Non ho più remore

di
genere
tradimenti

Quel martedì fu una vera svolta. Tornai a casa. Guido dormiva, ignaro. Decisi di non farmi la doccia — volevo conservare l'odore di Alessandro, curiosa di vedere se mio marito l'avrebbe notato.

Sulla mia guancia sentivo ancora tirarmi la pelle dal seme asciutto di Alessandro. Me la accarezzai e mi addormentai subito.

Il mattino seguente fu uguale agli altri.

Guido non sospettò niente e si limitò soltanto a chiedermi se fossi riuscita a finire il lavoro. Gli risposi che era andato tutto benissimo, che era stata una cosa nuova e che portarla a termine mi aveva dato molta soddisfazione ed era la verità.

Come ogni giorno presi il caffè e mi incantai a guardare il cucchiaino che creava il vortice nella tazzina. Ma il mio pensiero andava al vortice della sera prima. Alle mie gambe aperte, al tremore delle mie cosce e al cazzo di Alessandro che mi aveva violata senza tregua.

Feci la doccia e mi vestii.

Lo specchio proiettava l’immagine di una donna diversa. Mi guardavo, mi piacevo. Infilando le mutandine guardavo il mio corpo. Mi sentivo, finalmente, un pò puttana e la cosa mi metteva allegria.



Ero curiosa di incontrare Alessandro all’ingresso ma quel giorno non c’era. Pensai che probabilmente avendo fatto tardi si era preso un giorno di riposo. Poco male pensai lo vedrò domani. Corridoio, ascensore e il mio ufficio. Accesi il computer e guardando fuori dalla finestra abbozzai un sorriso.

Assorta com’ero trasalii un pò sentendo il telefono squillare.

“Dottoressa sono il direttore, mi raggiunge in ufficio appena può"?”

“Certo Direttore vengo subito”.

Attraversai il corridoio fino all’ascensore e mi lasciai portare fino al quarto piano.

Ero curios, ero allegra e senza un minimo di ansia. Pensai che probabilmente voleva solo essere messo al corrente del lavoro fatto la sera prima. Questo pensiero, ovviamente, mi fece sorridere.

Davanti alla sua porta. Bussai e aspettai il suo ‘Avanti’.

Entrai con un sorriso e il mio solito “Buongiorno direttore”.

“Si accomodi dottoressa”.

Ci fu un attimo di silenzio e poi lui, con molta gentilezza, mi disse di aver dato un’occhiata al mio lavoro e che gli era sembrato molto ben fatto.

Lo ringraziai.

Lui rispose “Non deve ringraziarmi. Chi lavoro bene merita gratificazioni e a questo proposito volevo dirle che le offro la possibilità di lavorare qui al 4° piano come direttrice supervisore crediti. Ci pensi e mi faccia sapere”.

Ero sconcertata e imbarazzata. Quell’incarico voleva dire tre volte il mio attuale stipendio.

Non mi andava di rispondere subito “CERTO!” ma feci finta di aver bisogno almeno di 24 ore per dargli una risposta.

Lui rispose “Certo, verifichi i suoi impegni e mi faccia sapere. Sappia però che se accetta sarà la mia più stretta collaboratrice e il carico di lavoro non sarà certamente uno scherzo”.

Annui professionalmente e mi congedai con i soliti convenevoli, tentando di non far trasparire che stavo impazzendo dalla gioia.

Appena arrivata in ufficio chiamai Guido dandogli la bella notizia e lui ne fu felice. Davvero felice.



Con il direttore avevo sempre avuto un ottimo rapporto. Lui era un bell’uomo. Aveva la mia stessa età ed aveva fatto una carriera strepitosa. Era sposato con la figlia di Somarchi. Un grande imprenditore del nord pavese. Un miliardario che aveva grande influenza sia in Confindustria che con pezzi grossi della politica di tutti gli schieramenti.

La figlia Gisella Somarchi era una bellissima donna 40enne che ogni tanto veniva in sede attirando lo sguardo di tutti i maschi della banca.

Elegante e provocante allo stesso tempo.

Si, avevo deciso che mi sarei impegnata nel nuovo incarico ed ero eccitata come una bambina.

Sembrava davvero che il martedì mi avesse portato fortuna, che avesse smosso il torpore che per troppo tempo avevo sopportato senza neanche accorgemene.

Pensai sorridendo “cedere conviene… sotto tutti i punti di vista”.

La sera stessa organizzai una cenetta con mio marito per festeggiare la promozione. Ci ripromettemmo che al prossimo stipendio ci saremmo concessi una cena coi fiocchi da Pantaleone, ristorante gourmet che ormai non frequentavamo da anni.

Preparammo insieme una pasta con panna e funghi, Guido insistette per la panna di soia perché la trovava più leggera. Svuotammo una bottiglia di Grignolino, ridemmo tanto. Non ricordo l’ultima volta che avevamo riso così tanto. Lui mi raccontava di un collega nuovo, uno stagista, un ragazzino che aveva fatto una figuraccia durante una riunione e sembrava davvero divertirsi a prenderlo in giro. Io lo ascoltavo, lo guardavo mentre faceva le sue faccette buffe, mentre si passava una mano tra i capelli e si leccava le labbra dopo ogni sorso di vino.

Avevo voglia di lui. Lo desideravo davvero e questo mi fece sentire in colpa. Tutta la giornata avevo fantasticato sul corpo di Alessandro e adesso volevo fare l’amore con mio marito, sperando che il mio corpo non tradisse ricordi strani.

Quando finimmo di mangiare Guido sparecchiò con una solerzia nuova. Prese anche a cantare, tra le stoviglie, una vecchia canzone di Ivan Graziani.

Andai in camera. Avevo ancora addosso la camicetta bianca, la gonna nera appena sotto il ginocchio, e le autoreggenti che mi ero regalate per il mio compleanno.

Mi guardai allo specchio, accennai un sorriso, poi mi tolsi la camicia. Restai solo in reggiseno e mutandine. Nel riflesso mi vidi bella e provocante.

Guido entrò poco dopo, con ancora il sorriso sulle labbra e gli occhi lievemente umidi di grignolino. Si avvicinò senza dire nulla, mi abbracciò da dietro e per qualche secondo restammo così, sospesi, nell’odore dei detersivi e nella stanchezza della giornata. Quando sentii il suo sesso gonfio strusciarsi contro il mio sedere capii che anche lui aveva voglia di me. C’era una nota di fame nel suo stringermi, ma forse era solo dentro di me e me la portavo dietro dalla sera prima.

Non dissi nulla, mi limitai a sorridere mentre con la mano gli toccai il sesso. Mi spinseverso il letto. Si tolse la maglietta, inciampò nei pantaloni, fece il buffone come sempre, “Signora la camera superior è pronta, la vuole visionare?”.

Mi prese in braccio e mi gettò sulle lenzuola.

Mi montò sopra e per la prima volta, da mesi, sentii il bisogno di lasciarmi fare, senza guidare io. Sentivo le mani di Guido stringermi le braccia, mi tenne ferma come se volesse dominarmi. C’era una voglia nuova nella mia carne, una forza che si manifestava anche in quello che era sempre stato solo nostro: io e Guido, la nostra intimità, improvvisamente reinvetata.

Quando venni non gli dissi nulla, lo lasciai succedere e fu potente, diverso. Strinsi le mani alle coperte, morsi il cuscino e misi a tacere la mente. Quando mi voltai a guardare Guido lessi una soddisfazione orgogliosa e infantile nei suoi occhi, come se l’avventura di quella sera fosse stata solo nostra e non una costola della mia doppia esistenza.

Dormimmo abbracciati, e questa era la cosa più strana di tutte: quella notte dormii bene, senza sensi di colpa, senza sogni agitati. Solo la mattina, nel dormiveglia, mi tornò alla mente il volto di Alessandro, le sue labbra, la lama sottile dello sguardo, le dita che mi erano passate ovunque e il suo cazzo.



Al lavoro la promozione fu immediata. Avvisai il mio vecchio capo, che mi salutò con una stretta di mano e una pacca sulla spalla come se fossi un collega maschio, congratulandosi con sincerità. Avevo ancora addosso il calore della sera prima. Tutto sembrava diverso: il profumo della carta, il respiro rarefatto dell’aria condizionata, le voci nel corridoio che improvvisamente riconoscevo come parte di una coreografia che mi riguardava, dove ora svettavo un gradino sopra tutti.



Alessandro lo rividi al secondo giorno, in ascensore. Mi bastò uno sguardo e lui capì. Nessun cenno se non una piega all’angolo della bocca. Sul bavero della camicia, a un occhio più attento, c’erano ancora minuscole macchie di rossetto, forse residue della sera del martedì, forse segno che il suo mestiere di amante clandestino non si era fermato a me ma non me ne importava.



Mi accompagnarono nel mio nuovo ufficio. Non solo scrivania ma anche un bel divano rosso, poltrone e tavolino. Avevo anche un bagno privato e una stanza con la segretaria che mi faceva da filtro. Mi sedetti e sprofondando nella poltrona diedi un’occhiata al panorama. Non era il cortile interno. La vista dava sul Pirellone. Stavo arrivando dove non avrei mai immaginato.



I primi mesi furono bellissimi ed intensissimi. Avevo imparato come comportarmi con il personale e avevo migliorato il mio modo di vestirmi. Sicuramente più femminile e, credo, intrigante. Ormai, i sempre presenti attacchi da parte di maschi predatori, non mi creavano più imbarazzo o vergogna, ma mi divertivano. Con Alessandro avevo stabilito incontri sporadici e divertenti. Lo facevamo fuori dalla banca e lontano da occhi indiscreti. Scopare con lui mi faceva sentire femmina desiderata e lui mi aiutava ad essere sempre più sfacciata. Avevo imparato come far impazzire gli uomini e soprattutto avevo imparato a conquistarmi il mio giusto godimento.



Il contatto con il direttore era diventato ormai giornaliero ed il rapporto tra di noi era sempre più stretto. Ogni tanto ci fermavamo oltre l’orario di lavoro con lui che mi raccontava della sua vita privata ed io gli dicevo della mia.

Una sera Fabio, il direttore, mi chiese di trattenersi dopo il lavoro. Uscirono tutti e restammo soli. Lui tirò fuori una bottiglia di whisky da sotto la scrivania.

“Ti va?” chiese, e io non seppi negarmi. Era una scena da film, due colleghi che si confidano mentre Milano fruscia dietro i vetri. Lui rovesciò due dita nel bicchiere, si sedette, incrociò le mani. Aveva una stanchezza diversa negli occhi, come se non avesse dormito la sera prima.

“Non so perché, ma sento di potermi fidare di te, Rossella,” disse.

Lo ascoltai mentre cominciò a raccontarmi della moglie Gisella, delle sue lunghe assenze, delle serate passate a fingere che tutto andasse bene. Parlava in modo composto, senza rabbia. Poi si lasciò andare, piegando le spalle.



“Lo sai,” sussurrò, “Che esistono investigatori che seguono mogli, mariti. Tu queste cose le capisci. E allora te lo dico: io l’ho fatto davvero, l’ho fatta seguire Gisella” Sorrise amaro, fece un gesto largo con la mano.

“Non ne sono fiero. Purtroppo però è servito. Dopo solo sei giorni ho avuto la certezza che lei mi tradisce.”

Odiavo il mio tono da curiosa, ma non potei trattenermi. “Cosa hai scoperto?”

Il direttore prese tempo, girò il bicchiere tra le dita come se stesse per fare una rivelazione scientifica.

“Foto di lei. Con altri uomini. Una collezione.”

Non rideva.

“Pensavo di trovare uno, al massimo due amanti. Invece era peggio: Gisella aveva una specie di collezione. Le piacevano diversi tipi. In una foto la vedevi con uno giovane, sembrava quasi un modello, in palestra. In un’altra, con un tipo panciuto, imprenditore del cotto lombardo. Poi un altro, più vecchio di me. Un avvocato”

Sentivo il sangue nelle orecchie. Non sapevo se mi sconcertava di più il tono con cui lui raccontava — distaccato — o la scoperta che anche le donne come Gisella potevano permettersi la stessa bulimia sessuale che avevo imparato anch’io.

Lasciai che si arrampicasse in quella confessione mentre io lo osservavo: spalle larghe, pelle sottile attorno agli occhi, mani regolari che reggevano il bicchiere senza mai tremare. Avrei voluto baciarlo in quel momento. Capivo il suo dolore.

Ma non feci nulla, se non annuire e lasciargli spazio per continuare. “L’avvocato,” disse, “era il più frequente.

“L’hai mai tradito, tuo marito?” mi chiese, con una leggerezza improvvisa, come se il whisky fosse un vaccino contro la vergogna.

Annuii, guardai in basso per un attimo, sentii il cuore accelerare come quando alleni un cane senza guinzaglio e basta uno sbaglio perché scappi via.

Provai a rispondere: “Sì”. Prima ancora che avessi finito di articolare la parola, era già diventata parte della stanza, di me, la avvertivo tra le ossa e i muscoli delle mie gambe.

“Sì. L’ho fatto”

Fabio si limitò a dondolare il bicchiere e fissarmi come se la notizia lo rassicurasse, come se questa specie di complicità ci autorizzasse all’eccesso.

“Mi fa piacere la tua sincerità,” disse.

“Non sono mai stato tipo da giudicare. Semmai, semmai mi incuriosisce.” Bevve, poi aggiunse — e nella voce c’era una nota inattesa di malinconia.
Il direttore non mi tolse gli occhi di dosso per diversi secondi.

“Posso permettermi una sincerità ancora più brutale, Rossella?” chiese, ed io allargai le mani. “Siamo già fuori schema, dimmi.”

Mi guardò, e stavolta la piega della bocca era quasi tenera. “Non sono un grande seduttore. Mai stato. Ma una cosa la riconosco quando la vedo: una donna che mi piace.”

Sorrise, lasciò che la frase si sciogliesse nel bicchiere. “E tu mi piaci. Non solo per come lavori. Tu… tu mi piaci come mi piacciono le cose pericolose. Quelle che ti fanno venire voglia di rovinarti.”

Rimasi a fissare il whisky dentro il bicchiere, come se in quei riflessi potesse nascondersi una scusa, o almeno una spiegazione. Sentivo la pelle delle guance che mi bruciava, ma non distolsi lo sguardo. Lui invece lo lasciò scivolare in avanti, piegando il busto verso di me, e abbassò la voce come se d’improvviso all’esterno qualcuno potesse origliare.

“Voglio essere diretto. Voglio vendicarmi di lei e vorrei che tu mi aiutassi. Non ti sarò mai nemico. E non userò mai nulla contro di te. Ma… ho visto i filmati.”

Per un attimo non capii, poi mi parve che il bicchiere mi tremasse tra le dita.

“Quali filmati?” chiesi, quasi senza voce.

“Quelli della banca.”

Abbassò gli occhi come a voler proteggere la dignità di entrambi.

“Non ci sono solo telecamere nei corridoi, Rossella. Sono posizionate anche nelle stanze ed entrano in funzione dopo l’orario di lavoro”.

Rimase qualche attimo a osservare la mia reazione, forse in cerca di un guizzo di panico o di vergogna, ma io scelsi il silenzio.

Ero arrossita, certo, ma, come succede ogni volta che mi sento un topo in trappola, mi venne da ridere.

Raddrizzò la schiena, posò il bicchiere e aggiunse “Ho visto cosa hai fatto con il vigilantes”.

Lo guardai interrogativamente.

Lui rispose “Niente”.

“Cosa vuoi da me allora?”. glielo dissi guardandolo negli occhi.

Lui si alzo e venne verso di me.

“Voglio te. Ti voglio completamente e voglio una femmina di cui potermi fidare al cento per cento. devo vendicarmi di quella puttana. Se accetti farò di te la donna più potente di Milano”.

Il silenzio cadde nella stanza. Io pensavo alle sue parole.

Mi piaceva il modo in cui aveva usato la parola "completamente". Un tempo mi sarei spaventata, forse mi sarei offesa. Ma capivo benissimo. Ed era vero: anch’io volevo essere presa così, senza mezze misure. Avevo sempre invidiato le donne che sapevano recitare la parte della stronza fino in fondo. Io per vent’anni avevo fatto la parte della brava ragazza, la brava moglie, la brava impiegata. Poi avevo scopato con un uomo che mi aveva fatto sentire finalmente libera. C’era qualcosa di perfido, di tragicamente logico, in quello che mi aveva proposto. Lui era stato chiaro, e io lo apprezzavo. Altri mi avrebbero sepolta con le minacce. Lui invece cercava un complice, magari una complice infame. Mi rividi riflessa nel vetro dell’ufficio: la camicetta troppo bianca, la bocca lucida del rossetto. Avevo sempre creduto che il potere fosse una cosa fredda. Invece, quella sera, sentivo colarmi addosso una corrente calda e vischiosa, quasi liquida. Non risposi subito, lasciai che il whisky mi sciogliesse la lingua un sorso alla volta. Sentivo i battiti alle tempie.

Fabio era in piedi davanti alla finestra, di spalle, e sembrava il direttore di sempre – mani dietro la schiena, postura perfetta. Ma stavolta c’era un tremito nelle spalle, una specie di grazia esposta, come se si aspettasse di essere colpito da un momento all’altro. O forse, più semplicemente, sapeva che non avrei potuto dirgli di no.

Quando parlai, la voce mi uscì pulita: “E se accetto? Cosa succede dopo?”

“Se accetti avrò la certezza di potermi fidare e insieme faremo grandi cose”.

Fu semplice, a quel punto, accettare. Una parte di me – la parte nuova, affamata – sbuffò per il tempo che avevo perso a giocare alla donna perbene. “Sì, va bene.” dissi. E mentre lo dicevo sentivo la pelle calda su tutto il corpo, lo stomaco serrato e una strana leggerezza nelle articolazioni, come se la gravità si fosse presa una pausa solo per me.

Lui annuì, senza sorridere. Non c’era trionfo nella sua espressione, piuttosto una specie di gratitudine. Finimmo il whisky senza parlare. Poi mi alzai.

“Mi spoglio, signor Direttore!” Lo dissi con una teatralità perfida che mi sorprese e mi eccitò.

Lui fece un cenno la testa.

Iniziai con lentezza, slacciando i bottoni uno a uno, ma senza mai abbassare lo sguardo dai suoi occhi, come se ogni bottone fosse una staffilata sulla sua pazienza. Quando arrivai a metà, lasciai che la camicetta cadesse a terra. Sotto avevo il reggiseno di pizzo nero, quello col ferretto leggero che mi faceva il seno più alto e tondo.

“Ti piace?” chiesi, toccandomi il petto con la punta delle dita come una modella di intimo davanti all’obiettivo. Non aspettai la risposta: con un gesto secco staccai le spalline e i seni uscirono come due animali appena liberati dalla gabbia. Ci fu un attimo di silenzio, poi la sua voce bassa: “Vieni qui”.

Mi avvicinai. Lui si mise davanti a me e in un attimo mi girò, spingendomi con forza a piegarmi in avanti, le mani in appoggio sul tavolo lucidissimo. Sentii il profumo buono della pelle d’ufficio, la superficie leggermente appiccicosa sotto i palmi. Senza dire una parola scostò la gonna, la tirò su sopra i fianchi.

“Non hai paura?” disse, e io scossi la testa senza nemmeno guardarlo. Poi la mano scese lenta dalla mia schiena alle chiappe, mi accarezzò.

“Resta così” disse, e avvertii l’entusiasmo nella sua voce, come se la scena lo eccitasse più di quanto volesse ammettere. L’altra mano mi scostò le mutandine lentamente. Sentii il pizzo cedere. Avevo il culo completamente all’aria, e non mi vergognai. Sapevo che lui mi guardava, immaginavo la sua faccia alterata dall’idea di possedermi.

“Non siamo più solo colleghi ora,” mormorai, e lui infilò una mano dov’ero più bagnata. Le dita forti, pratiche, niente carezze inutili: si acquattò dietro di me, mi tirò le cosce indietro, quasi a spalancarmi. Mi sentii esposta, esposta davvero, e desiderai con una semplicità animale che mi facesse sua. mi disse con voce roca “Voglio il tuo culo!”

Dissi solo “E’ tuo”. Fu un sussurro che si perse nella stanza. Mi afferrò i fianchi con entrambe le mani e lo sentii armeggiare con il bottone del suo pantalone. Il calore della sua mano si stampò tra le mie cosce. Avvertii il respiro spezzato vicino al mio collo, la pressione a pochi centimetri dall’entrata.

“Non ti farò male,” disse, e non so se fosse più una promessa o una minaccia. Poi, con un gesto unico, preciso, entrò.

Fu un impatto secco, un dolore sottile che si trasformò subito in una fitta di piacere. Mi sentii dilatare, come se il mio corpo non aspettasse altro che quella invasione improvvisa. Lui mi tenne stretta, le mani che si stringevano sui miei fianchi come morse di metallo. Ogni suo movimento era calibrato, potente, e io persi il controllo proprio nella più banale delle situazioni: piegata sul tavolo di un ufficio, con una città intera in sottofondo che non avrebbe mai saputo nulla. Mi presi il piacere come un furto. Un piccolo crimine elegante combattuto a colpi di cazzo, un ansimare silenzioso con la fronte appoggiata alla superficie fredda. Fabio mi venne dentro, si limitò a stringermi più forte e poi a lasciarmi andare. Mi accasciai seduta sul pavimento. Una risata da complice, da criminale appena scampata all’arresto. Lui si ricompose con la stessa meticolosità con cui mi aveva scopata, poi tornò alla scrivania e si accese una sigaretta. “Faremo una bella guerra insieme, Rossella,” oramai siamo complici inseparabili, tu una troia perfetta ed io un gran figlio di puttana. Dovranno temersi tutti”.

Quella notte tornai a casa tardi. Guido dormiva già, la bocca aperta, i piedi che spuntavano dalla coperta. Mi infilai accanto a lui e rimasi sveglia a lungo, con il corpo indolenzito. Pensai a cosa mai avrebbe pensato Guido di me se avesse saputo di dormire a fianco della più grande puttana di Milano. Mi addormentai con un sorriso sulle labbra.
scritto il
2026-02-09
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