Castrato dalla moglie e dal suo amante rumeno. Marco scopre il masochismo.
di
Qulottone
genere
pulp
ATTENZIONE: Testo violento adatto solo ad un pubblico adulto che sa distinguere tra finzione letteraria e realtà.
L’aria all’interno del casolare casertano era una cappa irrespirabile di paglia marcia, stallatico e sigarette. Marco stava al centro della stanza, le ginocchia che gli facevano "Giacomo Giacomo" e i pantaloni calati alle caviglie, esponendo i suoi testicoli davanti agli occhi di sua moglie, l’amante ed il norcino.
Florin interrogava il norcino con una curiosità brutale, quasi scientifica. «Allora, Don Antò,» esordì il rumeno, l’accento che tagliava l’aria come un coltello arrugginito. «Spieca bene a noi, cazzoo. Quali sono modi per tagliere palle a questo coglione? Io vuole sapere come si fa lavoro pulito, che lui non muore ma non è più uomo.»
Don Antonio si avvicinò a Marco con la flemma di chi ha visto troppo sangue per impressionarsi. Aveva ancora le mani nere di terra; afferrò lo scroto del poveretto manipolandolo come merce avariata. Marco emise un gemito acuto, un suono da topolino schiacciato.
«Uè, rumeno, ce ne stanno paricchie 'e modi pe' castrà 'stu bbuono a nulla» rispose il vecchio. «Ce sta 'o scannino: 'nu taglio netto, se cacciano 'e granielle e se cuce. Fa male, ma fenisce subito. Oppure ce sta 'o laccio: s'attacca 'nu cordino 'e cuoio stretto stretto a 'a bbase. 'O sango nun passa cchiù e dopo 'na settimana 'a carne addiventa nera, puzza 'e mmerda e cade da sola. È 'nu tormento lento, 'o faje murì nu poco alla volta.»
Marco scoppiò in un pianto nervoso, le spalle che sussultavano violentemente. «No... no, Florin! Elena, vi prego, ditemi che state scherzando!» urlò, la voce incrinata dal terrore puro. «Ho accettato tutto, ho guardato mentre lui ti prendeva sul nostro letto, ho goduto nel sentirmi una nullità... ma questo no! Non potete castrarmi come una bestia, vi supplico, sono un uomo, sono tuo marito!»
Elena, seduta con le gambe incrociate e le mutandine in evidenza su un tavolo bello alto, lo guardò con un disprezzo che gli gelò il midollo. Non c'era traccia di pietà, solo una noia fastidiosa e la volontà di compiacere il suo focoso amante. In quell’istante, la mente di Marco scivolò all’indietro, alla radice della sua rovina.
Il fallimento del loro matrimonio non era stato un crollo improvviso, ma un’erosione lenta e silenziosa. Quello che era iniziato come un gioco "soft" per riaccendere una passione spenta — l'inserimento di Florin, un manovale dai modi rudi trovato in un cantiere, per qualche lavoretto in casa che servisse da pretesto erotico, una storia cuckold insomma — era sfuggito di mano a Marco. Florin non era un figurante; era un predatore geloso e violento, che aveva fiutato la debolezza di Marco e la fame insoddisfatta di Elena, prendendosi tutto: il letto, il comando e l'anima della casa.
Una sera, la gelosia possessiva di Florin era esplosa in una furia cieca. Aveva sorpreso Marco nel ripostiglio, rannicchiato tra la biancheria sporca di Elena, ad annusare ossessivamente le mutandine di lei bagnate di sborra. Lo aveva trascinato per i capelli al centro della camera, sbattendolo ai piedi del letto dove Elena osservava la scena con un sadismo gelido, espirando il fumo della sigaretta con una calma che faceva più male degli insulti.
«Guarda questo... guarda che schifo,» ringhiò Florin, l’accento rumeno che rendeva le parole dure come pietre. «Io scopa tua moglie e tu sta lì come cane a annusare mio sburro? Ti piace mio odore sopra di lei, eh? Ti eccita fare sega da solo con mio sburro?»
Marco tremava, la vergogna gli chiudeva la gola. Florin si accovacciò su di lui, l'ombra massiccia che lo oscurava completamente. «In mio paese, quando animale impazzisce e rompe scatole a mandria, noi fa pulizia. Noi toglie voglia di fare matto. Capito?»
Marco alzò lo sguardo, accennando un sorriso nervoso, quasi ebete. «Sì... scusami, Florin. Vuoi dire che devo darmi una regolata, vero?»
Sbam. Uno schiaffo violentissimo a mano aperta gli fece girare la testa. Poi un altro di rovescio, ancora più forte.
«Io non scherza!» urlò Florin, la faccia a un centimetro dalla sua. «Tu non capisce? Io dico che è meglio se ti taglio le palle! Ti senti poi tranquillo, meglio! Se tu non hai sburro, non sei più maschio, e io non ho più pensiero di te che vuoi scopare Elena. Tu diventa solo amico, un bue che serve padrone senza desideri»
Marco sbiancò, il labbro che iniziava a gonfiarsi. «Ma... ma cosa dici? Non puoi dire sul serio. È illegale, è...»
Elena intervenne con una risatina secca, quasi chirurgica. «Non scherza affatto, Marco, ne abbiamo già parlato, sarebbe meglio per tutti, anche per te. Guarda come sei ridotto. Sei inutile, un verme che ci spia e si fa le seghe sulle mie mutandine. Senza palle, almeno non rompi più i coglioni con le tue manie, soffri meno, sarebbe per il tuo bene. Diventi la mia amichetta. Mi piace l'idea.»
«Ma servirebbe un ospedale, un chirurgo» piagnucolò Marco, le mani giunte in una supplica patetica.
«Ma che dottore, merdoso!» ruggì Florin. «Io ho un amico a Caserta. Un mio compagno di cella che sa fare bene questa cosa. Lui è mandriano esperto, castra maiali, buoi, pecore ogni giorno. Fa tutto pulito, zac e via. E tue palle non sono grandi, sono come quelle di pecora, lui fa svelto, non ti preoccupare, penso io a tutto»
«Un dottore costerebbe troppo, uno spreco di soldi, dai, lo sai pure tu» aggiunse Elena, incrociando le gambe e guardando il marito con disprezzo. «Con quello che guadagni tu, un mediocre che non arriva a fine mese con dignità, non sprecherò i risparmi per una clinica. Meglio il norcino di Florin. È più economico e appropriato per uno come te. E poi dai, sempre a fare storie, che palle! E che sarà mai!»
Marco provò a ribattere sul pericolo delle infezioni, ma un altro schiaffo correttivo lo zittì bruscamente. Florin aveva deciso. «Non rompere più i coglioni! Si va a Caserta domani o dopodomani, al più presto. Io chiama lui ora. Tu ora sceglie o io ti scanno qui come cane randagio. Scegli: o bue o morto, porco dio!»
L'eccitazione per il dominio totale e per la mutilazione imminente sembrò accendere un fuoco brutale in Florin. Con un gesto rapido si calò i pantaloni e si sedette con tutto il suo peso sulla faccia di Marco, schiacciandogli il volto contro la sua carne calda e pesante.
«Ora tu serve a qualcosa, frocio inutile,» ordinò.
Elena si sporse in avanti, gli occhi lucidi di un piacere malvagio. Afferrò Florin e iniziò a masturbarlo con colpi decisi, proprio davanti agli occhi sbarrati di Marco che non poteva né muoversi né respirare. Quando Florin raggiunse l'apice, grugnì di piacere e sborrò con violenza direttamente sulla faccia di Marco, coprendogli gli occhi e la bocca col suo seme.
«Ecco,» disse Florin rialzandosi e sistemandosi con noncuranza. «Questo è unico modo in cui tu vede mio sborra da oggi. Come un rifiuto. Prepara valigia, dopodomani si va dal norcino.»
Tornando al presente, Elena indicò con un dito curato un ferro lucido poggiato su un panno sporco. «E quello, Don Antonio? Quella specie di tenaglia?»
Il vecchio sorrise, mostrando gengive nere e denti scalcinati. «Questa è 'a Burdizzo, signurì. Questa è robba economica pe’ le pecore, ma una delizia da intenditori. Nun se taglia niente, nun esce sango. Si mette ‘a graniella tra le branche e... zac! Se schiaccia tutto internamente. I vasi si rompono, i testicoli si spezzano dinto 'o sacco. 'O dolore è fastidioso, sordo, ti toglie 'o respiro per un po’... ma è sicuro. Niente infezioni, niente morte. E…» continuò ridendo «tanto divertimento per chi assiste!»
Florin annuì, estasiato. «Questa va bene. Come divertimento?»
Bbé, chisto sta a suffrì comm’a ’nu cane e vò pietà, ma a vuje ca ’o schifate ve fa divertì e nun ce stanno prubblemi pe’ nisciuno. Tanto ’o dicimm’ a verità: ’o parul’ ’o amma castrà pe’ forza, e allora è meglio ca ce passam’ ’nu poco ’o sfizio, no?»
Fu allora che Don Antonio ammiccò con malizia, abbassando la voce verso Florin. «Ma pecché 'o vulite ffa' accussì, di nascosto? Uè, rumeno, io saccio gente, camorristi ca se vonno divertì a guardà 'ste cose. Si usamm' 'a Burdizzo e facimme 'nu bello circo, con 'o schiacciamento lento... io ve dico ca putimme tirà su pure centomila euro in 'na sera. 'A gente paga oro pe' sta' ccà a sentì 'nu frocetto ca strilla comm'a 'na femmenella mentre 'a carne se rompe dinto.»
Florin sgranò gli occhi, quasi strozzandosi col fumo della sigaretta. «Centomila euro? Per vedere questo maiale che urla e piange?»
Elena scese dal tavolo con un balzo, gli occhi che brillavano di pura avidità. Si avvicinò a Marco, che continuava a implorare: «Elena, no... vi prego... non vendetemi ai criminali, vi supplico! Florin, portami via, sarò il tuo schiavo, ti darò tutto lo stipendio, ma non lasciare che mi castrino... ho paura, ho troppa paura!»
Florin lo afferrò per la gola, sollevandolo quasi da terra con una forza disumana. «Tu ora sta zitto, cazzoo di perdente! Centomila euro sono macchina nuova e vita da signori per me e mia donna per un anno almeno! Tu ora serve a noi per questo. Tu deve solo grida forte per amici di Don Antonio, io ti rompe ogni osso di corpo prima che lui inizia.»
Marco, col viso paonazzo e le lacrime che gli inzuppavano la camicia, continuava a scuotere la testa, emettendo suoni soffocati di puro terrore. Allora il vecchio gli si avvicinò con fare paterno: «Uè, figghiu mio, parlamm’ 'nfacce: chisto Florin è 'nu delinquente 'e faccia tosta. Si s'è miso 'ncapa 'e te castrà, 'o ffa e basta, nun s'acconcia maje. Allora addumannat’ 'na cosa: nun è meglio ca t' 'o faje fà armeno p' 'e sorde? Nun t'hai 'a vvergognà 'e niente, aggio visto pure a ll'ate... s'hanno pigliato st'umiliazione sultanto p' 'a sacca. Si 'e sorde servono, che vuò fà? È tutto 'no spettaculo, tanto 'e palle, o ccà o a casa toja, sempe t' 'e tagliano»
«No, ho paura!»
“Ma che paura! Nu esse ccacasotto Porco dio! Ormai staje ccà e ccà nun se pazzea cchiù. 'E palle te le levo, ca tu 'o vuò o nun 'o vuò, pure senza pubblico t' 'o faccio perchè è il mio lavoro!
Ma se vuò essere sicuro ca 'o faccio bbuono, io n'aggia guadagnà e, soprattutto, m'aggia divertì. Vide bbuono che faje, pecché cchiù prublemi tiri fuori, cchiù me vendico... e pe' tte sarrà l'inferno 'n terra."
«Prepara tutto!» urla Florin «No perde tempo co’ coglione. Chiama i tuoi amici. Voglio metodo che ha detto, voglio sentire le sue urla di cazzo fin fuori dal casolare. Noi ha bisogno di quei soldi. E mo’ marchè, fa bello bocchino a don Antonio che lo merita»
Marco si trascinò sulle ginocchia, le rotule che scricchiolavano sul pavimento sconnesso, finché la sua faccia non arrivò all'altezza della cinta di Don Antonio. Le sue dita, livide e scosse da un tremito convulso, lavorarono sulla pattana del vecchio con una fretta devota, quasi religiosa. Quando il sesso del norcino saltò fuori — un pezzo di carne scura, venosa e brutale — Marco lo avvolse con entrambe le mani.
Iniziò a pompare con un ritmo disperato, gli occhi spalancati e fissi su quel cannone di carne che rappresentava il suo boia. Ogni movimento della mano era un atto di sottomissione assoluta. Sentiva il calore animale di Antonio e, paradossalmente, quella vicinanza alla fonte del potere che stava per annientarlo gli faceva scoppiare il cuore di un piacere malato, terminale.
A pochi centimetri dal suo viso, il rumore era quello di un’officina della tortura. Don Antonio, con una flemma che faceva gelare il midollo, versava il disinfettante sulle branche della Burdizzo. Il liquido colava sul metallo pesante, lavando via i resti dell’ultimo animale castrato per prepararsi alla carne umana.
«Vi prego… don Antonio no... pietà...» rantolò Marco, interrompendo per un secondo il ritmo, la bocca bagnata di bava e lacrime. «Fatemi tutto... vendetemi... ma non schiacciatemi le palle... non fatelo...»
Don Antonio non alzò nemmeno lo sguardo. Con un movimento rapido della mano libera, afferrò Marco per i capelli, tirandogli la testa all'indietro con una violenza che gli fece scattare le vertebre.
«Zitto, suga troia!» sibilò il vecchio, la voce roca di piacere e disprezzo. «Continua a faticà e muto, ca domani e palle toie adda scorre dinto ’a stu fierro!»
Florin, alle spalle di Marco, rideva con un suono gutturale, eccitato dallo sfacelo totale dell'uomo che una volta chiamava "padrone di casa". «Guarda Elena! Tuo marito è proprio una cagnetta felice di morire! Piange ma adora il cazzo de chi lo castra, p*** d**!»
Il ritmo di Marco si fece frenetico. Sentiva che Antonio era al limite. Il vecchio grugnì, inarcando la schiena, e con un ultimo, violento sussulto, scaricò un fiotto denso e caldo di sborra dritto sulla faccia di Marco, colpendolo sugli occhi e dentro la bocca aperta per le suppliche.
Marco rimase lì, immobile, il volto imbrattato dal seme del suo prossimo castratore, respirando a fatica mentre il sapore di quel liquido gli invadeva la gola. In quell'istante di umiliazione suprema, sentì il suo stesso membro sussultare in un'erezione dolorosa e colpevole.
«Ecco,» disse Antonio, pulendosi con un gesto sbrigativo e impugnando la Burdizzo con entrambe le mani. Il riflesso della lampadina nuda danzò sull'acciaio bagnato di disinfettante. «Mo’ ca hai bevuto, Marcuccié, preparate. Vediamo se ’stu sburro t’aiuta a sopportà ’o rumore delle ossa ca saltano, p** la M******!»
Finito il pompino Marco viene legato ad una trave, per le prime operazioni di controllo. Don Antonio, si sedette su uno sgabello proprio davanti a lui. Si accese un mozzicone di sigaro, lo sguardo fisso sul pacco che pulsava tra le cosce di Marco per il terrore. Avvicinò la tenaglia Burdizzo, ma non per chiuderla, solo per controllare la dimensione. Iniziò a picchiettare leggermente con l'acciaio freddo prima su un testicolo e poi sull'altro, ridendo sottovoce.
«Guarda comm' 'e tiene strette... pareno doie nucelle,» scherzò il vecchio in un casertano viscido. «Nun avé fretta, Marcuccié... 'o bello addà ancora venì. Primma t'aggiu 'a fa' venì 'a bava a 'a vocca pe' 'a paura. 'O sango s'adda gelà dinto 'e vene, accussì quando schiacciamo, 'o dulore è cchiù bbuono, cchiù sapurito. Ti faccio divertire, nun te preoccupà»
Florin, intanto, era scosso da un'eccitazione violenta, alimentata dall'odore del potere dei centomila euro che già vedeva piovere dal soffitto. Si sedette sulla panca di legno, allargando le gambe con un gesto osceno.
«Elena! Vieni qui, cazzo!» ordinò con voce roca. «Questo cornuto legato mi fa venire voglia di fotter forte. Guarda come ci guarda con quegli occhi da cane bastonato!»
Elena non se lo fece ripetere. Si avventò su Florin con una fame predatoria, sbottonandogli i pantaloni con una foga animalesca. Quando il membro massiccio del rumeno scattò fuori, Elena lo afferrò con entrambe le mani, iniziando una sega ritmica e spietata proprio davanti al viso di Marco. Il rumeno buttò la testa all'indietro, afferrando Elena per i capelli e guidando il movimento con spinte oscene.
«Guarda, Marco! Guarda tua donna come munge un uomo vero!» urlava Florin, ansimando forte. «Lei gode a farti questo, lei gode a sapere che tra poco non avrai più niente dentro i pantaloni! Sei una troia, Elena, dì al tuo uomo che sei una mignotta che ama i soldi di Florin!»
Marco, legato alla trave, non riusciva a distogliere lo sguardo. Era una tortura doppia: il freddo del ferro di Don Antonio che continuava a solleticare la sua pelle nuda e la visione di sua moglie che si concedeva con quella passione sporca al suo padrone. Eppure, in quell'abisso di degradazione, sentiva una pulsazione vergognosa, un brivido di piacere malato nel vedersi annientato così.
«Sì, Florin... sono la tua mignotta!» gridò Elena, aumentando la velocità e chinandosi per usare la bocca, facendo schioccare la saliva in modo udibile in tutto il casolare. «Schiacciagli le palle, fagli male, così festeggiamo i soldi nostri sulla sua pelle!»
Don Antonio si alzò e diede uno schiaffo leggero, quasi affettuoso, sullo scroto di Marco con la parte piatta della tenaglia. «Uè, biondo, guarda comm'è cuntenta 'a mugliera tua... mo' 'o straniero sburra e io e te ci facciamo n'ata chiacchierata. Nun aggio ancora deciso si accummincio dalla destra o dalla sinistra... forse le schiacciamo insieme, che ne dici? Accussì godi di più, è assicurato, p***** la M******!»
Florin arrivò al limite con un grugnito che scosse le pareti. Afferrò Elena per le spalle e si svuotò con una sborrata violenta che le imbrattò le mani e il petto. Lei si pulì ridendo, poi si voltò verso Marco, passandogli un dito sporco di sborra sulle labbra tremanti.
«Hai visto, Marco?» sussurrò con un ghigno crudele. «Florin è un uomo. Tu tra poco sarai solo un castrato. Don Antò, fallo aspettare... mi piace vederlo così, che si piscia addosso dalla paura.»
Il vecchio norcino rimise i ferri a bagno nell'olio scuro, ammiccando a Florin. «Aspetta, signurì... 'o meglio addà venì. Lasciamolo nu poco a faticà con 'o pensiero... 'a paura è 'o meglio condimento pe' 'nu lavoro fatto bbuono.» Si pulì le mani sporche di grasso sui pantaloni, poi tirò fuori dalla tasca del gilet un foglio e una penna biro masticata.
«Uè, straniero, fermammo 'e macchine,» disse il vecchio, guardando Florin che si stava ancora rinfoderando i pantaloni. «Io nun so' fesso. Primma de accummincià 'o circo, 'stu bbuono a nulla m'adda firmà 'na carta. 'Na liberatoria., cume la volite chiamare Adda sta scritto chiaro e tondo ca è consensiente, ca vò essere castrato d' 'o mijo. Si no, chisto se ne va a 'o spitale, dice ca l'amm' obbligato e qualcuno s'incazza. Senza firma, nun se schiaccia niente, porco d**!»
Florin sputò per terra, innervosito. «Ma che cazzo dici, vecchio? Lui fa quello che io dice!»
«Nun hai capito, biondo,» continuò Don Antonio avvicinandosi a Marco, che lo fissava con gli occhi sbarrati. «Io me voglio divertì, e pure i cumpagni miei che vonno venì vonno 'o ffuoco vero. 'A carta deve dicere ca lui vole soffrì pe' minimo nu pajo d’ore. Voglio 'o tempo de faticà con calma e fa spettacolo: primma n'ovetto, 'o schiacciamo millimetro pe' millimetro mentre lui me canta 'na canzone, e poi n'ata volta con l'altro. Nu paio d’ore de carne che se schiatta dinto 'o sacco va bene. Si firma, facimme 'e sorde. Si no, portatelo via.»
Elena si avvicinò a Marco, slegandogli una mano dalla palanca solo per mettergli la penna tra le dita tremanti. «Hai sentito, amore? Firma! Centomila euro, Marco! Firma che vuoi farti torturare per un paio d’ore, o giuro su Dio che Florin ti spacca la faccia prima che Don Antonio tocchi le tenaglie!»
Marco scosse la testa freneticamente, il petto che sussultava per i singhiozzi. «No... è troppo no... vi prego... morirò dal dolore... Elena, come puoi chiedermi di firmare la mia condanna? Florin, pietà!»
Florin gli fu addosso in un istante, afferrandogli la mano e piegandogli le dita sulla penna con una forza che gli fece gridare. «Tu firma, cornuto! Tu firma che ti piace sentire ferro che spacca tue palle di merda! Firma che vuole soffrire per noi, cazzo!»
Mentre la penna graffiava il foglio sotto la pressione violenta di Florin, Marco sentì un calore viscido risalirgli lungo la schiena. Il terrore di quella tortura, l'umiliazione di dover dichiarare per iscritto di voler essere castrato come una bestia da quegli uomini, gli stava provocando un'erezione vergognosa e turgida, proprio lì, a pochi centimetri dalla Burdizzo del vecchio.
«Guarda... guarda 'stu puorco!» esclamò Don Antonio, ridendo sguaiatamente e indicando il cazzo di Marco. «Sta firmando 'a condanna sua e ce l'ha pure duro! Marcuccié, ma allora si' proprio 'na troia malata! Te piace ca te sgarriamo tutto, eh? Te piace sentì 'o norcino ca te scassa 'e granielle!»
«Sì, guarda come gode il cornuto!» infierì Florin, mollandogli un ceffone che gli fece colare il sangue dal naso sul foglio. «Lui è eccitato perché sa che tra poco non sarà più uomo. Firma, cazzo, firma tutto!»
Marco, con un rantolo che era a metà tra un pianto e un gemito di estasi malata, appose una sigla sghemba sul foglio. «Ecco... ho firmato...» sussurrò, crollando con la fronte contro il legno della palanca. «Lo faccio solo per te Elena»
Don Antonio ripose il foglio firmato nel gilet, poi si voltò verso Marco, che pendeva nudo dalla trave come un quarto di bue pronto per la concia. La pelle di Marco era chiazzata di freddo e sudore, i peli delle gambe ritti per il terrore, e quella sua erezione involontaria, tesa verso il vuoto del casolare, lo rendeva la caricatura di un uomo. I calzoni erano ormai un ammasso di stracci ai suoi piedi, lasciando ogni sua vergogna esposta alla luce giallastra della lampada.
«Brav’ ’o biondo. Mo’ sì che si’ ’na merce d’esportazione,» sghignazzò il vecchio. Afferrò il cellulare incrostato di grasso, lo poggiò sul tavolo e attivò il vivavoce. «Però ’o circo nun s'arapre a ufo. Devo chiamà l’amici quelli c’hanno ’e sorde vere e ’a voglia di divertirsi co’ ’a carne d’ ’o chiattillo.»
Il primo squillo rimbombò nel silenzio, interrotto solo dai singhiozzi soffocati di Marco. «Uè, Antò... dimme tutto,» rispose una voce catarrosa e arrogante.
«Don Pasquà, scusate ’o disturbo. Tengo ’na cosa fina stasera dinto ’o casolare,» esordì il norcino con un tono viscido. «Tengo ’nu signore biondo, nudo comm’a n’infante, ca s’è firmato ’a condanna. Se vole fa castrà con ’a Burdizzo, millimetro pe’ millimetro. ’O prezzo è fissato: cinquemila euro solo pe’ trasì e guardà ’stu merda ca se piscia sotto dal dolore, e quindicimila euro pe’ chi vuole mettere ’e mmani sulla tenaglia e sentì ’è palle ca schiatta sotto ’e branche. Due ore de divertimento assicurata prima d’ ’o taglio finale.»
Dall’altro capo si sentì un fischio d’ammirazione. «Cinquemila pe’ guardà? Antò, si è overo ca strilla comm’a ’na mignotta, ne porto sette de compagni miei. Vogliamo vedé ’a faccia sua quando gli schiacciate ’o primo ovetto. Preparate ’e seggiole, ca portiamo ’e mazzette de sorde.»
Marco scosse la testa, le lacrime che gli finivano dritto in bocca. «No... quindicimila per toccarmi... vi prego... non lasciate che mi tocchino... Elena, pietà!»
Florin, sentendo quelle cifre, iniziò a fare i conti a voce alta, con gli occhi che iniettati di sangue per l'avidità. «Senti, cornuto! Sette amici di Don Pasquale fa già un sacco di sorde... se arrivano altri boss, noi stasera chiude a centomila euro! Centomila euro, cazzo, pe' tue palle di merda!»
Don Antonio fece altre due chiamate, alzando il tiro. «Uè, Don Cirì, acciratevi a venì. Cinquemila ’o biglietto pe’ vedé ’o circo del norcino. Tengo ’o biondo nudo legato a ’na palanca, pare ’nu santo dinto a ’nu quadro, ma tra n'ora strillerà peggio de n'animalo scannato. Quindicimila si vulite strignere voi... facimme ’o lavoro lento, un testicolo alla volta,tre de pura agonia. Portate i sordi sani, ca stasera facimme ’o botto.»
Elena si avvicinò a Marco, passandogli un’unghia laccata sulla pelle nuda dell’addome, scendendo verso la sua umiliazione. «Hai sentito, amore? Centomila euro. Valevi così tanto solo da macellato. Stasera io e Florin brindiamo alla tua faccia, mentre tu conti i minuti con la carne che ti esplode dentro. Guarda come sei ridotto... nudo, legato e venduto a pezzi ai camorristi!»
«Pietà... portatemi via... ho paura...» rantolò Marco, ma il suo corpo, traditore fino all'ultimo, pulsava sotto lo sguardo eccitato di Florin.
«Non avere fretta, Marcuccié,» concluse Don Antonio spegnendo il telefono. «Mo’ arrivano i signori. Florin, prepariamo a roba... stasera ’stu biondo adda cantà ’a canzone più bella della piana casertana. Centomila euro di divertimento, p** la M******!»
La sera, l'oscurità della piana casertana venne squarciata dai fari delle auto di lusso che sobbalzavano sullo sterrato, sollevando nuvole di polvere e fango. Una dopo l’altra, le berline scaricavano uomini dai volti coperti e dai vestiti sgargianti, che entravano nel casolare con la naturalezza di chi partecipa a un'esecuzione rituale.
Dentro, l’atmosfera era satura di un’eccitazione torbida e viscerale. Don Antonio aveva allestito un banchetto rozzo su dei cavalletti: mozzarelle che colavano latte, soppressate piccanti e damigiane di vino rosso. Gli ospiti mangiavano con le mani, bevevano a garganella e parlavano a voce alta, ignorando quasi del tutto, per i primi minuti, la figura umana che stava al centro della sala.
Marco era una visione surreale. Completamente nudo, le braccia tirate verso l'alto sulla palanca e le gambe spalancate a forza, bloccate da due ceppi di legno che gli tenevano le cosce divaricate, offrendo il suo sesso indifeso alla luce cruda della lampada. La vergogna gli faceva tremare la pelle, ma la sua perversione era più forte della paura: ogni volta che un boss alzava la voce o lo guardava ridendo, il suo membro reagiva con pulsazioni turgide, una serie di erezioni involontarie che non riusciva a controllare.
«Uè, ma guardate a 'stu scemo!» esclamò un tipo tarchiato, avvicinandosi con una fetta di porchetta in mano. «Sta nudo comm’a n'infante e ce l'ha pure duro... Marcuccié, ma che t'hanno prummesso? 'A villa a mare? Pe' sorde te faje castrà d' 'o norcino?» Gli diede una schicchera violenta sulle palle, ridendo mentre Marco emetteva un gemito strozzato.
In un angolo, Florin ed Elena parlavano con i boss. Erano tranquilli, ridevano. «Vede Don Pasquale?» diceva Florin, indicando il sesso eretto di Marco. «Lui è contento, lo vole lui, vi potete divertire come volete. Lui gode a fare vittima per noi. Non vi dovete preoccupare, a lui piace, lo vole lui.»
Elena sorseggiava il vino, gli occhi lucidi di bramosia. «Don Pasquà. Mio marito ha capito che solo così può renderci felici. Vero Marco? Fagli vedere come sei contento di farti castrare dai signori!»
Un uomo si staccò dal gruppo, muovendosi con la pesantezza di chi sa che la sua parola è legge e la sua crudeltà è nota. Era Don Mimì, il boss che per primo aveva gettato sul tavolo quindicimila euro solo per il privilegio di manovrare la Burdizzo. Si avvicinò a Marco masticando un pezzo di formaggio grasso a bocca aperta, per poi sputargli un grumo viscido e giallastro proprio sulla coscia, vicino al sesso.
«Uè, maiale... ma guardate nu poco che bella fine ca te fanno fare,» esordì Don Mimì, la voce intrisa di un disprezzo così denso da sembrare catrame. «Si' proprio 'na mmerda, Marcuccié. Ma guardati: stai nudo comm'a n'animalo dinto a 'nu macello, mentre 'a mugliera tua se struscio vicino a 'o rumeno de merda, se fa palpà dinto a 'e mutandine e ride d' 'e pene tue. Ma che razza 'e uomene si'? Ma che 'o tieni a ffa' quel coso tra le gambe se poi ti piace sentire l'odore d' 'o straniero addosso a Elena? Ti piace sapere che lei gode mentre io ti castro?»
Marco alzò lo sguardo, gli occhi vitrei e il respiro che usciva a fischi brevi e convulsi. Ma il suo corpo, dominato da una perversione che non conosceva vergogna, reagì con un sussulto: il membro, teso e violaceo, ebbe uno scatto violento verso l'alto, puntando dritto al soffitto.
«Ma guardate 'stu schifoso malato!» urlò Don Mimì, scoppiando in una risata sguaiata che attirò tutti i camorristi attorno alla palanca. «Più 'o dico ca è 'nu cornuto sottomesso, più 'o dico ca 'a mugliera è 'na zoccola ca se fa sbattere da n'altro, e più ce l'ha duro! Ma t'appassiuna proprio l'idea ca stasera te castriamo? T'eccita ca tua moglie s'accatta 'a macchina nuova con 'o sango d' 'e palle tue?»
Don Mimì, con un gesto improvviso e brutale, gli afferrò lo scroto con le dita tozze e unte, stringendo la carne con una morsa feroce che fece mancare il fiato a Marco. Lo tirò verso il basso, obbligandolo a guardarlo negli occhi.
«Senti a me, biondino... io aggio pagato quindicimila euro e mo' pretendo rispetto. Tu mi devi guardare come se fossi il tuo Dio, perché tra cinque minuti la tua vita da uomo finisce sotto alle mani mie. Io nun aggio fretta. Te prometto ca te farò male, ma un male ca nun puoi manco immaginà. Te schiaccerò 'o primo ovetto millimetro pe' millimetro, lentamente, come se stessi macinando 'o pepe dinto a 'nu mortaio. Voglio sentì 'a carne ca scricchiola sott' 'o fierro, voglio sentì i nervi ca saltano uno a uno mentre tu, con quella faccia da strunzo, me chiedi scusa d'essere nato maschio e mi ringrazi perché ti sto pulendo della tua vergogna, p***** la M******!»
A quelle parole d'umiliazione assoluta, un rivolo di bava colò dalle labbra di Marco, mentre il suo membro ebbe un altro sussulto, quasi a invocare il colpo di grazia.
«Guarda là, guagliù!» rincarò Mimì ridendo e dando uno schiaffo violento sul sesso di Marco. «Ringrazia pure! Antò, portami 'o fierro... che 'a signurina è pronta pe' essere castrata come si deve!»
L’aria nel casolare era diventata irrespirabile, satura dell’odore del vino versato e di un’eccitazione torbida che faceva brillare gli occhi dei presenti. Al cenno di Don Antonio, il cerchio dei boss si strinse attorno alla palanca. Sotto la luce cruda della lampada, Marco nudo, le carni bianche percorse da brividi incessanti e le cosce spalancate a forza, offrendo il suo sesso indifeso al giudizio di quegli uomini.
Don Mimì avanzò con la Burdizzo tra le mani, brandendola con la sicurezza di chi ha comprato un servizio, un divertimento. Fece scattare le branche d’acciaio — clac-clac — e quel suono metallico parve strappare un lamento strozzato dalla gola di Marco.
«Uè, Marcuccié, ma guarda qua,» esordì Don Mimì con un sarcasmo feroce, puntando il ferro verso il sesso turgido dell'uomo. «Stai piangendo come una mignotta scannata, chiedi pietà, ma questo qua sotto dice un'altra cosa. Sta puntando dritto in faccia a me! Ma allora si’ proprio un porco malato, p***** la M******!»
Don Mimì si mise lentamente tra le gambe di Marco, posizionando le branche aperte della tenaglia attorno al testicolo destro. Il freddo del metallo sulla pelle sensibile fece inarcare Marco sulla palanca.
«Basta... Don Mimì, pietà! Non lo fate, vi prego!» urlò Marco, le lacrime che gli rigavano il viso sporco. «Fermatevi... vi restituisco tutto, Elena aiutami!»
Don Mimì si bloccò, ma solo per guardarlo con un ghigno di puro scherno. Tirò fuori dal gilet la fotocopia del consenso e glielo sventolò davanti agli occhi. «Pietà? Ma quale pietà, Marcuccié! Tu hai firmato questo pezzo di carta a Don Antonio, c’è scritto nero su bianco che sei consenziente! E io ho buttato quindicimila euro sul tavolo per questo momento. Io ho pagato il biglietto e mo’ ho tutto il diritto di divertirmi come dico io! Tu non sei più un uomo, sei una mia proprietà per i prossimi sessanta minuti!»
Don Mimì gli afferrò il mento, costringendolo a guardarlo. «E mo' rispondi: ti piace? Dì che ti piace sentire il freddo del ferro che sta per scassarti tutto! Dillo!»
«No... vi prego...» piagnucolò Marco.
Don Mimì diede una prima, brutale stretta di avvertimento. Marco emise un grido disumano, la schiena che si tendeva fino a scricchiolare. «Rispondi, ca**o!» ruggì Mimì, aumentando la pressione. «Dì che godi a farti castrare da Don Mimì!»
«Sì... mi piace... mi piace... grazie… ma smettetela» rantolò Marco, mentre la bava gli colava sul petto. In quel delirio di agonia, il suo membro ebbe uno scatto violento, una pulsazione turgida che non riusciva a controllare.
«Ma guardate ’stu maledetto!» urlò Don Cirì, tra le risate sguaiate dei boss. «Più lo umiliamo, più dice che gli piace e più ce l’ha duro! Marcuccié, ma allora sei proprio una zoccola affamata di dolore!»
Florin, eccitato dalla scena, stringeva Elena a sé con una ferocia animale. «Vedi, Don Mimì? Lui ringrazia! Lui è felice di perdere le palle per noi!»
Elena rideva, lo sguardo fisso sulla carne martoriata. «Schiaccia ancora, Don Mimì! Hai pagato per vederlo soffrire, fagli sentire come è un vero uomo!»
Don Mimì non se lo fece ripetere. Con una lentezza sadica, iniziò a chiudere i manici per il primo, vero schiacciamento.
Clac.
Un rumore viscido, come quello di un frutto maturo frantumato in un pugno. Marco spalancò la bocca in un urlo muto, le vene del collo che sembravano esplodere. Il testicolo destro veniva macinato millimetro per millimetro dentro allo scroto.
«Guarda qua, guagliù... sentite come scrocchia?» sghignazzò Don Mimì, ruotando leggermente la Burdizzo mentre era serrata per triturare meglio i nervi. «È il mio diritto, Marcuccié! Ho pagato e mo’ ti sventro con la calma di un signore. Dì di nuovo che ti piace! Dillo!»
«M-mi piace... grazie Don Mimì... vi prego basta!...» biascicò Marco.
Don Mimì, in un impeto di ferocia finale, serrò i manici fino a farli toccare. Il rumore definitivo di tessuti lacerati riempì la sala. Marco ebbe un ultimo, violento sussulto del sesso prima di crollare in un respiro rotto, mentre lo scroto diventava istantaneamente nero e gonfio di sangue.
«E uno è andato!» esclamò Don Mimì, alzando le mani verso la platea in segno di trionfo. «Antò, passame ’o vino! Facciamo riprendere fiato alla signurina... che mo’ m’aggiu ’a preparà pe’ ’o sinistro. Marcuccié, nun svenì... ca ’o bello addà ancora venì, p***** la M******!»
Il casolare era diventato una bolgia infernale. Don Mimì si scostò con un rutto di soddisfazione, asciugandosi la fronte con un fazzoletto lurido e ridendo sguaiatamente verso la platea dei boss. Fece un cenno verso l'ombra, dove due figure scarne e nervose stavano aspettando il loro turno con la bramosia di chi sa di aver pagato profumatamente per fare macello. Erano i fratelli Gaglione, che avevano sbattuto sul tavolo trentamila euro in contanti solo per avere l’esclusiva sul secondo "ovetto".
Si avvicinarono alla palanca con un’andatura lenta, le facce scavate e gli occhi iniettati di una cattiveria gelida. Il maggiore dei due guardò Marco, che giaceva nudo e devastato, ma ora più tranquillo con un disprezzo che faceva gelare il sangue.
«Uè, guagliù, ma guardate a ’stu mmerd’ comm’è ridotto,» esordì il maggiore, girando intorno a Marco come un lupo. «Don Mimì t’ha fatto ’o destro ca ormai par’ proprio ’na muzzarella? Peccato ca se sta facenno nera... mo’ ’o cumpagno a sinistra ’o facimmo addivendà ’o stesso culore. Ma primma ’o vulimm’ scarfare nu poco.»
Senza preavviso, il minore tirò fuori un accendino a fiamma ossidrica. Il sibilo azzurro squarciò il silenzio. Marco sbarrò gli occhi, cercando di divincolarsi disperatamente drento ai ceppi che gli tenevano le cosce spalancate in modo osceno.
«No... no! Il fuoco no! Vi prego!» urlò Marco, la voce ridotta a un rantolo stridulo. «Don Antonio, fermateli! Schiacciatemi subito, ma non bruciatemi! Elena, aiutami!»
«Sta’ zitto, puorc’!» sibilò il Gaglione minore, con gli occhi che iniettati di sangue per l'eccitazione maligna. Avvicinò la fiamma azzurrognola dell'accendino al testicolo sinistro, l'unico ancora risparmiato dal ferro, che pendeva solitario e teso come una corda di violino. «Aggio pavat’ trentamila euro e mo’ tu nun m’adda romp’ ’o cazzo cu’ ’e lamentele tue! Tu ha firmat’ ’a carta e mo’ t’adda sta’ zitto e adda subì! Siente comm’abbrucia ’a vergogna toja, mmerd’!»
La fiamma leccò la pelle sottile. Lo sfrigolio fu immediato, un rumore viscido seguito da un odore acre di peli bruciati e carne viva che riempì la stanza, impastandosi al puzzo di stallatico. Marco lanciò un urlo disumano, un suono che non aveva più nulla di maschile, inarcando la schiena fino a far scricchiolare il legno della palanca drento le sue vertebre.
Il Gaglione gli afferrò i capelli con una morsa d’acciaio, tirandogli la testa all'indietro così forte che la pelle del collo sembrò quasi strapparsi: «Rispondi, ca**o! Dì che ti piace il fuoco dei Gaglione! Dillo subito, o t' 'o lascio appicciato finché non diventa cenere!»
«S-sì... m’piace... grazie... m’piace l’abbruciata… ma basta, vi prego» rantolò Marco, mentre le lacrime e la bava gli bagnavano le guance imbrattate dal seme di Don Antonio.
In quell'istante di agonia pura, Marco alzò lo sguardo e vide i loro visi. Vide Don Pasquale che si toccava dentro i pantaloni, Florin che ridacchiava stringendo Elena, e il Gaglione che godeva del suo potere di vita e di morte. E la cosa più atroce, quella che gli bruciava dentro più del fuoco sulla pelle, era che li giustificava.
Si sentiva quasi in colpa, un peso opprimente di inadeguatezza che gli schiacciava il petto. La scena si era fatta tesa, satura di un’elettricità storta. Non era il silenzio rituale che i Gaglione si aspettavano; era interrotto dai gemiti queruli di Marco, quel tipo di lamento che spezza il ritmo del sadismo e lo trasforma in fastidio burocratico.
«Uè, Antonio, ma che è ’sta tarantella?» sbottò il Gaglione maggiore, allontanandosi di un passo e incrociando le braccia muscolose sul petto. «Aggio pavato trentamila euro, mica spiccioli, per godermi ’o spettacolo. E questo pare ’na radiolina rotta che gracchia! Mi sta passando ’o sfizio, mo ’o scanno subito e facciamo prima.»
Il minore gli andò dietro, scalciando lo sgabello di Marco. «È uno scandalo! Pare ca stiamo a scannà ’nu coniglio malato. Marcuccié, ci stai facendo fare la figura dei dilettanti. Ma che è, nun t’abbasta quello che ti stiamo facendo?»
Marco sollevò lo sguardo, gli occhi lucidi di un terrore che però faticava a restare puro. La vergogna lo stava mangiando vivo: si sentiva un pessimo investimento, una merce difettosa. Ma sotto quella colpa, come un parassita, sentiva il calore umiliante del suo stesso corpo traditore.
«Scusate... scusatemi...» mormorò con la bava che gli filava tra i denti. «Avete ragione... sono una cagnetta ingrata... scusate se urlo... meritavo di peggio...»
«Guarda là, guagliù!» gridò il minore con un ghigno, indicando il sesso di Marco che, tra le piaghe della pelle bruciata, sussultava in un’erezione oscena. «Ti scusi pure? Ma allora sei proprio ’nu vizioso! Ti senti in colpa perché non sei abbastanza m***a per noi? Ti piace che ci stiamo innervosendo, eh?»
Don Antonio, il norcino, gli sferrò un manrovescio che gli fece schioccare la mascella. «Statte zitto e offri la carne ai signori, cagnuò! Nun fa’ ’o maleducato!»
Il maggiore afferrò finalmente la Burdizzo. Lo strumento d’acciaio, pesante e gelido, venne posizionato sopra lo scroto già martoriato dalle bruciature. Le mascelle della pinza non erano fatte per tagliare la pelle, ma per annientare ciò che stava sotto.
«Mo’ accumminciamm’ ’a sinfonia. Ma vedi di grida’ bene, senza fa’ ’o scemo,» sibilò il boss.
Serrarono i manici di un terzo. Clac. Le lame sorde della Burdizzo schiacciarono il primo funicolo spermatico attraverso la pelle. Non ci fu sangue esterno, ma dentro, i vasi sanguigni e i nervi esplosero sotto una pressione di tonnellate. Marco ebbe un sussulto epilettico, le dita dei piedi che si contraevano verso l'interno.
«Dillo!» gli urlò il maggiore, colpendolo con uno schiaffo. «Dì che ti piace sentire i nervi che saltano! Dillo!»
«M-mi piace... pietà... m’piace...» mugolò Marco. La vergogna di quel piacere masochistico era più dolorosa del ferro: l'idea che quegli uomini potenti si stessero irritando per la sua debolezza lo faceva sentire minuscolo, una "cosa" da calpestare. E più si sentiva nulla, più il suo corpo rispondeva con scatti rigidi di un godimento malato.
«Ancora fa storie? Ancora piange?» il minore era furioso per la mancanza di "dignità" della vittima. Prese la Burdizzo e la posizionò per il colpo finale, cercando il centro del testicolo. «Marcuccié, dillo forte ca ti piace essere castrato da noi! Dillo, p** la M******!»
Crack. La pressione frantumò il didimo, riducendolo a una poltiglia informe dentro il sacco scrotale. Il dolore fu così vasto che Marco perse la voce; restò a bocca spalancata, i polmoni bloccati, mentre il Gaglione continuava a insultarlo per i suoi troppi lamenti.
«Sì... m’piace... grazie...» biascicò infine in un delirio di umiliazione. Si sentiva in debito con loro perché non stava soffrendo "abbastanza bene".
«Mo’ t’facimm’ proprio liscio,» disse il maggiore, portando la stretta finale sui dotti rimasti. Chiuse i manici d’acciaio finché non si toccarono, recidendo internamente ogni connessione vitale. Marco emise un fischio strozzato, inarcandosi come se volesse fuggire dalla propria pelle, mentre gli occhi gli ruotavano all'indietro, mostrando solo il bianco.
«Dì l'ultima volta che ti piace, cagnuledda!» «M-m’piace... tutto...» sussurrò Marco, un istante prima che il buio lo accogliesse.
«E anche questa è fatta, ma che fatica cu’ ’stu scemo!» esclamò il maggiore rialzandosi, pulendosi le mani sporche di sudore sulla parannanza di Antonio. Il norcino non perse tempo e rovesciò un secchio d'acqua gelata sul corpo esanime: «Svegliati, ca mo’ viene ’o bello. I signori vonno vedé sparire pure ’o resto. Se fai n’ata volta ’e storie, Marcuccié, ti taglio ’a lingua e ’a faccio mangià a ’e puorce!»
L’aria nel casolare era diventata irrespirabile, satura del puzzo di fumo, sudore e quel sentore metallico di carne bruciata. Ma sopra ogni cosa, a pesare come un macigno, era l’irritazione dei presenti. I boss, che avevano calato mazzette da diecimila euro come se fossero bruscolini, guardavano la scena con una noia che stava rapidamente mutando in furia.
Don Cirì, il più anziano, scagliò il mozzicone del sigaro dritto sul petto nudo di Marco. «Antò, ma che è ’sta pagliacciata? Ammo miso i sordi ncopp’ ’o tavolo pe’ vedé un uomo che si fa castrare con onore, mica pe’ sentì ’e lagne ’e ’nu bimbominkia!» urlò con l’accento strascicato della provincia casertana. «Pare ’na radiolina rotta! Marcuccié, ma chi t'ha mparato a campà? Qui ci sta gente ca ha faticato pe’ pagarse ’st’ommo ’e m***a, e tu ci tiv’ ’o sfizio cu’ ’sti strilli da femmina!»
Un uomo grasso e unto, seduto su una cassetta di legno, si alzò a fatica sputando dritto sulla ferita nera lasciata dalla Burdizzo. «T’ammo schiacciato ’e palle e ancora tiene ’o fiato pe’ parlà? Ringrazia a Dio ca Don Antonio è ’nu signore, se no a quest’ora t’avevo già strappato tutto cu’ ’e mmane. È ’nu scandalo, ci stai rruvinanno ’a serata!»
Don Antonio sentì la pressione salire. Essere criticato davanti a quei nomi pesanti di Casal di Principe e dintorni era un’onta insostenibile. Si avventò su Marco, afferrandogli la mascella con una forza che gli fece scricchiolare le ossa del viso.
«Uè, Marcuccié, mo' m'hai rutto overamente ’o c***o! Ma che t’haje miso n’capa?» gli sbraitò in faccia. «Stai facenno ’na sceneggiata ca nun se pò guardà! Ti lamenti pe’ du’ colpetti ’e fierro? Ma chi t’ha dato ’o permesso ’e tirarti arreto, eh? Tu hai firmato, tu si’ robba nost’! Stai mancanno ’e rispetto a signuri d'onore ca ti stanno facenno ’a grazia ’e te rignì ’e mazzate!»
Florin, che stava contando i mazzi di banconote con occhi avidi, gli sferrò un pugno secco al fegato. Marco si ripiegò su se stesso, sputando siero drento alla paglia sporca.
«Ascolta me, scemo!» ringhiò il rumeno, ormai contagiato dal clima. «Tua collaborazione ora è zero! Noi ha preso sordi assai e tu rovina tutto con queste grida! I signori si stancano! Devi stare fermo e devi ringraziare, p d*! È loro diritto tagliarti le palle, è un privilegio per un verme come te stare su questo tavolo! Più ti fanno male, più devi stare zitto e godere del fatto che contano più loro di te!»
«Ma… ci provo… scusatemi… è che fa troppo male…» piagnucolò Marco, cercando di scusarsi per la propria stessa carne che bruciava.
«Fa male?» Don Antonio fece una risata cattiva, premendo il pollice drento all'orbita dell'occhio di Marco finché non gli fece vedere i flash. «Fa male? Ma tu nun si’ nisciuno, Marcuccié! ’O dolore tuo non vale manco ’o sputo ’e questi signori! Ti lamenti come se fossi una persona, ma sei solo ’nu scarto ca stiamo pulendo. Hai capito? Mo' ricominciamo. E voglio sentirti dire ca sei onorato di essere castrato da noi. Se sento n’at’ata preghiera, giuro ca ti taglio ’a lengua e t’ ’a faccio mangià prima ’e passà a ’o resto!»
Marco, con la vista appannata e i nervi a pezzi, annuì freneticamente. La vergogna di aver deluso quegli uomini "di spessore" gli procurava una fitta di piacere malato: l'idea di essere così insignificante da non avere diritto nemmeno alla propria agonia lo eccitava nel profondo.
«S-sì... scusatemi... sono un maleducato...» biascicò, cercando di domare i tremiti. «Quello che mi fate è giusto... sono onorato... continuate... scusatemi se vi ho fatto perdere tempo...»
«Ecco, mo' si rragiona,» concluse Don Antonio, prendendo il bisturi lucido. «Hai capito che devi rispetto a ’sta gente? Mo' te tagliamm’ tutto ’stu schifo che t’è rimasto, e tu deve sta’ bbuono bbuono.»
Il norcino alzò il rasoio, chiamando l'attenzione della stanza come se fosse in piazza a Caserta. «Uè, signuri miei! Mo’ viene ’o bello! ’E palle ’e Marcucciello sono morte, sono due stracci neri ca puzzano già ’e carogna! Se qualcuno mette n’copp’ ’o tavolo cinquemila euro contanti, avrà l’onore di prendere ’sti due ovetti caldi caldi appena tagliati e metterli drento ’a vocca a ’sta cagnuledda, così capisce overamente che sapore tiene ’a fine ’e ’nu maschio, p***** la M******!»
Marco fissò la lama, il respiro strozzato. L'umiliazione di dover ingoiare la propria virilità asportata lo fece fremere di una vergogna così eccitante che il suo corpo, nonostante l'agonia, ebbe un ultimo scatto rigido prima del taglio finale.
Un boato di risate sguaiate scosse le mura del casolare, coprendo il respiro rantolante di Marco. «Cinquemila euro pe’ fargli mangiare ’e granielle sue? Ma è ’nu regalo!» urlò uno dei fratelli Gaglione, sputando per terra con disprezzo. Dall'ombra si fece avanti Don Pasquale, un usuraio tarchiato dai modi viscidi, che sbatté una mazzetta da cinquemila euro sul tavolo unto. «Aggio pagato! Voglio vedé se Marcucciello tiene appetito stasera, o se fa ancora ’a schizzinosa!»
Don Antonio fece un inchino sarcastico e si posizionò tra le cosce divaricate di Marco. Afferrò la borsa scrotale — un ammasso informe, viola scuro e pesante come un sacchetto di pietre dopo la tortura della Burdizzo — e la tirò verso il basso con una violenza che fece inarcare la schiena del prigioniero. Marco sbarrò gli occhi, iniziando a mugolare freneticamente: «No... Don Antò... non tagliate... vi prego... lasciatemi così... pietà!»
«Ancora cu’ ’sta pietà? Ma nun l'hai capito ca ci stai rruvinanno ’o sfizio?» sbraitò il Gaglione minore, tirandogli un calcio sulla coscia. «Statte zitto e offri la carne ai signori!»
Don Antonio sghignazzò, facendo brillare la lama sotto la lampadina nuda. «Mo’ t’alleggeriamo, Marcuccié!» Con un gesto secco, incise la base dello scroto. Il rumore fu quello di una stoffa bagnata che si lacera brutalmente, un clack viscerale seguito dallo scorrere del sangue caldo. Marco lanciò un urlo disumano, una nota acuta e stridula che parve non finire mai.
«Guarda là, pare ’na sirena d’ambulanza!» gridò Florin, ridendo a crepapelle mentre stringeva Elena.
Don Antonio lavorò di lama con una spietatezza metodica. Recise i condotti uno alla volta; ogni taglio netto produceva un sibilo di carne che si separava e un sussulto violento di Marco, che scuoteva la testa come un forsennato. Una volta asportato l'intero sacco, il norcino lo porse su un piatto di carta a Don Pasquale, come se fosse una prelibatezza di macelleria.
«Prego, Don Pasquà, servite ’a signurina!»
L'usuraio afferrò la massa sanguinolenta, ancora fumante, e la premette con forza contro la bocca di Marco. «Apri ’a vocca, m***a! Mangia ’o sango tuo! Dì grazie a Don Pasquale!» Florin gli tappò il naso, obbligandolo a spalancare le mascelle per un riflesso di asfissia e, in quel momento, Don Pasquale gli spinse drento i resti della sua stessa virilità. Marco soffocava, deglutendo a forza tra i conati, mentre la vergogna di quel gesto lo faceva tremare di un'eccitazione atroce che non riusciva a spegnere.
Mentre Marco agonizzava sotto il peso di quell'umiliazione, Don Antonio iniziò la sutura. Zac, zac. L'ago passava drento la carne viva, tirando i lembi per chiudere la ferita aperta. «Vedi comm’è pulito mo’? Pare ’na pancia ’e femmina!» commentava Antonio. Con l'ultimo punto, diede uno schiaffo sonoro sulla parte appena ricucita, ora perfettamente piatta e sanguinante.
«Ecco fatto,» concluse il norcino, ripulendo la lama sulla coscia di Marco. «Sei liscio comm’a n'autostrada. Mo’ riprendi fiato, ca ’o banchetto nun è fernuto.»
In quel momento, nel silenzio surreale, accadde l'incredibile: il membro di Marco, nonostante l'asportazione, nonostante il dolore lancinante, ebbe un sussulto violento. Sotto gli occhi sbarrati di tutti, diventò di marmo, puntando dritto verso il soffitto sopra la sutura fresca.
«Ma guardate là!» urlò Don Pasquale. «Sta morendo e ce l’ha ancora duro! Marcuccié, ma allora t’piace proprio ca t’ammo fatto femmena?»
Ma il clima cambiò in un istante. Il Gaglione maggiore si avvicinò, guardando quel membro eretto con un misto di schifo e furia. «Ma che è ’sta maleducazione? Ancora tiene ’sta sfida in mezzo alle gambe? Antonio, io aggio pagato pe’ ’na femmina, non pe’ vede’ ancora ’stu "cannolo" ca punta n’faccia a me! È ’n’offesa alla dignità nostra!»
«Overo è!» gli fece eco il minore. «Pare ca ci sta sfottendo! Antò, quel coso deve sparire mo’ stesso. Taglia tutto, nun voglio vede’ manco ’nu centimetro ’e carne ca cresce!»
Don Antonio aspirò una boccata densa dal sigaro, guardando Marco che, col volto coperto di lacrime e la bocca sporca del suo stesso sangue, sembrava implorare con gli occhi quel colpo finale.
«I signori hanno ragione, Marcuccié,» sibilò Antonio, riafferrando il bisturi. «Hai esagerato cu’ ’sta provocazione. Visto ca ti piace tanto essere umiliato, mo’ facciamo sparire pure ’o resto. Preparati, ca mo’ ti tagliamo pure ’o "cannolo" e ti facciamo ’o buco come a ’na sposa fresca, p***** la M******!»
«Uè, signori miei, state a sentire la lezione di mastro Antonio,» esordì, indicando con la punta del rasoio la base del sesso di Marco. «Tagliare ’e palle è roba da ragazzi. Ma togliere ’o "cannolo" a ’nu maschio senza farlo schiattare d’emorragia... quella è arte chirurgica di macello, p***** la M******!»
«Don Antonio... vi prego... no!» esplose Marco in un rantolo disperato, le lacrime che gli lavavano il volto sporco di sangue e bava. «Lasciatemi stare... mi avete già tolto tutto... lasciatemi almeno questo, pietà!»
«Ma statte zitto, mmerd’!» gli ruggì contro Don Cirì, colpendolo con uno schiaffo sulla coscia. «Ancora rompi ’i coglioni? Ma non lo vedi che stiamo parlando di cose serie? È uno scandalo ca ancora tieni ’a forza di lamentarti! Noi ti tagliamo quello che ci pare»
«Florin, avevamo detto solo le palle!»
«Zitto porco! Anche il cazzo, è meglio pe’ te!»
Don Antonio riprese, ignorando le suppliche che diventavano gemiti soffocati. «Ci sono vari modi, guagliù. C’è ’o metodo del norcino: si incide la pelle tutto intorno, si isolano i corpi cavernosi e si legano le arterie con lo spago di seta. È lento, Marcucciello sente ogni millimetro di nervo che si stacca, ma alla fine resta ’na cicatrice liscia, perfetta pe’ ’na signurina.»
«Vi supplico... Elena, dì qualcosa... fermali!» urlava Marco, dimenandosi dentro ai ceppi.
«Marco, piantala!» sibilò Elena, con una voce gelida che lo gelò più del ferro. «È un’offesa per questi signori che hanno sborsato centinaia di migliaia di euro. Hai firmato, hai accettato ogni cosa per farci ricchi. Mo’ finiscila di fare la vittima e fagli godere lo spettacolo, ca ci stai facendo fare ’na figura di m***a davanti a tutti!»
«Brava Elena!» rincaro Florin, ridendo sguaiatamente. «Lui è un ingrato! Noi ha preso centotrentamila euro e lui ancora fa capricci di continuo, non collabora!»
Don Antonio batté la lama piatta sul membro eretto di Marco, facendolo sussultare. «Allora, facciamo così. Chi mette ventimila euro sul tavolo può impugnare ’o rasoio insieme a me. Gli guido la mano io, gli faccio sentire la consistenza della carne ca cede sotto all’acciaio mentre lo affettiamo come ’na salsiccia. Chi vuole l’onore di rendere Marcucciello liscio per sempre? Chi vuole togliere ’st’ultimo vizio a ’sta cagnetta?»
«Venti pezzi? Eccoli qua!» urlò Don Pasquale, gettando un altro rotolo di banconote vicino al piatto con i resti di Marco. «Ma fallo stare zitto, Antò, ca stasera aggio pagato pe’ divertirmi, non pe’ sentire le lamentele di ’nu cornuto!»
«Hai sentito, Marcuccié?» concluse Don Antonio, afferrandogli il sesso con una morsa d’acciaio mentre Marco emetteva un urlo strozzato di puro terrore. «Hai pagato il debito con la dignità, mo’ paga con l’ultimo pezzo. Sta’ fermo e sii onorato, ca stasera ti fa addivendà ’na regina, p***** la M******!»
Don Antonio si asciugò la bocca col dorso della mano sporca di sangue, poi scoppiò in una risata roca che contagiò tutto il capannone. Vedendo le mazzette di soldi che piovevano sul tavolo, i suoi occhi da vecchio predatore brillarono di una bramosia schifosa. Fece segno di fare silenzio, allargando le braccia come se dovesse annunciare la portata principale di un banchetto di nozze.
«Uè, guagliù, state calmi! Aggio capito ca volete tutti quanti un pezzetto di questa bellissima signurina,» esordì con un ghigno viscido, indicando Marco che pendeva nudo e distrutto dalla palanca. «E siccome Don Antonio è un uomo di parola e di commercio, aggio deciso ca ’o "cannolo" nun ’o tagliamo tutto insieme. Sarebbe ’no spreco, p***** la M******! Lo facciamo a fette, come si fa con la soppressata buona drento al macello.»
Si avvicinò a Marco, che tremava come una foglia, il petto scosso da singhiozzi convulsi che facevano ondeggiare quel sesso assurdamente turgido. Con la punta del rasoio, Antonio tracciò delle linee sulla carne violacea dell'uomo.
«Facciamo quattro fette belle spesse,» spiegò con tono tecnico, divertito dalle smorfie di terrore della vittima. «Cominciamo dalla cappella, ca è ’o boccone del Re, tutta nervi e sensibilità. Quella costa ventimila euro. Poi scendiamo: tre fette da diecimila euro l’una. A ogni taglio io fermo ’o sango con la lama rovente, così Marcucciello resta vivo, non ci scappa subito e ha tutto ’o tempo di guardare drento a ’o piatto mentre la sua virilità sparisce un centimetro alla volta.»
«No... Don Antonio... vi prego, ammazzatemi subito! Vi supplico, non così!» esplose Marco in un pianto dirotto, la bava che gli colava sul petto nudo. «Elena, dì qualcosa... non permettergli di affettarmi come un animale... pietà!»
«Ma statte zitto, ma!» gli ruggì contro Don Cirì, sputandogli dritto sul membro eretto tra le risate generali. «Ancora rompi ’i coglioni? Ma non lo vedi che stiamo parlando di affari? Hai firmato ’o consenso a Don Antonio, mo’ non hai più nessun diritto! Abbiamo pagato e mo’ facciamo quello che vogliamo con la carne tua, p** la M******!»
«Marco, smettila di fare lo scandaloso!» infierì Elena, tirando una boccata di sigaretta e guardandolo con un disgusto feroce. «Stai dando fastidio a questi signori che ci stanno rendendo ricchi con le palle tue. Sii onorato ca ogni centimetro del tuo ca**o vale diecimila euro! È ’o dovere tuo stare fermo e farti tagliare per farci felici!»
Florin gli sferrò un pugno dritto nello stomaco per mozzargli il fiato. «Tu è salame ora! Senti come odora tua paura? Noi mangia bene stasera e tu deve solo dire grazie!»
In quel momento, nel culmine dell’umiliazione più nera, il membro di Marco ebbe un sussulto violento, gonfiandosi ancora di più sotto gli occhi di tutti, teso come una corda di violino verso il viso del norcino.
«Ma guardate là!» urlò Don Pasquale, indicando l'erezione violacea e ridendo fino alle lacrime. «Sta morendodi piacere ‘sta troia! Marcuccié, ma allora t’eccita proprio l’idea di essere fatto a rondelle? Ti piace sentirti chiamare signurina, eh?»
«È ’nu miracolo di sottomissione!» sghignazzò un altro boss, tirando fuori i soldi. «Antò, ’a prima fetta è mia! Voglio sentì ’o scrocchio del nervo quando ’a lama lo stacca!»
Don Antonio afferrò con la mano sinistra la punta del membro di Marco, tirandolo con forza per metterlo in tensione, mentre con la destra sollevava il rasoio lucido. «E allora accumminciammo ’o banchetto! Marcuccié, apri bene ’a vocca e nun svenire, ca mo’ ti faccio assaggiare quanto costa essere ’nu cornuto sottomesso, p***** la M******!»
Don Antonio fece un cenno a Don Pasquale, che si avvicinò al tavolaccio tremando per l’eccitazione, con le banconote ancora strette in pugno. Il norcino gli passò il rasoio a mano libera, afferrando con l’altra mano il membro di Marco proprio dietro la corona, tirandolo verso l’alto con una forza brutale per mettere la carne in tensione.
«Vieni qua, Pasquà... mettiti comodo,» sghignazzò Antonio, posizionandosi dietro di lui per guidargli il braccio. «Afferralo bene, come se fosse ’na salsiccia di quella buona. Marcuccié, guarda bbuono, ca mo’ perdi ’a testa... quella di sotto, p***** la M******!»
Marco spalancò gli occhi in un terrore cieco, il corpo scosso da vibrazioni convulse. «No... no! Vi prego! Don Pasquale, fermatevi! Fa male... fa troppo male! Elena, aiutami!»
«Stai rompendo i coglioni, mmerd’!» gli urlò contro Don Cirì, tra le risate della platea. «Guarda là, guagliù! Più piagnucola e più ce l'ha duro! Marcuccié, ma allora ’o vedi ca ’a cappella tua non vede l'ora di saltare via? Sta spingendo contro ’a lama!»
Don Antonio guidò la mano di Pasquale, appoggiando il filo del rasoio proprio sulla carne violacea e sensibilissima della punta. «Mo’ spingi piano, Pasquà... senti come cede? Senti ’o nervo ca scricchiola?»
La lama affondò. Marco lanciò un urlo che sembrò strappargli le corde vocali, un suono acuto e disperato che fece scoppiare i boss in un boato di risate. Il rasoio incise la carne con un rumore viscido e netto. Un fiotto di sangue caldo schizzò dritto sulla faccia di Don Pasquale, che invece di ritrarsi iniziò a ridere come un pazzo.
«Uè, Marcuccié! M’hai fatto ’o regalo!» sbraitò l’usuraio, continuando a spingere il ferro sotto la guida esperta del norcino. «Siente comm'è saporito ’o sango tuo? Siente comm'è bello essere ’na signurina?»
«Bastaaa! Fermateli! Aaaah!» Marco si inarcava sulla palanca, le dita dei piedi contratte nel vuoto, mentre vedeva la punta del suo sesso venire letteralmente staccata millimetro per millimetro.
«Guarda là, Florì!» indicò un altro boss, eccitato dal massacro. «Pare ’na fragola ca cade dinto a ’o zucchero! Marcuccié, ma che sapore tiene ’a fine della virilità tua?»
Elena fece un passo avanti, espirando il fumo dritto verso il volto stravolto del marito. «Grida pure, Marco, ca tanto è l'ultima volta ca fai ’o maschio. Ringrazia a Don Pasquale ca t'ha tolto ’o primo vizio!»
Con un ultimo colpo deciso di polso, Don Antonio aiutò Pasquale a recidere l'ultimo lembo di pelle. La cappella cadde con un tonfo umido su un vassoio di carta tenuto pronto lì sotto. Marco emise un rantolo soffocato, il corpo che sussultava per lo shock, mentre il sangue colava copioso sul vuoto appena suturato.
«E ’a prima è andata!» urlò Don Antonio, alzando il vassoio come se fosse un trofeo. «Pasquà, hai fatto ’nu capolavoro! Marcuccié, guarda qua... mo’ sei proprio ’na cagnolina senza testa! E non svenire, ca ci sono ancora tre fette da fare, e ’o Sistema ha ancora fame, p***** la M******!»
L’atmosfera nel casolare era ormai degenerata in un delirio collettivo. L’odore del sangue e del ferro rovente si mescolava a quello del vino e del sudore, creando un clima di ferocia primordiale. I boss erano tutti in piedi, i cellulari puntati come armi per non perdere un solo istante dello sfacelo di Marco.
«Uè, ma che è? Già v’abbuffate?» sghignazzò Don Antonio, agitando il rasoio ancora sporco della prima incisione. «Ci sta ’a seconda fetta! Chi è ’o signore ca mette ’e diecimila euro sul tavolo pe’ scassare ’nu n’ato pezzo ’e ’sta salsiccia bionda?»
Un boss di mezza tacca, un uomo grasso con le dita cariche di anelli d'oro, lanciò la mazzetta sul tavolo. «Io! Voglio sentì ’o scrocchio della polpa dinto a ’o centro!»
Si fece avanti, mentre i presenti coprivano Marco di insulti atroci. «Guarda qua, guagliù! ’O biondo tiene ’o sesso mozzato e ce l'ha ancora duro! Ma si’ proprio ’na zoccola sottomessa, Marcuccié! Ti piace sentirti affettare comm’a ’na soppressata?»
Don Antonio afferrò il moncone di Marco, tirandolo con forza per esporre la sezione viva e sanguinante. Sotto la guida del norcino, il nuovo compratore affondò la lama. Marco lanciò un urlo strozzato, un suono che non aveva più nulla di umano, mentre il ferro tagliava dritto drento ai corpi cavernosi.
«Basta... vi prego... lasciatemi morire!» rantolò Marco, le gambe scosse da tremiti epilettici.
«Zitto, m***a!» gli urlò Florin, colpendolo con un rovescio d’aria. «Tu non decide niente! Tu è carne da macello e loro ha pagato per divertirsi!»
Appena la seconda fetta cadde nel vassoio, Don Antonio prese una piastra di ferro rovente e la premette con forza sul moncone rimasto. Un sibilo sordo e una nuvola di fumo bianco e acre riempirono l’aria. Marco emise un rantolo soffocato, il corpo che si inarcava sulla palanca fino quasi a spezzarsi, mentre l’odore di carne bruciata diventava insopportabile.
Ora il sesso di Marco era ridotto a un moncone cortissimo, poco più di un bottone di carne nera e sanguinante sopra la sutura piatta delle palle. Don Antonio si pulì le mani e si voltò verso Florin ed Elena, consultandoli con uno sguardo professionale.
«Uè, Florì, Elena... che dite? Se andiamo avanti con la terza fetta, rischiamo ca ’o biondo ci sviene drento ’e mani e ’o cinema finisce subito. Forse è meglio fermarsi un istante pe’ farlo riprendere...»
Marco, con la bava mista a sangue che gli colava sul petto, cercò di alzare la testa. «Vi supplico... basta... lasciatemi così... non ce la faccio più...»
«Ma chi t’ha dato ’o permesso ’e parlare? Tu si’ ’nu pezzo ’e carne nudo appeso a ’na palanca, nun tiene voce in capitolo! Decidiamo noi quando hai sofferto abbastanza! E’ quasi fernuta, nun ci possiamo fermà»
In quel momento, Don Cirì sbatté il pugno sul tavolo, furioso. «Ma che state dicendo? Io aggio pagato e voglio vedé ’o lavoro completo! Nun me ne fotte niente se sviene! Se vi fermate mo’, io voglio indietro i soldi miei, p***** la M******! Abbiamo detto quattro fette e quattro fette devono essere! Fate ’o dovere vostro e tagliate tutto quello ca resta, ca stasera voglio vedé ’o biondo liscio comm’a ’na tavola!»
Elena guardò il moncone fumante di suo marito e poi i soldi sul tavolo, con un sorriso gelido e avido. «Don Cirì tiene ragione però. Marco ha chiesto di soffrire almeno due ore. Almeno si è detto, se è di più è meglio no? Antonio, affetta ancora! Voglio ca nun rimanga manco l’ombra di quello ca era un uomo!»
L’aria nel casolare era diventata una cappa irrespirabile di fumo, odore di carne bruciata e ferocia pura. Don Antonio, con la lama del rasoio che brillava di un riflesso rosso sotto le lampade, guardò il moncone cortissimo e fumante di Marco, poi si rivolse alla platea con lo sguardo di chi sta per svelare il segreto più intimo del suo mestiere.
«Uè, signori miei, state a sentire bbuono,» esordì Antonio, abbassandosi tra le cosce di Marco e indicando con la punta del ferro il punto dove il sesso ormai mutilato si univa alla carne. «Se vogliamo andare avanti e fare le altre due fette, mo’ la faccenda si fa seria. Non c’è più niente da affettare all'esterno. Se vogliamo scassare tutto, dobbiamo scavare drento. Dobbiamo andare in profondità, drento alle cosce, per recidere le radici di questo povero cornuto.»
Un mormorio eccitato percorse il cerchio dei boss. Marco, sentendo quelle parole, iniziò a scuotere la testa in un delirio di terrore, emettendo suoni inarticolati drento alla gola arsa.
«In pratica,» continuò Antonio con un ghigno diabolico, «lo dobbiamo svuotare. Dobbiamo creare ’nu buco, ’na fessura... lo dobbiamo fare fica, p***** la M******! Così, quando avremo finito, della sua virilità non resterà manco il ricordo, ma solo ’na ferita aperta come quella di ’na femmina pulita pulita.»
«Nooo! Vi prego! Ammazzatemi!» urlò Marco, le vene del collo gonfie come corde. «Non scavate drento... non mi aprite così... Don Antonio, pietà!»
«Ma statte zitto, cagnuò!» gli sbraitò contro Florin, colpendolo con uno schiaffo dritto sulla ferita aperta per farlo tacere. «Tu deve essere onorato! Guarda qua...» fece un gesto verso il tavolo dove Don Pasquale e gli altri stavano contando le ultime mazzette. «Con queste ultime due fette siamo arrivati a centottantamila euro, Marcuccié! Centottantamila pezzi per la tua fine! Ma chi ca**o si’ tu per valere tutti ’sti sorde? Sii grato al Sistema ca ti sta rendendo ’na leggenda!»
Elena si avvicinò, gli occhi sbarrati dalla brama di vederlo sparire del tutto. «Hai sentito, Marco? Centottantamila euro. Mo’ chiudi la bocca e lascia lavorare Antonio. Voglio che ti scavino drento finché non rimani liscio e vuoto.»
Don Antonio alzò il rasoio. «Allora, chi vuole vedere l’operazione da vicino adda cacciare n’altro poco di grana, ca mo’ comincia ’o scavo profondo!»
I boss fecero a gara per spingersi nelle prime file, sghignazzando e insultando Marco mentre Antonio posizionava la punta della lama proprio drento la carne, pronto a incidere in profondità per creare la "fessura" definitiva. Marco emise un urlo strozzato che si spense in un singulto di puro sfinimento, mentre il ferro gelido iniziava a penetrare drento alle sue carni, verso l'annientamento finale.
«Guarda qua, guagliù!» gridò Antonio mentre il primo fiotto di sangue profondo schizzava via. «Mo’ ’o facciamo addivendà ’na sposa vera, p***** la M******!»
Il riflesso del bisturi di Don Antonio sulla lampadina nuda del casolare si espande, mangiandosi le pareti di pietra finché il bianco dell’acciaio non diventa il grigio opaco di una falda spiovente. Il marmo sporco di Caserta muta in legno vecchio sotto la schiena di Marco, che ora inarca il petto contro le assi di un sottotetto soffocante, mentre il puzzo di stallatico sfuma nell'odore dolciastro di lattice e sudore rancido.
Il movimento non si ferma, scivola lungo il corpo di Marco, stretto in un corsetto di cuoio che gli strozza i fianchi e solleva i pettorali in un’imitazione grottesca di un seno. La parrucca sintetica è una macchia bionda scomposta sul pavimento polveroso. Sopra di lui, i due giovani senegalesi si muovono con una coordinazione ferina e naturale, i corpi d’ebano che risaltano nel buio come ossidiana lucida. Lo usano con una calma predatrice, ignorando le lacrime che gli rigano il volto; per loro è solo un pezzo di carne sagomata per il piacere. Marco accoglie ogni spinta con un sussulto delle suture ancora livide, sentendo la "nuova fica" bruciare e dilatarsi sotto l’invasione. In quel dolore, si sente finalmente donna, una femmina creata dal ferro e rifinita dal seme, un contenitore di spregi che vibra di un'estasi umiliante.
L’inquadratura invisibile attraversa lo spessore del cartongesso, scivolando nell'aria elettrica della camera matrimoniale adiacente. Elena è inchiodata al materasso dal rumeno, ma i suoi occhi sono sbarrati verso il muro da cui filtrano i gemiti di Marco. Il suo piacere è una tempesta fisiologica: le ghiandole di Bartolini secernono un flusso denso e calmo che inonda le piccole labbra, turgide e violacee per la congestione pelvica. Ogni volta che l'amante urta il fornice vaginale, l'utero di Elena si contrae in spasmi muscolari violentissimi. Il suo clitoride, teso e rigonfio di sangue, pulsa contro il pube dell'uomo come un muscolo cardiaco impazzito, alimentato dal ritmo della carne che sbatte nel sottotetto.
Al culmine di un urlo più acuto di Marco, l'orgasmo di Elena esplode con una forza anatomica distruttiva. Le pareti della sua vagina iniziano una serie di contrazioni ritmiche involontarie, stringendo il membro del rumeno in una morsa elettrica, mentre i muscoli del pavimento pelvico sussultano in un collasso neuro-muscolare completo. La sua schiena si inarca, i capezzoli diventano duri come marmo e un grido animale le squarcia la gola, una scarica di fluidi che segna la definitiva cancellazione di suo marito.
Senza stacchi, la prospettiva torna oltre il muro, indugiando sul corpo di Marco che giace ora immobile, inondato e svuotato, mentre i due uomini si ripuliscono con la sua biancheria pulita senza degnarlo di uno sguardo.
Bum. Bum. Bum.
I colpi del rumeno sulla parete fanno tremare le travi sopra la testa di Marco. La risata grassa dell'uomo filtra insieme all'odore acre della prima sigaretta dopo l'amplesso.
«Ehi, cagnuledda! Ottimo lavoro!» grida il rumeno con un disgusto divertito. «Elena è venuta come una fontana grazie ai tuoi versi. Resta lì nel tuo troiaio a goderti il latte dei signori. E domani vedi di non mancare, che devi pulire tutto lo schifo che abbiamo fatto sul letto.»
Marco affonda la faccia nel tappeto lurido, sentendo il calore viscido degli umori altrui che gli colano sulla pancia piatta e ricucita. È finalmente, totalmente, niente. E in quel nulla, trova la sua mostruosa pace.
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L’aria all’interno del casolare casertano era una cappa irrespirabile di paglia marcia, stallatico e sigarette. Marco stava al centro della stanza, le ginocchia che gli facevano "Giacomo Giacomo" e i pantaloni calati alle caviglie, esponendo i suoi testicoli davanti agli occhi di sua moglie, l’amante ed il norcino.
Florin interrogava il norcino con una curiosità brutale, quasi scientifica. «Allora, Don Antò,» esordì il rumeno, l’accento che tagliava l’aria come un coltello arrugginito. «Spieca bene a noi, cazzoo. Quali sono modi per tagliere palle a questo coglione? Io vuole sapere come si fa lavoro pulito, che lui non muore ma non è più uomo.»
Don Antonio si avvicinò a Marco con la flemma di chi ha visto troppo sangue per impressionarsi. Aveva ancora le mani nere di terra; afferrò lo scroto del poveretto manipolandolo come merce avariata. Marco emise un gemito acuto, un suono da topolino schiacciato.
«Uè, rumeno, ce ne stanno paricchie 'e modi pe' castrà 'stu bbuono a nulla» rispose il vecchio. «Ce sta 'o scannino: 'nu taglio netto, se cacciano 'e granielle e se cuce. Fa male, ma fenisce subito. Oppure ce sta 'o laccio: s'attacca 'nu cordino 'e cuoio stretto stretto a 'a bbase. 'O sango nun passa cchiù e dopo 'na settimana 'a carne addiventa nera, puzza 'e mmerda e cade da sola. È 'nu tormento lento, 'o faje murì nu poco alla volta.»
Marco scoppiò in un pianto nervoso, le spalle che sussultavano violentemente. «No... no, Florin! Elena, vi prego, ditemi che state scherzando!» urlò, la voce incrinata dal terrore puro. «Ho accettato tutto, ho guardato mentre lui ti prendeva sul nostro letto, ho goduto nel sentirmi una nullità... ma questo no! Non potete castrarmi come una bestia, vi supplico, sono un uomo, sono tuo marito!»
Elena, seduta con le gambe incrociate e le mutandine in evidenza su un tavolo bello alto, lo guardò con un disprezzo che gli gelò il midollo. Non c'era traccia di pietà, solo una noia fastidiosa e la volontà di compiacere il suo focoso amante. In quell’istante, la mente di Marco scivolò all’indietro, alla radice della sua rovina.
Il fallimento del loro matrimonio non era stato un crollo improvviso, ma un’erosione lenta e silenziosa. Quello che era iniziato come un gioco "soft" per riaccendere una passione spenta — l'inserimento di Florin, un manovale dai modi rudi trovato in un cantiere, per qualche lavoretto in casa che servisse da pretesto erotico, una storia cuckold insomma — era sfuggito di mano a Marco. Florin non era un figurante; era un predatore geloso e violento, che aveva fiutato la debolezza di Marco e la fame insoddisfatta di Elena, prendendosi tutto: il letto, il comando e l'anima della casa.
Una sera, la gelosia possessiva di Florin era esplosa in una furia cieca. Aveva sorpreso Marco nel ripostiglio, rannicchiato tra la biancheria sporca di Elena, ad annusare ossessivamente le mutandine di lei bagnate di sborra. Lo aveva trascinato per i capelli al centro della camera, sbattendolo ai piedi del letto dove Elena osservava la scena con un sadismo gelido, espirando il fumo della sigaretta con una calma che faceva più male degli insulti.
«Guarda questo... guarda che schifo,» ringhiò Florin, l’accento rumeno che rendeva le parole dure come pietre. «Io scopa tua moglie e tu sta lì come cane a annusare mio sburro? Ti piace mio odore sopra di lei, eh? Ti eccita fare sega da solo con mio sburro?»
Marco tremava, la vergogna gli chiudeva la gola. Florin si accovacciò su di lui, l'ombra massiccia che lo oscurava completamente. «In mio paese, quando animale impazzisce e rompe scatole a mandria, noi fa pulizia. Noi toglie voglia di fare matto. Capito?»
Marco alzò lo sguardo, accennando un sorriso nervoso, quasi ebete. «Sì... scusami, Florin. Vuoi dire che devo darmi una regolata, vero?»
Sbam. Uno schiaffo violentissimo a mano aperta gli fece girare la testa. Poi un altro di rovescio, ancora più forte.
«Io non scherza!» urlò Florin, la faccia a un centimetro dalla sua. «Tu non capisce? Io dico che è meglio se ti taglio le palle! Ti senti poi tranquillo, meglio! Se tu non hai sburro, non sei più maschio, e io non ho più pensiero di te che vuoi scopare Elena. Tu diventa solo amico, un bue che serve padrone senza desideri»
Marco sbiancò, il labbro che iniziava a gonfiarsi. «Ma... ma cosa dici? Non puoi dire sul serio. È illegale, è...»
Elena intervenne con una risatina secca, quasi chirurgica. «Non scherza affatto, Marco, ne abbiamo già parlato, sarebbe meglio per tutti, anche per te. Guarda come sei ridotto. Sei inutile, un verme che ci spia e si fa le seghe sulle mie mutandine. Senza palle, almeno non rompi più i coglioni con le tue manie, soffri meno, sarebbe per il tuo bene. Diventi la mia amichetta. Mi piace l'idea.»
«Ma servirebbe un ospedale, un chirurgo» piagnucolò Marco, le mani giunte in una supplica patetica.
«Ma che dottore, merdoso!» ruggì Florin. «Io ho un amico a Caserta. Un mio compagno di cella che sa fare bene questa cosa. Lui è mandriano esperto, castra maiali, buoi, pecore ogni giorno. Fa tutto pulito, zac e via. E tue palle non sono grandi, sono come quelle di pecora, lui fa svelto, non ti preoccupare, penso io a tutto»
«Un dottore costerebbe troppo, uno spreco di soldi, dai, lo sai pure tu» aggiunse Elena, incrociando le gambe e guardando il marito con disprezzo. «Con quello che guadagni tu, un mediocre che non arriva a fine mese con dignità, non sprecherò i risparmi per una clinica. Meglio il norcino di Florin. È più economico e appropriato per uno come te. E poi dai, sempre a fare storie, che palle! E che sarà mai!»
Marco provò a ribattere sul pericolo delle infezioni, ma un altro schiaffo correttivo lo zittì bruscamente. Florin aveva deciso. «Non rompere più i coglioni! Si va a Caserta domani o dopodomani, al più presto. Io chiama lui ora. Tu ora sceglie o io ti scanno qui come cane randagio. Scegli: o bue o morto, porco dio!»
L'eccitazione per il dominio totale e per la mutilazione imminente sembrò accendere un fuoco brutale in Florin. Con un gesto rapido si calò i pantaloni e si sedette con tutto il suo peso sulla faccia di Marco, schiacciandogli il volto contro la sua carne calda e pesante.
«Ora tu serve a qualcosa, frocio inutile,» ordinò.
Elena si sporse in avanti, gli occhi lucidi di un piacere malvagio. Afferrò Florin e iniziò a masturbarlo con colpi decisi, proprio davanti agli occhi sbarrati di Marco che non poteva né muoversi né respirare. Quando Florin raggiunse l'apice, grugnì di piacere e sborrò con violenza direttamente sulla faccia di Marco, coprendogli gli occhi e la bocca col suo seme.
«Ecco,» disse Florin rialzandosi e sistemandosi con noncuranza. «Questo è unico modo in cui tu vede mio sborra da oggi. Come un rifiuto. Prepara valigia, dopodomani si va dal norcino.»
Tornando al presente, Elena indicò con un dito curato un ferro lucido poggiato su un panno sporco. «E quello, Don Antonio? Quella specie di tenaglia?»
Il vecchio sorrise, mostrando gengive nere e denti scalcinati. «Questa è 'a Burdizzo, signurì. Questa è robba economica pe’ le pecore, ma una delizia da intenditori. Nun se taglia niente, nun esce sango. Si mette ‘a graniella tra le branche e... zac! Se schiaccia tutto internamente. I vasi si rompono, i testicoli si spezzano dinto 'o sacco. 'O dolore è fastidioso, sordo, ti toglie 'o respiro per un po’... ma è sicuro. Niente infezioni, niente morte. E…» continuò ridendo «tanto divertimento per chi assiste!»
Florin annuì, estasiato. «Questa va bene. Come divertimento?»
Bbé, chisto sta a suffrì comm’a ’nu cane e vò pietà, ma a vuje ca ’o schifate ve fa divertì e nun ce stanno prubblemi pe’ nisciuno. Tanto ’o dicimm’ a verità: ’o parul’ ’o amma castrà pe’ forza, e allora è meglio ca ce passam’ ’nu poco ’o sfizio, no?»
Fu allora che Don Antonio ammiccò con malizia, abbassando la voce verso Florin. «Ma pecché 'o vulite ffa' accussì, di nascosto? Uè, rumeno, io saccio gente, camorristi ca se vonno divertì a guardà 'ste cose. Si usamm' 'a Burdizzo e facimme 'nu bello circo, con 'o schiacciamento lento... io ve dico ca putimme tirà su pure centomila euro in 'na sera. 'A gente paga oro pe' sta' ccà a sentì 'nu frocetto ca strilla comm'a 'na femmenella mentre 'a carne se rompe dinto.»
Florin sgranò gli occhi, quasi strozzandosi col fumo della sigaretta. «Centomila euro? Per vedere questo maiale che urla e piange?»
Elena scese dal tavolo con un balzo, gli occhi che brillavano di pura avidità. Si avvicinò a Marco, che continuava a implorare: «Elena, no... vi prego... non vendetemi ai criminali, vi supplico! Florin, portami via, sarò il tuo schiavo, ti darò tutto lo stipendio, ma non lasciare che mi castrino... ho paura, ho troppa paura!»
Florin lo afferrò per la gola, sollevandolo quasi da terra con una forza disumana. «Tu ora sta zitto, cazzoo di perdente! Centomila euro sono macchina nuova e vita da signori per me e mia donna per un anno almeno! Tu ora serve a noi per questo. Tu deve solo grida forte per amici di Don Antonio, io ti rompe ogni osso di corpo prima che lui inizia.»
Marco, col viso paonazzo e le lacrime che gli inzuppavano la camicia, continuava a scuotere la testa, emettendo suoni soffocati di puro terrore. Allora il vecchio gli si avvicinò con fare paterno: «Uè, figghiu mio, parlamm’ 'nfacce: chisto Florin è 'nu delinquente 'e faccia tosta. Si s'è miso 'ncapa 'e te castrà, 'o ffa e basta, nun s'acconcia maje. Allora addumannat’ 'na cosa: nun è meglio ca t' 'o faje fà armeno p' 'e sorde? Nun t'hai 'a vvergognà 'e niente, aggio visto pure a ll'ate... s'hanno pigliato st'umiliazione sultanto p' 'a sacca. Si 'e sorde servono, che vuò fà? È tutto 'no spettaculo, tanto 'e palle, o ccà o a casa toja, sempe t' 'e tagliano»
«No, ho paura!»
“Ma che paura! Nu esse ccacasotto Porco dio! Ormai staje ccà e ccà nun se pazzea cchiù. 'E palle te le levo, ca tu 'o vuò o nun 'o vuò, pure senza pubblico t' 'o faccio perchè è il mio lavoro!
Ma se vuò essere sicuro ca 'o faccio bbuono, io n'aggia guadagnà e, soprattutto, m'aggia divertì. Vide bbuono che faje, pecché cchiù prublemi tiri fuori, cchiù me vendico... e pe' tte sarrà l'inferno 'n terra."
«Prepara tutto!» urla Florin «No perde tempo co’ coglione. Chiama i tuoi amici. Voglio metodo che ha detto, voglio sentire le sue urla di cazzo fin fuori dal casolare. Noi ha bisogno di quei soldi. E mo’ marchè, fa bello bocchino a don Antonio che lo merita»
Marco si trascinò sulle ginocchia, le rotule che scricchiolavano sul pavimento sconnesso, finché la sua faccia non arrivò all'altezza della cinta di Don Antonio. Le sue dita, livide e scosse da un tremito convulso, lavorarono sulla pattana del vecchio con una fretta devota, quasi religiosa. Quando il sesso del norcino saltò fuori — un pezzo di carne scura, venosa e brutale — Marco lo avvolse con entrambe le mani.
Iniziò a pompare con un ritmo disperato, gli occhi spalancati e fissi su quel cannone di carne che rappresentava il suo boia. Ogni movimento della mano era un atto di sottomissione assoluta. Sentiva il calore animale di Antonio e, paradossalmente, quella vicinanza alla fonte del potere che stava per annientarlo gli faceva scoppiare il cuore di un piacere malato, terminale.
A pochi centimetri dal suo viso, il rumore era quello di un’officina della tortura. Don Antonio, con una flemma che faceva gelare il midollo, versava il disinfettante sulle branche della Burdizzo. Il liquido colava sul metallo pesante, lavando via i resti dell’ultimo animale castrato per prepararsi alla carne umana.
«Vi prego… don Antonio no... pietà...» rantolò Marco, interrompendo per un secondo il ritmo, la bocca bagnata di bava e lacrime. «Fatemi tutto... vendetemi... ma non schiacciatemi le palle... non fatelo...»
Don Antonio non alzò nemmeno lo sguardo. Con un movimento rapido della mano libera, afferrò Marco per i capelli, tirandogli la testa all'indietro con una violenza che gli fece scattare le vertebre.
«Zitto, suga troia!» sibilò il vecchio, la voce roca di piacere e disprezzo. «Continua a faticà e muto, ca domani e palle toie adda scorre dinto ’a stu fierro!»
Florin, alle spalle di Marco, rideva con un suono gutturale, eccitato dallo sfacelo totale dell'uomo che una volta chiamava "padrone di casa". «Guarda Elena! Tuo marito è proprio una cagnetta felice di morire! Piange ma adora il cazzo de chi lo castra, p*** d**!»
Il ritmo di Marco si fece frenetico. Sentiva che Antonio era al limite. Il vecchio grugnì, inarcando la schiena, e con un ultimo, violento sussulto, scaricò un fiotto denso e caldo di sborra dritto sulla faccia di Marco, colpendolo sugli occhi e dentro la bocca aperta per le suppliche.
Marco rimase lì, immobile, il volto imbrattato dal seme del suo prossimo castratore, respirando a fatica mentre il sapore di quel liquido gli invadeva la gola. In quell'istante di umiliazione suprema, sentì il suo stesso membro sussultare in un'erezione dolorosa e colpevole.
«Ecco,» disse Antonio, pulendosi con un gesto sbrigativo e impugnando la Burdizzo con entrambe le mani. Il riflesso della lampadina nuda danzò sull'acciaio bagnato di disinfettante. «Mo’ ca hai bevuto, Marcuccié, preparate. Vediamo se ’stu sburro t’aiuta a sopportà ’o rumore delle ossa ca saltano, p** la M******!»
Finito il pompino Marco viene legato ad una trave, per le prime operazioni di controllo. Don Antonio, si sedette su uno sgabello proprio davanti a lui. Si accese un mozzicone di sigaro, lo sguardo fisso sul pacco che pulsava tra le cosce di Marco per il terrore. Avvicinò la tenaglia Burdizzo, ma non per chiuderla, solo per controllare la dimensione. Iniziò a picchiettare leggermente con l'acciaio freddo prima su un testicolo e poi sull'altro, ridendo sottovoce.
«Guarda comm' 'e tiene strette... pareno doie nucelle,» scherzò il vecchio in un casertano viscido. «Nun avé fretta, Marcuccié... 'o bello addà ancora venì. Primma t'aggiu 'a fa' venì 'a bava a 'a vocca pe' 'a paura. 'O sango s'adda gelà dinto 'e vene, accussì quando schiacciamo, 'o dulore è cchiù bbuono, cchiù sapurito. Ti faccio divertire, nun te preoccupà»
Florin, intanto, era scosso da un'eccitazione violenta, alimentata dall'odore del potere dei centomila euro che già vedeva piovere dal soffitto. Si sedette sulla panca di legno, allargando le gambe con un gesto osceno.
«Elena! Vieni qui, cazzo!» ordinò con voce roca. «Questo cornuto legato mi fa venire voglia di fotter forte. Guarda come ci guarda con quegli occhi da cane bastonato!»
Elena non se lo fece ripetere. Si avventò su Florin con una fame predatoria, sbottonandogli i pantaloni con una foga animalesca. Quando il membro massiccio del rumeno scattò fuori, Elena lo afferrò con entrambe le mani, iniziando una sega ritmica e spietata proprio davanti al viso di Marco. Il rumeno buttò la testa all'indietro, afferrando Elena per i capelli e guidando il movimento con spinte oscene.
«Guarda, Marco! Guarda tua donna come munge un uomo vero!» urlava Florin, ansimando forte. «Lei gode a farti questo, lei gode a sapere che tra poco non avrai più niente dentro i pantaloni! Sei una troia, Elena, dì al tuo uomo che sei una mignotta che ama i soldi di Florin!»
Marco, legato alla trave, non riusciva a distogliere lo sguardo. Era una tortura doppia: il freddo del ferro di Don Antonio che continuava a solleticare la sua pelle nuda e la visione di sua moglie che si concedeva con quella passione sporca al suo padrone. Eppure, in quell'abisso di degradazione, sentiva una pulsazione vergognosa, un brivido di piacere malato nel vedersi annientato così.
«Sì, Florin... sono la tua mignotta!» gridò Elena, aumentando la velocità e chinandosi per usare la bocca, facendo schioccare la saliva in modo udibile in tutto il casolare. «Schiacciagli le palle, fagli male, così festeggiamo i soldi nostri sulla sua pelle!»
Don Antonio si alzò e diede uno schiaffo leggero, quasi affettuoso, sullo scroto di Marco con la parte piatta della tenaglia. «Uè, biondo, guarda comm'è cuntenta 'a mugliera tua... mo' 'o straniero sburra e io e te ci facciamo n'ata chiacchierata. Nun aggio ancora deciso si accummincio dalla destra o dalla sinistra... forse le schiacciamo insieme, che ne dici? Accussì godi di più, è assicurato, p***** la M******!»
Florin arrivò al limite con un grugnito che scosse le pareti. Afferrò Elena per le spalle e si svuotò con una sborrata violenta che le imbrattò le mani e il petto. Lei si pulì ridendo, poi si voltò verso Marco, passandogli un dito sporco di sborra sulle labbra tremanti.
«Hai visto, Marco?» sussurrò con un ghigno crudele. «Florin è un uomo. Tu tra poco sarai solo un castrato. Don Antò, fallo aspettare... mi piace vederlo così, che si piscia addosso dalla paura.»
Il vecchio norcino rimise i ferri a bagno nell'olio scuro, ammiccando a Florin. «Aspetta, signurì... 'o meglio addà venì. Lasciamolo nu poco a faticà con 'o pensiero... 'a paura è 'o meglio condimento pe' 'nu lavoro fatto bbuono.» Si pulì le mani sporche di grasso sui pantaloni, poi tirò fuori dalla tasca del gilet un foglio e una penna biro masticata.
«Uè, straniero, fermammo 'e macchine,» disse il vecchio, guardando Florin che si stava ancora rinfoderando i pantaloni. «Io nun so' fesso. Primma de accummincià 'o circo, 'stu bbuono a nulla m'adda firmà 'na carta. 'Na liberatoria., cume la volite chiamare Adda sta scritto chiaro e tondo ca è consensiente, ca vò essere castrato d' 'o mijo. Si no, chisto se ne va a 'o spitale, dice ca l'amm' obbligato e qualcuno s'incazza. Senza firma, nun se schiaccia niente, porco d**!»
Florin sputò per terra, innervosito. «Ma che cazzo dici, vecchio? Lui fa quello che io dice!»
«Nun hai capito, biondo,» continuò Don Antonio avvicinandosi a Marco, che lo fissava con gli occhi sbarrati. «Io me voglio divertì, e pure i cumpagni miei che vonno venì vonno 'o ffuoco vero. 'A carta deve dicere ca lui vole soffrì pe' minimo nu pajo d’ore. Voglio 'o tempo de faticà con calma e fa spettacolo: primma n'ovetto, 'o schiacciamo millimetro pe' millimetro mentre lui me canta 'na canzone, e poi n'ata volta con l'altro. Nu paio d’ore de carne che se schiatta dinto 'o sacco va bene. Si firma, facimme 'e sorde. Si no, portatelo via.»
Elena si avvicinò a Marco, slegandogli una mano dalla palanca solo per mettergli la penna tra le dita tremanti. «Hai sentito, amore? Firma! Centomila euro, Marco! Firma che vuoi farti torturare per un paio d’ore, o giuro su Dio che Florin ti spacca la faccia prima che Don Antonio tocchi le tenaglie!»
Marco scosse la testa freneticamente, il petto che sussultava per i singhiozzi. «No... è troppo no... vi prego... morirò dal dolore... Elena, come puoi chiedermi di firmare la mia condanna? Florin, pietà!»
Florin gli fu addosso in un istante, afferrandogli la mano e piegandogli le dita sulla penna con una forza che gli fece gridare. «Tu firma, cornuto! Tu firma che ti piace sentire ferro che spacca tue palle di merda! Firma che vuole soffrire per noi, cazzo!»
Mentre la penna graffiava il foglio sotto la pressione violenta di Florin, Marco sentì un calore viscido risalirgli lungo la schiena. Il terrore di quella tortura, l'umiliazione di dover dichiarare per iscritto di voler essere castrato come una bestia da quegli uomini, gli stava provocando un'erezione vergognosa e turgida, proprio lì, a pochi centimetri dalla Burdizzo del vecchio.
«Guarda... guarda 'stu puorco!» esclamò Don Antonio, ridendo sguaiatamente e indicando il cazzo di Marco. «Sta firmando 'a condanna sua e ce l'ha pure duro! Marcuccié, ma allora si' proprio 'na troia malata! Te piace ca te sgarriamo tutto, eh? Te piace sentì 'o norcino ca te scassa 'e granielle!»
«Sì, guarda come gode il cornuto!» infierì Florin, mollandogli un ceffone che gli fece colare il sangue dal naso sul foglio. «Lui è eccitato perché sa che tra poco non sarà più uomo. Firma, cazzo, firma tutto!»
Marco, con un rantolo che era a metà tra un pianto e un gemito di estasi malata, appose una sigla sghemba sul foglio. «Ecco... ho firmato...» sussurrò, crollando con la fronte contro il legno della palanca. «Lo faccio solo per te Elena»
Don Antonio ripose il foglio firmato nel gilet, poi si voltò verso Marco, che pendeva nudo dalla trave come un quarto di bue pronto per la concia. La pelle di Marco era chiazzata di freddo e sudore, i peli delle gambe ritti per il terrore, e quella sua erezione involontaria, tesa verso il vuoto del casolare, lo rendeva la caricatura di un uomo. I calzoni erano ormai un ammasso di stracci ai suoi piedi, lasciando ogni sua vergogna esposta alla luce giallastra della lampada.
«Brav’ ’o biondo. Mo’ sì che si’ ’na merce d’esportazione,» sghignazzò il vecchio. Afferrò il cellulare incrostato di grasso, lo poggiò sul tavolo e attivò il vivavoce. «Però ’o circo nun s'arapre a ufo. Devo chiamà l’amici quelli c’hanno ’e sorde vere e ’a voglia di divertirsi co’ ’a carne d’ ’o chiattillo.»
Il primo squillo rimbombò nel silenzio, interrotto solo dai singhiozzi soffocati di Marco. «Uè, Antò... dimme tutto,» rispose una voce catarrosa e arrogante.
«Don Pasquà, scusate ’o disturbo. Tengo ’na cosa fina stasera dinto ’o casolare,» esordì il norcino con un tono viscido. «Tengo ’nu signore biondo, nudo comm’a n’infante, ca s’è firmato ’a condanna. Se vole fa castrà con ’a Burdizzo, millimetro pe’ millimetro. ’O prezzo è fissato: cinquemila euro solo pe’ trasì e guardà ’stu merda ca se piscia sotto dal dolore, e quindicimila euro pe’ chi vuole mettere ’e mmani sulla tenaglia e sentì ’è palle ca schiatta sotto ’e branche. Due ore de divertimento assicurata prima d’ ’o taglio finale.»
Dall’altro capo si sentì un fischio d’ammirazione. «Cinquemila pe’ guardà? Antò, si è overo ca strilla comm’a ’na mignotta, ne porto sette de compagni miei. Vogliamo vedé ’a faccia sua quando gli schiacciate ’o primo ovetto. Preparate ’e seggiole, ca portiamo ’e mazzette de sorde.»
Marco scosse la testa, le lacrime che gli finivano dritto in bocca. «No... quindicimila per toccarmi... vi prego... non lasciate che mi tocchino... Elena, pietà!»
Florin, sentendo quelle cifre, iniziò a fare i conti a voce alta, con gli occhi che iniettati di sangue per l'avidità. «Senti, cornuto! Sette amici di Don Pasquale fa già un sacco di sorde... se arrivano altri boss, noi stasera chiude a centomila euro! Centomila euro, cazzo, pe' tue palle di merda!»
Don Antonio fece altre due chiamate, alzando il tiro. «Uè, Don Cirì, acciratevi a venì. Cinquemila ’o biglietto pe’ vedé ’o circo del norcino. Tengo ’o biondo nudo legato a ’na palanca, pare ’nu santo dinto a ’nu quadro, ma tra n'ora strillerà peggio de n'animalo scannato. Quindicimila si vulite strignere voi... facimme ’o lavoro lento, un testicolo alla volta,tre de pura agonia. Portate i sordi sani, ca stasera facimme ’o botto.»
Elena si avvicinò a Marco, passandogli un’unghia laccata sulla pelle nuda dell’addome, scendendo verso la sua umiliazione. «Hai sentito, amore? Centomila euro. Valevi così tanto solo da macellato. Stasera io e Florin brindiamo alla tua faccia, mentre tu conti i minuti con la carne che ti esplode dentro. Guarda come sei ridotto... nudo, legato e venduto a pezzi ai camorristi!»
«Pietà... portatemi via... ho paura...» rantolò Marco, ma il suo corpo, traditore fino all'ultimo, pulsava sotto lo sguardo eccitato di Florin.
«Non avere fretta, Marcuccié,» concluse Don Antonio spegnendo il telefono. «Mo’ arrivano i signori. Florin, prepariamo a roba... stasera ’stu biondo adda cantà ’a canzone più bella della piana casertana. Centomila euro di divertimento, p** la M******!»
La sera, l'oscurità della piana casertana venne squarciata dai fari delle auto di lusso che sobbalzavano sullo sterrato, sollevando nuvole di polvere e fango. Una dopo l’altra, le berline scaricavano uomini dai volti coperti e dai vestiti sgargianti, che entravano nel casolare con la naturalezza di chi partecipa a un'esecuzione rituale.
Dentro, l’atmosfera era satura di un’eccitazione torbida e viscerale. Don Antonio aveva allestito un banchetto rozzo su dei cavalletti: mozzarelle che colavano latte, soppressate piccanti e damigiane di vino rosso. Gli ospiti mangiavano con le mani, bevevano a garganella e parlavano a voce alta, ignorando quasi del tutto, per i primi minuti, la figura umana che stava al centro della sala.
Marco era una visione surreale. Completamente nudo, le braccia tirate verso l'alto sulla palanca e le gambe spalancate a forza, bloccate da due ceppi di legno che gli tenevano le cosce divaricate, offrendo il suo sesso indifeso alla luce cruda della lampada. La vergogna gli faceva tremare la pelle, ma la sua perversione era più forte della paura: ogni volta che un boss alzava la voce o lo guardava ridendo, il suo membro reagiva con pulsazioni turgide, una serie di erezioni involontarie che non riusciva a controllare.
«Uè, ma guardate a 'stu scemo!» esclamò un tipo tarchiato, avvicinandosi con una fetta di porchetta in mano. «Sta nudo comm’a n'infante e ce l'ha pure duro... Marcuccié, ma che t'hanno prummesso? 'A villa a mare? Pe' sorde te faje castrà d' 'o norcino?» Gli diede una schicchera violenta sulle palle, ridendo mentre Marco emetteva un gemito strozzato.
In un angolo, Florin ed Elena parlavano con i boss. Erano tranquilli, ridevano. «Vede Don Pasquale?» diceva Florin, indicando il sesso eretto di Marco. «Lui è contento, lo vole lui, vi potete divertire come volete. Lui gode a fare vittima per noi. Non vi dovete preoccupare, a lui piace, lo vole lui.»
Elena sorseggiava il vino, gli occhi lucidi di bramosia. «Don Pasquà. Mio marito ha capito che solo così può renderci felici. Vero Marco? Fagli vedere come sei contento di farti castrare dai signori!»
Un uomo si staccò dal gruppo, muovendosi con la pesantezza di chi sa che la sua parola è legge e la sua crudeltà è nota. Era Don Mimì, il boss che per primo aveva gettato sul tavolo quindicimila euro solo per il privilegio di manovrare la Burdizzo. Si avvicinò a Marco masticando un pezzo di formaggio grasso a bocca aperta, per poi sputargli un grumo viscido e giallastro proprio sulla coscia, vicino al sesso.
«Uè, maiale... ma guardate nu poco che bella fine ca te fanno fare,» esordì Don Mimì, la voce intrisa di un disprezzo così denso da sembrare catrame. «Si' proprio 'na mmerda, Marcuccié. Ma guardati: stai nudo comm'a n'animalo dinto a 'nu macello, mentre 'a mugliera tua se struscio vicino a 'o rumeno de merda, se fa palpà dinto a 'e mutandine e ride d' 'e pene tue. Ma che razza 'e uomene si'? Ma che 'o tieni a ffa' quel coso tra le gambe se poi ti piace sentire l'odore d' 'o straniero addosso a Elena? Ti piace sapere che lei gode mentre io ti castro?»
Marco alzò lo sguardo, gli occhi vitrei e il respiro che usciva a fischi brevi e convulsi. Ma il suo corpo, dominato da una perversione che non conosceva vergogna, reagì con un sussulto: il membro, teso e violaceo, ebbe uno scatto violento verso l'alto, puntando dritto al soffitto.
«Ma guardate 'stu schifoso malato!» urlò Don Mimì, scoppiando in una risata sguaiata che attirò tutti i camorristi attorno alla palanca. «Più 'o dico ca è 'nu cornuto sottomesso, più 'o dico ca 'a mugliera è 'na zoccola ca se fa sbattere da n'altro, e più ce l'ha duro! Ma t'appassiuna proprio l'idea ca stasera te castriamo? T'eccita ca tua moglie s'accatta 'a macchina nuova con 'o sango d' 'e palle tue?»
Don Mimì, con un gesto improvviso e brutale, gli afferrò lo scroto con le dita tozze e unte, stringendo la carne con una morsa feroce che fece mancare il fiato a Marco. Lo tirò verso il basso, obbligandolo a guardarlo negli occhi.
«Senti a me, biondino... io aggio pagato quindicimila euro e mo' pretendo rispetto. Tu mi devi guardare come se fossi il tuo Dio, perché tra cinque minuti la tua vita da uomo finisce sotto alle mani mie. Io nun aggio fretta. Te prometto ca te farò male, ma un male ca nun puoi manco immaginà. Te schiaccerò 'o primo ovetto millimetro pe' millimetro, lentamente, come se stessi macinando 'o pepe dinto a 'nu mortaio. Voglio sentì 'a carne ca scricchiola sott' 'o fierro, voglio sentì i nervi ca saltano uno a uno mentre tu, con quella faccia da strunzo, me chiedi scusa d'essere nato maschio e mi ringrazi perché ti sto pulendo della tua vergogna, p***** la M******!»
A quelle parole d'umiliazione assoluta, un rivolo di bava colò dalle labbra di Marco, mentre il suo membro ebbe un altro sussulto, quasi a invocare il colpo di grazia.
«Guarda là, guagliù!» rincarò Mimì ridendo e dando uno schiaffo violento sul sesso di Marco. «Ringrazia pure! Antò, portami 'o fierro... che 'a signurina è pronta pe' essere castrata come si deve!»
L’aria nel casolare era diventata irrespirabile, satura dell’odore del vino versato e di un’eccitazione torbida che faceva brillare gli occhi dei presenti. Al cenno di Don Antonio, il cerchio dei boss si strinse attorno alla palanca. Sotto la luce cruda della lampada, Marco nudo, le carni bianche percorse da brividi incessanti e le cosce spalancate a forza, offrendo il suo sesso indifeso al giudizio di quegli uomini.
Don Mimì avanzò con la Burdizzo tra le mani, brandendola con la sicurezza di chi ha comprato un servizio, un divertimento. Fece scattare le branche d’acciaio — clac-clac — e quel suono metallico parve strappare un lamento strozzato dalla gola di Marco.
«Uè, Marcuccié, ma guarda qua,» esordì Don Mimì con un sarcasmo feroce, puntando il ferro verso il sesso turgido dell'uomo. «Stai piangendo come una mignotta scannata, chiedi pietà, ma questo qua sotto dice un'altra cosa. Sta puntando dritto in faccia a me! Ma allora si’ proprio un porco malato, p***** la M******!»
Don Mimì si mise lentamente tra le gambe di Marco, posizionando le branche aperte della tenaglia attorno al testicolo destro. Il freddo del metallo sulla pelle sensibile fece inarcare Marco sulla palanca.
«Basta... Don Mimì, pietà! Non lo fate, vi prego!» urlò Marco, le lacrime che gli rigavano il viso sporco. «Fermatevi... vi restituisco tutto, Elena aiutami!»
Don Mimì si bloccò, ma solo per guardarlo con un ghigno di puro scherno. Tirò fuori dal gilet la fotocopia del consenso e glielo sventolò davanti agli occhi. «Pietà? Ma quale pietà, Marcuccié! Tu hai firmato questo pezzo di carta a Don Antonio, c’è scritto nero su bianco che sei consenziente! E io ho buttato quindicimila euro sul tavolo per questo momento. Io ho pagato il biglietto e mo’ ho tutto il diritto di divertirmi come dico io! Tu non sei più un uomo, sei una mia proprietà per i prossimi sessanta minuti!»
Don Mimì gli afferrò il mento, costringendolo a guardarlo. «E mo' rispondi: ti piace? Dì che ti piace sentire il freddo del ferro che sta per scassarti tutto! Dillo!»
«No... vi prego...» piagnucolò Marco.
Don Mimì diede una prima, brutale stretta di avvertimento. Marco emise un grido disumano, la schiena che si tendeva fino a scricchiolare. «Rispondi, ca**o!» ruggì Mimì, aumentando la pressione. «Dì che godi a farti castrare da Don Mimì!»
«Sì... mi piace... mi piace... grazie… ma smettetela» rantolò Marco, mentre la bava gli colava sul petto. In quel delirio di agonia, il suo membro ebbe uno scatto violento, una pulsazione turgida che non riusciva a controllare.
«Ma guardate ’stu maledetto!» urlò Don Cirì, tra le risate sguaiate dei boss. «Più lo umiliamo, più dice che gli piace e più ce l’ha duro! Marcuccié, ma allora sei proprio una zoccola affamata di dolore!»
Florin, eccitato dalla scena, stringeva Elena a sé con una ferocia animale. «Vedi, Don Mimì? Lui ringrazia! Lui è felice di perdere le palle per noi!»
Elena rideva, lo sguardo fisso sulla carne martoriata. «Schiaccia ancora, Don Mimì! Hai pagato per vederlo soffrire, fagli sentire come è un vero uomo!»
Don Mimì non se lo fece ripetere. Con una lentezza sadica, iniziò a chiudere i manici per il primo, vero schiacciamento.
Clac.
Un rumore viscido, come quello di un frutto maturo frantumato in un pugno. Marco spalancò la bocca in un urlo muto, le vene del collo che sembravano esplodere. Il testicolo destro veniva macinato millimetro per millimetro dentro allo scroto.
«Guarda qua, guagliù... sentite come scrocchia?» sghignazzò Don Mimì, ruotando leggermente la Burdizzo mentre era serrata per triturare meglio i nervi. «È il mio diritto, Marcuccié! Ho pagato e mo’ ti sventro con la calma di un signore. Dì di nuovo che ti piace! Dillo!»
«M-mi piace... grazie Don Mimì... vi prego basta!...» biascicò Marco.
Don Mimì, in un impeto di ferocia finale, serrò i manici fino a farli toccare. Il rumore definitivo di tessuti lacerati riempì la sala. Marco ebbe un ultimo, violento sussulto del sesso prima di crollare in un respiro rotto, mentre lo scroto diventava istantaneamente nero e gonfio di sangue.
«E uno è andato!» esclamò Don Mimì, alzando le mani verso la platea in segno di trionfo. «Antò, passame ’o vino! Facciamo riprendere fiato alla signurina... che mo’ m’aggiu ’a preparà pe’ ’o sinistro. Marcuccié, nun svenì... ca ’o bello addà ancora venì, p***** la M******!»
Il casolare era diventato una bolgia infernale. Don Mimì si scostò con un rutto di soddisfazione, asciugandosi la fronte con un fazzoletto lurido e ridendo sguaiatamente verso la platea dei boss. Fece un cenno verso l'ombra, dove due figure scarne e nervose stavano aspettando il loro turno con la bramosia di chi sa di aver pagato profumatamente per fare macello. Erano i fratelli Gaglione, che avevano sbattuto sul tavolo trentamila euro in contanti solo per avere l’esclusiva sul secondo "ovetto".
Si avvicinarono alla palanca con un’andatura lenta, le facce scavate e gli occhi iniettati di una cattiveria gelida. Il maggiore dei due guardò Marco, che giaceva nudo e devastato, ma ora più tranquillo con un disprezzo che faceva gelare il sangue.
«Uè, guagliù, ma guardate a ’stu mmerd’ comm’è ridotto,» esordì il maggiore, girando intorno a Marco come un lupo. «Don Mimì t’ha fatto ’o destro ca ormai par’ proprio ’na muzzarella? Peccato ca se sta facenno nera... mo’ ’o cumpagno a sinistra ’o facimmo addivendà ’o stesso culore. Ma primma ’o vulimm’ scarfare nu poco.»
Senza preavviso, il minore tirò fuori un accendino a fiamma ossidrica. Il sibilo azzurro squarciò il silenzio. Marco sbarrò gli occhi, cercando di divincolarsi disperatamente drento ai ceppi che gli tenevano le cosce spalancate in modo osceno.
«No... no! Il fuoco no! Vi prego!» urlò Marco, la voce ridotta a un rantolo stridulo. «Don Antonio, fermateli! Schiacciatemi subito, ma non bruciatemi! Elena, aiutami!»
«Sta’ zitto, puorc’!» sibilò il Gaglione minore, con gli occhi che iniettati di sangue per l'eccitazione maligna. Avvicinò la fiamma azzurrognola dell'accendino al testicolo sinistro, l'unico ancora risparmiato dal ferro, che pendeva solitario e teso come una corda di violino. «Aggio pavat’ trentamila euro e mo’ tu nun m’adda romp’ ’o cazzo cu’ ’e lamentele tue! Tu ha firmat’ ’a carta e mo’ t’adda sta’ zitto e adda subì! Siente comm’abbrucia ’a vergogna toja, mmerd’!»
La fiamma leccò la pelle sottile. Lo sfrigolio fu immediato, un rumore viscido seguito da un odore acre di peli bruciati e carne viva che riempì la stanza, impastandosi al puzzo di stallatico. Marco lanciò un urlo disumano, un suono che non aveva più nulla di maschile, inarcando la schiena fino a far scricchiolare il legno della palanca drento le sue vertebre.
Il Gaglione gli afferrò i capelli con una morsa d’acciaio, tirandogli la testa all'indietro così forte che la pelle del collo sembrò quasi strapparsi: «Rispondi, ca**o! Dì che ti piace il fuoco dei Gaglione! Dillo subito, o t' 'o lascio appicciato finché non diventa cenere!»
«S-sì... m’piace... grazie... m’piace l’abbruciata… ma basta, vi prego» rantolò Marco, mentre le lacrime e la bava gli bagnavano le guance imbrattate dal seme di Don Antonio.
In quell'istante di agonia pura, Marco alzò lo sguardo e vide i loro visi. Vide Don Pasquale che si toccava dentro i pantaloni, Florin che ridacchiava stringendo Elena, e il Gaglione che godeva del suo potere di vita e di morte. E la cosa più atroce, quella che gli bruciava dentro più del fuoco sulla pelle, era che li giustificava.
Si sentiva quasi in colpa, un peso opprimente di inadeguatezza che gli schiacciava il petto. La scena si era fatta tesa, satura di un’elettricità storta. Non era il silenzio rituale che i Gaglione si aspettavano; era interrotto dai gemiti queruli di Marco, quel tipo di lamento che spezza il ritmo del sadismo e lo trasforma in fastidio burocratico.
«Uè, Antonio, ma che è ’sta tarantella?» sbottò il Gaglione maggiore, allontanandosi di un passo e incrociando le braccia muscolose sul petto. «Aggio pavato trentamila euro, mica spiccioli, per godermi ’o spettacolo. E questo pare ’na radiolina rotta che gracchia! Mi sta passando ’o sfizio, mo ’o scanno subito e facciamo prima.»
Il minore gli andò dietro, scalciando lo sgabello di Marco. «È uno scandalo! Pare ca stiamo a scannà ’nu coniglio malato. Marcuccié, ci stai facendo fare la figura dei dilettanti. Ma che è, nun t’abbasta quello che ti stiamo facendo?»
Marco sollevò lo sguardo, gli occhi lucidi di un terrore che però faticava a restare puro. La vergogna lo stava mangiando vivo: si sentiva un pessimo investimento, una merce difettosa. Ma sotto quella colpa, come un parassita, sentiva il calore umiliante del suo stesso corpo traditore.
«Scusate... scusatemi...» mormorò con la bava che gli filava tra i denti. «Avete ragione... sono una cagnetta ingrata... scusate se urlo... meritavo di peggio...»
«Guarda là, guagliù!» gridò il minore con un ghigno, indicando il sesso di Marco che, tra le piaghe della pelle bruciata, sussultava in un’erezione oscena. «Ti scusi pure? Ma allora sei proprio ’nu vizioso! Ti senti in colpa perché non sei abbastanza m***a per noi? Ti piace che ci stiamo innervosendo, eh?»
Don Antonio, il norcino, gli sferrò un manrovescio che gli fece schioccare la mascella. «Statte zitto e offri la carne ai signori, cagnuò! Nun fa’ ’o maleducato!»
Il maggiore afferrò finalmente la Burdizzo. Lo strumento d’acciaio, pesante e gelido, venne posizionato sopra lo scroto già martoriato dalle bruciature. Le mascelle della pinza non erano fatte per tagliare la pelle, ma per annientare ciò che stava sotto.
«Mo’ accumminciamm’ ’a sinfonia. Ma vedi di grida’ bene, senza fa’ ’o scemo,» sibilò il boss.
Serrarono i manici di un terzo. Clac. Le lame sorde della Burdizzo schiacciarono il primo funicolo spermatico attraverso la pelle. Non ci fu sangue esterno, ma dentro, i vasi sanguigni e i nervi esplosero sotto una pressione di tonnellate. Marco ebbe un sussulto epilettico, le dita dei piedi che si contraevano verso l'interno.
«Dillo!» gli urlò il maggiore, colpendolo con uno schiaffo. «Dì che ti piace sentire i nervi che saltano! Dillo!»
«M-mi piace... pietà... m’piace...» mugolò Marco. La vergogna di quel piacere masochistico era più dolorosa del ferro: l'idea che quegli uomini potenti si stessero irritando per la sua debolezza lo faceva sentire minuscolo, una "cosa" da calpestare. E più si sentiva nulla, più il suo corpo rispondeva con scatti rigidi di un godimento malato.
«Ancora fa storie? Ancora piange?» il minore era furioso per la mancanza di "dignità" della vittima. Prese la Burdizzo e la posizionò per il colpo finale, cercando il centro del testicolo. «Marcuccié, dillo forte ca ti piace essere castrato da noi! Dillo, p** la M******!»
Crack. La pressione frantumò il didimo, riducendolo a una poltiglia informe dentro il sacco scrotale. Il dolore fu così vasto che Marco perse la voce; restò a bocca spalancata, i polmoni bloccati, mentre il Gaglione continuava a insultarlo per i suoi troppi lamenti.
«Sì... m’piace... grazie...» biascicò infine in un delirio di umiliazione. Si sentiva in debito con loro perché non stava soffrendo "abbastanza bene".
«Mo’ t’facimm’ proprio liscio,» disse il maggiore, portando la stretta finale sui dotti rimasti. Chiuse i manici d’acciaio finché non si toccarono, recidendo internamente ogni connessione vitale. Marco emise un fischio strozzato, inarcandosi come se volesse fuggire dalla propria pelle, mentre gli occhi gli ruotavano all'indietro, mostrando solo il bianco.
«Dì l'ultima volta che ti piace, cagnuledda!» «M-m’piace... tutto...» sussurrò Marco, un istante prima che il buio lo accogliesse.
«E anche questa è fatta, ma che fatica cu’ ’stu scemo!» esclamò il maggiore rialzandosi, pulendosi le mani sporche di sudore sulla parannanza di Antonio. Il norcino non perse tempo e rovesciò un secchio d'acqua gelata sul corpo esanime: «Svegliati, ca mo’ viene ’o bello. I signori vonno vedé sparire pure ’o resto. Se fai n’ata volta ’e storie, Marcuccié, ti taglio ’a lingua e ’a faccio mangià a ’e puorce!»
L’aria nel casolare era diventata irrespirabile, satura del puzzo di fumo, sudore e quel sentore metallico di carne bruciata. Ma sopra ogni cosa, a pesare come un macigno, era l’irritazione dei presenti. I boss, che avevano calato mazzette da diecimila euro come se fossero bruscolini, guardavano la scena con una noia che stava rapidamente mutando in furia.
Don Cirì, il più anziano, scagliò il mozzicone del sigaro dritto sul petto nudo di Marco. «Antò, ma che è ’sta pagliacciata? Ammo miso i sordi ncopp’ ’o tavolo pe’ vedé un uomo che si fa castrare con onore, mica pe’ sentì ’e lagne ’e ’nu bimbominkia!» urlò con l’accento strascicato della provincia casertana. «Pare ’na radiolina rotta! Marcuccié, ma chi t'ha mparato a campà? Qui ci sta gente ca ha faticato pe’ pagarse ’st’ommo ’e m***a, e tu ci tiv’ ’o sfizio cu’ ’sti strilli da femmina!»
Un uomo grasso e unto, seduto su una cassetta di legno, si alzò a fatica sputando dritto sulla ferita nera lasciata dalla Burdizzo. «T’ammo schiacciato ’e palle e ancora tiene ’o fiato pe’ parlà? Ringrazia a Dio ca Don Antonio è ’nu signore, se no a quest’ora t’avevo già strappato tutto cu’ ’e mmane. È ’nu scandalo, ci stai rruvinanno ’a serata!»
Don Antonio sentì la pressione salire. Essere criticato davanti a quei nomi pesanti di Casal di Principe e dintorni era un’onta insostenibile. Si avventò su Marco, afferrandogli la mascella con una forza che gli fece scricchiolare le ossa del viso.
«Uè, Marcuccié, mo' m'hai rutto overamente ’o c***o! Ma che t’haje miso n’capa?» gli sbraitò in faccia. «Stai facenno ’na sceneggiata ca nun se pò guardà! Ti lamenti pe’ du’ colpetti ’e fierro? Ma chi t’ha dato ’o permesso ’e tirarti arreto, eh? Tu hai firmato, tu si’ robba nost’! Stai mancanno ’e rispetto a signuri d'onore ca ti stanno facenno ’a grazia ’e te rignì ’e mazzate!»
Florin, che stava contando i mazzi di banconote con occhi avidi, gli sferrò un pugno secco al fegato. Marco si ripiegò su se stesso, sputando siero drento alla paglia sporca.
«Ascolta me, scemo!» ringhiò il rumeno, ormai contagiato dal clima. «Tua collaborazione ora è zero! Noi ha preso sordi assai e tu rovina tutto con queste grida! I signori si stancano! Devi stare fermo e devi ringraziare, p d*! È loro diritto tagliarti le palle, è un privilegio per un verme come te stare su questo tavolo! Più ti fanno male, più devi stare zitto e godere del fatto che contano più loro di te!»
«Ma… ci provo… scusatemi… è che fa troppo male…» piagnucolò Marco, cercando di scusarsi per la propria stessa carne che bruciava.
«Fa male?» Don Antonio fece una risata cattiva, premendo il pollice drento all'orbita dell'occhio di Marco finché non gli fece vedere i flash. «Fa male? Ma tu nun si’ nisciuno, Marcuccié! ’O dolore tuo non vale manco ’o sputo ’e questi signori! Ti lamenti come se fossi una persona, ma sei solo ’nu scarto ca stiamo pulendo. Hai capito? Mo' ricominciamo. E voglio sentirti dire ca sei onorato di essere castrato da noi. Se sento n’at’ata preghiera, giuro ca ti taglio ’a lengua e t’ ’a faccio mangià prima ’e passà a ’o resto!»
Marco, con la vista appannata e i nervi a pezzi, annuì freneticamente. La vergogna di aver deluso quegli uomini "di spessore" gli procurava una fitta di piacere malato: l'idea di essere così insignificante da non avere diritto nemmeno alla propria agonia lo eccitava nel profondo.
«S-sì... scusatemi... sono un maleducato...» biascicò, cercando di domare i tremiti. «Quello che mi fate è giusto... sono onorato... continuate... scusatemi se vi ho fatto perdere tempo...»
«Ecco, mo' si rragiona,» concluse Don Antonio, prendendo il bisturi lucido. «Hai capito che devi rispetto a ’sta gente? Mo' te tagliamm’ tutto ’stu schifo che t’è rimasto, e tu deve sta’ bbuono bbuono.»
Il norcino alzò il rasoio, chiamando l'attenzione della stanza come se fosse in piazza a Caserta. «Uè, signuri miei! Mo’ viene ’o bello! ’E palle ’e Marcucciello sono morte, sono due stracci neri ca puzzano già ’e carogna! Se qualcuno mette n’copp’ ’o tavolo cinquemila euro contanti, avrà l’onore di prendere ’sti due ovetti caldi caldi appena tagliati e metterli drento ’a vocca a ’sta cagnuledda, così capisce overamente che sapore tiene ’a fine ’e ’nu maschio, p***** la M******!»
Marco fissò la lama, il respiro strozzato. L'umiliazione di dover ingoiare la propria virilità asportata lo fece fremere di una vergogna così eccitante che il suo corpo, nonostante l'agonia, ebbe un ultimo scatto rigido prima del taglio finale.
Un boato di risate sguaiate scosse le mura del casolare, coprendo il respiro rantolante di Marco. «Cinquemila euro pe’ fargli mangiare ’e granielle sue? Ma è ’nu regalo!» urlò uno dei fratelli Gaglione, sputando per terra con disprezzo. Dall'ombra si fece avanti Don Pasquale, un usuraio tarchiato dai modi viscidi, che sbatté una mazzetta da cinquemila euro sul tavolo unto. «Aggio pagato! Voglio vedé se Marcucciello tiene appetito stasera, o se fa ancora ’a schizzinosa!»
Don Antonio fece un inchino sarcastico e si posizionò tra le cosce divaricate di Marco. Afferrò la borsa scrotale — un ammasso informe, viola scuro e pesante come un sacchetto di pietre dopo la tortura della Burdizzo — e la tirò verso il basso con una violenza che fece inarcare la schiena del prigioniero. Marco sbarrò gli occhi, iniziando a mugolare freneticamente: «No... Don Antò... non tagliate... vi prego... lasciatemi così... pietà!»
«Ancora cu’ ’sta pietà? Ma nun l'hai capito ca ci stai rruvinanno ’o sfizio?» sbraitò il Gaglione minore, tirandogli un calcio sulla coscia. «Statte zitto e offri la carne ai signori!»
Don Antonio sghignazzò, facendo brillare la lama sotto la lampadina nuda. «Mo’ t’alleggeriamo, Marcuccié!» Con un gesto secco, incise la base dello scroto. Il rumore fu quello di una stoffa bagnata che si lacera brutalmente, un clack viscerale seguito dallo scorrere del sangue caldo. Marco lanciò un urlo disumano, una nota acuta e stridula che parve non finire mai.
«Guarda là, pare ’na sirena d’ambulanza!» gridò Florin, ridendo a crepapelle mentre stringeva Elena.
Don Antonio lavorò di lama con una spietatezza metodica. Recise i condotti uno alla volta; ogni taglio netto produceva un sibilo di carne che si separava e un sussulto violento di Marco, che scuoteva la testa come un forsennato. Una volta asportato l'intero sacco, il norcino lo porse su un piatto di carta a Don Pasquale, come se fosse una prelibatezza di macelleria.
«Prego, Don Pasquà, servite ’a signurina!»
L'usuraio afferrò la massa sanguinolenta, ancora fumante, e la premette con forza contro la bocca di Marco. «Apri ’a vocca, m***a! Mangia ’o sango tuo! Dì grazie a Don Pasquale!» Florin gli tappò il naso, obbligandolo a spalancare le mascelle per un riflesso di asfissia e, in quel momento, Don Pasquale gli spinse drento i resti della sua stessa virilità. Marco soffocava, deglutendo a forza tra i conati, mentre la vergogna di quel gesto lo faceva tremare di un'eccitazione atroce che non riusciva a spegnere.
Mentre Marco agonizzava sotto il peso di quell'umiliazione, Don Antonio iniziò la sutura. Zac, zac. L'ago passava drento la carne viva, tirando i lembi per chiudere la ferita aperta. «Vedi comm’è pulito mo’? Pare ’na pancia ’e femmina!» commentava Antonio. Con l'ultimo punto, diede uno schiaffo sonoro sulla parte appena ricucita, ora perfettamente piatta e sanguinante.
«Ecco fatto,» concluse il norcino, ripulendo la lama sulla coscia di Marco. «Sei liscio comm’a n'autostrada. Mo’ riprendi fiato, ca ’o banchetto nun è fernuto.»
In quel momento, nel silenzio surreale, accadde l'incredibile: il membro di Marco, nonostante l'asportazione, nonostante il dolore lancinante, ebbe un sussulto violento. Sotto gli occhi sbarrati di tutti, diventò di marmo, puntando dritto verso il soffitto sopra la sutura fresca.
«Ma guardate là!» urlò Don Pasquale. «Sta morendo e ce l’ha ancora duro! Marcuccié, ma allora t’piace proprio ca t’ammo fatto femmena?»
Ma il clima cambiò in un istante. Il Gaglione maggiore si avvicinò, guardando quel membro eretto con un misto di schifo e furia. «Ma che è ’sta maleducazione? Ancora tiene ’sta sfida in mezzo alle gambe? Antonio, io aggio pagato pe’ ’na femmina, non pe’ vede’ ancora ’stu "cannolo" ca punta n’faccia a me! È ’n’offesa alla dignità nostra!»
«Overo è!» gli fece eco il minore. «Pare ca ci sta sfottendo! Antò, quel coso deve sparire mo’ stesso. Taglia tutto, nun voglio vede’ manco ’nu centimetro ’e carne ca cresce!»
Don Antonio aspirò una boccata densa dal sigaro, guardando Marco che, col volto coperto di lacrime e la bocca sporca del suo stesso sangue, sembrava implorare con gli occhi quel colpo finale.
«I signori hanno ragione, Marcuccié,» sibilò Antonio, riafferrando il bisturi. «Hai esagerato cu’ ’sta provocazione. Visto ca ti piace tanto essere umiliato, mo’ facciamo sparire pure ’o resto. Preparati, ca mo’ ti tagliamo pure ’o "cannolo" e ti facciamo ’o buco come a ’na sposa fresca, p***** la M******!»
«Uè, signori miei, state a sentire la lezione di mastro Antonio,» esordì, indicando con la punta del rasoio la base del sesso di Marco. «Tagliare ’e palle è roba da ragazzi. Ma togliere ’o "cannolo" a ’nu maschio senza farlo schiattare d’emorragia... quella è arte chirurgica di macello, p***** la M******!»
«Don Antonio... vi prego... no!» esplose Marco in un rantolo disperato, le lacrime che gli lavavano il volto sporco di sangue e bava. «Lasciatemi stare... mi avete già tolto tutto... lasciatemi almeno questo, pietà!»
«Ma statte zitto, mmerd’!» gli ruggì contro Don Cirì, colpendolo con uno schiaffo sulla coscia. «Ancora rompi ’i coglioni? Ma non lo vedi che stiamo parlando di cose serie? È uno scandalo ca ancora tieni ’a forza di lamentarti! Noi ti tagliamo quello che ci pare»
«Florin, avevamo detto solo le palle!»
«Zitto porco! Anche il cazzo, è meglio pe’ te!»
Don Antonio riprese, ignorando le suppliche che diventavano gemiti soffocati. «Ci sono vari modi, guagliù. C’è ’o metodo del norcino: si incide la pelle tutto intorno, si isolano i corpi cavernosi e si legano le arterie con lo spago di seta. È lento, Marcucciello sente ogni millimetro di nervo che si stacca, ma alla fine resta ’na cicatrice liscia, perfetta pe’ ’na signurina.»
«Vi supplico... Elena, dì qualcosa... fermali!» urlava Marco, dimenandosi dentro ai ceppi.
«Marco, piantala!» sibilò Elena, con una voce gelida che lo gelò più del ferro. «È un’offesa per questi signori che hanno sborsato centinaia di migliaia di euro. Hai firmato, hai accettato ogni cosa per farci ricchi. Mo’ finiscila di fare la vittima e fagli godere lo spettacolo, ca ci stai facendo fare ’na figura di m***a davanti a tutti!»
«Brava Elena!» rincaro Florin, ridendo sguaiatamente. «Lui è un ingrato! Noi ha preso centotrentamila euro e lui ancora fa capricci di continuo, non collabora!»
Don Antonio batté la lama piatta sul membro eretto di Marco, facendolo sussultare. «Allora, facciamo così. Chi mette ventimila euro sul tavolo può impugnare ’o rasoio insieme a me. Gli guido la mano io, gli faccio sentire la consistenza della carne ca cede sotto all’acciaio mentre lo affettiamo come ’na salsiccia. Chi vuole l’onore di rendere Marcucciello liscio per sempre? Chi vuole togliere ’st’ultimo vizio a ’sta cagnetta?»
«Venti pezzi? Eccoli qua!» urlò Don Pasquale, gettando un altro rotolo di banconote vicino al piatto con i resti di Marco. «Ma fallo stare zitto, Antò, ca stasera aggio pagato pe’ divertirmi, non pe’ sentire le lamentele di ’nu cornuto!»
«Hai sentito, Marcuccié?» concluse Don Antonio, afferrandogli il sesso con una morsa d’acciaio mentre Marco emetteva un urlo strozzato di puro terrore. «Hai pagato il debito con la dignità, mo’ paga con l’ultimo pezzo. Sta’ fermo e sii onorato, ca stasera ti fa addivendà ’na regina, p***** la M******!»
Don Antonio si asciugò la bocca col dorso della mano sporca di sangue, poi scoppiò in una risata roca che contagiò tutto il capannone. Vedendo le mazzette di soldi che piovevano sul tavolo, i suoi occhi da vecchio predatore brillarono di una bramosia schifosa. Fece segno di fare silenzio, allargando le braccia come se dovesse annunciare la portata principale di un banchetto di nozze.
«Uè, guagliù, state calmi! Aggio capito ca volete tutti quanti un pezzetto di questa bellissima signurina,» esordì con un ghigno viscido, indicando Marco che pendeva nudo e distrutto dalla palanca. «E siccome Don Antonio è un uomo di parola e di commercio, aggio deciso ca ’o "cannolo" nun ’o tagliamo tutto insieme. Sarebbe ’no spreco, p***** la M******! Lo facciamo a fette, come si fa con la soppressata buona drento al macello.»
Si avvicinò a Marco, che tremava come una foglia, il petto scosso da singhiozzi convulsi che facevano ondeggiare quel sesso assurdamente turgido. Con la punta del rasoio, Antonio tracciò delle linee sulla carne violacea dell'uomo.
«Facciamo quattro fette belle spesse,» spiegò con tono tecnico, divertito dalle smorfie di terrore della vittima. «Cominciamo dalla cappella, ca è ’o boccone del Re, tutta nervi e sensibilità. Quella costa ventimila euro. Poi scendiamo: tre fette da diecimila euro l’una. A ogni taglio io fermo ’o sango con la lama rovente, così Marcucciello resta vivo, non ci scappa subito e ha tutto ’o tempo di guardare drento a ’o piatto mentre la sua virilità sparisce un centimetro alla volta.»
«No... Don Antonio... vi prego, ammazzatemi subito! Vi supplico, non così!» esplose Marco in un pianto dirotto, la bava che gli colava sul petto nudo. «Elena, dì qualcosa... non permettergli di affettarmi come un animale... pietà!»
«Ma statte zitto, ma!» gli ruggì contro Don Cirì, sputandogli dritto sul membro eretto tra le risate generali. «Ancora rompi ’i coglioni? Ma non lo vedi che stiamo parlando di affari? Hai firmato ’o consenso a Don Antonio, mo’ non hai più nessun diritto! Abbiamo pagato e mo’ facciamo quello che vogliamo con la carne tua, p** la M******!»
«Marco, smettila di fare lo scandaloso!» infierì Elena, tirando una boccata di sigaretta e guardandolo con un disgusto feroce. «Stai dando fastidio a questi signori che ci stanno rendendo ricchi con le palle tue. Sii onorato ca ogni centimetro del tuo ca**o vale diecimila euro! È ’o dovere tuo stare fermo e farti tagliare per farci felici!»
Florin gli sferrò un pugno dritto nello stomaco per mozzargli il fiato. «Tu è salame ora! Senti come odora tua paura? Noi mangia bene stasera e tu deve solo dire grazie!»
In quel momento, nel culmine dell’umiliazione più nera, il membro di Marco ebbe un sussulto violento, gonfiandosi ancora di più sotto gli occhi di tutti, teso come una corda di violino verso il viso del norcino.
«Ma guardate là!» urlò Don Pasquale, indicando l'erezione violacea e ridendo fino alle lacrime. «Sta morendodi piacere ‘sta troia! Marcuccié, ma allora t’eccita proprio l’idea di essere fatto a rondelle? Ti piace sentirti chiamare signurina, eh?»
«È ’nu miracolo di sottomissione!» sghignazzò un altro boss, tirando fuori i soldi. «Antò, ’a prima fetta è mia! Voglio sentì ’o scrocchio del nervo quando ’a lama lo stacca!»
Don Antonio afferrò con la mano sinistra la punta del membro di Marco, tirandolo con forza per metterlo in tensione, mentre con la destra sollevava il rasoio lucido. «E allora accumminciammo ’o banchetto! Marcuccié, apri bene ’a vocca e nun svenire, ca mo’ ti faccio assaggiare quanto costa essere ’nu cornuto sottomesso, p***** la M******!»
Don Antonio fece un cenno a Don Pasquale, che si avvicinò al tavolaccio tremando per l’eccitazione, con le banconote ancora strette in pugno. Il norcino gli passò il rasoio a mano libera, afferrando con l’altra mano il membro di Marco proprio dietro la corona, tirandolo verso l’alto con una forza brutale per mettere la carne in tensione.
«Vieni qua, Pasquà... mettiti comodo,» sghignazzò Antonio, posizionandosi dietro di lui per guidargli il braccio. «Afferralo bene, come se fosse ’na salsiccia di quella buona. Marcuccié, guarda bbuono, ca mo’ perdi ’a testa... quella di sotto, p***** la M******!»
Marco spalancò gli occhi in un terrore cieco, il corpo scosso da vibrazioni convulse. «No... no! Vi prego! Don Pasquale, fermatevi! Fa male... fa troppo male! Elena, aiutami!»
«Stai rompendo i coglioni, mmerd’!» gli urlò contro Don Cirì, tra le risate della platea. «Guarda là, guagliù! Più piagnucola e più ce l'ha duro! Marcuccié, ma allora ’o vedi ca ’a cappella tua non vede l'ora di saltare via? Sta spingendo contro ’a lama!»
Don Antonio guidò la mano di Pasquale, appoggiando il filo del rasoio proprio sulla carne violacea e sensibilissima della punta. «Mo’ spingi piano, Pasquà... senti come cede? Senti ’o nervo ca scricchiola?»
La lama affondò. Marco lanciò un urlo che sembrò strappargli le corde vocali, un suono acuto e disperato che fece scoppiare i boss in un boato di risate. Il rasoio incise la carne con un rumore viscido e netto. Un fiotto di sangue caldo schizzò dritto sulla faccia di Don Pasquale, che invece di ritrarsi iniziò a ridere come un pazzo.
«Uè, Marcuccié! M’hai fatto ’o regalo!» sbraitò l’usuraio, continuando a spingere il ferro sotto la guida esperta del norcino. «Siente comm'è saporito ’o sango tuo? Siente comm'è bello essere ’na signurina?»
«Bastaaa! Fermateli! Aaaah!» Marco si inarcava sulla palanca, le dita dei piedi contratte nel vuoto, mentre vedeva la punta del suo sesso venire letteralmente staccata millimetro per millimetro.
«Guarda là, Florì!» indicò un altro boss, eccitato dal massacro. «Pare ’na fragola ca cade dinto a ’o zucchero! Marcuccié, ma che sapore tiene ’a fine della virilità tua?»
Elena fece un passo avanti, espirando il fumo dritto verso il volto stravolto del marito. «Grida pure, Marco, ca tanto è l'ultima volta ca fai ’o maschio. Ringrazia a Don Pasquale ca t'ha tolto ’o primo vizio!»
Con un ultimo colpo deciso di polso, Don Antonio aiutò Pasquale a recidere l'ultimo lembo di pelle. La cappella cadde con un tonfo umido su un vassoio di carta tenuto pronto lì sotto. Marco emise un rantolo soffocato, il corpo che sussultava per lo shock, mentre il sangue colava copioso sul vuoto appena suturato.
«E ’a prima è andata!» urlò Don Antonio, alzando il vassoio come se fosse un trofeo. «Pasquà, hai fatto ’nu capolavoro! Marcuccié, guarda qua... mo’ sei proprio ’na cagnolina senza testa! E non svenire, ca ci sono ancora tre fette da fare, e ’o Sistema ha ancora fame, p***** la M******!»
L’atmosfera nel casolare era ormai degenerata in un delirio collettivo. L’odore del sangue e del ferro rovente si mescolava a quello del vino e del sudore, creando un clima di ferocia primordiale. I boss erano tutti in piedi, i cellulari puntati come armi per non perdere un solo istante dello sfacelo di Marco.
«Uè, ma che è? Già v’abbuffate?» sghignazzò Don Antonio, agitando il rasoio ancora sporco della prima incisione. «Ci sta ’a seconda fetta! Chi è ’o signore ca mette ’e diecimila euro sul tavolo pe’ scassare ’nu n’ato pezzo ’e ’sta salsiccia bionda?»
Un boss di mezza tacca, un uomo grasso con le dita cariche di anelli d'oro, lanciò la mazzetta sul tavolo. «Io! Voglio sentì ’o scrocchio della polpa dinto a ’o centro!»
Si fece avanti, mentre i presenti coprivano Marco di insulti atroci. «Guarda qua, guagliù! ’O biondo tiene ’o sesso mozzato e ce l'ha ancora duro! Ma si’ proprio ’na zoccola sottomessa, Marcuccié! Ti piace sentirti affettare comm’a ’na soppressata?»
Don Antonio afferrò il moncone di Marco, tirandolo con forza per esporre la sezione viva e sanguinante. Sotto la guida del norcino, il nuovo compratore affondò la lama. Marco lanciò un urlo strozzato, un suono che non aveva più nulla di umano, mentre il ferro tagliava dritto drento ai corpi cavernosi.
«Basta... vi prego... lasciatemi morire!» rantolò Marco, le gambe scosse da tremiti epilettici.
«Zitto, m***a!» gli urlò Florin, colpendolo con un rovescio d’aria. «Tu non decide niente! Tu è carne da macello e loro ha pagato per divertirsi!»
Appena la seconda fetta cadde nel vassoio, Don Antonio prese una piastra di ferro rovente e la premette con forza sul moncone rimasto. Un sibilo sordo e una nuvola di fumo bianco e acre riempirono l’aria. Marco emise un rantolo soffocato, il corpo che si inarcava sulla palanca fino quasi a spezzarsi, mentre l’odore di carne bruciata diventava insopportabile.
Ora il sesso di Marco era ridotto a un moncone cortissimo, poco più di un bottone di carne nera e sanguinante sopra la sutura piatta delle palle. Don Antonio si pulì le mani e si voltò verso Florin ed Elena, consultandoli con uno sguardo professionale.
«Uè, Florì, Elena... che dite? Se andiamo avanti con la terza fetta, rischiamo ca ’o biondo ci sviene drento ’e mani e ’o cinema finisce subito. Forse è meglio fermarsi un istante pe’ farlo riprendere...»
Marco, con la bava mista a sangue che gli colava sul petto, cercò di alzare la testa. «Vi supplico... basta... lasciatemi così... non ce la faccio più...»
«Ma chi t’ha dato ’o permesso ’e parlare? Tu si’ ’nu pezzo ’e carne nudo appeso a ’na palanca, nun tiene voce in capitolo! Decidiamo noi quando hai sofferto abbastanza! E’ quasi fernuta, nun ci possiamo fermà»
In quel momento, Don Cirì sbatté il pugno sul tavolo, furioso. «Ma che state dicendo? Io aggio pagato e voglio vedé ’o lavoro completo! Nun me ne fotte niente se sviene! Se vi fermate mo’, io voglio indietro i soldi miei, p***** la M******! Abbiamo detto quattro fette e quattro fette devono essere! Fate ’o dovere vostro e tagliate tutto quello ca resta, ca stasera voglio vedé ’o biondo liscio comm’a ’na tavola!»
Elena guardò il moncone fumante di suo marito e poi i soldi sul tavolo, con un sorriso gelido e avido. «Don Cirì tiene ragione però. Marco ha chiesto di soffrire almeno due ore. Almeno si è detto, se è di più è meglio no? Antonio, affetta ancora! Voglio ca nun rimanga manco l’ombra di quello ca era un uomo!»
L’aria nel casolare era diventata una cappa irrespirabile di fumo, odore di carne bruciata e ferocia pura. Don Antonio, con la lama del rasoio che brillava di un riflesso rosso sotto le lampade, guardò il moncone cortissimo e fumante di Marco, poi si rivolse alla platea con lo sguardo di chi sta per svelare il segreto più intimo del suo mestiere.
«Uè, signori miei, state a sentire bbuono,» esordì Antonio, abbassandosi tra le cosce di Marco e indicando con la punta del ferro il punto dove il sesso ormai mutilato si univa alla carne. «Se vogliamo andare avanti e fare le altre due fette, mo’ la faccenda si fa seria. Non c’è più niente da affettare all'esterno. Se vogliamo scassare tutto, dobbiamo scavare drento. Dobbiamo andare in profondità, drento alle cosce, per recidere le radici di questo povero cornuto.»
Un mormorio eccitato percorse il cerchio dei boss. Marco, sentendo quelle parole, iniziò a scuotere la testa in un delirio di terrore, emettendo suoni inarticolati drento alla gola arsa.
«In pratica,» continuò Antonio con un ghigno diabolico, «lo dobbiamo svuotare. Dobbiamo creare ’nu buco, ’na fessura... lo dobbiamo fare fica, p***** la M******! Così, quando avremo finito, della sua virilità non resterà manco il ricordo, ma solo ’na ferita aperta come quella di ’na femmina pulita pulita.»
«Nooo! Vi prego! Ammazzatemi!» urlò Marco, le vene del collo gonfie come corde. «Non scavate drento... non mi aprite così... Don Antonio, pietà!»
«Ma statte zitto, cagnuò!» gli sbraitò contro Florin, colpendolo con uno schiaffo dritto sulla ferita aperta per farlo tacere. «Tu deve essere onorato! Guarda qua...» fece un gesto verso il tavolo dove Don Pasquale e gli altri stavano contando le ultime mazzette. «Con queste ultime due fette siamo arrivati a centottantamila euro, Marcuccié! Centottantamila pezzi per la tua fine! Ma chi ca**o si’ tu per valere tutti ’sti sorde? Sii grato al Sistema ca ti sta rendendo ’na leggenda!»
Elena si avvicinò, gli occhi sbarrati dalla brama di vederlo sparire del tutto. «Hai sentito, Marco? Centottantamila euro. Mo’ chiudi la bocca e lascia lavorare Antonio. Voglio che ti scavino drento finché non rimani liscio e vuoto.»
Don Antonio alzò il rasoio. «Allora, chi vuole vedere l’operazione da vicino adda cacciare n’altro poco di grana, ca mo’ comincia ’o scavo profondo!»
I boss fecero a gara per spingersi nelle prime file, sghignazzando e insultando Marco mentre Antonio posizionava la punta della lama proprio drento la carne, pronto a incidere in profondità per creare la "fessura" definitiva. Marco emise un urlo strozzato che si spense in un singulto di puro sfinimento, mentre il ferro gelido iniziava a penetrare drento alle sue carni, verso l'annientamento finale.
«Guarda qua, guagliù!» gridò Antonio mentre il primo fiotto di sangue profondo schizzava via. «Mo’ ’o facciamo addivendà ’na sposa vera, p***** la M******!»
Il riflesso del bisturi di Don Antonio sulla lampadina nuda del casolare si espande, mangiandosi le pareti di pietra finché il bianco dell’acciaio non diventa il grigio opaco di una falda spiovente. Il marmo sporco di Caserta muta in legno vecchio sotto la schiena di Marco, che ora inarca il petto contro le assi di un sottotetto soffocante, mentre il puzzo di stallatico sfuma nell'odore dolciastro di lattice e sudore rancido.
Il movimento non si ferma, scivola lungo il corpo di Marco, stretto in un corsetto di cuoio che gli strozza i fianchi e solleva i pettorali in un’imitazione grottesca di un seno. La parrucca sintetica è una macchia bionda scomposta sul pavimento polveroso. Sopra di lui, i due giovani senegalesi si muovono con una coordinazione ferina e naturale, i corpi d’ebano che risaltano nel buio come ossidiana lucida. Lo usano con una calma predatrice, ignorando le lacrime che gli rigano il volto; per loro è solo un pezzo di carne sagomata per il piacere. Marco accoglie ogni spinta con un sussulto delle suture ancora livide, sentendo la "nuova fica" bruciare e dilatarsi sotto l’invasione. In quel dolore, si sente finalmente donna, una femmina creata dal ferro e rifinita dal seme, un contenitore di spregi che vibra di un'estasi umiliante.
L’inquadratura invisibile attraversa lo spessore del cartongesso, scivolando nell'aria elettrica della camera matrimoniale adiacente. Elena è inchiodata al materasso dal rumeno, ma i suoi occhi sono sbarrati verso il muro da cui filtrano i gemiti di Marco. Il suo piacere è una tempesta fisiologica: le ghiandole di Bartolini secernono un flusso denso e calmo che inonda le piccole labbra, turgide e violacee per la congestione pelvica. Ogni volta che l'amante urta il fornice vaginale, l'utero di Elena si contrae in spasmi muscolari violentissimi. Il suo clitoride, teso e rigonfio di sangue, pulsa contro il pube dell'uomo come un muscolo cardiaco impazzito, alimentato dal ritmo della carne che sbatte nel sottotetto.
Al culmine di un urlo più acuto di Marco, l'orgasmo di Elena esplode con una forza anatomica distruttiva. Le pareti della sua vagina iniziano una serie di contrazioni ritmiche involontarie, stringendo il membro del rumeno in una morsa elettrica, mentre i muscoli del pavimento pelvico sussultano in un collasso neuro-muscolare completo. La sua schiena si inarca, i capezzoli diventano duri come marmo e un grido animale le squarcia la gola, una scarica di fluidi che segna la definitiva cancellazione di suo marito.
Senza stacchi, la prospettiva torna oltre il muro, indugiando sul corpo di Marco che giace ora immobile, inondato e svuotato, mentre i due uomini si ripuliscono con la sua biancheria pulita senza degnarlo di uno sguardo.
Bum. Bum. Bum.
I colpi del rumeno sulla parete fanno tremare le travi sopra la testa di Marco. La risata grassa dell'uomo filtra insieme all'odore acre della prima sigaretta dopo l'amplesso.
«Ehi, cagnuledda! Ottimo lavoro!» grida il rumeno con un disgusto divertito. «Elena è venuta come una fontana grazie ai tuoi versi. Resta lì nel tuo troiaio a goderti il latte dei signori. E domani vedi di non mancare, che devi pulire tutto lo schifo che abbiamo fatto sul letto.»
Marco affonda la faccia nel tappeto lurido, sentendo il calore viscido degli umori altrui che gli colano sulla pancia piatta e ricucita. È finalmente, totalmente, niente. E in quel nulla, trova la sua mostruosa pace.
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