Dolore e piacere

di
genere
dominazione

Rossella, dolore e piacere. Il potere del desiderio e i suoi lati oscuri

La mattina seguente, anche se mentre lo facevo sentivo di fare la cosa sbagliata, raccontai tutto a Fabio. Lui mi ascoltò con grande attenzione ed interesse. Quando il mio racconto terminò. Lui rimase in silenzio per un pò. Sembrava stesse ragionandoci su ed infine mi disse “Bene, lo abbiamo in pugna. Sei stata davvero brava”.
Io sorrisi ma in cuor mio pensavo che in fin dei conti quello che avevo fatto mi era piaciuto e che se fossi stata brava e scaltra, forse, lo avrei potuto utilizzare per il mio ed unico tornaconto personale.
Fabio mi preannunciò che stava per ricevere un rapporto completo sul famoso avvocato amante di Gisella, tale Leonardo Odescalchi. Mi accennò solo che aveva un grosso studio qui a Milano che sembrava non avere tanti clienti che potessero giustificare ne il suo studio né, tanto meno, il suo tenore di vita. L’unica cosa che era, per ora, riuscito a sapere che era il rampollo di una famosa famiglia romana, ancora assolutamente potente dal punto di vista economico ma scarsamente coinvolta in intrallazzi politici o massonici. Un cane sciolto della vecchia aristocrazia papalina che preferiva, forse, godersi la vita a dispetto degli intrallazzi di palazzo.
Lo avevo ascoltato con interesse. Mi concedai da lui dandogli un morsetto sull’orecchio per ricevere il solito schiaffo sul culo e gli dissi “Appena hai informazioni più precise mettimi subito a conoscenza”. Fabio rispose con un “Certo!”, sorridendo e salutandomi.
Mi rinchiusi nel mio ufficio avvisando Sabrina di non passarmi nessuna telefonata con l’esclusione del dott. Somarchi. Sabrina, con un sorrisetto che gelai con lo sguardo, annui e chiuse la porta. Dopo una buona mezz’ora la riapri indicandomi il telefono con un cenno della testa per poi richiudere subito la porta. Risposi al telefono.
“Pronto, … Pierluigi sei tu?”
“Si tesoro, rispose lui dopo un breve silenzio”.
“Come stai? Ti sei ripreso?” e accennai una risatina.
“Rossella, sei stata magnifica. Non riesco a pensare ad altro. Ho passato la notte a rivivere la scena con te, e anche stamattina non mi sono ancora ripreso del tutto.”
La sua voce, roca e appena incrinata di desiderio trattenuto, mi fece sorridere. “Allora ti ho lasciato un bel ricordo?”
“Altro che. Se vuoi la verità, sono ancora sconvolto da come hai preso in mano la situazione. Se fossi in te, sarei orgogliosa di me stessa.”
“Ah sì? Pensi che potrei farne una professione?” Scherzai, anche se in fondo, dentro di me, qualcosa sussultava all’idea di essere davvero così brava da lasciare uno squalo come lui senza parole.
“Rossella ho deciso che sarai il mio giocattolo per un pò? che ne dici?”.
“Mi sembra una proposta interessante”, risposi. “Ma sappi che non sono certo una facile da gestire. Ho le mie regole.” Dall’altro capo sentii il suo respiro mutare, come se la mia risposta lo eccitasse ancora di più. “Ne sono sicuro, infatti è proprio questo il bello.” “E come pensi di tenermi sotto controllo, se posso chiedere?” Chiesi mentre giocherellavo con il filo del telefono, guardando la mia immagine riflessa nel vetro. “Voglio che ti lasci andare. Niente freni, niente barriere. Per una volta, non devi comandare tu, Rossella. Sei pronta?” Una scossa corse lungo la mia schiena. Non ero abituata a sentirmi dire cosa fare, ancora meno a lasciarmi andare. Forse era proprio quel desiderio di vedere dove potevo arrivare che mi eccitava tanto.
“Forse sono pronta,” dissi. “Dipende da te.” Ci fu una pausa.
“Domani mattina alle nove. Sarò davanti al tuo ufficio. Vestiti elegante, come piace a te. E non portare niente, tranne te stessa.”
Ero eccitata e spaventata allo stesso tempo ma diedi conferma. “Ti aspettò domani alle nove”.
Non dissi niente a Guido quella volta, del resto non credevo che si sarebbe fatto tardi e con molta probabilità sarei riuscita a tornare a casa alla solita ora.
Lo aspettai la mattina seguente senza neanche entrare in banca. Arrivò puntuale accompagnato dall’autista che mi fece entrare aprendomi lo sportello. Salutai Pierpaolo con un bacino sulla guancia al quale lui rispose con un accenno di sorriso. Poi, rivolgendosi all’autista disse: “Pasquale andiamo dove sai”.
Io lo guardai interrogativamente ma ottenni soltanto un “Vedrai”.
Arrivammo in via della Moscova pochi minuti dopo. Pasquale imbocco il portone d’ingresso di un palazzo di inizio ottocento. Un cortile pieno di piante all’interno e un colonnato che girava per tutto il perimetro. Pasquale, si fermò, un uno dei posti segnalati in terra, spense il motore e scese per farci uscire aprendoci le porte della Mercedes scura. "Pierluigi disse solo “Seguimi”. Lo seguii entrando nel portone interno principale. Un’ascensore all’interno delle scale era fermo al piano terreno. Era tutto in legno, di quelli che devi aprirti le porte e richiuderle da te. Premette il pulsante del 4° piano e la macchina, emettendo un rumore sordo di ingranaggi cominciò a salire. L’ultimo piano aveva una sola porta d’ingresso. No c’era serratura. Pierpaolo digitò un codice sulla pulsantiera a sinistra e la porta si aprì con uno scatto. L’ingresso era arredato con mobili d’epoca. Tendaggi pesanti alle finestre e piante dappertutto. “Questo è il mio piccolo rifugio”.
“Bellissimo” dissi io.
“Ora vieni voglio farti vedere la mia stanza preferita”
Lo seguii imboccando il corridoio di sinistra. In fondo c’era una sola porta in legno scuro a doppia anta. “Questa che stai per vedere e la mia stanza dei giochi”. Afferrò le maniglie e spinse le ante all’interno.
Il colpo d’occhio mi lasciò senza fiato. Tutto era rosso: le pareti, il soffitto rivestito in velluto, il pavimento di un rosso scuro che sembrava quasi bagnato. C’era odore di cuoio, e una musica classica, sussurrata, vibrava nell’aria. Al centro della stanza troneggiava una croce di Sant’Andrea, lucida di vernice e consumata in alcuni punti. Ai lati, due poltrone larghe, imbottite, dalle quali avevo l’impressione che si potesse assistere a uno spettacolo. Il resto della stanza era un catalogo ordinato di desideri proibiti: pareti tappezzate di fruste, manette, bende per occhi, piume e set di corde disposte in ventagli colorati. C’erano oggetti che riconoscevo e altri che mi risultavano misteriosi, persino inquietanti.
Pierpaolo si era avvicinato a una vetrina illuminata da una luce calda. Mi fece cenno. Osservai i collari, alcuni sottili e minimali, altri spessi, costellati di borchie.
“Pierpaolo cosa vuoi farmi?”, dissi un pò intimorita.
“Farti godere tesoro”
Mi sentii tremare le ginocchia, anche se la voce mi uscì ferma: “Non sono mai stata in un posto così.” “Immaginavo,” disse lui. Mi stava dietro, mi sentii sfiorare la nuca con la sua mano, leggera come la carezza di un maestro che mostra la strada a un’allieva nuova. “Vorrei che fosse indimenticabile, Rossella. Sei pronta?” Fissavo la stanza rossa. Avrei potuto dire di no, avrei potuto fermare tutto. Invece annuii, schiudendo appena le labbra. Lui sapeva già come sarebbe andata. Mi fece accomodare su una delle poltrone larghe. Era morbidissima, e mi sprofondai dentro. Mi guardava come si guarda una tavola imbandita, misurando ogni piatto. Poi passò dietro di me, ed ebbi la sensazione precisa della sua presenza, un odore acceso e caldo, qualcosa a metà tra il legno e la pelle. “Ti fidi di me?” mi chiese, sussurrando quasi sotto la musica. “Si…” dissi.
Pierpaolo mi sorrise, e vidi nei suoi occhi quell’ombra di comando che avevo solo sentito raccontare. “Alzati e vieni qui,” disse, indicando il tappeto che si stendeva tra la poltrona e la croce. Mi sollevai in piedi. Il velluto del pavimento era morbido sotto le scarpe, ogni passo sembrava affondare un po’ di più nella promessa del proibito. Avanzai senza parlare. Lui mi prese la mano con dolcezza, passandola tra le sue dita come se cercasse di misurarmi da subito, di capire dove si interrompeva la mia volontà e cominciava la sua. Mi guidò davanti allo specchio appeso alla parete, una cornice dorata pesante e sporgente. Mi teneva dietro, sentivo il suo respiro sulle spalle mentre si chinava piano al mio orecchio.
“Guardati,” sussurrò. Mi osservai: i capelli leggermente in disordine. Ma i miei occhi erano già diversi:luci più grandi, brillavano in un modo che mi spaventava e mi eccitava insieme. Avevo le labbra leggermente schiuse e il respiro non era più mio: era già nelle sue mani. "Voglio che ti ricordi di questo momento," disse, sfiorandomi la clavicola con le dita. "Tra poco non sarai più la stessa, Rossella." Inspirai piano, sentendo la pelle accendersi ovunque mi toccasse. Mi spogliò davanti allo specchio lasciandomi in dosso solo le mie scarpe. Mi allacciò un nastro scuro al collo, un collare di morbida pelle. Ogni gesto era lento, come se volesse insegnarmi una danza sconosciuta. Poi prese una benda di seta e me la passò tra le mani.
"Te la metto io, o la metti tu?" Sussurrò, vicinissimo. Avevo la voce rauca, rispettosa, come se già stessi entrando in una parte.
"Mettila tu," dissi, e chiusi gli occhi mentre sentivo la seta scivolare sulle ciglia. Calò il buio, ma in quell’oscurità il mio corpo diventò come una spugna, ogni singola molecola si risvegliò, vibrante e pronta. Mi sorprese quanto fossi impaziente, quasi riconoscente di potermi affidare totalmente. Pierpaolo mi fece voltare delicatamente. Mi condusse, nuda e bendata, verso la croce. Il velluto mi abbracciava i piedi, trasformando ogni passo in una carezza. Sentii la croce gelida sulla schiena, il legno liscio eppure ruvido nei punti dove la vernice era consumata. Mi sollevò le braccia con un gesto sicuro, fissandole ai bracci della croce con morbide manette imbottite. Le gambe le divaricò quanto bastava per farmi sentire esposta e, insieme, protetta dalla sua presenza. Avevo il cuore che batteva forte. Avrei voluto parlare, ma ogni parola sembrava inadeguata. Lo sentii camminare intorno a me, muoversi in silenzio come un direttore d’orchestra che accorda i suoi strumenti. Una carezza lenta dalla nuca al fondoschiena. Un colpo leggero, come uno schiocco di dita, sulla coscia destra. “Ti piace questo?” sussurrò Pierpaolo, e le dita mi arrivarono alle anche, responsabilmente, come se mi carezzasse un segreto da proteggere. Fu questione di secondi prima che anche il confine della vergogna si squarciasse. Mi abbandonai. Sentii la lingua sulla nuca, poi sulle scapole, e una mano che modulava i miei respiri, guidandoli a suo piacere. Non mi ero mai sentita così tanto viva, eppure così docile. Ogni colpo della frusta era un morso di calore che si spalmava dolcissimo sul resto del mio corpo, lasciandomi assetata del successivo. Era come essere suonato: a ogni fioritura della pelle corrispondeva un suono, una nota, una vocale che mi scappava dal petto, dapprima flebile e poi, quando capii che non me ne sarei mai vergognata, sempre più forte. Quando sentii che la stanza girava, non era la testa – era il corpo che, privato dell’uso degli occhi, aveva trovato la rotta nella musica, nei ricordi di quello che avevo visto, nei respiri che si sovrapponevano e nelle mani che non si stancavano mai di esplorare la mia pelle. In quel momento non c’era niente che potesse esistere al di fuori di me e di Lui. Le labbra sulle mie spalle, e poi in basso, come se volesse imprimere il suo nome su ogni centimetro della mia pelle, mi fecero perdere il senso del tempo.
Non so quanto durò. Solo che fui attraversata da ondate di piacere e di paura, un alternarsi di vergogna e desiderio, tutto amplificato dall’assenza della vista. L’odore di cuoio e polvere, le cinghie che stringevano ma non facevano male. Le dita sulle mie costole, sulla pancia, ed infine, quando non credevo di poter reggere oltre, sentii la bocca di Pierpaolo in mezzo alle mie gambe. Allora gemetti davvero, un suono profondo, arreso, mi ritrovai a battere la testa contro la croce. Sentivo le mie natiche bruciare e le sue mani che accarezzavano i segni lasciati dalla sua frusta. Infilò di nuovo una mano tra le mie cosce aperte. Scivolavano nell’umido del mio sesso eccitato. Gemevo come una cagna in calore. Prese uno sgabello, e lo sentii dietro di me più alto. Mi allargo le natiche e accostò il suo membro duro tra di loro. Inarcai più che potevo la schiena per offrigli il mio culo. Lo sentii entrare nelle mie viscere e spingere. Comincia ad urlare come un’ossessa contro ogni pudore. Lui godeva della mia sottomissione. Mi possedeva con ritmi alterni, a volte lenti e insistenti, altre brutali, pungenti. Sentivo il mio corpo aprirsi e richiudersi intorno a lui, il piacere che mi mordeva come piccoli aghi sotto la pelle. Ogni dolore era una promessa di piacere più grande subito dietro, come onde che arrivano a riva sempre più forti. Ad ogni spinta urlavo il suo nome, sentivo il mio volto bagnarsi di lacrime mentre ridevo e gemevo insieme. Gli piaceva sentirmi gridare, lo sentivo aumentare la forza ad ogni mia implorazione. Mi tirava indietro i capelli, il nastro del collare si tendeva, mi sembrava di non avere un solo centimetro di libertà e forse era proprio questo che mi eccitava di più. Finii per spargere umori lungo le gambe, non ricordo se venni una o più volte ma persi completamente la dignità. Lo pregai di lasciarmi in quella posizione, prona alla sua croce, e lui mi prese di nuovo, incastrandomi le anche con le sue mani fortissime. “Rossella sei mia. La mia troia e puttana”. Venne gridando il mio nome infiggendo le dita nella mia carne. Oddio, fu la scopata più bella della mia vita. Ero davvero diventata la più puttana di Milano.
scritto il
2026-02-09
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