L'archeologa
di
servantes
genere
tradimenti
Il telefono squilla quando la casa è ancora piena di buoni odori: un bicchiere sul tavolo, la padella nel lavabo, la lampada accesa con una luce più morbida del necessario.
Lei guarda lo schermo e non fa nessuna faccia.
“È lui,” dice soltanto.
Non c’è irritazione, non c’è ansia. Solo un dato.
Si alza e si allontana di qualche passo, verso il corridoio, scegliendo istintivamente un punto in cui la voce rimbalza meno. Tu resti dov’eri, come se ti avessero interrotto a metà.
Lei risponde.
“Ciao amore… sì, tutto bene.”
La frase esce perfetta. Tono giusto, ritmo giusto. Né troppo dolce né troppo fredda. Sembra una persona che non sta facendo niente di particolare, come se non fosse in casa di un altro uomo, con una cena ancora nell’aria.
Tu la fissi.
Lei parla, annuisce, fa quei suoni brevi al momento giusto: “mh”, “certo”, “sì sì”. Sembra quasi distratta, e invece è precisissima. Ogni parola è una tessera messa al suo posto. Nessuna esitazione, nessuna crepa.
E in te qualcosa si muove.
Vederla in quella doppia vita, senza sforzo apparente. Una parte di te si sente sconcertata, l’altra…
Il suo controllo ti eccita.
Ti avvicini senza pensarci troppo, attratto da quella calma come da una fiamma.
Lei ti vede arrivare con la coda dell’occhio e, senza interrompere la frase, alza l’indice verso di te.
Un gesto netto: silenzio.
Non ti guarda nemmeno mentre lo fa. Ti mette al tuo posto con un movimento minimo, e continua a parlare.
“Sì, sono arrivata da un’oretta… no, non sono stanca…anzi…”
Tu ti fermi a mezzo metro, come se quel “no” fosse rivolto anche a te.
Lei ride, una risatina breve, credibile.
“Ma va… non devi preoccuparti.”
E tu, in quell’istante, senti chiaramente la tua reazione: la pelle che si tende, l’attenzione che si concentra. Ti sorprende quanto ti colpisca non ciò che dice, ma come lo dice. La sicurezza con cui tiene insieme tutto.
Le sfiori il fianco, leggero, quasi per vedere se si incrina.
Lei non si sposta. Non cambia tono. Non cambia ritmo.
“Te l’ho detto, è tutto ok. Sì…domani appena sveglia andrò nella zona archeologica. Non vedo l’ora.”
Tu fai scorrere la mano un po’ più su, solo un palmo che si appoggia sul suo seno spingendola verso di te e con l’altra le stringi le natiche. Lei non si irrigidisce. Non ti respinge. Ti lascia lì come se fossi un rumore di fondo che lei può decidere di ignorare.
E questo, più di tutto, ti accende.
Perché ti rendi conto che tu non ci riusciresti mai così: a mentire con quella naturalezza, a restare perfettamente controllato mentre qualcuno ti tocca, mentre l’aria è carica, mentre stai facendo finta che sia una telefonata qualunque.
Lei conclude con la stessa calma:
“Va bene. Farò un sacco di foto e te le mando. Si...Buona serata. Ciao amore. Un bacio”
Chiude.
Solo allora si volta verso di te. E lo sguardo non è colpevole. Non è neanche affettuoso. È pulito, fermo. Quasi ironico.
“Sei impazzito?” dice piano.
Tu non rispondi subito. Ti accorgi che stai ancora tenendo le mani su di lei.
“Non ti sei mossa di un millimetro,” dici. La voce ti esce più bassa del previsto.
Lei alza una spalla. “Dovevo rispondere.”
“Come se niente fosse.”
“È una telefonata,” taglia corto lei.
“Sei una svergognata.”
Lei resta immobile un istante. Gli occhi si stringono appena.
“Ah sì?” fa, con un tono calmo, quasi interessato. “E perché?”
Lei inclina la testa. Un sorriso minuscolo le taglia la bocca.
“Ti dà fastidio?” chiede.
“No.” La risposta ti esce secca. “Mi eccita.”
Lei non si muove. Non arrossisce. Non abbassa gli occhi.
“Quindi, mi chiami così perché ti piace.”
Mentre lo dice ti mette una mano tra le gambe e stringendo sussurra “Davvero sei eccitato!”.
Tu non rispondi, le fermi la mano e la spingi in giù per farla inginocchiare.
“Sei una svergognata,” ripeti, più piano.
Mentre lei si abbassa ti accarezza con la guancia fino a baciarti il sesso attraverso i pantaloni. Guardandoti negli occhi: “E tu cosa sei?”.
Mentre ti guarda con quel suo sorriso malizioso, slaccia la cinta e ti abbassa i pantaloni. Poi con delicatezza tira giù le mutande ed il tuo sesso esplode finalmente libero. Lo afferra con una mano e lo stringe tra le labbra.
Si ferma solo per dirti: “Si sono una svergognata…”
Lei guarda lo schermo e non fa nessuna faccia.
“È lui,” dice soltanto.
Non c’è irritazione, non c’è ansia. Solo un dato.
Si alza e si allontana di qualche passo, verso il corridoio, scegliendo istintivamente un punto in cui la voce rimbalza meno. Tu resti dov’eri, come se ti avessero interrotto a metà.
Lei risponde.
“Ciao amore… sì, tutto bene.”
La frase esce perfetta. Tono giusto, ritmo giusto. Né troppo dolce né troppo fredda. Sembra una persona che non sta facendo niente di particolare, come se non fosse in casa di un altro uomo, con una cena ancora nell’aria.
Tu la fissi.
Lei parla, annuisce, fa quei suoni brevi al momento giusto: “mh”, “certo”, “sì sì”. Sembra quasi distratta, e invece è precisissima. Ogni parola è una tessera messa al suo posto. Nessuna esitazione, nessuna crepa.
E in te qualcosa si muove.
Vederla in quella doppia vita, senza sforzo apparente. Una parte di te si sente sconcertata, l’altra…
Il suo controllo ti eccita.
Ti avvicini senza pensarci troppo, attratto da quella calma come da una fiamma.
Lei ti vede arrivare con la coda dell’occhio e, senza interrompere la frase, alza l’indice verso di te.
Un gesto netto: silenzio.
Non ti guarda nemmeno mentre lo fa. Ti mette al tuo posto con un movimento minimo, e continua a parlare.
“Sì, sono arrivata da un’oretta… no, non sono stanca…anzi…”
Tu ti fermi a mezzo metro, come se quel “no” fosse rivolto anche a te.
Lei ride, una risatina breve, credibile.
“Ma va… non devi preoccuparti.”
E tu, in quell’istante, senti chiaramente la tua reazione: la pelle che si tende, l’attenzione che si concentra. Ti sorprende quanto ti colpisca non ciò che dice, ma come lo dice. La sicurezza con cui tiene insieme tutto.
Le sfiori il fianco, leggero, quasi per vedere se si incrina.
Lei non si sposta. Non cambia tono. Non cambia ritmo.
“Te l’ho detto, è tutto ok. Sì…domani appena sveglia andrò nella zona archeologica. Non vedo l’ora.”
Tu fai scorrere la mano un po’ più su, solo un palmo che si appoggia sul suo seno spingendola verso di te e con l’altra le stringi le natiche. Lei non si irrigidisce. Non ti respinge. Ti lascia lì come se fossi un rumore di fondo che lei può decidere di ignorare.
E questo, più di tutto, ti accende.
Perché ti rendi conto che tu non ci riusciresti mai così: a mentire con quella naturalezza, a restare perfettamente controllato mentre qualcuno ti tocca, mentre l’aria è carica, mentre stai facendo finta che sia una telefonata qualunque.
Lei conclude con la stessa calma:
“Va bene. Farò un sacco di foto e te le mando. Si...Buona serata. Ciao amore. Un bacio”
Chiude.
Solo allora si volta verso di te. E lo sguardo non è colpevole. Non è neanche affettuoso. È pulito, fermo. Quasi ironico.
“Sei impazzito?” dice piano.
Tu non rispondi subito. Ti accorgi che stai ancora tenendo le mani su di lei.
“Non ti sei mossa di un millimetro,” dici. La voce ti esce più bassa del previsto.
Lei alza una spalla. “Dovevo rispondere.”
“Come se niente fosse.”
“È una telefonata,” taglia corto lei.
“Sei una svergognata.”
Lei resta immobile un istante. Gli occhi si stringono appena.
“Ah sì?” fa, con un tono calmo, quasi interessato. “E perché?”
Lei inclina la testa. Un sorriso minuscolo le taglia la bocca.
“Ti dà fastidio?” chiede.
“No.” La risposta ti esce secca. “Mi eccita.”
Lei non si muove. Non arrossisce. Non abbassa gli occhi.
“Quindi, mi chiami così perché ti piace.”
Mentre lo dice ti mette una mano tra le gambe e stringendo sussurra “Davvero sei eccitato!”.
Tu non rispondi, le fermi la mano e la spingi in giù per farla inginocchiare.
“Sei una svergognata,” ripeti, più piano.
Mentre lei si abbassa ti accarezza con la guancia fino a baciarti il sesso attraverso i pantaloni. Guardandoti negli occhi: “E tu cosa sei?”.
Mentre ti guarda con quel suo sorriso malizioso, slaccia la cinta e ti abbassa i pantaloni. Poi con delicatezza tira giù le mutande ed il tuo sesso esplode finalmente libero. Lo afferra con una mano e lo stringe tra le labbra.
Si ferma solo per dirti: “Si sono una svergognata…”
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