Genny 'o fenomeno pericoloso latitante scopa mia moglie e poi mi umilia
di
Qulottone
genere
corna
«Paolè, vieni ca,» mi ordina Genny con quella voce roca che fa gelare il sangue. «’O vide ca tengo ’e piedi sporchi? Aggia camminato troppo hanno sudato e il pavimento è ‘na merda. E tu sì l’unico ca me può pulizzà!» Mi tremano le gambe. Guardo Arianna, cercando un briciolo della donna che ho sposato. Ma lei sorride, un sorriso complice e cattivo. «Va’ sotto a Genny, Paolo. Fatte onore. ’O saje ca a lui piacciono le cose fatte per bene. Fa’ ’o bravo... licca ’sti piedi no?»
Il sole su Scampia oggi brucia come una fornace. Ogni volta che l’accompagnavo a quelle maledette Vele, Arianna mi diceva che faceva solo volontariato. Invece si preparava a portare la mia condanna in casa: Genny ’o Fenomeno, un latitante ricercato per associazione camorristica, uno che non ha pietà nemmeno per Dio. Ora sono qui, a casa mia, nel salotto che ho pagato con anni di sacrifici. Genny è sprofondato nella mia poltrona, i piedi nudi e sporchi appoggiati sul tavolino di cristallo. Arianna gli sta seduta accanto, gli accarezza i tatuaggi sul petto e mi guarda come se fossi un insetto fastidioso.
Mi inginocchio. Il pavimento è duro, e l’umiliazione scotta più del fuoco. Genny mi spinge un piede contro la faccia, schiacciandomi il naso. Sento l’odore nauseante del sudore, del potere che mi sovrasta. «E allora? Aggia aspetta’ Natale?» ringhia lui. «Inizia d’’o pollice. Voglio sentì ’a lengua toja ca fatica. Famme sentì quanto si’ ubbidiente, Palè, rispetto!» Inizio il rituale. Con il cuore che batte così forte da scoppiare, passo la lingua sulla sua pelle ruvida. Ogni centimetro è un insulto alla mia dignità. Sento il sapore amaro del disprezzo e dell’odio. Arianna scoppia a ridere, una risata cattiva che riempie la stanza.
«Guarda comm’è bravo ’o marito mio, Genny! Pare proprio ’nu cano addestrato,» dice lei, chinandosi per sputare sulla dita di Genny. «Leva pure ’o sporco tra le dita, Paolo. Nun fa’ ’o schifiltoso, ca mo’ chisto è ’o padrone d’’a casa e pure ’o tuo. Genny mi tira una scoppola violenta sulla nuca, facendomi scontrare i denti contro il suo tallone. «Accussì mi piaci. In ginocchio, zitto e servizievole. Tu sì ’na mezza cartuccia, Paoià. Uno ca esiste solo pe’ pulizzà addò cammino io.»
Quando finisco, con la bocca impastata di sudore e vergogna, lui mi dà un calcio nel petto per allontanarmi. «Mo’ jate corca’ ncopp’’o balcone. Che dici? Chiove? Meglio accussì, ti lavi ’a faccia dopo ’a faticata ca hai fatto. E nun scassà ’o cazzo, ca stasera io e Arianna ammo ’a sta’ soli» Mi trascino verso la porta-finestra sotto lo sguardo divertito di mia moglie. Mentre chiudono la serranda, lasciandomi fuori alla pioggia di Scampia, sento Arianna che gli sussurra: «Ma comme facevo a sta’ cu’ ’nu fetuso comm’a chisto? Meno male ca si’ venuto tu, Genny mio.»
Fuori sul balcone, la pioggia di Scampia mi ha bagnato fino alle ossa, ma il freddo non è niente rispetto al vuoto che sento dentro. Attraverso i vetri appannati ho visto le ombre di Genny e Arianna muoversi, ho sentito i loro gemiti confondersi con il rumore del temporale. Mia moglie, la mia Arianna, che rideva con lui mentre io diventavo un fantasma bagnato dietro una porta chiusa.
Dopo quella che mi è sembrata un'eternità, la serranda si alza di scatto. La luce del salotto mi acceca. Genny è in piedi, nudo, con un asciugamano gettato sulle spalle e quel sorriso di chi possiede il mondo. Arianna è ancora a letto, la sento ridacchiare tra le lenzuola mentre accende una sigaretta. «Paolè, trase... muoviti, ca fuori se gela e io nun voglio ca te pigli ’nu raffreddore proprio mo’ ca tiene ’a faticà,» dice Genny, trascinandomi dentro per un braccio. Crollo sul pavimento, lasciando una scia d'acqua sporca sul tappeto. Ma non c’è tregua. Genny si siede sul bracciolo del divano e apre le gambe con arroganza.
«Guarda qua,» sibila indicandosi il cazzo lucido di sborra. «Tua moglie m’ha fatto diverti’, ma mo’ sto tutto sudato. E tu ’o saje ca io so’ un uomo pulito, tengo all'igiene. Arià, porta ’a pezza e l’acqua calda a ’stu ciuccio.» Arianna arriva dondolando i fianchi, avvolta solo nella mia vestaglia. Mi lancia addosso uno straccio umido con un disprezzo che mi scava lo stomaco. «Tè, Paolo. Fa’ ’o dovere tuo. Pulisci bene ’o padrone, ca stasera s'è dato da fare pe’ me.»
Mi tremano le mani mentre mi avvicino a lui. Genny mi afferra la nuca con le sue dita d'acciaio, costringendomi a guardare da vicino l'origine della mia rovina. «Leva ogni traccia, Paoià. Voglio sentì ’a lingua sul cazzo per bene. Ogni goccia ’e sudore mio e ’e Arianna ’a divi levà tu. È ’o rito finale, capisci? Tu pulisci quello ca io aggia usato.»
Inizio a muovere lo straccio, umiliato oltre ogni limite umano. Ogni tocco è una pugnalata. Arianna si appoggia alla porta e mi guarda mentre lecco i genitali del suo amante, lo sguardo pieno di un piacere sadico.
«Guarda comm’è meticoloso, Genny,» commenta lei, esalando il fumo della sigaretta verso di me. «Pare proprio ca ci tiene a te. Paolo, nun te scurdà tutto intorno la cappella, mi raccomando. Genny divi sta’ profumato pe’ quando turnammo a letto.»
Genny emette un gemito di soddisfazione, dandomi una pacca sulla guancia che rimbomba nel silenzio della stanza. «Bravo, Paolè. Sì ’o miglior servitore d’’o quartiere. Mo’ ca hai finito, vai a sciacquà ’sta pezza e lavati i denti poi mettiti a dormire vicino o’ cess. Nun voglio sentì manco ’o respiro tuo mentre me cerco ’o riposo mio ’mbraccio a mugliera toja.» Mentre mi allontano a testa bassa verso il bagno, sento la voce di Arianna che si perde nel corridoio: «Genny, vieni qua... lassalo sta’ a ’stu fetuso, m’hai fatto venì voglia n’ata vota.»
Il mattino a Scampia non porta luce, porta solo il buio degli uomini di strada. Non ho chiuso occhio, rannicchiato sul pavimento sporco del bagno, mentre i rumori che venivano dalla mia camera da letto mi distruggevano l'anima. Verso le nove, sento la porta di casa aprirsi. Voci rauche, risate pesanti, il rumore di passi pesanti. Sono arrivati i complici di Genny: Ciro 'o Nano e Rosario 'u Mastino, due che hanno fatto la carriera criminale con lui, due fratelli.
«Uè, Genny! Ma ancora staje dinto o' lietto?» grida Ciro entrando in salotto.
Genny esce dalla camera in mutande, stiracchiandosi. «Uè, guagliù! Accomodatevi. Arianna sta preparando 'o cafè.» Poi si ricorda di me. «Paolè! Esci fuori, cornuto!»
Mi trascino in salotto, sporco, con gli abiti sgualciti e lo sguardo basso. I due complici si scambiano un'occhiata e scoppiano a ridere. «Ma chisto è 'o marito?» chiede Rosario, sputandomi addosso. «Genny, ma che schifo tieni in casa?» «Chisto non è 'nu marito, è 'nu servitore,» risponde Genny, sedendosi a capotavola. Arianna entra con il vassoio del caffè, bellissima e crudele. Passa prima da Genny, dandogli un bacio sulla bocca davanti a tutti, poi serve gli altri. A me non rivolge nemmeno uno sguardo.
«Paoià, vieni qua,» ordina Genny, accendendosi una sigaretta. «Ieri sera hai pulito bene, ma oggi ci sono i compagni miei. Voglio ca 'o vedono pure loro quanto si' bravo.»
Genny si toglie le pantofole e appoggia i piedi sul petto della mia camicia, spingendo fino a farmi cadere seduto. «Spogliati tutto va! Bravo così. E mo’ in ginocchio, Paolè. Davanti a tutti. Famme vede' comm'è ca se leccano 'e piedi d''el padrone.» Ciro e Rosario si godono la scena, tirando fuori i cellulari per riprendere. «Vai, Paolo! Facci vedere quanto vuoi bene al boss!» urla Ciro ridendo.
Io guardo Arianna. Spero che la vergogna davanti a estranei la scuota. Invece lei si siede sul bracciolo della sedia di Genny e gli mette un braccio intorno al collo. Poi inzia a toccargli l’uccello «Paolo, smettila di fare quella faccia da funerale. Fa' divertire i guaglioni. Se Genny ti dice di leccare, tu divi liccare e basta. È l'unica utilità ca tieni.» Sotto l'obiettivo dei telefoni, con l'umiliazione che diventa un video da far girare nelle piazze di spaccio, mi chino di nuovo sui piedi di Genny. Sento il sapore del padrone, mentre i commenti pesanti dei suoi uomini mi piovono addosso come pietre. «Guarda qua, guagliù,» dice Genny con orgoglio, accarezzando la coscia di mia moglie. «Ho preso tutto a chisto: 'a casa, 'a femmena e pure l'onore. E 'a cosa più bella è ca lui mi ringrazia pure.»
L’aria nel salotto è satura di fumo e di un’elettricità sadica. Ciro ’o Nano e Rosario ’u Mastino mi guardano come se fossi un giocattolo rotto, mentre Genny si gode lo spettacolo dalla sua poltrona, con Arianna che lo massaggia, osservandomi con un disprezzo che non ha più confini umani.
«Uè, Genny, ma allora ’o faje overo?» esclama Ciro, allungando le gambe verso di me. «Paolè, nun t’ammoscia’. Si hai pulito ’o padrone, mo’ divi onorà pure ’e compagni suoi. È ’na questione ’e rispetto.» Mi spingono da uno all’altro come un pallone. Mi ritrovo in ginocchio davanti a Ciro, poi davanti a Rosario. Lecco le loro scarpe impolverate dai vicoli di Scampia, sentendo il sapore del cuoio misto a quello della mia stessa vergogna. Arianna ride, una risata sguaiata che non riconosco. «Guarda a chisto, Genny! Fa ’a fila pe’ sta’ sotto a tutti quanti. Paolo, ma ce l’hai ancora ’na spina dorsale o sei diventato ’nu verme?»
Genny dà un colpo di tosse e mi afferra per i capelli, rialzandomi la testa. «Mo’ basta pazzià, Paolè. ’E guagliuni so’ venuti qua pe’ faticà e hanno bisogno ’e sfogarsi. Portatali di là, uno alla volta. E fagli vede’ ca sì meglio ’e ’na femmena a servì.»
Mi trascinano nel bagno, quello dove fino a un mese fa io e Arianna ci preparavamo per uscire a cena. Il primo è Ciro. Chiude la porta a chiave. Sento il rumore della chiusura lampo e la paura piegarmi le ginocchia. Non c’è pietà, solo un potere brutale che mi schiaccia. Lo prendo in bocca senza fiatare. Lui mi muove la testa, con forza, al suo ritmo, finchè non sborra e mi fa ingoiare tutto. Quando lui esce, soddisfatto, dandomi un calcio sulla spalla, fa entrare Rosario.
«Sbrigati, ca tengo da fare,» sibila lui, costringendomi a subire l’ennesima umiliazione. Mentre sono lì dentro, con il cazzo di Rosario nel culo, sento le voci dal salotto. Genny e Arianna parlano del loro futuro, di come useranno i miei soldi e la mia casa mentre io sarò il loro schiavo personale. «È perfetto, Genny,» dice Arianna, la sua voce arriva chiara attraverso la porta del bagno. «Ci serve uno ca pulisce tutto, pure ’e porcherie dei tuoi uomini. Paolo è nato pe’ chisto, lo vedi comm’è contento di stare ai piedi vostri?»
Quando finalmente mi lasciano uscire dal cesso, barcollo. Ho la bocca impastata e il culo rotto; l’anima a pezzi e un filo di sperma tra le cosce. In salotto, i tre uomini bevono un ultimo caffè, ridendo del "servizio" ricevuto. Genny mi guarda e mi lancia uno straccio sporco in faccia.
«Mo’ pulisci pure ’o bagno, Paolè. Ha da brillà. E poi mettiti in un angolo e nun te fa’ vedé chiù finché nun t’o dico io. Stasera abbiamo ospiti nuovi e tu divi sta’ in forma.»
Arianna si avvicina a me, mi guarda negli occhi spenti e mi dà un buffetto sulla guancia, con una cattiveria gelida: «Bravo, Paolo. Finalmente hai capito qual è ’o posto tuo in questa casa. Fa’ ’o bravo, ca forse Genny ti lascia pure gli avanzi della cena.»
L’odore nel salotto è un miscuglio di fumo stantio, sudore e quel sapore dolciastro di chi comanda con la forza. Sono nudo, completamente, esposto come una bestia al macello davanti a Genny, mia moglie e una muta di lupi che non aspetta altro chedivertirsi con me.
«Uè, Paoià, ma che bbell’aucellino ca tiene... pare proprio ’na quaglia spennata!» urla Ciro ’o Nano, scoppiando in una risata grassa che fa tremare i vetri.
Genny, seduto con le gambe larghe sulla mia poltrona preferita, mi tira un calcio nello stomaco per farmi accovacciare. «Paoià, stasera ’e guagliuni tengono ’a gola secca... e pure ’e piedi pesanti. Accumincia a faticà, fetuso.»
Mi trascino sulle ginocchia verso Rosario ’u Mastino. Mi spinge lo scarpone sporco di fango e asfalto di Scampia dritto in bocca. «Licca, pierno ’e rrecchie! Voglio vedé ’a lengua toja ca scava miezzo ’e dita. Pulizza bene, ca aggia camminato dinto ’o fango d’’o lotto P.» Mentre affondo la lingua nel sudore acido dei suoi piedi, sento Arianna che ridacchia. È seduta sul bracciolo della poltrona di Genny, gli accarezza il collo e mi guarda con un disgusto che mi scortica la pelle. «Ma guarda a chisto, Genny... pare proprio ca ce gode. Paolo, ma nun tiene schifo? Ah no, tu ’o schifo o’ tieni dinto ’o sangue.»
All'improvviso, Rosario si sbottona i pantaloni. «Tieni sete, eh? Tè, ’mbiviti ’sta spremuta ’e limone!» Un getto di urina calda e amara mi colpisce in pieno viso, accecandomi. Devo spalancare la bocca, ingoiare tutto sotto le urla di incitamento della stanza. «Bevi tutto, pucchiacca! Nun ne fari cadere manco ’na goccia n’ terra ca poi m'aggia sporcà ’e scarpe!» grida Genny. Poi, l’orrore finale. I due neri, enormi come montagne di ossidiana, mi afferrano per le braccia e mi trascinano nel bagno. Chiudono la porta. Lo spazio è minimo, l'aria manca. Mi sbattono contro il lavandino, le piastrelle fredde mi feriscono il petto. «Mo' t'o facciamo vedé noi comm' faticano i veri uomini,» sibila uno di loro con un accento gutturale.
Sento un dolore lancinante, una lacerazione che mi toglie il fiato mentre mi usano contemporaneamente, senza lubrificante, senza pietà. È come se mi stessero spaccando in due dall'interno. Le urla mi muoiono in gola perché l'altro mi preme il suo piede sporco sulla bocca, costringendomi a leccare mentre vengo devastato. Il dolore anale è una fiamma che divampa, un tormento che mi fa desiderare di svenire, ma loro mi tengono sveglio a suon di schiaffi.
«Zitto, mmerda!» ringhia l'altro. «Accussì impari a chi appartieni.»
Dall'altra parte della porta, sento la voce di Arianna, eccitata e crudele: «Genny, senti come soffre? Finalmente serve a qualcosa quel corpo inutile. Spaccatelo tutto, guagliù! Facitelo addivintà ’nu straccio!» Quando mi ributtano in corridoio, sanguinante e tremante, Genny mi calpesta la faccia con la suola della scarpa. «Bravo, Paolè. Domani sera ne vengono altri venti d’’o Clan dei Di Lauro. Priparati ’o pertuso, ca ’a festa è appena accuminciata.»
La serata degenera in un banchetto di pura depravazione. Il salotto di casa nostra è diventato il centro di una piazza di spaccio. Genny, seduto a capotavola come un re barbaro, mi ordina di servire la cena: un vassoio di ziti al ragù fumante che devo portare restando nudo, tremante, con le gambe che mi cedono per il dolore atroce che mi lacera l'ano dopo il trattamento ricevuto nel bagno.
«Uè, guagliù, guardate ’o cameriere ca tiene ’o pertuso sfondato!» urla Genny, mentre gli affiliati ridono sbattendo le forchette sui piatti. Arianna, vestita con un abito rosso fuoco che mette in risalto il suo seno prosperoso, si alza e inizia a girarmi intorno come un avvoltoio. «Sapete che ha fatto questo fetuso nel cesso?» dice con voce squillante, carezzando la spalla di uno dei sicari. «I due neri l'hanno rivoltato come un calzino. Gridava come una femmina, vero Paolo? Gli scoppiava il cuore, ma continuava a leccare i piedi perché sa che se si ferma, Genny lo scanna.»
Il racconto di Arianna, crudo e infarcito di dettagli volgari su come il mio corpo sia stato devastato, eccita la muta di lupi. Uno alla volta, tra un boccone e l'altro, si alzano. Mi trascinano a terra, tra i resti del cibo e le cicche di sigaretta. Mi usano a turno, senza sosta, mentre io devo continuare a subire l'umiliazione di bere l'urina che mi versano addosso dai calici di vino, un rituale di sottomissione che non finisce mai.
«Mo' basta pazziare,» dice improvvisamente Genny, alzandosi. Il silenzio cala nella stanza. Prende un attizzatoio dal camino, la punta è diventata bianca, incandescente. «Paoià, hai servito tutti, ma ti manca ancora il timbro del padrone. Arià, tienilo fermo.» Mia moglie mi afferra per i capelli, premendomi la faccia contro il pavimento sporco. Sento l'odore del ferro rovente che si avvicina. «Stai zitto, Paolo. Fa' l'uomo per una volta e prenditi il marchio di Genny,» sussurra lei al mio orecchio, con un fiato che sa di cattiveria. Il ferro tocca la carne della mia natica sinistra. Un sibilo atroce, l'odore di carne bruciata che riempie la stanza e un dolore che mi oscura la vista. Sulla mia pelle ora c'è incisa una "G", il marchio indelebile della proprietà di Genny 'o Fenomeno.
«Ecco qua,» ghigna Genny, rimettendo il ferro nel fuoco. «Mo' tutti sanno ca tu sì 'na cosa mia. Pure si te ne vai, 'o munno saprà ca sì 'o schiavo di Scampia.»
Arianna mi guarda un'ultima volta mentre sto svenendo dal dolore: «Sbrigati a riprenderti, Paolo. Domani c'è il clan di Secondigliano e hanno sentito che sei molto accogliente.»
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Le Vele nel Salotto
Il sole su Scampia non scalda: brucia e basta. Ogni volta che accompagnavo Arianna a quelle maledette Vele, mi mentiva dicendo che faceva volontariato. Invece, stava tessendo la mia condanna. Ora la condanna è qui, sprofondata nella poltrona che ho pagato con anni di sacrifici: Genny ’o Fenomeno. Un fantasma della camorra, uno che non ha pietà nemmeno per Dio, ora tiene i piedi nudi sul mio tavolino di cristallo. Arianna gli siede accanto, gli accarezza i tatuaggi sul petto e mi osserva come si guarda un insetto fastidioso.
«Paolè, vieni ca,» ordina Genny. La sua voce roca è un rasoio che taglia il silenzio. «’O vide ca tengo ’e piedi sporchi? Aggia camminato troppo. E tu sì l’unico ca me può pulizzà.»
Le gambe mi cedono. Cerco negli occhi di mia moglie un briciolo della donna che ho sposato, ma trovo solo un sorriso complice e cattivo. «Va’ vicino a Genny, Paolo. Fatte onore,» sussurra lei. «’O saje ca a lui piacciono le cose fatte per bene. Fa’ ’o bravo... licca.»
Mi inginocchio. Il pavimento è gelido, ma l’umiliazione scotta più del fuoco. Genny mi preme la pianta del piede sulla faccia, schiacciandomi il naso. Sento l’odore della strada, del sudore, del potere che mi sovrasta.
«E allora? Aggia aspetta’ Natale?» ringhia. «Inizia d’’o pollice. Voglio sentì ’a lengua toja ca fatica. Famme sentì ’o rispetto.»
Eseguo. Con il cuore che martella nelle orecchie, inizio il rituale. Ogni centimetro di pelle ruvida è un insulto alla mia dignità. Arianna esplode in una risata stridula. «Guarda comm’è bravo ’o marito mio, Genny! Pare proprio ’nu cano addestrato.» Si china e mi sputa addosso. «Leva pure ’o sporco tra le dita. Nun fa’ ’o schifiltoso, ca mo’ chisto è ’o padrone d’’a casa. E pure ’o tuo.»
Genny mi assesta una scoppola violenta sulla nuca, facendomi sbattere i denti contro il suo tallone. «Accussì mi piaci. In ginocchio e zitto. Tu sì ’na mezza cartuccia, Paoià. Uno ca esiste solo pe’ pulizzà addò cammino io.»
Quando finisco, un calcio nel petto mi scaccia via. «Mo’ jate corca’ ncopp’’o balcone. Chiove? Meglio, così ti lavi ’a faccia. E nun scassà ’o cazzo, stasera io e Arianna ammo ’a sta’ soli.»
Mentre chiudono la serranda lasciandomi al gelo, sento il sussurro di lei: «Ma comme facevo a sta’ cu’ ’nu fetuso comm’a chisto? Meno male ca si’ venuto tu.»
Fuori, la pioggia mi bagna fino alle ossa, ma è il vuoto dentro a gelarmi. Attraverso i vetri appannati vedo le loro ombre intrecciarsi, sento i gemiti confondersi col temporale. Mia moglie ride con lui, mentre io divento un fantasma bagnato dietro una porta chiusa.
All'alba, la serranda risale di scatto. La luce mi acceca. Genny è nudo, un asciugamano sulle spalle. Arianna è ancora tra le lenzuola, accende una sigaretta.
«Paolè, trase... muoviti, nun voglio ca te pigli ’nu raffreddore proprio mo’ ca tiene ’a faticà.» Genny mi trascina dentro per un braccio. Crollo sul tappeto, lasciando una scia d'acqua sporca. Non c'è tregua. Lui si siede sul bracciolo e apre le gambe con arroganza.
«Guarda qua,» sibila indicandosi il sesso lucido. «Tua moglie m’ha fatto diverti’, ma mo’ sto tutto sudato. E io tengo all'igiene. Arià, porta ’a pezza.»
Lei arriva dondolando i fianchi, avvolta nella mia vestaglia. Mi lancia lo straccio umido con un disprezzo che scava lo stomaco. «Tè, Paolo. Fa’ ’o dovere tuo. Pulisci bene ’o padrone.»
Mi tremano le mani. Genny mi afferra la nuca con dita d'acciaio. «Leva ogni traccia, Paoià. Voglio sentì ’a lingua. Ogni goccia ’e sudore mio e ’e Arianna ’a divi levà tu. È ’o rito finale. Tu pulisci quello ca io aggia usato.»
Inizio, umiliato oltre ogni limite umano. Ogni tocco è una pugnalata. Arianna espira fumo verso di me: «Sii meticoloso, Paolo. Nun te scurdà ’a cappella. Genny divi sta’ profumato pe’ quando turnammo a letto.»
Il mattino non porta luce, solo il buio dei complici di Genny. Ciro 'o Nano e Rosario 'u Mastino entrano ridendo, portando l'odore del quartiere in casa mia.
«Uè, Genny! Ma ancora staje dinto o' lietto?»
«Paolè! Esci fuori, cornuto!» urla Genny uscendo in mutande.
Mi trascino in salotto, sporco, distrutto. I due sgherri si scambiano un'occhiata: «Ma chisto è 'o marito? Che schifo tieni in casa?»
«Chisto non è 'nu marito, è 'nu servitore,» sentenzia Genny mentre Arianna serve il caffè, baciandolo davanti a tutti.
«Paoià, oggi ci sono i compagni miei. Voglio ca 'o vedono pure loro quanto si' bravo.»
Genny mi spinge a terra con un piede sul petto. «Spogliati. Tutto! E mo’ in ginocchio. Famme vede' comm'è ca se leccano 'e piedi d''o padrone.»
Ciro e Rosario tirano fuori i cellulari. «Vai, Paolo! Fatti valere!»
Guardo Arianna, implorando un sussulto di dignità. Lei si siede sulla coscia di Genny, iniziando a eccitarlo con la mano. «Paolo, smettila con quella faccia. Fa' divertire i guaglioni. Se Genny ti dice di leccare, tu divi liccare. È l'unica utilità ca tieni.»
Sotto l'obiettivo dei telefoni, mentre il video della mia fine inizia a circolare nelle piazze di spaccio, mi chino di nuovo. Sento il sapore del padrone. «Guarda qua, guagliù,» dice Genny con orgoglio, accarezzando mia moglie. «Ho preso tutto a chisto: 'a casa, 'a femmena e pure l'onore.»
L’aria nel salotto è satura, un impasto di fumo e un’elettricità sadica che toglie il fiato. Ciro ’o Nano e Rosario ’u Mastino mi scrutano come un giocattolo rotto. Genny si gode lo spettacolo dalla sua poltrona, mentre Arianna lo massaggia, osservandomi con un disprezzo che non appartiene più a questo mondo.
«Uè, Genny, ma allora ’o faje overo?» esclama Ciro, allungando le gambe verso di me. «Paolè, nun t’ammoscia’. Se hai pulito ’o padrone, mo’ divi onorà pure ’e compagni suoi. È ’na questione ’e rispetto.»
Mi spingono da uno all’altro come un pallone di pezza. Mi ritrovo in ginocchio davanti a Ciro, poi davanti a Rosario. Lecco le loro scarpe impolverate dai vicoli, sentendo il sapore del cuoio misto a quello della mia stessa fine. Arianna ride, una risata sguaiata che mi lacera i timpani. «Guarda a chisto, Genny! Fa ’a fila pe’ sta’ sotto a tutti. Paolo, ma ce l’hai ancora ’na spina dorsale o sei diventato ’nu verme?»
Genny ha un colpo di tosse, poi mi afferra per i capelli, raddrizzandomi la testa con un colpo secco. «Mo’ basta pazzià. ’E guagliuni so’ venuti qua pe’ faticà e hanno bisogno ’e sfogarsi. Portatali di là, uno alla volta. E fagli vede’ ca sì meglio ’e ’na femmena a servì.»
Mi trascinano nel bagno. Il bagno dove, fino a un mese fa, io e Arianna ci specchiavamo prima di uscire a cena. Il primo è Ciro. Chiude la porta a chiave. Il rumore metallico della serratura è l'ultimo suono della mia vita precedente. Poi sento il cursore della chiusura lampo. Non c’è pietà, solo un potere brutale che mi schiaccia. Lo prendo in bocca senza fiato. Lui guida la mia testa col suo ritmo, con forza, finché non si svuota e mi costringe a ingoiare tutto. Quando esce, soddisfatto, mi rifila un calcio sulla spalla per far entrare Rosario.
«Sbrigati, ca tengo da fare,» sibila il secondo, costringendomi a subire l’ennesima profanazione. Mentre sono lì dentro, col corpo violato da Rosario, le voci dal salotto filtrano attraverso il legno della porta. Genny e Arianna pianificano il loro futuro con i miei soldi, nella mia casa, mentre io sono diventato l'arredo umano.
«È perfetto, Genny,» dice lei. La sua voce è limpida, quasi allegra. «Ci serve uno ca pulisce tutto, pure ’e porcherie dei tuoi uomini. Paolo è nato pe’ chisto. Lo vedi comm’è contento di stare ai piedi vostri?»
Quando finalmente mi permettono di uscire, barcollo. Ho la bocca impastata, il corpo lacerato e un filo di siero che mi cola tra le cosce. In salotto, i tre brindano con un ultimo caffè, ridendo del "servizio". Genny mi lancia uno straccio sporco in faccia.
«Mo’ pulisci pure ’o bagno, Paolè. Ha da brillà. Poi mettiti in un angolo e nun te fa’ vede’ finché nun t’o dico io. Stasera abbiamo ospiti nuovi e tu divi sta’ in forma.»
Arianna mi si avvicina. Mi guarda negli occhi spenti e mi dà un buffetto sulla guancia, una carezza che gela il sangue: «Bravo, Paolo. Finalmente hai capito qual è ’o posto tuo. Fa’ ’o bravo, ca forse Genny ti lascia gli avanzi della cena.»
L’odore nel salotto è un miscuglio di fumo stantio e sudore. Sono nudo, completamente, esposto come una bestia al macello. Non sono più un uomo. Sono solo lo spazio dove loro decidono di sputare.
qulottone@gmail.com
Il sole su Scampia oggi brucia come una fornace. Ogni volta che l’accompagnavo a quelle maledette Vele, Arianna mi diceva che faceva solo volontariato. Invece si preparava a portare la mia condanna in casa: Genny ’o Fenomeno, un latitante ricercato per associazione camorristica, uno che non ha pietà nemmeno per Dio. Ora sono qui, a casa mia, nel salotto che ho pagato con anni di sacrifici. Genny è sprofondato nella mia poltrona, i piedi nudi e sporchi appoggiati sul tavolino di cristallo. Arianna gli sta seduta accanto, gli accarezza i tatuaggi sul petto e mi guarda come se fossi un insetto fastidioso.
Mi inginocchio. Il pavimento è duro, e l’umiliazione scotta più del fuoco. Genny mi spinge un piede contro la faccia, schiacciandomi il naso. Sento l’odore nauseante del sudore, del potere che mi sovrasta. «E allora? Aggia aspetta’ Natale?» ringhia lui. «Inizia d’’o pollice. Voglio sentì ’a lengua toja ca fatica. Famme sentì quanto si’ ubbidiente, Palè, rispetto!» Inizio il rituale. Con il cuore che batte così forte da scoppiare, passo la lingua sulla sua pelle ruvida. Ogni centimetro è un insulto alla mia dignità. Sento il sapore amaro del disprezzo e dell’odio. Arianna scoppia a ridere, una risata cattiva che riempie la stanza.
«Guarda comm’è bravo ’o marito mio, Genny! Pare proprio ’nu cano addestrato,» dice lei, chinandosi per sputare sulla dita di Genny. «Leva pure ’o sporco tra le dita, Paolo. Nun fa’ ’o schifiltoso, ca mo’ chisto è ’o padrone d’’a casa e pure ’o tuo. Genny mi tira una scoppola violenta sulla nuca, facendomi scontrare i denti contro il suo tallone. «Accussì mi piaci. In ginocchio, zitto e servizievole. Tu sì ’na mezza cartuccia, Paoià. Uno ca esiste solo pe’ pulizzà addò cammino io.»
Quando finisco, con la bocca impastata di sudore e vergogna, lui mi dà un calcio nel petto per allontanarmi. «Mo’ jate corca’ ncopp’’o balcone. Che dici? Chiove? Meglio accussì, ti lavi ’a faccia dopo ’a faticata ca hai fatto. E nun scassà ’o cazzo, ca stasera io e Arianna ammo ’a sta’ soli» Mi trascino verso la porta-finestra sotto lo sguardo divertito di mia moglie. Mentre chiudono la serranda, lasciandomi fuori alla pioggia di Scampia, sento Arianna che gli sussurra: «Ma comme facevo a sta’ cu’ ’nu fetuso comm’a chisto? Meno male ca si’ venuto tu, Genny mio.»
Fuori sul balcone, la pioggia di Scampia mi ha bagnato fino alle ossa, ma il freddo non è niente rispetto al vuoto che sento dentro. Attraverso i vetri appannati ho visto le ombre di Genny e Arianna muoversi, ho sentito i loro gemiti confondersi con il rumore del temporale. Mia moglie, la mia Arianna, che rideva con lui mentre io diventavo un fantasma bagnato dietro una porta chiusa.
Dopo quella che mi è sembrata un'eternità, la serranda si alza di scatto. La luce del salotto mi acceca. Genny è in piedi, nudo, con un asciugamano gettato sulle spalle e quel sorriso di chi possiede il mondo. Arianna è ancora a letto, la sento ridacchiare tra le lenzuola mentre accende una sigaretta. «Paolè, trase... muoviti, ca fuori se gela e io nun voglio ca te pigli ’nu raffreddore proprio mo’ ca tiene ’a faticà,» dice Genny, trascinandomi dentro per un braccio. Crollo sul pavimento, lasciando una scia d'acqua sporca sul tappeto. Ma non c’è tregua. Genny si siede sul bracciolo del divano e apre le gambe con arroganza.
«Guarda qua,» sibila indicandosi il cazzo lucido di sborra. «Tua moglie m’ha fatto diverti’, ma mo’ sto tutto sudato. E tu ’o saje ca io so’ un uomo pulito, tengo all'igiene. Arià, porta ’a pezza e l’acqua calda a ’stu ciuccio.» Arianna arriva dondolando i fianchi, avvolta solo nella mia vestaglia. Mi lancia addosso uno straccio umido con un disprezzo che mi scava lo stomaco. «Tè, Paolo. Fa’ ’o dovere tuo. Pulisci bene ’o padrone, ca stasera s'è dato da fare pe’ me.»
Mi tremano le mani mentre mi avvicino a lui. Genny mi afferra la nuca con le sue dita d'acciaio, costringendomi a guardare da vicino l'origine della mia rovina. «Leva ogni traccia, Paoià. Voglio sentì ’a lingua sul cazzo per bene. Ogni goccia ’e sudore mio e ’e Arianna ’a divi levà tu. È ’o rito finale, capisci? Tu pulisci quello ca io aggia usato.»
Inizio a muovere lo straccio, umiliato oltre ogni limite umano. Ogni tocco è una pugnalata. Arianna si appoggia alla porta e mi guarda mentre lecco i genitali del suo amante, lo sguardo pieno di un piacere sadico.
«Guarda comm’è meticoloso, Genny,» commenta lei, esalando il fumo della sigaretta verso di me. «Pare proprio ca ci tiene a te. Paolo, nun te scurdà tutto intorno la cappella, mi raccomando. Genny divi sta’ profumato pe’ quando turnammo a letto.»
Genny emette un gemito di soddisfazione, dandomi una pacca sulla guancia che rimbomba nel silenzio della stanza. «Bravo, Paolè. Sì ’o miglior servitore d’’o quartiere. Mo’ ca hai finito, vai a sciacquà ’sta pezza e lavati i denti poi mettiti a dormire vicino o’ cess. Nun voglio sentì manco ’o respiro tuo mentre me cerco ’o riposo mio ’mbraccio a mugliera toja.» Mentre mi allontano a testa bassa verso il bagno, sento la voce di Arianna che si perde nel corridoio: «Genny, vieni qua... lassalo sta’ a ’stu fetuso, m’hai fatto venì voglia n’ata vota.»
Il mattino a Scampia non porta luce, porta solo il buio degli uomini di strada. Non ho chiuso occhio, rannicchiato sul pavimento sporco del bagno, mentre i rumori che venivano dalla mia camera da letto mi distruggevano l'anima. Verso le nove, sento la porta di casa aprirsi. Voci rauche, risate pesanti, il rumore di passi pesanti. Sono arrivati i complici di Genny: Ciro 'o Nano e Rosario 'u Mastino, due che hanno fatto la carriera criminale con lui, due fratelli.
«Uè, Genny! Ma ancora staje dinto o' lietto?» grida Ciro entrando in salotto.
Genny esce dalla camera in mutande, stiracchiandosi. «Uè, guagliù! Accomodatevi. Arianna sta preparando 'o cafè.» Poi si ricorda di me. «Paolè! Esci fuori, cornuto!»
Mi trascino in salotto, sporco, con gli abiti sgualciti e lo sguardo basso. I due complici si scambiano un'occhiata e scoppiano a ridere. «Ma chisto è 'o marito?» chiede Rosario, sputandomi addosso. «Genny, ma che schifo tieni in casa?» «Chisto non è 'nu marito, è 'nu servitore,» risponde Genny, sedendosi a capotavola. Arianna entra con il vassoio del caffè, bellissima e crudele. Passa prima da Genny, dandogli un bacio sulla bocca davanti a tutti, poi serve gli altri. A me non rivolge nemmeno uno sguardo.
«Paoià, vieni qua,» ordina Genny, accendendosi una sigaretta. «Ieri sera hai pulito bene, ma oggi ci sono i compagni miei. Voglio ca 'o vedono pure loro quanto si' bravo.»
Genny si toglie le pantofole e appoggia i piedi sul petto della mia camicia, spingendo fino a farmi cadere seduto. «Spogliati tutto va! Bravo così. E mo’ in ginocchio, Paolè. Davanti a tutti. Famme vede' comm'è ca se leccano 'e piedi d''el padrone.» Ciro e Rosario si godono la scena, tirando fuori i cellulari per riprendere. «Vai, Paolo! Facci vedere quanto vuoi bene al boss!» urla Ciro ridendo.
Io guardo Arianna. Spero che la vergogna davanti a estranei la scuota. Invece lei si siede sul bracciolo della sedia di Genny e gli mette un braccio intorno al collo. Poi inzia a toccargli l’uccello «Paolo, smettila di fare quella faccia da funerale. Fa' divertire i guaglioni. Se Genny ti dice di leccare, tu divi liccare e basta. È l'unica utilità ca tieni.» Sotto l'obiettivo dei telefoni, con l'umiliazione che diventa un video da far girare nelle piazze di spaccio, mi chino di nuovo sui piedi di Genny. Sento il sapore del padrone, mentre i commenti pesanti dei suoi uomini mi piovono addosso come pietre. «Guarda qua, guagliù,» dice Genny con orgoglio, accarezzando la coscia di mia moglie. «Ho preso tutto a chisto: 'a casa, 'a femmena e pure l'onore. E 'a cosa più bella è ca lui mi ringrazia pure.»
L’aria nel salotto è satura di fumo e di un’elettricità sadica. Ciro ’o Nano e Rosario ’u Mastino mi guardano come se fossi un giocattolo rotto, mentre Genny si gode lo spettacolo dalla sua poltrona, con Arianna che lo massaggia, osservandomi con un disprezzo che non ha più confini umani.
«Uè, Genny, ma allora ’o faje overo?» esclama Ciro, allungando le gambe verso di me. «Paolè, nun t’ammoscia’. Si hai pulito ’o padrone, mo’ divi onorà pure ’e compagni suoi. È ’na questione ’e rispetto.» Mi spingono da uno all’altro come un pallone. Mi ritrovo in ginocchio davanti a Ciro, poi davanti a Rosario. Lecco le loro scarpe impolverate dai vicoli di Scampia, sentendo il sapore del cuoio misto a quello della mia stessa vergogna. Arianna ride, una risata sguaiata che non riconosco. «Guarda a chisto, Genny! Fa ’a fila pe’ sta’ sotto a tutti quanti. Paolo, ma ce l’hai ancora ’na spina dorsale o sei diventato ’nu verme?»
Genny dà un colpo di tosse e mi afferra per i capelli, rialzandomi la testa. «Mo’ basta pazzià, Paolè. ’E guagliuni so’ venuti qua pe’ faticà e hanno bisogno ’e sfogarsi. Portatali di là, uno alla volta. E fagli vede’ ca sì meglio ’e ’na femmena a servì.»
Mi trascinano nel bagno, quello dove fino a un mese fa io e Arianna ci preparavamo per uscire a cena. Il primo è Ciro. Chiude la porta a chiave. Sento il rumore della chiusura lampo e la paura piegarmi le ginocchia. Non c’è pietà, solo un potere brutale che mi schiaccia. Lo prendo in bocca senza fiatare. Lui mi muove la testa, con forza, al suo ritmo, finchè non sborra e mi fa ingoiare tutto. Quando lui esce, soddisfatto, dandomi un calcio sulla spalla, fa entrare Rosario.
«Sbrigati, ca tengo da fare,» sibila lui, costringendomi a subire l’ennesima umiliazione. Mentre sono lì dentro, con il cazzo di Rosario nel culo, sento le voci dal salotto. Genny e Arianna parlano del loro futuro, di come useranno i miei soldi e la mia casa mentre io sarò il loro schiavo personale. «È perfetto, Genny,» dice Arianna, la sua voce arriva chiara attraverso la porta del bagno. «Ci serve uno ca pulisce tutto, pure ’e porcherie dei tuoi uomini. Paolo è nato pe’ chisto, lo vedi comm’è contento di stare ai piedi vostri?»
Quando finalmente mi lasciano uscire dal cesso, barcollo. Ho la bocca impastata e il culo rotto; l’anima a pezzi e un filo di sperma tra le cosce. In salotto, i tre uomini bevono un ultimo caffè, ridendo del "servizio" ricevuto. Genny mi guarda e mi lancia uno straccio sporco in faccia.
«Mo’ pulisci pure ’o bagno, Paolè. Ha da brillà. E poi mettiti in un angolo e nun te fa’ vedé chiù finché nun t’o dico io. Stasera abbiamo ospiti nuovi e tu divi sta’ in forma.»
Arianna si avvicina a me, mi guarda negli occhi spenti e mi dà un buffetto sulla guancia, con una cattiveria gelida: «Bravo, Paolo. Finalmente hai capito qual è ’o posto tuo in questa casa. Fa’ ’o bravo, ca forse Genny ti lascia pure gli avanzi della cena.»
L’odore nel salotto è un miscuglio di fumo stantio, sudore e quel sapore dolciastro di chi comanda con la forza. Sono nudo, completamente, esposto come una bestia al macello davanti a Genny, mia moglie e una muta di lupi che non aspetta altro chedivertirsi con me.
«Uè, Paoià, ma che bbell’aucellino ca tiene... pare proprio ’na quaglia spennata!» urla Ciro ’o Nano, scoppiando in una risata grassa che fa tremare i vetri.
Genny, seduto con le gambe larghe sulla mia poltrona preferita, mi tira un calcio nello stomaco per farmi accovacciare. «Paoià, stasera ’e guagliuni tengono ’a gola secca... e pure ’e piedi pesanti. Accumincia a faticà, fetuso.»
Mi trascino sulle ginocchia verso Rosario ’u Mastino. Mi spinge lo scarpone sporco di fango e asfalto di Scampia dritto in bocca. «Licca, pierno ’e rrecchie! Voglio vedé ’a lengua toja ca scava miezzo ’e dita. Pulizza bene, ca aggia camminato dinto ’o fango d’’o lotto P.» Mentre affondo la lingua nel sudore acido dei suoi piedi, sento Arianna che ridacchia. È seduta sul bracciolo della poltrona di Genny, gli accarezza il collo e mi guarda con un disgusto che mi scortica la pelle. «Ma guarda a chisto, Genny... pare proprio ca ce gode. Paolo, ma nun tiene schifo? Ah no, tu ’o schifo o’ tieni dinto ’o sangue.»
All'improvviso, Rosario si sbottona i pantaloni. «Tieni sete, eh? Tè, ’mbiviti ’sta spremuta ’e limone!» Un getto di urina calda e amara mi colpisce in pieno viso, accecandomi. Devo spalancare la bocca, ingoiare tutto sotto le urla di incitamento della stanza. «Bevi tutto, pucchiacca! Nun ne fari cadere manco ’na goccia n’ terra ca poi m'aggia sporcà ’e scarpe!» grida Genny. Poi, l’orrore finale. I due neri, enormi come montagne di ossidiana, mi afferrano per le braccia e mi trascinano nel bagno. Chiudono la porta. Lo spazio è minimo, l'aria manca. Mi sbattono contro il lavandino, le piastrelle fredde mi feriscono il petto. «Mo' t'o facciamo vedé noi comm' faticano i veri uomini,» sibila uno di loro con un accento gutturale.
Sento un dolore lancinante, una lacerazione che mi toglie il fiato mentre mi usano contemporaneamente, senza lubrificante, senza pietà. È come se mi stessero spaccando in due dall'interno. Le urla mi muoiono in gola perché l'altro mi preme il suo piede sporco sulla bocca, costringendomi a leccare mentre vengo devastato. Il dolore anale è una fiamma che divampa, un tormento che mi fa desiderare di svenire, ma loro mi tengono sveglio a suon di schiaffi.
«Zitto, mmerda!» ringhia l'altro. «Accussì impari a chi appartieni.»
Dall'altra parte della porta, sento la voce di Arianna, eccitata e crudele: «Genny, senti come soffre? Finalmente serve a qualcosa quel corpo inutile. Spaccatelo tutto, guagliù! Facitelo addivintà ’nu straccio!» Quando mi ributtano in corridoio, sanguinante e tremante, Genny mi calpesta la faccia con la suola della scarpa. «Bravo, Paolè. Domani sera ne vengono altri venti d’’o Clan dei Di Lauro. Priparati ’o pertuso, ca ’a festa è appena accuminciata.»
La serata degenera in un banchetto di pura depravazione. Il salotto di casa nostra è diventato il centro di una piazza di spaccio. Genny, seduto a capotavola come un re barbaro, mi ordina di servire la cena: un vassoio di ziti al ragù fumante che devo portare restando nudo, tremante, con le gambe che mi cedono per il dolore atroce che mi lacera l'ano dopo il trattamento ricevuto nel bagno.
«Uè, guagliù, guardate ’o cameriere ca tiene ’o pertuso sfondato!» urla Genny, mentre gli affiliati ridono sbattendo le forchette sui piatti. Arianna, vestita con un abito rosso fuoco che mette in risalto il suo seno prosperoso, si alza e inizia a girarmi intorno come un avvoltoio. «Sapete che ha fatto questo fetuso nel cesso?» dice con voce squillante, carezzando la spalla di uno dei sicari. «I due neri l'hanno rivoltato come un calzino. Gridava come una femmina, vero Paolo? Gli scoppiava il cuore, ma continuava a leccare i piedi perché sa che se si ferma, Genny lo scanna.»
Il racconto di Arianna, crudo e infarcito di dettagli volgari su come il mio corpo sia stato devastato, eccita la muta di lupi. Uno alla volta, tra un boccone e l'altro, si alzano. Mi trascinano a terra, tra i resti del cibo e le cicche di sigaretta. Mi usano a turno, senza sosta, mentre io devo continuare a subire l'umiliazione di bere l'urina che mi versano addosso dai calici di vino, un rituale di sottomissione che non finisce mai.
«Mo' basta pazziare,» dice improvvisamente Genny, alzandosi. Il silenzio cala nella stanza. Prende un attizzatoio dal camino, la punta è diventata bianca, incandescente. «Paoià, hai servito tutti, ma ti manca ancora il timbro del padrone. Arià, tienilo fermo.» Mia moglie mi afferra per i capelli, premendomi la faccia contro il pavimento sporco. Sento l'odore del ferro rovente che si avvicina. «Stai zitto, Paolo. Fa' l'uomo per una volta e prenditi il marchio di Genny,» sussurra lei al mio orecchio, con un fiato che sa di cattiveria. Il ferro tocca la carne della mia natica sinistra. Un sibilo atroce, l'odore di carne bruciata che riempie la stanza e un dolore che mi oscura la vista. Sulla mia pelle ora c'è incisa una "G", il marchio indelebile della proprietà di Genny 'o Fenomeno.
«Ecco qua,» ghigna Genny, rimettendo il ferro nel fuoco. «Mo' tutti sanno ca tu sì 'na cosa mia. Pure si te ne vai, 'o munno saprà ca sì 'o schiavo di Scampia.»
Arianna mi guarda un'ultima volta mentre sto svenendo dal dolore: «Sbrigati a riprenderti, Paolo. Domani c'è il clan di Secondigliano e hanno sentito che sei molto accogliente.»
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Le Vele nel Salotto
Il sole su Scampia non scalda: brucia e basta. Ogni volta che accompagnavo Arianna a quelle maledette Vele, mi mentiva dicendo che faceva volontariato. Invece, stava tessendo la mia condanna. Ora la condanna è qui, sprofondata nella poltrona che ho pagato con anni di sacrifici: Genny ’o Fenomeno. Un fantasma della camorra, uno che non ha pietà nemmeno per Dio, ora tiene i piedi nudi sul mio tavolino di cristallo. Arianna gli siede accanto, gli accarezza i tatuaggi sul petto e mi osserva come si guarda un insetto fastidioso.
«Paolè, vieni ca,» ordina Genny. La sua voce roca è un rasoio che taglia il silenzio. «’O vide ca tengo ’e piedi sporchi? Aggia camminato troppo. E tu sì l’unico ca me può pulizzà.»
Le gambe mi cedono. Cerco negli occhi di mia moglie un briciolo della donna che ho sposato, ma trovo solo un sorriso complice e cattivo. «Va’ vicino a Genny, Paolo. Fatte onore,» sussurra lei. «’O saje ca a lui piacciono le cose fatte per bene. Fa’ ’o bravo... licca.»
Mi inginocchio. Il pavimento è gelido, ma l’umiliazione scotta più del fuoco. Genny mi preme la pianta del piede sulla faccia, schiacciandomi il naso. Sento l’odore della strada, del sudore, del potere che mi sovrasta.
«E allora? Aggia aspetta’ Natale?» ringhia. «Inizia d’’o pollice. Voglio sentì ’a lengua toja ca fatica. Famme sentì ’o rispetto.»
Eseguo. Con il cuore che martella nelle orecchie, inizio il rituale. Ogni centimetro di pelle ruvida è un insulto alla mia dignità. Arianna esplode in una risata stridula. «Guarda comm’è bravo ’o marito mio, Genny! Pare proprio ’nu cano addestrato.» Si china e mi sputa addosso. «Leva pure ’o sporco tra le dita. Nun fa’ ’o schifiltoso, ca mo’ chisto è ’o padrone d’’a casa. E pure ’o tuo.»
Genny mi assesta una scoppola violenta sulla nuca, facendomi sbattere i denti contro il suo tallone. «Accussì mi piaci. In ginocchio e zitto. Tu sì ’na mezza cartuccia, Paoià. Uno ca esiste solo pe’ pulizzà addò cammino io.»
Quando finisco, un calcio nel petto mi scaccia via. «Mo’ jate corca’ ncopp’’o balcone. Chiove? Meglio, così ti lavi ’a faccia. E nun scassà ’o cazzo, stasera io e Arianna ammo ’a sta’ soli.»
Mentre chiudono la serranda lasciandomi al gelo, sento il sussurro di lei: «Ma comme facevo a sta’ cu’ ’nu fetuso comm’a chisto? Meno male ca si’ venuto tu.»
Fuori, la pioggia mi bagna fino alle ossa, ma è il vuoto dentro a gelarmi. Attraverso i vetri appannati vedo le loro ombre intrecciarsi, sento i gemiti confondersi col temporale. Mia moglie ride con lui, mentre io divento un fantasma bagnato dietro una porta chiusa.
All'alba, la serranda risale di scatto. La luce mi acceca. Genny è nudo, un asciugamano sulle spalle. Arianna è ancora tra le lenzuola, accende una sigaretta.
«Paolè, trase... muoviti, nun voglio ca te pigli ’nu raffreddore proprio mo’ ca tiene ’a faticà.» Genny mi trascina dentro per un braccio. Crollo sul tappeto, lasciando una scia d'acqua sporca. Non c'è tregua. Lui si siede sul bracciolo e apre le gambe con arroganza.
«Guarda qua,» sibila indicandosi il sesso lucido. «Tua moglie m’ha fatto diverti’, ma mo’ sto tutto sudato. E io tengo all'igiene. Arià, porta ’a pezza.»
Lei arriva dondolando i fianchi, avvolta nella mia vestaglia. Mi lancia lo straccio umido con un disprezzo che scava lo stomaco. «Tè, Paolo. Fa’ ’o dovere tuo. Pulisci bene ’o padrone.»
Mi tremano le mani. Genny mi afferra la nuca con dita d'acciaio. «Leva ogni traccia, Paoià. Voglio sentì ’a lingua. Ogni goccia ’e sudore mio e ’e Arianna ’a divi levà tu. È ’o rito finale. Tu pulisci quello ca io aggia usato.»
Inizio, umiliato oltre ogni limite umano. Ogni tocco è una pugnalata. Arianna espira fumo verso di me: «Sii meticoloso, Paolo. Nun te scurdà ’a cappella. Genny divi sta’ profumato pe’ quando turnammo a letto.»
Il mattino non porta luce, solo il buio dei complici di Genny. Ciro 'o Nano e Rosario 'u Mastino entrano ridendo, portando l'odore del quartiere in casa mia.
«Uè, Genny! Ma ancora staje dinto o' lietto?»
«Paolè! Esci fuori, cornuto!» urla Genny uscendo in mutande.
Mi trascino in salotto, sporco, distrutto. I due sgherri si scambiano un'occhiata: «Ma chisto è 'o marito? Che schifo tieni in casa?»
«Chisto non è 'nu marito, è 'nu servitore,» sentenzia Genny mentre Arianna serve il caffè, baciandolo davanti a tutti.
«Paoià, oggi ci sono i compagni miei. Voglio ca 'o vedono pure loro quanto si' bravo.»
Genny mi spinge a terra con un piede sul petto. «Spogliati. Tutto! E mo’ in ginocchio. Famme vede' comm'è ca se leccano 'e piedi d''o padrone.»
Ciro e Rosario tirano fuori i cellulari. «Vai, Paolo! Fatti valere!»
Guardo Arianna, implorando un sussulto di dignità. Lei si siede sulla coscia di Genny, iniziando a eccitarlo con la mano. «Paolo, smettila con quella faccia. Fa' divertire i guaglioni. Se Genny ti dice di leccare, tu divi liccare. È l'unica utilità ca tieni.»
Sotto l'obiettivo dei telefoni, mentre il video della mia fine inizia a circolare nelle piazze di spaccio, mi chino di nuovo. Sento il sapore del padrone. «Guarda qua, guagliù,» dice Genny con orgoglio, accarezzando mia moglie. «Ho preso tutto a chisto: 'a casa, 'a femmena e pure l'onore.»
L’aria nel salotto è satura, un impasto di fumo e un’elettricità sadica che toglie il fiato. Ciro ’o Nano e Rosario ’u Mastino mi scrutano come un giocattolo rotto. Genny si gode lo spettacolo dalla sua poltrona, mentre Arianna lo massaggia, osservandomi con un disprezzo che non appartiene più a questo mondo.
«Uè, Genny, ma allora ’o faje overo?» esclama Ciro, allungando le gambe verso di me. «Paolè, nun t’ammoscia’. Se hai pulito ’o padrone, mo’ divi onorà pure ’e compagni suoi. È ’na questione ’e rispetto.»
Mi spingono da uno all’altro come un pallone di pezza. Mi ritrovo in ginocchio davanti a Ciro, poi davanti a Rosario. Lecco le loro scarpe impolverate dai vicoli, sentendo il sapore del cuoio misto a quello della mia stessa fine. Arianna ride, una risata sguaiata che mi lacera i timpani. «Guarda a chisto, Genny! Fa ’a fila pe’ sta’ sotto a tutti. Paolo, ma ce l’hai ancora ’na spina dorsale o sei diventato ’nu verme?»
Genny ha un colpo di tosse, poi mi afferra per i capelli, raddrizzandomi la testa con un colpo secco. «Mo’ basta pazzià. ’E guagliuni so’ venuti qua pe’ faticà e hanno bisogno ’e sfogarsi. Portatali di là, uno alla volta. E fagli vede’ ca sì meglio ’e ’na femmena a servì.»
Mi trascinano nel bagno. Il bagno dove, fino a un mese fa, io e Arianna ci specchiavamo prima di uscire a cena. Il primo è Ciro. Chiude la porta a chiave. Il rumore metallico della serratura è l'ultimo suono della mia vita precedente. Poi sento il cursore della chiusura lampo. Non c’è pietà, solo un potere brutale che mi schiaccia. Lo prendo in bocca senza fiato. Lui guida la mia testa col suo ritmo, con forza, finché non si svuota e mi costringe a ingoiare tutto. Quando esce, soddisfatto, mi rifila un calcio sulla spalla per far entrare Rosario.
«Sbrigati, ca tengo da fare,» sibila il secondo, costringendomi a subire l’ennesima profanazione. Mentre sono lì dentro, col corpo violato da Rosario, le voci dal salotto filtrano attraverso il legno della porta. Genny e Arianna pianificano il loro futuro con i miei soldi, nella mia casa, mentre io sono diventato l'arredo umano.
«È perfetto, Genny,» dice lei. La sua voce è limpida, quasi allegra. «Ci serve uno ca pulisce tutto, pure ’e porcherie dei tuoi uomini. Paolo è nato pe’ chisto. Lo vedi comm’è contento di stare ai piedi vostri?»
Quando finalmente mi permettono di uscire, barcollo. Ho la bocca impastata, il corpo lacerato e un filo di siero che mi cola tra le cosce. In salotto, i tre brindano con un ultimo caffè, ridendo del "servizio". Genny mi lancia uno straccio sporco in faccia.
«Mo’ pulisci pure ’o bagno, Paolè. Ha da brillà. Poi mettiti in un angolo e nun te fa’ vede’ finché nun t’o dico io. Stasera abbiamo ospiti nuovi e tu divi sta’ in forma.»
Arianna mi si avvicina. Mi guarda negli occhi spenti e mi dà un buffetto sulla guancia, una carezza che gela il sangue: «Bravo, Paolo. Finalmente hai capito qual è ’o posto tuo. Fa’ ’o bravo, ca forse Genny ti lascia gli avanzi della cena.»
L’odore nel salotto è un miscuglio di fumo stantio e sudore. Sono nudo, completamente, esposto come una bestia al macello. Non sono più un uomo. Sono solo lo spazio dove loro decidono di sputare.
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