Dall'estetista

di
genere
esibizionismo

Entrai al centro massaggi come sempre, una volta al mese. Lei era sempre la stessa. Mi sistemai sulla panchina mentre cercavo una scusa: a casa mi ero dimenticato le mutande.

Sentii bussare. «Sei pronto? Posso entrare?» chiese una voce oltre la porta.

«No, scusa — risposi — non sono ancora pronto.»

«Passo fra un minuto», insistette lei. Mi mancavano parole; non potevo certo presentarmi così. Un altro colpo lieve alla porta: «Posso?»

«No, ho un problema», balbettai.

Lea entrò comunque, con un sorriso curioso. Mi vide con i pantaloni della tuta abbassati appena, la stoffa aperta a mostrare la cosa più imbarazzante: ero senza mutande. Rise, sincera, non cattiva. «Non mi dire che ti sei dimenticato le mutande!»

Non sapevo cosa rispondere. «Non l’ho fatto apposta», cercai di spiegare. «Ti rispetto nel tuo ruolo, non mi sarei mai permesso…»

«Dai — disse lei, alzando le mani come per scacciare il problema — non ti preoccupare, togliti pure i pantaloni.»

Il suo tono non era giudicante, era pratico. Mi tolsi i pantaloni e restai seduto sulla panca, a gambe larghe, col gluteo scoperto. Respirai lentamente per smorzare l’imbarazzo. Lei sistemò l’olio, lo scaldò tra le mani: l’odore caldo dell’olio e la luce soffusa del locale mi aiutarono a rilassarmi.

Cominciò il solito massaggio, le sue mani scivolavano lungo la schiena, lente e decise. «Ti piace che sia nudo per il massaggio?» le dissi, la voce un po’ più leggera.

Lei sorrise e continuò. «Puoi girarti.»

Quando mi voltai la vidi guardare, con naturalezza, poi fece una smorfia divertita. «Perché è moscio?» chiese.

La volta precedente il suo tocco mi aveva eccitato fino all’erezione; allora avevamo finto di non aver visto. Stavolta provai a distrarmi, fingendo di pensare a qualcosa di noioso, ma era difficile. Le sue mani erano attente, il contatto caldo, i movimenti misurati. In pochi secondi lo scettro si raddrizzò, sobrio ma presente.

«Vedi? È meglio così», disse lei, con voce pacata. «Perché dovrei offendermi per un bel pisello che fa il suo dovere?»

Continuò il massaggio con le stesse mosse, ma ora c’era una nuova complicità nell’aria: uno sguardo in più, una pressione più decisa. «Ti piace davvero?» chiese, quasi timidamente.

«Sì», risposi, sincero. «Mi piace. È… come piace a me.»

Mi presi coraggio. «Ti posso vedere nuda?» le domandai.

Lea ci pensò un istante, poi si tolse i vestiti con movimenti lenti: prima le scarpe, poi le calze, poi il resto. Restò nuda davanti a me, e la luce delineò i contorni del suo corpo. Era ancora più bella così, semplice e reale.

La sua risposta al mio invito a cena fu una risata breve e un gesto improvviso: saltò verso di me, non con violenza ma con decisione. «Prima fammi vedere se il tuo uccello è compatibile con la mia figa», mi disse, la voce roca e giocosa. «Poi decidiamo sull’appuntamento e sul matrimonio.»

Rimase ancora un attimo sospesa, gli occhi che cercavano i miei, mentre l’aria del locale sembrava farsi più densa. Io risposi con un sorriso e la lasciai fare: era chiaro che entrambi volevamo la stessa cosa, e che la decisione si sarebbe risolta lì, in quel tocco che seguì senza fretta.
scritto il
2026-02-16
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