Alla mercè 2

di
genere
sadomaso

Sento le mani che mi toccano ovunque, non più solo per legarmi, ma per slegarmi. Il nastro adesivo alle caviglie viene tagliato con un rumore secco, le corde ai polsi sciolte con gesti rapidi e decisi. Per un attimo il mio corpo si rilassa, le spalle dolenti si abbassano, le cosce tremano per il sollievo improvviso della libertà… ma è un’illusione brevissima.
Non mi lasciano in piedi. Due donne mi afferrano per le braccia, una terza mi solleva per i fianchi, e mi portano, nuda, sudata, ancora con la gag che mi riempie la bocca, verso il centro della stanza. Lì c’è un attrezzo di legno scuro, una sorta di cavalletto o stock modificato: una panca bassa e stretta con un’asse verticale al centro, fori e cinghie pronte. Mi posizionano sopra con una coordinazione quasi coreografica, come se lo avessero fatto mille volte.
Mi sdraiano sulla schiena sulla panca stretta, la spina dorsale che segue la linea dura del legno. Le braccia vengono tirate sopra la testa, i polsi infilati in cinghie di cuoio imbottito fissate in alto sull’asse verticale, poi strette forte. Le gambe… oh, le gambe. Mi prendono per le caviglie e le tirano verso l’alto, divaricandole completamente, ginocchia piegate all’esterno, piedi puntati verso il soffitto. Le cosce sono spalancate al massimo, i muscoli interni tesi fino al limite del tremore. Cinghie larghe di cuoio nero avvolgono le caviglie e le fissano a barre orizzontali laterali, tenendole immobili in aria. Il mio bacino è sollevato, inclinato in avanti: la fica completamente esposta, aperta, offerta alla vista di tutte. Non c’è modo di chiudere le gambe, non c’è modo di coprirmi, non c’è modo di nascondere quanto sono bagnata, quanto il mio clitoride è gonfio e visibile, quanto le labbra interne brillano sotto le luci fioche.
Il bavaglio resta: saliva che cola lungo le guance, mascara che cola lungo le tempie. Il collare è ancora lì, il guinzaglio ora tenuto da una donna in piedi dietro di me, che ogni tanto tira piano per farmi inarcare di più la schiena, per esporre ancora meglio il mio sesso spalancato.
Intorno a me il cerchio si stringe. Donne ovunque: alcune in piedi, altre accovacciate vicino alla panca, altre che si inginocchiano proprio tra le mie gambe divaricate. I loro occhi sono affamati, predatori, trionfanti. Sento il loro desiderio come un’onda di calore che mi investe.
Una si china tra le mie cosce aperte, il viso a pochi centimetri dal mio sesso esposto. Inspira profondamente, rumorosamente, e sorride con cattiveria. “Guarda come è aperta per noi… guarda quanto è bagnata solo a essere guardata.” Le sue dita sfiorano l’interno delle cosce, vicinissime ma senza toccare ancora il centro, solo per farmi tremare. Un’altra donna, quella con i capelli corti di prima, si posiziona di fianco e mi afferra i seni, stringendoli forte, pizzicando i capezzoli fino a farmi mugolare nel bavaglio. “Questi sono nostri,” dice, “e questo…” – la sua mano libera scende, due dita che entrano di colpo nella fica spalancata, profonde, senza preavviso – “…questa lo usiamo come vogliamo.”
Non c’è più delicatezza. Le dita scavano, ruotano, premono sul punto G con violenza ritmica. Un’altra mano, non so di chi, mi accarezza il clitoride con il pollice, cerchi rapidi e insistenti. Una terza donna si china e mi lecca il capezzolo sinistro, mordicchiandolo, mentre con la mano libera tira il guinzaglio per costringermi a inarcarmi ancora di più verso le loro bocche e dita.
Sento commenti sussurrati, risate basse, respiri affannosi. “È già vicina… senti come si contrae.” “Non farla venire ancora, voglio vederla implorare.” “Apriamola di più, voglio vedere dentro.” Dita si aggiungono, ora tre, forse quattro che mi dilatano, che entrano ed escono con suoni bagnati e osceni. Il mio corpo tradisce tutto: i fianchi che spingono verso l’alto nonostante le cinghie, le cosce che tremano violentemente, il sesso che pulsa e si contrae intorno alle loro mani invasive.
Il pubblico è silenzioso ma presente: sguardi che bruciano sulla mia pelle nuda, sul mio sesso spalancato e usato, sul mio viso arrossato e bagnato di lacrime e saliva. Ogni tanto una nuova mano si aggiunge, una che mi pizzica l’interno coscia, una che mi schiaffeggia leggermente il monte di Venere, una che mi infila un dito nel culo mentre le altre continuano a scavare davanti.
Sono completamente alla loro mercé: gambe divaricate in aria, sesso esposto e invaso, corpo offerto come un altare. Il piacere sale a ondate violente, mescolato al bruciore dei muscoli tesi, alla vergogna di essere così aperta, così guardata, così usata. Il cuore mi martella nelle orecchie, il respiro esce a rantoli dal naso, e so che non mi lasceranno venire finché non avranno deciso loro, finché non avranno preso ogni goccia di controllo, ogni gemito soffocato, ogni tremore del mio corpo spalancato e impotente.
Sono loro. Solo loro. E io… io sono solo questo: gambe divaricate, fica esposta, da possedere fino all’ultima stilla.
Sento il mio corpo teso come una corda sul punto di spezzarsi, le gambe spalancate in aria, il sesso esposto e gonfio che pulsa al ritmo del mio cuore martellante. Il bavaglio mi ruba il respiro, ma non i gemiti soffocati che escono a ondate dal naso. Le donne intorno a me non hanno fretta: sanno che sto per cedere, e lo vogliono assaporare lentamente.
Una di loro, capelli lunghi e neri, trucco pesante sugli occhi, si inginocchia tra le mie cosce divaricate, il viso vicinissimo al mio sesso aperto. Inspira il mio odore, un respiro profondo e deliberato, poi sorride con malizia. “Senti quanto profumi di desiderio… ora ti assaggio come meriti.” La sua lingua esce lenta, piatta, e inizia a leccarmi con movimenti morbidi, languidi, proprio come una gatta che pulisce il suo pelo. Lunghe passate fra le labbra fino al clitoride, senza fretta, senza pressione eccessiva: solo la punta umida che scivola sulla pelle sensibile, raccogliendo il mio sapore, facendomi tremare a ogni contatto. È una tortura dolcissima, la lingua che gira intorno al clitoride senza toccarlo direttamente, poi lo sfiora appena, lo lambisce con tocchi leggeri come piume, tornando indietro per leccare le labbra interne, entrando appena nell’apertura e uscendo subito. Ogni leccata è un brivido elettrico che sale dalla punta dei piedi fino alla nuca. Il mio bacino si inarca involontariamente contro le cinghie, cercando di più, ma lei rallenta ancora, prolungando l’agonia. “Brava gattina… mugola per me,” sussurra tra una leccata e l’altra, il suo respiro caldo che mi fa contrarre.
Il piacere si accumula lento ma inesorabile, un’onda che cresce senza mai rompere. Le mie cosce tremano violentemente, i muscoli tesi al limite, il clitoride che pulsa sotto la sua lingua insistente. Poi, quando sono ormai al confine, lei cambia: la lingua si fa più rapida, più precisa, concentrata solo sul clitoride, cerchi stretti, veloci, succhi leggeri che mi fanno vedere stelle. Il mio corpo si tende tutto, un arco rigido contro il legno, e vengo.
Il primo orgasmo è devastante, mai provato prima così profondo e violento. È come se tutto il mio essere si concentrasse in quel punto tra le gambe e poi esplodesse verso l’esterno. I muscoli interni si contraggono in spasmi fortissimi, ritmici, potenti, stringendo intorno al nulla mentre il piacere mi travolge a ondate successive. Urlo nel bavaglio, un suono gutturale e spezzato, il corpo che si scuote con violenza. La panca di legno scricchiola sotto di me, l’intera struttura trema e cigola mentre i miei fianchi spingono verso l’alto, le gambe che tirano inutilmente contro le cinghie, le braccia che si tendono nelle restrizioni. Le lacrime mi colano dagli occhi, il mascara si scioglie completamente, il sudore mi bagna la schiena e il collo. È un orgasmo che dura, si prolunga, mi lascia tremante e senza fiato, ma non è finito.
Non mi danno tregua. Mentre ancora tremo per gli ultimi spasmi, un’altra donna, quella con i capelli corti e lo sguardo crudele, prende il posto. In mano ha un vibratore nero, lungo e spesso, con la punta leggermente curva. Lo accende al livello medio, il ronzio basso che riempie la stanza. “Ora vediamo quanto resisti al secondo round,” dice con un sorriso predatorio.
Inserisce il vibratore lentamente ma senza pietà, spingendolo fino in fondo in un unico movimento fluido. Sento la dilatazione, la pressione contro le pareti interne ancora ipersensibili dal primo orgasmo. Poi lo accende al massimo. Il ronzio diventa un rombo dentro di me, la vibrazione che colpisce direttamente il punto G e il clitoride contemporaneamente. Contemporaneamente, la prima donna torna a leccarmi: la sua lingua ora sul clitoride, succhiando forte mentre il vibratore scava dentro.
Il secondo orgasmo arriva quasi subito, ma è ancora più brutale del primo. È come se il mio corpo venisse squarciato dal piacere: contrazioni violente, profonde, che partono dal basso ventre e si propagano ovunque. Urlo più forte che posso nel bavaglio, il suono attutito ma disperato. Il mio bacino sobbalza, la panca intera si muove sotto di me, cigolii secchi del legno, scricchiolii delle cinghie tese al limite, il metallo che stride contro il pavimento mentre la struttura oscilla per la forza dei miei spasmi. Le gambe tirano così forte contro le barre che sento i muscoli urlare, ma non importa: il piacere è totale, accecante, mi fa perdere il contatto con la realtà. Ondate su ondate, il clitoride che pulsa sotto la lingua, il punto G massaggiato senza sosta dal vibratore, il corpo che si contrae e si rilascia in ritmi selvaggi. Sento umori caldi schizzare fuori, bagnare le cosce, la panca, le mani di chi mi tiene.
Quando finalmente rallenta, sono un relitto: tremante, sudata, il respiro a rantoli dal naso, lacrime e saliva che mi coprono il viso, il sesso gonfio e ipersensibile che ancora pulsa debolmente. La struttura smette di tremare solo quando io smetto di tremare. Le donne intorno ridono piano, soddisfatte, le mani che mi accarezzano ora con una tenerezza crudele, come a dire: “Brava… ma non abbiamo finito.”
Sono loro. Completamente, irrimediabilmente loro. E il mio corpo, devastato da due orgasmi mai provati prima, lo sa.

stemmy75@gmail.com
di
scritto il
2026-02-16
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