Il Confine della Carne (storia di corna e di un marito distratto)

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Il Confine della Carne
(storia di corna e di un marito distratto)

I CAPITOLO
Il silenzio in casa era così denso che potevo sentire il ronzio del frigorifero in cucina e, poco più in là, il respiro pesante di mio marito. Marco era crollato sulla poltrona di pelle scura, quella che ormai puzzava di chiuso e di pigrizia. La canottiera bianca gli risaliva sul ventre gonfio, pallido, solcato dai peli brizzolati che si muovevano a ritmo col suo rullio nasale. Lo guardai con una punta di disprezzo che mi fece quasi male: un uomo di mezza età che si era arreso alla vita, che non mi guardava più se non per chiedermi dove fossero i calzini puliti.
Uscii in giardino sperando che l'afa di luglio bruciasse quel senso di vuoto. Indossavo solo un prendisole di lino color crema, corto, leggerissimo. Sotto non avevo nulla; il calore era tale che l'idea di un elastico sulla pelle mi dava il tormento. Presi la canna dell'acqua e iniziai a bagnare le ortensie, ma il mio sguardo, quasi per un riflesso incondizionato, cadde oltre la siepe.
“Uè, signò... ma che facciamo? Vogliamo farle affogare queste povere piante?”
La voce di Rocco arrivò bassa, granulosa, come se avesse ingoiato polvere e fumo. Era lì, a meno di due metri, appoggiato alla ringhiera di ferro che divideva i nostri mondi. La canottiera nera metteva in risalto le spalle larghe, massicce, e le braccia tatuate che sembravano fatte di pietra. La cavigliera elettronica, stretta sopra la caviglia robusta, era l'unico segno che quell'uomo era un leone in gabbia.
“Sto solo dando da bere, Rocco,” risposi, ma sentii la mano tremare. Il getto d'acqua colpì il muro invece dei fiori.
Lui non staccò gli occhi dal mio petto. Il sole batteva proprio dietro di me, rendendo il lino del vestito quasi invisibile. “Ma che stai dicendo, Elè? Tu stai cercanno 'o frisco, ma tiene 'o ffuoco dinto. Se vede da comm' cammini... tiene 'e cosce ca te sbattano l'una contro l'ata. Ma chillu rammollito 'e marite tuoio... ma che tene, 'a segatura mmiezo 'e cosce? Comm' fa a te lassà sulo accussì, tutta ignuda sott' 'o sole?”
“Non essere maleducato,” mormorai, ma non mi mossi. Anzi, raddrizzai la schiena, sentendo i capezzoli che premevano contro il tessuto fresco.
“Maleducato? Io dico 'a verità. Na femmina comm' a te nun s'abbagna 'e ffiore... na femmina comm' a te s'adda sfastidià 'e carezze. Vide a mme, Elè... sto chiuso ccà dinto comm' a nu lione, ma tengo l'uocchie pe' guarda'. E aggio visto tutto. Aggio visto ca mo, mentre parlammo, t'aje addivintata tutta rossa... e 'o saccio pecchè. 'O saccio ca stai murenno 'e famme.”
L’accento napoletano era una frustata erotica, sporca e verace. Senza dire una parola, posai la canna dell'acqua nell'erba. Il battito del cuore mi rimbombava nelle orecchie. Feci i tre passi che mi separavano dal cancelletto e lo aprii. Lo scatto metallico sembrò un colpo di pistola nel silenzio del pomeriggio. Entrai nel suo giardino.
“Sono venuta solo per parlare, Rocco. Per passare cinque minuti al fresco. Non ti mettere strane idee in testa,” dissi, arrivando sotto l'ombra del suo portico. Ma la mia voce era un sussurro traditore.
Rocco si alzò lentamente dalla sedia di paglia. Era più alto di quanto pensassi, imponente. L'odore di tabacco forte e sudore maschio mi investì, chiudendomi lo stomaco in una morsa di desiderio. “E chi s'abbatte, Elè? Siediti ccà. Facimmo 'e signore. Ma dimme na cosa... quanto tiempo è ca nun te sienti femmina overo? Quanno è stata l'urdema vota ca qualcuno t'ha pigliata e t'ha fatta senti' ca si' 'a regina d' 'o munno?”
Si chinò su di me, i gomiti poggiati sulle sue ginocchia aperte, portando il viso a un palmo dal mio. Potevo vedere le piccole rughe d'espressione intorno ai suoi occhi scuri, predatori.
“Tu tiene na fame ca se mure,” riprese lui, la voce che scendeva di un'ottava, diventando un ringhio profondo. “Te guardo 'o collo... e m'immagino ca mo, se te tocco, tu te scioglie comm' 'o zucchero. Vide comm' tremi? Pare ca tiene 'o terremoto dinto.”
“È solo il caldo,” provai a mentire, ma il respiro mi usciva corto.
“'O caldo? No, Elè... chisto è 'o sango ca bolle. Guarda ccà... guarda che m'aje combinato.”
Abbassai lo sguardo, seguendo il suo dito puntato verso il mio grembo. Il lino crema del vestito non mentiva: una macchia tonda, scura e inequivocabile si stava allargando tra le mie gambe. Il mio corpo stava urlando ciò che la mia bocca cercava di negare. Ero inzuppata, il fluido caldo mi colava lungo l'interno delle cosce, bagnando il tessuto in modo vistosissimo.
Rocco scoppiò in una risata roca, potente, che gli fece vibrare tutto il petto. “Uè... ma guarda ccà! Ma che hai combinato, Elè? T'aje allagato tutta! Vide comm' sì bona... t'abbasta 'a voce mia pe' te fa addivintà nu mare. Tiene 'a bava mmiezo 'e cosce, ammettetelo! Si' na femmina carnale e staje murenno pe' mme.”
Mi coprii il viso con le mani, distrutta dalla vergogna, ma lui con un movimento fulmineo mi afferrò i polsi, tirandomi verso di sé. La sua forza era brutale, eccitante. “Nun te mmuov'! Nun te mmuov'! Songo sei mise ca stongo 'a carcerato. Sei mise ca guardo 'o muro e sogno 'a carne overa. E mo ca t'aggio mmano a te... nun me ferma manco 'o Pataterno.”
Mi trascinò dentro casa, nel corridoio buio dove l'aria sapeva di penombra e peccato. Mi schiacciò contro la parete, il marmo freddo sulla schiena e il suo corpo bollente che mi premeva contro. Con una mano sola mi bloccò entrambi i polsi sopra la testa, mentre con l'altra sollevò il prendisole con una furia che non ammetteva repliche. Quando vide le mie mutandine di pizzo bianco, completamente fradice e incollate alla pelle, emise un gemito che sembrava un ruggito.
“Gesù, quanto sì bella... quanto sì doce,” sibilò tra i denti. Infilò le dita sotto l'elastico e, con uno strattone secco, le strappò lateralmente. Mi sentii nuda, esposta, finalmente viva.
Mi sollevò di peso, le mie gambe si allacciarono d'istinto alla sua vita robusta. Rocco non perse tempo con la dolcezza. Non era un amante, era un uomo che reclamava ciò che gli spettava. L'impatto fu prepotente, violento, un’invasione che mi fece inarcare la schiena e gridare contro il suo collo. Si muoveva con una foga disperata, le sue mani grandi mi stringevano i glutei fino a farmi male, lasciando i segni che avrei portato con orgoglio il giorno dopo.
Il ritmo era ossessivo, animalesco. Ogni spinta era accompagnata da imprecazioni in napoletano che mi infiammavano il cervello più dell'atto stesso. Mi sentivo ribaltare, possedere in ogni fibra, mentre il corridoio rimbombava dei nostri respiri spezzati e dello schiaffo della carne contro la carne.
Durò poco, un’esplosione di energia pura accumulata in mesi di isolamento. Rocco ebbe un sussulto finale, un grido strozzato che gli morì in gola mentre si svuotava dentro di me con una forza che mi lasciò tremante. Rimase lì, col viso affondato tra i miei capelli, ansimando come se avesse corso un maratona.
“Scusame, Elè... scusame,” mormorò dopo un tempo infinito, la voce rotta. “Songo andato troppo forte... ma è ca nun vedo na femmina da un mese... e una comm' a te, accussì profumata, accussì carnale... me pareva 'e murì.”
Ero stordita, il cuore mi batteva ancora in gola. Con le dita intorpidite, cercai di rimettermi le mutandine ormai inutilizzabili, poi tirai giù il vestito. Mi sentivo come se fossi passata attraverso una tempesta. Senza dire una parola, gli scoccai un'occhiata carica di una complicità che non aveva bisogno di promesse e scappai fuori.
Rientrai nel mio soggiorno col fiatone, i capelli spettinati e l'odore di Rocco ancora addosso. Marco era lì, si stava stiracchiando sulla poltrona con un’espressione ebete, grattandosi la pancia pallida e guardando il soffitto con occhio spento.
“Ma dove sei stata? È un'ora che sei fuori a bagnare due piante di m***a,” chiese con la sua solita voce annoiata, senza nemmeno degnarmi di uno sguardo.
Lo guardai e una risata isterica, liberatoria, mi salì dal petto. “Sono stata a scopare col vicino, Marco. È stato incredibile, un vero maschio. Mi ha ribaltata come un pedalino.”
Marco si voltò a guardarmi, fece un verso con la bocca e scosse la testa con un sorrisetto di sufficienza. “Sì, certo. E io sono il Papa. Ma guarda come sei conciata... sei tutta sudata e puzzi di fumo. Va’ a farti una doccia, va’, che mi fai schifo.”
“Hai ragione, vado proprio a lavarmi,” risposi, già salendo i gradini due a due, sentendo ancora il calore di Rocco scivolarmi tra le cosce.
“Fai presto però!” urlò lui dal divano, tornando a fissare lo schermo spento. “Dopo dobbiamo andare al supermercato. È finita la birra e stasera c'è la partita. Muoviti!”
Chiusi la porta del bagno a chiave e aprii il getto dell'acqua fredda. Mi guardai allo specchio: le guance erano in fiamme, gli occhi brillavano di una luce che Marco non avrebbe mai più visto. Lui voleva la sua birra, ma io... io avevo appena ricominciato a vivere.
I giorni che seguirono furono scanditi da un nuovo, segreto protocollo. Non c’era più bisogno di parole o di sguardi prolungati oltre la siepe. Bastava che Marco si chiudesse nello studio per i suoi torpori pomeridiani perché io, come attirata da un magnetismo animale, varcassi quel confine di ferro.
Rocco era cambiato. Passata la furia cieca del primo incontro, quella fame da naufrago che lo aveva reso brutale, era emersa una natura diversa: restava un uomo dominante, un maschio che non chiedeva permesso, ma aveva acquisito una lentezza studiata, quasi cerimoniale. Era diventato un maestro che assaporava la sua allieva.

La Lezione del Silenzio
“Siediti, Elè. E non ti muovere se non te lo dico io,” mi disse un pomeriggio, la voce bassa, un napoletano più morbido, quasi cantato.
Eravamo nel suo soggiorno, con le serrande abbassate per fermare il calmo calore del quartiere. Mi aveva fatta sedere su una poltrona di velluto consumato, mentre lui restava in piedi, sovrastandomi con la sua mole. Non mi toccava, ma sentivo il suo calore a pochi centimetri.
“Tu tieni un corpo ca parla, ma non sai ancora leggere quello ca dice,” mormorò, passandomi un dito lungo il profilo della mascella. “Chillu fesso 'e marite tuoio t'ha trattata comm' a nu libro chiuso. Ma io... io ti voglio sfogliare una pagina alla volta.”
Il Maestro e l’Allieva
Il cambio di passo avvenne quando mi fece sdraiare. Non c’era fretta. Rocco iniziò a spogliarmi con una precisione chirurgica, commentando ogni lembo di pelle che esponeva.
“Guarda qua... questa pelle è seta pura. Ma è fredda, Elè. Troppo fredda.”
Poi, si posizionò tra le mie gambe. Io d’istinto cercai di chiuderle, vinta da una timidezza antica, ma lui le bloccò con la forza delle sue braccia tatuate, senza farmi male, ma rendendomi chiaro che il comando era suo.
“Sta' ferma. Non aver paura. Oggi ti insegno cos’è il piacere vero, quello ca ti fa dimenticare pure come ti chiami.”
Iniziò a parlarmi mentre agiva. Non era la volgarità gratuita di prima, ma una descrizione carnale di ciò che stava facendo. Mi spiegò che il sesso orale non era un atto meccanico, ma un’arte fatta di attesa.
“’O saccio ca lui non lo faceva mai. Troppa fatica, eh? Invece guarda ccà... guarda come rispondi appena ti sfioro.”
Usò le labbra e la lingua con una sapienza che mi lasciò tramortita. Era un crescendo calcolato: passava da sfioramenti leggeri come ali di farfalla a pressioni decise, profonde. Quando cercavo di inarcare la schiena per accelerare il ritmo, lui mi premeva le mani sulle cosce, obbligandomi alla staticità.
“Non correre, Elè. Comanda Rocco, ricordatelo. Devi sentire ogni singola scossa. Devi imparare a tremare senza muoverti.”
Il Risveglio dei Sensi
Il dialetto napoletano diventava lo strumento della sua dominazione. Mi spiegava come respirare, come abbandonarmi, come accogliere quella sensazione che per me era un territorio inesplorato. Mi fece scoprire vertici di piacere che non sapevo esistessero, portandomi al limite e poi fermandosi bruscamente, solo per guardarmi ansimare e supplicare con gli occhi.
“Vedi? Adesso sei viva per davvero. Adesso sei femmina.”
Quando finalmente mi lasciò esplodere, lo fece con una dedizione che mi lasciò in lacrime per l’intensità. Non si era soddisfatto lui; si era goduto il mio abbandono, il mio crollo totale sotto la sua guida.

Il Ritorno alla Realtà
Rientrai in casa che era quasi l’ora di cena. Marco era in cucina, cercava di aprire un barattolo di sottaceti con le mani unte, imprecando sottovoce. Mi guardò e arricciò il naso.
“Ancora fuori? Ma che hai fatto tutto il pomeriggio, la lucertola?” chiese senza voltarsi.
Mi avvicinai a lui, sentendo ancora il sapore del profumo di Rocco sulla pelle e il battito del mio ventre che non voleva calmarsi. “Mi sono fatta dare ripetizioni, Marco. Ho scoperto di essere molto ignorante in certe materie.”
Lui scoppiò in una risata grassa, dando un colpo secco al barattolo. “Sempre a scherzare tu. Va’ a apparecchiare, che tra poco c’è il telegiornale e non voglio perdermi il meteo. Domani pare che rinfresca.”
“Sì, Marco. Apparecchio subito,” risposi sorridendo nell’ombra. Guardai le mie mani che ancora tremavano leggermente. Sapevo che, qualunque tempo avrebbe fatto fuori, nel mio giardino privato la temperatura non sarebbe mai più scesa.

La cecità di Marco non era più solo irritante; era diventata un insulto alla mia esistenza. Ogni sua piccola abitudine — il modo in cui masticava a bocca aperta, il rumore del giornale che veniva ripiegato con cura maniacale, la sua indifferenza cronica per ogni mio cambiamento — agiva su di me come benzina sul fuoco. Più lui si spegneva nella sua routine di impiegato rassegnato, più io sentivo il bisogno di essere incendiata.
Rocco era diventato la mia droga, il mio sfogo, il mio santuario di carne e dialetto.
La Mattina: L’Inizio del Rituale
Non appena sentivo il motore della berlina di Marco allontanarsi lungo il vialetto, la mia trasformazione aveva inizio. Non aspettavo nemmeno di sparecchiare. Gettavo il grembiule sul tavolo e correvo verso il cancelletto.
Rocco mi aspettava sempre sulla soglia, spesso ancora in pantaloncini e canottiera, con il primo caffè della giornata tra le mani. Mi guardava arrivare con un sorriso sghembo, sapendo esattamente cosa cercavo.
“Buongiorno, bell'e papà,” sussurrava, prendendomi per i capelli e tirandomi la testa all'indietro per espormi il collo. “Già staje ccà? Chillu pover'omme s'è appena fermato al semaforo e tu già tiene 'a ffreve.”
In quelle mattine, Rocco era un vulcano. Mi insegnava l'arte della sottomissione con una pazienza che Marco non aveva mai avuto per nulla. Mi faceva inginocchiare sul pavimento di cotto fresco della sua cucina, spiegandomi con parole crude e dialetto stretto come un uomo volesse essere onorato.
“Impara, Elè. Guarda ccà. 'A femmina s'adda piglià tutto, nun s'adda scuornà 'e niente. Se vuoi essere regina, devi saper essere schiava prima.”
Il Pomeriggio: La Consacrazione
Ma era il pomeriggio che Rocco diventava il "maestro raffinato". Dopo pranzo, mentre il quartiere piombava nel silenzio dell'ora controra, tornavo da lui. In quelle ore, Rocco si dedicava a me con una minuzia quasi religiosa. Fu in quei pomeriggi che mi insegnò il piacere che non avevo mai ricevuto.
Si sedeva sulla sua poltrona, mi faceva stendere davanti a lui e, con una lentezza che mi portava alle lacrime, usava la bocca come se stesse accordando uno strumento prezioso.
“Statte ferma, nun te movere,” mormorava contro la mia pelle, bloccandomi le cosce con le sue mani enormi. “Devi imparare a sentire il piacere che ti sale dai piedi fino alla testa. Chillu mocciccone 'e marite tuoio nun sape manco addò sta 'o paradiso... ma io te ce porto ogni juorno.”
Mi portava al limite, mi faceva implorare, poi si fermava per berci su un sorso di vino, guardandomi ansimare, per poi ricominciare finché non perdevo i sensi per l'intensità.
Il Rientro e l'Indifferenza
Un pomeriggio, la sfida divenne più audace. Rocco era stato particolarmente irruento, quasi a voler marcare il territorio dentro di me. Quando mi alzai per andarmene, sentivo il calore del suo seme che, denso e copioso, iniziava a scivolare lungo l'interno delle mie cosce. Non mi pulii. Volevo vedere. Volevo che il rischio mi bruciasse la pelle.
Rientrai in casa camminando in modo strano, con le gambe leggermente larghe, sentendo quella traccia liquida e calda che segnava il mio corpo. Marco era in cucina, intento a prepararsi un panino con la mortadella. Non alzò nemmeno lo sguardo.
“Bentornata. Hai fatto tardi oggi,” disse, concentrato a tagliare la crosta del pane.
Mi avvicinai a lui, fermandomi proprio sotto la luce del lampadario. Una goccia bianca e densa scivolò fuori dal bordo del mio prendisole, rigando vistosamente la pelle nuda della coscia fino al ginocchio. Rimasi immobile, il cuore che mi esplodeva nel petto.
Marco finalmente alzò gli occhi. Fissò la mia gamba per un secondo. Io trattenni il respiro, pronta al crollo, allo scandalo, forse persino alla sua rabbia.
“Ma guarda come sei conciata,” disse lui con una smorfia di fastidio, tornando al suo panino. “Sei sempre la solita pasticciona. Ti sei sporcata con la maionese o con qualche salsa in cucina? Pulisciti, che poi mi macchi le sedie della sala. Sei proprio distratta, Elena.”
Rimasi di sasso. La "maionese". Quello che era il marchio del mio tradimento, il fluido vitale del mio amante, per lui era solo un condimento caduto male.
“Sì, Marco. Hai ragione. Sono proprio una pasticciona,” risposi con un filo di voce, sentendo una risata amara salirmi alla gola.
“Vabbè, muoviti a lavarti,” continuò lui, addentando il panino con un rumore sgradevole. “E dopo prepara la borsa per la palestra, che domani voglio andarci presto. Bisogna rimettersi in forma, no?”
Salii le scale lentamente, sentendo ancora il peso della dominazione di Rocco su di me. Marco viveva in un mondo di cartone, dove l'unico pericolo era una macchia sul vestito. Non sapeva che sua moglie non era più sua; era diventata l'opera d'arte sporca e magnifica di un uomo che, dall'altra parte della siepe, sapeva esattamente come farla sentire viva.

I mesi passarono in una nebbia di calore, sudore e segreti. Sentivo il mio corpo cambiare, nutrito dalle attenzioni metodiche e carnali di Rocco; non era solo la pelle più luminosa o lo sguardo che mi brillava nello specchio, era qualcosa di più profondo. Il "maestro" aveva lasciato un'impronta dentro di me, una firma di fuoco. Quando il test confermò quello che il mio istinto già gridava, non provai paura, ma un senso di inevitabilità che mi fece tremare le ginocchia.
Il Rifiuto del Leone
Ne parlammo nella penombra della sua camera, con l’aria pesante che sapeva di dopobarba economico e sesso. Rocco restò seduto sul bordo del letto, le mani tatuate intrecciate tra le gambe.
“Elè... guardame bbuono,” mi disse, con quel suo accento napoletano che quel giorno suonava stanco, quasi rassegnato. “Io tengo 'a catena corta. Tengo i processi, tengo 'o fango addosso. Comm’ 'o cresco io nu criaturo? Dinto a chesta gabbia? No, bell’e papà. Tu tiene 'o marite... tiene 'a casa bella. Quel figlio deve essere suo. Per il mondo, per la legge... e pure per lui.”
Piansi, ma sapevo che aveva ragione. Rocco era il padrone dei miei sensi, l'uomo che mi aveva risvegliato la carne, ma non poteva essere l'ancora della mia vita.
La Menzogna Assurda
La sera stessa affrontai Marco. Era in pigiama, perso a scegliere un film sulla TV con quella solita espressione vacua che mi faceva venire voglia di urlare.
“Marco... sono incinta.”
Si bloccò col telecomando in mano, sgranando gli occhi. Fece un calcolo mentale rapido e goffo, poi aggrottò la fronte. “Ma... Elena. Noi... cioè, è passato tanto tempo dall’ultima volta. Com'è possibile?”
Avevo preparato la scusa più assurda, una prova estrema per testare quanto fosse profonda la sua ottusità. Presi un respiro profondo e mentii con una calma glaciale. “Marco, ti ricordi quel giorno di tre mesi fa? Quello in cui hai usato il mio asciugamano intimo dopo che ti eri... beh, dopo che avevi fatto da solo? I medici dicono che in condizioni di umidità particolare può succedere. È rarissimo, ma succede.”
Lui rimase in silenzio a fissare il vuoto, elaborando quella spiegazione scientificamente impossibile. Poi, con un sospiro di sollievo che mi parve quasi un insulto, annuì convinto. “Ah! Ecco cos’era!” esclamò, quasi orgoglioso. “Sapevo di avere dei soldati forti, io. Cavolo, persino attraverso un asciugamano... vedi che succede a non stare attenti? Beh, poco male. Un figlio è sempre una benedizione.”
Tornò a scorrere i film, ridacchiando per la sua incredibile "impresa". Lo guardai con una pietà infinita: era così terrorizzato dalla realtà da preferire un miracolo biologico alla verità del mio tradimento.
Il Quinto Mese
Cinque mesi dopo, la mia pancia era ormai una curva morbida e orgogliosa. Marco, però, si era allontanato ancora di più. “Mi fa impressione, Elena,” diceva scostandosi a letto. “Mi sembra di fargli male, o che lui mi guardi... no, no. Ne riparliamo dopo il parto.”
Così, mentre lui cercava rifugio nelle birre e nei videogiochi, io continuavo a varcare il cancelletto della siepe. Quel pomeriggio, nel soggiorno di Rocco, la luce del tramonto filtrava dalle serrande. Ero sdraiata sul divano, il vestito sollevato fin sopra il ventre tondo. Rocco era in ginocchio davanti a me; non c’era traccia di timore nei suoi occhi, solo una fame ancora più densa.
“Guarda qua che spettacolo ca sì addivintata,” mormorò, posando le sue mani grandi e calde sulla mia pelle, sentendo i movimenti del piccolo. “Si’ ancora più femmina, Elè. Cchiù carnale. Chillu fesso 'e marite tuoio nun capisce niente... tiene paura d’ 'a vita.”
Si alzò, dominandomi con la sua mole, e mi prese con una lentezza e una profondità che mi fecero piangere di piacere. Era una danza diversa, consapevole; ogni spinta sembrava celebrare quella vita nata dal nostro fuoco, e non da un asciugamano dimenticato.
“Rocco... non fermarti,” sussurrai, aggrappata alle sue spalle. “Nun me fermo mai, bell’e papà. Tu si’ 'a mia. Tu e tutto quello ca tieni dinto.”
Più tardi, rientrando a casa, trovai Marco che montava una culla di plastica comprata in offerta. “Ehi, sei tornata? Aiutami qui, le istruzioni sono un disastro,” disse senza alzare la testa. Mi toccai la pancia, ancora calda dei tocchi di Rocco, e sorrisi nel buio del corridoio. “Arrivo, Marco. Arrivo subito.”


qulottone@gmail.com
scritto il
2026-04-22
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