col frustino. «E ringraziame a ogni colpo, perché sto a spreca' energie per raddrizzarti la schiena da signorina.»
Il primo fendente mi mozza il fiato. Il sibilo nell'aria è seguito da un dolore lancinante, un fuoco improvviso che mi incendia la carne delle natiche. Sento la sedia scricchiolare sotto il mio peso sussultante. Brucia da morire, una sofferenza pura che mi fa lacrimare gli occhi, ma l'umiliazione profonda di essere frustato come uno schiavo si trasforma in un dardo di piacere distorto e mostruoso. Sento la carne gonfiarsi all'istante, so che mi sta marchiando, che sta scrivendo la sua brutale proprietà su di me con la forza. Stringo i denti, le dita attorno al legno, accettando la sua furia criminale.
Faccio partire il colpo successivo, ancora più forte, sulla destra. Schiaffo. Il rumore della pelle lacerata è brutale in quel silenzio pieno di fumo stantio.
«Troppo piano? Voi che ce carco la mano, troietta?» Alvaro si diverte come un sadico a vedere come quel mio corpo da signorina diventa un campo di battaglia rosso fuoco e purpureo. Non mi lascia il tempo di respirare. Inizia a colpire a ritmo serrato, incrociando i colpi con precisione spietata, disegnando una X di dolore e sottomissione sulla mia pelle. Ogni volta che il frustino affonda, la mia resistenza crolla, il mio respiro diventa un gemito strozzato, un pianto di pura vergogna e sottomissione.
«Ecco er rispetto tuo!» mi grida l'uomo sul collo, sferrando un colpo dritto al centro, dove la carne è più sensibile e lacerata. «'Sto qua è per ricordarti che sei solo un pezzo de carne ai comandi miei, un oggetto che posso rompe quando me pare! Ogni segno che te lascio è la firma de Alvaro sopra de te!»
Alvaro continua finché non ha il braccio stanco e il mio fondo non è diventato un unico ammasso di dolore purpureo, gonfio e sanguinante. Si ferma solo quando vede che tremo così tanto da non riuscire più a stare dritto sulla sedia. Appoggia la punta gelida e sporca del frustino proprio lì, nel mezzo delle chiappe violate, dove brucia di più.
«E mo' resta lì e brucia, pezzo de merda,» dice con un sorriso cattivo e malavitoso, riprendendo il sigaro con la mano che gli trema per lo sforzo. «Anzi, nun t'azzarda' a moverti de un millimetro finché nun ho finito de guarda' er capolavoro che t'ho fatto sul culo. Guarda come sanguini bene.»
L'aria nella camera da letto è adesso ancora più densa, stantia e irrespirabile, impregnata dell'odore di sudore acido, tabacco vecchio, sperma e della violenza appena esplosa. Alvaro è crollato sul letto logoro, la mole pesante e massiccia che affonda nel materasso sfondato. È completamente nudo, una montagna di muscoli stanchi, cicatrici da taglio e pelle ruvida, coperta da una foresta di peli grigi e ispidi.
«Vieni qua, schiavo,» mugugna con la voce ridotta a un soffio catramoso e carico di catena, senza nemmeno aprire gli occhi. «Fai l'ultimo lavoro da troia. Me vojo senti' pulito dallo schifo de 'sta giornata, ma nun c'ho voglia de move 'n dito. Usa 'sta lingua da cagna e famme splende'.»
Mi avvicino strisciando sul pavimento come un verme, le natiche che bruciano ferocemente a ogni minimo movimento, un ricordo purpureo e sanguinante del frustino che ancora pulsa. Ma quel dolore atroce è solo benzina per la mia devozione malata, la conferma della mia totale sottomissione. Mi arrampico sul letto come un animale fedele, un cane bastonato, e inizio il mio rito di totale degradazione.
Comincio dai suoi piedi, larghi, callosi e sporchi. Passo la lingua tra le dita nodose, pulendo via la polvere nera del pavimento e il sudore acido degli stivali, con una meticolosità quasi religiosa che mi riempie di vergogna e di un piacere indicibile. Risalgo lungo i polpacci potenti e pelosi, le cosce massicce che sanno di cuoio, di sporco e di maschio selvatico e violento. Ogni mio colpo di lingua è un atto di sottomissione totale, la rinuncia a ogni briciolo di dignità umana. Sei il mio signore, penso mentre il sapore acre e selvaggio di lui mi riempie la bocca. Sei il mio padrone, l'ex galeotto che mi possiede, e io sono l'acqua lurida che ti purifica.
Quando arrivo al suo ventre gonfio, Alvaro emette un grugnito di piacere rauco e animalesco. Lo lecco con cura ossessiva, risalendo verso il petto ampio, ripulendo i peli ispidi dal sudore che brilla sotto la luce fioca di una lampadina nuda che pende dal soffitto. Mi soffermo a lungo sulle sue mani, quelle mani enormi che mi hanno colpito, frustato e posseduto senza pietà; lecco ogni nocca consumata dalle risse, ogni cicatrice del suo passato violento, come se stessi onorando le armi di un carnefice.
«Sì... così... pulisci bene, cagna...» mormora l'uomo, allungando un braccio pesante come piombo per schiacciarmi la faccia con violenza contro il proprio petto villoso, quasi a soffocarmi. «Sei proprio come uno straccio, biondi'. Un povero straccio umano, 'na pezza da piedi che vive solo per ripuli' lo schifo mio e farsi sfonderà quando me va.»
Infine, la mia lingua arriva al suo viso segnato dal crimine, leccando via l'odore del fumo dalle guance ispide di barba dura, sentendo il calore della pelle ruvida e spietata. Quando ho finito, il corpo immenso di Alvaro brilla leggermente, umido del mio servizio umiliante. L'uomo allunga un braccio pesante e mi blocca con una morsa contro il suo fianco, usandomi come un cuscino di carne inerte, senza alcuna tenerezza, solo come un oggetto di sua proprietà che ha trovato il suo posto naturale sotto di lui.
«Mo' dormi e sta' zitto, brutto frocio,» conclude Alvaro, mentre il suo respiro diventa pesante, regolare e minaccioso nel giro di pochi istanti. «Domani te servono le forze per ricomincia' a patì. Ti apro di nuovo.»
Resto lì, completamente incastrato e schiacciato sotto il suo peso immenso, con l'odore di sudore e galera di Alvaro che mi riempie i polmoni e il sapore del suo seme e della sua pelle ancora sulla lingua. Nel buio fetido della stanza, con il corpo lacerato che ancora brucia come l'inferno, sento di aver raggiunto finalmente la mia torbida perfezione: sono il nulla più assoluto e umiliato ai piedi del mio violento, immenso tutto.
Il Ritorno dei Lupi: Il Doppio Sacrificio
L’aria all’interno della stanza è satura, densa di un calore umido e malsano. Al fumo acre del sigaro di Alvaro e al puzzo di alcol si è aggiunto un odore più acuto, selvatico: il sudore rancido di Sergio, il suo compagno di cella a Rebibbia. Sergio siede a gambe larghe su una sedia di legno, la faccia segnata da una cicatrice livida che gli spacca il sopracciglio sinistro, le mani enormi coperte da tatuaggi sbiaditi e ruvidi fatti in galera col ferro caldo. Due predatori cresciuti nello stesso fango, che si intendono senza bisogno di parlare.
Io sono in ginocchio tra di loro, sul pavimento cementizio che morde la pelle nuda delle mie ginocchia. La vergogna mi mozza il fiato, una vampa calda che mi arrossa il collo e le guance, ma sotto l'umiliazione profonda di essere esposto come una bestia da fiera, sento il viscido, perverso piacere di ridurmi al loro nulla. Sono un pezzo di carne bianca in mezzo a due blocchi di pietra e violenza.
«Guarda 'sto frocetto, Sergio,» mormora Alvaro, sputando un filo di fumo grigiastro che mi investe la faccia. «Guarda come trema er biondino. Ha capito subito che aria tira oggi. Me piace condivide' la robba buona con un fratello de cella. Faje vede' a 'sto schifoso come se trattano i servi come lui.»
«C'ha la pelle troppo liscia, Alvaro, me fa quasi schifo,» ringhia Sergio, allungando uno stivale pesante per premere la suola lorda di fango dritto sul mio petto, spingendomi indietro fino a farmi inarcare la schiena. «Ma c'ha gli occhi da troia. Mo' raddrizziamo pure 'sto culetto da signorina. Caccia fòri l'attrezzo, va', che me se sta a 'ndurì pure er sangue.»
Alvaro mi afferra per i capelli biondi da dietro, torcendoli con una violenza che mi strappa un gemito e mi costringe a spalancare la bocca, tirando indietro la testa fino a far scricchiolare le vertebre cervicali. Sergio si sbottona i pantaloni logori con un gesto secco. Il suo cazzo sbuca fuori: scuro, venoso, segnato da una pelle spessa, indurito da una rabbia repressa per anni dietro le sbarre. Odora di sporco, di strada, di chiuso.
Non ho via di scampo. La presa di Alvaro mi inchioda la nuca, mentre la mole di Sergio oscura ogni briciolo di luce. La mia bocca è spalancata, tesa, le labbra tese contro i denti per non graffiare la carne del nuovo padrone. Sotto di me, sento le natiche che ancora bruciano per le frustate passate, e quel dolore pulsante si mescola alla saliva che mi cola sul mento. Sono la loro discarica umana.
«Pijalo tutto, cagna!» urla Alvaro, spingendo con forza la mia testa in avanti, mentre Sergio fa un passo deciso, piantandomi la sua colonna di carne dritta in gola.
L’impatto anatomico è brutale. La consistenza ruvida della sua pelle invade la mia cavità orale, premendo contro il palato molle e abbassando violentemente la base della lingua. Lo stimolo del vomito scatta immediato, violento: i muscoli della faringe si contraggono in un conato riflesso, ma la mano di Alvaro dietro la nuca agisce come una morsa che impedisce ogni movimento di ritirata. Sergio grugnisce, afferrandomi le orecchie con le dita nodose, e inizia a spingere con colpi d'anca corti, ritmici e spietati. La punta del suo cazzo urta ripetutamente contro l'epiglottide, ostruendo la trachea. Il respiro mi si blocca nei polmoni; l'aria non passa più, le lacrime mi scorrono calde sulle guance, bagnando lo stelo venoso che mi sta soffocando.
«Sì, costringilo a ingoja', Sergio! Guarda come je lacrimano gli occhi, la troietta,» ride Alvaro, e sento la sua mano libera che scende pesante lungo la mia schiena, affondando le dita nei lividi purpurei delle mie chiappe, pizzicando la carne viva fino a farmi sussultare contro il bacino di Sergio. «Godi, eh? Lo so che te piace farti smontà da due carcerati. Sei 'n cesso e oggi te svuotiamo la rabbia dentro.»
«Spingi più a fondo, cazzo... Sento che la gola sua se stringe come 'na morsa, me sta a strozzà er cazzo, Alvaro! Che brivido...» pensa Sergio, aumentando la violenza dei colpi, incurante dei miei rantoli soffocati.
Il ritmo diventa frenetico, animalesco. Alvaro mi afferra improvvisamente per le ascelle con la sua forza immensa, sollevandomi di peso dal pavimento come se fossi un involucro vuoto. Mi sbatte a pancia in giù sul tavolo di legno massiccio, spazzando via col mio stesso corpo bottiglie vuote di whisky e carte sporche, che rovinano a terra con un rumore sordo. Le mie natiche sono completamente esposte all’aria fredda e al loro sguardo viscido. Sergio mi si avventa subito davanti, afferrandomi la mascella per costringermi a riaprire la bocca, riprendendo il suo assalto orale da piegato, mentre Alvaro si posiziona dietro di me.
Senza un filo di lubrificante, sorretto solo dalla bava che mi cola, Alvaro punta l'estremità enorme del suo cazzo contro l'anello muscolare del mio sfintere, già teso e dolente. Spinge con tutto il peso del suo bacino.
Il dolore è una lama rovente che mi squarcia in due. Lo sfintere si tende oltre il limite anatomico, la mucosa interna si lacera sotto la pressione secca della sua carne massiccia. Vorrei urlare, emettere un grido d’aiuto, ma la mia bocca è completamente sigillata, riempita fino alla radice dalla verga di Sergio che continua a colpirmi la gola. Il mio urlo si trasforma in un muggito soffocato, un suono gutturale e disperato che vibra contro il petto di Sergio.
Alvaro non ha pietà. Inizia a colpire da dietro con affondi lunghi e distruttivi, ogni spinta fa scricchiolare le gambe del tavolo di legno. Sento la sua sacca scrotale battere con violenza contro la mia carne ferita. Le pareti del mio retto vengono stirate, raschiate dalla sua prepotenza, mentre davanti Sergio mi costringe a seguire il movimento opposto, creando un perno di dolore e carne che mi attraversa da parte a parte. Le mie dita artigliano disperatamente il bordo del tavolo, le unghie si spezzano sul legno grezzo, mentre il sudore dei due uomini cola in gocce spesse sulla mia schiena, battezzando la mia totale degradazione.
Non sono più niente. Sono solo un canale di carne aperto, un punto di giunzione per la loro bestialità. La vergogna mi consuma, mi annulla, eppure la mia mente tocca un vertice di piacere indicibile nell'essere lo strumento della loro ferocia. Sono l'oggetto perfetto.
«Ci siamo, Sergio... me stanno a scoppia' le palle...» ringhia Alvaro con la bava alle labbra, stringendomi i fianchi così forte da lasciarmi i segni neri delle dita sulla pelle. «Sborragli in gola, mo' veniamo insieme dentro a 'sta carcassa!»
I colpi diventano rapidi, disordinati, un vero martellamento che mi scuote lo scheletro. Sergio dà un ultimo affondo profondo, bloccandomi la testa contro il suo pube, e sento il getto del suo seme bollente schizzare violento contro le pareti della mia faringe. Istintivamente deglutisco, soffocando, mentre il liquido denso mi riempie la bocca. Quasi nello stesso istante, Alvaro si inchioda contro le mie natiche con un grugnito sordo, animalesco: le pareti interne del mio retro vengono inondate da una scarica di sburra bollente e densa, che preme contro la carne lacerata, espandendosi là dove fa più male.
I loro corpi rimangono tesi sopra di me per qualche secondo, ansimando pesantemente come bovini dopo lo sforzo, godendosi l'inerzia del mio corpo violato. Poi, si staccano contemporaneamente con un suono sordo e bagnato.
Crollo sul tavolo come un cencio vecchio, le gambe che tremano in preda a spasmi involontari. Il liquido misto dei due uomini inizia immediatamente a colare fuori da me, tracciando linee calde lungo le cosce e bagnando il legno del tavolo. Alvaro e Sergio si sistemano i vestiti, ridendo in modo rauco, scambiandosi una pacca sulla spalla. Alvaro riaccende il sigaro, espirando una nuova nuvola grigia sopra il mio corpo inerte.
«Visto, Sergio? T'avevo detto che la gola sua è 'n'autostrada,» dice Alvaro con voce piatta, indifferente, mentre mi tira uno schiaffo disprezzante sulla natica infuocata. «Mo' resta lì, troia. Nun te move da quer tavolo finché er regalo nostro nun è colato tutto. Pulisci er legno cor corpo tuo e ringrazia dio se oggi due lupi veri t'hanno usato come se deve.»
Resto immobile nel buio stantio della stanza, con il sapore acre del loro seme in bocca e il bruciore profondo nelle viscere. Sotto l'odore del tabacco e della carne violata, avvolto nella mia stessa immonda vergogna, sento di essere finalmente diventato ciò che meritavo: lo zerbino di sangue e bava su cui i padroni calpestano la loro gloria.
Il silenzio che segue la tempesta è ancora più sinistro. Il tavolo di legno scricchiola sotto il mio peso mentre cerco di rannicchiarmi, ma i muscoli delle gambe tremano, incapaci di reggere anche solo lo sforzo di rimettermi in ginocchio. L'aria è un muro compatto di fumo grigio, puzzo di sesso acido e il sudore pesante dei due uomini. Alvaro e Sergio non si muovono. Restano lì, incombenti come due guardie carcerarie alla fine di un turno di fustigazione, i petti massicci che si alzano e si abbassano regolari.
Alvaro si avvicina alla credenza sgangherata. Con un sorriso storto, afferra la bottiglia di Scotch invecchiato dodici anni che ho portato io la settimana scorsa — un regalo costoso, comprato con la mia paghetta da signorina, sperando di comprare un briciolo della sua approvazione. Ne versa due dita generose nel suo bicchiere e altrettante in un vecchio bicchiere sbeccato per Sergio. Il liquido ambrato brilla sotto la luce giallastra della lampadina nuda.
«Guarda 'sto stronzo che roba m'ha portato, Sergio,» dice Alvaro, facendo dondolare il whisky nel vetro. «Roba da ricchi. Ma a caval donato nun se guarda in bocca, specie se er cavallo è 'na troia da monta come questa.»
Sergio manda giù un sorso, emettendo un suono di approvazione profondo. Poi posa lo sguardo sgranato e cattivo su di me. «Senti un po', biondo. Adesso facciamo un piccolo gioco come quelli che facevamo coi ruffiani in isolamento. Un bell'interrogatorio. Se rispondi bene, forse Alvaro te lascia respirà. Se fai il fiero... beh, la carne tua è morbida, ci mettiamo poco a ritrovarci un altro buco.»
La vergogna mi sale dallo stomaco alla gola, liquida e bruciante. Sono nudo, lordato dai loro resti che ancora mi colano freddi lungo l'interno delle cosce, esposto sul tavolo come un pezzo di carne al mercato.
«Prima domanda, cagna,» ringhia Alvaro, facendosi vicino. Il suo respiro sa di tabacco e alcol. «Quando stavi a casa tua, nel tuo lettino pulito, quante volte l'hai sognato er cazzo de Alvaro che te sventrava? Quante volte hai pensato a quanto sei schifoso rispetto a un uomo vero?»
Resto zitto. Il terrore mi blocca la mascella, le labbra mi tremano ma non riesco a far uscire un suono.
Schiaffo.
La mano pesante di Alvaro si abbatte sulla mia guancia sinistra con un rumore secco, brutale, che rimbomba nelle mie orecchie come un colpo di pistola. La testa mi gira violentemente di lato, il sapore metallico del sangue mi invade la bocca dove il dente ha tagliato l'interno del labbro. I due scoppiano a ridere, una risata roca, sincrona, che mi gela il sangue.
«Ahahah! Guarda come s'incanta! Te s'è bloccata la lingua da vipera, biondi'?» ride Sergio, passandosi una mano sui tatuaggi del braccio. «Rispondi al padrone tuo, sennò er prossimo te lo do io e ce metto pure l'anello.»
«Io... io ci pensavo sempre...» sussurro col filo di voce che mi rimane, le lacrime che scorrono libere sulla guancia gonfia, mescolandosi al fango sul tavolo. «Volevo... volevo essere il tuo straccio, Alvaro...»
«Ecco, vedi che se insisti la memoria torna?» fa Alvaro, prendendo un altro sorso del mio whisky costoso. «Seconda domanda. Adesso che è venuto pure l'amico mio, che hai sentito due pesi veri sopra de te... chi ce l'ha più grosso? Chi t'ha fatto sentire più troia delle due?»
È una trappola immonda. Se dico Alvaro, Sergio mi spezza; se dico Sergio, Alvaro mi distrugge. Guardo il pavimento, cercando di sparire nel nulla, stringendo i denti.
Schiaffo.
Stavolta è Sergio. Il colpo arriva da dietro, sulla nuca, spingendomi la faccia dritto contro il legno del tavolo. Il naso picchia duro, sento la cartilagine che pulsa dal dolore. Le loro risate tornano a riempire la stanza, sguaiate, piene di un disprezzo che mi svuota di ogni dignità.
«Te piace fa' la difficile, eh?» dice Sergio, mentre si avvia verso l'angolo della stanza e raccoglie un grosso boccale di vetro da birra, opaco di polvere e sporcizia. Si riavvicina al tavolo, ridacchiando con Alvaro. «Sai che c'è? M'è venuta un po' de sete a guardarti. Ma la birra l'abbiamo finita. Alvaro, che dici, je prepariamo un cocktail a 'sta signorina col whisky suo?»
«Ma quale whisky, quello è troppo buono per un cesso,» grugnisce Alvaro, sbottonandosi di nuovo i pantaloni con una lentezza calcolata, sadica.
Vedo l'anatomia della scena comporsi davanti ai miei occhi terrorizzati. Alvaro accosta il boccale di vetro al suo basso ventre. Sento il rumore liquido, ritmico e pesante della sua urina che batte contro il fondo del boccale. Il liquido è giallo, denso, fumante nell'aria fredda della stanza, emanando un odore acido di ammoniaca e alcol vecchio che mi investe immediatamente le narici. Quando ha finito, passa il boccale a Sergio.
«Tieni, allunga col tuo, che così sente la differenza tra Rebibbia e Regina Coeli,» dice Alvaro, ridendo sgangherato mentre si ripulisce con la vestaglia.
Sergio fa lo stesso. Il boccale si riempie fino all'orlo di un liquido torbido e tiepido, una miscela immonda della loro intimità più degradante. Lo posano sul tavolo, proprio a pochi centimetri dalla mia faccia. Il calore che emana il vetro fa salire un vapore che mi nausea.
«Ecco qua. Questo è er dazio che pagano i froci come te quando entrano nella tana dei lupi,» dice Alvaro, afferrandomi per i capelli e tirandomi su, costringendomi a sedere sul tavolo con le gambe penzoloni. Sergio afferra il boccale pesante con le sue mani tatuate e me lo preme contro le labbra, spingendo così forte da farmi battere il vetro contro i denti.
«Bevi, cagna. Tutto d'un fiato. Vojo vede' la gola tua che manda giù l'acqua nostra mentre noi ci gustiamo 'sto profumo de whisky,» ringhia Sergio, mentre Alvaro mi stringe la gola da dietro con due dita, premendo sui linfonodi per costringermi ad aprire la bocca.
Il liquido caldo mi invade le labbra. Il sapore è indescrivibile: salato, amaro, un concentrato di calore animale e scorie che mi brucia sul labbro spaccato. Il riflesso del vomito è una scossa elettrica che mi attraversa lo stomaco, ma la mano di Alvaro mi stringe la gola, bloccandomi il respiro: o deglutisco o soffoco nel loro piscio.
Mando giù il primo sorso, il liquido scende caldo lungo l'esofago, lasciandomi in bocca una consistenza pastosa e innaturale. I due sopra di me ridono, brindando con i loro bicchieri di Scotch pregiato, godendosi lo spettacolo della mia totale distruzione.
«Sì, così, manda giù tutto! Pulisci la bocca dal seme nostro col piscio nostro!» urla Sergio, inclinando ancora di più il boccale, facendomi colare il liquido giallo sul mento e sul petto, macchiando la pelle e la seta strappata.
Deglutisco ancora, una, due, tre volte, finché il boccale non è vuoto. Quando Sergio lo allontana, tossisco violentemente, sputando le ultime gocce sul legno, con lo stomaco che si contrae in spasmi dolorosi che riesco a malapena a trattenere.
Alvaro mi molla un ultimo schiaffo leggero, quasi distratto, sulla guancia ormai viola. «Bravo lo schiavo. Hai visto come sei diventato ubbidiente? Mo' resta lì a digerì er pranzo dei padroni. E ringrazia che non t'abbiamo fatto lavà pure er pavimento con la lingua.»
I due tornano a sedersi, accendendo un altro sigaro, i bicchieri di whisky in mano, mentre io rimango immobile sul tavolo, avvolto dal puzzo della loro urina che mi bagna il corpo, consapevole di aver toccato un livello di abiezione da cui non potrò mai più ripulirmi. E nel profondo del mio animo distrutto, la vergogna si trasforma nell'estasi definitiva: essere la loro latrina vivente.
L’umiliazione stagnante nella stanza si fa ancora più densa, un gioco al massacro psicologico e fisico dove ogni briciolo della mia dignità viene strappato via con metodica crudeltà. Sergio e Alvaro siedono ai due lati del tavolo, i bicchieri del mio Scotch invecchiato tra le dita nodose, i sigari che bruciano emettendo spire di fumo grigiastro che mi avvolgono la testa. Io rimango lì in mezzo, seduto sul legno bagnato dai loro resti, nudo, tremante, col labbro spaccato e la guancia che pulsa.
Alvaro fa girare il whisky nel vetro, guardandomi come si guarda una carcassa stradale. «Allora, biondi', visto che er cocktail che t'ha preparato Sergio t'è piaciuto, continuiamo cor terzo grado. Vedemo se quella testolina da signorina capisce come deve risponde' a un uomo.»
«Terza domanda, troia,» interviene Sergio, sporgendosi in avanti. Il suo respiro alcolico mi investe. «Quando vai in giro coi vestiti firmati e spendi i soldi de papà, te senti un uomo? Dimme un po', quando guardi la gente dall'alto in basso, ce l'hai er coraggio de guardà in faccia uno come noi, o te pisci sotto come stai a fa' mo'?»
Il terrore mi blocca le corde vocali. Provo a far uscire una parola, ma dalle labbra esce solo un sibilo secco, un respiro affannato.
Schiaffo.
La mano di Sergio mi colpisce la guancia già gonfia. Il colpo mi sposta la testa di scatto, sento il collo scricchiolare e il sangue ricomincia a colare dal labbro, tracciando una linea rossa sul mento. I due scoppiano a ridere, una risata di gola, roca e spietata.
«Ancora muto sta. Alvaro, me sa che 'sto frocetto c'ha bisogno de 'n incentivo più delicato per parlà,» ghigna Sergio.
Prima che io possa muovermi, la mano enorme e callosa di Alvaro si allunga sul tavolo, afferrando con violenza il mio scroto. Le sue dita ruvide si stringono attorno ai miei testicoli, applicando una pressione costante, millimetrica, spietata.
Il dolore è immediato, una scossa sorda e lancinante che mi sale dritta allo stomaco, mozzandomi il fiato. Le mie gambe si irrigidiscono sul bordo del tavolo, gli occhi mi si spalancano per l'agonia mentre cerco disperatamente di inarcare il bacino per sfuggire a quella morsa, ma la presa di Alvaro è un'ancora di ferro.
«Guarda che roba ridicola, Sergio,» commenta Alvaro, aumentando leggermente la pressione, facendomi emettere un gemito acuto, strozzato. «Due noccioline sfigate. Ma ce l'hai mai avute le palle in vita tua, biondi'? Guarda quanto so' piccole, nun c'hanno manco er coraggio de tirarsi su. Questo crede de ave' er diritto de chiamarsi maschio solo perché c'ha un buco finto in mezzo alle gambe.»
«Ma quale maschio, Alvaro! Questo è 'na femmina venuta male,» infierisce Sergio, allungando un dito per colpire con un buffetto umiliante il mio cazzo flaccido e inerte. «Guarda qua che miseria. Con tutta 'sta carne de uomo vero intorno, con lo sburro nostro che ancora je frigge dentro, 'sto vermicello sta ancora nascosto. Sei solo carne sprecata, frocio. Rispondi a quello che t'ho chiesto: te senti un uomo, sì o no?»
«No... no...» rantolo, le lacrime che mi accecano mentre la pressione di Alvaro sui miei testicoli mi fa vedere i fotogrammi neri del svenimento. «Nun sono un uomo... sono solo... la troia vostra... vi prego, Alvaro...»
Alvaro molla la presa di colpo, lasciandomi respirare, ma la sensazione di schiacciamento anatomico rimane lì, un dolore sordo che mi fa contrarre il basso ventre. I due brindano ridendo, mandando giù un altro sorso del mio whisky.
«Vedi che se glie tocchi i tasti giusti canta?» ride Alvaro, ripulendosi la bocca col dorso della mano pelosa. «Quarta domanda, allora. Visto che hai ammesso che sei 'na troia... quale parte de te preferisci che usiamo? La bocca che hai usato per ripulì i piedi miei e er cazzo de Sergio, o quer culetto che s'è spaccato in due sul tavolo? Quale de questi due buchi è er preferito de Alvaro e Sergio?»
Rimango in silenzio, con la testa bassa, lo stomaco che si ribalta per il puzzo di ammoniaca dell'orina che mi macchia il petto e il sapore metallico del sangue. La vergogna di dover scegliere come essere abusato mi annienta.
Schiaffo.
Stavolta è Alvaro, un rovescio che mi prende l'altra guancia, bilanciando il dolore. La testa mi rimbalza dall'altra parte. Le loro risate sguaiate riempiono la stanza stantia come un coro infernale.
«Scegli, cagna, sennò te le schiacciamo del tutto quelle due noccioline che ti ritrovi!» urla Sergio, riafferrando con la sua mano tatuata i miei testicoli, stringendoli ancora più forte di prima, sollevandomi leggermente il bacino dal tavolo.
Il dolore mi toglie la vista per un istante, un urlo disperato mi muore nella gola occupata dalla bava. Sento il battito del mio cuore accelerato fin dentro lo scroto compresso.
«Tutti e due... vi prego... tutti e due so' vostri...» urlo piangendo, le dita che artigliano il legno del tavolo fino a farsi uscire il sangue dalle unghie. «Usatemi dove volete... sono er cesso vostro...»
Sergio allenta la presa, dandomi una pacca umiliante sull'interno coscia che lascia l'impronta rossa della sua mano. «Ecco. Così me piaci. Ubbidiente e consapevole di quanto vali poco.»
Alvaro si alza, lasciando cadere il boccale di vetro vuoto sul tavolo con un rumore sinistro. Si riavvicina con il boccale nuovamente colmo della loro urina tiepida e fumante, il liquido torbido che si muove nel vetro.
«E allora, visto che sei così ubbidiente, finisci er dovere tuo,» ringhia Alvaro, afferrandomi per i capelli e tirandomi la testa indietro finché il collo non si tende al massimo. Sergio mi blocca le mani dietro la schiena, mentre Alvaro mi preme il bordo del boccale contro i denti, scheggiandone quasi uno. «Apri 'sta bocca da troia e bevi er resto del regalo. Tutto, nun lascia' fòri manco 'na goccia, sennò ricominciamo a stringe laggiù finché nun te le faccio scoppià.»
Il liquido caldo e salato mi invade la bocca, bruciando sui tagli interni delle guance causati dagli schiaffi. Deglutisco con conati continui, soffocando nel puzzo acido della loro virilità dominante, mentre loro ridono del modo in cui il liquido mi cola sul collo e sul petto, battezzando definitivamente la mia totale, disperata sottomissione.
Il rumore dei passi di Sergio è ormai svanito nel cemento del corridoio, lasciando la stanza in un silenzio ancora più fetido e claustrofobico. Alvaro non si muove. Resta in piedi al centro della stanza, una montagna di muscoli e cicatrici che puzza di fumo, di alcol e di maschio selvatico. Mi fissa mentre sono ancora rannicchiato sul tavolo, con la pelle che mi tira per via della loro urina che si sta asciugando sul mio petto e sulle mie cosce.
Allunga una mano enorme, mi agguanta per i capelli biondi e mi tira su di peso, strappandomi un gemito acuto dal labbro già spaccato. La sua faccia è a un centimetro dalla mia, gli occhi ridotti a due fessure piene di disprezzo.
«Senti 'n po', pezzo de merda,» ringhia con quella voce che sembra catrame caldo. «Nun te la devi da prende se io e Sergio t'abbiamo trattato come 'na bestia. Inutile che piagnucoli come 'na femminuccia. Noi siamo maschi, biondi', siamo omini veri de galera, e quando ci ha da salì la carogna o c'abbiamo voglia de sborrà, pigliamo quello che ce serve e lo smontiamo. Tu invece sei solo 'n frocio col culetto liscio e profumato. E i froci come te servono solo a questo: a farsi sfonderà tutti i buchi che c'hanno. Ti ci devi abituà a scopà così, con le cattive, cor sangue, coi ceffoni e cor piscio nostro in gola. Questo è er dovere tuo da cagna. Se te sta bene è così, sennò la prossima volta te spacco l'ossa e te butto dentro a 'n cassonetto. Sono stato chiaro, troietta?»
«Sì, Alvaro... sì, signore,» sussurro con le lacrime che mi bruciano sugli schiaffi, mantenendo lo sguardo rigorosamente basso sulle sue ginocchia villose. «Lei ha perfettamente ragione... Mi scusi per la mia debolezza. Le giuro che mi abituerò a ogni Sua violenza. Io sono solo un oggetto nelle Sue mani, signor Alvaro. Il mio corpo è di Sua proprietà.»
Alvaro mi molla i capelli con un grugnito di disprezzo, dandomi una spinta che mi fa quasi perdere l'equilibrio. Ma non va a dormire. Si avvia a passi pesanti verso la sedia di legno lasciata libera da Sergio, ci si siede sopra a gambe completamente spalancate, la vestaglia aperta che mostra di nuovo il cazzo, già gonfio e paonazzo, che pulsa di una rabbia non ancora sfogata. Accende un fiammifero, lo accosta al sigaro e mi fissa nel fumo, come se fossi un insetto curioso e schifoso.
In quel momento, sentendo lo sguardo del mio carnefice addosso, una scarica di devozione malata mi squarcia il petto. Guardo quel corpo brutale che mi ha umiliato e calpestato, e nella mia mente devastata dalla sottomissione si fa strada un pensiero lucido, tremendo, assoluto: Io lo amo. Amo la sua spietatezza, amo il fatto che mi consideri un cesso, amo il modo in cui cancella la mia esistenza per far brillare la sua.
Senza che lui mi dica niente, mi muovo di mia iniziativa. Mi trascino sul pavimento cementizio, dandomi la spinta con le mani finché non gli volto le spalle. Mi arrampico sulle sue cosce massicce, mettendomi a cavalcioni sopra di lui, rivolto verso i suoi stivali. Con le dita tremanti e bagnate di sudore, afferro la base del suo grosso cazzo duro e posiziono l'entrata del mio retro, già lacerata e dolente per l'assalto precedente, proprio sopra la punta paonazza.
Mi lascio cadere giù di colpo, guidando la sua carne dentro di me per eseguire lo smorzacandela con il sedere.
L'impatto anatomico è devastante. La sua lunghezza mi squarcia di nuovo, risalendo violentemente lungo il canale rettale, stirando le pareti già infiammate e spingendosi fino al limite estremo delle mie viscere. Un gemito lacerante mi muore nella gola, ma non mi fermo. Inizio a muovermi verticalmente su e giù, con foga disperata, sollevando il bacino per poi ricascare con tutto il mio peso sulla sua verga, inghiottendolo interamente fino alla radice a ogni singola discesa. La carne si tende, il dolore è un incendio che mi mozza il fiato, ma continuo a saltargli sopra come un automa, offrendogli il sacrificio totale del mio corpo abusato.
Alvaro emette un grugnito profondo, animalesco, sorpreso e arrapato da quella mia iniziativa da troia sottomessa. Allunga le mani enormi e callose in avanti, afferrandomi il petto da dietro. Le sue dita nodose si stringono attorno ai miei capezzoli, stritolandoli e torcendoli con una forza mostruosa, come se volesse strapparmeli via dalla pelle.
Il dolore ai capezzoli è lancinante, una scossa rovente che si incrocia con le fiamme che mi squarciano il bacino a ogni affondo. Le lacrime mi escono a fiotti dagli occhi chiusi, bagnando le mie stesse ginocchia mentre continuo a fare lo smorzacandela col sedere senza sosta, senza fiato, col rumore bagnato e sordo della mia carne che batte contro il suo pube a ogni calata violenta. Sento i capezzoli quasi staccarsi sotto i suoi polpastrelli duri da galera, ma più lui stringe e mi distrugge, più io accelero il ritmo, spingendo la sua prepotenza fino in fondo alle mie viscere, assecondando il suo sadismo.
«Sì, così... pajatelo tutto 'sto cazzo col buco del culo tuo, brutta troia...» ringhia Alvaro dall'alto, torcendo ancora più forte i miei capezzoli fino a farmi vedere i fotogrammi neri dello svenimento. «Smorzalo per bene, cagna. Salta sul cazzo del padrone tuo finché nun te si spacca er cuore. Famme senti' quanto sei vacca e quanto m'hai sottomesso er corpo tuo de merda.»
Mentre vengo trivellato dalla sua carne spietata e il mio petto è in fiamme, continuo a calare sul suo membro con ritmo brutale. Nel buio della mia mente, tra le lacrime e il sangue che mi pulsa nelle orecchie, quel pensiero diventa una preghiera disperata: Sì, Alvaro, distruggimi. Io Ti amo perché sei il mio carnefice, e io sono solo il nulla ai piedi del mio Dio.
Manco er tempo de godeme quer momento de potere assoluto che 'sto pezzo de merda fa una cosa che nun m'aspettavo. De iniziativa sua. Senza che io aprissi bocca per ordinajelo.
Si gira de spalle, mettendosi a quattro zampe sul pavimento sporco, e comincia a striscià all'indietro come 'na cagna in calore. Risale sulle cosce mie massicce, si mette a cavalcioni sopra de me, rivolto verso i miei stivali. Lo guardo da dietro, sorpreso, cor sigaro piantato in bocca. Vedo er culetto suo bianco, tutto livido per le frustate e ancora bagnato dallo sburro mio e de Sergio, che si posiziona proprio sopra la punta del cazzo mio.
E poi, si lascia cadé giù de colpo. Tutto d'un pezzo.
«Porco dio...» me sfugge da dentro la gola, un grugnito rauco che scuote er petto. Er biondo s'infila er cazzo mio tutto intero nel culo, dritto fino alla radice, senza lubrificante, senza pietà per se stesso. Sento la carne sua stretta, infiammata, che me strozza l'uccello come 'na morsa rovente. Comincia a fa' lo smorzacandela col sedere: va su e giù a ritmo forsennato, sollevando er bacino per poi ricasca' con tutto er peso della carne sua sopra de me, inghiottendome ogni millimetro.
'Sta cosa me manda er cervello in pappa. 'Sto frocetto schifoso, 'sto signorina pulito, s'è trasformato in un animale de sottomissione. Gode a farsi sfonderà, lo vedo da come inarca la schiena, da come je tremano le spalle. Allora me sale la cattiveria, quella vera, quella che m'hanno insegnato a Rebibbia. Allungo le mani mie callose e sporche in avanti, gli afferro er petto da dietro e vado dritto sui capezzoli.
Glieli stringo tra er pollice e l'indice e comincio a stritolarglieli, a torcerglieli con tutta la forza che c'ho nelle dita, come se volessi strappaje la pelle. Sento er biondo che sussulta, un gemito disperato che je muore in gola, le lacrime che je scendono a fiotti bagnandogli le ginocchia. Ma non si ferma. Più glieli stritolo, più lui aumenta er ritmo del culo, saltando sul cazzo mio cor rumore bagnato e sordo della carne sua che sbatte contro er pube mio.
«Sì, così... pajatelo tutto, brutta vacca...» gli ringhio sul collo, sputando er fumo del sigaro sui capelli biondi. «Smorzalo per bene cor buco del culo tuo! Salta sul cazzo del padrone tuo finché nun te si spacca er cuore! Famme sentì quanto sei troia!»
Godo come un porco. Sento la carne sua dentro che si contrae a ogni calata, un calore viscido che me avvolge la verga. È 'na scarica che me parte dritto dalla spina dorsale e me arriva alle palle come un incendio. Nun ce la faccio più a sta' fermo: gli blocco i fianchi con le mani, lasciando i capezzoli ormai viola, e comincio a spigne da sotto pure io, andandogli incontro con colpi d'anca brutali, animaleschi, mentre lui continua a calà dall'alto.
L'incastro anatomico è perfetto, un tritacarne de bava, sudore e dolore. Sto per venì, la bava alla bocca, er fiato corto che gratta come carta vetrata.
«Mo' te sborro dentro un'altra volta, schifoso... prenditelo tutto!» urlo, mentre do un ultimo affondo violento, inchiodandolo con la sedia che scricchiola sotto er peso nostro. I muscoli delle gambe mie si tendono come corde. Esplodo.
Il seme mio bollente parte a getti violenti, densi, sguazzando dritto in fondo alle viscere sue lacerate. Sento er corpo del biondo che si irrigidisce, un ultimo brivido che lo attraversa da parte a parte mentre lo riempio fino all'orlo col veleno mio. Rimango incastrato dentro de lui per qualche secondo, ansimando come un bue, godendome la sensazione de averlo marchiato a fondo n'antra volta, sulla sedia mia, come 'n vero padrone.
Il silenzio torna a inghiottire la stanza, rotto soltanto dal sibilo del vento che batte contro i vetri sporchi. La violenza si è spenta di colpo, lasciando il posto a una pesantezza immobile, plumbea. Alvaro si alza dalla sedia con un grugnito stanco, si ripulice alla meglio col lembo della vestaglia lurida e si trascina verso il letto dal materasso logoro. Non mi ordina di restare sul pavimento. Con un cenno sbrigativo del braccio, mi fa segno di salirci.
Mi sdraio sul fianco, rannicchiando le ginocchia verso il petto, i muscoli delle gambe ancora scossi da tremiti involontari. Pochi istanti dopo, il letto affonda sotto la sua mole imponente. Alvaro si sistema alle mie spalle, avvolgendomi con la sua corporatura massiccia. Ci disponiamo a cucchiaio nel buio stantio della camera. Il suo braccio pesante e calloso si abbatte sul mio fianco, stringendomi a sé senza alcuna tenerezza, ma con la pura e possessiva fermezza di chi stringe un oggetto di sua proprietà.
L'incastro tra i nostri corpi è totale, intimo nella sua brutale asimmetria. Sento il suo petto villoso premere contro la mia schiena umida di sudore e urina, mentre il suo pene, ancora umido, caldo e pesante dopo l'esplosione, riposa inerte e rilassato proprio in mezzo alle mie natiche violate e brucianti. Ogni suo respiro profondo e regolare, che sa di tabacco vecchio e whisky, mi solleva il corpo, stringendomi ancora di più contro la sua virilità.
In quell'immobilità perfetta, protetto dal peso immenso del mio carnefice, la tensione che mi ha bloccato il corpo per ore si scioglie definitivamente. La vergogna residua cede il passo a un'estasi viscerale, totalizzante. Sotto l'effetto di quella sottomissione assoluta, mentre sento il calore del suo seme che preme profondo nelle mie viscere, anche la parte più mortificata e umiliata della mia anatomia cede. Senza che nessuno lo tocchi, il mio piccolo pene, rimasto flaccido e inerte sotto i loro insulti, si contrae in un ultimo, spontaneo spasmo di piacere: sento il mio stesso sperma fuoriuscire lentamente, una scia tiepida che mi bagna l'interno delle cosce, mescolandosi ai resti dei miei padroni.
Nel buio della camera, incastrato sotto il corpo dell'uomo che mi ha annientato e che amo di un amore malato e indissolubile, trovo la mia pace immonda. Chiudo gli occhi, respirando il suo odore selvaggio, custode perfetto del capolavoro del mio padrone.
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