Alla mercè

di
genere
sadomaso

Sento la gagball premere forte contro la lingua, riempiendomi la bocca completamente. Ogni volta che provo a deglutire, la saliva si accumula e mi cola piano lungo il mento, calda e appiccicosa. Non riesco a parlare, solo a mugolare piano, e quel suono attutito mi fa arrossire ancora di più, so che tutte lo sentono, lo vedono. La mascella già inizia a dolermi un po', ma quel fastidio si mescola all'eccitazione, diventa parte del gioco.
Le mie braccia sono legate dietro la schiena, i polsi incrociati e stretti da corde morbide ma implacabili di juta o cotone spesso. La corda morde appena la pelle, non abbastanza da ferire ma abbastanza da lasciare segni rossi che domani mi ricorderanno tutto. Ogni piccolo movimento, un tentativo di spostare le spalle, di allentare la tensione, fa solo stringere di più i nodi, e il bruciore si propaga lungo gli avambracci fino alle scapole. Le spalle sono tirate indietro, il petto spinto in fuori in modo innaturale, rendendo i seni ancora più esposti, più vulnerabili. Non posso coprirmi, non posso nascondermi: sono costretta a offrirmi.
Le caviglie sono legate con polsini di cuoio imbottito, fissati a barre di metallo corte che partono dai lati della panca e si estendono verso l’esterno. Le cosce sono divaricate al massimo, le ginocchia piegate e i piedi appoggiati sul pavimento, ma impossibilitati a chiudersi. La barra tiene le caviglie ferme a circa un metro di distanza l’una dall’altra, costringendomi a tenere le gambe aperte in modo osceno. Sento l’aria fresca che mi accarezza continuamente le parti intime, la fica esposta, vulnerabile. Ogni tentativo di stringere le gambe fa solo tendere i polsini e le barre, che cigolano leggermente contro il legno della panca. Il muscolo interno delle cosce trema per lo sforzo di resistere alla posizione, e quel tremore si propaga fino al clitoride, amplificando ogni pulsazione.
La panca è bassa, così che il mio bacino è inclinato leggermente in avanti, il peso del corpo che preme sul bordo e spinge il sesso ancora più in evidenza. Non posso alzarmi, non posso chiudere le gambe, non posso coprirmi: sono inchiodata lì, seduta, aperta, offerta. Se provo a inarcarmi all’indietro per alleviare la pressione sulle spalle, le corde al petto si stringono di più; se mi spingo in avanti, il bordo della panca preme contro il clitoride, mandandomi una scarica elettrica mista a dolore e piacere.
Il collare stringe appena intorno al collo, una pressione costante che mi ricorda chi comanda. Ogni respiro profondo lo fa sfregare contro la pelle, e quando una di loro tira leggermente il guinzaglio, anche solo per gioco, il piccolo strattone mi manda un brivido giù per la schiena, dritto fino al basso ventre, fin dentro le mie parti intime. Mi sento posseduta, reclamata.
Il top blu è arrotolato sotto il seno, i capezzoli all'aria, duri per il freddo della stanza e per l'eccitazione che non riesco a nascondere. L'aria li sfiora e li fa formicolare; poi arrivano le dita. Una mano sconosciuta, mi pizzica piano un capezzolo, lo tira leggermente: un lampo di dolore acuto che si trasforma subito in calore pulsante, facendomi inarcare la schiena senza volerlo. Un'altra mano mi accarezza il fianco, lenta, possessiva, le unghie che graffiano appena la pelle e lasciano, scie di pelle d'oca.
Le braccia dietro la schiena, polsi incrociati e legati stretti con corde di juta che mordono la pelle, spalle tirate indietro, petto in fuori. Le corde del harness passano sopra e sotto i seni, li sollevano, li stringono quel tanto che basta a farli sembrare un’offerta permanente. Il collare di cuoio spesso mi cinge il collo, l’anello metallico tintinna piano quando qualcuna tira il guinzaglio, e lo tirano spesso, non per farmi male, ma per ricordarmi che appartengo a loro. Ogni strattone è possessivo, deliberato: “Resta qui. Resta nostra.”
E lo sento, lo sento fortissimo: la voglia che hanno di possedermi. Non è solo gioco, è fame. Lo vedo nei loro occhi quando si chinano su di me, quando gli capiterà ancora una figa come me !
I loro occhi brillano di desiderio crudo, di trionfo. Una di loro mi sfiora il viso con le dita, lenta, quasi tenera, poi stringe il mento e mi costringe a guardarla: “Guarda quanto sei bella così… tutta nostra.” La sua voce è bassa, roca, carica di possesso. Un’altra ride piano mentre mi pizzica un capezzolo, lo tira fino a farmi mugolare nel bavaglio, poi lo lascia andare e osserva il modo in cui il seno rimbalza leggermente: “Questi sono nostri stasera. Li tocchiamo quando vogliamo, li facciamo arrossire quando ci pare.”
Le mani sono ovunque, ma non è solo tocco casuale: è rivendicazione. Palmi caldi che scivolano sul mio ventre, dita che tracciano cerchi possessivi intorno all’ombelico prima di scendere, lente, verso la fica. Qualcuna mi accarezza l’interno delle cosce divaricate, vicinissima ma senza toccare dove brucio di più, solo per farmi tremare, per farmi implorare con i fianchi che si muovono inutilmente contro le corde. “Vedi? Non puoi scappare. Non puoi nemmeno chiudere le gambe per nasconderci quanto sei bagnata per noi.” Lo dice con un sorriso predatorio, inspirando profondamente il mio odore, quell’odore umido, salato, muschiato che ormai riempie l’aria intorno alla panca. Il suo sguardo si oscura di soddisfazione. “Senti come profumi di noi… di quanto ti vogliamo.”
Un’altra si mette dietro di me, le mani sulle mie spalle legate, le unghie che graffiano piano la pelle mentre mi sussurra all’orecchio: “Ti teniamo qui perché ci appartieni. Ogni tuo tremore, ogni tuo gemito soffocato, è nostro. Non ti lasciamo andare finché non abbiamo preso tutto quello che vogliamo.” Poi tira il guinzaglio, costringendomi a inclinare la testa all’indietro contro il suo petto, e mi bacia il collo esposto, un morso leggero, possessivo, che lascia un segno rosso.
Le loro risate basse, i commenti sussurrati: “Guarda come si contrae quando la sfioriamo appena”, “È già così bagnata che si vede da qui”, “La teniamo aperta così per ore se ci va”. Sono tutti marchi di proprietà. Ogni tocco è un “mio”, ogni strattone un “nostra”. Mi toccano come se fossi un oggetto prezioso che hanno conquistato, un trofeo vivo da condividere ma mai da restituire. Le dita che finalmente scivolano tra le mie cosce aperte non chiedono permesso: entrano, reclamano, esplorano con una sicurezza che mi fa sciogliere. “Brava ragazza… apriti di più per noi. Mostraci quanto ti piace essere sottomessa.”
Il cuore mi martella nel petto, il respiro esce a sbuffi rapidi dal naso, inalando il loro profumo misto al mio – sudore, vaniglia, cuoio, desiderio femminile, la mia eccitazione che ormai impregna tutto. Sono legata, seduta, cosce spalancate sulla panca di legno, impotente e loro. E loro lo sanno. Lo vogliono. Lo prendono. Ogni loro sguardo, ogni loro mano, ogni loro parola urla possesso, e io mi dissolvo in quel possesso, tremando, bagnata, completamente loro.
Il brusio della folla si fa più vicino, più intimo. Sento il calore di corpi che si avvicinano, odori che cambiano – sudore fresco, profumo di cuoio, un vago sentore di lubrificante alla ciliegia, il mio odore muschiato che ormai impregna l’aria intorno alla panca. Due donne si chinano su di me contemporaneamente. Una, capelli scuri, camicia nera aperta sul petto, si posiziona davanti, tra le mie cosce divaricate, le mani grandi e decise che mi afferrano i fianchi, le dita che affondano appena nella carne morbida. L’altra, più minuta, trucco pesante sugli occhi, rossetto scuro, si mette di lato, una mano sul mio seno sinistro, stringendo forte il capezzolo tra pollice e indice, tirandolo verso l’alto fino a farmi mugolare nel bavaglio.
La prima donna mi guarda dritto negli occhi mentre la sua mano destra scivola lenta verso il basso, le dita che sfiorano il clitoride gonfio, poi scendono ancora, due dita che entrano senza preavviso, profonde, possessive. Sento il metallo freddo della panca sotto il culo contrarsi mentre il mio corpo si inarca involontariamente verso di lei. “Brava puttanella… senti come sei bagnata per noi?” sussurra, la voce bassa e roca, carica di trionfo. Le sue dita si muovono lente ma decise, dentro e fuori, il pollice che preme sul clitoride in cerchi lenti, crudeli.
Quella di lato ride piano, un suono basso e cattivo, mentre con l’altra mano mi afferra il mento, costringendomi a girare la testa verso di lei. Mi bacia il collo esposto, denti che graffiano la pelle, poi morde, non forte da far sanguinare, ma abbastanza da lasciarmi un segno caldo e pulsante. “Questa bocca è tappata, ma il resto… il resto è tutto nostro da usare.” La sua mano libera scende, si unisce all’altra tra le mie gambe: ora sono quattro dita che mi esplorano, che mi aprono, che reclamano ogni centimetro. Una preme sul punto G, l’altra strofina il clitoride con insistenza, e io tremo, le cosce che vibrano contro il nastro.
Intorno a noi il pubblico si avvicina ancora di più. Sento mani sconosciute sfiorarmi le spalle legate, pizzicarmi i capezzoli dall’alto, accarezzarmi i fianchi. Qualcuna tira il guinzaglio del collare, costringendomi a inarcare la schiena ancora di più, a offrire il collo e i seni come un altare. Ogni tocco è possesso: non chiedono, prendono. Dita entrano, escono, strofinano, pizzicano, graffiano. Il piacere sale rapido, violento, mescolato al bruciore delle cosce divaricate troppo a lungo, al dolore sordo della mascella, alla vergogna di essere così aperta, così bagnata, così guardata.
Il respiro mi esce a rantoli dal naso, veloce, irregolare. Il cuore martella contro le costole. Sento il mio odore, forte, umido, animalesco, mischiarsi al loro, al cuoio, al sudore, al metallo freddo della panca. Vorrei implorare, urlare, ma il bavaglio mi ruba tutto tranne gemiti soffocati e lacrime di mascara che mi colano sulle guance.
E loro non si fermano. Continuano a possedermi, a usarmi, a marchiarmi con mani, dita, sguardi, parole basse e possessive. Sono seduta lì, cosce spalancate sul metallo freddo, legata, aperta, loro, e in questo momento non voglio nient’altro che essere esattamente questo: la loro cosa, il loro giocattolo, il loro trofeo vivo che trema e si dissolve sotto il loro desiderio insaziabile.
Poi arriva lei, la donna con i capelli corti che stava in disparte, camicia nera aperta sul petto pallido, pantaloni attillati, sguardo affamato e crudele. Si inginocchia davanti a me, tra le mie cosce aperte, le mani grandi e forti che mi afferrano le anche con una presa possessiva, le dita che affondano nella carne morbida fino a lasciare segni bianchi che diventano rossi. Non chiede, non accarezza: reclama.
Le dita della sua mano destra, si posizionano all’ingresso della mia fica, premendo senza esitazione. Non c’è preliminare, non c’è delicatezza. Spinge dentro di colpo, brutale, profonda, le nocche che arrivano quasi subito contro le pareti interne. Sento l’intrusione improvvisa, la pressione che mi apre, mi allarga, mi riempie in modo violento. Il mio corpo si contrae d’istinto intorno alle sue dita, ma lei non rallenta: anzi, spinge ancora di più, ruotando il polso per far entrare anche l’anulare, ora tre dita che scavano dentro di me senza pietà.
“Così stretta… ma ti apro io, puttanella,” mormora con voce bassa, rauca, quasi un ringhio. Le sue dita si incurvano verso l’alto, cercando quel punto gonfio e sensibile dentro di me, e quando lo trovano cominciano a “scavare” davvero: movimenti rapidi, aggressivi, come se volesse raschiare via ogni mia resistenza. Le nocche premono forte contro le pareti anteriori, strofinando con forza il punto G in un ritmo incessante, brutale. Ogni spinta fa schizzare un po’ di umore caldo fuori, sento il suono bagnato, osceno, delle sue dita che entrano ed escono veloci, il mio sesso che si contrae spasmodicamente intorno a lei, incapace di decidere se stringere per resistere o aprirsi di più per implorare.
Con l’altra mano mi afferra la coscia destra, la solleva leggermente per inclinare ancora di più il mio bacino verso di lei, rendendo l’angolo più profondo, più invasivo. Le unghie corte graffiano la pelle interna della coscia mentre tiene la gamba ferma, impedendomi qualsiasi tentativo di chiudere o spostarmi. Il pollice della mano che scava dentro preme ora sul clitoride, non con carezze circolari, ma con pressione diretta, schiacciandolo contro l’osso pubico in un massaggio rude, quasi doloroso, che manda scariche elettriche su per la spina dorsale.
Ogni affondo è calcolato per farmi sentire violata, posseduta fino in fondo: le dita si aprono dentro di me, si allargano, poi si chiudono e tirano verso l’esterno come se volesse strapparmi via il piacere a forza. Sento il bruciore della dilatazione improvvisa, il piacere che si mescola al dolore sordo, il mio sesso che pulsa violentemente intorno alle sue nocche. Il mio corpo tradisce: i fianchi si inarcano verso di lei nonostante le legature, le cosce tremano incontrollate, un gemito soffocato e gutturale mi esce dal bavaglio ogni volta che colpisce quel punto profondo.
Lei ride piano, un suono basso e trionfante, mentre accelera il ritmo. “Senti come ti apro… come ti faccio mia con le dita. Non puoi scappare, non puoi nasconderti. Sono bagnata fino al polso, troietta.” Le sue dita non smettono: scavano, ruotano, premono, tirano, entrano ed escono con una brutalità ritmica che mi fa perdere il controllo del respiro. Il sudore mi cola lungo la schiena, il mascara mi brucia gli occhi, il cuore mi martella nelle orecchie.
Intorno a noi il pubblico osserva in silenzio rapito, qualche mormorio, qualche respiro pesante. Ma per me esiste solo lei: le sue dita che scavano dentro di me senza sosta, il suo sguardo che mi inchioda, la sua voce che mi marchia mentre continua a possedermi con violenza deliberata, crudele, insaziabile.
Tremo, mi sciolgo, legata, spalancata, scavata brutalmente da dentro, e so che non mi lascerà venire facilmente: vuole prolungare questa invasione, questo possesso totale, finché non sarò solo un corpo tremante, aperto, completamente suo…

Stemmy75@gmail.com
di
scritto il
2026-02-16
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